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mercoledì 1 febbraio 2023

La NATO è una pillola suicida per il mondo

 


…ogni persona amante della pace, indipendentemente dalla nazionalità, dovrebbe pregare affinché la Russia vinca questo conflitto in Ucraina e sconfigga l’agenda della NATO…(Scott Ritter)

articoli, immagini, musica di Matteo Saudino, Umberto Franchi, Donatella Di Cesare, Alessandro Orsini, Tommaso Cerno, Fulvio Scaglione, Stefano Orsi, Nicolai Lilin, Jeffrey Sachs, Agata Iacono, Antonio Mazzeo, Andrés Manuel López Obrador, Douglas McGregor, Andrei Raevsky, Caitlin Johnstone, Giacomo Gabellini, Enrico Tomaselli, Lucio Caracciolo, Davide Malacaria, Andrea Zhok, Antonio Gramsci, Angelo D’Orsi, Fabrizio Marchi, Scott Ritter, Lucio Dalla, Luca Fazzi, Leonardo Tricarico, Francesco Masala, Thierry Meyssan, George Soros, Big Serge Thought, Paolo Ferrero, Atlantic Council, Richard Kemp, Vincenzo Brandi, Fabrizio Verde


Dockers calling: per una grande manifestazione nazionale a Genova il 25 febbraio contro la guerra e l’invio di armi – Gregorio Piccin

L’assemblea di ieri convocata dal Collettivo autonomo lavoratori portuali (Calp) per organizzare a Genova una mobilitazione nazionale il prossimo 25 febbraio contro la guerra e il traffico di armi ha visto una partecipazione straripante e forse inaspettata. La sala messa a disposizione dal Calp presso il Circolo dell’autorità portuale di Genova non ha potuto contenere le oltre cento persone che hanno partecipato all’assemblea.

Presenti in video conferenza anche gruppi e collettivi da Torino, Padova, e Cagliari. Centri sociali della città come il Zapata (che sta battagliando contro lo sgombero) e l’Askatasuna di Torino si sono alternati negli interventi con esponenti di Rifondazione Comunista, Potere al Popolo, Rete dei comunisti, Unione popolare e di sigle del sindacalismo di base come Usb, molto attive nel contrasto diretto alla “logistica di guerra”.

Tutti hanno confermato l’adesione all’iniziativa del Calp per costruire insieme una grande manifestazione nazionale il prossimo 25 febbraio.

Tra le proposte avanzate l’apertura alle realtà cattoliche di base e il dialogo con chiunque sia contrario all’economia di guerra in cui il governo Meloni, in continuità con Draghi, ha precipitato il Paese aggravando la crisi sociale in atto.

“Siamo maggioranza” è stato detto riferendosi ai recenti sondaggi che vedono il 70% degli italiani contro l’invio di armi all’Ucraina, Leopard compresi.

“Sempre al fianco del Calp” hanno dichiarato gli studenti medi dell’Opposizione studentesca d’alternativa in un applauditissimo intervento in cui hanno ricordato come la militarizzazione nelle scuole passi anche attraverso l’alternanza scuola lavoro presso la sede genovese di Leonardo.

Il coordinamento nazionale porti di Usb (presente oltre che a Genova anche a Livorno e Civitavecchia) ha annunciato uno sciopero generale a copertura della manifestazione.

Condivisa da molti interventi la critica a un pacifismo troppo generico, che non ha il coraggio di affrontare le trasversali responsabilità di guerra del nostro Paese, prima fra tutti l’invio di armi con l’unico effetto di prolungare l’inutile strage.

“Guardarsi allo specchio” e combattere la co-belligeranza dell’Italia è stato infatti il senso comune emerso dalla gran parte degli interventi, anche perché questa belligeranza sta affossando l’economia e viene fatta pagare principalmente a lavoratori e lavoratrici. Intanto il governo non fa nulla per mettere la museruola alle speculazioni sulle bollette che stanno producendo extra-profitti stellari per le multinazionali di bandiera.

Stoccate nel merito anche alla Fiom-Cgil che sulla questione centrale del comparto militare industriale marca uno schiacciamento tendenzialmente corporativo (come del resto le altre sigle confederali) sulle politiche industriali del management, che da Moretti a Profumo hanno trasformato Finmeccanica in una holding dell’hi-tech militare. Nessuna prospettiva alternativa alla trasformazione dell’industria militare in un finanziatissimo pilastro della politica estera italiana. Una contraddizione gigantesca che pesa come un macigno perché il ricatto guerra-lavoro e ambiente-lavoro deve essere spezzato. L’ultimo “brindisi” dei confederali per una grossa commessa militare è peraltro arrivato proprio qualche giorno fa a Palermo, dove è stata consegnata una nave da guerra nuova di zecca realizzata da Fincantieri e consegnata alla marina del Qatar.

Senza il coinvolgimento delle lavoratrici e dei lavoratori dei settori dell’industria e della logistica, cruciali per la belligeranza voluta da un trasversale ceto politico guerrafondaio, il movimento pacifista non sarà mai in grado di imporre un’inversione di rotta.

In questo senso, hanno detto i camalli genovesi, il 25 febbraio sarà allo stesso tempo “proseguimento e tappa di un percorso che viene da lontano”.

da qui

 

Russia, Italia e gli (inutili) insegnamenti della storia – Angelo D’Orsi

Nel pieno dello scontro fra rivoluzione e controrivoluzione nella Russia dopo la vittoria di Lenin, le potenze imperialistiche occidentali, e il Giappone, intervennero militarmente per dare manforte ai “Bianchi”, ossia i controrivoluzionari, guidati dall’ammiraglio Kolciak, il quale costituì un suo governo antibolscevico, in Siberia, che venne prontamente riconosciuto dalle potenze occidentali, compresa l’Italia. Commentava il giornalista socialista Antonio Gramsci (il 21 giugno 1919, su “L’Ordine Nuovo”): “questo riconoscimento equivale a una dichiarazione di guerra al popolo russo. Che la guerra non sia condotta direttamente da soldati italiani, ma sia combattuta dai giapponesi, è quistione che non esonera lo Stato italiano dalle terribili responsabilità che si è assunto. Politicamente e moralmente lo Stato italiano sostiene la reazione antiproletaria in Russia; il sangue che sarà versato nella guerra infame ricadrà anche sul popolo italiano, se esso non scinde ogni sua responsabilità dall’atto del presidente del Consiglio”.

Non è peregrino leggere queste parole alla luce dell’attualità davanti ai nuovi, incessanti “pacchetti” di aiuti militari economici e “umanitari” che l’Italia, paese guidato da una classe politica pronta a chinare la testa davanti ai potenti della finanza nazionale o internazionale, un paese che forse meriterebbe di meglio, un paese che vorrebbe, nella larga maggioranza dei suoi abitanti, vivere in pace ed essere lasciato in pace, come d’altronde prescrive la sua Grundnorm, la sua legge fondamentale, quella Costituzione che da troppi anni, governi di ogni orientamento negligono, ignorano, violano, tranquillamente. Lo stesso paese reale, che sta affrontando una crisi economica gravissima, una crisi che colpisce i poveri, le classi medie, e arricchisce i ricchi, e soprattutto le multinazionali, del farmaco, dell’energia, delle armi… Lo stesso paese da quasi un anno, subisce sempre più sgomento l’effetto non solo del rialzo di prezzi ingiustificato, ma anche delle sanzioni imposte alla Russia, che sono sanzioni contro l’Europa e contro l’Italia, e a vantaggio soltanto degli Stati Uniti. La Russia che non è più quella bolscevica di Lenin, ma che rimane un secolo dopo la bestia nera degli occidentali. E che gli occidentali hanno spinto a questa guerra, che rischia di essere infinita. E dalle conseguenze imprevedibili, quanto angosciose. Lascio ancora la parola a Gramsci:

“Intanto anche in Italia è ricominciata l’ascesa dei prezzi dei consumi: i salari sono precipitati. Mancano le materie prime, mancano i viveri. L’Italia, più di ogni altro paese, avrebbe bisogno della pace effettiva nel mondo, di una immediata ripresa dei traffici coi mercati di materie prime e di viveri”. Sì, sarebbe interesse vitale dell’Italia, più di altri paesi, la pace, la ripresa degli scambi commerciali, e aggiungiamo pure, delle relazioni culturali e umane. E invece, che accade? Si succedono i governi, trascorrono i mesi, militari e civili muoiono nei campi fangosi della “terra di confine” (questo significa Ucraina), gli edifici crollano, quelle che erano città qualche mese fa, ora appaiono ammassi di ruderi, la fame si aggiunge alla distruzione, l’odio degli uni non placa il risentimento degli altri. E i governanti italiani, come quelli di quasi tutti gli Stati dell’Unione, sottomessi alla volontà di Washington, ripetono: “armi all’Ucraina, denaro all’Ucraina, aiuti all’Ucraina”, ma soprattutto, armi sempre più pesanti, essendo venuta meno la ridicola distinzione tra armi offensive e difensive, che per i primi mesi del conflitto ci veniva ammannita.

“Sarebbe interesse vitale dell’Italia che il governo russo dei Soviet si consolidi”, scriveva Gramsci: togliamo il riferimento ai Soviet e possiamo leggere questo articolo, del giugno 1919, come una cronaca dei nostri giorni. Un monito, anche, a pensare a costruire le condizioni della pace, e non a portare avanti un massacro, che colpisce anche noi sul piano economico, mentre, grazie a schiere di di giornalisti al soldo delle verità prefabbricate, di commentatori asserviti al mainstream, la grande menzogna si è impadronita di noi tutti. Lottare contro di essa è ogni giorno più difficile, ma non possiamo non farlo, se non altro per salvare le nostre coscienze.

E invece il nostro paese, oggi come cento anni or sono, scrive Gramsci, “si associa all’Inghilterra, all’America, alla Francia e al Giappone per far sorgere in Russia una nuova formidabile guerra, che taglierà, per un tempo indeterminato, la Russia dai traffici mondiali. Consente a che gli Stati Uniti continuino a esercitare il monopolio del grano e impongano ai viveri prezzi di monopolio; consente a che la Francia e l’Inghilterra esercitino il monopolio del carbone e del ferro; consente a che il Giappone sottoponga al suo controllo le riserve minerarie e agricole della Siberia”. E l’azione del nostro governo, oggi come allora, “è rivolta a rovinare l’economia italiana, ad affamare il popolo italiano, a dare il popolo italiano in preda alle oligarchie finanziarie internazionali”.

La storia insegna, ma, sempre come scriveva Gramsci, “non ha scolari”.

da qui

 

Perchè l’Occidente odia e ha paura della Russia – Fabrizio Marchi

Stavo riflettendo, giorni fa, sul fatto che la Russia è forse l’unico paese che non sia mai stato colonizzato e occupato militarmente – se non per brevi periodi ai quali hanno fatto seguito ritirate disastrose – dall’Occidente. Quest’ultimo ci ha provato a più riprese con aggressioni dirette (guerre napoleoniche, guerra di Crimea, guerra civile post rivoluzione del ’17, attacco nazista nella seconda guerra mondiale) e indirette (il tentativo degli USA di colonizzazione economica e politica subito dopo il crollo dell’URSS), ma tutti questi tentativi sono sempre clamorosamente e fragorosamente falliti (e negli ultimi vent’anni, naturalmente, l’espansione ad est della NATO e il colpo di stato in Ucraina nel 2014).

E’ questa forse una delle principali ragioni della atavica ostilità occidentale nei confronti di quel paese. Insieme probabilmente all’ incapacità di comprendere lo spirito di quel popolo che non c’è stato verso di addomesticare. Probabilmente è un’ostilità che ha radici ancora più antiche, essendo la Russia l’erede del grande scisma che ha dato vita alla chiesa ortodossa.

E poi naturalmente la prima grande rivoluzione socialista della storia con tutto quello che ne è conseguito. E ancora la sua estensione e la sua cultura, intrinsecamente irriducibile a quella anglosassone, dominante in Occidente.

Ed è forse proprio quella incapacità di comprensione che ha generato e continua a generare nel mondo occidentale quella sorta di mistero frammista a inquietudine che a sua volta genera inevitabilmente la paura. La Russia non ha mai attaccato l’Occidente – dal quale è stata invece ripetutamente aggredita, anche ferocemente, come nel caso dell’invasione nazifascista – eppure viene percepita da una gran parte della cosiddetta opinione pubblica occidentale come un pericolo costante, come una minaccia perennemente incombente, come una forza bruta pronta in qualsiasi momento a scatenarsi.

Al di là delle considerazioni di ordine politico e geopolitico che si sono verificate di volta in volta e che naturalmente hanno le loro cause e ragioni concrete, credo che sia questo sentimento – in larga parte alimentato ad arte ma comunque profondamente radicato – a generare quell’ostilità.

da qui

 

Quando un impero declina la qualità dei governanti diventa sempre più bassa – Francesco Masala

Fra 100 anni, se esisterà il mondo, nessuno si ricorderà di Biden, Stoltenberg, Ursula Van der Leyen, Zelensky, e compagnia cantante, se non nelle pagine di cronaca nera della storia o nelle note.

Fra qualche anno nessuno vorrà più il dollaro negli scambi commerciali, se non sotto la minaccia delle armi, sarà per questo che tutti vorranno disfarsi del biglietto verde (tranne i servi, naturalmente).

Quando la Nato, se continuerà ad esistere, vorrà combattere per liberare i territori occupati verrà in Sardegna per eliminare basi e servitù militari (è uno scherzo!, le loro occupazioni sono sante)

Quando hanno assassinato Allende e il Cile, Biden era senatore, come quando sosteneva l’invasione dell’Afghanistan e poi dell’Iraq, e quando sosteneva e sostiene Zelensky (che assassinava l’Ucraina) era ancora senatore e poi 46° presidente Usa, che coerenza, sempre dalla parte dei cattivi.

La prossima volta toccherà al cavallo di Caligola, chiunque potrà far di meglio della classe politica della nostra epoca.



giovedì 21 maggio 2020

Contro la scuola della mediocrazia


  
Una Relazione per l’Accademia, Rapporto di Minoranza, Analisi e una Modesta proposta

(premetto che la mia esperienza è solo di 35 anni, scuole superiori, istituti tecnici e professionali)

In tanti anni di insegnamento ho visto cose che voi umani non insegnanti potete solo immaginare, se avete un smisurata fantasia.
Da quando insegno ho cercato di lavorare cercando di far crescere gli studenti, di elevarli rispetto al punto di partenza.
Piano piano scopri che è una vita difficile quella di insegnare per elevare gli studenti, te ne accorgi quando sempre più i presidi (adesso dirigenti scolastici) ti chiedono perché dai qualche insufficienza (e sempre più devi giustificarti), mai ho sentito un dirigente chiedere come mai in certe materie tutti hanno voti non inferiori a otto o nove. Il sottinteso è che se gli studenti sono bravi il merito è degli studenti e, forse, dei professori, se un gruppo non va bene la colpa è sempre del professore.
In questi anni sempre più si parla di successo formativo, che nel concreto può significare che le scuole più “brave” sono quelle con più promossi.
Mutatis mutandis, ho letto che anche in certi ospedali i reparti dove i pazienti tornano a casa più in fretta, o muoiono di meno in quel reparto sono i migliori. E anche che per raggiungere certi obiettivi di efficienza a volte si manda a casa la gente più in fretta del necessario, o i casi più gravi si spostano in altri reparti, ma non ci voglio credere.
Non ho mai letto che i migliori esaminatori per la patente siano quelli che promuovono più aspiranti patentati.
Gli obiettivi della scuola sono una cosa strana, se un docente vuole 100 dai suoi alunni e mediamente si fermano a 70 ha raggiunto il 70% dell’obiettivo, se un docente, a parità di tutte le condizioni, vuole solo 50, e non 100 come il primo, dai suoi alunni e mediamente questi si fermano a 40 ha raggiunto l’80% dell’obiettivo; se si abbassano gli obiettivi gli studenti diventano più bravi e così i loro insegnanti.
Mutatis mutandis, se si cambiano i valori obiettivo delle sostanze presenti nell’acqua, per magia questa può trasformarsi da dannosa a potabile.
Un’altra cosa di cui si parla in questi anni, sempre di più, è di quella parola magica che si chiama recupero, quando uno studente in una parte del programma o in certe prove non va bene, si deve recuperare, recuperare, recuperare. Molte volte si tratta di chi non ha studiato, ma non si può dire per non passare per reazionario. A quale insegnante non è capitato il caso di qualche studente che ti dice, a me non me ne importa niente, vengo a scuola perché mi mandano?
Nello sport è diverso, se uno perde una partita non deve rigiocare di nuovo quella partita, o rifare quella gara, magari la prossima settimana o mese uno si allena di più e meglio, e magari deve volerlo fare, di sicuro i suoi risultati saranno migliori. Se uno passa il tempo senza neanche mettersi le scarpe sportive, in un angolo, giocando col telefonino, chi darebbe la colpa all’allenatore? Pochi, forse. Se succede una cosa simile a scuola quasi tutti attribuiscono la colpa all’insegnante.
E possiamo evitare di parlare delle competenze, altra parola magica, che più uno la usa più sembra bravo? Da sempre la scuola doveva trasmettere, fornire, insegnare le conoscenze, poi era lasciata all'abilità dello studente (o della persona che imparava) farle fruttare, in un ordine logico, fondazioni e piano terra le conoscenze, primo piano le abilità. Da un po' di anni qualcuno ha introdotto le competenze (leggi qui), cosa buona e giusta, il secondo piano di una costruzione. Il problema è che si è gettato fango, non tutti, non sempre, sulle conoscenze, equiparandole al nozionismo. Il paradosso è che spesso a chi non ha conoscenze, o le ha limitate, vengono riconosciute delle competenze sufficienti, perché poverino/a... Ma si può costruire una casa senza fondazioni? Chi andrebbe da un dentista che non sa i nomi dei denti? Chi cercherebbe un elettricista per un lavoro se costui ignorasse cos'è l'elettricità? Diremmo che quelle conoscenze sono nozionismo? A scuola sì.
E quest’anno è apparsa la ministra Azzolina, con le sue parole, a marzo, “nessuno perderà l’anno” e poi la didattica a distanza nella forma delle videolezioni, a me è venuta in mente una canzone, so che è un sacrilegio, ma mi è venuta in mente quella canzone (L'anno vecchio è finito ormai, Ma qualcosa ancora qui non va…Sarà tre volte Natale e festa tutto il giorno…Anche i muti potranno parlare, Mentre i sordi già lo fanno...).
E che dire della novità di quest’anno, occorre l’unanimità dei voti dei docenti del consiglio di classe, affinché uno studente non venga ammesso alla classe successiva.
Non stiamo parlando della sedia elettrica, solo di ripetere un anno scolastico. E come non trovare un insegnante che non sarà d’accordo per la bocciatura, dai, si trova, utilizzerà, quell’insegnante, la formula “ma con me un sei l’ha preso” o una competenza ce l'ha, o la parola magica, ”poverino/a”, per presunti studenti, che hanno l’età per potersi drogare, per guidare un veicolo, per stare svegli fino alle cinque di mattina col telefono cellulare, per poter prendere a parolacce i genitori, per scegliere di entrare in coma etilico (capirete che eccedo, sono cose che non succedono) ma non hanno la forza di volontà di togliere la polvere dai libri.
Mi viene da pensare che c'è una cosa peggiore dell'essere bocciati all'esame della patente ed è quella di essere promossi senza saper guidare. Tutti si indignerebbero perchè se uno guida e non sa guidare può uccidere chiunque, è cosi che quell'indignazione diventa collettiva.
A scuola non funziona così, purtroppo: chi viene promosso senza merito è un furbo, ed è impossibile che l'indignazione di qualcuno, un compagno che ha dato l'anima per essere promosso, per esempio, diventi collettiva,
E che dire dell’alternanza scuola-lavoro, io pensavo a un mese in Sudafrica in miniera, trattato come un nero, o, in alternativa, se non ci sono soldi per i viaggi in aereo, pensavo a un mese nella raccolta dei pomodori, dall’alba al tramonto, con un litro d’acqua, anche due, siamo generosi, per 25 euro al giorno,
Al ritorno tutti sarebbero diventati migliori studenti, ringraziando ogni giorno la possibilità di andare a scuola per studiare.
Una frase che si sente spesso a scuola è “venire incontro agli studenti”, la traduzione è che se alla domanda “quanto fa 2+2” uno risponde sei, l’insegnante dice quattro, con la risposta cinque ci troviamo a metà strada, si è andati incontro agli studenti (1).
Passiamo alla videolezione, per alcuni l'unica declinazione della didattica a distanza.
Quello che poteva e doveva essere un dialogo educativo con moltissimi studenti diventa un monologo (educativo?, purtroppo succede anche nella scuola vera) e un imbroglio, quando gli esercizi e le domande, se un docente (con sprezzo del pericolo) prova a farle, e il dialogo educativo (ormai estinto) si trasforma nell'aiuto da casa (se uno ricorda il gioco televisivo "Chi vuol essere milionario" capisce tutto).
E che dire dell'insistenza dei genitori, che fanno stalking al docente, perchè la valutazione delle prove dell'erede deve essere proporzionata al tempo che dedicano al figlio/a, al costo delle inutili lezioni private, una specie di doping, che scade in fretta.
Come vorrei essere un allenatore di boxe, stalkerato dal giovane pugile e dai suoi genitori per farlo combattere, nonostante capacità e preparazione inadeguate, e mandarlo sul ring, e vedere cosa ne resta.
È inimmaginabile lo squallore di queste cose, beato chi non le prova.

E dopo l’analisi (parziale, naturalmente) vorrei ipotizzare una modesta proposta.

A differenza del medico di famiglia, che viene frequentato solo da chi sta male, la scuola viene frequentata (parlo sempre per le scuole secondarie superiori) da chi non vuole studiare, sempre più, da chi ha qualche difficoltà (a volte sono troppi, leggi qui e qui, esiste il virus della diagnosite), senza dimenticare i molti, sempre più, troppi affetti da nomofobia, leggi qui) e sempre meno da chi vuole studiare (all’inizio ne hanno voglia, ma poi visto l’andazzo, per molti quella voglia scema).
Un enorme problema, sottovalutato nella scuola, è quello di dedicare molto tempo e grandi energie alle prime categorie di studenti, di cui solo una piccola parte non ce la fa e ha bisogno d’aiuto (per questo esistono gli insegnanti di sostegno), e l’ultima categoria di studenti viene trascurata, o, peggio, viene risucchiata nella mediocrità.
Per questo la proposta è indirizzata a tutti, per risolvere il problema degli studenti (uso un eufemismo) pigri.
C’è stato un periodo in cui, ingiustamente, la scuola trascurava gli ultimi della classe, adesso, ingiustamente, chi vuole studiare.

La modesta proposta (di fantascuola, ma non troppo) è la seguente.
Lo Stato offra agli studenti della scuola superiore la possibilità di frequentare cinque anni di scuola dalla prima alla quinta.
Per coloro i quali non hanno voglia, ma è necessario che vadano a scuola, sia per l’obbligo scolastico, sia perché i genitori non vogliono lasciarli soli, visto che si deve andar a lavorare, si rilascerà un certificato di frequenza, se vengono a scuola, e una votazione finale all’esame, anche se non scriveranno niente, o non apriranno bocca, di 60/100 (già oggi quel voto viene attribuito a coloro i quali meriterebbero di essere non promossi, ma per un malinteso senso di bontà vengono promossi, o magari per amore delle belle statistiche).
Se chiunque prendesse il voto minimo garantito ci sarebbe tempo e modo per provare a coltivare chi ha voglia di studiare.
Diceva Antonio Gramsci
«Occorre persuadere molta gente che anche lo studio è un mestiere, e molto faticoso, con un suo speciale tirocinio, oltre che intellettuale, anche muscolare-nervoso: è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo, la noia e anche la sofferenza.»
Questo deve essere l’obiettivo per ogni scuola, per ciascun docente, per ogni studente, ma se quello studente (o studentessa) ha una botta di vita e solleva la testa poggiata sul banco, a volte con un cappuccio, solo alla terza ora, perché si va a comprare il panino, è giusto che l’attenzione del docente stia dietro quasi esclusivamente a chi ha come unico interesse quello di mangiare il panino di ricreazione, o cerca, in tutte le ore, con mille sotterfugi, di stare connesso a Tik Tok, Telegram, Instagram o Merdagram?
E’ come se la scuola portasse una classe al cinema a vedere un film, e molti passassero il tempo o in bagno, o connessi al mondo esterno con lo smartphone; cosa si fa, si porta la classe di nuovo a riguardare quel film?
Se la scuola pubblica offre cinque anni gratuiti d’istruzione superiore, se uno non li sfrutta al meglio saranno persi per sempre, non si recupera per tutto il tempo dell’anno scolastico.
D’estate si aprirebbero corsi per il recupero, a scuola, ma non dieci ore (che danno l’illusione, altra finzione didattica, a chi ci crede, che in dieci ore si recupera quello che non si è fatto in, diciamo, sessanta ore), per lo stesso numero di ore trascurate nell’anno (due materie che “valgono” 100 ore durante l’anno, vanno recuperate, per 100 ore, d’estate, con frequenza obbligatoria).
Senza dimenticare l’alternanza scuola-lavoro, quella della raccolta dei pomodori, da svolgersi obbligatoriamente d’estate, come rinforzo verso lo studio.
Bisognerebbe essere responsabili, per studenti e famiglie che giustificano a oltranza i loro figli, ma se lo si facesse solo per convenienza andrebbe bene lo stesso, rendiamo conveniente essere responsabili.
Un ottimo effetto collaterale è che non si potranno più comprare gli anni nei diplomifici, che moriranno, senza rimpianto, e pace all’anima loro, se le scuole dessero il 60 garantito (che sarebbe come un’elemosina, ma non lo diciamo).


NOTA
(1) QUI potete vedere un bel cortometraggio "scolastico" (ci sono i sottotitoli in italiano)

AVVERTENZE
(1) - Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è solo cronaca, e se uno si riconosce è lui (o lei).
(2) – In queste pagine spesso si dice, per esempio, studenti, è sottinteso che si parla di tutti, lo stesso vale per insegnanti, genitori, professori, è da estendere a tutti i sessi, a scanso di equivoci.
(3)ripropongo qui le parole della premessa, che - visto la posizione - sono una conclusione: la  mia esperienza è solo di 35 anni, scuole superiori, istituti tecnici e professionali

BIBLIOGRAFIA
nel 2003 Paola Mastrocola ha scritto “Una barca nel bosco”, praticamente un libro dell’orrore della scuola, cercatelo e soffritene tutti.

APPENDICE
scriveva Antonio Gramsci in quinta elementare:
“Carissimo amico,

Poco fa ricevetti la tua carissima lettera, e molto mi rallegra il sapere che tu stai bene di salute. Un punto solo mi fa stupire di te; dici che non riprenderai più gli studi, perché ti sono venuti a noia. Come, tu che sei tanto intelligente, che, grazie a Dio, non ti manca il necessario, tu vuoi abbandonare gli studi? Dici a me di far lo stesso, perché è molto meglio scorrazzare per i campi, andare ai balli e ai pubblici ritrovi, anziché rinchiudersi per quattro ore al giorno in una camera, col maestro che ci predica sempre di studiare perché se no resteremo zucconi. Ma io, caro amico, non potrò mai abbandonare gli studi che sono la mia unica speranza di vivere onoratamente quando sarò adulto, perché come sai, la mia famiglia non è ricca di beni di fortuna. Quanti ragazzi poveri ti invidiano, loro che avrebbero voglia di studiare, ma a cui Dio non ha dato il necessario, non solo per studiare, ma molte volte, neanche per sfamarsi. Io li vedo dalla mia finestra, con che occhi guardano i ragazzi che passano con la cartella a tracolla, loro che non possono andare che alla scuola serale. Tu dici che sei ricco, che non avrai bisogno degli studi per camparti, ma bada al proverbio “l’ozio è il padre dei vizi”. Chi non studia in gioventù se ne pentirà amaramente nella vecchiaia. Un rovescio di fortuna, una lite perduta, possono portare alla miseria il più ricco degli uomini. Ricordati del signor Francesco; egli era figlio di una famiglia abbastanza ricca; passò una gioventù brillantissima, andava ai teatri, alle bische, e finì per rovinarsi completamente, ed ora fa lo scrivano presso un avvocato che gli da sessanta lire al mese, tanto per vivacchiare. Questi esempi dovrebbero bastare a farti dissuadere dal tuo proposito. Torna agli studi, caro Giovanni, e vi troverai tutti i beni possibili. Non pigliarti a male se ti parlo col cuore alla mano, perché ti voglio bene, e uso dire tutto in faccia, e non adularti come molti. Addio, saluta i tuoi genitori e ricevi un bacio dal tuo aff.mo amico Antonio.”

martedì 26 febbraio 2013

Milano - Lucio Dalla



un tempo Milano era vicino all'Europa, ora anche in Tunisia non la vorrebbero più - franz