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sabato 21 ottobre 2023

La polizia italiana vuole utilizzare finti profili social per monitorare la rete - Riccardo Coluccini

 

Prima erano solamente intelligence ed esercito, ma ora anche le forze dell’ordine guardano con sempre maggiore attenzione alle opportunità della sorveglianza sui social, tramite finti profili indistinguibili dai reali

Vanessa è una ragazza tedesca di 27 anni, pratica gli sport e le piace il calcio. È cresciuta in un quartiere benestante e al momento è single, dopo che il suo ragazzo, un elettricista, ha deciso di lasciarla. Le sue poche foto su Instagram raccontano della passione per la cucina e per i film di animazione di Miyazaki. Vanessa è una persona gentile ma può anche essere molto egoista e un po’ noiosa. Dettagli della sua personalità che nessuno potrebbe conoscere guardando solamente le poche foto postate online. Vanessa infatti non esiste, o meglio: è un profilo finto la cui biografia e i tratti caratteriali sono stati decisi interamente dall’azienda di sorveglianza italiana Cy4gate, come testimoniato da un documento individuato online da IrpiMedia, nel quale si pubblicizza un software per la gestione di avatar virtuali offerto alle forze dell’ordine per fingersi utenti reali e monitorare così le piattaforme social.

 

L'inchiesta in breve

·         Una notifica sul cellulare e una richiesta di amicizia possono essere l’inizio di un’attività di monitoraggio online da parte delle forze dell’ordine, sempre più interessate alla generazione di finti profili social in modo da seguire i propri bersagli anche sulle reti digitali

·         È quanto emerge da una serie di documenti e presentazioni individuate da IrpiMedia, che ha scoperto come alcune aziende di sorveglianza stiano spingendo nella promozione di software in grado di creare e gestire finti account social quasi automatici e difficilmente distinguibili da dei profili reali

·         Le aziende italiane Cy4gate e Area offrono questi prodotti, un tempo in mano solo all’esercito e alle agenzie di intelligence, anche alla polizia. Piattaforme simili, offerte da altre aziende internazionali, sono usate anche per inviare link per l’installazione di spyware

·         Un elemento chiave è l’utilizzo degli algoritmi di intelligenza artificiale, sempre più capaci di creare l’immagine di volti perfettamente credibili e difficilmente distinguibili da quello di una vera persona

·         Come scoperto da IrpiMedia, l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli è già dotata di questo tipo di tecnologia, anche se non è chiaro quale tipo di reati voglia indagare, mentre la Polizia postale ne ha preso in considerazione l’acquisto, sebbene sembra non si sia ancora concluso.

·         Queste piattaforme «possono davvero avere un effetto di controllo massivo sulle persone e sul modo in cui usano Internet» secondo l’esperta Ella Jakubowska, Senior Policy Advisor presso l’associazione che si occupa di diritti digitali European Digital Rights (EDRi)

In gergo si parla di “Vumint”, dalla contrazione del termine “virtual human intelligence”, ovvero della pratica che permette di usare finti profili sui social network per avvicinare un obiettivo, monitorarne le attività e le amicizie, e raccogliere informazioni sul suo conto. Il prodotto di Cy4gate, che si pone proprio questo obbiettivo, si chiama Gens.AI e persino la Polizia postale e delle Comunicazioni era intenzionata ad acquistarlo nel 2021, come emerge dall’analisi di un documento visionato da IrpiMedia.

Ma non sono gli unici a voler usare in Italia tecnologie simili: l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli ha già siglato un contratto con Area Spa, azienda che sviluppa tecnologie di sorveglianza e produttrice di un sistema simile a quello di Cy4gate. Mentre l’uso di questi strumenti, un tempo solo in mano alle agenzie di intelligence e all’esercito, si espande, gli esperti che si occupano di privacy temono per i rischi legati a una sorveglianza indiscriminata delle attività online, sopratutto se questa dovesse finire in mani sbagliate o impiegata per scopi non previsti.

Le mille facce dell’intelligence

Hai una nuova richiesta d’amicizia

Capita spesso di ricevere strane richieste di amicizia sui social da profili palesemente falsi o quantomeno stravaganti, ma gli strumenti di Virtual Human Intelligence sono fatti per non destare sospetti: algoritmi di intelligenza artificiale permettono di creare e gestire profili che sembrano in tutto e per tutto veri, completi di foto profilo, descrizioni, e con un’attiva condivisione di post. E così, dopo essere entrati nella cerchia degli amici, gli avatar dietro cui si cela un operatore umano possono iniziare a costruire un profilo sull’attività del bersaglio: controllare la lista degli amici, vedere le foto in cui è taggato e i post che condivide. Ma anche interagire direttamente con il target per ottenere maggiori informazioni.

In Italia già nel 2016 si parlava di queste tecnologie, come riporta un articolo de La Stampa riguardo l’evento Cyber Defence Symposium organizzato dal ministero della Difesa. Durante il simposio uno dei responsabili di Area Spa parla di questi avatar come delle classiche “barbe finte”: «Un agente può creare dieci identità […] due magari progrediscono nel tempo maturando un profilo più articolato, e altre otto fanno da contorno», spiegava. L’attenzione per questo tema non è di certo scemata in Italia, dove si continuano a organizzare conferenze dell’esercito nelle quali la Virtual Humint è considerata, secondo il titolo di un evento, «la nuova frontiera dell’Intelligence».

Ma all’estero questi finti avatar sono già finiti al centro di abusi e scandali. Come quelli recentemente rivelati da Forbidden Stories, dopo che il gruppo di giornalisti ha ottenuto una presentazione riservata fatta dall’azienda S2T Unlocking Cyberspace alle Forze armate della Colombia. Documenti trapelati grazie all’operato di un collettivo di hacktivisti noto come Guacamaya, che IrpiMedia ha potuto visionare, descrivono come questi strumenti vengano commercializzati per un potenziale uso contro giornalisti e attivisti. Non è chiaro se la S2T si sia aggiudicata la commessa.

Società che vendono e producono simili tecnologie sono state recentemente oggetto di provvedimenti da parte di Meta, proprietaria di Facebook. Nel 2021 il colosso ha rimosso circa 300 profili falsi riconducibili a due aziende di sorveglianza israeliane, Cobwebs e Cognyte. Gli account falsi venivano usati per raccogliere informazioni e spingere le vittime a rivelare dati personali. In diversi casi l’obiettivo era colpire – ancora una volta – giornalisti e attivisti. Meta ha anche avviato un’azione legale contro l’azienda statunitense Voyager Labs per aver creato finti profili Facebook e Instagram con cui raccogliere dati. Secondo le accuse di Facebook, Voyager ha utilizzato 38 mila account falsi e nascondeva la propria attività grazie a una rete di computer e network in diversi Paesi, in modo da far sembrare ogni profilo autentico.

Nei documenti visionati da IrpiMedia, anche Cy4gate dichiara che le identità virtuali create con Gens.AI «non possono essere ricondotte» a Cy4gate o «all’utente del software» ma le funzionalità non finiscono lì.

Barbe finte all’italiana

La Polizia postale ha stimato una spesa di 369 mila euro nel suo “Programma biennale di forniture e servizi” per gli anni 2021-2022 per l’acquisto di Gens.AI per attività sotto copertura. Malgrado altri dei prodotti indicati nella lista siano poi stati regolarmente acquistati, IrpiMedia non ha individuato il bando effettivo di gara per il prodotto di Cy4gate. A una richiesta di commento, l’ufficio stampa della polizia ha dichiarato che il prodotto «non è stato acquistato, né riproposto nella programmazione degli acquisti di beni e servizi successiva».

Già in passato la Polizia postale ha svolto attività sotto copertura online, non è chiaro però se effettuate in maniera manuale o grazie a software specifici che facilitano la gestione dei profili. Ma nelle sue relazioni annuali sottolinea l’incessante attività di monitoraggio dei profili social e dei forum nel cosiddetto Dark Web, un’infrastruttura web che rende tecnicamente impossibile risalire all’identità degli utenti che vi navigano.

In risposta alle domande inviate da IrpiMedia, la Polizia postale non ha chiarito per quali reati vengano utilizzati strumenti per operazioni sotto copertura né se sono in uso altri strumenti simili a quello di Cy4gate. Ha confermato però di svolgere «attività sottocopertura secondo i limiti e le prescrizioni della normativa vigente, anche in materia di protezione dei dati personali», con lo scopo di prevenire e contrastare i reati commessi in rete.

Sotto copertura vs agente provocatore

La normativa vigente, specie riguardo il controllo di questi strumenti, non è dettagliata. In generale le forze dell’ordine possono agire per il contrasto alla diffusione di immagini pedopornografiche online sia attivando siti esca sul web, da cui le persone possono ottenere o scambiare le immagini, sia navigando online con profili falsi usati dai propri agenti. La legge contro “lo sfruttamento della prostituzione, della pornografia, del turismo sessuale in danno di minori” specifica che queste attività possono essere svolte solo su richiesta motivata dell’autorità giudiziaria. Quello della pedopornografia è però un caso speciale: in generale le operazioni sotto copertura sono codificate dall’articolo 9 della legge 16 marzo 2006, n. 146 e non è necessaria l’autorizzazione di un’autorità giudiziaria, ma è sufficiente che la polizia avvisi preventivamente il pubblico ministero e l’autorità e che vi sia un’indagine in corso per uno dei reati per cui è prevista la possibilità di agire sotto copertura: dalla corruzione alla vendita di sostanze stupefacenti, includendo anche reati di terrorismo.

Quel che è certo, però, è che la Polizia postale è interessata all’impiego di uno strumento come Gens.AI. D’altra parte, nei documenti societari di Cy4gate, si legge che il software aiuta a monitorare e prevenire i crimini ed «è particolarmente efficace nella lotta al traffico di droga, alla pedopornografia, all’eversione e ai reati associativi».

Secondo altri documenti informativi della stessa azienda, Gens.AI semplifica la gestione delle identità virtuali «a partire dalla creazione del profilo digitale e dalla sua manutenzione, fino all’esecuzione di operazioni sotto copertura su Internet». Ogni avatar ha una propria biografia, interessi e personalità che possono attirare l’attenzione dell’utente sottoposto a sorveglianza, e gli avatar possono sia monitorare che interagire con un profilo.

 

Screenshot da un documento promozionale della piattaforma Gens.AI. Ogni avatar è munito di foto, una propria biografia, account social e contatti

Dallo screenshot presente in uno dei documenti, che sembra mostrare una demo del sistema, si vede come ogni avatar abbia a disposizione profili social su diverse piattaforme tra cui Facebook, Instagram, Linkedin e Twitter, una propria biografia, un numero di cellulare. Nel caso di Vanessa si tratta di un numero telefonico olandese, malgrado lei sia tedesca e viva a Monaco. A completare l’architettura del servizio c’è la predisposizione di indirizzi IP che sfruttano un servizio di Vpn (Reti Private Virtuali) che servono a mascherare la reale origine della connessione e rendere più difficile per le piattaforme online l’individuazione dei falsi profili. In un altro screenshot si vede come sia possibile impostare dei messaggi e post che possono poi essere pubblicati sui social a un orario stabilito.

In una spiegazione sull’utilizzo di Gens.AI, Cy4gate allude alla possibilità di usare come avatar una finta ragazza di 17 anni per poter così identificare un pedofilo che adesca le proprie vittime online. Un’applicazione che potrebbe essere d’aiuto alla Polizia postale nella sua attività di contrasto alla pedopornografia online.

Gens.AI è stato sviluppato tra il 2018 e il 2019 e «gli avatar sono creati, addestrati e gestiti attivamente (ad esempio, interrompendo o modificando le attività automatiche) da un operatore umano autorizzato di Cy4gate», si legge nei documenti. Ciò vuol dire che il processo dovrebbe essere sostanzialmente automatico salvo l’intervento umano che va a perfezionare i profili e la loro credibilità agli occhi degli utenti. Cy4gate chiarisce che l’uso è riservato alle forze di polizia italiane e straniere. In particolare, si legge sempre nei documenti, «in Italia il loro utilizzo è consentito esclusivamente per il contrasto di specifici gravi reati su disposizione dell’Autorità Giudiziaria, nel rispetto delle disposizioni del Garante della Privacy».

In risposta a una serie di domande inviate da IrpiMedia, una portavoce di Cy4gate ha chiarito che «il prodotto viene fornito al cliente e installato presso le proprie strutture» e quindi al personale dell’azienda «non è consentito in alcun caso svolgere attività operativa a supporto del cliente e, pertanto, non sono noti i target a cui le attività investigative sono destinate e non è in alcun modo possibile aver accesso ai dati da parte dei dipendenti del gruppo».

Un portavoce dell’Autorità garante per la protezione dei dati personali ha dichiarato a IrpiMedia che dalle verifiche effettuate non risultano pervenute richieste di verifica nel merito dell’impiego di tali tecnologie, aggiungendo però che l’Autorità «segue con particolare attenzione questi temi».

Per la creazione della foto del profilo, Gens.AI permette di ricorrere ad algoritmi di intelligenza artificiale, come rivela un’immagine che compare nella presentazione del software. Si vede infatti il procedimento di selezione che permette di scegliere foto definite «GAN Generated» ovvero prodotte usando l’approccio del Generative Adversarial Network (GAN) dove due algoritmi, uno di creazione dell’immagine e uno di verifica della sua qualità, si aiutano a vicenda per ottenere il risultato desiderato. Nell’immagine si vede come, una volta selezionato il range di età e il genere dell’avatar sia possibile scegliere tra diversi volti prodotti artificialmente.

 

Il generatore di foto profilo permette di selezionare un range d’età e il genere dell’avatar. In alto si può selezionare la tipologia di foto, in questo caso si legge: Gan Generated ovvero prodotte usando gli algoritmi di intelligenza artificiale di tipo Generative Adversarial Network (GAN)

Anche l’immagine profilo di Vanessa sembra essere stata creata usando questa tecnologia. Secondo Alberto Fittarelli, ricercatore a capo della ricerca sulla disinformazione presso il Citizen Lab, un laboratorio interdisciplinare dell’Università di Toronto, e che ha aiutato IrpiMedia nella verifica dell’immagine, la foto profilo mostra alcune caratteristiche che rivelano sia il prodotto di un’AI, tra cui imperfezioni della palpebra e pupilla, tratti innaturali dei capelli e del lobo dell’orecchio, e un colletto interno non visibile solamente da un lato del collo. Per l’occhio di un utente distratto, che apre la notifica di una richiesta di amicizia mentre è a fare la spesa o durante la pausa pranzo, la foto di Vanessa è però sufficientemente precisa da sembrare autentica. Solamente attraverso l’analisi di strumenti appositamente creati per individuare immagini create dalle macchine è possibile avere la certezza che il volto di Vanessa sia un falso, ma anche questa è una certezza destinata a scomparire. Gli algoritmi sono sempre più capaci di generare immagini prive di imperfezioni e dunque sarà sempre più difficile distinguere la realtà dalla finzione.

 

Le foto generate con l’AI possono presentare delle imperfezioni che ad un occhio attento non passano inosservate. In questo caso ci sono imperfezioni della palpebra e pupilla, tratti innaturali dei capelli e del lobo dell’orecchio

«Strumenti come questo sono progettati in un modo o, almeno, utilizzabili in un modo che potrebbe costituire una sorveglianza generalizzata o un monitoraggio generale di internet», ha dichiarato a IrpiMedia Ella Jakubowska, Senior Policy Advisor presso European Digital Rights (EDRi), un associazione europea che si occupa della protezione dei diritti umani online.

Finti profili social in grado di monitorare l’attività online di qualsiasi utente potrebbero infatti avere come rischio quello di incidere sulla libertà di espressione, invadere la privacy delle persone, creare la sensazione di essere osservati e monitorati tutto il tempo e, aggiunge Jakubowska, «può quindi davvero avere un effetto di controllo massivo sulle persone e sul modo in cui usano Internet».

Secondo quanto riportato da Cy4gate sarebbe richiesta un’autorizzazione giudiziaria per utilizzare questi strumenti, ma la legge che regola le attività sotto copertura parla solamente di notificare preventivamente l’inizio di un’operazione e non include dettagli specifici su come possano essere svolte le attività online.

«Se è possibile creare profili sintetici molto più adatti a esaminare, monitorare e tracciare su larga scala l’uso di Internet da parte delle persone, ciò suggerisce che stanno cercando di fare qualcosa su una scala che non è ristretta?», si chiede Jakubowska. L’idea alla base di questa tecnologia sembra infatti rispondere a un’esigenza di scalabilità dell’impiego di account falsi online apparentemente ipertrofica rispetto alle esigenze d’indagine dichiarate dalle autorità.

Dogane digitali

Se la Polizia postale ha espresso interesse negli strumenti di Virtual Human Intelligence, nel caso dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli queste tecnologie sono già in uso almeno dal 2015.

È in quell’anno che, per la prima volta, si trova traccia di un acquisto in tal senso da parte dell’agenzia regolatoria del commercio transfrontaliero. Nello specifico, secondo quanto scoperto da IrpiMedia, si tratta del sistema Mcr Virtual Human Intelligence prodotto da Area Spa, «a supporto delle attività di investigazioni sotto copertura in ambito cibernetico». L’acquisto è stato finalizzato grazie al finanziamento pubblico per il progetto di Snellimento delle procedure di sbarco ed imbarco dei container per incrementare la sicurezza e la rapidità del trasporto delle merci nell’ambito del Programma Operativo Nazionale (Pon) Reti e Mobilità 2007-2013, un programma che aveva l’obiettivo di valorizzazione la posizione dell’Italia nel bacino del Mediterraneo grazie a una piattaforma logistica che l’avrebbe resa «una testa di ponte dell’Ue verso il sud del Mediterraneo».

Si tratta quindi di uno strumento di intelligence che viene però acquistato tramite un programma di finanziamento delle infrastrutture logistiche, e le motivazioni per l’acquisto non spiegano in alcun modo come possano aiutare con lo snellimento delle procedure di sbarco e imbarco dei container. Si legge infatti nei documenti dell’Agenzia che vi è la necessità di dotarsi di strumenti che consentano di ostacolare in misura sempre crescente «il traffico di sostanze stupefacenti nonché i traffici illeciti di rifiuti» e vi è «l’esigenza operativa di dotare i funzionari doganali di strumenti tecnologicamente d’avanguardia» per contrastare gli interessi della criminalità economica e della criminalità organizzata. Come facilmente immaginabile, non è sui social network che le narcomafie organizzano la logistica dei trasporti di stupefacente, come ampiamente documentato anche dalle inchieste di IrpiMedia.

Il progetto originario, di oltre 4,5 milioni di euro, ha visto una rimodulazione della proposta progettuale «limitandolo alla realizzazione del sistema di intelligence» per un importo complessivo pari a 2,4 milioni. Area, che è stata individuata come unica fornitrice, si aggiudica l’appalto per 2,3 milioni nel 2015.

I funzionari della dogana italiana svolgono funzioni di polizia giudiziaria e tributaria, operando sia negli spazi doganali sia su delega dell’Autorità giudiziaria sull’intero territorio. A utilizzare il sistema di Area sarebbe la Direzione centrale Antifrode e Controlli che, secondo il sito web ufficiale, svolge anche attività di intelligence sui flussi commerciali a rischio e coordina strategie di analisi, prevenzione e repressione degli illeciti, soprattutto quelli legati a riciclaggio internazionale e al finanziamento del terrorismo. Le azioni di prevenzione non sono però incluse nella legge sulle attività sotto copertura, che sono previste unicamente allo scopo di raccogliere indizi di reati e non prevenirli.

Il sistema di Area era già finito sotto i riflettori internazionali nel 2018, quando un articolo di Forbes ne aveva rivelato l’esistenza grazie a un opuscolo informativo diffuso dall’azienda durante un evento che si è svolto nel Regno Unito. La tecnologia da loro sviluppata, si legge nella brochure, non solo sarebbe in grado di infiltrare agenti sotto copertura nelle comunità online al fine di raccogliere informazioni, ma sarebbe anche di supporto per «psychological operations (Psyops)»: un’allusione alla possibilità di condividere post e notizie con l’obiettivo di manipolare l’opinione pubblica.

Operazioni simili sono state in passato il marchio di fabbrica della Internet Research Agency (Ira), la macchina della propaganda del Cremlino, che grazie a profili finti sui social cercava di influenzare l’opinione pubblica e le elezioni in giro per il mondo – anche nel contesto della guerra in Ucraina. Ora piattaforme per organizzare campagne di disinformazione simili a quelle dell’Ira sono offerte anche dai cosiddetti mercenari della disinformazione, al centro dell’inchiesta Story Killers guidata da Forbidden Stories. Il sistema commercializzato da Area permetterebbe anche l’installazione di spyware quando ci sono interazioni con gli indagati, ad esempio tramite l’invio di un link malevolo dopo che l’avatar ha stabilito un contatto e avviato una conversazione online, una capacità già descritta in prodotti di altre aziende, come quella rivelata da Forbidden Stories.

Nel caso di Area però questo aspetto non è chiaro e la stessa azienda non ha risposto a una richiesta di commento. Questa capacità sembra però diventata già uno standard tra i prodotti offerti dalle aziende di sorveglianza, come rivelano i documenti pubblicati dall’inchiesta Predator Files guidata da European Investigative Collaborations (Eic). Anche l’azienda Intellexa, coinvolta nello scandalo delle intercettazioni in Grecia, offre una piattaforma per la gestione di finti profili che possono interagire con le vittime e inviare link per l’installazione di spyware.

Le spese dell’Agenzia delle Dogane sul sistema Mcr Vh Intelligence sono proseguite negli anni: nel 2017 sono stati spesi 8.500 euro per una sessione formativa di due giornate e mezza. Questa spesa, si legge nei documenti ufficiali dell’appalto, aveva una particolare urgenza: nasce da una richiesta dell’Autorità di Audit del Pon a seguito di alcune verifiche condotte e quindi l’eventuale non accoglimento della richiesta «potrebbe determinare anche un definanziamento dell’importo già accreditato sul conto dell’Agenzia». A fronte di una richiesta di chiarimenti da parte di IrpiMedia, l’Agenzia non ha risposto né ha chiarito se l’Autorità Garante per la Privacy sia stata coinvolta per valutare l’impatto di questo tipo di attività.

Passati due anni, a gennaio del 2019, l’Agenzia delle Dogane invia una richiesta di ripristino dell’infrastruttura fornita da Area «a seguito delle innumerevoli sospensioni di energia elettrica». Importo della manutenzione: cinquemila euro. Vista l’urgenza, sembra quindi che il sistema sia attivamente utilizzato dall’Agenzia.

In origine l’impiego di strumenti avanzati come la Virtual Human Intelligence è in mano a reparti dell’esercito o alle agenzie di intelligence che possono effettuare un monitoraggio preventivo online. Con il tempo però questi strumenti di sorveglianza discendono nella scala degli utilizzatori fino a raggiungere le comuni forze dell’ordine e le agenzie preposte a specifici controlli come quella delle Dogane, diventando poi strumenti apparentemente indispensabili.

«È esattamente quello che diciamo da tempo su questi e altri strumenti di sorveglianza simili: una volta che sono in circolazione è molto difficile fermarne l’uso», ha spiegato Jakubowska. Inoltre, secondo l’esperta, la diffusione di queste tecnologie si inserisce in una questione più ampia: la linea di separazione sempre meno marcata tra sicurezza nazionale e pubblica sicurezza. «Vediamo ripetutamente gli Stati membri dell’Ue tirare fuori la carta della sicurezza nazionale per giustificare davvero qualsiasi cosa stiano facendo», spiega Jakubowska, ma «se si guarda alla giurisprudenza della Corte di giustizia, per esempio, le procedure che sono ammissibili sulla base di una giustificazione di sicurezza nazionale non sono ammissibili quando si tratta di sicurezza pubblica e pubblica incolumità».

Il fatto quindi che queste tecnologie vengano presentate a convegni e conferenze, e che vi siano aziende che le producono, non deve necessariamente spingere qualsiasi dipartimento di polizia ad acquistarle e impiegarle. Decine di Vanessa, tra una foto di una passeggiata e di un piatto di pasta, potrebbero essere lì sui social 24 ore su 24 a monitorare contemporaneamente i membri di una comunità musulmana o cercare di inserirsi all’interno di gruppi di attivisti ambientalisti per scoprire le loro prossime azioni, senza che queste operazioni sotto copertura prevedano sempre l’autorizzazione di un giudice.

da qui

sabato 19 agosto 2023

Agricoltura culturale, desertificazione, OGM - Pierluigi Fagan

 

Abbiamo un certo numero di intelligenze critiche in Italia, ma a chi si rivolgono oltre al fatto di avere scarsi mezzi per veicolare i loro ragionamenti?

“Già nel 2014 il compianto Tullio De Mauro riportava che circa due milioni di italiani erano analfabeti totali, 13 milioni semi-analfabeti, ovvero appena in grado di scrivere il proprio nome e fare somme e sottrazioni semplici, altri 13 milioni avevano perso l’uso fluido della lettura e della scrittura. Insomma, circa la metà della popolazione adulta era sotto la soglia minima della piena alfabetizzazione.”.

Oggi i dati sono questi:

·         Paese OCSE con il più basso numero di laureati

·         Paese OCSE col più basso investimento in istruzione

·         Su 27 Paesi EU, destiniamo all’istruzione meno di 24 Paesi e più solo di Grecia e Romania.

·         Stipendi degli insegnanti tra i più bassi in Europa

Le scarse nozioni ricevute a scuola, in tempi di veloci e profondi cambiamenti, diventano rapidamente obsolete, né ci sono modi per aggiornarle. Questo complesso di fattori determina quella che oggi viene chiamata “povertà educativa” che chiude in un cerchio da cui non possono evadere milioni di italiani.

Con “povertà educativa” s’intende non tanto o solo i tassi di alfabetizzazione, quanto “…l’impossibilità e incapacità di usare le competenze minime richieste per adattarsi alla complessità dei cambiamenti sociali, culturali e tecnologici e di continuare ad apprendere, sperimentare, sviluppare e far fiorire liberamente capacità, talenti e aspirazioni lungo tutto il corso della vita.”

A ciò si aggiunge una vasta, profonda e tradizionale ignoranza scientifica, un vero e proprio disprezzo altezzoso per questa forma di conoscenza che avrà ovviamente i suoi difetti come ogni altra e tuttavia è umana, al pari delle altre.

Questo brillante risultato è stato volutamente perseguito negli ultimi trenta anni almeno, se non di più. L’Italia è risultato il Paese a più forte rimbalzo tra decenni di intenso impegno culturale, politico, sociale terminato negli anni ’70, anche con una eccessiva dose di integralismo e la liberatoria stagione del disimpegno, dell’edonismo, del piacere di vivere alla come viene.

Dagli anni ’90, diventa centrale il complesso mediatico-culturale gestito da Berlusconi, una coerente batteria di emissione di disprezzo culturale ed orgogliosa rivendicazione della pigrizia intellettiva. Parallelamente, diminuiscono gli investimenti in formazione e si susseguono una serie di riforme bizzarre. Ma più che altro, si insedia un paradigma del fare e del non pensare, chi pensa non piglia pesci e nella società raggiungi posizioni vantaggiose a seconda di quanti pesci hai preso.

Su questa incipiente desertificazione culturale, si abbattono gli OGM di Internet, i giochi on line, i social, i siti, i video che ti spiegano l’universo-mondo in cinque-minuti-cinque. Attenzione, non si tratta solo di contenuti, agiscono le forme. Ormai, la nostra mentalità ovvero l’organizzazione mnestica della funzione mentale, è additivata dalla compulsione, la facile remunerazione dei neurotrasmettitori sollecitati dalle impressioni visive ed inviti a pigiare tasti che danno “piacere tattile”, l’impossibilità a prestare attenzione per più di cinque secondi, l’immane fatica a comprendere, la noia e la frustrazione a scalare la comprensione a cui siamo diventati intolleranti.

Tra l’altro, non essendoci nessun vantaggio a sottoporsi a sforzi non riconosciuti, non richiesti e forse anche malvisti, perché sottoporsi a queste faticose e scomode imprese controcorrente? Non richiesti e malvisti ormai non solo dai poteri, ma da tutti quelli che ti stanno intorno.

Ormai l’egemonia è completa, anche solo accennare a questi fatti ti pone nella posizione di colui che dà dello scemo al prossimo, un ottimo motivo per mandarlo a quel paese, farsi una liberatoria risata e compatirlo. Questa è l’egemonia, non doversi più neanche preoccupare di gestire il giudizio sociale poiché viene dato in automatico dal sociale stesso, l’ostracismo è a base popolare quindi giusto in via di principio.

A questa chiusura egemonica dell’ignoranza orgogliosa, concorrono spesso anche quelle rare posizioni che si pensano “critiche” che ben si guardano di notare e preoccuparsi di tale condizione. Loro cercano solo il proprio quarto d’ora di notorietà al mercato della visibilità, magari fanno un partitino o una rivistina o scrivono un libricino. Sono “popolari” o “populisti”, basso verso alto, popolo vs élite, seminano l’incredulità di qualsiasi cosa, danno fuoco ad ogni pensiero, demistificano, basta pensare, bisogna agire!

Eravamo il paese di Gramsci, il paese dell’impegno a portare la cultura a tutti, ad estendere l’obbligo scolastico, a farsi una biblioteca a comode rate di volumetti comprati ad un Festival dell’Unità, l’Italia delle riviste, dei dibattiti, di assemblee e collettivi, delle battaglie sulle 150 ore, delle scuole “popolari”, di Barbiana. L’Italia del teatro e del cinema che faceva pensare, dove contava la mano dell’Autore, delle radio private che contro-informavano, dei festival musicali comunitari, dei quotidiani extra-parlamentari che davano una diversa immagine del mondo. Dove esser “insegnante” era un prestigio, piccolo, ma riconosciuto. Dove un partito che pure si definiva “comunista” arrivò a contare il 35% dei voti, più di 12 milioni di persone adulte, quando ancora si andava a votare al 93% degli aventi diritto (1976).

L’Italia che stava evolvendo la sua democrazia perché non può esserci alcuna democrazia senza persone in grado di pensare, ricercare, farsi un giudizio, dibattere, scegliere razionalmente e consapevolmente.

Ma questa idea dell’agricoltura culturale oggi non va più. Basta ripetere quindici volte “neo-liberismo” nelle scarse dieci righe che si riescono a mettere assieme e la coscienza critica è salva. Meglio se si aggiunge qualche strale contro la dicotomia “destra-sinistra” vero problema cruciale della fase politica secondo tante acute menti. Poi, più in basso, ci sono quelli che provano il brivido dell’esser “contro” postando Zichichi.

Leggevo giusto stamane del deliberato impegno del Governo di nove miliardi stanziati per ricostruire le nostre “forze corazzate”, tra cui l’acquisto di tank tedeschi che visto che gli butta male sulle automobili, si riconvertono. Già perché rischiamo di esser invasi, no? Del resto, chi prende queste decisioni è stato eletto, proprio da 12 milioni di italiani come nel ’76, solo che dato il crollo della partecipazione al voto, oggi ha avuto il 43% dell’elettorato e grazie a leggi ad hoc che “garantiscono la governabilità”, la maggioranza assoluta. Viva il Popolo!

Questa è la più condivisa definizione di potere: poter far fare agli altri quello che è nel vostro e non nel loro interesse. Sapere è potere, togli il sapere ed il gioco è fatto.

Altro che Davos e neoliberismo, l’emergenza politica italiana è la democrazia e per la gran parte ce la siamo distrutta con le nostre manine.


Luca Salmieri e Orazio Giancola: La povertà educativa in Italia. Dati, analisi, politiche, Carocci, 2023

da qui

lunedì 24 luglio 2023

Popolazioni (ovvero: incidenza di idiozia) - Il Chimico Scettico

 

"I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli".

Queste stranote parole di Umberto Eco, del 2015, erano un assunto imperfetto. In primo luogo perché Nobel rimbecilliti non mancano. In secondo luogo perché tra gli imbecilli sui social sono facilmente rilevabili figure con incarichi istituzionali, cattedratici e professionisti. E sono quelli che offrono lo spettacolo più penoso. Quindi imbecille da bar contrapposto a non imbecille titolato oggi non regge, e direi che non reggeva neanche nel 2015. Già, 2015: quando il nemico erano gli antiscientifici grillini e tra i caporioni della milizia proscienza sui social italiani c'erano pasticcere, gioiellieri, ragioniere. E rilevare in tutto ciò una profonda contraddizione era sommamente cafone.

Anni e anni fa iniziai a sentire i due opposti mantra "Gli italiani sono migliori di chi li governa" e "gli italiani non sono migliori di chi li governa". Ovviamente usati a seconda di chi governava e spesso dalle stesse persone al cambiare dei governi.

Questo per dire che in nuce la polemica è vecchia e molto plasmabile o flessibile.

Fermo restando il fatto che i social media sono la finestra definitiva sull'idiozia umana il tema, al contrario di quel che i più credono, non si ferma al riduzionismo che fu praticato da Eco. Ammetto di aver saputo dell'esistenza di Idiocracy, il film, sui social, perlappunto. Col tempo ho constatato che chi lo citava e si poneva il problema della dilagante idiozia era idiota quanto lo erano i suoi bersagli.

Nel quadro prevalente della "critica all'idiozia" (che include la critica al suffragio universale e tante altre belle cose del genere) si rilevava uno schema fisso: ovvero il presupposto che il tasso di idiozia non fosse omogeneo tra popolazioni italiane diverse. Per esempio, la popolazione di chi vota per x ha un tasso di idiozia del 100%, mentre quella che vota per -x ha un tasso di idiozia irrilevante. I ricercatori e i professori universitari poi hanno un tasso di idiozia nullo. Beh, quasi nullo, perché quando il professor X o il dottor Y o il ricercatore Z andavano contro la parola d'ordine corrente (o il rosario del giorno, se preferite) beh, allora immediatamente venivano collocati nel campo dell'idiozia. Cosa che è successa ad Alessandro Barbero e a Carlo Rovelli, per fare due esempi a caso. Ma comunque si tratterebbe di eccezioni trascurabili.

A seguito dell'esperienza CS sarei portato a ipotizzare che queste metriche dell'idiozia siano buone unicamente per lo smaltimento come rifiuto indifferenziato.

Cominciamo prima a definire idiozia. Vediamo la Treccani

idiozìa s. f. [dal fr. idiotie, der. di idiot «idiota»]. – 1. a. Nel linguaggio com., condizione da idiota, stupidità, scarsa intelligenza: rivelare la propria i.; anche di cose fatte o dette stupidamente: i. di una domanda, di una risposta, di un comportamento. b. Con sign. concr., azione, comportamento, pensiero, frase da idiota: fare, dire, scrivere una i., delle idiozie; sarebbe un’i. rinunciare all’offerta; che i., andarglielo a dire! 2. In medicina...

Lasciamo perdere la definizione medica, che non è pertinente, e approfondiamo o meglio estendiamo:

An Educated Idiot is a person that went to college, but is dumber than a rock. The Educated Idiot feels like he/she is smart, but they screw up everything they get involved in. They have a hard time getting dressed, driving a car, or eating. Only the parents are proud of their Educated Idiot children mainly because they themselvs are also Educated Idiots.

(una terminologia simile è stata usata anche da Nassib Taleb, per dirne uno https://www.shortform.com/blog/intellectual-yet-idiot/)

Se si ridefinisce idiozia con educated idiocy ho il forte sospetto che il suo tasso si conservi tra una popolazione e l'altra, pari pari. Il campione CS non è di sicuro rappresentativo, ma in cinque anni gli educated idiots sono stati forse la presenza più rilevante, per tacere degli uneducated idiots che si credevano educated grazie a un diploma o una triennale, a volte presa online. Quindi Idiocracy è stato letto e citato con un certo pregiudizio, quello che vedeva il conflitto tra idioti classici e educated idiots (o chi si riteneva tale, anche se nella vita faceva, che ne so, il grafico, l'OSS, la donna delle pulizie etc.).

Il principale problema è "la scienza", anche parlando di formazione:

Scienze della produzione alimentare (anvedi)

Scienze della produzione animale (stica...)

Scienze della comunicazione (stica^3)

Scienze del turismo (stica^5)

Scienze economiche (Economia e Commercio non era abbastanza figo, evidentemente)

Scienze della Pubblica Amministrazione (che dire..)

Scienze per la Pace (loss for words)

Scienze dello spettacolo e della produzione multimediale (!)

Scienze della comunicazione grafica e multimediale (e qua ogni commento possibile è censurabile)

 

Direi che qualcosa è sfuggito pesantemente di mano qualche tempo fa, sia al ministero che nelle università. Davanti a un panorama del genere è quasi comprensibile che qualche laureato in medicina si sia ritenuto depositario del pensiero scientifico (in realtà il pensiero scientifico di del solito paio etc.).

Io vengo da una facoltà di Scienze Matematiche Fisiche e Naturali del tempo, in cui la posizione nella catena alimentare dei vari corsi di laurea era ben chiara. E bene o male, dati i tempi, ci dovevamo confrontare anche con Heidegger, che aveva scritto: la scienza non pensa. Heidegger non distingueva tra scienza e tecnologia (come quasi tutti al giorno di oggi) ma probabilmente aveva ragione. La scienza non pensa, ma qualche scienziato si e qualcuno educato in una disciplina scientifica pure.

I partigiani della scienza che danno dell'idiota agli altri sono perfetti adepti dello scientismo pop odierno, la compiuta ipostasi della scienza che non pensa. Decenni fa mi ricordo un certo attivismo riguardo a una "scienza responsabile". Oggi la scienza oltre a non pensare declina ogni responsabilità. In cinque anni di attività su isocial una cosa la posso affermare: al 98% i rappresentati dell'accademia presenti su quelle piattaforme erano scienza che non pensa (ma obbedisce).

Chi vende o pratica o vorrebbe praticare "comunicazione della scienza" ovviamente è iscritto alla scienza che non pensa (ma obbedisce), però ha centrato un punto, e il punto è la propaganda, o meglio la guerra per la narrativa. Dopo alcuni anni sono sempre più convinto che, riconoscendo la guerra in corso, non si debba lasciare al nemico la scelta del campo di battaglia.

da qui

sabato 22 ottobre 2022

Non sei sui social? - Alessandro Ghebreigziabiher

 

Negli ultimi anni siamo sempre più iperconnessi, soprattutto gli adolescenti, i quali  trascorrono dalle 8 alle 10 ore al giorno su internet, in gran parte sui social network. Il tutto con conseguenze disastrose per la salute fisica, mentale ed emotiva.
Da cui il seguente verosimile dialogo ispirato da un fatto realmente accadutomi di recente
:

“Non sei sui social?” Mi chiede l’amico che non vedevo da un po’.
“No, ne sono uscito da qualche anno”, rispondo facendo volutamente della facile ironia paragonando i suddetti a delle droghe, ovvero oggetti o soggetti che causano una dannosa forma di dipendenza.
“Davvero?” Insiste.
“Sì, davvero”, rispondo.
“E come faccio a inserirti nel mio gruppo su Facebook?”
“Per semplice logica, non puoi, ecco.”
“E perciò non potresti neppure aggiungere un like alla mia pagina fan?”
“No per l’identico motivo.”
“Ah, capisco. Però posso sempre condividere con te qualche post, un’immagine o un video?”
“Puoi ancora farlo, ma non è detto che io possa accedervi, non essendo iscritto…”
“Già, è vero.”
…
“E se ti giro una storia su Instagram? Ne scrivo delle belle, sai?”
“Non lo metto in dubbio! Ma, vedi, ti ho spiegato all’inizio che non sono sui social.”
“Ah, giusto. Social nel senso di plurale.”
“Esatto.”
“E come faccio a farti vedere un video di Tik Tok? Non sai la roba assurda e anche divertente che mi girano.”
“Non puoi per le ragioni di cui sopra, ma aggiungo che sono felice per te se hai trovato un modo gradevole di passare il tempo.”
“Sei sarcastico?”
“No, dico sul serio!”
“Niente social al plurale, quindi.”
“Proprio così.”
…
“E come la mettiamo con gli streaming di Twitch?”
“Non la mettiamo in alcun modo, non ce l’ho.”
“No…”
“Sì invece.”
“Ah sì? Quindi l’hai installato? Aspetta che ti mando subito un link…”
“Fermati, non ci siamo capiti. Intendevo dire sì che non ce l’ho.”
“Oh, chiaro.”
“Plurale, ricordi?”
“Sì, giusto.”
“Non ci va la esse finale in social, vero?”
“No, perché sarebbe l’aggettivo. Diverso il discorso per il sostantivo e allora si dovrebbe dire social networks.”
“Abbreviando, i social.”
“Precisamente.”
…
“E Twitter? Dài, non ci credo, su. Ci sono tutti, andiamo.”
“Non proprio tutti, ecco, e poi non credo di essere il solo.”
“Non sei su Twitter? Ma lì è diverso, il limite al numero dei caratteri, il contenuto essenziale, la qualità della sintesi, e l’immediata condivisione che…”
“Ho capito e non lo nego, che ti posso dire? Mi dispiace.”
“Di che?”
“Di non esserci.”
“Sul serio?”
“No…”
“Eh, infatti, mi sembrava strano.”
…
“Quindi niente social nel senso di plurale, alla lettera?”
“Già, letteralmente.”
“Aspetta, ma stai scherzando? Mi ricordo che ti piaceva scherzare.”
“Macché, non ci vediamo da una vita e la prima cosa che faccio mi prendo gioco di te?”
“In effetti.”
…
“Quindi, in conclusione, non sei sui social?”
Sospiro, osservo il mio vecchio amico, lo guardo dritto negli occhi e con una flebile speranza nell’umanità gli rispondo così: “No, ma il bello è che sono davvero qui, ora. Ti va di raccontarmi di te?”

https://www.storieenotizie.com/2022/10/non-sei-sui-social.html