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mercoledì 14 agosto 2024

Il circo degli orrori - Seraj Assi

 

Come verranno considerati dagli storici i parlamentari statunitensi che hanno applaudito in piedi per ben 58 volte Benjamin Netanyahu?

Con un cenno d’assenso bipartisan al genocidio, i deputati statunitensi hanno accolto al Congresso il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, un criminale di guerra genocida, rendendolo il primo leader straniero a parlare davanti al Congresso quattro volte. È stato il discorso più vergognoso e distopico nella storia degli Stati uniti.

Parlando in mezzo a moltissimi applausi, Netanyahu ha chiesto al Congresso più fondi e armi e una licenza per massacrare altri palestinesi. Con un tacito riferimento alla complicità degli Stati uniti nel genocidio di Gaza, Netanyahu ha detto: «La nostra lotta è la vostra lotta». Ha promesso una «vittoria totale», ha elogiato i soldati dell’Idf nonostante i numerosi crimini di guerra e ha definito i manifestanti anti-genocidio «utili idioti dell’Iran». Ha affermato, tra boati di applausi, che il numero di civili uccisi a Gaza è «praticamente nullo», riecheggiando il mantra genocida «Non ci sono innocenti a Gaza» che Israele ha ripetuto durante tutta la guerra. Incoraggiato dalla folla indifferente, Netanyahu ha raccontato una bugia dopo l’altra, tutte cose già smentite.

Un Congresso abbagliato ha riservato a Netanyahu cinquantotto standing ovation, durate circa la metà del tempo del discorso e che hanno segnato un record nella storia degli Stati uniti, o forse nella storia di qualsiasi paese: oltre il 400 percento del numero ricevuto da Kim Jong Un in Corea del Nord, battendo così il record di Netanyahu del 2015, quando il suo discorso di quarantatré minuti ha ricevuto quarantatré standing ovation e applausi da quasi ogni singolo deputato statunitense. Dopo una lunga e tortuosa ora di applausi e applausi, i parlamentari si sono precipitati a stringere la mano a Netanyahu.

Lo spettacolo è stato incredibilmente indegno. Persino l’ex presidente della Camera Nancy Pelosi, fedele alleata di Israele e beniamina di lunga data dell’Aipac, ha definito il discorso di Netanyahu il «peggior» discorso al Congresso tenuto da un leader straniero.

Ma se c’è un lato positivo nel terribile discorso di Netanyahu, è sicuramente esser stato un regalo agli storici del genocidio. Ripensando a questo giorno buio, il culmine di dieci mesi di complicità genocida degli Stati uniti a Gaza, gli storici del futuro non avranno difficoltà a dire chi ha applaudito il genocidio e chi si è opposto.

Guarderanno indietro con orrore ai deputati statunitensi che hanno applaudito un criminale di guerra accusato del massacro di oltre quarantamila palestinesi o, per citare stime più plausibili, duecentomila palestinesi e oltre ventimila bambini. Nelle parole del reverendo Munther Isaac, «I libri di storia registreranno che il Congresso degli Stati uniti ha ospitato un criminale di guerra e gli ha riservato un numero scandaloso di standing ovation».

La storia sarà più gentile con la rappresentante Rashida Tlaib, che ha mostrato un cartello con la scritta «Colpevole di genocidio» e «Criminale di guerra». Poi ha spiegato: «Non mi tirerò mai indietro nel dire la verità al potere. Il governo dell’apartheid di Israele sta commettendo un genocidio contro i palestinesi. I palestinesi non saranno cancellati. Solidarietà a tutti coloro che sono fuori da queste mura nelle strade a protestare ed esercitare il loro diritto al dissenso».

 

Il resto dei parlamentari si è alzato e ha applaudito. Per mostrare il suo rispetto cerimoniale per il presuntuoso criminale di guerra, John Fetterman ha persino indossato un abito al Congresso, forse per la prima volta. I deputati hanno giocato a fare i ciechi e sordi di fronte alla sofferenza dei palestinesi, anche se il genocidio di Gaza è diventato il «genocidio più documentato della storia», per citare l’ambasciatore palestinese delle Nazioni unite, in cui i leader israeliani, guidati da Netanyahu, hanno apertamente chiesto il genocidio e la pulizia etnica dei palestinesi. Come ha osservato Tlaib: «Netanyahu è un criminale di guerra che commette un genocidio contro il popolo palestinese. È assolutamente vergognoso che i leader di entrambi i partiti lo abbiano invitato a parlare al Congresso. Dovrebbe essere arrestato e inviato alla Corte penale internazionale».

Netanyahu ha parlato solo alla metà dei democratici di ogni camera, circa 100 dei 212 democratici della Camera e 28 dei 51 democratici e indipendenti del Senato. Molti hanno boicottato il discorso, tra cui Bernie Sanders, Sara Jacobs e Jamaal Bowman. La vicepresidente Kamala Harris ha rifiutato di presiedere il discorso di Netanyahu. Oltre 230 membri dello staff del Congresso hanno firmato una lettera che esortava i deputati a boicottare Netanyahu, spingendo il presidente della Camera Mike Johnson a minacciare apertamente i parlamentari per il boicottaggio.

Gli Stati uniti sono incredibilmente isolati nel loro sostegno al genocidio di Israele. Proprio mentre Netanyahu atterrava a Washington, Amnesty International ha pubblicato un rapporto schiacciante che metteva in guardia sulla complicità degli Stati uniti nei crimini di guerra a Gaza. La visita di Netanyahu arriva pochi giorni dopo che la Corte internazionale di giustizia ha dichiarato Israele colpevole di apartheid in Palestina e poco prima che la Corte penale internazionale emettesse un mandato di arresto contro Netanyahu per i suoi crimini di guerra a Gaza.

Di fronte all’arresto in Europa, Netanyahu è volato direttamente negli Stati uniti, dove ha trovato un rifugio sicuro, forse l’unico dopo che diversi paesi europei, tra cui forti alleati di Israele come Germania e Francia, e probabilmente il Regno Unito, hanno dichiarato la loro intenzione di arrestare Netanyahu e altri leader israeliani se la Corte internazionale di giustizia dovesse emettere mandati di arresto contro di loro. Il leader israeliano ha persino escluso scali nella Repubblica Ceca e in Ungheria. Un aereo cargo statunitense carico di armi è atterrato in Israele alla partenza di Netanyahu per Washington.

Per impedire a Netanyahu di affrontare la giustizia, alcuni deputati statunitensi hanno minacciato di smantellare del tutto il sistema giudiziario internazionale. Come ha ammesso apertamente il senatore Lindsey Graham, «Se la Corte internazionale fa questo a Israele, dopo verranno a prendere noi».

Nel frattempo, migliaia di persone hanno protestato fuori dal Congresso.

Gli attivisti anti-genocidio hanno chiesto una mobilitazione di massa per arrestare Netanyahu per crimini di guerra. Jewish Voice for Peace e decine di organizzazioni partner hanno pubblicato un avviso di «Arresto da parte dei cittadini per Netanyahu». Oltre cento organizzazioni di base per i diritti umani hanno chiesto al governo degli Stati uniti di cessare immediatamente i trasferimenti di armi e i finanziamenti militari all’esercito israeliano. Oltre quattrocento ebrei Usa hanno organizzato un sit-in di protesta all’interno del Congresso per chiedere la fine del sostegno militare incondizionato degli Stati uniti a Israele.

I dimostranti hanno bruciato un’effigie di Netanyahu a pochi isolati di distanza dal Congresso. Persino le famiglie degli ostaggi israeliani hanno protestato contro la visita di Netanyahu a Washington, poiché lo ritengono responsabile di aver sabotato gli sforzi di cessate il fuoco per salvare la sua carriera politica. Secondo quanto riferito, alcuni sono stati arrestati. Centinaia di altri manifestanti sono stati fermati, colpiti da gas lacrimogeni e malmenati dalla polizia durante il discorso di Netanyahu. Migliaia di persone si sono radunate per protestare contro Netanyahu giovedì mentre si preparava a incontrare Joe Biden alla Casa Bianca, dove Netanyahu ha dichiarato: «Da orgoglioso sionista ebreo a orgoglioso sionista americano irlandese, voglio ringraziarvi per cinquant’anni di sostegno allo Stato di Israele». La storia li ricorderà come coloro che hanno assunto l’unica posizione eticamente sana in un conflitto caratterizzato da brutalità e follia sanguinarie. Gli eletti in piedi ad applaudire il principale architetto di quella follia, d’altro canto, dovranno affrontare una serie di domande, tra cui, ma non solo, «Come hanno fatto a farla franca?», «Come hanno dormito la notte?», «Perché non sono stati sbattuti in prigione?».

*Seraj Assi è uno scrittore palestinese. Vive a Washington e ha scritto My Life As An Alien (Tartarus Press). Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione.

da qui

venerdì 5 gennaio 2024

discorsi di fine anno

 

Un discorso senza ombre - Patrizia Cecconi

Una parte dell’Italia, seppur distratta dal cenone di capodanno, alle 20,30 del 31 dicembre ha ascoltato il tradizionale discorso di fine anno del Presidente della Repubblica. Un’altra parte, invece, non ha posto attenzione alla Tv, privilegiando la conversazione a tavola e tra il tintinnio di posate e bicchieri, ha perso il discorso e dovrà accontentarsi dei commenti di politici e opinion maker , tutti entusiasticamente concordi  –  tutti eh! da Salvini a Schlein, da Conte a Tajani, da La Russa di Fratelli d’Italia a Fratoianni di Sinistra Italiana – nel ritenere che Mattarella ha dato prova di grandezza nel difendere i diritti umani e l’impegno per la pace, “nel non rassegnarci alla guerra” dice Conte, o nel porre “l’accento sulla condanna della guerra” dicono Verdi e Sinistra Italiana.Per onestà intellettuale, dopo aver ascoltato attentamente il discorso del Presidente e non averci trovato nulla di quanto riportato dai creatori di opinione delle Tv nazionali, ho ritenuto opportuno andare a leggere il discorso in questione perché, ascoltandolo, forse mi era sfuggito qualcosa. Anzi, mi era sembrato addirittura un discorso falso, impostato a servilismo verso gli attuali potenti della terra e oltraggioso verso le vittime di quei potenti, oltre che verso i principi che sono alla base del Diritto universale umanitario.

Mi sono detta che forse ero prevenuta per il fatto che Mattarella fino ad oggi, nella politica internazionale,  non ha mai dato prova di imparzialità quindi, probabilmente, ero rimasta vittima di un pregiudizio dovuto a sue precedenti esternazioni e, magari, avevo inconsapevolmente fatto un confronto impossibile tra lui e il Presidente più apprezzato della nostra Repubblica, cioè Pertini. Così oggi ho letto, e con molta attenzione, il discorso che avevo ascoltato la sera del 31 e per dare una valutazione onesta di quelle parole, ho deciso di procedere a una semplice analisi del contenuto. Quella  che offro alla critica di chi mi legge.

Mattarella saluta i cari cittadini e le care cittadine “Nella consueta speranza che si aprano giorni positivi e rassicuranti” aggiungendo subito, come è giusto, che “non possiamo distogliere il pensiero da quanto avviene intorno a noi” che ci troviamo “in una stagione che presenta tanti motivi di allarme. E, insieme, nuove opportunità”,

Confesso di non aver capito dove siano  le opportunità, comunque il Presidente continua  andando avanti per argomenti. Il primo è la violenza della guerra, il secondo sarà la pace e poi la sicurezza, i diritti ecc. Ma vediamoli passo dopo passo.

In ordine di priorità abbiamo “Le devastazioni che vediamo nell’Ucraina, invasa dalla Russia, per sottometterla e annetterla.L’orribile ferocia terroristica del 7 ottobre scorso di Hamas contro centinaia di inermi bambini, donne, uomini, anziani d’Israele. Ignobile oltre ogni termine, nella sua disumanità.La reazione del governo israeliano, con un’azione militare che provoca anche migliaia di vittime civili e costringe, a Gaza, moltitudini di persone ad abbandonare le proprie case, respinti da tutti.”

Quando si analizza un testo si esamina non solo il peso di quanto detto, ma anche il peso di quanto taciuto e degli eventuali confronti – manifesti o sottintesi –  tra diverse situazioni considerate. Vale a dire che la presenza di un dato storico, o anche di un aggettivo particolarmente significante in uno degli argomenti esposti  e, parallelamente, la sua assenza  nell’altro, denota  il senso che si vuole dare al messaggio e quindi gli effetti che l’emittente, in questo caso il Presidente Mattarella,  vuole produrre sul destinatario della sua comunicazione, cioè il popolo italiano.

E il messaggio è che l’Ucraina è invasa dalla Russia mentre la Palestina non è invasa, né occupata da Israele.Ma sta dicendo di peggio, e cioè che l’azione armata di Hamas spunta da pura “ferocia terroristica… ignobile oltre ogni termine, nella sua disumanità” e non da diciassette anni di assedio della Striscia di Gaza e massacri orrendi e ripetuti da parte di Israele, di uomini, donne e bambini; non dai crimini continui in tutta la Palestina commessi da Israele da oltre 75 anni; non dalle violazioni di un centinaio di Risoluzioni Onu e dall’immobilismo delle istituzioni internazionali verso tali violazioni, immobilismo che ha lasciato i palestinesi, tutti e non solo a Gaza, in balia dei soprusi israeliani; che ha lasciato oltraggiare e/o  distruggere luoghi di culto, quali chiese e moschee, senza battere ciglio. Non solo tutto questo e tanto altro viene taciuto da Mattarella, ma il suo discorso continua con un vero insulto alle vittime di 75 anni di soprusi  dichiarando che la “reazione del governo israeliano provoca anche migliaia di vittime civili”. Quell’ “anche”,  Presidente, fa ribrezzo. Fa ribrezzo perché vuol dare l’idea di accidentalità mentre Lei dovrebbe sapere benissimo che non solo non è accidentale ma è voluto e perfino dichiarato. E che dire di quel “respinti da tutti”?Vede, Presidente, il Suo discorso mostra che Lei non sta servendo la pace come dirà più avanti, ma sta servendo chi ha interesse a ridurre all’insignificanza il popolo palestinese a tutto vantaggio del colonizzatore israeliano che condivide i suoi affari con quelle che al momento ancora sono le massime potenze economiche e politiche mondiali.

Istintivamente mi stavo rivolgendo a Mattarella, ma in realtà non avrebbe avuto senso perché Mattarella sa benissimo chi sta servendo. Torno quindi a rivolgermi ai lettori che, immagino, abbiano già compreso che quel “respinti da tutti” ha la funzione di sgravare Israele anche da quest’ultimo  crimine, quello di una nuova Nakba, cioè il proseguimento di quella orrenda “pulizia etnica” iniziata nel 1948, anzi anche un po’ prima, e proseguita senza interruzione in forma a volte sotterranea, a volte più evidente e che, con la scusa del 7 ottobre, è ora in piena e sanguinaria ripresa, sostenuta dall’esercito mass mediatico a servizio dello Stato ebraico e da prese di posizione “autorevoli” proprio come quella che stiamo esaminando.Il Presidente   Mattarella, dicendo che i palestinesi sono respinti da tutti sta avvalorando il desiderio dei peggiori razzisti  quali Gallant, Smotrich o Ben Gvir, oltre ovviamente a Netanyahu e anche di altri sionisti, meno indecenti ma altrettanto razzisti, che vorrebbero vedere i palestinesi “liberamente” evacuati in altri paesi arabi, lasciando che Israele si impossessi  di altro territorio per avvicinarsi al completamento del progetto “dalet”, ovvero l’annessione dell’intera Palestina storica. Ma andiamo avanti e leggiamo la grande scoperta contenuta nel discorso di fine anno e cioè l’affermazione che le guerre generano odio e che l’odio continuerà anche a guerra conclusa. Tutto il passaggio sulle guerre merita attenzione perché, sotto il contenuto manifesto, che non differisce dal buon senso che anima le conversazioni da bar o da mercatino rionale su quant’è brutta la guerra con tutti quei morti, poveri figli di mamma signora mia, si cela un contenuto di colpe a senso unico che appare “discretamente” in frasi come “il pretesto del proprio interesse nazionale” o “brutalità che pensavamo, ormai, scomparse; oltre che condannate dalla storia.”  Poi fa un cenno piuttosto asettico  alle “armi fonti di enormi guadagni” affermando subito dopo che però non sono loro la vera causa delle guerre. le guerre nascono “da quel che c’è nell’animo degli uomini”, e allora “è indispensabile fare spazio alla cultura della pace. Alla mentalità di pace” e per maggior chiarezza Mattarella aggiunge che “Parlare di pace oggi non è astratto buonismo… ma concreto esercizio di realismo” .La demagogia è una bestia infida, a volte si annida anche nei discorsi dei presidenti, e solo se si esce dalla fascinazione del contesto e ci si pone la banale domanda “ma che significa?” la si vede in tutta la sua splendente desolazione. Forse anche il Presidente, o il suo ghost writer, hanno ipotizzato una possibile fastidiosa domanda e quindi dopo due righe arriva la specifica che “ non basta invocare la pace. Occorre che venga perseguita dalla volontà dei governi. Anzitutto di quelli che hanno scatenato i conflitti”.  E qui sta allo spettatore-lettore capire chi sono coloro che hanno scatenato i conflitti. Il Presidente suggerisce, ma non dichiara! Aggiunge che va respinta “la logica di una competizione permanente tra gli Stati”. Potrebbe di nuovo affacciarsi la domanda “come? E che significa?” ma non c’è tempo per soffermarsi sulle domande perché il discorso avanza e si sposta sulla vita quotidiana. “Educare alla pace. Coltivarne la cultura nel sentimento delle nuove generazioni. Nei gesti di ogni giorno.” E da qui passa al tema del momento: la violenza sulle donne.

Mattarella pensa di poter superare il problema dei femminicidi parlando direttamente “ai più giovani”, quelli che di sicuro stanno facendo altro durante il suo discorso ma non importa, è abbastanza chiaro che il suo discorso va oltre, e spiega loro in cosa consiste l’amore vero!  Poi, visto che ora è passato ai giovani  tocca il tema lavoro e denuncia l’ingiustizia delle  “differenze di retribuzione tra pochi superprivilegiati e tanti che vivono nel disagio”.  E poi? Anche qui sembra di essere tornati al bar nell’ora del cornetto e cappuccino, però ora cita la Costituzione e quindi, forse, si solleverà un po’ il livello.Per affrontare questo punto il Presidente si appoggia a un verbo usato nella Costituzione: “riconoscere” per dire che se la Costituzione riconosce i diritti vuol dire “che i diritti umani sono nati prima dello Stato”.Per un attimo, stoltamente, mi sono illusa che affrontasse il tema dei diritti umani violati, di chi ne paga le conseguenze e dei colpevoli di queste violazioni. Mi sono fatta ancora più attenta quando ha detto “che una democrazia si nutre, prima di tutto….” Ci siamo, ho pensato! Finalmente tocca davvero i principi della Costituzione e quelli del diritto internazionale. No, mi ero illusa che avvenisse l’impossibile. Mattarella sta leggendo un discorso che ha una funzione politica, un discorso che non consente ombre, e lui seguiterà a svolgere il ruolo di servitore fedele della potenza di cui l’Italia è suddita, quindi “una democrazia si nutre prima di tutto della capacità di ascoltare… ascoltare gli anziani. Preoccupati di pesare sulle loro famiglie…. Gli studenti, che vanno aiutati a realizzarsi… a cominciare dai costi di alloggio…” e avanti così, fino al “non volgere lo sguardo altrove di fronte ai migranti” che non si sa con esattezza cosa voglia dire, e infine un passaggio veloce sull’intelligenza artificiale per dire che la rivoluzione tecnologica deve restare umana  e “iscritta dentro quella tradizione di civiltà che vede nella persona e nella sua dignità il pilastro irrinunziabile.. perché la democrazia è fatta di libertà.”  Ancora qualche minuto per dire che “non dobbiamo farci vincere dalla rassegnazione o dall’indifferenza”, rispetto a cosa non si sa, ma la frase è piaciuta molto a La Repubblica, quotidiano,   che l’ha passata ai propri lettori insieme  all’unità “che è la forza della Repubblica” intesa come Repubblica italiana in cui l’unità “si riconosce nei valori fondanti della nostra civiltà… e che appartengono all’identità stessa dell’Italia” . Poi, per non creare disturbo a nessuno (perché stiamo parlando di Mattarella, mica di Pertini!) gli ultimi minuti del suo discorso il Presidente li dedica a elencare le situazioni in cui “quei valori” li ha visti esprimersi.  Per esempio “nell’operosa solidarietà dei ragazzi … che spalavano il fango e cantavano Romagna mia” , “nei sorrisi dei ragazzi con autismo che lavorano con entusiasmo a Pizza aut”  o “nel radunarsi spontaneo di tante ragazze dopo i terribili episodi di brutalità sulle donne” o “nell’impegno e nella determinazione di donne e uomini in divisa. Che operano per la nostra sicurezza. In Italia, e all’estero.”

Un discorso veramente senza ombre, in cui non si intravvede ma si vede chiaramente lo scopo:  la parte più politica rispetta il copione dettato da Israele e Usa, mescolando omissioni e mezze verità sia rispetto alla guerra russo-ucraina che rispetto alla guerra Israele-Hamas, e tutto il resto fatto di senso comune da bar e di retorica demagogica. E’ andato bene a tutti, cioè a tutti coloro che sono inseriti, con differenze più o meno di facciata, nella stessa casta. Insomma non disturbare il conducente. E il conducente non è Mattarella

da qui



martedì 10 maggio 2022

«Riconquistare democrazia e sovranità», Lula lancia la pre-candidatura presidenziale

 «Riconquistare democrazia e sovranità», Lula lancia la pre-candidatura presidenziale (discorso integrale)


 

Torna sulla scena Lula. L'uomo che ha portato fuori dalla povertà 32 milioni di persone tra il 2003 e il 2010 è ufficialmente precandidato alle prossime presidenziali brasiliane, un paese dove quasi 20 milioni soffrono la fame.

Sabato, l'ex presidente Luiz Inácio Lula da Silva (Partito dei Lavoratori – PT) e l'ex governatore di San Paolo Geraldo Alckmin (Partito Socialista Brasiliano – PSB) hanno lanciato la lista in cui i due si candideranno alla presidenza e alla vicepresidenza alle elezioni di ottobre in Brasile. Ad Alckmin è stato diagnosticato il coronavirus venerdì e quindi ha partecipato in videoconferenza all'evento che si è svolto presso l'Expo Center Norte di San Paolo.

Secondo la legge elettorale brasiliana, la candidatura effettiva può essere annunciata solo un mese prima delle elezioni. La coalizione annunciata comprende il PT e altri sei partiti. Lula è stato completamente esonerato da tutte le condanne che gli sono state comminate per tenerlo fuori dalle elezioni del 2018.

Lula ha parlato sul palco davanti a una folla esultante di migliaia di lavoratori sindacali e attivisti del movimento sociale.

Questo il suo discorso di lancio del Vamos Juntos pelo Brasil ("Andiamo insieme per il Brasile”):

Voglio iniziare parlando della lezione più importante che ho imparato in 50 anni di vita pubblica, di cui otto ho presieduto questo Paese: governare deve essere un atto di amore.

La principale virtù che un buon governante deve possedere è la capacità di vivere in armonia con le aspirazioni e i sentimenti delle persone, specialmente di coloro che ne hanno più bisogno.

È gioire di ogni conquista, di ogni miglioramento della qualità della vita delle persone che governa.

È la condivisione della felicità della famiglia che, grazie a Minha Casa, Minha Vida, ottiene per la prima volta la chiave della loro tanto attesa casa, dopo una vita passata in affitto in condizioni precarie.

Emozionarsi con quella madre che ha vissuto anni e anni sotto la luce di una lampada e, con l'arrivo di Luz para Todos, può finalmente contemplare la serenità di suo figlio che dorme la notte.

È per gioire con la nonna che, da piccola, è stata costretta a spezzare in due pezzi una sola matita da regalare ai suoi figli. E che in seguito, con Bolsa Família, potrà acquistare materiale scolastico completo per sua nipote, persino un astuccio con tutti i colori.

È festeggiare insieme ai figli dei lavoratori diventati medici, grazie a ProUni, FIES e alla politica delle quote all'università pubblica.

Ma non basta che un buon governante senta come se le conquiste del popolo sofferente fossero sue.

Per governare bene, deve avere anche la sensibilità di soffrire per ogni ingiustizia, ogni tragedia individuale e collettiva, ogni morte che potrebbe essere evitata.

Sfortunatamente, non tutti i governanti sono in grado di capire, sentire e rispettare il dolore degli altri.

Il governante incapace di versare una sola lacrima non è degno di questo titolo davanti agli esseri umani che frugano tra i camion della spazzatura in cerca di cibo, o agli oltre 660mila brasiliani uccisi dal Covid.

Puoi anche definirti cristiano, ma non hai amore per il tuo prossimo.

Nel 2003, quando sono entrato in carica come Presidente della Repubblica, ho detto che se, alla fine del mio mandato, tutti i brasiliani avessero avuto almeno la possibilità di fare colazione, pranzo e cena, avrei compiuto la missione della mia vita.

Abbiamo combattuto la più grande di tutte le battaglie contro la fame e abbiamo vinto. Ma oggi so che devo compiere di nuovo la stessa missione.

Tutto ciò che abbiamo fatto e conquistato dal popolo brasiliano viene distrutto dall'attuale governo. Il Brasile è tornato nella mappa della fame delle Nazioni Unite, da dove eravamo spariti nel 2014, per la prima volta nella storia.

È terribile, ma non ci arrenderemo, né io né la nostra gente. Chi ha una causa non può mai rinunciare alla lotta.

La causa per cui lottiamo è ciò che ci tiene in vita, è ciò che rinnova le nostre forze e ci ringiovanisce.

Senza una causa, la vita non ha senso.

Io e tutti noi che siamo insieme in questo momento abbiamo una causa: ripristinare la sovranità del Brasile e del popolo brasiliano.

Amici miei. Il primo articolo della nostra Costituzione enumera i fondamenti dello Stato di diritto democratico. E il primo fondamento è proprio la sovranità.

Tuttavia, la nostra sovranità e la nostra democrazia sono state costantemente attaccate dalla politica irresponsabile e criminale dell'attuale governo.

Minacciano, smantellano, demoliscono, mettono in vendita le nostre aziende più strategiche, il nostro petrolio, le nostre banche pubbliche, il nostro ambiente.

Consegnano tutto questo straordinario patrimonio che non appartiene a loro, ma al popolo brasiliano.

Distruggono le politiche pubbliche che hanno cambiato la vita di milioni di brasiliani e che sono state ammirate e adottate in tutto il mondo.

È più che urgente ripristinare la sovranità del Brasile. Ma la difesa della sovranità non si limita all'importantissima missione di salvaguardare i nostri confini terrestri e marittimi e il nostro spazio aereo.

Difende anche la nostra ricchezza mineraria, le nostre foreste, i nostri fiumi, i nostri mari, la nostra biodiversità.

Ed è soprattutto garantire la sovranità del popolo brasiliano e i diritti di una piena democrazia.

È difendere il diritto a un'alimentazione di qualità, un buon impiego, salari equi, diritti del lavoro, accesso all'assistenza sanitaria e all'istruzione.

Difendere la nostra sovranità è anche recuperare la politica che ha elevato il Brasile allo status di protagonista sulla scena internazionale.

Il Brasile era un paese sovrano, rispettato in tutto il mondo, che parlava alla pari con i paesi più ricchi e potenti.

E che allo stesso tempo ha contribuito allo sviluppo dei Paesi poveri, attraverso la cooperazione, gli investimenti e il trasferimento tecnologico. È quello che abbiamo fatto in America Latina e anche in Africa.

Difendere la nostra sovranità è difendere l'integrazione del Sud America, dell'America Latina e dei Caraibi. Per rafforzare nuovamente Mercosur, UNASUR, CELAC e BRICS.

È stabilire liberamente le partnership che sono le migliori per il Paese, senza sottomettersi a nessuno. Battersi per una nuova governance globale.

Il Brasile è troppo grande per essere relegato a questo triste ruolo di paria nel mondo, a causa della sottomissione, del negazionismo, della truculenza e dell'aggressione contro i nostri più importanti partner commerciali, causando enormi danni economici al Paese.

Amici miei. Difendere la nostra sovranità è difendere Petrobras, che viene smantellata giorno dopo giorno.

Mettono in vendita le riserve di pre-sale, consegnano la BR Distribuidora e i gasdotti, interrompono la costruzione di alcune raffinerie e ne privatizzano altre.

Il risultato di questo smantellamento è che siamo autosufficienti in petrolio, ma paghiamo una delle benzine più costose al mondo, quotata in dollari, mentre i brasiliani percepiscono lo stipendio in reais.

Anche il gasolio continua a crescere, sacrificando i conducenti di camion e facendo salire alle stelle i prezzi dei generi alimentari.

Una bombola del gas può costare fino a 150 reais, compromettendo il bilancio familiare della maggior parte delle famiglie brasiliane.

Dobbiamo far tornare Petrobras ad essere una grande azienda nazionale, una delle più grandi al mondo.

Rimettetela al servizio del popolo brasiliano e non dei grandi azionisti stranieri. Fai di nuovo del Pre-Salt il nostro passaporto per il futuro, finanziando salute, istruzione e scienza.

Difendere la nostra sovranità è anche difendere Eletrobrás da coloro che vogliono che il Brasile sia eternamente sottomesso.

Eletrobrás è la più grande azienda di produzione di energia in America Latina, responsabile di quasi il 40% dell'energia consumata in Brasile.

È stata costruita nel corso di decenni, con il sudore e l'intelligenza di generazioni di brasiliani. Ma l'attuale governo fa di tutto per venderla a un prezzo d'occasione.

Il risultato di questo crimine contro la patria sarebbe la perdita della nostra sovranità energetica.

Perdere Eletrobrás significa perdere Chesf, Furnas, Eletronorte ed Eletrosul, tra le altre società essenziali per lo sviluppo del Paese.

Sta inoltre perdendo parte della sovranità su alcuni dei nostri fiumi principali, come il Paraná e il São Francisco.

Sta dicendo addio a programmi come Luz para Todos, capace di aver portato la luce nel 21° secolo a circa 16 milioni di brasiliani che vivevano nell'oscurità.

Vuol dire aumentare ancora di più la bolletta della luce, che già oggi pesa non solo nelle tasche del lavoratore, ma anche nel bilancio della classe media.

Difendere la nostra sovranità è difendere le banche pubbliche. Banco do Brasil, Caixa Econômica, BNDES, BNB e Basa sono stati creati per promuovere lo sviluppo del Paese.

Per garantire credito a buon mercato a chi vuole produrre e generare posti di lavoro.

Finanziare opere igienico-sanitarie e la costruzione di appartamenti e case per la popolazione a basso reddito e classe media.

A sostegno dell'agricoltura familiare e dei piccoli e medi produttori rurali. Perché nessun Paese sarà sovrano se non si prende cura di chi produce il 70% del cibo che arriva sulla nostra tavola.

Difendere la nostra sovranità è difendere le università e le istituzioni che sostengono la scienza e la tecnologia dagli attacchi dell'attuale governo.

Perché un Paese che non produce conoscenza, che perseguita i suoi professori e ricercatori, che taglia gli assegni alla ricerca e riduce gli investimenti in scienza e tecnologia è condannato all'arretratezza.

Nei nostri governi abbiamo più che triplicato le risorse destinate a CNPq, Capes e al Fondo Nazionale per lo Sviluppo Scientifico e Tecnologico.

Sono passati da R$ 4 miliardi e 500 milioni nel 2002 a R$ 13 miliardi e 970 milioni nel 2015.

Con l'attuale governo, questi investimenti sono scesi a R$ 4 miliardi e 400 milioni, un valore inferiore a quello di 20 anni fa.

Difendere la sovranità del Brasile significa investire in infrastrutture in grado di trasformare il Paese e la vita della sua gente, aumentare la produttività dell'economia e creare le basi per il progresso e il futuro.

Ma l'attuale governo non si prende cura delle infrastrutture di cui questo paese ha bisogno.

Importanti lavori in corso sono rimasti paralizzati. Cercano di appropriarsi degli altri che hanno ricevuto praticamente completati.

È il caso della trasposizione del fiume São Francisco, un'opera sognata fin dai tempi dell'impero, che abbiamo realizzato affinché 12 milioni di brasiliani potessero finalmente avere l'acqua che sgorga dai loro rubinetti.

I nostri governi non solo hanno pianificato e concepito il recepimento, ma hanno anche realizzato l'88% dei lavori. Ma cercano di ingannare la gente dicendo che hanno costruito tutto.

Difendere la nostra sovranità è difendere l'Amazzonia dalla politica di devastazione messa in atto dall'attuale governo.

Nei nostri governi, abbiamo ridotto dell'80% la deforestazione in Amazzonia, contribuendo a ridurre le emissioni di gas serra che causano il riscaldamento globale.

Ma la cura per l'ambiente va oltre la difesa dell'Amazzonia e di altri biomi.

È necessario reinvestire nei servizi igienico-sanitari di base, come abbiamo fatto nei nostri governi.

Mettere fine alle fognature a cielo aperto e occuparsi dello smaltimento dei rifiuti e delle persone che vivono raccogliendo materiali riciclabili.

Prendersi cura dell'ambiente è soprattutto prendersi cura delle persone. È ricercare la pacifica convivenza tra lo sviluppo economico e il rispetto della flora, della fauna e dell'essere umano.

La transizione verso un nuovo modello di sviluppo sostenibile è una sfida globale.

Anche in questo senso abbiamo molto da imparare dai popoli indigeni, ancestrali guardiani dell'ambiente.

Difendere la nostra sovranità è garantire il possesso delle loro terre ai popoli indigeni, che erano qui migliaia di anni prima dell'arrivo dei portoghesi, e che hanno saputo prendersene cura meglio di chiunque altro.

E che ora stanno vedendo i loro territori invasi illegalmente da cercatori, accaparratori di terre e taglialegna.

Il risultato di questo crimine continuo, che avviene con la connivenza dell'attuale governo, va oltre la distruzione di foreste e fiumi.

Inoltre compromette la sopravvivenza fisica delle popolazioni indigene e non risparmia nemmeno i bambini.

Ed è dovere dello Stato garantire la sicurezza e il benessere di tutti i suoi cittadini, che meritano – e dovrebbero – essere trattati con rispetto.

Mai un governo come quello che c'è ha stimolato così tanto pregiudizio, discriminazione e violenza.

Nessun paese sarà sovrano finché le donne continueranno ad essere uccise per il fatto di essere donne.

Finché le persone continuano a essere picchiate e uccise a causa del loro orientamento sessuale.

Finché lo sterminio della gioventù nera e il razzismo strutturale che ferisce, uccide e nega diritti e opportunità non vengono combattuti rigorosamente.

Amici miei. Siamo il terzo produttore alimentare mondiale. Siamo il più grande produttore di proteine ??animali al mondo.

Produciamo cibo più che sufficiente per garantire cibo di qualità a tutti. Tuttavia, la carestia è tornata nel nostro paese.

Non ci sarà sovranità mentre 116 milioni di brasiliani soffriranno di un qualche tipo di insicurezza alimentare.

Mentre 19 milioni di uomini, donne e bambini vanno a letto affamati ogni notte, non sapendo se avranno un pezzo di pane da mangiare il giorno dopo.

Non ci sarà sovranità mentre decine di milioni di lavoratori continueranno a essere soggetti a disoccupazione, precarietà e scoraggiamento.

Siamo stati in grado di generare più di 20 milioni di posti di lavoro con un contratto formale e tutti i diritti garantiti.

Mentre loro hanno distrutto i diritti del lavoro e generato più disoccupazione.

È necessario portare avanti una legislazione che garantisca i diritti dei lavoratori.

Ciò incoraggia la negoziazione su base civile ed equa tra datori di lavoro e dipendenti.

Ciò contribuisce a creare posti di lavoro migliori e fa girare la ruota dell'economia.

Non è possibile che il riadattamento della maggior parte delle categorie professionali sia al di sotto dell'inflazione, contrariamente a quanto accaduto nei nostri governi.

Non è possibile che il salario minimo continui a perdere potere d'acquisto anno dopo anno. Nei nostri governi è salito del 74% al di sopra dell'inflazione, aumentando i consumi e sostenendo l'economia.

Se i lavoratori non hanno soldi per poter comprare, gli imprenditori non hanno nessuno a cui vendere. Questo porta a ciò a cui stiamo assistendo oggi: la chiusura delle fabbriche a San Paolo, Bahia, la zona di libero scambio di Manaus e in altre regioni, e le multinazionali che lasciano il Brasile.

Abbiamo anche bisogno di creare un ambiente fertile per l'imprenditorialità, in modo che il talento e la creatività del popolo brasiliano possano prosperare.

Questo Paese ha bisogno di creare nuovamente opportunità, in modo che le persone possano vivere bene, migliorare la propria vita e realizzare i propri sogni.

Oggi viviamo in una situazione desolata. Un Paese il cui desiderio giovanile è quello di andare all'estero in cerca di opportunità non sarà mai sovrano.

Dobbiamo reinvestire in un'istruzione di qualità, dall'asilo nido agli studi post-dottorato.

Non ci sarà sovranità finché l'istruzione continuerà a essere trattata come una spesa non necessaria e non come un investimento essenziale per fare del Brasile un paese sviluppato e indipendente.

Nei nostri governi, abbiamo triplicato gli investimenti nell'istruzione, che sono passati da 49 miliardi di BRL nel 2002 a 151 miliardi di BRL nel 2015.

Ma l'attuale governo ha ridotto gli investimenti ogni anno. Il risultato è che il budget MEC per il 2022 è il più basso degli ultimi dieci anni.

Oltre all'istruzione, anche la salute è stata trattata con disprezzo dall'attuale governo.

Oggi mancano investimenti, operatori sanitari e farmaci. Ci sono malattie e decessi che avrebbero potuto essere evitati.

Se non fosse stato per la SUS e i coraggiosi operatori sanitari, l'irresponsabilità dell'attuale governo in questa pandemia sarebbe costata ancora più vite.

Uno dei più grandi vanti dei nostri governi è stato quello di prendersi cura della salute del popolo brasiliano.

Abbiamo creato Samu, Farmácia Popular, l'UPA 24 ore su 24. Abbiamo creato Mais Médicos e abbiamo portato gli operatori sanitari nelle periferie delle grandi città e nelle regioni più remote del Brasile.

Abbiamo praticamente raddoppiato il budget sanitario, che è passato da BRL 64 miliardi e BRL 800 milioni nel 2003 a BRL 120 miliardi e BRL 400 milioni nel 2015.

Nessun paese sarà sovrano se il suo popolo non avrà accesso a salute, istruzione, occupazione, sicurezza e cibo di qualità. Ma anche la cultura deve essere trattata come una necessità fondamentale.

Non ci sarà sovranità finché l'attuale governo continuerà a trattare la cultura e gli artisti come nemici da massacrare, e non come un generatore di ricchezza per il Paese e uno dei più grandi beni del popolo brasiliano.

Abbiamo bisogno di musica, cinema, teatro, danza e arti visive. Abbiamo bisogno di libri invece di armi.

L'arte riempie la nostra esistenza. È sia in grado di ritrarre e reinventare la realtà. La vita così com'è e come potrebbe essere.

Senza arte la vita diventa più dura, perde uno dei suoi più grandi incanti.

Amici miei. Durante i nostri governi, abbiamo promosso una rivoluzione democratica e pacifica in questo paese. Il Brasile è cresciuto, ed è cresciuto per tutti.

Uniamo crescita economica e inclusione sociale. Il Brasile è diventato la sesta economia più grande del pianeta e, allo stesso tempo, un riferimento mondiale nella lotta alla povertà estrema e alla fame.

Non siamo più l'eterno paese del futuro, costruiamo il nostro futuro giorno dopo giorno, in tempo reale.

Ma l'attuale governo ha fatto precipitare il Brasile al 12° posto nella classifica delle maggiori economie. E anche la qualità della vita è calata spaventosamente, e non solo per i più bisognosi.

Anche i lavoratori e la classe media sono stati duramente colpiti dall'aumento incontrollato di benzina, cibo, piani sanitari e tasse scolastiche, tra i tanti altri costi che continuano a salire.

Vivere è diventato molto più costoso.

Nel primo trimestre del 2022, il reddito familiare brasiliano è sceso al livello più basso degli ultimi dieci anni. Il risultato è che il 77,7% delle famiglie è indebitato.

E la cosa più triste è che la maggior parte di queste famiglie si indebita non per pagare le vacanze con i figli, o la ristrutturazione della propria casa, o l'acquisto di un nuovo televisore.

Si indebitano per mangiare.

In altre parole: il Brasile è tornato a un passato oscuro che avevamo superato.

È per riportare il Brasile nel futuro, sulle strade della sovranità, dello sviluppo, della giustizia e dell'inclusione sociale, della democrazia e del rispetto dell'ambiente, che dobbiamo governare di nuovo questo Paese.

Il momento grave che sta attraversando il Paese, uno dei più gravi della nostra storia, ci costringe a superare possibili differenze per costruire insieme un percorso alternativo all'incompetenza e all'autoritarismo che ci governano.

Non dimentico mai le parole del compianto Paulo Freire, il più grande educatore brasiliano di tutti i tempi, uno dei principali riferimenti della pedagogia mondiale, di cui celebriamo il centenario della nascita proprio nel 2022.

Il nostro caro Paulo Freire affermava:

“Bisogna unire i divergenti, per affrontare meglio gli antagonisti”.

Sì, vogliamo unire democratici di ogni origine e colore, delle più svariate estrazioni politiche, di tutte le classi sociali e di tutti i credi religiosi.

Per affrontare e superare la minaccia totalitaria, l'odio, la violenza, la discriminazione e l'esclusione che gravano sul nostro Paese.

Vogliamo costruire un movimento sempre più ampio di tutti i partiti, organizzazioni e persone di buona volontà che vogliono che la pace e l'armonia tornino nel nostro Paese.

Questo è il significato dell'unione di forze progressiste e democratiche formata da PT, PCdoB, PV, PSB, PSOL, Rede e Solidariedade.

Tutti disposti a lavorare non solo per la vittoria del 2 ottobre, ma per la ricostruzione e la trasformazione del Brasile.

Sono orgoglioso di poter contare sul mio collega Geraldo Alckmin in questo nuovo viaggio.

Alckmin era governatore mentre io ero presidente. Siamo di partiti diversi, siamo stati avversari, ma abbiamo anche lavorato insieme e mantenuto il dialogo istituzionale e il rispetto della democrazia.

Avevo un leale avversario in Alckmin. E sono felice di averlo ora come alleato, un compagno la cui lealtà, so, non verrà mai meno, né a me né al Brasile.

Amici miei. Quando abbiamo governato il Paese, il dialogo era il nostro segno distintivo.

Abbiamo creato importanti tavoli negoziali e consigli per la partecipazione della società civile in tutti i ministeri.

Inoltre, abbiamo tenuto 74 conferenze a livello comunale, statale e nazionale, con la partecipazione di milioni di persone, per discutere i temi più diversi: salute, educazione, gioventù, uguaglianza razziale, diritti delle donne, comunicazione e sicurezza pubblica, tra i tanti.

Da questa straordinaria partecipazione popolare sono nate diverse politiche pubbliche che hanno cambiato il Brasile.

E ora dobbiamo cambiare di nuovo il Brasile.

Per questo, invece di promesse, presento l'immensa eredità dei nostri governi. Abbiamo fatto molto, ma sono consapevole che molto di più è ancora necessario e possibile.

Dobbiamo riportare il Brasile tra le maggiori economie del mondo.

Invertire il processo di de-industrializzazione accelerato del Paese.

Creare un ambiente di stabilità politica, economica e istituzionale che incoraggi gli imprenditori a investire nuovamente in Brasile, con la garanzia di un ritorno sicuro ed equo, per loro e per il Paese.

Sono stato vittima di una delle più grandi persecuzioni politiche e legali nella storia di questo Paese, un fatto riconosciuto dalla Corte Suprema brasiliana e dalle Nazioni Unite.

Ma non aspettatevi risentimento, dolore o vendetta da parte mia.

Primo, perché non sono nato per odiare, nemmeno quelli che mi odiano.

Ma anche perché il compito di restaurare la democrazia e ricostruire il Brasile richiederà un impegno a tempo pieno da parte di ciascuno di noi.

Non abbiamo tempo da perdere a odiare nessuno.

Non faremo mai come il nostro avversario, che cerca di mascherare la sua incompetenza litigando continuamente con tutti e mentendo sette volte al giorno. La verità ti rende libero e il Brasile ha bisogno della pace per progredire.

Amici miei. Il prossimo settembre, il Brasile compie 200 anni di indipendenza. Ma poche volte nella storia la nostra indipendenza è stata così minacciata.

Per fortuna festeggeremo il 7 settembre meno di un mese prima delle elezioni del 2 ottobre, quando il Brasile avrà l'opportunità di riconquistare la sua sovranità.

Quando il Brasile avrà l'opportunità di decidere quale Paese sarà per i prossimi anni e per le prossime generazioni.

Il Brasile della democrazia o dell'autoritarismo? La verità o le sette bugie raccontate al giorno? Di conoscenza e tolleranza o di oscurantismo e violenza? Di educazione e cultura o di rivoltelle e fucili?

Un paese che rafforza e incoraggia la sua industria o ne osserva la distruzione? L'esportatore di beni a valore aggiunto o l'eterno esportatore di materie prime?

Il Paese del Welfare State o dello Stato minimo, che nega il minimo alla maggioranza della popolazione?

Il paese che difende il suo ambiente, o quello che apre il cancello e lascia scappare il bestiame?

Il Brasile che garantisce salute, istruzione e sicurezza a tutti i brasiliani, o solo ai più ricchi chi se li possono permettere?

Non è mai stato così facile scegliere. Non è mai stato così necessario fare la scelta giusta.

Ma va detto chiaramente: per uscire dalla crisi, crescere e svilupparsi, il Brasile ha bisogno di tornare ad essere un Paese normale, nel senso più alto del termine.

Non siamo la terra del selvaggio West, dove ognuno impone la propria legge. No!

Abbiamo la legge più alta – la Costituzione – che governa la nostra esistenza collettiva, e nessuno, assolutamente nessuno, è al di sopra di essa, nessuno ha il diritto di ignorarla o sfidarla.

La normalità democratica è sancita dalla Costituzione. Stabilisce i diritti e gli obblighi di ogni potere, di ogni istituzione, di ciascuno di noi.

È imperativo che tutti tornino ad occuparsi delle questioni di propria competenza. Senza esorbitare, senza estrapolare, senza interferire con le attribuzioni altrui.

Niente più minacce, niente più assurdi sospetti, niente più ricatti verbali, niente più tensioni artificiali.

Il Paese ha bisogno di calma e tranquillità per lavorare e superare le difficoltà attuali. E deciderà liberamente, nel momento in cui la legge determina, chi deve governarlo.

Vogliamo governare per riportare in vita il modello di crescita economica con inclusione sociale che ha fatto progredire il Brasile così velocemente e ha portato 36 milioni di brasiliani fuori dalla povertà estrema.

Vogliamo tornare indietro affinché nessuno osi più sfidare la democrazia. E che il fascismo torni nella fogna della storia, da dove non sarebbe mai dovuto uscire.

Abbiamo un sogno. Siamo mossi dalla speranza. E non c'è forza più grande della speranza di un popolo che sa di poter essere di nuovo felice.

La speranza di un popolo che sappia di poter di nuovo mangiare bene, avere un buon lavoro, uno stipendio dignitoso e diritti del lavoro. Che possano migliorare la propria vita e vedere i propri figli crescere sani fino al raggiungimento dell'università.

Ci vuole più che governare: ci vuole cura. E ancora una volta ci prenderemo grande cura del Brasile e del popolo brasiliano.

Più che un atto politico, questa è una chiamata. A uomini e donne di tutte le generazioni, di tutte le classi sociali, di tutte le religioni, di tutte le razze, di tutte le regioni del Paese. Per riconquistare la democrazia e riconquistare la sovranità.

Che Dio benedica il nostro Paese.


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