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domenica 27 agosto 2023

365 - Daniele Barbieri e di Gianluca Cicinelli

 

Recensione in forma di domanda.

Il titolo con un numero è un modo per richiamare 7171, di Enrico Pili, il grande romanzo su Luigino Scricciolo?

Primum è la presa per culo del Potere, ignorante, arrogante, corrotto, violento, maledetto?

Sembra solo a me che in tanti momenti le citazioni e il ricordo di tanti siano come “cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio” (da Le città invisibili, di Italo Calvino)?

Il messaggio del libro è che spesso essere dalla parte del torto è l’unico modo di avere ragione?

Grazie per aver citato Manuel Scorza.


mercoledì 22 febbraio 2023

Alla linea - Joseph Ponthus

grazie alla segnalazione di Alberto Prunetti ho letto il libro di Joseph Ponthus, tutto in un giorno.

Baptiste Cornet (è il vero nome di Joseph Ponthus) si sposta in Bretagna, a Lorient, con la moglie Krystel, ma il lavoro latita, non può fare l'educatore, il mestiere che sa fare bene, e gli tocca, via agenzia interinale, fare dei lavori al fondo della scala sociale (industria che tratta pesci e crostacei, un'altra che produce tofu, e il mattatoio, non in ufficio, ma sempre alla linea di produzione).

la vita con la compagna ricorda esattamente quella dei due sposi di Italo Calvino.

Baptiste/Joseph purtroppo è morto, a 42 anni, lascia un libro straordinario, scritto in modo originale, in una prosa poetica, e dentro cì sono il duro e alienante (spesso di notte) lavoro, i sogni, l'amore, i suoi amati scrittori e cantanti, più vivi che mai, la solidarietà dei compagni di lavoro, per non parlare del cane, che lo aspetta sempre, devono fare la passeggiata.

vogliatevi bene, cercate il libro di Joseph Ponthus, aveva ragione Alberto Prunetti, è un grande esempio di letteratura working class, ma anche di letteratura senza aggettivi.


qui un'intervista a Joseph Ponthus

 


…Quando lo conosco io, è perché ci hanno messo allo stesso tavolo nel festival letterario Lettres du Monde di Bordeaux, nel novembre del 2019. Città bellissima, molto altoborghese, con un passato di ombre schiaviste, di teatri e grand hotel. Come quello che ci ospita e dove io, col mio passo da contadino rigovernato, entro in piena sindrome dell’impostore. So che mi aspetta un incontro con gli organizzatori e con questo scrittore che tutti i librai di Francia mi dicono che devo leggere. Entro nell’atrio del grand hotel come un cane in chiesa, vedo da lontano un tipo enorme, alto, con barba bionda, occhiali, pipa e cappello, che si sbraccia e mi fa segno. Poi inizia a cantare, ad alta voce in italiano: «Triste triste, troppo triste, questa sera, eterna sera». È una canzone di Ciampi. E ancora: «Alberto, Forza Livorno! Maremma maiala!». I bravi clienti del grand hotel sono allibiti.

Come potrete immaginare, siamo andati avanti un giorno e una notte a mangiare, bere, fumare, parlare di moschettieri e del conte di Montecristo, di Dumas e Stevenson, dei pirati dell’isola del tesoro e dell’abate Faria, di Bretagna amara e Maremma maiala, di Charles Trenet e Piero Ciampi, di Guy Debord e Pietro Gori, del nostro comune amico Serge Quadruppani (sarà lui, commosso, a darmi qualche ora fa la notizia della sua scomparsa) fino praticamente all’alba, quando ci siamo presentati in condizioni ignobili alle porte del grand hotel. Notevole il nostro appetito: di fronte a un menù di cui non capivo nulla, puntellato da prestigiosi vini Bordeaux, Joseph mi consigliava di mangiare e bere tutto… «perché chissà cosa succede domani, Alberto, io sarò tornato a squartare animali in fabbrica e tu a pulire i cessi a Bristol. E addio letteratura e banchetti sontuosi. Sicché mangia!».

La letteratura è rimasta, forse per sempre, ma Joseph dal banchetto della vita se n’è andato troppo presto, a 42 anni, con un solo libro di narrativa pubblicato, che vale come un capolavoro. La sua esistenza è stata breve, ma il suo tempo non è stato perduto, come in À la ligne si diverte a dire sfrontatamente a Monsieur Proust:  «Cher Marcel, ho trovato quel che tu cercavi. Vieni in fabbrica. Te lo mostrerò io, il tempo perduto». 

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…Presentato come “romanzo” in quarta di copertina, À la ligne è in realtà una sorta di prosimetro in versi liberi scritto da un autore che viene facile identificare con il suo protagonista, operaio interinale spedito senza alcuna preparazione prima in uno stabilimento bretone in cui si lavorano pesci e crostacei poi in un mattatoio…

…Attendendo con fiducia la versione italiana, anche nella nostra lingua non sarà semplice conservare la ritmica di un’opera totalmente priva di punteggiatura ma non di ritmo perché costruita su di un principio di “armonia imitativa” (in senso lato) con la cadenza dei pensieri in fabbrica del narratore, che si oppone a quella del lavoro. È bene avere chiara questa distinzione: la prosa poetica di Ponthus non mima la ripetitività martellante della catena industriale ma riproduce il modo in cui i pensieri al lavoro si dimenano cercando di sfuggirlo, di meglio sopportare il tempo che manca alla fine del turno. Tale dispositivo salvifico è messo in pratica, da un lato, inventando mantra e nonsense come il memorabile “égoutter du tofu” (sgocciolare il tofu) che accompagnò l’autore per un’intera notte di lavoro alienante e scrivendo a mente quelli che saranno prima dei brevi testi pubblicati su Facebook e poi il libro. Dall’altro, per fare un esempio, con un meccanismo simile a quello raccontato da Aldo Braibanti nella sua Lettera al compagno Gianfranco caduto nella lotta clandestina (1945) quando ricordava che, dopo le torture subite in quanto partigiano dalla famigerata banda Koch-Carità, si ripeteva versi di Baudelaire: “il ritmo mi leniva la carne e mi staccava dai miei persecutori”.

Così fa Ponthus, stremato fisicamente e mentalmente dalla fabbrica, rimasticando non casualmente citazioni di quegli Apollinaire, Aragon o Cendrars che provarono l’esperienza sconvolgente del fronte della grande guerra, la “Grande Boucherie” (grande macelleria) che fa risonanza con la sua al mattatoio. E se, da addetto alla lavorazione del pescato, il sapere che “la première occurrence du mot crevette est chez Rabelais” (la prima occorrenza del termine gamberetto è in Rabelais) sembra di primo acchito del tutto inutile, è invece proprio pensare a Rabelais che gli consente di restare se stesso. Così come rileggere En attendant Godot di Beckett nella lunga fila d’attesa che si crea alle agenzie interinali o immaginarsi di essere un novello D’Artagnan alla vigilia di una nuova missione lavorativa. Aggiungendo poi ai rimandi a René Char (il sottotitolo del libro è un omaggio evidente ai suoi Feuillets d’Hypnos), Ronsard, Jean de la Bruyère, Hugo, Sinclair, Perec e persino Franju e Godard, un’infinità di citazioni tratte da canzoni popolari di grandi autori e vedette del panorama francese: da Trenet, Brel, Brassens, Léo Ferré, Barbara a Johnny Hallyday, Vanessa Paradis e Carla Bruni…

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…Alla linea, grazie a uno stile notevole e ai tanti rimandi letterari, va al di là della narrativa testimoniale di fabbrica, ma la sua importanza resta soprattutto politica, perché mostra la realtà del lavoro interinale, ossia di quel nuovo “esercito di riserva del capitalismo” sempre pronto a una chiamata quando e dove occorre, ma ormai mutato in una specie operaia isolata e ad alto rischio di perdere il senso della solidarietà. Il romanzo di Ponthus non assomiglia alle opere dei Di Ruscio e Di Ciaula, dove l’esperienza manifatturiera genera una consapevolezza esistenziale. Ponthus entra in fabbrica già pienamente consapevole, è un intellettuale. Ma non è un infiltrato. Non è un Orwell, o una Ehrenreich o un Wallraff. Non va in fabbrica per raccontare quel mondo ai borghesi. Ci va per lavorare e guadagnare. Lo scrittore Alberto Prunetti, che a Ponthus ha dedicato pagine acute, anche nel fresco di stampa Non è un pranzo di gala. Indagine sulla letteratura working class(minimum fax), mi spiega: “In Gran Bretagna lo avrebbero definito ‘a person with a working class background’. Ce ne sono molti nelle fabbriche di oggi. Veniva da una famiglia di estrazione popolare, ma, grazie al sistema aperto dell’istruzione francese, si era dotato di una formazione scolastica alta, arrivando addirittura a frequentare una facoltà universitaria di élite. Poi aveva subito una riproletarizzazione, il che accade spesso alle persone istruite e laureate dei ceti non borghesi. Era diventato educatore nelle periferie di Parigi. Era un attivista radicale e militante. Finché non si innamorò di una ragazza bretone e cambiò vita”. 

Sarebbe meraviglioso se Alla linea replicasse in Italia il successo francese. Ma perché ha avuto tanto successo? Forse perché ricorre a parole e sentimenti che ogni lettore, quale che sia la sua estrazione sociale, potrebbe usare e provare. Forse perché racconta la fabbrica come un’esperienza che potrebbe capitare a tutti. L’esperienza del lavoro, la parola lavoro: nel 1948 Lucien Febvre dedicò un breve e illuminante saggio all’evoluzione del termine (è stato ripubblicato in Lavoro e storia, Donzelli 2020). In quel testo il grande studioso ricostruiva “una strana avventura, quella della parola (“travail”, ndr) che, muovendo dal significato di torturare, ‘tripaliare’, cioè torturare col ‘tripalium’”, implicò a lungo nell’età moderna un senso di “afflizione, spossatezza, sofferenza e anche umiliazione”. A partire dall’Ottocento, ad esempio nell’utopia di Fourier, quel vocabolo si capovolse nel sogno del “lavoro-gioia” e in un tempo nuovo nel quale “finalmente le classi lavoratrici conquistarono il diritto alla storia perché operaie, non più perché miserabili”. Per Febvre nulla avrebbe impedito all’uomo “di lottare” perché il lavoro diventasse “un giorno la dolce legge del mondo”. Lo sfortunato Ponthus ci racconta che non è andata così: “Al mattatoio / Ci crediamo / Però / Un giorno / Alla scomparsa del lavoro / Ma quando cazzo / Ma quando”.

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Dalle nostre parti se ne è scritto, ma non abbastanza. Ha venduto, ma con cifre assai lontane da quelle dell’edizione originale, uscita in Francia nel 2019. Un successo straordinario, quello di À la ligne in terra transalpina: centomila copie vendute, cinque premi vinti, tradotto in più di dieci Paesi. Italia compresa, una manciata di mesi fa, quando Bompiani ha pubblicato Alla linea di Joseph Ponthus, sottotitolo Fogli di fabbrica (250 pagine, 17 euro, traduzione, mai come in questo caso importante, di Ileana Zagaglia).
Un romanzo? Non propriamente. Un romanzo – poesia in versi liberi, per descrivere, poeticamente cosa voglia dire lavorare in un mattatoio. Romanzo – poesia di assoluta verità, perché racconto in prima persona (memoir per chi ama le etichette) della vita vera dell’autore, operaio interinale nella Bretagna operaia e industriale.
E se è duro il romanzo – poesia («E ho sentito che il mattatoio paga bene / Vedremo / E poi ci si abitua / Tutto qua/ E voglio credere che la mia guerra è bella / Un ammezzato sotto il macello / A pulire merda e mammelle») è duro aggiungere che del successo editoriale (semmai gli fosse importato, e c’è da dubitarne) l’operaio scrittore Joseph ha potuto ben poco gioire. Era nato nel 1978 ed è morto nel 2021. Non era il suo vero nome: aveva scelto Joseph come omaggio a san Giuseppe, patrono dei lavoratori mentre Ponthus voleva essere riferimento ad un poeta cinquecentesco, un certo Pontus de Tyard. Lui, in realtà, si chiamava Baptiste Cornet: grazie a una borsa di studio si era laureato in una università francese d’élite, destinazione lavoro nei quadri alti delle classi dirigenti. Ma niente carriera per Joseph: da buon anarchico, era andato nelle banlieue a fare educazione popolare. Poi aveva smesso di insegnare e si era trasferito in Bretagna. Non trovando un posto di lavoro nell’insegnamento, aveva cominciato a lavorare come operaio nell’industria agroalimentare e nei mattatoi…

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…straordinaria in quest’opera, dove la letteratura e l’esistenza si mescolano fino a diventare un unico flusso, è la forma scelta da Ponthus che appartiene tanto al regime della poesia quanto a quello della prosa, con un andamento frammentato che sembra obbedire ai ritmi della linea di produzione, all’obbligatoria cancellazione di ogni tentennamento e di ogni pausa, un testo quindi che si costituisce per sua natura oltrepassando ogni confine di genere perché si basa su un dio ulteriore, sulla necessità del racconto e della testimonianza di una violenza che il corpo e la mente subiscono. Per questo, pur essendo imbevuto di ricercati e mai didascalici riferimenti letterari (da Apollinaire, i cui versi danno il titolo alle varie sezioni, a Blaise Cendrars, richiamato, lui che perse un braccio durante la Prima Guerra Mondiale, per riflettere sugli infortuni sul lavoro, fino al poeta Thierry Metz del Diario di un manovale, opera straordinaria in italiano tradotta dalle Edizioni degli Animali, di cui scrive: «Solo l’essenziale / Questa lingua / Ciò verso cui vorrei tendere»), Alla linea oltrepassa la letteratura e si impone come un’opera assoluta dove la prosa si sgretola e si frammenta per giungere alla natura più profonda di ciò che racconta…

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giovedì 5 luglio 2018

Il bambino che collezionava parole - Juan P. Villalobos


Tochtli è un bambino speciale, vive rinchiuso in un palazzotto, non ha mamma, ha una serie di persone ai suoi ordini, ha un babbo che lo protegge, lo tiene sequestrato.
quando il babbo è un narcotrafficante, il figlio è speciale, si costruisce i suoi giochi, capisce molto, ascolta molto, intuisce quello che basta.
e come il barone rampante Cosimo si crea un altro mondo.
poche pagine per un gran libro, non perdetevelo.





è un libro essenziale, conciso, senza sbavature o romanticherie. fa male come un diretto allo stomaco. non è brutto il libro, è raccapricciante la realtà che racconta attraverso lo sguardo (ancora innocente) di un bambino piccolo, per il quale l'abominevole è la normalità. da leggere per meditare sulla pervasiva immanenza del male.

…l’autore crea un microcosmo dai tratti machisti, i cui personaggi hanno nomi preispanici, che sanno di tradizioni antiche, in cui gli omertosi sono ingenuamente visti come semplici muti, e in cui padre e figlio giocano a “vivo, cadavere o prognosi riservata”.
Con una prosa scorrevole, abile nel mantenere l’equilibrio tra un’ironia sempre latente e la tragicità di cui sono impregnati i fatti narrati, Villalobos racconta uno spaccato della società messicana con una delicatezza rara, non priva di tratti quasi surreali, favorita dalla prospettiva infantile. Un romanzo breve, fresco, che riesce con efficacia a svincolarsi dai classici canoni del thriller, e che forse, nelle parole di Tochtli, non vuole dirci altro che questo: «a volte il Messico è un paese nefasto, ma altre volte è anche un paese magnifico».

giovedì 17 novembre 2016

L'avventura di due sposi - Italo Calvino

L'operaio Arturo Massolari faceva il turno della notte quello che finisce alle sei. Per rincasare aveva un lungo tragitto, che compiva in bicicletta nella bella stagione, in tram nei mesi piovosi e invernali. Arrivava a casa tra le sei e tre quarti e le sette, cioè alle volte un po' prima alle volte un po' dopo che suonasse la sveglia della moglie, Elide.
Spesso i due rumori: il suono della sveglia e il passo di lui che entrava si sovrapponevano nella mente di Elide, raggiungendola in fondo al sonno, sonno compatto della mattina presto che lei cercava di spremere ancora per qualche secondo col viso affondato nel guanciale. Poi si tirava su dal letto di strappo e già infilava le braccia alla cieca nella vestaglia, coi capelli sugli occhi. Gli appariva così, in cucina, dove Arturo stava tirando fuori i recipienti vuoti dalla borsa che si portava con sé sul lavoro: il portavivande, il termos, e li posava sull'acquaio. Aveva già acceso il fornello e aveva messo su il caffè .Appena lui la guardava, a Elide veniva da passarsi una mano sui capelli, da spalancare a forza gli occhi, come se ogni volta si vergognasse un po' di questa prima immagine che il marito aveva di lei entrando in casa, sempre così in disordine con la faccia mezza addormentata. Quando due hanno dormito insieme è un'altra cosa, ci si ritrova al mattino riaffiorare entrambi dallo stesso sonno, si è pari.
Alle volte invece era lui che entrava in camera a destarla, con la tazzina del caffè, un minuto prima che la sveglia suonasse; allora tutto era più naturale, la smorfia per uscire dal sonno prendeva una specie di dolcezza pigra, le braccia che s'alzavano per stirarsi, nude, finivano per cingere il collo di lui. S'abbracciavano. Arturo aveva indosso il giaccone impermeabile; a sentirselo vicino lei capiva il tempo che faceva: se pioveva o faceva nebbia o c'era neve, a secondo di com'era umido e freddo. Ma gli diceva lo stesso: - Che tempo fa? - e lui attaccava il suo solito brontolamento mezzo ironico, passando in rassegna gli inconvenienti che gli erano occorsi, cominciando dalla fine: il percorso in bici, il tempo trovato uscendo di fabbrica, diverso da quello di quando c'era entrato la sera prima, e le grane sul lavoro, le voci che correvano nel reparto, e così via.
A quell'ora, la casa era sempre poco scaldata, ma Elide s'era tutta spogliata, un po' rabbrividendo, e si lavava, nello stanzino da bagno. Dietro veniva lui, più con calma, si spogliava e si lavava anche lui, lentamente, si toglieva di dosso la polvere e l'unto dell'officina. Così stando tutti e due intorno allo stesso lavabo, mezzo nudi, un po' intirizziti, ogni tanto dandosi delle spinte, togliendosi di mano il sapone, il dentifricio, e continuando a dire le cose che avevano da dirsi, veniva il momento della confidenza, e alle volte, magari aiutandosi a vicenda a strofinarsi la schiena, s'insinuava una carezza, e si trovavano abbracciati.
Ma tutt'a un tratto Elide: Dio! Che ora è già! e correva a infilarsi il reggicalze, la gonna, tutto in fretta, in piedi, e con la spazzola già andava su e giù per i capelli, e sporgeva il viso allo specchio del comò, con le mollette strette tra le labbra. Arturo le veniva dietro, aveva acceso una sigaretta, e la guardava stando in piedi, fumando, e ogni volta pareva un po' impacciato, di dover stare lì senza poter fare nulla. Elide era pronta, infilava il cappotto nel corridoio si davano un bacio, apriva la porta e già la si sentiva correre giù per le scale.
Arturo restava solo. Seguiva il rumore dei tacchi ..di Elide giù per i gradini, e quando non la sentiva più continuava a seguirla col pensiero, quel trotterellare veloce per il cortile, il portone, il marciapiede, fino alla fermata del tram. Il tram lo sentiva bene, invece: stridere, fermarsi, e lo sbattere della pedana a ogni persona che saliva. "Ecco, l'ha preso", pensava, e vedeva sua moglie aggrappata in mezzo alla folla d'operai e operaie sull'"undici", che la portava in fabbrica come tutti i giorni. Spegneva la cicca, chiudeva gli sportelli alla finestra, faceva buio, entrava in letto.
Il letto era come l'aveva lasciato Elide alzandosi, ma dalla parte sua, di Arturo, era quasi intatto, come fosse stato rifatto allora. Lui si coricava dalla propria parte, per bene, ma dopo allungava una gamba in là, dov'era rimasto il calore di sua moglie, poi ci allungava anche l'altra gamba, e così a poco a poco si spostava tutto dalla parte di Elide, in quella nicchia di tepore che conservava ancora la forma del corpo di lei, e affondava il viso nel suo guanciale, nel suo profumo, e s'addormentava.
Quando Elide tornava, alla sera, Arturo già da un po' girava per le stanze: aveva acceso la stufa, messo qualcosa a cuocere. Certi lavori li faceva lui, in quelle ore prima di cena, come rifare il letto, spazzare un po', anche mettere a bagno la roba da lavare. Elide poi trovava tutto malfatto, ma lui a dir la verità non ci metteva nessun impegno in più: quello che lui faceva era solo una specie di rituale per aspettare lei, quasi un venirle incontro pur restando tra le pareti di casa, mentre fuori s'accendevano le luci e lei passava per le botteghe in mezzo a quell'animazione fuori tempo dei quartieri dove ci sono tante donne che fanno la spesa alla sera.
Alla fine sentiva il passo per la scala, tutto diverso da quello della mattina, adesso appesantito, perché Elide saliva stanca dalla giornata di lavoro e carica della spesa. Arturo usciva sul pianerottolo, le prendeva di mano la spesa, entravano parlando. Lei si buttava su una sedia in cucina, senza togliersi il cappotto, intanto che lui levava la roba dalla spesa. Poi: - Su, diamoci un addrizzo, - lei diceva, e s'alzava, si toglieva il cappotto, si metteva in veste da casa. Cominciavano a preparare da mangiare: cena per tutt'e due poi la merenda che si portava lui in fabbrica per l'intervallo dell'una di notte, la colazione che doveva portarsi in fabbrica lei l'indomani, e quella da lasciare pronta per quando lui l'indomani si sarebbe svegliato.
Lei un po' sfaccendava un po' si sedeva sulla seggiola di paglia e diceva a lui cosa doveva fare. Lui invece era l'ora in cui era riposato, si dava attorno, anzi voleva far tutto lui, ma sempre un po' distratto, con la testa già ad altro. In quei momenti lì, alle volte arrivavano sul punto di urtarsi, di dirsi qualche parola brutta, perché lei lo avrebbe voluto più attento a quello che faceva, che ci mettesse più impegno. Oppure che fosse più attaccato a lei, le stesse più vicino, le desse più consolazione. Invece lui. dopo il primo entusiasmo perché lei era tornata, stava già con la testa fuori di casa, fissato nel pensiero di far presto perché doveva andare.
Apparecchiata tavola, messa tutta la roba pronta a portata di mano per non doversi più alzare, allora c'era il momento dello struggimento che li pigliava tutti e due d'avere così poco tempo per stare insieme, e quasi non riuscivano a portarsi il cucchiaio alla bocca, dalla voglia che avevano di star li a tenersi per mano.
Ma non era ancora passato tutto il caffè e già lui era dietro la bicicletta a vedere se ogni cosa era in ordine. S'abbracciavano. Arturo sembrava che solo, allora capisse com'era morbida e tiepida la sua sposa. Ma si caricava sulla spalla la canna della bici e scendeva attento le scale.
Elide lavava i piatti, riguardava la casa da cima a fondo, le cose che aveva fatto il marito, scuotendo il capo. Ora lui correva le strade buie, tra i radi fanali, forse era già dopo il gasometro. Elide andava a letto, spegneva la luce. Dalla propria parte, coricata, strisciava un piede verso il posto di suo marito, per cercare il calore di lui, ma ogni volta s'accorgeva che dove dormiva lei era più caldo, segno che anche Arturo aveva dormito lì, e ne provava una grande tenerezza.