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giovedì 30 maggio 2024

La commedia del lavoro – Tersite Rossi

 

Una storia che sa di finzioni spudorate, danni apocalittici e confessioni tragiche

 

Prima puntata di due

“La gente recita a destra e a manca la commedia del lavoro, recita la commedia dell’attività mentre in realtà poltrisce soltanto e non fa assolutamente nulla e di solito, per giunta, anziché rendersi utile provoca danni enormi”, lessi in un romanzo di Thomas Bernhard. L’austriaco lo scrisse nel 1986 e oggi, quarant’anni dopo, è ancora più vero, pensai mentre anch’io, nel mio ufficio, fingevo di lavorare. Eran vent’anni, ormai, che fingevo di lavorare.

Ero impiegato in un ufficio di cui nemmeno erano chiare le mansioni, un ufficio in qualche modo preposto all’informazione e alla comunicazione, solo che dell’attività di quell’ufficio non fregava in realtà assolutamente nulla a nessuno, e così io fingevo di lavorare dalla mattina alla sera. Non che me ne stessi a braccia conserte tutto il tempo, sia chiaro. Fingere di lavorare significa pur sempre fare qualcosa, solo che è qualcosa di completamente inutile, qualcosa di cui non frega niente a nessuno, qualcosa che se nessuno la facesse non cambierebbe nulla, assolutamente nulla.

Per fingere di lavorare io ho bisogno di un computer sempre acceso, di navigare su internet, persino di stampare documenti ogni tanto, e tutto questo ha un impatto economico e ambientale. Poi c’è l’impatto sociale e per così dire cognitivo del lavoro che fingo di fare tutti i giorni, contribuendo a quell’eccesso di informazione e comunicazione che oggi letteralmente rimbecillisce chiunque, non c’è scampo per nessuno, oggi, al flusso ininterrotto di idiozie che gente come me immette nel grande tubo dell’informazione e della comunicazione, e questo prima o poi porterà alla paralisi cognitiva e sociale, anzi lo sta già facendo, e allora il danno sarà bello grosso. Senza contare il danno che intanto subisce la mia vita sociale e psichica, azzerata da un dialogo costante ed esclusivo con una macchina, o meglio un insieme di macchine.

Così, mentre fingevo di lavorare, lessi quella frase in quel romanzo di Bernhard e decisi di prendermi una pausa da quel lavoro finto e uscire dall’ufficio, senza comunicarlo a nessuno, tanto nessuno se ne sarebbe accorto. Decisi di uscire fuori a vedere coi miei occhi quanto, come intuito da Bernhard ormai quarant’anni fa, praticamente tutti, oggi, fingano di lavorare, con l’aggravante, così Bernhard, di recitare la commedia fino al punto di affermare con solennità il contrario, ovvero che si ammazzano di lavoro: “Certo non li rimprovero per il fatto che loro, in realtà, fingono soltanto di lavorare e prendono per il naso il prossimo”, così Bernhard, “ma, mi dicevo sempre, non dovrebbero affermare a ogni piè sospinto che si ammazzano di lavoro”.

In strada incontrai uno spazzino, un operatore ecologico come si dice oggi, e notai che spazzava sempre lo stesso metro quadro, che era già pulitissimo ovviamente, e allora gli chiesi perché lo facesse, e lui reagì scortese e mi disse di farmi i fatti miei. Allora gli dissi che con me non doveva fingere, che avevo letto Bernhard e sapevo che tutti fingevano, anch’io fingo per tutto il santo giorno, gli dissi, ed ero lì solo per conoscere, capire, per cui le mie domande erano fini a se stesse e non avrebbero avuto conseguenze per nessuno. Lui allora posò la ramazza, si accese una sigaretta, aspirò forte il fumo e poi mi disse che la sua giornata di lavoro era di otto ore, ma se faceva tutto a velocità normale avrebbe finito di lavorare nel giro di quattro, poi nella seconda metà della giornata non avrebbe avuto nulla da fare, e allora avrebbero capito che bastavano la metà degli spazzini, e magari lo licenziavano, e questo doveva evitarlo assolutamente perché il suo reddito dipendeva unicamente da quel lavoro che peraltro, così lo spazzino, per buona parte era già stato affidato alle macchine, quelle enormi e rumorose spazzatrici che da sole, in un’ora, fanno un lavoro che prima ci volevano quattro uomini e il triplo del tempo per fare. Lo ringraziai per quella spiegazione e continuai il mio giro.

Entrai in un bar e dentro c’era un sacco di gente, prendevano il caffè, chiacchieravano, l’unico che lavorava era il barista ma anche lui, pensai, in realtà fingeva, e glielo dissi, tu stai fingendo di lavorare, e lui mi guardò e sorrise, perché era così che fingeva di lavorare, sorridendo continuamente a tutti anche se non aveva assolutamente nessun motivo di sorridere a tutti, perché se non lo avesse fatto, così pensava, supposi, avrebbe perso clienti e quindi, alla lunga, il lavoro che fingeva di fare tutto il giorno e dal quale dipendeva il suo reddito. Sorrise e mi disse che no, non era così, che lui si ammazzava di lavoro tutto il giorno. Allora gli spiegai cosa facevo lì, Bernhard eccetera, e allora lui mi servì il caffè e poi, mentre lo sorseggiavo, mi disse che sì, era vero, il suo lavoro non serviva assolutamente a nulla, così quel barista, testuale, assolutamente a nulla, disse, perché la gente il caffè poteva farselo a casa la mattina e non era necessario prenderne così tanti durante il giorno, se le persone bevevano tutti quei caffè dentro bar come il suo era perché sentivano invincibile il bisogno di prendersi una pausa dai loro lavori completamente inutili, così il barista, testuale, completamente inutili, disse, perché prendere una pausa da un lavoro che si finge di fare è il modo migliore per fingere di fare un lavoro, così il barista, e alla fine anche fingere di lavorare è logorante, anzi, lo è molto di più che lavorare davvero, e così venivano nel suo bar e bevevano caffè che potevano farsi a casa la mattina prima di uscire o potevano evitare del tutto di bere, lo pagavano cento volte di più del suo valore e in più gli faceva male, perché bere tutto quel caffè distruggeva lo stomaco, disse, e aggiunse che anche il suo era distrutto, perché, a forza di fingere di lavorare pure lui tutto il giorno col caffè sempre a portata di mano, ne beveva più di tutti e il suo stomaco ormai era una poltiglia, così il barista, testuale, una poltiglia, disse. Finii di bere il mio caffè, pagai, lo ringraziai e uscii.

Camminai fino alla biblioteca comunale, che aveva sede in un palazzo storico, magnifico, costruito con un gusto estetico che oggi manca completamente, il gusto di quando si lavorava davvero e non per finta, pensai. Andai dal bibliotecario e gli chiesi cosa stesse facendo, e lui mi disse che non stava facendo niente. Lo ringraziai per avermi risparmiato la commedia del lavoro e lui mi spiegò che aveva letto Bernhard, che quel romanzo lo aveva lì, il suo ultimo, grandioso romanzo, il suo testamento letterario, disse. Prese il libro da un’altissima pila di libri, una pila di libri che dava l’impressione di essere lì impilata da secoli, e aprì alla pagina dove l’austriaco rifletteva sulla commedia del lavoro, e me la lesse ad alta voce, riflessioni che avevano ormai quarant’anni e oggi erano ancora più attuali, disse il bibliotecario. La gente non leggeva più niente, disse poi sempre ad alta voce, in quel luogo silenzioso dove la sua voce rimbombava come una cannonata, e così il suo lavoro non serviva più, le biblioteche non servivano più, perché la gente ormai leggeva solo i post sui social network, non era nemmeno lettura quella, così il bibliotecario, nemmeno lettura, disse, solo scrolling, così il bibliotecario, scrolling, disse, e questo perché ormai la gente non aveva più nemmeno le capacità cognitive necessarie a leggere libri, perché quello stesso scrolling le aveva devastate con l’effetto di un’esplosione nucleare, così il bibliotecario, un’esplosione nucleare dentro i nostri cervelli, anche il suo e il mio, disse, non pensassimo noi di esserne immuni, eravamo tutti contagiati, così il bibliotecario, testuale, contagiati, disse, e poi tornò a far niente. Lo ringraziai e uscii.

https://tersiterossi.substack.com/p/la-commedia-del-lavoro-1

 

La commedia del lavoro (2)

 

Seconda e ultima puntata

 

Mi allontanai dal centro urbano. Giunto in periferia, mi fermai nei pressi del grande cantiere di un palazzo e mi misi a discorrere con uno degli operai, intento a gettare del cemento. Gli chiesi se anche lui stava fingendo di lavorare, anche se già avevo visto che stava fingendo, non c’era alcun dubbio che stesse spudoratamente fingendo. Lui si guardò attorno furtivo e poi, a bassa voce, mi disse che non era colpa sua, il lavoro che gli avevano affidato era quello, che per pietà non lo denunciassi al padrone, altrimenti per lui era finita, così l’operaio, finita per sempre, disse. Gli dissi di stare tranquillo, che ero solo un passante che aveva letto Bernhard e voleva la conferma che più o meno tutti, oggi, fingano di lavorare. Allora lui si tranquillizzò, posò la pala e mi disse che era quel palazzo, di per sé, a essere completamente inutile, così l’operaio, testuale, completamente inutile, disse, perché di edifici ce n’erano già ovunque a centinaia, sarebbe bastato ristrutturarli anziché costruirne di nuovi, peraltro orribili, mentre quelli di una volta erano esteticamente pregevoli, realizzati da individui che non erano alienati dal loro lavoro, così l’operaio, testuale, individui che non erano alienati dal loro lavoro, disse, e di conseguenza il frutto del loro lavoro era bello, e confortevole, e sensato, mentre di quel palazzo che stavano costruendo, come delle altre centinaia di palazzi che venivano costruiti in quella città, tutto era insensato, dalle vetrate lucide e glaciali, al numero infinito di piani, ai controsoffitti che celavano brutture orripilanti, alle tonnellate di ferro e cemento, al sistema di aria condizionata, soprattutto il sistema di aria condizionata era un’aberrazione mostruosa, così l’operaio, testuale, un’aberrazione mostruosa, disse, un infinito reticolo di canaline da cui sarebbe fuoriuscita aria tossica che avrebbe inquinato inesorabilmente le menti di chi avrebbe abitato quegli uffici, dove un mucchio di gente avrebbe finto di lavorare proprio come stava facendo lui ora, causando solo danni enormi e irrimediabili, così l’operaio, testuale, danni enormi e irrimediabili, disse, danni apocalittici, aggiunse. Poi tornò a gettar cemento e io me ne andai.

Continuai a camminare e raggiunsi la zona industriale. Mi avvicinai a uno dei tanti capannoni, dove andavano e venivano rapidi innumerevoli muletti, trasportando imballi d’ogni genere. Qui pare lavorino con grande lena, pensai, e in realtà la grande lena è tutta finzione. Lo dissi al tizio in giacca e cravatta, probabilmente un dirigente, che in quel momento stava varcando il cancello d’ingresso. Lui mi guardò e mi chiese se ero uno di quegli attivisti o peggio un sindacalista. Io gli risposi di no, che avevo semplicemente letto Bernhard eccetera, e che volevo solo sapere la verità, niente di più. Allora lui mi disse che dentro quel capannone veniva stoccato ogni tipo di merce, era un centro di stoccaggio per il commercio elettronico, ma quello che stava per dirmi, disse, valeva per qualsiasi altro stabilimento industriale, così quel dirigente, testuale, qualsiasi altro stabilimento industriale, disse. Tutto il sistema produttivo, disse, si basava su una domanda artificiale, drogata per così dire, e di conseguenza ogni tipo di merce, in realtà, veniva prodotta in quantità eccessiva, e gran parte di quelle merci, senz’altro la maggioranza di quelle che loro stoccavano nel loro capannone, era completamente inutile, oltre che prodotta in modo pessimo, dozzinale, per fare in modo che tutto si rompesse nel giro di poco tempo e la gente ne comprasse ancora, e ancora, e ancora, in un ciclo infinito dal quale l’intero pianeta stava uscendo devastato, così il dirigente, testuale, un ciclo infinito dal quale l’intero pianeta stava uscendo devastato, disse, un ciclo che stava trasformando il pianeta, aggiunse, in un’enorme, stratificata, nauseabonda discarica a cielo aperto, così il dirigente, testuale, un’enorme, stratificata, nauseabonda discarica a cielo aperto, disse. Poi fermò uno dei muletti e ordinò all’operaio che lo stava guidando di aprire l’imballaggio che trasportava. L’operaio obbedì e il dirigente estrasse dall’imballaggio un albero di Natale e mi chiese, semplicemente: “Lo vede?”, e lo ripeté: “Lo vede?”. E io gli dissi che sì, lo vedevo, lo vedevo benissimo, non l’avevo mai visto così bene, gli dissi. Poi lo ringraziai e me ne andai.

Continuai a camminare e arrivai in campagna. Lì si produceva cibo, e nessun lavoro è più necessario della produzione di cibo, eppure anche lì fingevano di lavorare, pensai. M’imbattei in un contadino che stava vendemmiando e glielo dissi, gli parlai di Bernhard eccetera, della mia volontà di sapere solo la verità, gli dissi, nient’altro che la verità. E quello ammise che sì, in effetti era così, fingevano pure loro. M’indicò l’uva che stava vendemmiando e mi disse che non era più nemmeno cibo, quello, che se fosse stato cibo avrebbe potuto offrirmelo e avrebbe potuto mangiarne anche lui, ma non era più cibo, quello, ripeté, perché era velenoso innanzitutto, pieno di pesticidi, roba tossica all’inverosimile, e poi perché serviva a produrre vino, non a sfamarsi, producevano uva, disse, ma non per sfamare la gente, solo per produrre vino. Eppure tutti mangiamo, gli dissi, e lui rispose che sì, era vero, tutti mangiamo, ma il cibo che mangiamo, oggi, è tutto quanto tossico senza eccezioni, così il contadino, testuale, tutto quanto tossico senza eccezioni, disse, e non è più nemmeno cibo, perché ha un grado di sofisticazione che non lo si può più nemmeno chiamare cibo, disse, e quindi quando lo ingeriamo non stiamo mangiando, disse, ma ci stiamo soltanto avvelenando. Oggi si produce cibo non per sfamare la gente, aggiunse, ma per fare soldi, monocolture della vite, della mela, di qualsiasi cosa, solo per fare soldi, non per sfamarsi. Il fatto che con quel cibo prodotto solo per fare soldi la gente si sfami, o meglio abbia la sensazione di sfamarsi mentre si avvelena, è un aspetto incidentale, così il contadino, testuale, meramente incidentale, disse, un effetto collaterale di questa gigantesca, ottusa fabbrica di soldi a mezzo cibo, monocolture il cui prodotto è destinato in gran parte alle bestie, così il contadino, a tutte le bestie ammassate dentro stalle enormi in tutto il mondo, disse, miliardi di capi di bestiame allevati per produrre carne del tutto priva di proprietà nutritive, inevitabilmente tossica anch’essa, che non serve a sfamare la gente ma a fare soldi che servono a comprare altro cibo tossico e altra roba inutile, e così via in una catena apparentemente eterna che stritola il mondo e che però prima o poi finirà per spezzarsi, e allora tutta quanta questa gigantesca finzione del lavoro inutile e dannoso crollerà in mille pezzi con un boato assordante, così il contadino, tutta quanta questa finzione crollerà in mille pezzi con un boato assordante, disse, insieme a tutto il resto, aggiunse. Io annuii gravemente, lo salutai e tornai sui miei passi.

Rientrai in ufficio, dove la mia assenza non aveva prodotto alcun effetto e dove nessuno si era nemmeno accorto della mia assenza. E lì, indaffarato, ricominciai a fingere di lavorare.

Le frasi di Thomas Bernhard sono tratte da “Estinzione”, Adelphi 1996 (traduzione di Andreina Lavagetto).

da qui

mercoledì 20 dicembre 2023

La svestizione – Tersite Rossi

 

Una storia che sa di cravatte inutili, lavori dannosi e savana rurale

 

Cominciai dalla cravatta.

Una mattina mi guardai allo specchio mentre mi facevo il nodo e mi domandai che senso avesse quel gesto, che avevo fatto centinaia e centinaia di volte. Che senso avesse quella cravatta. Che senso avesse la cravatta. Forse fu la difficoltà nel fare il nodo a quel particolare modello trendy che mi ero comprato da poco, forse che, nonostante la prima impressione in negozio, ora non mi piacesse proprio più, fatto sta che me la levai e al lavoro ci andai senza.

Nessuno si accorse di nulla, eccetto la mia segretaria, particolarmente attenta a ogni cosa mi riguardasse.

- Niente cravatta, oggi, dottor Campolongo?

Le sorrisi.

- No, niente cravatta.

Sorrise pure lei, a quel punto.

- Se posso permettermi, sta meglio così - mi disse.

La ringraziai ed entrai nel mio ufficio.

Quel giorno, trascorso senza cravatta, mi parve di aver lavorato meglio del solito.


Poi fu la volta della ventiquattrore. Me ne portavo sempre dietro una. Ma di fatto non c’era mai dentro niente d’importante. Eliminai pure quella. Senza cravatta e senza ventiquattrore, mi sentii più leggero, più libero. Decisi quindi di proseguire con sistematicità in quell’azione di alleggerimento.

Una sera aprii il mio enorme armadio con il proposito di sbarazzarmi di tutti i capi d’abbigliamento che non indossavo da oltre un anno. Quando finii, dentro era rimasto solo un quarto della roba che c’era prima. E pure quella, mi dissi, meritava una sfrondata, ma decisi di occuparmene in un secondo momento. Guardai i vestiti scartati: era impressionante, in particolare, e assolutamente ridicola, la quantità di calzini che avevo ammucchiato negli anni.

Feci la stessa cosa con le scarpe. Degli oltre quaranta paia in mio possesso, ne lasciai dentro la scarpiera soltanto otto. Come nel caso dei vestiti, quella scartata era tutta roba in perfetto stato, e pure particolarmente costosa, solo che non la usavo mai.

Caricai tutti gli scarti sull’auto e li consegnai a un’associazione benefica dove lavorava un mio conoscente. Stavolta immigrati e indigenti si sarebbero vestiti come signori e non con le solite cose sdrucite e strappate di cui in genere si sbarazza la gente.

Quell’operazione ecologica, come la chiamai, non si fermò lì. Era solo all’inizio.


Una sera, mentre cenavo, mi domandai a cosa servisse mai la tovaglia. La eliminai e iniziai a mangiare direttamente sul tavolo, senza sentirne affatto la mancanza.

Passai a occuparmi dell’utensileria da cucina. Vivevo da solo, eppure, complice il fatto di avere una lavastoviglie enorme, possedevo una quantità di pentole, piatti, bicchieri e posate sufficiente per un piccolo ristorante. Chiusi per sempre la lavastoviglie, tenni per me solo lo stretto necessario, lavandolo dopo ogni pasto, e mi sbarazzai del resto, che di nuovo andai a consegnare all’associazione del mio conoscente, dove tutti cominciavano a guardarmi con gratitudine, ma anche incredulità e persino preoccupazione, come si guarda un matto.

A un certo punto, quando casa mia, un appartamento di 160 metri quadri con quattro camere e due bagni, risultò così svuotata che a parlarci dentro si sentiva l’eco, decisi che era proprio di quell’appartamento enorme che dovevo sbarazzarmi, e così feci. Ne comprai uno grande meno della metà e mi fu più che sufficiente. In quella nuova casa, la lavastoviglie non c’era.


La vera svolta, però, arrivò solo quando mi liberai dello smartphone. Avevo già provveduto a eliminare tutti i miei account digitali, lasciando attiva solo la posta elettronica. Quando mi disfai anche dell’oggetto che principalmente mi era servito a gestire per anni tutta quella paccottiglia di notifiche, messaggi e comunicazioni completamente inutili, tutti mi presero per matto sul serio. Eppure, superate alcune iniziali difficoltà (tra cui la più grande fu trovare in sostituzione un telefono cellulare di vecchio tipo, forse non intelligente ma senz’altro più discreto), a tutti dimostrai che si poteva vivere tranquillamente anche senza uno smartphone (ci avrei messo poco a capire che si poteva vivere tranquillamente facendo a meno di un qualunque telefono). 

Fu quello il momento in cui tornai ad accorgermi piacevolmente, come non mi accadeva da quando ero un ragazzino, di quanto poteva essere lunga una giornata. Iniziai a impiegare il mio tempo passeggiando in campagna e leggendo saggi e romanzi presi in prestito dalla biblioteca, alla quale avevo già ceduto tutti i libri che avevo in casa (pochi a dire il vero, senz’altro meno dei calzini), e che nessuno mai avrebbe più riaperto, se lì fossero rimasti. L’unico che avevo tenuto era “Walden” di Thoreau, perché era diventato la mia guida nel mondo.


Fu proprio sulla scorta di Thoreau che capii qual era il successivo orpello di cui dovevo sbarazzarmi: il mio lavoro. In ufficio da tempo mi guardavano tutti con grande allarme, come fossi un alieno pericoloso. Arrivare indossando sempre gli stessi capi d’abbigliamento, non stirati e ormai piuttosto stazzonati, e le solite scarpe (me n’ero lasciate solo due paia, quelle invernali e quelle estive), aveva spinto non solo la mia segretaria, ma ogni altro mio collega a pensare che mi fosse venuta a mancare più di qualche rotella. Solo che io ero il loro capo, e nessuno poteva contestarmi niente. D’altronde, pur vedendomi mal vestito e mal calzato, non poterono certo dire che avessi iniziato a svolgere male il mio lavoro. Anzi, senza le distrazioni digitali e il conseguente sovraccarico cognitivo, ero più lucido e quindi prendevo decisioni migliori. Lo studio legale cominciò ad avere più successo di prima. Il problema era che anche quel lavoro, come in pratica ogni altra cosa della mia vecchia vita, era sostanzialmente inutile e a ben vedere dannoso: si faceva carico di questioni che avrebbero potuto risolversi in poco tempo col buon senso e invece, prese in mano dalla mia squadra di azzeccagarbugli, si ingigantivano sempre più fino a trasformarsi in vere e proprie guerre legali, infinite e senza quartiere. Fu così che presi la decisione di chiuderlo, ponendo fine anche a quell’insensatezza.

Il passo successivo, l’ultimo che potevo compiere, fu liberarmi del mio patrimonio, che non era poca cosa. Creai una fondazione che per statuto avrebbe dovuto preoccuparsi di rendere il mondo un posto migliore dal punto di vista sociale e ambientale, e le cedetti tutto quello che avevo, lasciandomi giusto il necessario per sopravvivere ancora per qualche tempo.

Poi chiamai (con un telefono pubblico che faticai parecchio a trovare) un mio vecchio amico, che da quasi vent’anni faceva il missionario in Africa, e gli domandai se laggiù avesse per caso bisogno di una mano.

- Ma non eri ateo? - reagì sorpreso.

- Sì, e lo sono ancora. È un problema? - gli domandai.

- No - mi rispose.


Charre è un villaggio nel nord del Mozambico, vicino al confine con il Malawi. Charre è l’Africa rurale. Charre è i baobab centenari in mezzo alla savana, che mentre scrivo si tinge di giallo in attesa delle piogge. Charre è la gente semplice, che vive coltivando mais e fagioli, allevando capre e mucche, gente che ancora si toglie il cappello quando ti incontra per strada, che ti stringe la mano incallita dalla zappa. Charre è dove manca tutto, tranne il sorriso e la voglia di vivere.

Qui alla missione siamo in quattro: Joaquin, Abelardo, Andrea e io, l’unico senza saio. I contadini ci accolgono come ospiti attesi da tempo, ci raccontano la loro vita, insegnano più loro a noi che noi a loro, e insieme a loro mangiamo con le mani polenta e gallina, ci laviamo come possiamo, dormiamo per terra in una capanna.

Per quattro mesi all’anno questi posti rimangono sommersi dalle acque. Ad aprile, quando le acque si ritirano, i contadini, dopo essersi rifugiati nelle zone più alte, tornano a valle, dove la terra è più fertile. Ogni anno, dopo le inondazioni, ricostruiscono le loro capanne. E io, che non ho più niente al mondo tranne loro, cerco di aiutarli.

da qui

giovedì 16 novembre 2023

L'intellettuale - Tersite Rossi

 

Una storia che sa di studio matto e disperatissimo

 

Fino ai primi anni di università, Tommaso non s’era mai posto il problema di cosa fare da grande. Quale lavoro. Per lui il futuro era sempre stato solo e soltanto studio.

Si ricordava ancora bene di quando, da piccolo, sua madre lo portava ai giardini pubblici, sui quali si affacciava l’edificio grigio e austero sede del liceo classico. “Tu studierai lì”, gli aveva detto un giorno. E lui aveva preso nota, senza opporsi. “E poi farai l’università”, aveva aggiunto la donna, allora casalinga, poi operaia per necessità, dato che lo stipendio da impiegato del marito non bastava. E lui aveva preso nota pure di questo, senza opporsi.

Aveva scelto il corso di laurea che meno gli era parso orientato verso una qualche professione precisa, sembrandogli all’opposto multidisciplinare e quasi eclettico: scienze della comunicazione. Mentre studiava e superava gli esami a pieni voti, rifletté che nessuno, né la madre, né il padre, né altri, gli aveva mai indicato la strada da percorrere dopo l’università. Così aveva provato lui, per la prima volta, a immaginarsi lavoratore. Non gli era venuto in mente altro che il giornalismo. Forse perché, in fondo, non gli pareva nemmeno un lavoro.

Dopo essersi laureato con lode, provò a proporsi ad alcune redazioni. Quotidiani locali, per lo più. Anche una radio. Non gli piacque. Non il lavoro di giornalista di per sé, che comunque era precario, sfruttato e sottopagato. Non era questo. Non gli piacque il lavoro in genere. Non gli piaceva dover mandare in giro il proprio curriculum: gli pareva di vendersi. Non gli piaceva l’idea di far parte di un’attività economica: gli pareva volgare. Non gli piaceva l’idea di usare le proprie energie mentali per partorire contenuti effimeri e caduchi: gli pareva uno spreco. Così, alla fine, smise di fare giornalismo. Smise di lavorare del tutto. Tornò dedicarsi a quella che per lui era la sola attività degna d’un uomo: lo studio.

Se lo poteva permettere, per via di un colpo di fortuna. Il padre, proprio mentre lui passava insoddisfatto da una redazione all’altra, aveva ereditato una grossa fortuna da uno zio americano. Molto grossa. “Papà, io a lavorare mi sto sciupando”. “Lo vedo, figlio mio. Lo vedo”. “Papà, io voglio tornare a studiare”. “Va bene, figlio mio. Va bene”.

All’inizio, ci fu ancora bisogno della cornice istituzionale. Quindi s’iscrisse a un dottorato, in Filosofia della comunicazione, e lo portò a termine brillantemente. Dopodiché, nonostante le insistenze di alcuni professori di grosso calibro, Tommaso non provò nemmeno a rientrare nel mondo del lavoro, intraprendendo la prospettata carriera universitaria. Il solo pensiero lo nauseava. Il padre nel frattempo aveva fatto alcuni investimenti azzeccati, e quella di famiglia era diventata una vera e propria fortuna. “Papà, io a lavorare mi sciupo”. “Lo so, figlio mio, lo so”. “Papà, io voglio soltanto studiare”. “Va bene, figlio mio, va bene”.

Dal padre ottenne un assegno mensile e i soldi per comprarsi un appartamento. Nulla di esorbitante. Tommaso viveva con poco. Studiare non era costoso. Terminato il dottorato, s’era convinto di non sapere niente. Aveva giusto approfondito un ramo del sapere, ma s’era accorto di quante lacune avesse riguardo a tutti gli altri. Pianificò a tavolino un piano di studi dettagliato che da lì a dieci anni lo avrebbe portato ad acquisire buoni rudimenti in tutte le principali discipline. Studiava, a casa o in biblioteca, dieci ore al giorno, tutti i giorni eccetto la domenica pomeriggio, quando si concedeva lunghe passeggiate urbane. Non faceva altro. Poi, al terzo anno di questa sua personale università dello scibile, proprio quando il padre stava cominciando a ricredersi sul modello di vita solitaria e improduttiva, e forse insana, che col suo assegno aveva permesso al figlio di scegliersi, Tommaso incontrò Anita.

Accadde, come forse era inevitabile, in biblioteca. Anita preparava la tesi per la sua laurea in scienze politiche, e più volte aveva sogguardato curiosa le attività di quell’ultratrentenne etereo e misterioso che non mancava quasi mai l’appuntamento quotidiano con la biblioteca. Era in età da lavoro, ma non lavorava. Studiava, ma per cosa? Lo aveva sorpreso a volte con in mano libri di storia antica, altre volte di geometria, altre di lettere, altre di astronomia. Alla fine, vinta da una curiosità fattasi irreprimibile, lo avvicinò e glielo domandò. Lui la mise a conoscenza del mastodontico piano di studi nel quale era impegnato, parlandone come fosse la cosa più naturale del mondo. “Perché lo fai?”, gli chiese Anita. “Per amore. E per odio”. “E di cosa?”. “Dello studio. E del lavoro”. Anita ci pensò su, affascinata. “Allora sei un intellettuale”, gli disse. “Un intellettuale?”. “Sì. Ne ho conosciuti tanti finti, ma mai uno vero”. A Tommaso quel titolo non dispiacque. Sorrise ad Anita e prese nota, senza opporsi.

Anita si laureò e poi si trasferì a vivere nell’appartamento di Tommaso. Ai genitori di lui, e in particolare al padre, la ragazza piacque molto, e soprattutto piacque l’effetto che aveva avuto sul figlio. L’assegno mensile venne generosamente rimpinguato e il progetto di vita di Tommaso, che tanto piaceva ad Anita, non fu più messo in discussione dal genitore. Che adesso aveva trovato un modo per uscire dall’imbarazzo quando gli chiedevano cosa facesse il figlio, dando una risposta pronta e fiera. L’intellettuale.

Il cospicuo assegno che Tommaso riceveva dal padre permise anche ad Anita di disdegnare il mondo del lavoro e di diventare l’assistente del compagno. Formarono una straordinaria coppia di studiosi. Anche grazie all’aiuto di Anita, Tommaso portò a termine con grandi risultati il suo piano di studi decennale e a quel punto, alla soglia dei quarant’anni, gli si presentò il problema di cosa fare del resto della sua vita. Fu Anita a indicargli la via. “Un intellettuale non può solo studiare. Deve anche intervenire”. “Intervenire?”. “Sì. Scrivere. Dire la propria”. E Tommaso prese nota, senza opporsi.

Iniziò a scrivere opere di saggistica. Anita leggeva, editava, e poi mandava in giro a riviste e case editrici. Nessuno accettò di pubblicare nulla. Rispondevano che erano testi interessanti, punti di vista originali, che rivelavano una cultura vasta e non comune. Ma non sapevano dove metterli. La loro multidisciplinarietà li rendeva non collocabili. C’era anche qualche problema di metodo, dicevano. Troppi azzardi. “La verità è che non hai agganci, non hai padrini, hai lasciato da troppo tempo l’università e non hai un lavoro, e questo indispone gli editori”, spiegava Anita a Tommaso per non scoraggiarlo. Ma lui non era scoraggiato, solo annoiato. Decisero di cambiare ambito. Sempre di scrivere, si trattava. Ma non saggistica. Narrativa. Tommaso produsse in un paio d’anni tre romanzi e decine di racconti. Visionari e avanti di mezzo secolo, secondo Anita. Criptici, prolissi e inadatti al mercato, secondo gli editori. “Lasciamo perdere la scrittura”, propose a quel punto Anita a Tommaso. “C’è anche un altro modo di intervenire, per un intellettuale: l’impegno politico”. E lui di nuovo prese nota, senza opporsi.

Anita militava da tempo in un certo associazionismo politico radicale. Tommaso iniziò a seguirla nelle riunioni e nelle assemblee. Brillò, inizialmente. Finché si trattò di esporre le sue idee sul mondo e sull’uomo, e sulla vita dell’uomo nel mondo, della quale tanto Tommaso conosceva per averla studiata in ogni disciplina possibile, lasciò tutti a bocca aperta. Quando però si trattò di calare la teoria nella realtà, così complessa e ridondante, Tommaso entrò in crisi. Quando vide che le sue preziose idee dovevano sottoporsi a compromessi ed essere mercanteggiate e sacrificate sull’altare della maggioranza, si oppose. Criticò duramente i militanti, inclusa Anita. Definì ottusi e gretti i loro metodi, noiosi e triti i loro contenuti. Per Anita fu un duro colpo. Qualcosa fra loro si ruppe. E si lasciarono.

Forse fu proprio il dispiacere per quella rottura che portò il padre di Tommaso all’infarto, qualche tempo dopo. Morì, e in meno di un anno lo seguì la moglie. Tommaso ereditò tutto il patrimonio e rimase solo al mondo. Anche se lui solo non si sentiva. C’era sempre lo studio a tenergli compagnia. Giunto al mezzo secolo di vita, azzerò di nuovo tutto il suo sapere. Si accorse che quanto credeva certo era in realtà dubbio, quanto credeva completo era in realtà parziale, quanto credeva terminato era in realtà in mezzo a un guado. Il lavoro da fare era ancora enorme. Il piano di studi che s’impose stavolta fu ventennale.

Il giorno d’autunno che arrivò a ultimarlo, dopo due decenni di sforzi immani, Tommaso aveva settant’anni e uno stato di salute ormai compromesso. Guardò fuori dalla finestra del suo studio, circondato dai suoi libri. E sorrise. Non perché aveva finito. Da tempo aveva capito, e accettato senza crucci, che nemmeno quel piano di studi ventennale lo avrebbe mai portato a esaurire lo scibile. Sorrise perché il passo successivo, stavolta, sapeva qual era e lo aveva deciso lui, senza prendere nota da nessuno. Senza rimpianti, diede un colpo alla sedia dove s’era alzato in piedi e s’impiccò.

Sulla scrivania aveva lasciato un biglietto. “C’è chi vive per lavorare, senza mai farsi domande. Io ho vissuto per studiare, facendomene infinite. Il traguardo è lo stesso: morire ignoranti. Ma il percorso è diverso. E il percorso è più importante del traguardo”.

da qui

giovedì 27 luglio 2023

Vacanza alternativa – Tersite Rossi

 

Una storia che sa di pomeriggi infuocati, cripte dimenticate e dotti impazziti

 

Umbria, luglio, quattro e mezza del pomeriggio, 35 gradi, dice il termometro della piazza.

Vacanza cosiddetta alternativa. Che poi, alloggiati con piscina vista colli, alternativa un cazzo.

Comunque, siamo a Spoleto. Festival dei Due Mondi, che ormai, dopo mezzo secolo d’inesorabile globalizzazione turbocapitalista, di Mondi non ce n’è più Due, ma Uno.

Scappiamo dal centro, dalle sue pietre antiche e infuocate.

Non dal degrado, tutto sommato contenuto (quello delle vetrine e degli altri mercimoni, s’intende). E nemmeno dalle folle, che non ci sono, forse liquefatte, forse in arrivo per la serata.

Scappiamo dal vuoto.

Scappiamo dal nostro viaggiare routinario, senza sussulti, scontato.

Ecco l’auto.

Cinque del pomeriggio, 36 gradi, dice il termometro di bordo.

Impostiamo il navigatore sull’ultima meta di giornata: la basilica longobarda. Patrimonio UNESCO. Imperdibile, dice la guida, quella guida famosa che rende identica l’esperienza di vacanza alternativa di migliaia di vacanzieri come noi.

Il navigatore si sbaglia. Finiamo su una sterrata larga quanto l’auto.

Ne veniamo fuori, in qualche modo, ed ecco la chiesa. Solo che non è quella UNESCO, è un’altra.

Pare bella lo stesso, però, a vederla da fuori, attraverso il parabrezza.

La guida parla anche di quella, c’è una cripta con affreschi di pregio, dice. Cripta uguale fresco. Andiamo.

La facciata.

L’ingresso.

Entriamo.

Ed ecco lui.

Lui è il protagonista di questo racconto che non è un racconto ma il passatempo di una serata troppo calda a bordo piscina.

Lui.

Ai piedi dell’altare.

Vestito di nero, ma non è il prete. Maglietta nera, un po’ larga, un po’ vecchia, un po’ sudata. Pantaloni neri, lunghi, di una foggia che non va più di moda saran cinquant’anni.

Barba pure nera. Mica di quelle barbe del cazzo che si vedono oggi, tutte perfette, limate, scolpite, cesellate, barbe da hipster. La sua è una barba incolta, vera, di quelle che se ci finisce dentro qualcosa non lo trovi più.

Occhi spiritati. Di quelli che li guardi e dici: “È matto”.

Ci ha accolti dicendo qualcosa che non ricordo e che non è importante ricordare qui, qualcosa che voleva suonare amichevole. Ricordo solo che lo ha fatto a voce alta, molto alta, parole che hanno squarciato il silenzio tombale del pomeriggio e hanno echeggiato sinistre dentro la chiesa.

E ricordo che in mano aveva un libro minuto, e che ogni tanto ci buttava l’occhio e leggeva, senza smettere di parlarci, come se quello che ci diceva si trovasse scritto lì, dentro quelle pagine.

Ci invita a visitare la chiesa, o meglio ce lo ordina. La cripta bisogna vederla, ci dice. Laggiù fa molto fresco, ci conferma, e tanto ci basta. Andiamo.

Siete sardi, ci domanda senza una ragione apparente, mentre fa strada. No, veniamo da Trento, rispondiamo, e lui ci dice che è una coincidenza perfetta, perché nella cripta c’è affrescato il Simonino, il santo di Trento, che in Italia si trova affrescato solo in due posti: Trento e Spoleto. Mica siamo religiosi, noi. Figurarsi il culto del Simonino. Ma abbiamo caldo. Scendiamo.

Cinque e mezza del pomeriggio, 20 gradi, ci dice lui.

Poi inizia a spiegarci. Occhi sempre spiritati, voce sempre alta. Eloquio fluente, colto.

Il Simonino lo tiene per ultimo, intanto ci mostra gli altri affreschi: la vergine, San Michele.

Poi ci fa notare la pavimentazione originale di tanti secoli fa, e una colonna col capitello posto alla base, cosa che si può vedere solo in sette chiese in tutta Italia, dice. Non fossimo qui, segnalerebbero la cosa fin dall’autostrada, dice, ma qui se ne fregano, ci boicottano, non ci sono segnalazioni, qui ci arrivi per caso. Vero, confermiamo, ci siamo arrivati per caso anche noi, volevamo vedere la basilica longobarda patrimonio UNESCO, poi il navigatore si è sbagliato e siamo finiti lì. Annuisce, dice che sono decenni che aspettano che il Comune migliori la segnaletica, ma loro non mollano, loro vanno avanti.

Loro chi, ci domandiamo. Ma non glielo chiediamo.

Lui sembra uno di quei religiosi estremamente dotti che poi da un giorno all’altro impazziscono, e li mettono a fare i custodi di chiese dove non va mai nessuno.

Continua a ripetere che, da quando l’altra chiesa è diventata patrimonio UNESCO, qualche visitatore arriva anche lì da loro, altrimenti non verrebbe nessuno. Eppure gli affreschi sono belli, eppure quel capitello alla base della colonna è raro...

Poi, di colpo, ci chiede se abbiamo figli. No, gli rispondiamo. Ne farete, domanda. Chi lo sa, gli diciamo. Annuisce.

Poi ci porta finalmente davanti al Simonino, e nuovamente sfoggia il suo vasto sapere, occhi sempre più spiritati, voce sempre più alta. La cripta riluce di quel bagliore, rimbomba di quel suono.

Fine delle spiegazioni. Risaliamo. Usciamo.

La botta del caldo, dopo la cripta, è terribile.

Laggiù i venti gradi sono costanti, ci dice lui: fresco d’estate, caldo d’inverno. Un posto dove vivere, pensiamo noi, già boccheggianti. E poi pensiamo che lui, in qualche modo, ci vive davvero.

Grazie tante, gli diciamo.

Lui non sorride, non ha mai sorriso da quando lo abbiamo incontrato.

Un’offerta, domanda.

Un’offerta, ripetiamo noi, spiazzati. Ma certo, un’offerta.

Frugo nel portafoglio, gli porgo il denaro. Lui ringrazia e torna in chiesa, sparendo per sempre dalla nostra vista.

Torniamo alla macchina.

Sei di sera, 37 gradi.

L’aria condizionata.

Il viaggio di ritorno.

L’alloggio.

La piscina.

La vacanza alternativa.

Tutto prevedibile.

Tutto falso.

Tranne quel matto, in quella chiesa dove non va mai nessuno.

da qui

domenica 2 ottobre 2022

I fantasmi della villa sul lago - Tersite Rossi

 Una storia vera, che sa di ville di lusso e baracche di lamiera



ascolta qui la storia:

https://tersiterossi.substack.com/p/i-fantasmi-della-villa-sul-lago#details


I due operai morti in un container dormivano in cantiere per risparmiare sul viaggio casa-lavoro - A cura di Fabio Pellaco

 

Dormivano in cantiere per risparmiare sul tragitto tra casa e lavoro, ma Said e Samir hanno trovato la morte, intossicati dalle esalazioni di un braciere, per essersi permessi il lusso di non trascorrere la notte al freddo.

 

Said e Samir dormivano dentro al container prefabbricato del cantiere di Moltrasio da quasi un mese. Lì hanno trovato la morte perché nella precarietà della loro sistemazione avevano deciso di accendere un piccolo braciere pur di non passare la notte al freddo.

 

Nel container per risparmiare sugli spostamenti

Un giaciglio improvvisato quello scelto dai due operai egiziani, un luogo dove poter dormire per non dover affrontare tutti i giorni il viaggio dalla provincia di Milano, dove risiedevano, al cantiere edile affacciato sul lago di Como. Un viaggio che avrebbe portavo via tempo e denaro ai due giovani, Said Salah Ibrahim Abdelaziz di 25 anni e Samir Mohamed Said di 29 anni, entrambi arrivati in Italia da pochi mesi.

 

Ma se con le ultime giornate d'estate il problema del freddo non si era ancora posto, con l'abbassamento delle temperature, avvenuto negli ultimi giorni, i due operai hanno provato a trovare una soluzione per riscaldarsi. Le esalazioni di monossido di carbonio del braciere non hanno lasciato loro scampo, senza ricircolo d'aria il piccolo locale è diventato una trappola mortale.

 

La mattina di mercoledì 21 settembre la tragica scoperta fatta da un collega. Non vedendoli, ha aperto la porta del container e li ha trovati stesi a letto, senza vita. "I primi giorni di lavoro facevano il tragitto da casa al cantiere con me – ha raccontato al Corriere della Sera l'operaio di 62 anni, anche lui egiziano –, poi hanno chiesto di poter stare a dormire a Moltrasio, nella casetta, per evitare gli spostamenti".

 

Il dolore della comunità egiziana

La notizia della morte dei due giovani si è rapidamente diffusa nella comunità egiziana milanese. In poche ore, amici e familiari sono arrivati nel cantiere per tentare di comprendere come sia potuta accadere questa tragedia. Tra i primi a giungere sul posto è stato il fratello di una delle vittime che non parla italiano ed è stato accompagnato al cantiere dal suo datore di lavoro che non ha voluto lasciarlo solo in un momento così difficile.

 

A Moltrasio sono arrivati anche i rappresentanti sindacali di Cgil, Cisl e Uil di Como che hanno annunciato un presidio davanti alla Prefettura per la giornata di giovedì dalle 10 alle 12. "In un paese civile non può accadere che si dorma in una baracca di cantiere – hanno denunciato –. È una situazione non rispettosa delle più elementari norme di igiene e sicurezza, nonché della dignità della persona. Morire in quelle condizioni è terribile e insensato".

 

continua su: https://www.fanpage.it/milano/i-due-operai-morti-in-un-container-dormivano-in-cantiere-per-risparmiare-sul-viaggio-casa-lavoro/



sabato 11 giugno 2022

Un amore del bibliofilo - Tersite Rossi

Un amore del bibliofilo (1) - Tersite Rossi

 

Prima parte

 

Alla donna del treno


La prima volta che la vidi, sul treno, stava leggendo un libro. Era già a bordo quando salii. La notai subito e mi sedetti di fronte a lei. Era un’assolata mattina di settembre, faceva ancora caldo. Andavo in città, all’università. Avevo un esame da dare e volevo ripassare, durante il tragitto. Ma non lo feci. Rimasi ipnotizzato da lei. Non penso ci sia immagine più erotica di una donna immersa nella lettura di un libro. Se poi quella donna è giovane e bella com’era lei quella mattina, illuminata dalla luce radente, e il libro è Delitto e castigo di Dostoevskij, beh, allora quell’immagine può apparirmi come qualcosa di vagamente metafisico, e potrei restare a contemplarla in eterno. Peccato che quel viaggio durasse invece soltanto mezzora. Arrivammo al capolinea: io scesi, lei scese. E andammo ciascuno per la propria strada. La guardai allontanarsi, sagoma sempre più piccola. Fino a scomparire, come fosse stata solo una visione.

Mi laureai. Trovai lavoro in città, ma non mi ci trasferii. Continuai a fare il pendolare, come quando ero studente. Poi, un giorno, tre anni dopo quel primo incontro, la rividi. Eravamo di nuovo sul treno. Era ancora più bella di come la ricordassi. Appena la rividi, tornai subito con la mente a quel giorno di settembre. Non era cambiato poi molto, in fondo. È in occasioni come queste che si può pensare alla vita non come a una linea, ma un cerchio; nient’altro che un insieme di situazioni, che solo per comodità poi ordiniamo cronologicamente. Erano davvero trascorsi, in fondo, quei tre anni? Io ero ancora lì, seduto su quel treno. E lei pure. Ancora bella. Ancora sprofondata nella lettura. Buttai l’occhio. Leggeva Kafka: Il processo.

Anch’io leggevo sempre, in treno. Lo prendevo quasi tutti i giorni da ormai sette anni, ma non amavo chiacchierare con i pendolari come me, le solite facce che vedevo quotidianamente. Non avevo amici, fra loro. E i pochi conoscenti cercavo di evitarli. Non volevo essere costretto alle insipide battute di circostanza, sulla banchina e poi a bordo. Odiavo quella stupida convenzione sociale che impone a una persona, se ne incontra un’altra con cui non avrebbe mai scambiato mezza parola altrove, di conversare con lei solo perché stanno facendo lo stesso tragitto. Non amavo granché le relazioni sociali, io. Mi piaceva starmene da solo. In fondo, la sola cosa che mi piacesse al mondo, leggere, era un’attività solitaria.

Dopo quella seconda volta, la rividi con frequenza. Salivo a bordo e la cercavo con gli occhi. Se non la vedevo, mi rammaricavo, ma non andavo a cercarla: sarebbe parso eccessivo, e non avrei mai voluto attirare la sua attenzione in quel modo, lasciarle pensare che la seguissi, la pedinassi. I nostri incontri dovevano essere casuali. Perciò, non riuscivo più di tre o quattro volte al mese a fare il viaggio seduto vicino a lei.

Quando succedeva, chi ci avesse osservati non avrebbe mai sospettato che da parte mia ci fosse un qualche interesse nei suoi confronti: rimanevamo entrambi immersi nella lettura dei nostri libri, praticamente per l’intero tragitto. Solo raramente io alzavo il capo e la guardavo. Non incrociavo mai i suoi occhi, in quei casi. Ma mi piaceva pensare che anche lei ogni tanto facesse lo stesso, e mi sogguardasse mentre leggevo. In fondo, facevamo entrambi una cosa ormai inconsueta. Le altre persone, durante il viaggio, se non erano prese dalle loro vuote chiacchiere, per lo più consultavano i loro smartphone. Qualcuno, forse, leggeva anche un libro. Ma erano libri elettronici. Intangibili. Invisibili. Inesistenti. Gli unici reali, per me, erano quelli di carta. E di quelli non se ne vedevano quasi più. Così, io e lei sembravamo usciti da un altro mondo, un mondo antico. E i nostri libri sembravano vecchi oggetti, cimeli di un’altra epoca, bizzarrie. Mi piaceva condividere con lei questa condizione di diversi.

Dopo tutti questi anni, ricordo ancora bene ogni titolo che stavo leggendo le volte che viaggiai accanto a lei, su quel treno. Tengo quei libri, quasi un centinaio, in un posto a parte, nella mia libreria, che ormai ha assunto, col tempo, le dimensioni di una vera e propria biblioteca. E, più di altri, ne ricordo tre in particolare. Quelli che stavo leggendo le uniche tre volte che, in qualche modo, io e lei ci ritrovammo a interagire.

La prima volta accadde a dieci anni esatti dal nostro primo incontro. Io ero da poco uscito dall’unica storia sentimentale della mia vita. Con una donna più vecchia di me. Era andata avanti per un anno, poi mi disse di averne abbastanza di uno che pensava più ai libri che a lei. Faceva la bibliotecaria e l’avevo conosciuta chiedendole alcuni consigli di lettura. Me ne aveva dati di buoni. Anche lei amava leggere. Ma non quanto me. Stavo leggendo una raccolta di racconti che proprio la mia ex mi aveva suggerito, Puttane assassine di Bolaño, quando per la prima volta io e la donna del treno, come tra me e me avevo preso a chiamarla, ci scambiammo qualcosa di più della nostra muta presenza. Accadde proprio grazie a Bolaño, di cui lei, quel giorno, stava leggendo I detective selvaggi. Avevo notato con piacere la coincidenza non appena mi ero seduto. Quando, a un certo punto, alzai gli occhi nuovamente, non la ritrovai a fissare la pagina, come sempre, ma me. Incrociammo così per la prima volta i nostri sguardi. Anche lei si era accorta che pure io leggevo Bolaño, e mi stava sorridendo. Sorrisi anch’io. Durò solo alcuni attimi. Poi, sia io che lei tornammo chini sui nostri libri. Non accadde altro. Quando il treno si fermò, ce ne andammo ognuno per la propria strada. Come sempre. Avremmo entrambi continuato a comportarci come se quella fugace occhiata tra noi non ci fosse mai stata.

La seconda interazione vi fu sei anni dopo. Avevo già superato i quaranta, e non li portavo affatto bene. Magagne varie stavano già intaccando il mio fisico. Invece lei, che doveva avere almeno cinque anni meno di me, non invecchiava per niente, e tra noi la differenza in termini d’età adesso appariva marcata quanto quella che c’era sempre stata in termini di bellezza. Poco male. Non avevo mai davvero pensato a lei, nemmeno all’inizio, come a una persona con la quale sperare di avere una relazione sentimentale. Del resto, a quell’epoca, già non pensavo più alla possibilità di legarmi sentimentalmente a qualcuno. Bastavo a me stesso. Com’era sempre stato, in fondo. Quella mattina, il libro che avevo in mano era Viaggio al termine della notte di Celine. Ci ritrovammo seduti di fronte per puro caso. Quella volta, infatti, non l’avevo cercata. Avevo trovato un posto libero e solo dopo mi ero accorto di lei. Destino, avrebbe detto qualcuno. Galeotto, si fa per dire, fu Joyce. Lei tirò fuori dalla borsetta l’Ulisse e, forse per il peso del tomo, forse per le dimensioni, il volume le cadde a terra. Vedere un libro che cade, per me, è come veder cadere una persona. Non persi tempo e mi chinai a raccoglierlo. Ne spolverai la copertina e glielo consegnai. “Grazie”, mi disse lei. “Prego”, risposi io. Furono le prime parole che ci scambiammo dopo sedici anni di viaggi sullo stesso treno.

Furono anche le uniche. E lo sarebbero rimaste per altri sedici anni. Anche perché, a un certo punto, non la vidi più. Smise di prendere quel treno. Fu un duro colpo. Svegliarmi ogni giorno nella speranza di ritrovarmi seduto vicino a lei era un pensiero che mi aiutava ad affrontare le mie noiose giornate. Gli anni mi erano scivolati addosso come bisce sull’acqua e di colpo, da un giorno all’altro, ero diventato vecchio. Un vecchio come quelli che osservavo con distacco quando ero giovane, senza credere che un giorno avrei potuto diventarlo anch’io. Ormai facevo fatica a pensare ancora che la vita fosse un cerchio e non una linea, dritta esattamente come un binario. Un binario che correva inesorabile verso la morte e il nulla. Nonostante il pessimismo, o forse proprio per quello, non avevo mai, in ogni caso, smesso di leggere.

da qui

 


Seconda parte


La mattina che la rividi, su quel treno, stavo leggendo l’Odissea di Omero: una lettura che colpevolmente, nella mia vita da bibliofilo, non avevo ancora affrontato, per lo meno integralmente. Erano passati molti anni dall’ultima volta che l’avevo vista. Stavolta non potei fare a meno di notare che il tempo non aveva risparmiato nemmeno lei. Era invecchiata. Molto. Ma non aveva smesso di essere bella, a suo modo. Né di leggere. Aveva con sé Alla ricerca del tempo perduto di Proust. Il settimo volume, l’ultimo: Il tempo ritrovato. Vidi che ormai era arrivata in fondo anche a quello. Io non c’ero mai riuscito. Mi ero fermato a metà del secondo volume. Pur trovandola un’opera straordinaria in molti passaggi, quella mole mi aveva presto sopraffatto e avvilito, inducendomi infine a gettare la spugna: mi era parso un delitto dover dedicare a una sola opera lo stesso tempo in cui ne avrei lette almeno altre sette. Ma ora che sentivo anch’io di aver perduto quasi tutto il mio tempo, mi chiedevo se non fosse stato un errore, quello. Come tanti altri. Come il più grande di tutti, forse: non aver mai provato a parlare alla donna del treno. La sola donna della mia vita, senza che lei lo avesse mai nemmeno saputo. La guardai a lungo. Poi presi il coraggio a due mani e, con la sensazione netta, quasi certezza, che quella sarebbe stata la mia ultima possibilità, decisi di non lasciarmela sfuggire.

- Le è piaciuto?

Dopo un attimo di esitazione, lei sollevò lentamente lo sguardo dal libro e lo posò su di me. Sembrava sorpresa. Forse nemmeno più si ricordava di avermi mai visto. Di avermi sorriso, una volta. E ringraziato, un’altra. Tanto, troppo tempo prima.

- Intende il libro?

- Sì.

Ci pensò su qualche istante.

- Beh, non si dovrebbe giudicare un’opera prima di averla letta tutta, fino all’ultima parola.

Mi sentii arrossire. Non pensavo di esserne ancora capace.

- Ha ragione. Mi perdoni, era una domanda stupida.

Sorrise.

- Comunque, sì: mi è piaciuto. Era una lettura da fare, prima di morire.

Quella frase, così cupa, mi gettò nell’imbarazzo. Parlai di nuovo solo per uscirne.

- Io l’ho interrotta molto tempo fa. Ma mi piacerebbe riprenderla.

Sorrise ancora.

Poi calò di nuovo il silenzio. Quel silenzio che c’era sempre stato, fra noi. Ma stavolta lo sentii pesante. Insopportabile. Sentivo l’urgenza di recuperare il tempo perduto e dirle tutto quello che non le avevo mai detto.

- Si ricorda di me?

- Certo che mi ricordo. Lei è l’uomo del treno.

Ebbi un tuffo al cuore.

- L’uomo del treno?

- Sì, quello che si sedeva vicino a me. E, come me, leggeva. Sempre.

Il cuore mi batteva come impazzito. Nemmeno di quel battito accelerato mi credevo più capace.

- Allora mi notava?

- Certo che la notavo.

- Non l’avrei mai detto. Sa, sono più di trent’anni che io...

Non mi vennero le parole. Che io cosa? Cos’era, quella specie di legame che avevo cercato di costruire con lei? Come si poteva definire?

- Trent’anni che legge con me? - s’inserì lei nel mio silenzio esitante.

Già, forse era proprio quello il modo.

- Sì, diciamo così. Anche lei per me era la donna del treno.

Sorrise ancora una volta.

- Ho aspettato a lungo che si facesse avanti, sa? - mi disse con occhi che mi parvero di colpo farsi umidi. - Ma lei era esattamente uguale me, in tutto: non lo avrebbe mai fatto. Bastava a se stesso. E, come me, aveva paura. Paura della relazione. Non è così?

Chinai il capo, affranto.

- Sì - dissi - è proprio così.

Il treno stava iniziando a rallentare. Tra poco sarebbe arrivato in stazione. Il capolinea.

- Ma adesso, come vede, finalmente l’ho fatto.

- Già - disse lei, senza nascondere un’evidente amarezza.

- Forse da oggi noi due potremmo... - rilanciai io, improvvisamente pieno di un’energia che non avevo mai avuto.

- No - m’interruppe. - È troppo tardi. Tre anni fa ho scoperto di avere un tumore. Ho lottato. Sembrava che ce la potessi fare. L’avevo quasi sconfitto. Ma pochi giorni fa i medici mi hanno detto che si è riformato. E che stavolta non c’è nulla da fare.

Le ultime parole mi arrivarono come ovattate. Lo stesso sferragliare del treno non era altro, ormai, che un semplice ronzio di sottofondo. Il cuore, dopo tanto battere, sembrò volersi fermare. Respiravo a fatica.

- Stamattina sono salita su questo treno - proseguì - nella speranza di rivederla l’ultima volta. Volevo salutare l’uomo del treno. Non a parole, s’intende. Non avrei mai sperato che riuscissimo a parlarci. Mi sarebbe bastato leggere un’ultima volta accanto a lei.

Fu a quel punto che iniziai a piangere. E lei con me.

Il treno si arrestò.

Scendemmo.

La gente ci passò accanto, andando di fretta, com’eravamo andati di fretta noi due, tante altre volte, in quello stesso posto, per trent’anni.

Alla fine, ci ritrovammo da soli.

Ci guardavamo negli occhi, ma non osavamo toccarci. Tristi e deboli com’eravamo, avremmo potuto anche romperci.

- Voglio rivederla ancora - le dissi. - Fino alla fine.

Lei scosse la testa.

- Meglio di no. Non sarebbe per niente letterario, sa? Sarebbe solo patetico.

Mi asciugai una lacrima.

- È un addio, quindi?

- Sì.

In quell’attimo l’altoparlante annunciò l’imminente partenza del treno che l’avrebbe riportata indietro, col suo nuovo carico di passeggeri, anche loro frettolosi, anche loro avviati sul binario che li avrebbe avvicinati un poco di più alla morte e al nulla.

Lei, senza dirmi altro, si voltò e vi montò sopra.

Attraverso i vetri la vidi prendere posto. Poi abbassò il finestrino e mi allungò il suo libro.

- Lo finisca lei.

Io spostai lo sguardo attonito da lei al libro, poi ancora su di lei. Infine accettai il dono, stringendolo forte fra le dita.

- Me lo promette? - mi chiese.

Il treno sbuffò, pronto a ripartire.

- Sì! - mi ritrovai quasi a gridare. - Lo finirò! Glielo prometto!

Il treno si mosse.

Iniziai a salutarla sventolando il libro.

Lei si fece sempre più piccola. Fino a scomparire, come fosse stata solo una visione.


Non seppi più nulla di lei, perché, in fondo, nulla di lei sapevo, al di fuori dei nostri incontri sul treno.

Ho terminato la lettura di Proust.

Da allora ho iniziato a scrivere.

E dedico tutti i miei romanzi a lei.

E i miei racconti, come questo.

Alla donna del treno.

Una dedica senza nome.

Perché non ho mai saputo nemmeno quello.

da qui