Visualizzazione post con etichetta Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Mostra tutti i post

mercoledì 30 novembre 2022

La libertà di movimento non è uguale per tutti - Oiza Q. Obasuyi*

  

Il diritto a migrare è sancito dalla Dichiarazione Universale dei diritti umani. Tuttavia, questo diritto è limitato da un’asimmetria che riguarda il riconoscimento del diritto alla libertà di movimento e le leggi che gli Stati impongono sull’immigrazione. L’emergenzializzazione delle migrazioni infatti, non solo è un fenomeno che, soprattutto a livello politico e mediatico, contribuisce a una visione distorta delle stesse ma non arriva ai punti cruciali della questione che vanno dalle ragioni dietro alle quali le persone decidono di andarsene dal proprio Paese al numero esiguo di vie legali che queste persone possono scegliere di prendere.

Risulta ormai evidente che l’approccio che gli Stati Membri dell’Unione Europea (UE) adottano nei confronti di coloro che attraversano le frontiere sia basato sul securitarismo: la creazione di muri sui confini; la riduzione dei canali di ingresso sicuri per lo spostamento di persone provenienti da Paesi terzi; l’adozione di metodi coercitivi – come la detenzione amministrativa o l’utilizzo della sorveglianza biometrica − il rimpatrio forzato, il respingimento sistematico di persone alla frontiera, in violazione degli obblighi internazionali in materia di diritti umani − che, a differenza della Dichiarazione sopra menzionata, sono vincolanti. L’ultimo Action Plan sul Mediterraneo 1 presentato dalla Commissione Europea, per esempio, non propone un nuovo approccio alle migrazioni. Si tratta di un piano di 20 misure destinate a colpire “l’immigrazione irregolare” e, nonostante all’interno siano previste anche misure volte all’implementazione della “solidarietà volontaria tra Stati” nella gestione delle migrazioni e dei soccorsi in mare, non mancano riferimenti al rafforzamento della cooperazione con  Paesi quali la Libia, la  Tunisia e l’Egitto per il controllo delle frontiere  – con uno stanziamento di 580milioni di euro.

Non c’è quindi alcuna intenzione di allontanarsi da quell’esternalizzazione delle frontiere che da più parti nell’ambito dei diritti umani, dal mondo accademico a quello giuridico, è stata ampiamente sviscerata per dimostrarne l’incompatibilità con il rispetto dei diritti delle persone migranti che vengono sistematicamente respinte o catturate dalle milizie o dalle guardie costiere dei Paesi terzi in questione. Sul caso della Libia, ad esempio, le violenze e gli abusi sistematici 2 che avvengono nei centri di detenzione in cui vengono rinchiuse persone adulte e minori – catturate in mare per impedirne la partenza oppure all’arrivo, come ultima  tappa  del loro percorso migratorio – sono ormai note da tempo e denunciate dalle maggiori organizzazioni internazionali di tutto il mondo. Tuttavia, il Memorandum d’Intesa stipulato dall’Italia nel 2017, e che è stato recentemente rinnovato, continua a essere annoverato tra i modelli di gestione delle migrazioni, con politiche sempre più discriminatorie ed escludenti.

Quando nasce l’ennesimo dibattito mediatico e politico sull’immigrazione, tutto viene ridotto a una polarizzazione priva di complessità e approfondimento sulla mobilità umana, gli effetti che le leggi vigenti nel Paese di arrivo hanno sulle persone migranti e una riflessione sulla quantità di vie che sono effettivamente percorribili per chi decide di affrontare il viaggio verso l’Europa. A questo proposito occorre porsi la domanda sulla motivazione per cui una persona proveniente dalla Nigeria o dal Ghana che non necessariamente fugge da una particolare situazione di instabilità o guerra, sia comunque costretta ad affrontare un lungo viaggio in cui le probabilità di rischiare la vita sono alte.


Quali e quante sono le vie legali per entrare in UE?

Uno dei problemi principali è che la richiesta di asilo è diventata, di fatto, l’unica via legale realmente percorribile per potersi spostare, considerando lo scarso numero i visti di ingresso rilasciati. Infatti l’Italia, oltre a chiudere i porti, chiude anche gli aeroporti: secondo una ricerca effettuata dal Tortuga Think Tank nel 2019, per i Paesi dell’Africa occidentale come Senegal, Costa d’Avorio, Nigeria e Ghana il numero di visti rilasciati è molto basso. Il tasso di rifiuto del visto in Italia è passato dal 10% nel 2010 al 22,5% nel 2017. A ciò si aggiunge la disuguaglianza abissale che separa i passaporti di serie A di Paesi occidentali e   ricchi (come Stati Uniti e Paesi UE) e i passaporti di serie B del Sud del mondo, come viene ampiamente dimostrato dal Global Passport Power Rank.

Chi ha un passaporto tedesco, ad esempio, ha accesso al diritto alla libertà di movimento – senza necessità di chiedere un visto – verso molti più Paesi rispetto a chi ha un passaporto tunisino o pakistano. Un esempio recente su questa disuguaglianza di viaggio è stato il rifiuto quasi sistematico di rilasciare un visto di ingresso ai familiari di Alika Ogorchukwu, ottenuto dopo due mesi dal suo assassinio a Civitanova Marche. I funerali sono stati più volte posticipati per via del muro burocratico che non permetteva ai familiari di raggiungere l’Italia.

Senza visti da ottenere e una richiesta di asilo che con ogni probabilità verrà rigettata – specie se nel proprio Paese di origine non vi è alcuna guerra o non si è perseguitati – le alternative sono sostanzialmente due: la Carta Blu UE e il ricongiungimento familiare. Ottenere la Carta Blu UE per accedere allo spazio Schengen è strettamente legato a un privilegio di tipo economico in quanto riguarda unicamente lavoratori e lavoratrici altamente qualificati che, almeno fino a maggio 2021, dovevano presentare un contratto di almeno 12 mesi. Con “altamente qualificata” si intende una persona che, ad esempio per il caso italiano, svolge il lavoro di: dirigente, legislatore, imprenditore, professionista del settore scientifico e ingegneristico. Con una recente riforma della Commissione Europea, la soglia salariale per i richiedenti è stata ridotta da un minimo del 100% fino al limite massimo del 160% del salario medio annuo lordo dello Stato membro di arrivo (rispetto al precedente 150% minimo senza limite massimo), e il contratto da presentare è ora di 6 mesi.

Nonostante l’approvazione della riforma sulla Carta Blu – con requisiti leggermente meno stringenti – un membro del gruppo europarlamentare dei Socialisti e Democratici ha affermato che è necessario un allargamento anche nei confronti di persone che non necessariamente ricadono nella categoria di “altamente qualificato”. Tuttavia, finora la Carta Blu si è confermata la via legale meno utilizzata: nel 2019 solo l’1,6% dei permessi di soggiorno rilasciati a cittadini di Paesi Terzi rientravano nell’ambito della direttiva della Carta Blu; nel 2020, secondo i dati Eurostat, solo 12 mila lavoratori extra UE altamente qualificati hanno ricevuto una Carta blu UE.

Il ricongiungimento familiare è un secondo percorso legale che consente alle persone immigrate già residenti nell’UE di portare i loro coniugi e figli. Ogni Stato membro ha le proprie norme in materia ricongiungimento e riguardano l’età dei coniugi e dei figli, il salario del partner o genitore ospitante, le condizioni di vita e assicurazione. Anche se il ricongiungimento rimane una via importante in particolare per i rifugiati che cercano di riunire le loro famiglie dopo essere state separate a causa di persecuzioni o conflitti nel loro paese di origine, non è abbastanza inclusiva perché, ovviamente, per accedere a questa misura ogni singolo migrante deve avere la fortuna di avere un parente o un partner che risiede in uno Stato membro dell’UE.

Il caso italiano: l’ingresso per lavoro

Le attuali politiche migratorie in Italia che riguardano l’ingresso per lavoro sono regolate dalla legge Bossi-Fini del 2002. Anche in questo caso è possibile parlare di politiche fallimentari che di fatto hanno peggiorato le condizioni dei lavoratori e delle lavoratrici migranti, costringendole a vivere in un limbo di irregolarità e sfruttamento.

La Bossi-Fini fu creata proprio per vincolare il permesso di soggiorno a un contratto di lavoro, eliminando la figura dello “sponsor”, un metodo che, prima dell’adozione di questa legge, permetteva alla persona di origine straniera di entrare legalmente in Italia con un visto per cercare lavoro grazie alle garanzie economiche offerte da un familiare, un conoscente o un altro garante. Questo strumento però è stato abolito. Come spiega l’avvocato Livio Neri dell’Associazione per gli Studi Giuridici per l’Immigrazione (ASGI): 

Occorre superare i punti critici, uscendo dalla stretta connessione tra soggiorno e lavoro, riabilitando quell’intuizione intelligente della sponsorizzazione, sanando l’irregolarità che è stata prodotta in questi anni non con provvedimenti di emersione spot, che sono totalmente zoppi, ma con meccanismi che portino le persone integrate nel tessuto sociale alla ‘luce’.

Questa legge ha poi in sé un paradosso: la persona  straniera che desidera ottenere il permesso di soggiorno per lavoro è tenuta a  restare  nel  proprio Paese di origine fino  alla  conclusione  della  lunga  procedura di  ingresso,  “non  essendo  ammissibile  la  richiesta  di  assunzione  presentata  nei  confronti di un soggetto che già si trovi in Italia”, spiega William Chiaromonte, ricercatore di Diritto del Lavoro, nel libro “Ius Migrandi”. Inoltre, continua Chiaromonte, questo si scontra con  il  fatto  che  “la  procedura  tipica  di  assunzione  si  fonda sul meccanismo della chiamata nominativa, la quale ovviamente presuppone  che  il  datore  di  lavoro  abbia  già  una  conoscenza  diretta  dello  straniero,  nonostante  che  –  è  bene  ribadirlo  –  questi  debba  necessariamente  ancora  trovarsi all’estero”.

Nella  pratica, infatti, è molto frequente che la persona  straniera  faccia  ingresso  tramite vie informali in Italia nella speranza di regolarizzarsi nel corso del tempo. Quando però il numero di lavoratori e lavoratrici straniere che riempiono le sacche del lavoro sommerso non è più ignorabile, si procede con le regolarizzazioni (o “sanatorie”). L’ultima, promossa dall’ex ministra dell’agricoltura Teresa Bellanova del governo Conte, continua ad essere un insuccesso visti i ritardi della burocrazia e l’esclusione di diverse categorie lavorative per cui lavoratori e lavoratrici straniere continuano a vivere nella precarietà, senza documenti e contratti validi. «Le regolarizzazioni stesse», scrive l’avvocato Gianfranco Schiavone di ASGI «pur inevitabili, hanno rafforzato un sistema malato e crudele in ragione della scelta che ha quasi sempre caratterizzato tali provvedimenti ovvero quella di basarsi sulla sola volontà del datore di lavoro di fare emergere o meno il rapporto di lavoro irregolare». Di conseguenza, anche in questo caso, il lavoratore o la lavoratrice straniera diventano soggetti passivi e senza diritti effettivamente riconosciuti.

Conclusioni

Possiamo riassumere il tutto dicendo che ci troviamo di fronte a un razzismo istituzionale che va dalla disuguaglianza sistemica nel diritto alla libertà di movimento alle leggi che poi ogni stato membro dell’UE  – che assume i connotati di una vera e propria fortezza – adotta in materia di immigrazione. 

Innanzitutto il presupposto errato più importante è la convinzione che i confini d’Europa possano e debbano essere chiusi ai cosiddetti “migranti economici”. È questa convinzione che ha reso quasi impossibile per molte persone provenienti dai Paesi del continente Africano, ad esempio, emigrare legalmente verso la maggior parte dei paesi europei. Sono necessarie politiche di apertura, offrendo un ampio allargamento delle politiche sui visti, annullando politiche migratorie restrittive e illegali (come l’esternalizzazione delle frontiere e i respingimenti sistematici). ll diritto a migrare può essere garantito solo con una seria attuazione della tutela dei diritti umani dei migranti, tenendo anche in considerazione il diritto di scegliere il proprio percorso. Come spiega Nazzarena Zorzella, avvocata di ASGI, su Altreconomia, sul caso italiano:

Negli ultimi vent’anni e oltre le persone straniere in Italia non hanno avuto il diritto di scegliere in quale percorso amministrativo e giuridico immettersi per il diritto di soggiorno e di residenza in Italia. Aver negato l’esistenza di visti per ricerca di lavoro con un tempo ragionevole […] ha costretto tante persone non solo ad affidarsi ai trafficanti ma anche a entrare nel sistema della protezione internazionale.

Il sistema di protezione internazionale però, come abbiamo visto, viene applicato alle fattispecie che rientrano nella Convenzione di Ginevra delle Nazioni Unite sui rifugiati. Chi intraprende un viaggio per questioni socio-economiche – tenuto conto delle innumerevoli variabili del percorso che comportano la detenzione in Libia o cadere nel circuito della tratta di esseri umani – non rientra in quelle fattispecie.

A oggi, non vi è quindi alcun percorso legale alternativo che sia effettivamente praticabile per le persone che provengono dal Sud del mondo. Infine, sulle politiche interne dell’Italia, persone come Omar Baldeh, Soumaila Sako, Mohammed Ben Ali, Becky Moses e molte altre decedute o/e sfruttate nei ghetti per braccianti, e non solo, non sono “effetti collaterali” ma conseguenze di un sistema profondamente diseguale e strutturalmente discriminatorio basato su leggi che, di fatto, criminalizzano, escludono e penalizzano le persone migranti. 

Occorre non solo uno stravolgimento del dibattito sulle migrazioni – che non può concentrarsi solo sugli sbarchi – ma anche un modo innovativo e radicalmente diverso di concepire la mobilità umana che non deve essere un privilegio per pochi.

* Dottoressa in Relazioni Internazionali. Contributor freelance che si occupa di migrazioni, razzismo e cittadinanza.

1.      Migration routes: Commission proposes Action Plan for Central Mediterranean to address immediate challenges, European Commission (21 novembre 2022)

2.      Rapporto Amnesty International: “Nessuno verrà a cercarti: i ritorni forzati dal mare ai centri di detenzione della Libia” – Executive summary

da qui

venerdì 4 dicembre 2020

Il nuovo populismo che penalizza i soccorsi - Luigi Ferrajoli

 

Sulla questione migranti si gioca il futuro della nostra civiltà: dell’identità democratica dell’Italia, ma anche dell’Europa e di tutti i paesi ricchi dell’Occidente, oggi accomunati da una guerra crudele contro i migranti e dalla perdita di memoria dei «mai più» opposti, all’indomani della Liberazione, ai razzismi e ai genocidi, ai campi di concentramento e ai fili spinati, alle oppressione e alle discriminazioni razziali.

Questa identità sta crollando a causa della stridente contraddizione tra i principi costituzionali di libertà e di uguaglianza che informano le nostre democrazie e le nostre politiche di esclusione dei migranti, fino all’assurda penalizzazione di chi salva vite umane in mare. È una contraddizione che, se non risolta, renderà impronunciabili i diritti fondamentali, i quali sono universali e indivisibili o non sono, e non potranno essere ancora proclamati se continuerà la loro lesione, ogni anno, in danno di milioni di esseri umani che muoiono per fame e mancanza di farmaci salva-vita e delle migliaia di persone che affogano in mare nel tentativo di raggiungere i nostri paesi.

Lo stesso diritto di emigrare, non dimentichiamo, è un diritto fondamentale vigente, stabilito dalla nostra Costituzione, dalla Dichiarazione universale dei diritti umani e dal Patto internazionale sui diritti civili e politici del 1966. Non solo. È anche il più antico dei diritti umani, essendo stato formulato fin dal secolo XVI da Francisco De Vitoria a sostegno della conquista del «nuovo mondo», e poi rivendicato da John Locke, che lo pose alla base del diritto alla sopravvivenza, la quale, egli scrisse, è garantita a tutti dalla possibilità di emigrare «negli incolti deserti dell’America» giacché c’è «terra sufficiente nel mondo a bastare al doppio dei suoi abitanti». Oggi che non sono più gli occidentali, ma quanti fuggono dai paesi impoveriti dalle nostre politiche predatorie a far uso del diritto di emigrare, l’esercizio di questo diritto si è capovolto in delitto, e lo si reprime con la stessa feroce durezza con cui lo si brandì alle origini della civiltà moderna a scopo di conquista e colonizzazione.

C’è poi un altro capovolgimento perverso e ancor più paradossale che contrassegna, in particolare, le politiche italiane contro gli immigrati: il capovolgimento dello stesso populismo penale in tema di sicurezza, esplicitamente operato dal secondo decreto Salvini ma di fatto confermato, sia pure dietro un mistificante giro di parole, dal recente decreto n. 130 dell’ottobre di quest’anno. Il vecchio populismo penale faceva leva sulla paura per la criminalità di strada, cioè per fenomeni enfatizzati ma pur sempre illegali, onde produrre paura e ottenere consenso a misure inutili e demagogiche ma pur sempre giuridicamente legittime, come gli inasprimenti delle pene decisi con i vari pacchetti di sicurezza. Il nuovo populismo securitario fa leva, esattamente al contrario, sull’istigazione all’odio e sulla diffamazione di condotte non solo lecite ma virtuose e addirittura eroiche, come il salvataggio di vite umane in mare, al fine di alimentare paure e razzismi e ottenere consenso a misure esse stesse illegali, come la chiusura dei porti, le preordinate omissioni di soccorso, i sequestri delle persone salvate e le lesioni dei diritti umani dei migranti.

Questo nuovo populismo ha così prodotto e continua a produrre, oltre alle morti in mare, un danno gravissimo alle basi sociali e ideali della nostra democrazia: l’abbassamento del senso morale e dello spirito pubblico nella cultura di massa. Quando l’indifferenza per le sofferenze e per i morti, la disumanità e l’immoralità di formule come «prima gli italiani» a sostegno dell’omissione di soccorso sono praticate e ostentate dalle istituzioni, esse non soltanto sono legittimate, ma sono anche assecondate e alimentate. Diventano contagiose e si normalizzano.

Non capiremmo, senza questa corruzione del senso morale operata dall’esibizione dell’immoralità ai vertici dello Stato, il consenso di massa di cui godette il fascismo e di cui godono oggi, nei loro paesi, Trump e Bolsonaro, Orban ed Erdogan. Queste politiche crudeli hanno avvelenato e incattivito la società. Hanno seminato la paura e l’odio per i diversi. Hanno fascistizzato il senso comune.

Hanno screditato, con la diffamazione di quanti salvano vite umane, la pratica del soccorso di chi è in pericolo di vita e, con essa, i normali sentimenti di umanità che formano il presupposto della democrazia.

Per questo per non vergognarci dei nostri governanti ci aspetteremmo, da questo governo, una svolta radicale, consistente nella cancellazione pura e semplice della parte del decreto in via di conversione che ancora lascia aperta la possibilità di impedire e sanzionare l’accesso nelle nostre acque territoriali delle navi che salvano vite umane in mare. È in questione non solo il diritto alla vita e la dignità di persone dei naufraghi, ma anche la nostra dignità e la dignità della nostra Repubblica.

È l’intervento svolto dall’autore nel convegno “Europa: migranti e richiedenti asilo. Per una svolta di civiltà” organizzato a Roma il 14 ottobre da Fondazione Basso, Asgi, Magistratura democratica, Cgil, Cisl e Uil, pubblicato anche da il manifesto, in uno speciale comprensivio di ulteriori interventi, il 20 novembre.

da qui

martedì 11 dicembre 2018

Decolonizzare i diritti umani - Ajamu Baraka




“… Il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo…”. Sono le parole del preambolo della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (acronimo inglese UDHR – Universal Declaration of Human Rights), promulgata settant’anni fa, il 10 dicembre 1948. Queste parole si supponeva che riflettessero una nuova comprensione delle cause della guerra e un impegno riguardo ai più alti valori della “comunità internazionale”.
L’UDHR è stato il primo maggior strumento prodotto dalle Nazioni Unite (ONU), un’istituzione anche essa creata alla fine della seconda guerra mondiale. La sua creazione fu salutata come qualcosa che avrebbe dato sostanza istituzionale alla promessa da parte degli stati membri di promuovere la cooperazione internazionale, per impegnarsi in relazioni pacifiche tra gli stati e per rispettare i diritti umani e le libertà fondamentali.
Secondo Eleanor Roosevelt, moglie del presidente Roosevelt e rappresentante degli Stati Uniti nella Commissione dell’ONU per i Diritti Umani, cioè la struttura responsabile della creazione dell’UDHR, la dichiarazione rifletteva quei diritti naturali ed eterni che, tuttavia, non erano sempre visti ma che nelle circostanze appropriate potevano essere rivelate e coltivate.
Molti pensarono che l’UDHR con il suo impegno per la libertà di pensiero e di parola, di assemblea, per l’istruzione, la previdenza sociale per tutta la vita, la assistenza sanitaria, per il diritto alla cultura, rappresentava la speranza di una comunità internazionale che aveva imparato dalla carneficina della Seconda guerra mondiale, che era cresciuta e che era pronta a focalizzarsi collettivamente sulla dignità di tutti.
Settant’anni dopo, la testimonianza storica è chiara. Invece di riconoscere la dignità e il valore intrinseco di individui e di collettivi, il periodo postbellico è stato un’epoca di depravazione umana. Si stima che la violenza diretta e indiretta statale e non statale abbia causato oltre trenta milioni di morti, intere nazioni distrutte, la normalizzazione della tortura, lo stupro come arma di guerra, milioni di sfollati e ancora una volta l’ascesa di movimenti neofascisti in tutta l’Europa e in tutti gli Stati Uniti.
Che cosa è accaduto?
Ciò che è accaduto è la continuazione del patriarcato suprematista bianco coloniale / capitalista pan-europeo. Il progetto storico temporaneamente deviato dalla guerra come conseguenza dei tedeschi che portarono gli orrori del dominio coloniale scatenati dall’invasione europea di quelle che diventarono le “Americhe” nel 1492, di nuovo in Europa e applicati ad altri europei. Ma una volta che Hitler fu dispensato, la brutalità sistematica che creò “l’Europa” continuò. Dopo che, però, ci si sbarazzò di Hitler, continuò la brutalità sistematica che creò la “Europa”.
La dottrina della scoperta, della schiavitù, del destino manifesto, del fardello dell’uomo bianco, della responsabilità di proteggere, di tutte le espressioni ideologiche e politiche rappresentano ciò che Enrique Dussell definiva la parte inferiore di quella che viene chiamata modernità occidentale. Quella parte inferiore che razionalizzava la stratificazione degli esseri umani in quelli con diritti e quelli che si potevano uccidere, schiavizzare, stuprare, condannava i non europei colonizzati a quello che Fanon chiamava “la zona del non essere”.
Il progetto paneuropeo rappresentava una logica e un fondamento logico al centro dell’identità europea e della sua base materiale. Ha creato un imperativo a cui non si poteva facilmente rinunciare, senza negare proprio  l’idea e la materialità dell’Europa e ciò che era inteso come modernità. Pertanto, c’è stata sempre una contraddizione interna nel pensiero europeo, compresa e rafforzata durante il cosiddetto Illuminismo che produceva una malattia analitica e concettuale che può essere spiegata soltanto come una specie di psicopatologia.
Nell’agosto del 1941, mentre la marcia nazista in tutta Europa era in piena esecuzione, la forza retorica dei diritti umani collettivi trovò espressione nella Carta Atlantica creata dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna. La Carta affermava tra gli altri principi che “tutte le persone hanno il diritto di scegliere la forma di governo in base alla quale vivono”. Dichiarava audacemente che per le persone a cui era stato negato questo diritto fondamentale, l’obiettivo della guerra era vedere “i diritti sovrani e l’autogoverno restituiti a coloro che erano stati forzatamente privati ​​dei loro”. Per i 750 milioni di soggetti coloniali e le decine di migliaia di persone arruolati per combattere in guerra, questa era musica per le loro orecchie.
La Carta Atlantica è servita come base per la Dichiarazione delle Nazioni Unite, nel 1942, redatta dalle 26 nazioni allora in guerra, e successivamente da altre 21 nazioni. La Dichiarazione approvava la Carta Atlantica ed esprimeva la convinzione che la vittoria completa sui loro nemici è essenziale per difendere la vita, la libertà, l’indipendenza e la libertà religiosa, e per preservare i diritti umani e la giustizia nelle proprie terre e anche nelle altre. Infine, molti dei soggetti coloniali credevano che i principi della guerra e della lotta contro il razzismo e il dominio dei bianchi in Europa, avrebbero permesso a tutti coloro che erano ancora colonizzati e ai quali venivano negati i diritti democratici nazionali, di assumere un nuovo status di esseri umani, e di esercitare i diritti nazionali proprio come gli Europei bianchi.
Winston Churchill e Franklin Delano Roosevelt, il leader britannico e quello statunitense, hanno chiarito che i principi contenuti nella Carta Atlantica non si applicavano ai soggetti coloniali nei territori coloniali, ma soltanto alle nazioni d’Europa che erano sotto il “giogo nazista”.
Che cosa è accaduto all’idea di diritti umani?
Samuel Huntington è stato chiaro nel suo libro Clash of Civilizations (Scontro di civiltà): “L’Occidente ha vinto il mondo non con la superiorità delle sue idee o per i valori della religione (a cui pochi membri di altre civiltà si sono convertiti) ma piuttosto con la sua superiorità nell’applicare la violenza organizzata. Gli Occidentali spesso dimenticano questo fatto; i non-Occidentali non lo dimenticano mai”.
Quindi, quando gli interessi per mantenere il progetto coloniale / capitalista paneuropeo, che è fondamentalmente basato sulla violenza sistematica, si scontrarono rispetto alla “dignità intrinseca di tutti i membri della famiglia umana”, i loro diritti umani e le loro libertà fondamentali, quei altisonanti principi liberali furono sacrificati all’altare della realpolitik. In realtà, non sono stati effettivamente sacrificati. Perché, come abbiamo visto, quei principi liberali non sono mai stati pensati per essere applicati a soggetti coloniali non europei.
Gli imperi europei della fine del 19° secolo e dell’inizio del 20°, sfiniti da due guerre devastanti, si trovarono come vassalli feriti davanti a un egemone emerso da poco tempo: gli Stati Uniti che fu allora il leader incontrastato del mondo capitalista occidentale, o quello che i propagandisti imperialisti avrebbero chiamato il “mondo libero.” I Britannici, i Francesi e i Portoghesi che dipendevano ancora dai loro imperi coloniali ma che erano indeboliti dalla guerra, furono, cionondimeno costretti a tentare di  imporsi di nuovo ai soggetti coloniali dopo la guerra. Questi sforzi furono appoggiati dagli Stati Uniti in quello che Kwame Nkrumah chiamò il processo post-bellico di “imperialismo collettivo.”
Perciò, dopo la promulgazione dell’UDHR, i diritti umani individuali e collettivi sono stati violati dall’Algeria al Vietnam, al Kenya e all’India e, alla fine, in Angola e in Mozambico e in molte nazioni intermedie. L’impegno a mantenere il dominio europeo coloniale/capitalista, ha prodotto un vero bagno di sangue in cui letteralmente milioni morirono milioni di persone e intere nazioni e culture furono distrutte.
Quello che, però, è incredibile, riguardo a questa orgia di morte e di distruzione imposta a così tante persone nel corso di decenni e di secoli, è che, contemporaneamente al  commettere genocidi e a schiavizzare e a perfezionare nuove e più efficaci armi di distruzione di massa, l’Occidente avrebbe sostenuto di essere il difensore dei diritti umani, e l’ha fatta  ampiamente franca. L’impegno occidentale per i diritti umani e le libertà fondamentali, si è rivelato di nuovo per la bugia che è sempre stato per i popoli colonizzati del mondo. Inoltre, con il cinismo e la psicopatologia prodotti dalla disfunzionalità cognitiva della supremazia bianca, gli Stati Uniti e il mondo occidentale si sono proclamati creatori e difensori dei diritti umani quando il sangue scorreva in tutto il pianeta.
Questo è il motivo per cui sostengo che se i diritti umani hanno un’incredibilità, un’applicabilità “universale”, qualsiasi valore, devono essere colti dalla barbara presa dell’Europa e de-colonizzata.
La disfunzionalità cognitiva della coscienza bianca suprematista rende gli europei infetti a causa di questa malattia,  incapaci di “distinguere” la storia contraddittoria dal pensiero liberale dall’Illuminismo del periodo contemporaneo che continua a organizzare in strati gli esseri umani e le civiltà e le culture umane. La presunta superiorità delle culture e dei popoli occidentali non è nemmeno un punto di disputa. Il suo sviluppo materiale, le meraviglie della sua scienza, la varietà dei suoi beni di consumo sono tutte testimonianze della sua innata superiorità.
Il problema è che tutto questo si basa su bugie. Come ci ha ricordato Franz Fanon, l’Europa è una creazione del colonialismo.
Questa è stata la terribile contraddizione nel cuore del progetto coloniale europeo. La biforcazione degli esseri umani in coloro che hanno diritti e quelli che non ne hanno,  è ed è sempre stata una distinzione razziale. In che altro modo si può spiegare come un Benjamin Netanyahu, un criminale le cui mani grondano del sangue dei Palestinesi, può essere onorato dal Congresso degli Stati Uniti, mentre Marc Lamont Hill può essere licenziato dalla CNN per avere difeso i diritti dei Palestinesi?
Non è, quindi, una coincidenza, che lo stesso anno in cui è stata promulgata la, Israele sia nato come nazione dopo aver costretto con il terrore 750.000 palestinesi ad abbandonare le loro case e territori, e che i nazionalisti bianchi olandesi abbiano preso il potere in Sud Africa, iniziando la formalizzazione dei loro sistema di apartheid razziale, è lo stesso anno in cui entrambe le nazioni sono state benvenute nella comunità delle nazioni senza molte polemiche.
Gli unici che stavano sottolineando la contraddizione insita nel riconoscere un regime come quello sudafricano e nel mettere in discussione la spogliazione dei diritti dei palestinesi, erano Afroamericani impegnati in seri sforzi di patrocinio presso le Nazioni Unite, chiedendo la fine del colonialismo e dell’oppressione razziale negli Stati Uniti e in tutto il mondo coloniale.
La creazione del pensiero suprematista bianco, rappresentato dal liberalismo classico che converge con la necessità materiale della dominazione allo scopo di sfruttare, rappresenta un certo tipo di dialettica colonialista che ha assicurato il fallimento del progetto di diritti umani centrato sullo stato, legalista e liberale degli ultimi settant’anni, mentre scatenando allo stesso tempo un’epoca continua di capitalismo parassitario.
L’idea dei diritti umani oggi serve principalmente come supporto ideologico per l’imperialismo aggressivo. La versione del 21° secolo del “fardello dell’uomo bianco” si riflette nel concetto di “intervento umanitario” e nella “responsabilità di proteggere”. L’intervento umanitario e il diritto di proteggere evocano il presupposto non riconosciuto dei suprematisti bianco che la “comunità internazionale” – intesa come governo dell’Occidente capitalista – ha il dovere e il diritto di arrestare, bombardare, invadere, perseguire, sanzionare, assassinare e violare la legge internazionale in qualunque luogo del pianeta per “salvare” le persone sulla base delle proprie determinazioni e dei propri valori.
Come ho detto in molte occasioni: “De-contestualizzata dalla realtà della dominazione euro-americana globalizzata, l’idea che ci sia una responsabilità collettiva da parte degli stati per proteggere le persone dalle violazioni gravi e sistematiche dei diritti umani associate a crimini di guerra, genocidio, crimini contro l’umanità e la pulizia etnica potrebbe essere vista come uno sviluppo progressivo delle relazioni internazionali e della moralità globale, anche se tale protezione è offerta in modo selettivo. Ma nelle mani di una arrogante minoranza che domina ancora il sistema internazionale e considera che il suo progetto di civiltà rappresenta l’apice dello sviluppo umano, il diritto di proteggere è diventato una comoda copertura per razionalizzare e giustificare la continua egemonia globale euro-americana attraverso l’uso di interventi armati per rimodellare le realtà locali in linea con gli interessi geopolitici occidentali“.
Comunque, l’idea dei diritti umani non deve essere gettata via, ma deve essere decolonizzata se vuole avere un valore per le persone e le classi oppresse.
Dobbiamo abbracciare ed esercitare la tradizione radicale nera dei diritti umani  e la sua successiva espressione in ciò che chiamo ”(i) diritti umani incentrati sulle persone” (PCHR) – People(s) Centered Human Rights. I PCHR sono dei diritti non oppressivi che riflettono il più alto impegno alla dignità umane universale e alla giustizia sociale che gli individui e i gruppi di individui definiscono e proteggono da soli per mezzo per mezzo della lotta sociale.
Questo è l’approccio della Tradizione Radicale Nera per i diritti umani. È un approccio che vede i diritti umani come un’arena di lotta che, quando è radicata e consapevole per mezzo dei  bisogni e delle aspirazioni degli oppressi, diventa parte di una strategia globale unificata per la decolonizzazione e il cambiamento sociale radicale.
La caratteristica che distingue la struttura incentrata sulle persone, rispetto a tutte le prevalenti scuole per la teoria e la pratica dei diritti umani, è che è basata sulla comprensione che realizzare la serie completa dell’idea di diritti umani ancora in via di sviluppo, richiede: 1) una rottura epistemologica con un’ortodossia dei diritti umani fondata sul liberalismo euro-centrico; 2) una concettualizzare di nuovo i diritti umani dal punto di vista dei gruppi oppressi; 3) una ristrutturazione delle relazioni sociali prevalenti che perpetuano l’oppressione;  4) l’acquisizione del potere da parte degli oppressi per realizzare quella ristrutturazione.
Siamo d’accordo con  Bell Hooks* che ci ricorda che “per essere impegnati per la giustizia dobbiamo credere che l’etica sia importante, che è fondamentale avere un sistema di moralità condivisa”. Il PCHR è basato sulle esperienze delle persone, fonte della sua legittimità. È, quindi, un prodotto storico nato dall’oppressione, “intersezionale” e impegnato nella trasformazione globale della società. È un tentativo di sviluppare politiche di integrità quando si tratta di diritti umani. Una politica dell’essere integro che, nelle parole dell’attivista di Portorico, Aurora Levins Morales indica:
“I sacrifici, né quelli globali e neanche quelli locali, non ignorano né le strutture istituzionali di potere né il loro impatto più personale sulla vita dei singoli individui. Questo integra ciò che l’oppressione continua a infrangere. Ristabilisce le connessioni, non soltanto con il futuro che sogniamo, ma proprio qui, nella gloria, tumultuosa, speranzosa, caotica e nel presente imprevedibile”.
Non abbiamo altri settant’anni per decolonizzare. Le contraddizioni ecologiche, sociali, economiche, politiche e spirituali della modernità, ancora guidate dal colonialismo occidentale, rivelano i termini della lotta. O noi (il popolo come progetto storico ancora in formazione) rovesciamo l’oligarchia borghese globale e costruiamo un nuovo mondo, oppure sperimenteremo quella che alcuni dicono sarà la sesta estinzione. È ancora tutto nelle nostre mani, ma non abbiamo molto tempo.

Traduzione di Maria Chiara Starace per znetitaly.org (© 2018 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0). Fonte originale: counterpunch.org
Ajamu Baraka fa parte di Black Alliance for Peace e collabora con diversi siti e giornali.


lunedì 28 maggio 2018

“Aiutiamoli a casa loro”, l’urlo arrogante degli illusi - Antonella Sinopoli


Toni Iwobi, 63 anni nato in Nigeria, naturalizzato italiano, primo nero eletto senatore della Repubblica italiana;  Idy Diene, 54 anni, ambulante senegalese con regolare permesso di soggiorno ucciso a Firenze per nessun motivo, tranne il colore della sua pelle; Segen (di lui non si sa neanche il cognome), 22 anni eritreo, morto di fame appena sbarcato in Italia a seguito di mesi di sofferenze, privazioni e torture nei centri libici. È successo tutto nel giro di poche settimane, tutto in Italia. E questo tutto, queste tre generazioni di africani concentrano in sé tante storie. La storia dell’Africa degli ultimi decenni (migliorata molto ma peggiorata per molti); la storia dei rapporti umani completamente distorti e in una fase regressiva che sembrerebbe senza ritorno; la storia delle disillusioni di un’Europa e di un mondo occidentale fondato sullo sfruttamento, sull’ingiustizia, sul doppio binario dei diritti.
Erano gli anni Ottanta del secolo scorso e dopo solo un paio di decenni dall’indipendenza molti Paesi africani cominciarono ad essere investiti da una forte crisi economica. Diversi i fattori: tra i principali il calo drammatico del prezzo del petrolio innescato dalla guerra del Kippur; la scelta di continuare l’errore delle amministrazioni coloniali di investire a livello agricolo sulla monocultura; l’emergere dei Big Man, leader impegnati a creare un’immagine di sé simile a quella degli ex colonizzatori – paternalistica,  non criticabile e tendente ad accumulare beni e prestigio per sé e per il proprio entourage – che stava quindi creando sempre più uno spartiacque tra l’élite al potere e la popolazione.
Fu a quell’epoca che cominciò per l’Africa la neo-colonizzazione fatta di “aiuti allo sviluppo” e soprattutto di prestiti “condizionati” da parte degli IFI, Istituti Finanziari Internazionali (leggi Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale). Alcune delle condizioni furono: svalutazione delle monete locali e riduzione della spesa pubblica. Come si può immaginare i tassi di disoccupazione – derivati anche all’allontanamento dalle aree rurali verso le città – aumentarono notevolmente ed è in questa fase che cominciò la prima ondata di emigrazione verso i Paesi europei. Paesi europei – Italia compresa – che erano invece in piena espansione economica e dove il nero era qualcosa di esotico, non ancora percepito come una minaccia. Di questa fase felice si sono avvantaggiate tante classi medio alte africane o ragazzi al seguito di  congregazioni religiose o missionari. È di quella stagione che fa parte il fortunato Toni Iwobi, che oggi farebbe parte della categoria del “migrante economico”.
“I peggiori nemici degli africani sono i  ‘fratelli’ africani”.  Non sono io a dirlo. Di questa “inimicizia” gli africani fanno le spese da secoli. A cominciare dalla tratta degli schiavi, quando i mercanti bianchi dovevano necessariamente trovare appoggi e accordi con i chief locali per il rifornimento della merce e per avere strada libera sui territori di caccia. Si passò poi alla colonizzazione. Epoca in cui lo sfruttamento si spostava dalla forza lavoro, le braccia negre, alla terra e ai suoi prodotti, compresi quelli minerari. Ma anche la colonizzazione – come era stato per i mercanti di schiavi – aveva bisogno di “alleati” in loco. Il cambiamento delle strutture sociali e comunitarie africane provocato dall’indirect rule di stampo britannico, ad esempio, fu enorme, come sempre più enorme fu il divario che si determinò tra i “capi” e il resto delle popolazioni.
Era di questi capi che il potere coloniale si serviva per controllare, amministrare, gestire, sfruttare i territori. Questo lungo, eppure sintetico, preambolo storico, è necessario per sottolineare che solo chi non conosce la storia – o non vuole farci i conti – può salire su un palco (o palcoscenico…) e urlare “Aiutiamoli a casa loro!” E questo vale se l’urlo viene da uno di pelle bianca o di pelle nera. Anzi no, se viene da un africano non è affatto una presa di coscienza della realtà contemporanea, è piuttosto prova di chiusura e mancanza di conoscenza. Se non fosse così Iwobi – e quelli che la pensano come lui – saprebbe che il federalismo nel suo Paese di origine ha forse funzionato in qualche misura, poi sono cominciati i drammi, comprese le parcellizzazioni del potere, gli estremismi religiosi – che spesso coprono gli estremismi di casta (non uso questo termine a caso) e di appartenenza tribale (e anche questo termine è adeguato alla realtà africana voluta dai colonizzatori). Se il senatore nero avesse coscienza di ciò che dice non oserebbe dire ai fratelli neri di restarsene a casa, laddove il loro presidente lascia la gestione dello Stato per mesi e mesi per andarsi a curare all’estero perché non si fida – e a ragione – degli ospedali del Paese che dirige. E questo non vale solo per la Nigeria.
Da qualche anno gli africani hanno ricominciato i viaggi della speranza in Europa, ma dagli anni Ottanta del secolo scorso molte cose sono cambiate. E gli africani di tutte le età si sono incrociati con un numero imprecisato di volontari venuti a salvarli e probabilmente molti giovani si sono domandati (e si domandano): perché lui può venire qui da me e io non posso? Perché devo farmi accudire e fotografare e trattare con superiorità da lui (o lei) che ha 18-20 anni come me ma sembra saperla lunga su tutto? Intanto la globalizzazione è scoppiata anche in Africa, peccato che però abbia reso i ricchi più ricchi e i poveri più poveri. Nel frattempo la prima ondata di migranti ha continuato a spedire soldi a casa e con quelle rimesse ci hanno vissuto intere famiglie i cui figli pensano: posso farlo anch’io, anch’io posso andare a lavorare in Europa e mantenere la mia famiglia.
In seguito dopo l’allontanamento forzato dei primi anni dell’indipendenza i coloni bianchi sono tornati, sotto forma di prestiti degli IFI, sotto forma di aziende e multinazionali, sotto forma di espatriati – non me ne vogliano visto che lo sono anch’io. Si sono stabiliti, hanno aperto uffici, aziende, business vari e siamo solo all’inizio perché, per chi non lo sapesse, l’Africa negli ultimi anni è una delle mete preferite dagli italiani.
Ovvio che poi tra i neri che stanno a casa loro ci sia qualcuno che si domanda: Perché il mio Paese apre le porte a tutti ma gli altri ci chiudono le porte in faccia? Perché è proprio questo quello che succede. Gli africani sono in realtà prigionieri in casa loro. Il sistema dei passaporti (che in molti casi valgono niente) e dei visti (spesso rifiutati) e la chiusura sistematica delle frontiere rende impossibile alla maggior parte di loro viaggiare in modo regolare. Essì perché quando si urla all’”immigrato clandestino”, all’”immigrazione illegale”, si dimentica che sono le leggi europee a farne un clandestino.
Leggi ingiuste, create ad hoc per controllare una parte del mondo, leggi che – se ci fosse una norma di incostituzionalità con la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo – sarebbero leggi illegali.  All’africano medio non è permesso viaggiare per turismo – metti che uno voglia andare a Roma a vedere il Colosseo… Macché, solo gli africani ricchi e quelli sponsorizzati possono accedere alla cultura.
All’africano medio non è consentito guardare al resto del mondo come un luogo “normale” ma solo come una terra promessa, un luogo magico dove tutto diventerà possibile. Ma sappiate che comunque non tutti gli africani medi stanno lì a sognare l’America e, pensa un po’, c’è anche chi sa bene che l’Europa non è una cuccagna, ma… ci si prova, finché si ha la forza, la speranza, finché si ha un sogno. Finché la parola giustizia ha un senso. Perché questo termine, giustizia, non può essere spiegato. Non è un termine giuridico. Viene da dentro e anche chi non è mai andato a scuola, non ha mai letto la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo o non sa cosa sia il diritto ne percepisce il senso, ne conosce profondamente il significato. La giustizia, il senso del giusto, quella sì che non ha colore.
Nadine Gordimer era una bianca, una bianca sudafricana, ha scritto tra le pagine di impegno civile più belle che abbia letto. E non si limitava a scrivere, marciava. Marciava con i neri e per i neri, e certo non ne avrebbe avuto bisogno. I diritti civili erano tutti dalla sua parte. Ma lei marciava con gli altri, i neri, e scriveva. Contro l’apartheid, contro la discriminazione razziale. Contro una legge disumana. Raccontando cosa accadeva. Questo è un esempio reale in cui il nero e il bianco davvero si fondono, si fondono in una parola: giustizia.
Ma per applicare la giustizia, per sentirla dentro come valore morale assoluto oggi che sembriamo vivere e agire in stato confusionale abbiamo bisogno di agganci, di supporti forti e sicuri. Uno di questi è la conoscenza. “Il più grande nemico della conoscenza non è l’ignoranza è l’illusione della conoscenza” – Stephen Hawking. Con questo torniamo al lungo preambolo di apertura. L’arroganza di sapere impedisce di studiare, di approfondire, di leggere, e quindi di capire. “Siamo condannati a vivere non solo con quello che abbiamo prodotto ma anche con quello che abbiamo ereditato”, scrive Achille Mbembe, uno dei più lucidi intellettuali contemporanei.
Il passato non è affatto archiviato, per due semplici motivi. Il primo è che il passato è tuttora presente, faccio solo un esempio: 14 Stati africani sono ancora obbligati a utilizzare la moneta francese con conseguenze che hanno a che fare con la sovranità politica ed economica del Paese e con la – reale – percezione di essere rimasti sotto il controllo coloniale. Il secondo è che solo il passato può spiegare le dinamiche e i rapporti di forza tra Europa e Africa oggi. Ritorno a Mbembe: “Non si può fare come se la schiavitù e la colonizzazione non fossero esistiti o come se le eredità di queste tristi epoche fossero state totalmente superate. Per fare un esempio, la trasformazione dell’Europa in ‘Fortezza’ e le leggi anti-straniero di cui si è dotato il Vecchio Continente all’inizio del secolo affondano le loro radici in una ideologia della selezione tra differenti specie umane, ideologia che continua a rafforzarsi, bene o male, mascherata”.
Dunque, a proposito di aiutarli a casa loro, se li lasciassimo per esempio gestire i propri affari a casa loro come noi pretendiamo per noi stessi sarebbe un primo passo verso la normalizzazione. Ma non sarà così perché ci piace la botte piena e la moglie ubriaca.  O, per dirvela a modo mio, ci piace l’Africa ma non ci piacciono gli africani. Ma questi africani, comunque la mettiate, non se ne staranno con le mani in mano aspettando le vostre decisioni. Continueranno ad essere la vostra spina nel fianco come noi lo siamo stati – o lo siamo ancora – per loro.
da qui

mercoledì 10 dicembre 2014

Dichiarazione Universale dei Diritti Umani

Il 10 dicembre 1948, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò e
proclamò la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, il cui testo completo è
stampato nelle pagine seguenti. Dopo questa solenne deliberazione,
l'Assemblea delle Nazioni Unite diede istruzioni al Segretario Generale di
provvedere a diffondere ampiamente questa Dichiarazione e, a tal fine, di
pubblicarne e distribuirne il testo non soltanto nelle cinque lingue ufficiali
dell'Organizzazione internazionale, ma anche in quante altre lingue fosse
possibile usando ogni mezzo a sua disposizione. Il testo ufficiale della
Dichiarazione è disponibile nelle lingue ufficiali delle Nazioni Unite, cioè
cinese, francese, inglese, russo e spagnolo.
______________________________________________________________
DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI UMANI
Preambolo
Considerato che il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della
famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento
della libertà, della giustizia e della pace nel mondo;
Considerato che il disconoscimento e il disprezzo dei diritti umani hanno
portato ad atti di barbarie che offendono la coscienza dell'umanità, e che
l'avvento di un mondo in cui gli esseri umani godano della libertà di parola e di
credo e della libertà dal timore e dal bisogno è stato proclamato come la più
alta aspirazione dell'uomo;
Considerato che è indispensabile che i diritti umani siano protetti da norme
giuridiche, se si vuole evitare che l'uomo sia costretto a ricorrere, come ultima
istanza, alla ribellione contro la tirannia e l'oppressione;
Considerato che è indispensabile promuovere lo sviluppo di rapporti
amichevoli tra le Nazioni;
Considerato che i popoli delle Nazioni Unite hanno riaffermato nello Statuto la
loro fede nei diritti umani fondamentali, nella dignità e nel valore della persona
umana, nell'uguaglianza dei diritti dell'uomo e della donna, ed hanno deciso di
promuovere il progresso sociale e un miglior tenore di vita in una maggiore
libertà;
Considerato che gli Stati membri si sono impegnati a perseguire, in
cooperazione con le Nazioni Unite, il rispetto e l'osservanza universale dei
diritti umani e delle libertà fondamentali;
Considerato che una concezione comune di questi diritti e di questa libertà è
della massima importanza per la piena realizzazione di questi impegni;
L'ASSEMBLEA GENERALE
proclama
la presente dichiarazione universale dei diritti umani come ideale comune da
raggiungersi da tutti i popoli e da tutte le Nazioni, al fine che ogni individuo ed
ogni organo della società, avendo costantemente presente questa
Dichiarazione, si sforzi di promuovere, con l'insegnamento e l'educazione, il
rispetto di questi diritti e di queste libertà e di garantirne, mediante misure
progressive di carattere nazionale e internazionale, l'universale ed effettivo
riconoscimento e rispetto tanto fra i popoli degli stessi Stati membri, quanto
fra quelli dei territori sottoposti alla loro giurisdizione.
Articolo 1
Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono
dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di
fratellanza.
Articolo 2
Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella
presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di
colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di
origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione.
Nessuna distinzione sarà inoltre stabilita sulla base dello statuto politico,
giuridico o internazionale del paese o del territorio cui una persona appartiene,
sia indipendente, o sottoposto ad amministrazione fiduciaria o non autonomo,
o soggetto a qualsiasi limitazione di sovranità.
Articolo 3
Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria
persona.
Articolo 4
Nessun individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù o di servitù; la
schiavitù e la tratta degli schiavi saranno proibite sotto qualsiasi forma.
Articolo 5
Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamento o a
punizione crudeli, inumani o degradanti.
Articolo 6
Ogni individuo ha diritto, in ogni luogo, al riconoscimento della sua personalità
giuridica.
Articolo 7
Tutti sono eguali dinanzi alla legge e hanno diritto, senza alcuna
discriminazione, ad una eguale tutela da parte della legge. Tutti hanno diritto
ad una eguale tutela contro ogni discriminazione che violi la presente
Dichiarazione come contro qualsiasi incitamento a tale discriminazione.
Articolo 8
Ogni individuo ha diritto ad un'effettiva possibilità di ricorso a competenti
tribunali contro atti che violino i diritti fondamentali a lui riconosciuti dalla
costituzione o dalla legge.
Articolo 9
Nessun individuo potrà essere arbitrariamente arrestato, detenuto o esiliato.
Articolo 10
Ogni individuo ha diritto, in posizione di piena uguaglianza, ad una equa e
pubblica udienza davanti ad un tribunale indipendente e imparziale, al fine
della determinazione dei suoi diritti e dei suoi doveri, nonché della fondatezza
di ogni accusa penale che gli venga rivolta.
Articolo 11
1. Ogni individuo accusato di un reato è presunto innocente sino a che la
sua colpevolezza non sia stata provata legalmente in un pubblico
processo nel quale egli abbia avuto tutte le garanzie necessarie per la
sua difesa.
2. Nessun individuo sarà condannato per un comportamento commissivo
od omissivo che, al momento in cui sia stato perpetuato, non
costituisse reato secondo il diritto interno o secondo il diritto
internazionale. Non potrà del pari essere inflitta alcuna pena superiore
a quella applicabile al momento in cui il reato sia stato commesso.
Articolo 12
Nessun individuo potrà essere sottoposto ad interferenze arbitrarie nella sua
vita privata, nella sua famiglia, nella sua casa, nella sua corrispondenza, né a
lesione del suo onore e della sua reputazione. Ogni individuo ha diritto ad
essere tutelato dalla legge contro tali interferenze o lesioni.
Articolo 13
1. Ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i
confini di ogni Stato.
2. Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e
di ritornare nel proprio paese.
Articolo 14
1. Ogni individuo ha il diritto di cercare e di godere in altri paesi asilo dalle
persecuzioni.
2. Questo diritto non potrà essere invocato qualora l'individuo sia
realmente ricercato per reati non politici o per azioni contrarie ai fini e ai
principi delle Nazioni Unite.
Articolo 15
1. Ogni individuo ha diritto ad una cittadinanza.
2. Nessun individuo potrà essere arbitrariamente privato della sua
cittadinanza, né del diritto di mutare cittadinanza.
Articolo 16
1. Uomini e donne in età adatta hanno il diritto di sposarsi e di fondare
una famiglia, senza alcuna limitazione di razza, cittadinanza o religione.
Essi hanno eguali diritti riguardo al matrimonio, durante il matrimonio e
all'atto del suo scioglimento.
2. Il matrimonio potrà essere concluso soltanto con il libero e pieno
consenso dei futuri coniugi.
3. La famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società e ha diritto
ad essere protetta dalla società e dallo Stato.
Articolo 17
1. Ogni individuo ha il diritto ad avere una proprietà sua personale o in
comune con altri.
2. Nessun individuo potrà essere arbitrariamente privato della sua
proprietà.
Articolo 18
Ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione; tale
diritto include la libertà di cambiare di religione o di credo, e la libertà di
manifestare, isolatamente o in comune, e sia in pubblico che in privato, la
propria religione o il proprio credo nell'insegnamento, nelle pratiche, nel culto
e nell'osservanza dei riti.
Articolo 19
Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il
diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare,
ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza
riguardo a frontiere.
Articolo 20
1. Ogni individuo ha diritto alla libertà di riunione e di associazione
pacifica.
2. Nessuno può essere costretto a far parte di un'associazione.
Articolo 21
1. Ogni individuo ha diritto di partecipare al governo del proprio paese, sia
direttamente, sia attraverso rappresentanti liberamente scelti.
2. Ogni individuo ha diritto di accedere in condizioni di eguaglianza ai
pubblici impieghi del proprio paese.
3. La volontà popolare è il fondamento dell'autorità del governo; tale
volontà deve essere espressa attraverso periodiche e veritiere elezioni,
effettuate a suffragio universale ed eguale, ed a voto segreto, o
secondo una procedura equivalente di libera votazione.
Articolo 22
Ogni individuo, in quanto membro della società, ha diritto alla sicurezza
sociale, nonché alla realizzazione attraverso lo sforzo nazionale e la
cooperazione internazionale ed in rapporto con l'organizzazione e le risorse di
ogni Stato, dei diritti economici, sociali e culturali indispensabili alla sua
dignità ed al libero sviluppo della sua personalità.
Articolo 23
1. Ogni individuo ha diritto al lavoro, alla libera scelta dell'impiego, a
giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro ed alla protezione contro la
disoccupazione.
2. Ogni individuo, senza discriminazione, ha diritto ad eguale retribuzione
per eguale lavoro.
3. Ogni individuo che lavora ha diritto ad una rimunerazione equa e
soddisfacente che assicuri a lui stesso e alla sua famiglia una
esistenza conforme alla dignità umana ed integrata, se necessario, da
altri mezzi di protezione sociale.
4. Ogni individuo ha diritto di fondare dei sindacati e di aderirvi per la
difesa dei propri interessi.
Articolo 24
Ogni individuo ha diritto al riposo ed allo svago, comprendendo in ciò una
ragionevole limitazione delle ore di lavoro e ferie periodiche retribuite.
Articolo 25
1. Ogni individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la
salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare
riguardo all'alimentazione, al vestiario, all'abitazione, e alle cure
mediche e ai servizi sociali necessari; ed ha diritto alla sicurezza in
caso di disoccupazione, malattia, invalidità, vedovanza, vecchiaia o in
altro caso di perdita di mezzi di sussistenza per circostanze
indipendenti dalla sua volontà.
2. La maternità e l'infanzia hanno diritto a speciali cure ed assistenza.
Tutti i bambini, nati nel matrimonio o fuori di esso, devono godere della
stessa protezione sociale.
Articolo 26
1. Ogni individuo ha diritto all'istruzione. L'istruzione deve essere gratuita
almeno per quanto riguarda le classi elementari e fondamentali.
L'istruzione elementare deve essere obbligatoria. L'istruzione tecnica e
professionale deve essere messa alla portata di tutti e l'istruzione
superiore deve essere egualmente accessibile a tutti sulla base del
merito.
2. L'istruzione deve essere indirizzata al pieno sviluppo della personalità
umana ed al rafforzamento del rispetto dei diritti umani e delle libertà
fondamentali. Essa deve promuovere la comprensione, la tolleranza,
l'amicizia fra tutte le Nazioni, i gruppi razziali e religiosi, e deve favorire
l'opera delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace.
3. I genitori hanno diritto di priorità nella scelta del genere di istruzione da
impartire ai loro figli.
Articolo 27
1. Ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale
della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso
scientifico ed ai suoi benefici.
2. Ogni individuo ha diritto alla protezione degli interessi morali e materiali
derivanti da ogni produzione scientifica, letteraria e artistica di cui egli
sia autore.
Articolo 28
Ogni individuo ha diritto ad un ordine sociale e internazionale nel quale i diritti
e le libertà enunciati in questa Dichiarazione possano essere pienamente
realizzati.
Articolo 29
1. Ogni individuo ha dei doveri verso la comunità, nella quale soltanto è
possibile il libero e pieno sviluppo della sua personalità.
2. Nell'esercizio dei suoi diritti e delle sue libertà, ognuno deve essere
sottoposto soltanto a quelle limitazioni che sono stabilite dalla legge
per assicurare il riconoscimento e il rispetto dei diritti e delle libertà
degli altri e per soddisfare le giuste esigenze della morale, dell'ordine
pubblico e del benessere generale in una società democratica.
3. Questi diritti e queste libertà non possono in nessun caso essere
esercitati in contrasto con i fini e principi delle Nazioni Unite.
Articolo 30
Nulla nella presente Dichiarazione può essere interpretato nel senso di
implicare un diritto di un qualsiasi Stato, gruppo o persona di esercitare
un'attività o di compiere un atto mirante alla distruzione di alcuno dei diritti e

delle libertà in essa enunciati.