‘Io sono la guerra’, aveva quasi
urlato Cisca, originaria della Democratica Repubblica
del Congo. Una storia di esilio senza fine costellata
da innumerevoli esperienze vissute sulla propria carne di donna. Si trova
adesso nel suo paese di origine e i contatti, fatalmente, col tempo si sono
allentati. Potrebbe essere un buon segno perché lei voleva mettersi al servizio
di donne, come lei, ferite dalla guerra.
Una volta cominciate le guerre non
finiscono mai. Lasciano paure, cicatrici, traumi, ferite, memorie di congiunti,
amici e vicini uccisi o minacciati di morte. La fuga, l’esilio e, spesso, il
lungo viaggio alla scoperta di una terra ospitale nell’inutile
tentativo di dimenticare il dramma vissuto nella propria. Le immagini della
casa abbandonata, bruciata e distrutta abiteranno per sempre i loro occhi.
Sono arrivate a Niamey non da molto. Le
vedove e le madri i cui figli hanno perso la vita per le azioni terroriste di ‘Boko Haram’ o altri gruppi affini. Molte di
loro avevano trovato lavoro nel Mali, cercando
un improbabile riparo dalla violenza armata. Anche in quel Paese le cose si
erano messe male e così, per vie traverse hanno raggiunto il Niger. Altre donne le hanno raggiunte per analoghi
motivi. Queste ultime, come le precedenti, sono scappate dal ‘gigante’
demografico e in parte anche economico dell’Africa, la Nigeria. Queste persone non sono che fastidiose
incombenze statistiche per le Nazioni Unite e altre agenzie umanitarie. Vivono
di nascosto in città col numero imprecisato di bambini ignari, per ora, del
destino che li attende. Le guerre, quando incominciate, non finiscono mai.
Dopo la guerra, la violenza armata,
l’esodo, la fuga e la scomparsa del mondo conosciuto comincia l’altra guerra. Quella che si continua a
combattere per ricominciare a vivere una vita decente in
mezzo a gente che troppo spesso non coglie il dramma che gli sfrattati del
futuro si portano dentro.
Alfredo è partito dal Camerun dove aveva
creato un’accademia di calcio. Ora gioca, di nascosto, con la
vita. I ricordi gli scivolano tra le dita. La figlia di cui non ha più notizie
e la famiglia di cui ha perso le tracce. La guerra nella guerra continua per il
cibo, un alloggio, i documenti, la salute e un lavoro che gli permetta di
ridare vigore alle sue illusioni perdute. Prega, partecipa a convegni religiosi
e, da qualche giorno, si è presentato alla Casa della Cultura russa
recentemente apertasi a Niamey.
Vorrebbe cominciare a seguire i corsi gratuiti di lingua perché spera, un
giorno, di essere scelto per una borsa di studio in Russia. Difficile cogliere
dove può condurlo la sorte. Nel frattempo ha seguito corsi di informatica e spera di tanto di fondare un’altra
accademia. In essa si imparerebbe come le spade possano diventano vomeri, le
lance falci e l’arte della guerra sarebbe ripudiata per sempre.
Per il dolore è come per l’ingiustizia. Non ci si dovrebbe mai abituare
alla loro pervasiva presenza. Molto spesso il dolore è una conseguenza
dell’ingiustizia. Entrambi sono a loro modo una rivelazione. Il dolore
è una delle risposte, quella forse più immediata e drammatica, alla separazione
tra la realtà e l’anelito alla pienezza di vita. Rivela un disagio, spesso
incomunicabile, con se stessi, gli altri e il mondo. L’ingiustizia si
esprime come un tradimento perpetrato alla persona che viene privata del primo
e fondamentale diritto che è il riconoscimento della sua inalienabile dignità
umana.
“Dov’è il dolore, là il suolo è sacro”, scrisse il drammaturgo e poeta di
origine irlandese Oscar Wilde. Il Sahel è dunque un luogo sacro e come tale
andrebbe accolto e rispettato. Il suolo di cui parla il poeta non è solo quello
geologico o geopolitico. Il primo suolo sacro è costituito dalle persone, i
corpi, le speranze e l’immaginario che caratterizzano ogni umana
avventura. Il dolore che non trova parole per raccontarsi perché indicibile e prezioso
come un pianto di madre. Il dolore che sembra arrivare ancora prima di nascere
al mondo. Il dolore dei poveri che lo trasmettono, in
silenzio, da padre a figlio.
Il dolore della morte per la fame che, secondo l’Ufficio di coordinazione
delle azioni umanitarie, mette a rischio la vita di 33 milioni di persone nel
Sahel. Questa carestia è la conseguenza di crisi che, come il deterioramento
della sicurezza, l’instabilità e il clima, minacciano i mezzi di sussistenza
delle famiglie. La violenza dei conflitti armati obbliga milioni di
persone a fuggire dalla case e dalle terre per cercare un futuro precario
altrove. Una vita passata scappando da un luogo all’altro e da una guerra
alla seguente. Sembra difficile trovare un dolore che somigli a quello
raccontato dagli scampati.
Perché il dolore è una maledizione, un mistero, un silenzio, parole che non
bastano, un miracolo non accaduto e un grido inascoltato. C’è un dolore
collettivo che non è la somma dei dolori individuali e che neppure i libri di
storia riescono ad evidenziare. Il dolore lo si porta dentro come fanno i padri
che la vita ha reso curvi e fieri per non aver pianto davanti ai
figli. C’è il dolore del parto e quello che sembra del tutto irriverente e
sterile. Il dolore tace perché difficilmente trova una riva dove approdare con
la sicurezza di essere compreso. Come quello dei bambini che pochi sanno
decifrare.
Il loro dolore, quello dei bambini, non ha ancora trovato un
lessico capace di trasmetterlo alle generazioni che verranno. I
bambini presi come ostaggi per farne mendicanti sulle strade delle città e per
impietosire i distratti consumatori di beni. Obbligati a lavorare nei
cunicoli scavati in terra in cerca di minerali preziosi per l’industria e il
commercio dei grandi. Il dolore dei bambini strappati troppo in fretta
dall’abbraccio delle madri e dal futuro che i consigli del padre non potrà più
ascoltare. Un recente rapporto sul Sahel rivela che i bimbi costretti a fuggire
da casa sono circa 1,8 milioni.
Il dolore del tradimento sofferto o perpetrato non ha ancora trovato
un’unità di misura per stimarlo. Le conseguenze di scelte politiche funzionali
alle ideologie dominanti aggiungono dolore ai poveri che il sistema di
dominazione ha reso inutile periferia. Il dolore dei giovani a cui vengono
espropriati, venduti e manipolati i sogni di un futuro possibile. L’accanimento
globale contro i migranti che ne sono una delle espressioni più libere e pure,
genera rivoli di dolore che come fiumi sotterranei prepara sorgenti nel
deserto. Nessun dolore andrà perduto perché scritto sulla palma della mano,
sacra, di una madre.
Appena qualche anno fa si parlava con
enfasi di ‘diamanti di sangue’. Ciò in
riferimento al ruolo giocato da questo simbolo di bellezza, prestigio e
perennità nella nascita, lo sviluppo e la perpetuazione dei conflitti armati.
Alcuni di questi, grazie tra l’altro alla facilità di commercio e trasporto,
avevano contribuito a finanziare le ribellioni armate in Sierra Leone, Liberia
e Angola. Anche la vendita di tronchi di legno pregiato aveva giocato un ruolo
simile, seppur in minore misura. In effetti il controllo delle transazioni del
legname sembrava più facile e non si è mai parlato seriamente di questo
commercio. Charles Taylor, uno dei ‘signori’ della guerra in Liberia, aveva utilizzato entrambe le risorse al
tornante del millennio!
Lo spazio saheliano è ricco di vari
minerali e tra questi spicca lo sfruttamento dell’oro. Assieme
alle armi, alla droga e alle persone, secondo vari osservatori, contribuisce in
modo rilevante al finanziamento dei ‘gruppi armati terroristi’, i GAT, come
vengono talvolta definiti. Il fenomeno è conosciuto, studiato; eppure,
stranamente, non appare alla luce la dicitura ‘oro di sangue’, eppure proprio
di questo si tratta. Con lo scopo di finanziare i gruppi armati continuano
i rapimenti di persone, specie nelle zone di
frontiera con la vicina Nigeria… Ma è l’oro, ormai, a farla da padrone.
L’oro, ‘nervo della guerra nel Sahel’
– rileva la rivista L’opinion, che
sottolinea quanto le giunte al potere, i gruppi armati e gli jihadisti si
affrontino per il controllo delle miniere d’oro nello spazio sahelo-sahariano.
‘La corsa all’oro costituisce una nuova manna finanziaria e
opportunità di reclutamento per i gruppi armati’, si può leggere nel recente
rapporto dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine, Unodoc.
Le multinazionali che sfruttano l’oro del Sahel sono essenzialmente
australiane, canadesi, russe e sudafricane, associate ad attori nazionali. Una
parte importante dell’oro del Sahel usa circuiti clandestini e passa tramite i
libanesi e altri agenti basati in Svizzera, Turchia, Dubai, Singapore e Cina.
Anche in seguito alla desolazione e
distruzione della Libia ad opera della Nato nel
2011, armi, gruppi ben formati al terrorismo e finanziati da poteri non troppo
occulti hanno seminato morte e distruzione nel Mali e poi nei Paesi adiacenti,
il Burkina Faso e il Niger. Quanto alla Nigeria, l’impatto nefasto della setta
chiamata Boko Haram è cominciato ancora prima, provocando
l’esodo di milioni di persone all’interno e all’esterno del Paese. Il ruolo poi,
di gruppi come Al Qaeda e lo Stato Islamico ha fatto del Sahel una delle nuove
frontiere del terrorismo internazionale.
L’oro ha il colore di guerra.
‘Finché c’è guerra c’è speranza’, recitava
così il titolo di un film apparso sugli schermi nel 1974. Un’affermazione a
prima vista paradossale ma non quanto possa sembrare. Secondo l’istituto per la
Pace basato a Stoccolma in Svezia, praticamente tutti gli stati nei vari
continenti hanno aumentato le spese militari. Ciò è vero
anche per i Paesi del Sahel più colpiti dalla violenza armata ‘terrorista’. Ciò
ha signìficato, tra le altre cose, un graduale spostamento del baricentro del
potere. Passare dal potere politico a quello ‘militare’ non è stato difficile.
I colpi di stato dei militari nel Sahel non sono casuali.
La ‘speranza’ della guerra riguarda,
evidentemente, i gruppi armati, i fabbricanti e i commercianti d’armi e
l’apparato militare che, anche grazie a ciò, può giustificare la conquista e la
permanenza al potere. Il perdurare del conflitto armato è
ben visto anche da quei giovani che, marginalizzati e frustrati dall’esclusione
sociale, potranno trovare nelle armi un’identità e posizione che difficilmente
avrebbero raggiunto in una situazione ‘normale’. E, infine, la continuità della
guerra non può che favorire le imprese che
patteggiano coi gruppi armati e, come sempre, il mondo umanitario.
Presto o tardi bisognerà tentare di capire
fattori esogeni ed endogeni di questa guerra quotidiana. Ideologhi, mandanti,
esecutori e condizioni che continuano a favorire la perpetuazione della violenza armata in questo straordinario spazio
umano che nel passato, assieme a conflitti armati, jihad, imperi, colonialismi
e esodi, ha saputo creare ambiti di creativa convivialità. Sahel significa in
arabo ‘riva, sponda’, riferito naturalmente al grande ‘mare’ chiamato Sahara.
Sotto certe condizioni il Sahel potrà offrire una ‘riva d’oro’ differente alla
nobile popolazione che l’abita. La prima di queste è la verità.
L’attuale capo di stato ha decretato il 26
luglio come nuova festa nazionale del Niger. Ciò per
sottolineare la cesura tra un prima e un dopo l’ultimo colpo di stato militare che ha spodestato il
presidente Mohammed Bazoum, a tutt’oggi
detenuto nel palazzo presidenziale.
La festività, artisticamente orientate al
ricupero delle culture tradizionali, durerà sino alla celebrazione della festa
nazionale, il prossimo 3 agosto. Dal 1975 c’è l’usanza, per l’occasione,
di piantare un albero come simbolo e contributo a
rallentare l’avanzata del deserto. Si celebra, in qualche modo, l’Indipendenza
dall’indipendenza per una nuova dipendenza, quella della ‘sovranità nazionale’.
Il Paese è infatti indipendente dal giogo coloniale francese dal 1960, l’anno
delle indipendenze per 14 Paesi dell’Africa subsahariana francese. Si
aggiunsero il Congo Belga, la Somalia italiana e la Nigeria britannica.
L’Etiopia, la Liberia e la Guinea avevano già gustato il frutto, dolce e amaro,
della sovranità.
I militari che hanno preso il potere negli
stati che hanno scelto di formare ‘l’Alleanza del Sahel’, il Mali, il Burkina
Faso e il Niger, hanno affermato di aver risposto alle aspirazioni dei rispettivi popoli, stanchi
dell’insicurezza, la miseria e la pessima conduzione politica. La modalità
scelta dagli autoproclamati capi di stato e secondo il contesto dei Paesi
citati è quella di unire i popoli attorno al valore della ‘sovranità nazionale’,
come collante e nuova religione del momento. Non è dunque casuale che, in
questo spazio saheliano, si punti al ricupero di un passato mitizzato, per così dire ‘imperiale’, per rifondare la
sovranità. È questa la ‘porta’ che vuole chiudere con 60 anni di ‘democrazia
occidentale’ non adatta ai popoli del Sahel e aprire
al passato delle tradizioni in grado di rifondare una ‘democrazia africana del
Sahel’.
Non appare dunque casuale se questo
progetto di ricostruzione politica vuole realizzarsi: la creazione e il
mantenimento ‘aggiornato’ di un nemico. Siano i gruppi armati terroristi, il
neocolonialismo, l’imperialismo, l’insieme degli stati dell’Africa occidentale
che hanno applicato le sanzioni dopo il colpo di stato, le basi militari
straniere sul posto e, in genere, quanti non sono d’accordo con questo progetto
di ingegneria politica. Il nemico è insostituibile e
varierà nel tempo, nello spazio e a seconda delle necessità del momento. I
militari hanno giustificato la presa di potere adducendo come motivi principali
la lotta all’insicurezza, la situzione economica e la pessima e corrotta
gestione del potere politico. La ‘Salvaguardia della Patria’, missione che il
Consiglio Nazionale dei militari si è data, si è gradualmente tradotta
nella riappropriazione dell’identità profonda dei popoli
del Sahel. Il rischio di assumere, tradurre (o tradire) le attese dei popoli è
sempre molto alto quando ci arroga il diritto di rappresentarlo o manipolarlo.
Una porta che si chiude e che si apre al passato per illuminare il presente
come una sfida.
Esso è costituito, come sempre,
dall’ostinatezza della realtà, puntuale e inesorabile nella sua perentorietà.
Dal momento del colpo di stato alla data, le persone uccise (militari e
civili) si contano a centinaia. Si prende atto che in alcune
zone delle ‘Tre Frontiere’ (Mali, Burkina, Niger) lo stato è inesistente e la
legge è dettata piuttosto da gruppi armati che
manipolano la religione per fini di potere. Il numero di profughi e sfollati
non è affatto diminuito. Migliaia di contadini non potranno lavorare la terra e
questo aumenterà il numero delle persone in vulnerabiltà alimentare o in carestia, che già si contano a milioni. Le condizioni
di vita dei cittadini del Paese si sono ulteriormente deteriorate. Per le famiglie
assicurare il cibo, la salute, l’educazione e gli affitti rappresenta una scommessa alla sopravvivenza. Trovare un lavoro
decente è come osare intraprendere il percorso di un combattente. La
criminalità spicciola e quella più organizzata fanno ormai parte del quotidiano
della città.
Di tutto ciò, nella settimana festiva,
probabilmente si dirà poco o nulla. Le danze
tradizionali e gli slogan passeranno in fretta. Diceva il saggio, a ragione,
che l’albero (della sovranità) si riconosce dai suoi frutti.
“Venerdì 14 giugno pomeriggio, papa Francesco ha fatto il viaggio a
Borgo Egnazia, stazione balneare della Puglia in Italia, per partecipare al
vertice del G7… – scrive l’Agenzia vaticana Zenit – Una prima storica poiché
nessun papa aveva finora partecipato al G7″. Difficile dire quanto di
vangelo c’è in questa presenza e quanto di diplomazia vaticana che,
com’è noto, appare tra le più rodate e lungimiranti. Ciò che nondimeno stupisce
è anzitutto il fatto stesso che il papa, rappresentante della Chiesa Cattolica,
sia stato invitato a questo tipo di vertice che mette assieme alcuni tra i
“potenti” della politica e dell’economia del mondo.
L’invito del papa, per motivi che non è poi difficile discernere, è già un
segno e un messaggio la cui tragica scelta non potrà non lasciare tracce nel
presente e il futuro del papato e della Chiesa stessa. Essere invitati
al vertice di alcuni tra i Paesi più ricchi e potenti del globo significa dare
sufficienti “garanzie” al sistema perché esso possa perpetuarsi o
quantomeno continuare a legittimarsi. Aver accettato l’invito ( o allora la
proposta è giunta dal vaticano e accolta dalle diplomazie del vertice), come il
papa ha fatto, non è che l’ennesimo e patetico tentativo di
accompagnare, da “cappellano di corte”, il sistema attuale che, come
il capitalismo di cui è l’espressione, è nato e cresciuto senza cuore. Non
dovremmo dimenticare che i membri di questo vertice sono corresponsabili o
sostenitori della produzione, vendita e uso di armi in zone di guerra. Si
tratta dunque di persone che hanno le mani macchiate di sangue.
LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI FABIO MARCELLI:
D’altra parte sembra tipico di questo insondabile e ambiguo pontificato
giocare su tutti i fronti con la stessa spudorata disinvoltura. Incontrare e
valorizzare i movimenti sociali. Assumere i poveri come elemento trasformatore
del sistema (secondo le lezioni latinoamericane ben assimilate). Proteggere i
migranti nella loro ricerca di futuro e parlare di “periferie” dalle quali
dovrebbe sgorgare un mondo nuovo e una Chiesa che ascolta. Questo e molto altro
all’ordine del giorno, senza dimenticare le innumerevoli volte nelle quali è
stato necessario precisare, rettificare, contraddire quanto affermato il giorno
precedente in uno dei tanti discorsi letti o improvvisati. Allo stesso tempo,
lo stesso pontefice (vero ponte tra sponde diverse) accompagna e celebra
un’alleanza vaticana col “capitalismo inclusivo” che vede tra i suoi membri e promotori
i più quotati magnati del capitalismo globalizzato. Con la manipolata crisi del
Covid poi, l’attuale papa, ha toccato quanto di peggio ci si sarebbe potuto
attendere da un qualunque politico da strapazzo. L’obbligazione per tutto il
personale dello Stato Vaticano alla vaccinazione pena il licenziamento in
tronco, il fermo invito fatto ai fedeli cristiani di vaccinarsi ‘come gesto
d’amore’ e gli incontri più o meno ‘segreti’ con boss dell’industria delle
vaccinazioni, Bourla. Malgrado i danni occasionati e accertati, l’aumento della
mortalità nei Paesi che più hanno somministrato i vaccini, non è mai sfuggita
al papa una sola parola di attenzione per quanti hanno sofferto a causa delle
suo fermo invito a vaccinarsi e tantomeno la richiesta ufficiale di perdono per
essersi sbagliato di bersaglio. Mai ha domandato venia per la mancanza di
rispetto dei diritti dei dipendenti che avrebbero potuto scegliere o meno di
vaccinarsi in tutta libertà di coscienza come i documenti della Chiesa e della
medicina ufficiale sottolineano da tempo.
La parvenza “democratica” di questo papato è poi contraddetta da
protagonismi nella vita pubblica quotidiana che si esibisce in modo asfissiante
fino a domandarsi se esiste ancora una conferenza episcopale italiana degna di questo
nome. Dappertutto e su ogni tema ci si aspetta una parola, un’allusione e
soprattutto una conferma. Persino nelle trasmissioni televisive seguite da
largo pubblico dove si ha il diritto e il piacere di ascoltare quanto papa
Bergoglio afferma, sostiene, propone e soprattutto allude.
E, infine, la partecipazione anche fisica al vertice del G7 che ha
annoverato altri invitati di marca, ma non la Russia e la Cina ad esempio.
Invitato, accolto e infine assimilato ai potenti, tra coloro che hanno diritto
di presenza, ascolto e udienza. Per parlare dell’intelligenza artificiale di
cui, sembra, il vaticano ha assunto un ruolo non trascurabile e naturalmente
apprezzato. Una Chiesa segno di contraddizione per gli imperi di oggi
sembra essere passata di moda. Accomodarsi accanto al potere di turno
e allo stesso tempo prendere le difese dei poveri desta sospetto
sull’autenticità e sincerità di chi gioca a dare spettacolo per il pubblico.
Al vertice citato nessun povero è stato invitato. In un non lontano
passato, ad esempio il G8 di Genova, si presentava come un vanto del summit
quello di invitare persone di alcuni Paesi che aiutassero a non dimenticare che
c’è anche e soprattutto un altro mondo. Quello a cui spesso il papa allude e
che diventa visibile nelle guerre, le migrazioni e le terre rare… da sfruttare
per motivi ecologici ben ricordati dall’ultima esortazione, al soldo anch’essa
di una sola versione del mondo.
La presenza del papa tra i “grandi” del sistema addolora, preoccupa e fa vergognare
chi pensava che scegliere i poveri e la loro strada non fosse per farsi strada
tra i potenti per diventarne il “cappellano” e in definitiva il garante. Si
tratta dell’esibizione di un tradimento nell’usare i volti e il silenzio dei
poveri per poi accomodarsi alla mensa dei ricchi e dei potenti.
La parola cospirazione
deriva dal latino cum spirare (respirare
con), e cioè essere animati dal medesimo afflato, per indicare un accordo
profondo, intellettuale e sentimentale, in direzione del conseguimento
dell’obiettivo prefissato. Spesso senza saperlo si concorre, respirando
assieme, alla creazione di una comune frontiera che alcuni si ostinano a
chiamare speranza. La prima cosa che respiriamo assieme in questo spazio, noi
cospiratori e fautori di cospirazioni, è la polvere. La polvere della dignità
si congiunge con quella della giustizia per imparare a resistere come solo i
poveri, fatti di polvere, hanno imparato a fare per sopravvivere
La prima cosa che respiriamo assieme, in questa stagione del Sahel chiamata
dell’HARMATTAN è la polvere. La
respiriamo proprio tutti seppure in misure distinte. C’è chi mette le
mascherine da Covid e chi, più rispettoso della tradizione, copre buona parte
del volto col turbante sullo stile dei ‘tuareg’ che in questo ambito hanno una
grande esperienza. Respirare assieme è proprio ciò che significa,
etimologicamente, una ‘cospirazione’. Lo ricorda il dizionario…’ La parola
cospirazione deriva dal latino cum spirare (respirare con), e
cioè essere animati dal medesimo afflato, per indicare un accordo profondo,
intellettuale e sentimentale, in direzione del conseguimento dell’obiettivo
prefissato’. Il respiro e lo spirito affondano nella stessa radice etimologica.
Che quindi i cospiranti, alla fine, sono quelli che condividono un
medesimo spirito, un uguale, affratellante slancio dell’animo. Talvolta
condividono anche l’ avversione o sovversione del sistema.
Nel Sahel ci sono infatti cospirazioni e cospiratori ma non solo per causa
della polvere che si respira. C’è chi cospira per mestiere e chi per
convenienza, chi si accontenta di un cambiamento di facciata e chi vuole la
rivoluzione. Abbiamo gruppi armati che aspirano ad una trasformazione radicale
dell’assetto sociale e troviamo nella stessa zona i banditi che applicano
all’oggi le razzie di un tempo con l’appoggio di mercanti di armi, droga e
persone umane. Anche i milioni di sfollati, rifugiati e profughi, a
modo loro, vivono assieme la cospirazione più profonda e unica che ci sia,
quella della sofferenza silente e spesso inosservata. I migranti,
gli ‘esodanti’, gli avventurieri dal destino segnato per sempre, a loro volta,
cospirano per un mondo differente a cominciare dalle frontiere. Spesso
senza saperlo si concorre, respirando assieme, alla creazione di una comune
frontiera che alcuni si ostinano a chiamare speranza.
La prima cosa che respiriamo assieme in questo spazio, noi cospiratori e
fautori di cospirazioni, è la polvere. Fine com’è, ci unisce e ci
tradisce proprio come fa la storia umana. Verrebbe allora da suggerire al
pallido vento che unisca le polveri di tutto il mondo! La polvere della
dignità si congiunge con quella della giustizia per imparare a resistere come
solo i poveri, fatti di polvere, hanno imparato a fare per sopravvivere.
Respiro, soffio, alito e vento sono ciò che unisce i cospiratori perché della
stessa polvere di vento sono impastati. Un vento che passa e si dirige dove non
sa, senza frontiere e destinazione, anarchico e imprevedibile, incurante dei
regimi di transizione, di eccezione, civili e militari. Un vento che
solleva la polvere che la politica di questi mesi, dal colpo di stato ad oggi,
cerca con tenacia invano di mettere a tacere. Nel Sahel i veri cospiratori sono
coloro che rincorrono il vento e gli affidano la libertà perduta.
articoli e video di Mauro Armanino, Giuliano Martiniello, Jesús López Almejo, Davide Malacaria, Maria Zhakarova, Alberto Negri, Diego Ruzzarin, Nicolai Lilin, Francesco Masala, Eusebio Filopatro, Patricio Guzman, Gillo Pontecorvo.
A cosa somiglia il golpe militare nel Niger – Mauro Armanino
E’ il quinto della serie nel Paese dopo l’indipendenza ottenuta dalla Francia, come molti altri Paesi africani, nel 1960. Lo stadio nazionale di Niamey porta il nome del presidente Seyni Kountché , il militare autore del primo colpo di stato una dozzina d’anni dopo l’indipendenza citata. Nel breve arco della Repubblica si è visto il possibile e l’inimmaginabile in uno stato di diritto. Il Presidente militare Baré Mainassara, ad esempio, è stato barbaramente trucidato nel 1999 all’aeroporto della capitale dalla sua guardia ravvicinata. Gli autori del delitto e i mandanti non si sono mai stati, a tutt’oggi, perseguiti penalmente. Il quinto golpe, in fase di sviluppo, appare singolare anche per la creativa modalità di esecuzione.
Il Presidente deposto, Mohamed Bazoum, si trova infatti prigioniero nel piano inferiore del suo palazzo e chi ha compiuto il golpe sono i militari della Guardia Presidenziale, in sé destinati a proteggerlo da quanto accaduto. Gli altri corpi militari si sono gradualmente allineati con gli autori del putsch che ha rovesciato il regime della settima Repubblica e sospeso la Costituzione con i partiti politici. Le minacce di intervento armato e le sanzioni economiche e politiche non hanno dato, almeno finora, nessun risultato di rilievo se non quello di compattare buona parte della popolazione attorno ai militari. Quanto al golpe stesso, atipico nell’esecuzione, contribuisce a creare, nel cuore della città un misto di sentimenti ed emozioni.
Nel frattempo, il Consiglio Nazionale per la Salvaguardia della Patria, CNPS, ha provveduto alla nomina di un nuovo primo ministro, del ministri e dei governatori (militari) nelle differenti regioni in cui è suddivisa l’amministrazione del Paese. Ogni domenica e a volte anche durante la settimana, si assiste a manifestazioni popolari di appoggio alla giunta militare specie quanto più forte suonano i ‘tamburi di guerra’ della Comunità degli Stati dell’Africa Occidentale, Cedeao. Per il resto, per la gente comune, tutto continua come sempre e la quotidiana lotta per l’esistenza si conferma e rafforza con le interruzioni più lunghe di luce, l’aumento dei prezzi e le frontiere che bloccano i camion pieni di mercanzie deperibili.
Nell’aria della capitale c’è un senso di incompiutezza e di attesa di ulteriori sviluppi che bene potrebbe esprimere il dramma di Samuel Beckett ‘Aspettando Godot’. Il protagonista che ha invitato i personaggi sulla scena e che non arriverà mai. I suoi vari porta parola ripetono che Godot manda a dire che arriverà non ora ma ‘certamente domani’. Proprio questo sentimento di accadimento di un qualcosa o qualcuno sembra caratterizzare il momento di questo strano putsch. Tra tentativi di mediazione più meno felici e minacce ricorrenti di intervento armato, scorre come il fiume Niger il sopravvivere quotidiano della gente qualunque. Chi più di lei, la sabbia, che tutto ascolta, sopporta e accoglie può comprendere che il colpo di stato si realizza nell’attesa di ‘Godot’ che, certamente, arriverà domani.
L’Ecowas prepara la macchina bellica per l’intervento in Niger – Davide Malacaria
…Eppure, nonostante i disastri che si profilano all’orizzonte, pochi leader politici delle nazioni europee hanno dichiarato pubblicamente la loro netta opposizione a questa avventura militare. Come se fosse qualcosa di fastidiosamente secondario. Sono gli stessi leader che si dicono addolorati per la sorte del popolo ucraino…
A proposito di questa indifferenza dei politici e dei media della UE, va notato che gli artisti della propaganda hanno impiegato un usuale escamotage semantico per diminuire la portata di quanto sembra profilarsi all’orizzonte.
Mentre per la guerra ucraina si parla ossessivamente di “invasione russa”, per la possibile guerra in Niger si usa l’espressione “intervento armato” (così è stata definita anche l’invasione dell’Iraq e le altre recenti guerre d’Occidente).
Peraltro, anche l’intervento russo in Ucraina deve la sua genesi a un golpe, quello di piazza Maidan, che ha portato al governo politici sempre più proni ai desiderata d’Occidente e sempre più ostili a Mosca.
La “brutale e non provocata invasione russa” è stato il refrain che ha accompagnato ossessivamente il conflitto ucraino. La brutale e non provocata invasione del Niger da parte delle truppe dell’ECOWAS, supportate dalla NATO, vedrà tutt’altra narrazione.
Maria Zhakarova: Londra interviene in Africa con i suoi “burattini ucraini”
Il Regno Unito sta utilizzando personale militare ucraino per aumentare artificialmente “il potenziale di conflitto in Africa”, ha dichiarato la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova.
I media russi hanno riferito questa settimana che il servizio segreto britannico MI6 ha preparato una squadra di sabotaggio composta da personale militare ucraino da inviare in Africa con l’obiettivo di ostacolare la cooperazione tra la Russia e i Paesi africani, secondo una fonte diplomatico-militare.
“Dato che l’MI6, rappresentato dal suo capo Richard Moore, si è recentemente vantato apertamente del suo coinvolgimento nella pianificazione e nell’esecuzione di attacchi terroristici da parte del regime di Kiev contro il nostro Paese, notiamo le intenzioni delle autorità britanniche di utilizzare i fantocci ucraini per ‘risolvere i problemi’ anche in altre regioni del mondo”, ha dichiarato sabato la Zakharova a RIA Novosti.
In particolare, ha accusato Londra di continuare ad “aggrapparsi disperatamente alla sua eredità coloniale” e di non risparmiare sforzi per “mantenere i Paesi del continente in una posizione di dipendenza”.
“I britannici non sono disposti a parlare con loro su un piano di parità e ritengono possibile, come in passato, intervenire nei loro affari interni”, ha sottolineato.
Allo stesso tempo, il regime del presidente ucraino Vladimir Zelensky “ha bisogno solo di soldi”, ha ricordato, suggerendo che “in queste macchinazioni, i soldati ucraini, a quanto pare, servono come una sorta di pagamento da parte di Kiev per gli aiuti militari occidentali”.
“Secondo uno schema ben collaudato, il nesso NATO-Ucraina intensifica artificialmente il potenziale di conflitto in Africa. Allo stesso tempo, africani e ucraini pagheranno per la realizzazione delle ambizioni dei neocolonialisti britannici”, ha dichiarato.
La Zakharova vede i piani di collaborazione come un’ulteriore prova che “il regime di Zelensky è un degno successore di [Stepan] Bandera, [Roman] Shukhovich e dei loro scagnozzi”, riferendosi ai leader dell’estrema destra ucraina durante la Seconda Guerra Mondiale. “Anche allora i complici nazisti uccidevano e morivano, non nell’interesse dell’Ucraina e del suo popolo, ma nell’interesse dei loro padroni europei”, ha detto.
Una fonte diplomatico-militare ha riferito a RIA Novosti che i servizi segreti ucraini hanno selezionato una squadra di 100 militari ucraini con esperienza nel conflitto del Donbass, su ordine dell’MI6, per organizzare ed eseguire il sabotaggio di oggetti infrastrutturali in Africa e per eliminare i leader regionali orientati alla cooperazione con la Russia. L’obiettivo dell’operazione è impedire la crescente influenza di Mosca nel continente. Il gruppo eversivo dovrebbe lasciare il porto di Izmail per Omdurman (Sudan) nella seconda metà di questo mese.
Il Niger e il neocolonialismo europeo in Africa: sul futuro di un’illusione – Eusebio Filopatro
Il 26 luglio 2023 gli uomini della guardia presidenziale nigerina hanno catturato il presidente Mohamed Bazoum, dando inizio ad un colpo di stato.
L’evento ha brevemente spostato i riflettori verso il Sahel, una delle regioni più trascurate e povere del mondo, che pure con buone ragioni è stata definita la frontiera meridionale d’Europa (da ultimo in una lettera di Roberta Pinotti a Repubblica).
Nella presente serie di articoli mi propongo (1) di contestualizzare il golpe nigerino nella sua storia e motivazioni, e in particolare sullo sfondo della travagliata dissoluzione del neo/postcolonialismo francese, (2) di valutare le prospettive e le difficoltà di un eventuale intervento ECOWAS, e (3) di inserire queste considerazioni nello scenario internazionale più ampio, in particolare rispetto alle aspirazioni realistiche che l’Europa se non l’intero Occidente può mantenere rispetto al suo (dis)impegno in Sahel e in Africa.
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Prima parte
Niger: Le ragioni di un golpe
In un articolo del 1989, Guy Martin ricostruiva le relazioni franco-africane da un punto di vista spinoso: l’estrazione dell’uranio. Martin introduceva la questione del Niger chiarendo senza troppi giri di parole che esso “può anche essere descritto come un’enclave neocoloniale dominata dagli interessi politici, economici, culturali e strategici francesi” (p. 634). In conclusione, alla sua disanima, Martin suggeriva anche un’interpretazione inquietante quanto plausibile del golpe del ’74:
“Nel marzo 1974, i rappresentanti di Francia, Niger e Gabon si incontrarono a Niamey per discutere della domanda e dell’offerta di uranio, ma a causa del rifiuto della delegazione francese di prendere in considerazione qualsiasi aumento del prezzo per i produttori, si decise di sospendere i negoziati e di riprenderli il mese successivo. È difficile credere che sia stata una completa coincidenza che il Presidente Diori sia stato rovesciato da un colpo di Stato militare appena 72 ore prima della ripresa dei negoziati tripartiti, e appena 48 ore prima che Diori partisse per New York, dove era previsto un discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite sul tema delle materie prime.” (p. 637).
Insomma, storicamente, anche dopo la cessazione formale del colonialismo (1897-1960), è difficile descrivere i rapporti tra Francia e Niger se non come a una forma di imperialismo estrattivo, peraltro rivolto da uno degli stati più prosperi del mondo, una potenza nucleare e membro del Consiglio di Sicurezza, contro il paese che è terzultimo per indice di sviluppo umano.
Anche se scarseggiano analisi scientifiche altrettanto franche, comprensive e dettagliate quanto quella di Guy Martin, non ci si deve illudere che negli ultimi decenni la situazione sia sostanzialmente cambiata. E questo non a detta di media antioccidentali, siano essi russi o cinesi, o degli studiosi “radicali” che operano nello stesso occidente: sono invece le stesse testate occidentali, assieme alla diaspora nigerina, a testimoniare i problemi drammatici che hanno contribuito al rovesciamento di Bazoum.
Tra 2010 e 2014, il Guardian ha pubblicato una serie di articoli (ad esempio 1,2,3,4) che rivelavano non solo la mancata implementazione delle misure di sicurezza per le miniere di uranio promesse da parte della francese Areva (poi confluita in Orano), ma anche i difficili e poco trasparenti negoziati con il governo nigerino. I proventi del colosso francese dell’uranio superavano di 4 volte l’intero bilancio del Niger, e i negoziati riguardavano l’incremento delle royalties da un misero 5% al 12%. Nonostante non fosse neppure in discussione che circa nove decimi del ricavato dall’uranio rimanessero alla francese Areva, alla quale il Niger ha anche assicurato colossali esenzioni fiscali, Areva sosteneva che concedere un ulteriore 7% allo stato nigerino avrebbe reso insostenibile il suo modello d’affari. La conclusione dell’accordo non ha sostanzialmente intaccato questa relazione sbilanciata e, si sospetta, forzata. Addirittura, l’ONG “pubblica ciò che paghi” (Publish What You Pay) che monitora il pagamento ai governi da parte delle multinazionali che si occupano di risorse naturali, sostiene che Areva-Orano avrebbe diminuito le royalties grazie a un deprezzamento dell’uranio nigerino.
Ancora nel 2017, un eccellente reportage di due giornalisti, il belga Lucas Destrijcker e il maliano Mahadi Diouara, rivelava al mondo l’impatto devastante dell’estrazione dell’uranio nella città nigerina di Arlit. Citando organizzazioni e testimonianze locali, Destrijcker e Diouara spiegavano ad esempio che, mentre la popolazione locale era priva di acqua corrente, la miniera consumava miliardi di litri della falda acquifera locale, e delle interviste condotte su 688 impiegati nel sito mostravano che circa un quarto aveva sofferto gravi problemi di salute, al punto che 125 avevano dovuto abbandonare il lavoro per disturbi presumibilmente legati alla tossicità dell’uranio. Nel 2012, un tribunale francese ha condannato Areva per la morte di tumore di Serge Venel, ma ovviamente l’accesso a un tribunale è ben al di là delle possibilità dei minatori nigerini.
Anche il convincimento della stampa occidentale sulla “democraticità” di Bazoum sembra essere cosa recente. Il 25/6/20 Libération parlava di “politica repressiva nel silenzio colpevole della Francia” e di “degrado delle libertà pubbliche” in un articolo sugli arresti di attivisti anti-corruzione. Nel 2021, Amnesty International segnalava arresti di massa, violenze, e censura di internet in seguito alle contestate elezioni. Ancora più chiari sono una serie di comunicati ed editoriali apparsi negli ultimi anni sul sito ufficiale della diaspora nigerina, www.nigerdiaspora.net. Il 24/06/23, quindi un mese prima del colpo di stato, uno di questi si rivolgeva accoratamente al presidente Bazoum, spesso accusato di essere un fantoccio nelle mani della Francia, riguardo alla conferma della presenza militare francese in Niger: “Vi avrei consigliato di prendere le distanze dalla Francia, incapace di liberarsi del suo spirito neocoloniale e di fornire al nostro Paese ciò di cui ha davvero bisogno, senza dover subappaltare la sua sicurezza a nessun altro”.
Altrattanto negativo è quindi ben diverso dalla narrazione giornalistica, è il giudizio sul governo di Bazoum espresso da Padre Mauro Armanino, un missionario italiano che risulta tuttora presente in Niger. Scrive Armanino sul suo blog:
“Mohamed Bazoum è il successore – nonché il prescelto – di Mahamadou Issoufou, entrambi fondatori del PNDS. Il decennio di potere del suo mentore, contrariamente all’opinione occidentale e africana, ha gradualmente contribuito ad affossare la fragile democrazia nel Paese. Demoliti i partiti, eliminato l’oppositore principale Hama Amadou, divisa per compravendita la società civile e, infine, l’operazione seduzione ‘pecuniaria’ per la classe intellettuale del Paese, la democrazia si è trasformata nel regno tentacolare e fondamentalmente corrotto del PNDS. Bazoum, malgrado la complicità degli osservatori internazionali che hanno ratificato i risultati dello scrutinio delle ultime presidenziali del 2021, è stato eletto in modo fraudolento.”
Infine, il drammatico deterioramento della sicurezza in Niger è pure segnalato a margine delle ambiziose – e fallimentari – iniziative di cooperazione che in anni recenti l’Unione Europea ha rilanciato con il “G5 Sahel”. Questo gruppo di stati, formalizzato nel 2014 e con sede a Nouakchott, comprende Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger e Ciad: cioè, paesi la cui maggioranza è nel frattempo passata al di fuori dell’orbita d’influenza europea per una serie di colpi di stato. Limes lo presentava come un “consesso regionale fortemente sponsorizzato (anche economicamente) dall’Unione [Europea]”. Ebbene in questo quadro già nel 2018 l’ISPI definiva il Niger “il perno instabile della politica UE nel Sahel” e nel rilevare il protagonismo dell’allora Ministro dell’Interno Mohamed Bazoum, ne citava il (poco) democratico compiacimento nel sopprimere le manifestazioni della società civile: ““li abbiamo arrestati come polli”, si rallegrava Bazoum. Le motivazioni dei manifestanti? “Aumento dell’IVA e delle imposte su beni di prima necessità, dal riso all’acqua corrente, avrebbero colpito le fasce deboli della popolazione”. E nel 2018, più generalmente, prima di rilanciare le ambiziose affermazioni di Tajani su un “Piano Marshall” per il continente africano, lo IAI riportava che “il Sahel è negli ultimi anni diventato una regione fuori controllo in cui, grazie alla vastità dei luoghi e al caos politico, trovano rifugio jihadisti pronti a riorganizzarsi”.
Insomma, a conclusione di una pur rapida carrellata sull’argomento, e rivedendo la stessa stampa occidentale ed europea, inclusi alcuni articoli di analisi, accanto all’imprescindibile voce della diaspora nigerina e delle (poche) voci indipendenti dal posto, si riscontrano gli stessi problemi di instabilità, impoverimento, corruzione, e sfruttamento coloniale denunciati dai golpisti come motivazione per il loro atto di forza. Al contrario, l’insistenza sulla cristallina democraticità del deposto presidente Bazoum suona perlomeno esagerata, anche perché il medesimo ha occupato posizioni di responsabilità al vertice della politica nigerina per più di un decennio, durante il quale i gravi problemi che affliggono il popolo nigerino non sono stati risolti.
In realtà è lei, la vergogna, che ha provocato e poi accompagnato il colpo di stato di Niamey del 26 luglio scorso. Scomparsa da quasi dappertutto la vergogna, intesa come un … ‘profondo e amaro turbamento interiore che ci assale quando ci rendiamo conto di aver agito o parlato in maniera riprovevole o disonorevole’… era introvabile. Una scomparsa graduale, metodica e capillare, quella della vergogna, che non ha risparmiato alcun ambito, professione e circostanza. Proprio lei, dunque, è l’autrice principale del golpe militare che ha destituito il presidente. L’ha fatto anzitutto per lei, per non scomparire del tutto dalla storia e dalla cronaca quotidiana ma anche per chi, come noi, avendo agito (oppure omesso di agire) o parlato in maniera disonorevole desidera in qualche modo riscattarsi. Tra il colpo di stato e la vergogna c’è una relazione di mutua dipendenza e complicità.
Era infatti insopportabile continuare a trattare la politica in questo modo. Senza vergogna si trattava la cosa pubblica come un affare privato e la ‘transumanza’ di eletti ed elettori da un partito politico all’altro si accordava con la maggioranza del momento.
La costituzione della repubblica, l’applicazione della giustizia, l’assemblea legislativa e l’esecutivo erano trattati in funzione dell’affiliazione partitica. I contratti e bandi di concorso per i vari cantieri in progetto erano affidati con estrema disinvoltura a seconda delle ricompense elettorali o di future alleanze di governo. Senza vergogna si viveva la politica come avvenimento elettorale finalizzato all’accaparramento e la gestione amministrativa del potere. Lo spazio politico, inteso come esperienza di dialogo e liberazione della parola su un progetto comune di società, è stato gradualmente confiscato e reso obsoleto dal nuovo e implicito ‘ministero della verità’ di regime.
La vergogna è stata altresì espunta dalla scelta delle sanzioni economico e commerciali che, com’è noto ormai a tutti, sono deleterie per i più poveri e infliggono sofferenze a chi le perpetra e a chi le subisce. Senza vergogna vengono decise, condotte, precisate, applicate e giustificate da chi ha preso in ostaggio i popoli della sotto -regione soprattutto per assicurare e garantire a tempo indeterminato il proprio potere. Identificare gli stati, una creazione recente e ambigua, coi popoli è una truffa o, se vogliamo, un’indebita confusione che fa il gioco di chi usa il popolo come merce di scambio per manipolare la sovranità. Peggio ancora qualora si trattasse di innescare un intervento armato per riportare nel Paese un’ipotetica democrazia costituzionale. Sotto qualunque formato esso si presenti la stessa vergogna sarebbe tra le vittime collaterali dell’intervento. La guerra è sempre un’avventura senza ritorno, come scrisse qualcuno.
La vergogna è l’ ‘espressione di un disonore umiliante’ e sembra, come tale, latitante nell’ambito, sappiamo quanto importante, della creazione di condizioni di vita degradanti in una vasta porzione di popolo. Dal cibo all’educazione scolastica, dalla salute alla casa, dal lavoro alle prospettive d’avvenire per i propri figli, tutto sembra inghiottito dalla miseria quotidiana. Si sopravvive con nulla o poco più e si spera che l’indomani porti qualcosa di differente e che il Dio dei poveri si accorga di quanti gridano e tendono le mani. In effetti è proprio l’educazione alla mendicità che, strada facendo, caratterizza le relazioni e le classi sociali. Centinaia di piccoli scolari senza scuola sono inviati ogni giorno sulle strade delle città per mendicare e per chi ha lavorato poi, si tratta di mendicare il salario. Si mendica un posto in paradiso e nei taxi, in università e persino in carcere dove, per strano possa sembrare, si paga per trovare un posto per dormire in cella.
Forse, con l’aria di scusarsi per il ritardo, la vergogna tornerà ancora a bussare alla porta della giustizia.
Alberto Negri – Meloni e il caos in Libia: allo sbando, altro che «piano Mattei»
L’Italia sta naufragando in Libia per la terza volta in poco più di un decennio
Altro che piano Mattei per l’Africa. L’Italia sta naufragando in Libia per la terza volta in poco più di un decennio. La prima fu quando nel 2011 venne abbattuto – con Francia, Gran Bretagna, Usa, Nato e la nostra attiva partecipazione militare – il regime di Gheddafi che solo mesi prima accoglievamo a Roma come un trionfatore.
La seconda avvenne nel 2019: il governo di Sarraj, insediato proprio con l’aiuto italiano – sempre interessato al controllo dei migranti – , fu abbandonato al suo destino già incerto, pur essendo riconosciuto dall’Onu, contro l’avanzata del generale di Bengasi Khalifa Haftar, alleato di Mosca, dell’Egitto, degli Emirati e corteggiato anche da Parigi. Sarraj fu “salvato” dall’intervento militare della Turchia di Erdogan.
La terza volta sta succedendo in questi giorni in maniera forse meno eclatante ma sicuramente alquanto ignorata: a cavallo di ferragosto due potenti fazioni di Tripoli si sono affrontate con circa una sessantina di morti. Una lotta intestina, con la partecipazione importante dei salafiti, che fa apparire assai fragile il governo di Daibaba con cui Meloni e company stringono accordi labili che contrabbandano agli italiani come pietre miliari dell’agire del governo. La realtà è ben diversa. Pur essendo l’Italia presente sul territorio libico con la sua intelligence, ben poco può fare – soprattutto da sola – con gli attori protagonisti della vicenda. In primo luogo la Turchia che in Tripolitania vuole dare ulteriore consistenza ai suoi disegni di potenza neo-ottomana e mediterranea e si propone persino di dare vita a un esercito libico unificato. I suoi piani si scontrano – ma in qualche caso anche si incontrano – con quelli della Russia, che oltre alla presenza della Wagner in Cirenaica, è disposta a negoziare con Ankara e con il Cairo.
Putin si prepara a incontrare Erdogan per la questione Ucraina e del grano mentre lo stesso reiss turco sta lavorando da mesi a un meeting con il generale-presidente egiziano Al Sisi. I due sono stati divisi dagli sviluppi delle primavere arabe del 2011 quando nel 2013 Al Sisi con il suo colpo di stato fece fuori sanguinosamente i Fratelli Musulmani sostenuti dalla Turchia. In questo quadro libico politico- diplomatico che vede anche la riunione dei Paesi Brics – sempre più lanciati a sganciarsi da quella che considerano come egemonia occidentale e del dollaro – l’Italia e l’Europa non toccano palla. E come loro gli Usa e l’Onu. Visto che proprio ieri il capo del Consiglio presidenziale, Mohammed Menfi, il presidente della Camera dei rappresentanti, Aqila Saleh, e il generale dell’Est Khalifa Haftar hanno annunciato che non parteciperanno a nessun comitato legato alla situazione politica, ad eccezione di quelli aderenti al quadro nazionale interno; un chiaro rifiuto di partecipare a un dialogo che potrebbe essere proposto dalla Missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia (Unsmil). Sono circa due anni che l’Onu e gli europei tentato invano di fare andare i libici alle urne.
Insomma uno schiaffo al Palazzo di Vetro e alla comunità internazionale “occidentale” che vengono giudicati sia a Ovest in Tripolitania che a Est in Cirenaica come degli intrusi. Cosa significa tutto questo? Non che la Russia, la Turchia o l’Egitto abbiano in Africa tutto questo successo. Anche loro devono avere a che fare con i sommovimenti di un continente dove sono in atto guerre, come in Sudan, rivolte jihadiste (Mali, Burkina), golpe e crisi economiche spaventose, dalla Tunisia al Sahel. Significa però che qui degli interventi occidentali non ne vogliono più sapere.
Si è visto recentemente in Niger dove alcune migliaia di soldati occidentali sono accucciati all’aereoporto di Niamey, consapevoli che c’è il rischio che alzando un dito potrebbe finire come a Kabul nel 2021.
Del resto come dare torto agli africani e ai leader della regione tra Medio Oriente e Nordafrica che hanno subito per vent’anni i disastri provocati dagli occidentali, dall’ Afghanistan all’Iraq alla Libia. Con i risultati che sappiamo tutti e una consapevolezza comune nel Sud del mondo: che gli Usa con il loro corteo di docili alleati lavorano più per la destabilizzazione che per la stabilità. Una stabilità che non ci può né ci deve piacere perché fatta di autocrati, democrazie calpestate e repressione: ma allo stesso tempo dovremmo anche smettere di volere imporre agli altri dei modelli al prezzo pesantissimo di morti, carestie e tanti, tanti profughi.
I risultati sono stati in questi anni peggiori dei mali che volevamo combattere. Un interlocutore di Tripoli è esplicito: «Voi europei siete arenati in una visione assai distante da questi territori». Vorrei replicare, come ho fatto, che questo non accade da oggi ma che è un a tendenza in atto da molti anni, il frutto avvelenato di una propaganda e di una narrativa distorta che voleva fare dell’Afghanistan, dell’Iraq o della Libia dei modelli poi respinti dalla realtà dei fatti e dal sentire dei popoli. Ma qui, come si usa dire, non c’è peggiore sordo di chi non vuole sentire.
A noi piacciono i nostri colpi di stato – Francesco Masala
L’Algeria vieta il suo spazio aereo a Parigi per un attacco in Niger, gli algerini sono degli ingrati, dopo tutto il bene che la Francia ha fatto all’Algeria (il 17 ottobre 1961, per esempio)