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lunedì 22 giugno 2026

I volontari della Flotilla come i partigiani

La Flotilla ha vinto: nonostante tutto - Livio Pepino

Ora che i riflettori sulla spedizione verso Gaza della Global Sumud Flotilla si stanno spegnando, è tempo di valutazioni, anche in prospettiva. C’è un punto fermo: le imprese, per mare e per terra, della Flotilla sono state uno degli eventi più importanti e innovativi degli ultimi anni. A dispetto della repressione violenta e indiscriminata delle autorità israeliane, della macchina del fango messa in campo dalla destra, delle sottovalutazioni e dei silenzi (iniziali ma non solo) della stampa e della sufficienza di molti (anche a sinistra). Ancora una volta la politica ufficiale non ha capito nulla e anche in settori non pregiudizialmente ostili alla Flotilla si è detto e ripetuto che si trattava solo di un’impresa dimostrativa, che l’impossibilità di approdare a Gaza era scontata e rendeva l’impresa sostanzialmente inutile, che ci vuole ben altro per aiutare i Palestinesi e via seguitando con una sequela di banalità. I fatti hanno dimostrato esattamente il contrario.

L’autunno scorso la prima spedizione della Flotilla ha prodotto, come ha scritto Marco Revelli, «l’irrompere di un tempo nuovo, qualcosa di impensabile fino a poco prima, d’invisibile, che d’improvviso emerge alla superficie e rivela un cambiamento di orizzonte nel modo di guardare le cose, e di sentire ciò che accade, e di percepire il nostro posto nel mondo. La giornata del 3 di ottobre – i due milioni nelle cento piazze – ma anche del 4 – un milione tondo tondo nelle strade di Roma – e pure del 22 settembre, la prima epifania di quel sommovimento –, sono di questo tipo: con i loro mutamenti tellurici nel costume, nella morale condivisa, nel comportamento finiscono per travolgere, a volerli interpretare per quello che sono, tutti i modi consolidati di considerare i fatti politici e sociali, rendendo inutili – o se si preferisce “obsolete” – le vecchie forme del discorso e dello stesso scontro politico». Quel che è stato innescato dall’impresa della Flotilla – smentendo la vulgata di un mondo condannato all’indifferenza e all’egoismo – è una voglia di partecipazione, di presa di parola, di protagonismo che ha riempito le vie, le piazze, gli spazi pubblici di un’infinità di corpi, di voci, di canti e di suoni uniti nel dire che non se ne può più di assistere passivamente all’orrore che quotidianamente si consuma sotto i nostri occhi e che ci sono i modi per dirlo e per pretendere il cambiamento. È stato, per molto versi, un miracolo.

Nei giorni scorsi, poi, la seconda avventura della Flotilla, con il nuovo atto di pirateria di Israele contro le barche in navigazione in acque internazionali, il sequestro dei relativi equipaggi, le torture e le umiliazioni inflitte a donne e uomini armati solo delle loro idee è stata altrettanto deflagrante. È stato abbattuto il muro dell’indifferenza costruito, nel nostro Paese e nell’intero Occidente, dalla grande stampa e dalle istituzioni, costrette finalmente ad ammettere quello da tempo – inascoltati – descrivevano prigionieri ed esuli palestinesi, attivisti, giornalisti, film makers e intellettuali non omologati. Di fronte ai maltrattamenti esibiti di propri cittadini i Governi occidentali non hanno potuto continuare a chiudere gli occhi. Non ha potuto farlo neppure il nostro ineffabile e balbettante ministro degli esteri. Certo, le reazioni sono state timide, riduttive, insufficienti ma il muro della complicità si è incrinato. La Palestina e, soprattutto, i palestinesi sono, almeno per un po’, diventati protagonisti, mentre termini come “genocidio” e “Stato canaglia” abbinati a Israele hanno cessato di essere tabù anche nell’establishment. Non basta ma è un salto di qualità importante, attribuibile proprio all’impresa della Flotilla.

Tutto questo ha un rilievo che va oltre la vicenda specifica e apre prospettive nuove e significative per i movimenti e per il variegato arcipelago che persegue un mondo diverso.

Primo. Con l’impresa della Flotilla sono tornati al centro del campo politico due valori desueti che sono, invece, fondamentali e capaci di suscitare entusiasmo e mobilitazione: la mancanza di tornaconto personale e l’universalismo. Le navi dirette a Gaza non hanno avuto sponsor esterni né finalità ulteriori rispetto all’aiuto concreto – diretto e indiretto – a Gaza e ai suoi abitanti. L’impresa è stata il frutto di una mobilitazione dal basso di associazioni, organizzazioni e singoli che hanno messo in campo solo – si fa per dire… – le proprie risorse, il proprio entusiasmo e i propri corpi. La gran parte di chi ha partecipato all’impresa e calcato le prigioni di Israele è sconosciuta ai più e non ha cercato riscontri mediatici né investimenti per il futuro. Il tutto in un mix di lingue, di nazionalità e di provenienze che ha ridato voce all’internazionalismo. La prima, univoca, lezione che se ne può trarre è che il denaro e i media non sono necessariamente il motore della politica e che i confini nazionali sono solo un’invenzione di chi vuole mantenere il mondo in condizioni di disuguaglianza e sfruttamento.

Secondo. Un ulteriore dato, non scontato, ha fatto irruzione sulla scena: l’integrazione di genere e di generazioni che ha caratterizzato le “spedizioni” e anche le manifestazioni che le hanno accompagnate. Donne, uomini, ragazzi e finanche anziani si sono mobilitati insieme e in condizioni di parità come non accadeva da tempo. I vuoti dibattiti da talk show e le pensose analisi sulla incomunicabilità e sull’inevitabile conflitto tra giovani e anziani e tra donne e uomini sono stati spazzati via, a dimostrazione che gli obiettivi condivisi e mobilitanti sono capaci di superare incomprensioni, diffidenze, diversità culturali. Ovviamente – e per fortuna – le differenze restano. Ma possono cessare di essere fattori di debolezza. E la strada tracciata dalla Flotilla può essere ulteriormente percorsa.

Terzo. C’è un’altra lezione: molti degli improvvisati marinai della Flotilla non avevano la più pallida idea di come si governa una barca in alto mare ma tutti sapevano che, per la riuscita dell’impresa, era necessario coniugare radicalità e non-violenza. Non sempre ciò è accaduto (e accade) nell’esperienza dei movimenti e altrettanto spesso la non-violenza è stata scambiata per debolezza o arrendevolezza. Ebbene, la reazione composta, pacifica e senza cedimenti degli equipaggi della Flotilla all’aggressione della marina israeliana ha fatto il giro del mondo mostrando a tutti da che parte sta la violenza e rendendo tangibile che la vittoria non è solo né sempre quella che si ottiene con le armi.

Quarto. L’immagine di questa flotta di barche disarmate che attraversavano, compatte, il Mediterraneo ha bucato i media addirittura al di là delle aspettative. La fantasia, l’inaspettato, finanche l’allegria si sono dimostrati strumenti vincenti di azione politica. Ben più di lunghe spiegazioni e ben prima che l’arroganza, la brutalità e la violenza di Israele aggiungessero il loro carico. La lezione è che la politica deve essere creativa.

Quinto. Quanto sin qui descritto non sarebbe accaduto e non avrebbe avuto l’impatto riscontrato senza il coraggio dei partecipanti all’impresa della Flotilla, ben consapevoli delle violenze, delle umiliazioni, degli insulta cui andavano incontro. La destra ha ironizzando parlando di “crociere” e di “vacanza” ma questa vergognosa speculazione è svanita di fronte alle fotografie e ai video degli attivisti inginocchiati, bendati, ammanettati, percossi, torturati. Senza coraggio, anche fisico, senza disponibilità a pagare di persona questo novello Davide non avrebbe incrinato il potere e la forza di Golia. Perché – come ha scritto su queste pagine Karim Metref – «per fare una rivoluzione bisogna pur sacrificare qualcosa: soldi, benessere, sicurezza, tempo, energia. Qualche volta bisogna sacrificare tutto: la vita».

C’è molto nell’impresa della Flotilla di cui fare tesoro. Se accadrà sarà più facile contrastare lo strapotere dei signori del mondo. Nulla è acquisito ma una strada è tracciata e non è cosa da poco.

da qui

 

I volontari della Flotilla come i partigiani: un paragone azzardato ma forse non troppo - Leonardo Botta

Fu la lotta partigiana, dopo le vergogne del fascismo, a consentire ad Alcide De Gasperi di rivendicare il pur compromesso orgoglio italiano alla Conferenza di Pace di Parigi

Quali effetti concreti, in termini di aiuti per Gaza, hanno prodotto le missioni della Global Sumud Flotilla? Oggettivamente pochi: non ho idea di quanti viveri o medicinali quelle imbarcazioni siano riuscite a recapitare nella Striscia, ma immagino si tratti di quantità risibili, se non nulle.

Dunque parliamo di missioni inutili? Tutt’altro: secondo me sono servite, e servono, a tenere in piedi l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale verso le tragedie del tormentato fronte mediorientale. Certo, il salpaggio di quelle vele ha scatenato strascichi di polemiche e anche l’evocazione di qualche opacità di cui non si sentiva l’esigenza: al netto di reiterate accuse di connivenza dei volontari con Hamas (finora mai provate e, anzi, fondate perlopiù su qualche documento falso prodotto dal governo israeliano), male non avrebbero fatto, i portavoce della missione a condannare pubblicamente e in maniera netta anche i crimini del terrorismo palestinese.

 

Ma spero comunque che di fronte alla storia recente qualcuno, come De Gasperi, dopo le posizioni cerchiobottiste di Meloni, La Russa, Tajani (quello secondo cui “il diritto internazionale vale fino a un certo punto”), quando ci sarà da spiegare come mai non si è quasi battuto ciglio nei confronti del governo di un paese che “democraticamente” bullizza buona parte del Medio Oriente da Gaza, al Libano, alla Cisgiordania, che utilizza mezzo Mediterraneo come la propria vasca da bagno, che ha risposto al vile e criminale attacco di Hamas del 7 ottobre con la mattanza di oltre 70 mila gazawi tra cui 20 mila tra bambini e adolescenti (ormai sono rimasti in pochi a contestare questi numeri), ecco, spero che quel qualcuno avrà l’onestà di affermare: “La nostra reputazione è salva anche grazie ai volontari della Flotilla”.

da qui

mercoledì 15 dicembre 2021

L’INCREDIBILE STORIA DIMENTICATA DEI 5000 PARTIGIANI SOVIETICI CHE AIUTARONO LA RESISTENZA ITALIANA - Silvia Granzieri

 

 

L’Italia è punteggiata di cippi e lapidi commemorative con la stella rossa dell’Unione Sovietica o scritte in cirillico. È questo quasi tutto quel che rimane di un aspetto poco noto della liberazione, la fase della nostra storia senza cui l’Italia repubblicana che oggi diamo per scontata non esisterebbe. Vista l’ambiguità con cui da qualche anno si parla di liberazione e Resistenza, non stupisce che la conoscenza diffusa su questi temi escluda diversi aspetti ed episodi densi di significato, come la partecipazione di partigiani di nazionalità non italiana alla guerra di liberazione dal nazifascismo. Tra questi, i circa 5000 soldati sovietici che combatterono al fianco dei partigiani, ma che dal dopoguerra furono relegati nell’oblio quasi totale. Eppure quelle vicende storiche testimoniano una solidarietà che travalica i confini nazionali, in nome dello stesso fine della liberazione dal nazifascismo, che ancora oggi merita di essere celebrata.

 

Per capire come i sovietici arrivarono in Italia bisogna risalire all’Operazione Edelweiss, il piano con cui Hitler pianificò la conquista di tutta l’area del Caucaso per impossessarsi dei pozzi di petrolio di cui l’Azerbaijan era ricco. Si trattava di un obiettivo strategico anche perché, dopo l’occupazione tedesca dei territori dell’attuale Ucraina, la Repubblica Socialista Sovietica Azera era rimasto l’unico fornitore di petrolio dello schieramento alleato e la sua capitale, Baku, era un importante centro di manifattura di 130 tipi diversi di armi, tra cui i leggendari razzi Katjusha – così chiamati dalla celebre canzone popolare russa che dopo la guerra assunse un forte significato patriottico, e la sua melodia, portata in Italia dai reduci di ritorno dalla Russia, diventerà la base per “Fischia il vento”. Oltre alle motivazioni strategiche però ci sono quelle “esoteriche”: Hitler infatti vuole il Caucaso anche per prendere il monte Elbrus, ritenuto la sede mitica del Valhalla, dimora degli eroi della mitologia germanica. Così, violando il patto Molotov-Von Ribbentrop, nel giugno 1941 invade l’Unione Sovietica, puntando verso il Caucaso. Alla notizia, tra i volontari che si arruolano nell’Armata Rossa per fermarlo ci sono anche 40mila azerbaijani, che si costituiscono in diverse divisioni su base nazionale, i cui posti di comando, però, spettano a ufficiali russi, cosa che comporta qualche difficoltà a livello di gestione e coordinamento per la distanza culturale e linguistica tra i soldati e i gradi superiori. 

 

Nell’autunno 1942 è ormai chiaro il fallimento del progetto nazista, nel quale sono coinvolti anche gli italiani dell’ARMIR (Armata Italiana in Russia). Dopo aver sconfitto i tedeschi a Stalingrado, nel gennaio 1943 l’Armata Rossa organizza una controffensiva: nonostante alla fine prevalgano i sovietici, durante gli scontri molti di questi sono costretti ad arrendersi; tra i prigionieri dei nazisti – in totale tra i 3 e i 4 milioni di persone – diversi azerbaijani sono probabilmente uccisi subito perché, essendo musulmani, sono circoncisi e quindi scambiati per ebrei. Dopo una prima fase di sterminio, però, il regime nazista decide di cambiare strategia, puntando sul collaborazionismo – tanto che, alla fine del 1942, nasce a Berlino l’anticomunista Comitato per la liberazione dei popoli della Russia – e sull’impiego dei prigionieri nei campi di lavoro. Vengono anche creati dei reparti militari cosacchi, posti sotto il comando dall’atamano – cioè il comandante cosacco – Pëtr Krasnov e vengono dotati di una certa libertà d’azione perché, diversamente dalle etnie slave, sono ritenuti di origine ariana. L’idea è impiegare i caucasici contro l’Armata Rossa, ma cercando di mettere per sicurezza i diversi sovietici l’uno contro l’altro.  

 

Da queste legioni sono molti a disertare e unirsi di nuovo all’Armata Rossa o a entrare in clandestinità, atteggiamento che fa ancor più perdere la fiducia dei tedeschi nei confronti dei sovietici, che vengono quindi ritirati dal fronte orientale e dirottati su quello occidentale, allontanandoli dalla madrepatria. Anche così, però, gli antifascisti non rinunciano ai loro propositi di fuga e, giunti con le legioni naziste in Francia e in Italia, nell’estate del 1943, fuggono mettendosi in contatto con le formazioni partigiane locali. Corpi di partigiani azeri e georgiani legati alla Brigata Garibaldi sono attivi in Emilia, nelle zone di Parma e Piacenza e nel bolognese, fino a tutto l’Appennino tosco-emiliano; altri sulle montagne nella zona di Bergamo e di Brescia, dove è attestata la presenza di disertori russi, cecoslovacchi, polacchi e altri non meglio identificati “slavi” di cui i testimoni ricordano le prove di coraggio. Come quella del georgiano Pore Mosulishvili – attivo nell’area del Lago Maggiore assieme ad altri caucasici  – che, accerchiato dai tedeschi, si suicida a inizio dicembre 1944. Qualche tempo prima, il 24 ottobre, tra i trucidati nelle stragi compiute dalla polizia fascista nei dintorni di Novara – un’azione di vendetta nei confronti delle operazioni partigiane della zona – c’è anche il georgiano Sikor Tateladze, che viene impiccato assieme ai compagni italiani.

 

Il più noto, però, è il partigiano Mikhailo, nome di battaglia con cui passa alla storia Mehdi Huseynzade, un giovane artista poliglotta, destinato a morire a 25 anni e a essere ricordato come eroe. Tenente dell’Armata Rossa ferito gravemente e fatto prigioniero in battaglia nel 1942 nei pressi di Stalingrado, Huseynzade, di fronte all’opzione di andare in campo di concentramento, preferisce entrare nella Legione nazionale azerbaigiana, con l’idea di fuggirvi il prima possibile. Qui, grazie al suo talento per le lingue, diventa interprete e viene affidato alla 152esima divisione turkestana di fanteria, nel reparto di propaganda e controspionaggio. Questa, dopo l’8 settembre del 1943, viene inviata nella zona di operazioni Litorale Adriatico, la nuova provincia del Reich tedesco che comprende Trieste e la Venezia Giulia; qui Huseynzade progetta la fuga insieme ai suoi compagni Javad Hakimli e Asad Gurbanov.

I tre riescono a mettersi in contatto con dei partigiani comunisti e a entrare nel IX Korpus del Fronte di liberazione sloveno, composto di sloveni e italiani legati alla Brigata Garibaldi. È da loro che Huseynzade viene ribattezzato Mikhailo ed è con loro che progetta diversi attentati contro le postazioni tedesche nella zona, tra cui l’esplosione di una bomba in un cinema pieno di soldati tedeschi a Villa Opicina il 2 aprile 1944, che provocò 80 morti e 110 feriti; 20 giorni più tardi salterà poi in aria il circolo militare Deutsches Soldatenheim in via Ghega a Trieste durante uno spettacolo, facendo 450 tra morti e feriti. Il mese dopo esploderà il casinò militare di via del Fortino, sempre a Trieste, e verrà innescato un ordigno in una caserma.

 

 

A settembre dello stesso anno, Mikhailo, travestito da ufficiale nazista, fa saltare due aerei e 25 automezzi in un autodromo tedesco e il mese dopo, con i suoi uomini, fa un’incursione in carcere liberando 700 prigionieri di guerra. La taglia che pende sulla sua testa non gli impedisce di portare a termine un ultimo attentato in un cinema militare di Sezana; ma quando, a novembre, cerca di introdursi nei magazzini di uniformi tedesche a Gorizia, i tedeschi lo fermano. Secondo il dossier ufficiale – in cui probabilmente la realtà sfuma nel mito – gli inseguitori individuano la località in cui Mikhailo alloggia, e lui, accerchiato, uccide 25 soldati tedeschi, prima di suicidarsi con l’ultimo proiettile rimasto. Esiste un’altra versione secondo cui i nazisti trovarono per caso Mikhailo a pranzo in una trattoria nel villaggio di Vitovlje, in Slovenia, e lo trucidarono. Un suo compagno, il georgiano David Tatuashvili, gli costruì una tomba in una località che oggi si trova in Slovenia, su cui Javad Hakimli – che ne parlerà nel 1963 nel suo libro di memorie Intigam (“La vendetta”) – incide la stella rossa dell’Urss.

In Azerbaijan, oggi, Mikhailo è celebrato come personificazione dell’impegno nazionale nella guerra di liberazione europea. Gli sono stati dedicati film e nel 1973 un monumento nel centro di Baku. Ciò è stato possibile solo dopo la morte di Stalin, che aveva addirittura emanato un ordine per punire chiunque avesse fatto parte delle divisioni tedesche, anche se arruolato a forza e disertore di provato antinazismo. L’eroe dei tre mondi – Urss, Italia e Slovenia – non è però altrettanto riconosciuto all’estero. Non solo in Urss – dove le peculiarità locali delle nazionalità non russe sono state a lungo percepite come un pericolo per l’unità dello Stato – ma anche in Jugoslavia, in rotta con Stalin dal 1948. In Italia i partigiani sovietici per anni non hanno ricevuto onori. Da noi, infatti, vicende come quella di azerbaigiani e georgiani non sembrano essere in linea con la narrazione dominante del dopoguerra, di esaltazione degli alleati americani, per cui l’apporto comunista alla liberazione è un ricordo scomodo.

Eppure questo è uno degli episodi che mostrano la trasversalità della Resistenza, la cui solidarietà merita di essere ricordata. Sono ancora troppe poche e isolate le iniziative di commemorazione, come quelle programmate per fine ottobre a Gallarate e Verbania, o come l’inaugurazione, nel 2017, di un piccolo museo dedicato a Mikhailo in Slovenia; mentre pioneristico è stato il riconoscimento da parte della Regione Toscana già negli anni Settanta verso i reduci venuti da lontano. Nella memoria collettiva non sembra esserci uno spazio per questo solidale antifascismo che travalica confini nazionali e ostacoli linguistici e che si realizza anche nella partecipazione dei partigiani italiani alle operazioni di Resistenza all’estero. Questi episodi sono stati praticamente cancellati, a eccezione di qualche lapide nei boschi o negli angoli dei nostri cimiteri, e invece dovrebbero essere fatti conoscere, come testimonianze della solidarietà sovranazionale, preziose tanto più oggi per contrastare la voglia di costruire muri, risvegliando quella di abbatterli.

da qui