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lunedì 22 giugno 2026

I volontari della Flotilla come i partigiani

La Flotilla ha vinto: nonostante tutto - Livio Pepino

Ora che i riflettori sulla spedizione verso Gaza della Global Sumud Flotilla si stanno spegnando, è tempo di valutazioni, anche in prospettiva. C’è un punto fermo: le imprese, per mare e per terra, della Flotilla sono state uno degli eventi più importanti e innovativi degli ultimi anni. A dispetto della repressione violenta e indiscriminata delle autorità israeliane, della macchina del fango messa in campo dalla destra, delle sottovalutazioni e dei silenzi (iniziali ma non solo) della stampa e della sufficienza di molti (anche a sinistra). Ancora una volta la politica ufficiale non ha capito nulla e anche in settori non pregiudizialmente ostili alla Flotilla si è detto e ripetuto che si trattava solo di un’impresa dimostrativa, che l’impossibilità di approdare a Gaza era scontata e rendeva l’impresa sostanzialmente inutile, che ci vuole ben altro per aiutare i Palestinesi e via seguitando con una sequela di banalità. I fatti hanno dimostrato esattamente il contrario.

L’autunno scorso la prima spedizione della Flotilla ha prodotto, come ha scritto Marco Revelli, «l’irrompere di un tempo nuovo, qualcosa di impensabile fino a poco prima, d’invisibile, che d’improvviso emerge alla superficie e rivela un cambiamento di orizzonte nel modo di guardare le cose, e di sentire ciò che accade, e di percepire il nostro posto nel mondo. La giornata del 3 di ottobre – i due milioni nelle cento piazze – ma anche del 4 – un milione tondo tondo nelle strade di Roma – e pure del 22 settembre, la prima epifania di quel sommovimento –, sono di questo tipo: con i loro mutamenti tellurici nel costume, nella morale condivisa, nel comportamento finiscono per travolgere, a volerli interpretare per quello che sono, tutti i modi consolidati di considerare i fatti politici e sociali, rendendo inutili – o se si preferisce “obsolete” – le vecchie forme del discorso e dello stesso scontro politico». Quel che è stato innescato dall’impresa della Flotilla – smentendo la vulgata di un mondo condannato all’indifferenza e all’egoismo – è una voglia di partecipazione, di presa di parola, di protagonismo che ha riempito le vie, le piazze, gli spazi pubblici di un’infinità di corpi, di voci, di canti e di suoni uniti nel dire che non se ne può più di assistere passivamente all’orrore che quotidianamente si consuma sotto i nostri occhi e che ci sono i modi per dirlo e per pretendere il cambiamento. È stato, per molto versi, un miracolo.

Nei giorni scorsi, poi, la seconda avventura della Flotilla, con il nuovo atto di pirateria di Israele contro le barche in navigazione in acque internazionali, il sequestro dei relativi equipaggi, le torture e le umiliazioni inflitte a donne e uomini armati solo delle loro idee è stata altrettanto deflagrante. È stato abbattuto il muro dell’indifferenza costruito, nel nostro Paese e nell’intero Occidente, dalla grande stampa e dalle istituzioni, costrette finalmente ad ammettere quello da tempo – inascoltati – descrivevano prigionieri ed esuli palestinesi, attivisti, giornalisti, film makers e intellettuali non omologati. Di fronte ai maltrattamenti esibiti di propri cittadini i Governi occidentali non hanno potuto continuare a chiudere gli occhi. Non ha potuto farlo neppure il nostro ineffabile e balbettante ministro degli esteri. Certo, le reazioni sono state timide, riduttive, insufficienti ma il muro della complicità si è incrinato. La Palestina e, soprattutto, i palestinesi sono, almeno per un po’, diventati protagonisti, mentre termini come “genocidio” e “Stato canaglia” abbinati a Israele hanno cessato di essere tabù anche nell’establishment. Non basta ma è un salto di qualità importante, attribuibile proprio all’impresa della Flotilla.

Tutto questo ha un rilievo che va oltre la vicenda specifica e apre prospettive nuove e significative per i movimenti e per il variegato arcipelago che persegue un mondo diverso.

Primo. Con l’impresa della Flotilla sono tornati al centro del campo politico due valori desueti che sono, invece, fondamentali e capaci di suscitare entusiasmo e mobilitazione: la mancanza di tornaconto personale e l’universalismo. Le navi dirette a Gaza non hanno avuto sponsor esterni né finalità ulteriori rispetto all’aiuto concreto – diretto e indiretto – a Gaza e ai suoi abitanti. L’impresa è stata il frutto di una mobilitazione dal basso di associazioni, organizzazioni e singoli che hanno messo in campo solo – si fa per dire… – le proprie risorse, il proprio entusiasmo e i propri corpi. La gran parte di chi ha partecipato all’impresa e calcato le prigioni di Israele è sconosciuta ai più e non ha cercato riscontri mediatici né investimenti per il futuro. Il tutto in un mix di lingue, di nazionalità e di provenienze che ha ridato voce all’internazionalismo. La prima, univoca, lezione che se ne può trarre è che il denaro e i media non sono necessariamente il motore della politica e che i confini nazionali sono solo un’invenzione di chi vuole mantenere il mondo in condizioni di disuguaglianza e sfruttamento.

Secondo. Un ulteriore dato, non scontato, ha fatto irruzione sulla scena: l’integrazione di genere e di generazioni che ha caratterizzato le “spedizioni” e anche le manifestazioni che le hanno accompagnate. Donne, uomini, ragazzi e finanche anziani si sono mobilitati insieme e in condizioni di parità come non accadeva da tempo. I vuoti dibattiti da talk show e le pensose analisi sulla incomunicabilità e sull’inevitabile conflitto tra giovani e anziani e tra donne e uomini sono stati spazzati via, a dimostrazione che gli obiettivi condivisi e mobilitanti sono capaci di superare incomprensioni, diffidenze, diversità culturali. Ovviamente – e per fortuna – le differenze restano. Ma possono cessare di essere fattori di debolezza. E la strada tracciata dalla Flotilla può essere ulteriormente percorsa.

Terzo. C’è un’altra lezione: molti degli improvvisati marinai della Flotilla non avevano la più pallida idea di come si governa una barca in alto mare ma tutti sapevano che, per la riuscita dell’impresa, era necessario coniugare radicalità e non-violenza. Non sempre ciò è accaduto (e accade) nell’esperienza dei movimenti e altrettanto spesso la non-violenza è stata scambiata per debolezza o arrendevolezza. Ebbene, la reazione composta, pacifica e senza cedimenti degli equipaggi della Flotilla all’aggressione della marina israeliana ha fatto il giro del mondo mostrando a tutti da che parte sta la violenza e rendendo tangibile che la vittoria non è solo né sempre quella che si ottiene con le armi.

Quarto. L’immagine di questa flotta di barche disarmate che attraversavano, compatte, il Mediterraneo ha bucato i media addirittura al di là delle aspettative. La fantasia, l’inaspettato, finanche l’allegria si sono dimostrati strumenti vincenti di azione politica. Ben più di lunghe spiegazioni e ben prima che l’arroganza, la brutalità e la violenza di Israele aggiungessero il loro carico. La lezione è che la politica deve essere creativa.

Quinto. Quanto sin qui descritto non sarebbe accaduto e non avrebbe avuto l’impatto riscontrato senza il coraggio dei partecipanti all’impresa della Flotilla, ben consapevoli delle violenze, delle umiliazioni, degli insulta cui andavano incontro. La destra ha ironizzando parlando di “crociere” e di “vacanza” ma questa vergognosa speculazione è svanita di fronte alle fotografie e ai video degli attivisti inginocchiati, bendati, ammanettati, percossi, torturati. Senza coraggio, anche fisico, senza disponibilità a pagare di persona questo novello Davide non avrebbe incrinato il potere e la forza di Golia. Perché – come ha scritto su queste pagine Karim Metref – «per fare una rivoluzione bisogna pur sacrificare qualcosa: soldi, benessere, sicurezza, tempo, energia. Qualche volta bisogna sacrificare tutto: la vita».

C’è molto nell’impresa della Flotilla di cui fare tesoro. Se accadrà sarà più facile contrastare lo strapotere dei signori del mondo. Nulla è acquisito ma una strada è tracciata e non è cosa da poco.

da qui

 

I volontari della Flotilla come i partigiani: un paragone azzardato ma forse non troppo - Leonardo Botta

Fu la lotta partigiana, dopo le vergogne del fascismo, a consentire ad Alcide De Gasperi di rivendicare il pur compromesso orgoglio italiano alla Conferenza di Pace di Parigi

Quali effetti concreti, in termini di aiuti per Gaza, hanno prodotto le missioni della Global Sumud Flotilla? Oggettivamente pochi: non ho idea di quanti viveri o medicinali quelle imbarcazioni siano riuscite a recapitare nella Striscia, ma immagino si tratti di quantità risibili, se non nulle.

Dunque parliamo di missioni inutili? Tutt’altro: secondo me sono servite, e servono, a tenere in piedi l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale verso le tragedie del tormentato fronte mediorientale. Certo, il salpaggio di quelle vele ha scatenato strascichi di polemiche e anche l’evocazione di qualche opacità di cui non si sentiva l’esigenza: al netto di reiterate accuse di connivenza dei volontari con Hamas (finora mai provate e, anzi, fondate perlopiù su qualche documento falso prodotto dal governo israeliano), male non avrebbero fatto, i portavoce della missione a condannare pubblicamente e in maniera netta anche i crimini del terrorismo palestinese.

 

Ma spero comunque che di fronte alla storia recente qualcuno, come De Gasperi, dopo le posizioni cerchiobottiste di Meloni, La Russa, Tajani (quello secondo cui “il diritto internazionale vale fino a un certo punto”), quando ci sarà da spiegare come mai non si è quasi battuto ciglio nei confronti del governo di un paese che “democraticamente” bullizza buona parte del Medio Oriente da Gaza, al Libano, alla Cisgiordania, che utilizza mezzo Mediterraneo come la propria vasca da bagno, che ha risposto al vile e criminale attacco di Hamas del 7 ottobre con la mattanza di oltre 70 mila gazawi tra cui 20 mila tra bambini e adolescenti (ormai sono rimasti in pochi a contestare questi numeri), ecco, spero che quel qualcuno avrà l’onestà di affermare: “La nostra reputazione è salva anche grazie ai volontari della Flotilla”.

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lunedì 25 maggio 2026

Se Israele occupasse Linosa, che farebbe il Governo? - Domenico Gallo

 

Questa mattina alle prime luci dell’alba un commando di incursori della Marina israeliana è sbarcato nell’isola di Linosa e ha sequestrato dodici pescatori che in quel momento stavano sbarcando il pesce pescato nella notte. Nell’azione lampo durata appena quattro minuti, è stato sequestrato il pescato e le barche dei pescatori sono state affondate. Poche ore dopo Netanyahu si è recato nel bunker della Marina per complimentarsi con gli incursori e ha dichiarato che la loro sagace azione è servita a sventare un grave pericolo per la sicurezza d’Israele. Infatti, gli attivisti antisemiti, travestiti da pescatori; si preparavano a sbarcare il pesce in Palestina, imitando quell’agitatore che tanto fastidio aveva dato alle Autorità ebraiche 2000 anni fa con la sua pretesa di distribuire pani e pesci alle folle affamate di Galilea. Naturalmente quest’azione proditoria non è passata inosservata. La premier Meloni ha tuonato: noi siamo un paese sovrano, nessun può permettersi di violare la nostra sovranità e di rapire cittadini italiani, darò mandato a Tajani perché l’Europa applichi ad Israele 20 pacchetti di sanzioni come ha fatto con la Russia. Il ministro Nordio, dal canto suo, ha tuonato contro la mollezza dei magistrati e ha dichiarato che si aspetta il massimo rigore nella persecuzione dei reati commessi in territorio italiano.

Forse sta sognando, le cose non si sono svolte così. I dodici italiani sono stati sequestrati in alto mare su navi battenti bandiera italiana, quindi i reati di sequestro di persona e di rapina a mano armata comunque sono stati commessi in Italia. Dopo il sequestro dei dodici italiani, Israele ha attaccato tutte le altre imbarcazioni della Flotilla sequestrando oltre 400 persone, fra cui altri 29 italiani. Dal punto di vista del diritto non vi è nessuna differenza fra un rapimento avvenuto sulla spiaggia di Linosa e un rapimento avvenuto in alto mare su una nave italiana, né la durata del sequestro, concluso in pochi giorni, può incidere sulla sostanza del reato.

Questi fatti offendono lo stesso bene giuridico protetto dalle norme penali. Il pigolio delle autorità italiane, l’imbarazzo a reagire a un’offesa così grave portata contro lo Stato italiano, ci fanno capire quanto sia cialtronesco il nazionalismo di Meloni e compagni. Di fronte a questa scena muta, pur apprezzando l’impegno del Ministro Tajani a far rientrare subito in Italia i sequestrati, quello che viene in evidenza è la totale mancanza di dignità nazionale dei “patrioti” al governo. Soltanto dopo la diffusione del video degli ostaggi prostrati di fronte a Ben Gvir, è ritornata la parola alla Meloni, che ha qualificato come inaccettabile quello che tutti gli italiani avevano visto, senza trarne conseguenza alcuna. Il servilismo dei governi italiani (non solo la Meloni) verso l’alleato americano ci ha fatto accettare umiliazioni di ogni sorta della sovranità nazionale purché avvenissero riservatamente, si pensi al rapimento di Abu Omar effettuato da agenti della CIA a Milano il 17 febbraio 2003, ma ha anche incontrato dei limiti nel caso di violazioni commesse alla luce del sole, si pensi alla notte di Sigonella (10-11 ottobre 1985) quando i Carabinieri circondarono, armi alla mano, i militari della Delta Force per impedire l’estradizione illegale dei terroristi che avevano sequestrato la nave da crociera italiana Achille Lauro.

È curioso che da Israele, che non è nostro alleato e non fa parte della NATO, si accettino umiliazioni della nostra sovranità molto più gravi di quelle che abbiamo subito degli USA. L’unica spiegazione è la simpatia ideologica fra Fratelli d’Italia e Lega e le coordinate politiche che guidano l’azione del governo Netanyahu: disprezzo del diritto internazionale, suprematismo bianco, apartheid. Queste caratteristiche in Israele sono spinte fino all’estremo. In Italia un simile percorso non sarebbe possibile finché resiste la Costituzione, ma la Meloni appartiene alla stessa famiglia politica di Netanyahu e di Trump. Gli abbracci della Meloni a Netanyahu, i ripetuti viaggi di Salvini in Israele dove ha espresso sostegno politico incondizionato al Governo israeliano, definendo “assurda” la richiesta di arresto avanzata dalla Corte penale internazionale nei confronti di Netanyahu, testimoniano l’esistenza di uno stretto legame politico fra i due governi. Un legame che emerge con chiarezza quando il veto italiano (assieme a quello della Germania) impedisce la sospensione dell’Accordo di associazione dell’UE con Israele. Un legame che va molto oltre la simpatia politica.

L’assordante silenzio del Governo italiano verso il massacro della popolazione palestinese di Gaza, verso le stragi commesse in Libano e la criminale pulizia etnica in Cisgiordania, non esprime soltanto indifferenza alle tragedie in corso. L’espresso boicottaggio per i provvedimenti delle Corti internazionali, trasforma l’italica ignavia in complicità. Questi ultimi eventi dimostrano quanto sia indispensabile una svolta politica per restituire al nostro paese la dignità politica perduta. Le forze politiche democratiche devono unirsi in un nuovo Comitato di liberazione nazionale per liberare l’Italia dalla nuvola nera che sta intossicando la nostra vita e oscurando il nostro futuro.

da qui

domenica 5 aprile 2026

Chi ha (avuto) paura della Global Sumud Flotilla? - Stefano Bertoldi

Alla vigilia della nuova missione, la testimonianza inedita dell’ex-capitano della barca a vela Zefiro su come il centrosinistra o cosiddetto “campo largo” abbia cercato di inserirsi nell’iniziativa, cavalcandola e condizionandola, nel tentativo di sfruttarla in termini di immagine, a fini elettorali, per rifarsi una “verginità” politica sulla questione palestinese e del genocidio messo in atto dal sionismo e da Israele.

La campagna elettorale della “sinistra riformista” in vista di un possibile ritorno al potere nel 2027, non è iniziata intorno al “NO” al referendum ma ben prima, ovvero intorno al movimento Global March to Gaza, poi ampliatosi a Global Movement to Gaza e più recentemente, dall’estate 2025, Global Sumud Flotilla. Come “reduce” dal coordinamento della delegazione di una ventina di persone dal Lazio che il 13 giugno avrebbe voluto marciare nel deserto verso il valico di Rafah, marcia interrottasi, forse non a caso, proprio in quel giorno di giugno per lo scoppio della cosiddetta “Guerra dei 12 giorni”, sono passato alla GSF (Global Sumud Flotilla) occupandomi, insieme ad altri, di barche, perizie, acquisti, ecc.. Il cosiddetto “Campo Largo” (PD-M5S-AVS) si fece avanti – ma fu anche avvicinato – fin dall’inizio di questa avventura che coinvolse tra skipper, tecnici, solidali, equipaggio, ecc. dalle due alle tremila persone: nessuno qui mette in dubbio la loro/nostra buona fede e soprattutto i risultati, non solo mediatici, di ciò che passerà alla storia come il primo grande movimento di massa che sfociò, tra fine settembre e inizi ottobre 2025, nella più grande manifestazione di piazza dagli anni ’70. Qui vogliamo solo esporre, tramite testimonianza diretta, le manovre di cooptazione, le strumentalizzazioni elettorali, dei tre principali partiti della “sinistra” di governo (PD, AVS e M5S) che avvicinarono il movimento a puro scopo propagandistico. In quest’attivismo da “parvenu” hanno primeggiato alcuni esponenti del PD, quelli estranei alla Sinistra per Israele o non inseriti in liste che recensiscono esponenti sionisti in Italia o tra gli ispiratori del DDL per la censura dell’antisionismo, o direttamente inquadrati all’interno di contasti industriali più o meno bellici, come Marco Minniti e Luciano Violante. Tutto nasce da una serie di interrogativi cui il lettore può tentare di dare una propria risposta, proporre una teoria.

1) Perché uno skipper, a fine agosto, lascia precipitosamente il porto di Augusta alla volta di Licata per salire a bordo di Karma del progetto targato ARCI “TOM” ( Tutti gli occhi sul Mediterraneo) mentre era intento a dare una mano agli altri compagni, impegnati ad allestire/riparare barche, in una folle corsa contro il tempo, per lasciare finalmente gli ormeggi e andare a Gaza? 2) Perché lo skipper che in origine era stato individuato per quel ruolo se ne stava, invece, tornando a casa? 3) Come mai, nel momento in cui la fregata Alpino della Marina Militare Italiana, presentata con grande enfasi come indispensabile presenza a protezione della flottiglia, abbandona quest’ultima al proprio destino, sempre l’imbarcazione Karma, invia a tutti gli equipaggi sulla chat interna il messaggio Instagram targato graficamente ARCI, l’audio della nave Alpino che avvertiva tutti quanti che arrivata a 190 miglia da Gaza se ne stava andando? e che si stava per lasciare la “comfort zone” cioè verso quel fatidico limite delle 120 miglia ipotizzato come il confine oltre il quale ci sarebbe stato l’assalto delle motovedette israeliane? 4) perché questo audio era inserito in una schermata di Instagram dove comparivano, uno accanto all’altro, il logo della Global Sumud Flotilla e quello dell’Arci? Insomma, al momento sembrò quasi una comunicazione ufficiale dell’organizzazione interna che però non era certamente affidata all’ARCI che con la sua unica barca, in realtà, si era semplicemente “aggiunta” alla flottiglia, sostenendola dal loro punto di vista, chiedendo ufficialmente al Governo italiano addirittura una protezione militare; 5) perché, una volta abbandonati da quell’inutile presenza militare, sempre l’equipaggio di Karma ingaggiava, sulla chat della flottiglia un botta e risposta, intorno alle varie convenzioni internazionali che regolano le acque territoriali e internazionali come la convenzione di Montego Bay per concludere poi che l’ultima parola, cioè il punto-nave in cui ci si doveva tutti fermare tutti spettava proprio a Karma che paradossalmente era l’ultima barca aggiuntasi al gruppo? 6) perché e con quale scopo 5 skipper su circa una ventina, definiti poi semplicemente “irrequieti” o “teste calde” decisero autonomamente di andarsene verso la Grecia partendo dalla baia di Porto Palo, dove aspettavamo, tra una riparazione e l’altra, la delegazione tunisina, per poi tornarsene indietro dopo qualche ora? Per fortuna la notizia non arrivò alla stampa per un senso di responsabilità dei giornalisti a bordo ma la stampa conservatrice e sionista ci sarebbero andati a nozze, rimarcando ancora una volta, le difficoltà organizzative o i dissidi interni alla flottiglia. 7) perché, dopo il feroce attacco avvenuto a sud di Creta ai danni della flottiglia da parte di Israele, qualcuno nell’organizzazione ha perseguito, senza nessuna motivazione nautica e tecnica, l’obiettivo di rimuovere dall’albero della Zefiro, lo spezzone costituito da un segmento di circa un metro di strallo in acciaio e tessuto arrotolato che non dava nessun fastidio anche considerando che dopo poche ore la barca si trovava in banchina a Ierapetra ? Perché quell’unica prova, quel corpo del reato di “tentato omicidio”, doveva essere rimossa?

Oggi quel moncherino, preso poi in carico dai ROS dei Carabinieri, è a disposizione della procura di Roma che dovrebbe indagare per risalire agli autori materiali e ai mandanti di quel reato che tutti sanno chiaramente chi siano pur non avendone le prove.

Il ruolo assunto poi dalla barca Karma dell’ARCI, coincideva, tra l’altro, con l’abbandono della missione, il giorno dopo l’aggressione violentissima ad opera dei droni israeliani del capo-flottiglia. La giornata successiva a quella nottata di guerra svoltasi al largo di Creta, vide parecchi membri della flottiglia tornarsene a casa ed altri, intenzionati a proseguire la missione ma costretti a cambiare imbarcazione a causa dei colpi inferti dai droni: tra questi, proprio il capo flottiglia che dopo aver aiutato a riorganizzare gli equipaggi alla luce dei numerosi rinunciatari pronti a prendere il primo aereo, decise di farsi dare un passaggio al porto di Ierapetra, a Creta, saltando al volo sulla banchina, dove mi ero accostato, senza quindi informare le autorità locali del proprio arrivo.

Ebbene la risposta, le risposte sono tanto semplici quanto avvilenti proprio per chi, da attivista politico, vorrebbe tenersi alla larga dalle facili strumentalizzazioni partitiche ed elettoralistiche: perché a bordo vi erano due deputati italiani entrambi del PD, uno al Parlamento italiano e l’altra al Parlamento Europeo. Mentre per tutti gli attivisti della GSF, fatti salvi i pacchi alimentari, pochi, piccoli ma ad alto valore simbolico, l’obiettivo era, ed essenzialmente rimarrà anche per le prossime missioni a Gaza, politico, (ovvero portare avanti un’azione di disobbedienza civile, forte di ben 50 piccole barche in gran parte a vela, volta a fare pressione sul governo genocidario israeliano) i due parlamentari perseguivano, invece, fin dall’inizio un piano parallelo che è stato presentato solo successivamente come un “piano B” per evitare una catastrofe ossia un possibile violento assalto israeliano, con morti e feriti tra gli attivisti pacifisti.

Secondo le testimonianze, inoltre, ma anche interpretando ex-post quel cambio repentino di skipper, questo piano era ben noto fin dall’inizio, almeno nella testa di questi pseudo-attivisti venuti, sulla carta, con il ruolo ben definito di “angeli protettori”, proprio in quanto esponenti politici con incarichi ufficiali nei rispettivi parlamenti. Alcune indiscrezioni, però, filtrarono, causando fin dall’inizio più di un malumore: quell’idea di triangolare l’invio degli aiuti, tramite l’emissario del Vaticano in Medio Oriente, il patriarca di Gerusalemme il cardinale Pierbattista Pizzaballa, voleva dire, di fatto, la “morte politica” ed umanitaria della missione.

Immaginando i possibili scenari, prima di tutto, non ci sarebbero stati né gli scioperi potentissimi di fine settembre e soprattutto non ci sarebbe stata, pochi giorni dopo, la fiumana di oltre un milione di persone, per lo più gente comune, senza bandiere di partito o di sindacati, cui tutto il mondo guardò con grande sorpresa, conoscendo il popolo italiano non tanto come insieme di cittadini riottosi, pronti a combattere per i propri diritti e di quelli altrui quanto, al contrario, piuttosto qualunquista. In realtà tutti, nella flottiglia, si erano convinti, nei due mesi precedenti la partenza, infarciti di riunioni, incontri on-line, esercitazioni e simulazioni, oltre che di riflessioni ad alta voce che difficilmente Israele si sarebbe azzardato a commettere l’errore strategico di causare anche un solo morto. I racconti del passato, escludendo una delle prime missioni di Freedom Flotilla finita tragicamente e comunque scatenata da una reazione degli attivisti a bordo, avevano sempre riportato testimonianze di maltrattamenti nei posti di polizia israeliani e poi nelle carceri ma un morto o feriti gravi apparivano alquanto improbabili. D’altro canto, lo stesso Israele, in tutti gli 80 anni di colonizzazione violenta della Palestina, ha abituato tutto il mondo ai propri numerosi voltafaccia repentini, a rotture unilaterali di patti diplomatici o di tregue belliche come l’odierna finta pace, fatta di centinaia di assassini giornalieri e di devastazioni reiterate e di violenze di ogni sorta in Cisgiordania compresi i mai cessati insediamenti illegali.

La certezza assoluta, quindi, non c’era in nessuno degli attivisti non violenti e l’attacco micidiale a sud-est di Creta durato circa due ore confermava che in realtà erano, appunto, pronti a tutto. La dimostrazione della strumentalizzazione partitica di alcuni politici e giornalisti italiani che sulla carta avrebbero dovuto proteggere da probabili “sbavature” nei posti di polizia, dove poi sono stati portati i circa tremila attivisti da ogni parte del mondo, nelle carceri e durante i successivi processi-farsa, è stata la velocità del loro rientro in Italia e soprattutto nelle loro apparizioni in TV. Tanto per citare altri comportamenti, di parlamentari di altri paesi meno genuflessi alla coppia israelo-statunitense, Emma Fourreau è stata arrestata dopo l’intercettazione e dopo poco trasferita nella prigione di Ketziot e rilasciata solo il 6 ottobre 2025 rimanendo, quindi, detenuta per diversi giorni. Secondo i resoconti, ha anche partecipato ad uno sciopero della fame durante la detenzione. A bordo dell’imbarcazione a vela Zefiro, peraltro battente bandiera polacca, insieme al capitano ed altri membri dell’equipaggio c’era anche il deputato del parlamento polacco Franciszek Sterczewski. Anche lui come quasi tutti i membri della missione non è stato rilasciato immediatamente ma è rimasto in detenzione per circa 5 giorni . Durante la detenzione a Ktziot, un grande carcere/centro di detenzione nel deserto del Negev, ha denunciato condizioni dure: “non ci hanno permesso di dormire – ha affermato in un’intervista alla stampa del suo paese – ci puntavano luci negli occhi per ore, minacce con armi, sputi” poi è stato praticamente deportato inizialmente in Grecia, da lì è poi tornato in Polonia. Va inoltre aggiunto che la “regola di ingaggio” condivisa da tutti i membri della flottiglia, era, quella di non fermarsi al primo altolà dell’IDF dato via radio e nemmeno al secondo avvertimento ma sicuramente di fermarsi al momento dell’assalto delle truppe d’élite israeliane. Oltre a questa prospettiva si è chiesto (ma non si obbligava) di non firmare la paradossale auto-dichiarazione di ingresso illegale in Israele, non solo perché le 120 miglia di acque considerate territoriali unilateralmente da Isreale sono di fatto illegittime ma anche perché, le persone sequestrate, in Israele, vi avrebbero messo piede contro la loro volontà, nel quadro di un vero e proprio rapimento per di più a seguito di un atto di pirateria. Il ritorno in patria dei parlamentari italiani ha di fatto avallato questo approccio giuridico delinquenziale dello Stato ebraico, sia rispetto all’occupazione illegale di parte delle acque internazionali al largo di Gaza sia autoproclamandosi di fatto “clandestini”.

Le elezioni politiche si avvicinano, mancano pochi mesi e la metafora messa in moto nell’immaginario collettivo ed utilizzata per fini propagandistici dai partiti, (ad esempio “l’equipaggio di terra” e “l’equipaggio di mare”, il “blocchiamo tutto” dei portuali di Genova), fa la sua parte ma alle spalle della povera popolazione palestinese, oggi quasi dimenticata: l’atteggiamento assunto recentemente da quegli stessi parlamentari nei confronti delle ONG che aiutano il popolo palestinese finite nell’iter giudiziario italiano su mandato di Israele, oppure l’arresto dell’imam di Torino e in generale verso la stretta repressiva, appare molto timido rispetto alla gravità dei fatti. D’altra parte buona parte della sinistra italiana in parlamento, a due anni dall’inizio del genocidio era ancora restìa ad adottare questo termine giuridico, come si evince anche dalle parole della stessa Laura Boldrini, peraltro esperta di diritto internazionale, in questa intervista di maggio 2025, poco prima della missione di una delegazione di parlamentari, giornalisti e attivisti al valico di Rafah (intervista audio al minuto 19’20”).

Se fosse andato in porto quel progetto machiavellico focalizzato unicamente sull’invio dei pacchi alla gente di Gaza, il PD, “salvando” la vita dei circa 500 attivisti imbarcati, avrebbe avuto una carta in più da giocarsi poi in campagna elettorale, districandosi tra le ambiguità delle correnti sioniste al proprio interno, rinforzando una leadership debole all’interno di una sinistra, ormai da decenni di fatto definibile come “destra moderata” sempre più compromessa col modello neo-liberista, ambigua anche su temi cruciali come l’economia di guerra, derubricata all’interno del furbesco capitolo della “difesa comune europea”. Ormai da più parti si parla di israelizzazione della società italiana, in cui la repressione del dissenso e l’accrescere dei divari sociali non potranno che aumentare se non si abbandona un modello economico suicida, in cui il PD, come nella metafora della rana bollita, si trova tutto sommato ancora a proprio agio.

da qui

martedì 17 marzo 2026

Una mobilitazione “oceanica” contro la guerra - Marco Revelli

Quanto è accaduto  la mattina del 28 febbraio, con l’attacco di Israele e degli Stati Uniti all’Iran, da una parte conferma la nostra peggiore diagnosi, da tempo maturata, sul carattere criminale dell’apparato di potere che governa l’Occidente: un grumo di umanità perversa, preda della propria patologica volontà di potenza e dominato dal mito della forza come unico strumento per regolare i rapporti politici interni e internazionali. Gente disponibile a qualsiasi atrocità, fino al genocidio, per perseguire i propri obiettivi di dominio. Su questo avevamo le idee chiare, da quando siamo entrati appunto nell’epoca della guerra infinita al confine dell’Europa e dello sterminio sistematico a Gaza.

Ma il 28 febbraio ha segnato per molti versi un’ulteriore svolta, un salto di qualità e di quantità, introducendoci in un universo dichiaratamente distopico: assolutizzando la dimensione nichilista – nel senso dell’annichilimento, della predisposizione alla nullificazione di tutto ciò che resta di umano – presente finora in sospensione, come orizzonte possibile, ma da ora precipitato in realtà in atto. In immagini, che scorrono sugli schermi televisivi, e non sono fiction, a testimonianza dell’inedita mancanza di limiti degli psicopatici al potere, non più contenuti da nulla di tutto ciò che finora aveva tentato di costruire un qualche schermo protettivo a garanzia della sopravvivenza del genere umano: quella cosa che si chiama Civiltà.

Questa aggressione è spudorata, perché non può giustificarsi in nessun modo né con un’aggressione subita, né con una minaccia reale in atto (l’argomento dell’atomica iraniana è una balla a cui nessuno può credere, l’argomento della ferocia della dittatura di Teheran non è ammissibile da parte di chi si è appena macchiato del crimine di genocidio, e continua a perpetrarlo): è una pura esibizione, da parte di chi ha (o crede di averne) la FORZA, di poter fare tutto ciò che vuole per il solo e semplice fatto di avere i mezzi di distruzione che glielo permettono. Si presenta nella sua assoluta nudità, senza nemmeno uno straccio di giustificazione, senza neppure avvertire il bisogno di coprire la propria impudenza con un velo di ipocrisia, con l’ostentazione compiaciuta del capobranco primordiale, che fa tutto quello che i suoi muscoli gli permettono di fare, secondo la logica primigenia dell’ordalia. Ma anche, dobbiamo aggiungere, senza nemmeno una traccia di preoccupazione che ciò che fanno possa mettere a rischio la loro stressa sopravvivenza: l’aver scelto di destabilizzare alle radici un’area cruciale del pianeta con esiti imprevedibili  ma sicuramente tali da portare delle minacce gravissime all’intera umanità – l’ aver appiccato il fuoco a una polveriera di dimensioni globali con totale indifferenza verso i possibili esiti catastrofici, come ha perfettamente denunciato il  leader spagnolo Pedro Sanchez – la dice lunga sul grado estremo della loro irresponsabilità. E anche, possiamo aggiungere, della loro disperazione, nella consapevolezza che le contraddizioni mortali in cui il sistema da loro costruito nell’ultimo trentennio all’insegna del paradigma ultra-liberista non sono più controllabili con mezzi convenzionali: mostrano per l’intero Occidente e in primo luogo per la potenza imperiale che lo guida, un irreversibile declino da cui – così s’illudono – solo la guerra può salvarli o definitivamente seppellirli all’insegna del barbarico grido “muoia Sansone con tutti i filistei”.

Tutto ciò significa che ognuno di noi, oggi, è chiamato in causa. E minacciato direttamente fin nella più intima individualità. Perché nella loro marcia dissennata verso l’abisso, entreranno brutalmente nelle nostre vite, le renderanno più difficili dal punto di vista materiale (inflazione crescente, energia carente, servizi tagliati, diseguaglianze alle stelle), e più asservite da quello come dire? “morale, rendendo sempre più difficile il dissenso, l’informazione libera, l’opinione non allineata, il pensiero ribelle. Non facciamoci illusioni, non si fermeranno di fronte a nulla, Costituzioni, diritti individuali, libertà tradizionalmente conclamate. Spacceranno per verità le menzogne, e per menzogna le verità (già lo vediamo all’opera questo meccanismo leggendo i giornali mainstream e guardando i telegiornali). Renderanno condizione normale lo stato d’eccezione, come accade appunto quando lo spirito della guerra occupa in modo totalitario una società. Non è una prospettiva futura, è già in parte pratica quotidiana a cui, con una sistematica “ginnastica d’obbedienza”, per dirla con De André, ci stanno già assuefacendo.

Purtroppo non ci sono rimedi credibili a questa malattia mortale che ci minaccia, nel repertorio degli strumenti consueti della politica: non nelle Cancellerie degli Stati, negli estenuati Parlamenti, nei discorsi e nelle prese di posizione di partiti sempre più disertati e spesso disertori rispetto alle proprie storie, ma nemmeno nelle Agenzie internazionali, le Nazioni Unite derise dai belligeranti, l’Unione Europea irriconoscibile a se stessa nella sua metamorfosi regressiva, le stesse potenze ostili o presunte ostili agli aggressori (Cina, Russia), che se per sciagura entrassero in campo per contrastarli, non farebbero che aggiungere distruzione a distruzione, pericolo a pericolo per l’incapacità degli Stati a emanciparsi dall’idea della forza militare come ultima istanza. Se un’”entità” ci può salvare, non può che essere qualcosa di straordinario. Qualcosa mai visto prima. Un movimento di insubordinazione dal basso, un’insorgenza universale e trasversale dei popoli, che sappia mettersi in mezzo tra questi poteri criminali e i corpi dell’umanità, i nostri corpi, le nostre possibilità di sopravvivenza. Un gigantesco movimento di opposizione e di rivolta senz’armi (perché disperatamente “contro le armi”).

Noi nei nostri dibattiti continuiamo a dire che occorre mettere in campo un movimento di massa. E facciamo anche molte cose in questa direzione: organizziamo cortei e presidi, flash mob e sit-in, iniziative d’ogni tipo in un’infinità di luoghi, e non è mica sbagliato. Anzi è giusto e sacrosanto. Ma, dobbiamo dircelo, non è sufficiente. Un “movimento di massa”, nel senso in cui l’abbiamo inteso finora, non basta più. Non è all’altezza della sfida – estrema – che ci incalza. Occorrerebbe un “movimento oceanico” (non trovo un termine diverso per esprimere il concetto). Cosa intendo col termine oceanico?  Intendo qualcosa di molto simile a quello che è accaduto in alcuni momenti anche recenti, pensiamo al 22 settembre, pensiamo ai primi giorni di ottobre quando le piazze e le strade si sono riempite non solo di una folla in cammino, cortei e presidi, ma di una marea di persone, molte delle quali nuove alle manifestazioni di piazza, che hanno reso quelle folle strabordanti. Non c’erano strade, non c’erano piazze che potessero contenere quella marea che straripava da ogni parte e cancellava tutte le distinzioni tra i partecipanti e anche tra i luoghi in cui si manifestava. Ecco: c’è bisogno di un movimento di questo tipo, che circondi e sommerga le casematte del potere, che faccia sentire accerchiati i luoghi da cui si illudono di comandare e le figure che quei poteri incarnano; circondati da una umanità che dal basso pretende di essere ascoltata e dice no, che dice fermatevi! La nuda vita che in quanto tale, in difesa della propria sopravvivenza, prende la parola e si fa soggetto costituente. Questo è ciò che intendo per “movimento oceanico”: un’onda di piena che sommerga ogni espressione di quel potere gravido di morte facendone sentire ogni interprete, in qualunque comparto del “sistema” si trovi (politico istituzionale, mediatico, economico, militare scolastico), assediato ed estraneo ai propri stessi popoli.

Fenomeni di questo tipo non si costruiscono nelle sedi d’organizzazione, e nemmeno nei nostri dibattiti (per interessanti che siano), nei nostri discorsi (sia pur ispirati), nei nostri convegni (anche quelli meglio frequentati). Continuiamo a ripetere che dobbiamo “costruire” un movimento di massa e un movimento di massa può effettivamente “essere costruito”, certo. Lo facciamo costantemente convocando cortei, assemblee, manifestazioni, scioperi più o meno di nicchia, insomma contribuendo alla mobilitazione di massa in determinate occasioni meglio se attraverso la tessitura di reti ampie di realtà organizzate. Ma un “movimento oceanico” è un’altra cosa. Non “viene costruito”, ma si dà, quando si forma per accumulazioni successive e spesso sotterranee un’ondata anomala, e questo accade per una serie di variabili, di linee e anche di momenti che nessuno è in grado, da solo o anche in rete con altri, di costruire. Avviene perché a un certo punto il sentimento collettivo comune trasversale è tale che fa sì che le persone non possano più stare chiuse in casa. Questo è successo per Gaza, anche se ci sono voluti due anni perché maturasse questa consapevolezza: che ciò che accade è talmente atroce che per mantenere il rispetto di me, non posso stare inerte, non posso stare alla finestra. Deve crearsi una situazione di questo tipo: una condizione di contesto in cui una miriade di molecole individuali maturano contemporaneamente un sentimento comune che impone loro la necessità di fondersi in un noi capace di interpretare quella necessità impellente, e tradurla in dimensione pubblica. Poi, naturalmente, è necessario un detonatore, un innesco, che faccia precipitare quell’entità gassosa in forma solida (in corpi che manifestano insieme in uno spazio riappropriato). Per le manifestazioni di settembre e di ottobre l’innesco è stata la Flotilla. Un fenomeno, credo, da cui dobbiamo imparare tanto.

Cosa è stata la Flotilla? Decine e decine di barche di tutti i paesi, con a bordo delle persone che mettevano in gioco la propria pelle, la propria esistenza, i propri corpi. Donne e uomini disarmati, radicalmente e programmaticamente disarmati, che  andavano ad affrontare l’esercito più feroce del mondo (perché l’esercito di Israele questo è, una macchina assassina), portando alimenti e medicine, le componenti elementari della vita nuda. Che veleggiassero così, con questo spirito e con queste modalità, verso la linea di impatto, ha generato quella miscela, quel miracolo, che poi è si è materializzato nelle piazze. Pensiamo alle parole del portuale di Genova, che rappresentava l’idealtipo del mondo del lavoro e delle sue virtù, e che dalla banchina del porto (un altro simbolo forte dell’internazionalismo storico) dice: “Se toccate qualcuno della Flotilla blocchiamo tutto!”. Quelle parole semplici, che però toccano ognuno e sono comprensibili, anch’esse hanno contribuito a innescare quel fenomeno dirompente che si è manifestato nelle piazze.

Un movimento oceanico si va costruendo esattamente così: in modo lenticolare, crescendo prima sotto traccia, su sé stesso, e richiede a un certo punto qualcosa (e qualcuno) che grazie a una qualche forma di intelligenza istintiva, di creatività o di intuizione, faccia la cosa giusta che funzioni da scintilla. Gli uomini del potere lo sanno benissimo (sono orrendamente cinici ma non necessariamente stupidi, hanno studiato le proteste assai di più dei loro stessi protagonisti). E infatti si sono mossi, per sigillare tutti gli spazi di possibile aggregazione, per neutralizzare tutte le figure di possibile riferimento, per diffamare tutte le ragioni delle proteste, e stendere intorno a loro un cordone sanitario. Torino da questo punto di vista è esemplare: la persecuzione dell’Imam di San Salvario, la brutale chiusura dell’Aska (si veda la nostra “Talpa”  su “Askatasuna come metafora“), l’occupazione militare di interi rioni, nella cornice di un’ossessiva enfatizzazione mediatica del tema della sicurezza, sono i tasselli di un  progetto organico di normalizzazione forzata che ha nel Ministero dell’interno la propria cabina di regia e nel ministro Piantedosi il proprio regista.

In questo contesto, quello che noi possiamo fare – noi forze di opposizione, forze antagonistiche, noi che non vogliamo arrenderci a una deriva in sé letale – è preparare le precondizioni, affinché quella scintilla scoppi. Disseminare informazione, legami, aggregazioni, presidi, conferenze, lavoro nelle scuole e così via, perché questa folla oceanica possa avere dentro di sé gli elementi di conoscenza necessari, in condizioni di oscuramento e asservimento dell’informazione. E poi quello che dobbiamo fare è evitare gli errori. Evitare le cose che danneggiano, anzi sabotano invece l’aggregazione di questa miscela e la sua trasformazione in movimento di piazza. Tutto ciò che l’ostacola con i settarismi, con le pretese di egemonismo, con l’arroganza d’avanguardia. E con la pratica della violenza. La carta vincente della Flotilla – l’ho detto – è stata la sua pratica, anche in situazioni estreme, di una rigorosa non-violenza. Questo ha scatenato dal punto di vista anche emotivo l’identificazione. Mentre basta poco, un gesto fuori luogo, un gruppo d’incappucciati, un po’ di vetrine in frantumi, un’aggressione o anche solo un comportamento inutilmente aggressivo per spezzare la magia dello “stato di folla” e ricacciare i più nel proprio solitario privato.

Da questo punto di vista la giornata torinese del 31 gennaio è stata esemplare. Per tutte le prime ore, tante, di quel pomeriggio di primavera precoce la folla sterminata, 50.000 persone si è detto, che si è presa pacificamente le vie e le piazze della città in opposizione allo sgombero di Askatasuna, si è avvicinata molto al concetto di “movimento oceanico”, per il senso di tranquilla forza che comunicava, per la sua trasversalità sia generazionale (c’erano tutte le classi d’età, dagli adolescenti ai ritornanti degli anni Sessanta e Settanta) che sociale e politica, dai centro sociali ai sindacati di base, alle organizzazioni della sinistra storica e meno storica, tutti uniti dall’unica volontà di difendere il diritto al dissenso e all’opposizione antagonistica. Non tutti identificati con tutta la storia di Aska e con le sue posizioni politiche, ma tutti determinati a difendere quella scintilla di ribellione che avevano interpretato. Una straordinaria vittoria di tutti, che seppelliva sotto la propria onda, ridicolizzandoli, i tentativi di instaurare in città un clima da caserma. Vittoria che è stata sciaguratamente ribaltata in quelle due ore di violenza che hanno caratterizzato l’ultima parte della giornata, e che hanno tradito sentimenti e intenzioni della grande maggioranza dei manifestanti, lasciandoli disperdere con un senso di sconfitta che non sarà facile ricuperare in futuro. Il passaggio dall’oceano al pantano dietro casa il passo è stato istantaneo. Sarebbe bene che tutti ci riflettessero.

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martedì 21 ottobre 2025

Un tempo nuovo

Un tempo nuovo – Sull’Ottobre italiano - Marco Revelli

Ci sono giornate che spaccano il tempo. Lo dividono in due come uno spartiacque perché segnano l’irrompere di un tempo nuovo, qualcosa di impensabile fino a poco prima, d’invisibile, che d’improvviso emerge alla superficie e rivela un cambiamento di orizzonte nel modo di guardare le cose, e di sentire ciò che accade, e di percepire il nostro posto nel mondo. La giornata del 3 di ottobre – i due milioni nelle cento piazze – ma anche del 4 – un milione tondo tondo nelle strade di Roma – e pure del 22 settembre, la prima epifania di quel sommovimento -, sono di questo tipo: con i loro mutamenti tellurici nel costume, nella morale condivisa, nel comportamento finiscono per travolgere, a volerli interpretare per quello che sono, tutti i modi consolidati di considerare i fatti politici e sociali, rendendo inutili – o se si preferisce “obsolete” – le vecchie forme del discorso e dello stesso scontro politico.

Pensavamo di vivere in un Paese anestetizzato, dal senso morale atrofizzato e dalla coscienza civile disseccata, ognuno per sé e nessuno per tutti, convinti di aver già visto tutto e che nulla serva, e di colpo, una mattina di primo autunno, ci siamo trovati nel pieno di un’eruzione vulcanica, travolti da un’infinità di corpi, di voci, di canti e di suoni che parlavano da bocche di ogni età, e comunicavano tutti lo stresso sentimento, semplice, semplicissimo, direi “elementare” come sono appunto le cose che contano: che non se ne può più di assistere passivamente all’orrore che quotidianamente si consuma sotto i nostri occhi. Che se si vuole mantenere un barlume di rispetto di sé bisogna uscire dai propri anfratti privati e mettersi in marcia. Mescolarsi. Partecipare.

Per questo, per questa loro origine interiore e sotterranea, sommovimento degli strati profondi della coscienza collettiva, le mobilitazioni di quei giorni hanno avuto il carattere del novum. Del “mai ancora visto”. Dello “stato di eccezione”. Per la loro dimensione, certo, sconfinata nel senso letterale della parola, tale da forzare tutti i limiti spaziali delle città perché quella marea non riusciva a essere contenuta nelle piazze e nelle strade, per ampie che fossero, ma tendeva a straripare, disperdersi nella rete urbana, sulle tangenziali, nelle stazioni, negli aeroporti, ovunque un qualche “nodo” segnasse un’intersezione s’infilava come una marea che riempie ogni vuoto che si trova davanti. Ho sentito un commentatore di uno dei cortei milanesi dire al microfono della sua radio che “ci siamo auto-bloccati, perché c’è tanta gente che non si riesce a muoversi”. Ho visto ragazzini perdersi nel proprio stesso quartiere perché la massa liquida che gli stava intorno ne cambiava i punti di riferimento. Ho parlato con amici stremati che mi hanno raccontato di essere stati trasportati per ore da un flusso di persone senza percepire bene la direzione. Dunque, lo spazio urbano trasformato in massa umana.  Ma non solo per la quantità, l’estensione. Anche per la profondità, e l’intensità questa mobilitazione è incomparabile con le manifestazioni politiche (e anche sociali) a cui eravamo abituati. Porta in sé appunto il carattere di un “tempo nuovo” perché davvero quella moltitudine era irriducibile alle tradizionali appartenenze, ai contenitori organizzativi, alle molteplici leadership (peraltro estenuate). Rispondeva a un richiamo più interiore, una sorta di appello morale – pre-politico? post-politico? meta-politico? – che si era accumulato nel tempo, come una molla che si carica e che di colpo deve scattare.

La spontaneità è stata la chiave della mobilitazione. Quello che ha portato in piazza decine forse centinaia di migliaia di giovanissimi – la “generazione Gaza” è stata chiamata -, che neppure hanno l’età per votare, ma quella di pensare sì, e di condividere. E con loro tante e tanti, che magari non votano più. O che forse lo fanno ancora, ma stancamente, distrattamente, come cosa che li tocca poco, e che, chissà?, potrebbero anche distribuirsi trasversalmente, anche se non in misura uguale, lungo l’asse destra/sinistra… Tutti messi in movimento non da un appello di partito, o di organizzazione – lo sciopero indetto dalla CGIL e prima ancora dai Sindacati di base è stato tutt’al più l’innesco, ha fornito l’occasione per ritrovarsi, ma non ha costituito la sostanza dell’evento – bensì dal bisogno individuale e insieme collettivo di “esserci”, ognuno a modo suo, e tutti insieme. L’ha espresso bene, questo concetto, Francesca Fornario, quando ha scritto: “Grazie a chi ha tentato di rompere l’assedio, grazie a chi ha scioperato, grazie a chi ha bloccato le navi cariche di materiale per fabbricare esplosivi in partenza per Israele, grazie a chi ha digiunato, protestato, spiegato agli studenti, studiato, pregato, boicottato, vegliato, occupato, pianto…” E ha aggiunto: “C’è un prima e un dopo questo genocidio. C’è un solco che separerà per sempre non solo le vittime dai carnefici ma anche quelli che si saranno battuti con ogni mezzo da quelli che avranno fatto finta di niente o avranno negato, minimizzato, parlato d’altro, parlato troppo poco o troppo tardi. Un solco che separerà per sempre chi avrà fatto di tutto per far uscire le notizie e chi no; chi avrà fatto di tutto per fermare lo sterminio e chi avrà lasciato correre finendo per ritrovarsi dalla stessa parte dei complici”. Meglio non si poteva.

Questa la grandezza di quanto è accaduto sotto i nostri occhi. Poi c’è la miseria, anzi le miserie, di quanti pur avendo visto non hanno capito. O non hanno voluto capire. Giorgia Meloni in primis, con le sue trivialità sul “weekend lungo”, le paranoie vittimistiche sui “nemici del mio governo”, la miserabile richiesta dei “costi dello sciopero per Gaza”, ma insieme tutti quelli che come lei di fronte alle maree montanti si rifugiano dietro ai piccoli episodi di disordine, strepitano per  uno slogan inopportuno, o mettono in piedi infime fabbriche del fango per denigrare quei pochi “capitani coraggiosi” della Flottiglia che con il loro atto hanno riscattato il vuoto morale dei propri governanti. A cui possiamo aggiungere quanti, e sono tanti, di fronte all’enormità di ciò che hanno sotto gli occhi, si chiedono se gioverà o meno a Elly Schlein in vista delle prossime scadenze elettorali. O se servirà a Maurizio Landini per ricuperare un ruolo al proprio sindacato, messo all’angolo dalla scomposizione del mondo del lavoro degli ultimi decenni.

La risposta, spiace dirlo, è no. Quanto succede negli strati profondi della coscienza del Paese difficilmente si rifletterà sulla sua superficie. Sul piano della politica politicante. Tanto distanti sono le richieste etiche degli uni e le risposte pratiche degli altri (“gli Ideali e la rozza materia”, direbbe Norberto Bobbio). Ma detto questo, possiamo esser certi che nulla sarà più come prima, se quel risveglio che si è manifestato continuerà. Se quei giovani che fino a ieri avevamo creduto sonnambolici e muti continueranno a far crescere la propria volontà di una resa dei conti vera con chi gli sta rubando il futuro. In fondo non succede spesso nella storia un sommovimento di questo tipo, che cambia lo sguardo con cui milioni di persone guardano alla condizione del mondo e insieme a se stessi. È successo alla fine degli anni Sessanta, sotto la spinta dello scandalo della guerra del Viet-nam. È successo alla fine degli anni Novanta, col crollo del muro di Berlino e la dissoluzione dell’URSS. Succede oggi, di fronte allo “spettacolo dell’inumano” che si compie in Palestina e all’ignavia di tutti i poteri, alla dissoluzione dei principii elementari del diritto internazionale, alla logica della forza come unica misura del mondo. Se l’inedita “furia del dileguare” del sistema mediatico alimentato dalle tecnologie dell’istantaneità non eroderà sul nascere la spinta propulsiva di questo moto, e la rapida dissoluzione dei nostri sistemi politici non consegnerà al vuoto del nichilismo compiuto la domanda di cambiamento radicale che sale dal profondo; se, come  cantava Giorgio Gaber in un’altra era geologica, sapremo “trasformare in coraggio la rabbia che è dentro di noi” – coraggio di pensare un’alterità fino a ieri impensabile -, allora davvero, nel punto più basso del pericolo, si potrà sperare che nasca ciò che salva.

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Il futuro arriva in barca - Alberto Poggio(*)

Qualche decina di barche a vela e qualche centinaio di persone, armati solo di coraggio, libertà e giustizia, stanno disvelando la connivenza dei cosiddetti “grandi” stati con la pulizia etnica che il Sionismo sta sistematicamente attuando in Palestina dal 1947 a oggi.

Anziché usare la loro ostentata potenza per fermare il genocidio che lo stato criminale e razzista di Israele sta perpetrando, i “grandi” stati tacciono e continuano ad alimentarne la macchina omicida e a giustificarne la narrazione tossica.


Complici e silenti i governi presuntamene democratici. La missione della Global Sumud Flottiglia squarcia il velo sull’apartheid e sull’illegalità praticate dall’ “unica democrazia in Medio Oriente”, menzogna ripetuta a pappagallo da pletore di utili idioti nella politica, nella cultura e nel giornalismo. Complici i governi apertamente neofascisti saliti al potere, i cui leader di cartone ora starnazzano come oche isteriche. La missione della flottiglia manda in frantumi tutte le loro chiacchiere nazionaliste sulla forza. Davanti alle minacce di uno stato criminale loro alleato girano i tacchi e si nascondono, codardi come solo i fascisti sanno essere.


Su quelle barche naviga il futuro che dobbiamo costruire insieme. E’ il futuro che abbiamo già intravisto, sistematicamente negato con la violenza. Avevano e hanno ragione i giovani che mesi fa occupavano le università del mondo. Denunciavano il genocidio e il potere, a tutti i livelli, lì ha ignorati, isolati e scacciati. Avevano e hanno ragione i giovani che da anni manifestano nelle strade del mondo. Chiedono un cambiamento della società e dell’economia per contrastare la crisi climatica e ambientale globale. Il potere fossile li ha prima blanditi, poi derisi e infine gli ha contrapposto sovranismi e autarchie neofasciste che stanno rullando tamburi di guerra in mezzo mondo. Avevano e hanno ragione i giovani che decenni fa manifestavano per la giustizia sociale ed economica nel mondo, forzando blocchi e zone rosse ai raduni dei “grandi” stati, come nel 2001 al G8 di Genova. Il potere turbocapitalista ha tentato di soffocarne le idee a suon di manganelli.


Per decenni abbiamo vissuto anestetizzati nella bolla fatata del cosiddetto “Occidente”. Ci siamo girati dall’altra parte mentre i nostri poteri politici, economici e militari depredavano il resto del mondo esportando ingiustizia. Oligarchie economiche, fossili e tecnologiche occidentali hanno iniquamente accumulato ricchezze enormi , a discapito dell’allargarsi della forbice delle diseguaglianze e dello sfondamento dei limiti planetari, che oggi hanno il terrore di perdere. Eccole quindi a spargere ovunque i germi dell’autoritarismo, scommettendo sul consenso imbelle degli occidentali.


Oggi questa bolla è scoppiata, la maschera del cosiddetto “capitalismo compassionevole” è caduta decretando la fine dell’era dei principi superiori e del “politicamente corretto”. Non ci sono più remore o schermi, le oligarchie mirano al dominio totale. L’orrore di Gaza è anche questo, un test di future pratiche criminali di ingegneria politica: chi è superfluo e d’intralcio per la dittatura del mercato deve semplicemente andarsene o sarà schiacciato nel silenzio di tutte e tutti. Questo è quello che dice la destra sionista all’unisono con il presidente pro-tempore degli Stati Uniti e con il coro muto dell’Europa, mentre annunciano la speculazione immobiliare fondata sugli scheletri di un massacro, travestita da accordo di pace. Questo è quello che dice il presidente pro-tempore degli Stati Uniti agli attoniti vertici militari, indicando loro gli oppositori politici e culturali come nemico interno a cui muovere guerra con ogni mezzo. Questo è quello che dice il Decreto ungherese che equipara l’antifascismo al terrorismo. Questo è quello che dice il Decreto Sicurezza italiano, arma di repressione di massa contro chi azzarda a opporsi.


In questo momento la Global Sumud Flottiglia ha già forzato il blocco illegale e sta per essere assaltata. I popoli e i giovani in lotta nel mondo ci indicano la strada. Una strada di scelte radicali e dal basso, l’opposto del falso riformismo di élite in cui ci siamo impantanati per decenni. Il momento del futuro è ora, costruirlo è compito di tutte e tutti.

(*) Alberto Poggio, ingegnere e ricercatore universitario. Per lavoro si occupa di valutazioni ambientali e pianificazione territoriale di impianti e infrastrutture industriali ed energetiche. È membro della Commissione Tecnica nominata dall’Unione Montana dei comuni della Valle di Susa per studiare l’evoluzione del progetto di Nuova Linea ferroviaria Torino-Lione.

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La nuova politica nascerà fuori dalla politica - Matteo Masi

C’è un errore ricorrente che molti commettono ad ogni giro di elezioni, soprattutto amministrative, in Italia. Errore commesso da chi ha a cuore la nascita di una nuova politica che vada a scardinare il maledetto bipolarismo in cui ormai siamo già ri-scivolati dopo il tradimento dei 5 stelle. L’errore è quello di guardare alle elezioni con una prospettiva tatticista, da “mestierante” politico (che non è un male di per se), come se la nascita di un ipotetico “terzo polo populista” si possa pensare in termini di tattica, di liste, di coalizioni e di percentuali elettorali. Ma se davvero vogliamo dare vita a qualcosa di nuovo, questa logica non basta — anzi, è proprio ciò che dobbiamo superare.

Oggi non esiste ancora un vero spazio politico alternativo: manca una base, un’area, un immaginario collettivo in cui competenze tecniche di organizzazione elettorale possano essere utili. Applicarle ora significherebbe solo adattarsi alle strutture esistenti, finendo inevitabilmente per assomigliare a ciò che si dice di voler superare.

Il punto è che il nuovo progetto — quello che molti chiamano, con un termine forse ancora provvisorio, “terzo polo” — non può nascere dentro le dinamiche della sinistra radicale o del riformismo tradizionale, né tantomeno guardando a destra. Non deve porsi il problema di allearsi con “chi c’è”, ma di costruire qualcosa che ancora non c’è. E questo implica, almeno all’inizio, una scelta netta: nessuna alleanza, nessuna scorciatoia elettorale. Come accadde ai primi 5 Stelle, la forza dovrà venire da un voto di opinione, da una fiducia riposta in un progetto autenticamente nuovo e riconoscibile.

Solo in un secondo momento, quando il movimento avrà radici solide e consenso reale, potrà eventualmente aprirsi a chi vorrà aderire come “socio di minoranza”, non come partner paritario. L’obiettivo non è entrare nel gioco politico esistente, ma riscriverne le regole.

Dalla politica alla cultura, e oltre

L’errore più profondo, però, non è solo tattico: è culturale. Chi ragiona ancora in termini puramente “politicisti” — come se bastasse aggiungere un tocco di populismo a un discorso già stanco — non ha compreso la portata del cambiamento necessario.

Il nuovo soggetto, se mai nascerà, dovrà partire da un ripensamento radicale che tocchi la cultura, l’antropologia, la spiritualità. Non basta un nuovo linguaggio politico: serve un nuovo modo di guardare l’uomo, la comunità, il senso stesso della convivenza. È un passaggio che alcuni, come il nostro direttore Nello Preterossi o Gabriele Guzzi sulle nostre pagine o con il suo movimento, indicano da tempo: occorre spostare l’asse dalla politica alla cultura e, ancora più in profondità, allo spirito.

Non si tratta di religione, ma di visione. Anche chi non condivide la prospettiva spirituale di Guzzi non può negarne il valore: la capacità di guardare le cose da un punto di vista altro, di introdurre nel discorso politico una dimensione simbolica, etica, interiore che oggi manca del tutto.

Il fallimento dei 5 Stelle è stato anche questo: aver intercettato una rabbia politica, ma non averla trasformata in un percorso culturale e umano. Hanno dato voce a un disagio reale, ma non l’hanno trascinato oltre la soglia del “vaffanculo”. Oggi quella spinta non si può più riattivare: serve qualcosa di più profondo, di più trasformativo.

Un progetto che nasce altrove

Per questo il nuovo soggetto politico — se vuole davvero essere tale — non può nascere nei vecchi circoli o nelle sigle della sinistra residuale o della destra (cosiddetta) sociale. Deve nascere altrove: tra chi oggi non fa politica, ma sente che qualcosa si è spezzato nel legame tra cittadini, istituzioni e significati.

Il compito non è “rimettere insieme una coalizione”, ma reimmaginare la comunità. Non è aggiungere un nuovo partito, ma rifondare la politica a partire da ciò che è fuori la politica stessa.

Solo a partire da questa rifondazione culturale e spirituale potrà esistere un terzo polo che non sia la fotocopia degli altri due, ma una vera alternativa. E, forse, la prima vera occasione di rigenerazione per l’Italia intera come nazione.

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mercoledì 8 ottobre 2025

Free Palestine! - ritorno dalle prigioni israeliane

 




«Voglio essere molto chiara. Davanti ai nostri occhi si sta consumando un genocidio. Un genocidio trasmesso in diretta streaming su tutti i nostri telefoni. Nessuno ha il privilegio di dire di non essere consapevole di ciò che sta accadendo. Nessuno in futuro potrà dire che non lo sapevamo. In base al diritto internazionale, Gli Stati hanno l’obbligo giuridico di agire per prevenire e fermare un genocidio. Ciò significa porre fine alla complicità, esercitare una pressione reale e porre fine al trasferimento di armi. Non lo vediamo. Non vediamo nemmeno il minimo indispensabile da parte dei nostri governi. I nostri sistemi internazionali stanno tradendo i palestinesi. Non sono nemmeno in grado di impedire che si verifichino i peggiori crimini di guerra. E non capirò mai come gli esseri umani possano essere così malvagi, da voler deliberatamente far morire di fame milioni di persone intrappolate in un assedio illegale, come continuazione di decenni… e decenni di soffocante oppressione. Occupazione dell’apartheid. [...] Il nostro obiettivo con la Global Sumud Flotilla è stato quello di intervenire quando i nostri governi non hanno adempiuto ai loro obblighi legali. I nostri governi parlano di garantire i diritti umani e dell’importanza di far arrivare aiuti umanitari a Gaza, ma non fanno la loro parte e non fanno nemmeno il minimo indispensabile, per garantire la sicurezza di questa missione. Questa missione non dovrebbe esistere. E questo è una vergogna. Quello della Global Sumud Flotilla è stato il più grande tentativo di rompere l’assedio illegale e disumano di Israele via mare. È una storia di solidarietà internazionale globale di persone che si sono fatte avanti, quando i nostri governi non sono riusciti a farlo. I miei leader, i cosiddetti leader che dovrebbero rappresentarmi e che continuano ad alimentare un genocidio, morte e distruzione, non mi rappresentano. E questa è l’ultima risorsa a cui questa missione deve ricorrere. È una vergogna… è una vergogna. E potrei parlare per molto, molto a lungo dei nostri maltrattamenti e degli abusi subiti durante la nostra prigionia, credetemi, ma non è questa la storia. Quello che è successo qui è che Israele, mentre continua a peggiorare e a intensificare il suo genocidio e la sua distruzione di massa - con intento genocida, tentando di cancellare un’intera popolazione, un’intera nazione davanti ai nostri occhi - ha violato ancora una volta il diritto internazionale impedendo agli aiuti umanitari di arrivare a Gaza, mentre la gente muore di fame. E vogliamo anche sottolineare che non abbiamo bisogno solo di aiuti umanitari per entrare a Gaza. Dobbiamo porre fine all’assedio. Dobbiamo porre fine all’oppressione. Questa azione è stata una sfida al nostro solito modo di fare estremamente violento, che impedisce che questi crimini di guerra si verifichino. Ed è di questo che parla questa storia. Non possiamo distogliere lo sguardo da Gaza e da tutti i luoghi del mondo che soffrono, che vivono in prima linea in questo sistema: Congo, Sudan, Afghanistan, Gaza e molti, molti altri. Quello che stiamo facendo è il minimo indispensabile. Questo genocidio e altri genocidi sono resi possibili e alimentati dai nostri governi, dalle nostre istituzioni, dai nostri media e dalle nostre aziende. È nostra responsabilità porre fine a questa complicità. […] No, non siamo eroi. No, no… stiamo facendo il minimo indispensabile. Ciò che stiamo facendo non lo è in alcun modo. Nessuno è obbligato a venire in soccorso del popolo palestinese. Ciò che stiamo facendo è ascoltare e agire in base alle loro richieste affinché le persone in tutto il mondo agiscano e pongano fine alla complicità nell’uso dei nostri privilegi, delle nostre piattaforme, per prendere posizione contro ciò che è in ogni modo ingiustificabile.»

Greta Thunberg

6 ottobre 2025

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Diamo il Nobel per la Pace alla Global Sumud Flotilla! – Shady Hamadi

 


Il Nobel per la Pace dovrebbe andare alla Global Sumud Flotilla. Ci hanno insegnato che la Pace si cerca con l’azione non violenta: quella di cercare di rompere un blocco che affama una intera popolazione che muore sul palcoscenico globale. A guardare, complici o inermi, i governi mondiali che non sono capaci di dare una risposta coesa. Il loro immobilismo, però, è stato scosso dall’azione di semplici cittadini che si sono riuniti pensando che qualcosa andasse fatto. Non violenza; non altra morte ma il semplice aiuto: di cibo e dell’apertura di un passaggio che si trasformi in un corridoio umanitario.

La Sumud, così come altri in passato, personaggi che hanno invertito gli equilibri sconquassando il mondo, sono oggi al centro di conflitti e cospirazioni volte solo allo screditarne l’operato.

Ma lo abbiamo visto tutti: mani in alto attivisti, hanno gridato i carcerieri di Gaza israeliani, assaltando come pirati le navi liberatrici. In silenzio, con il coraggio della gente semplice, gli attivisti hanno accettato il fato. Mentre altri stanno proseguendo. L’etica dell’azione, la perseveranza nel progetto di alleviare le sofferenze di un popolo solo, abbandonato e orfano di compassione, fanno dire: Nobel per la Pace alla Sumud!

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lunedì 6 ottobre 2025

Gaza: la carne bianca e il genocidio invisibile

 

Un testo di Karim Franceschi (*) e la risposta di Adelinda Baumann. A seguire altri sguardi sul movimento con 6 link a “Comune.info”.

 

Testo di Karim:

Cento città italiane sono entrate in sciopero oggi.

I bambini di Gaza che muoiono di fame, gli ospedali ridotti in polvere, i corpi che continuano a essere estratti dalla terra, niente di tutto ciò è bastato a mobilitare la sinistra bianca.

Alcuni attivisti europei sulle barche vengono fermati e, per citare Joker, “beh, allora tutti perdono la testa!”

Quello è stato il punto di rottura.

Quando coloro che dovrebbero muoversi liberamente, i non identificati, i mobili, i titolari di diritti universali, vengono improvvisamente fermati, il sistema balbetta.

Non perché la giustizia sia stata violata.

Ma perché “non faceva parte del piano”.

Per mesi, Gaza è stata la zona di fissità. Lo spazio del localizzabile.

Sorvegliati, uccisi, affamati, accerchiati.

Le loro morti erano prevedibili. Accettabili.

Ma toccate coloro che viaggiano con il passaporto, che si presentano nel linguaggio della legge e della neutralità, e l’indignazione esplode.

Gli attivisti torneranno a casa. Parleranno di sconvolgimenti, resistenza, coraggio morale.

Sono stati nutriti, fotografati, accuditi.

E sullo sfondo, un genocidio continua, incorniciato ora non dai corpi che cancella,

ma dallo spettacolo di una deviazione nella mobilità bianca.

Funziona così:

L’urlo non si sente finché non echeggia attraverso una voce familiare.

Non quando i bambini muoiono di fame, ma quando agli europei viene detto “non potete passare”.

Non è empatia. È panico identitario.

Un tremore nel meccanismo di chi è autorizzato a muoversi e chi è destinato a rimanere e morire.

La flottiglia è stata brillante, non perché ha sfidato il potere, ma perché ha toccato un nervo scoperto.

Ha portato i corpi bianchi pericolosamente vicini ai campi di sterminio, la non-terra, il non-luogo, dove i bambini di colore vengono cancellati con precisione industriale.

La sola vicinanza della carne europea a una zona riservata all’infanticidio sistematico ha fatto venire i brividi lungo le schiene europee.

Ma era una farsa.

Nel momento in cui gli attivisti vengono nutriti, accuditi e riportati a casa, sani e salvi, l’illusione di un destino condiviso si infrange.

E cosa resta, allora?


Risposta di Adelinda:

Quello che dici è vero e non sei stato l’unico a farlo notare. Lo fecero notare già alcune giornaliste italiane (Leyla Belmoh e Giulia Paganelli tra le prime che ricordi) appena pronunciato il famoso discorso del portuense genovese, frase che poi divenne slogan da tutte le parti, e ricordo aver condiviso questo stesso pensiero. Certo è fortemente nichilista e certo, dopo anni di morte celebrale, leggere questa realtà ai bianchi, comodi, europei, fa male, motivo per cui scattano. E scattano come non mai. Chi non ha il privilegio del passaporto pass par tout lo sa; conosce bene la differenza di peso tra la vita di chi invece ha alle spalle una storia di cui non importa a nessuno.

Spero tu comunque sia in piazza.

Che questo non sia una distanza da chi si è svegliato oggi, e che una riflessione come questa – che invece é fondamentale – possa attraversare il ragionamento fino a far percepire e comprendere loro il privilegio che si vergognano ad ammettere.

I due testi sono ripresi dalla pagina facebook del centro sociale Arvultura di Senigallia.

(*)

https://www.labottegadelbarbieri.org/la-resistenza-curda-dopo-il-tradimento-americano

e

https://www.labottegadelbarbieri.org/ascoltando-karim-franceschi-partigiano-a-kobane/

 

da qui