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lunedì 14 aprile 2025

ricordo di Mario Vargas Llosa

il 25 agosto 1996 ho letto su El Pais un articolo di Mario Vargas Llosa (da qui), che mi è sempre rimasto in testa, come mi restavano gli articoli di Pier Paolo Pasolini.

di Mario Vargas Llosa amo i romanzi, molti bellissimi, gli altri capolavori, ha avuto una deriva di impegno politico che non condivido per niente (nessuno è perfetto), ma questo articolo (di un uomo di destra) lo sottoscrivo vocale per vocale, consonante per consonante .
l’ho ritrovato tradotto in italiano e mi sembra giusto e urgente condividerlo con chi ha la curiosità di leggerlo, in questi tempi di morti – franz


Gli immigrati – Mario Vargas Llosa (25 agosto 1996)

Tempo fa sono stato invitato da amici a trascorrere un fine settimana in una loro proprietà de La Mancha, in Spagna, dove mi fu presentata una coppia di peruviani che si occupavano della casa. Erano molto giovani, di Lambayeque, e mi hanno raccontato le disavventure che hanno dovuto passare prima di arrivare in Spagna. Il consolato spagnolo di Lima si era negato di concedere il visto. Tramite un' agenzia ' specializzata' , per mille dollari erano riusciti ad averne uno per l' Italia (non sapevano se autentico o falso). Un' altra agenzia si occupò di loro a Genova; fece loro attraversare la Costa Azzurra di nascosto e passare i Pirenei a piedi, per sentieri sterrati, al freddo, e per la relativamente modica somma di duemila dollari. Erano da pochi mesi nella terra del Chisciotte e già si erano abituati al loro nuovo paese. Li ho rivisti un anno e mezzo dopo, nello stesso posto. Si erano molto bene ambientati, anche perché altri 11 membri della loro famiglia di Lambayeque li avevano raggiunti e si erano stabiliti in Spagna. Lavoravano tutti come collaboratori domestici. Questa storia me ne fa venire in mente un' altra, quasi identica, che ascoltai qualche anno fa dalla viva voce di una peruviana di New York, immigrata illegale, che faceva le pulizie presso il bar del Museo d' Arte Moderna.
Lei aveva vissuto una vera e propria odissea, viaggiando in autobus da Lima fino in Messico e attraversando il Rio Grande bagnandosi fino al midollo. Si rallegrava di come erano cambiati i tempi: sua madre, infatti, invece del calvario da lei passato per poter entrare negli Stati Uniti dalla porta di servizio, era da poco entrata dall' ingresso principale, prendendo, cioè, l' aereo a Lima e sbarcando al Kennedy Airport con documenti sapientemente falsificati in Perù. Queste persone, e tanti altri milioni che, come loro, da tutti gli angoli del mondo dove impera la fame, la disoccupazione, l' oppressione e la violenza razziale, attraversano clandestinamente le frontiere dei paesi più prosperi, pacifici e che offrono opportunità di lavoro, indubbiamente violano le leggi, ma esercitano un diritto naturale e morale che nessuna norma giuridica o regolamento dovrebbe negare: il diritto alla vita, alla sopravvivenza, a fuggire dalle condizioni infernali a cui i barbari Governi annidati come vere e proprie cancrene in mezzo mondo condannano i loro popoli. Se le considerazioni di natura etica avessero il benché minimo effetto persuasivo, quelle donne e quegli uomini eroici, che attraversano lo stretto d Gibilterra o gli isolotti della Florida, o le barriere elettrificate di Tijuana, o i porti di Matsella, alla ricerca di lavoro, libertà e futuro, dovrebbero essere accolti a braccia aperte. Ma, poiché le ragioni che fanno appello alla solidarietà umana non commuovono nessuno, è forse meglio indicarne un' altra, più efficace, più pragmatica. E' meglio accettare l' immigrazione, anche se controvoglia, perché, la si accetti o no, come dimostrano i due esempi con cui ho cominciato queso articolo, non c' è modo di fermarla. Se non ci credete, chiedetelo al paese più potente della Terra. Fatevi pure raccontare dagli Stati Uniti quello che hanno dovuto fare per chiudere agli immigrati le porte della dorata California, e l' assolato Texas a messicani, guatemaltechi, salvadoregni, honduregni, eccetera eccetera, e le coste color smeraldo della Florida a cubani, haitiani, colombiani e peruviani, e come questi riescano, invece, a entrare a frotte, sempre di più, beffandosi di tutte le pattuglie terrestri, marine, aeree, passando sotto, o sopra, le staccionate di fil di ferro computerizzate, costate milioni, e soprattutto, sotto il naso dei superaddestrati funzionari dell' immigrazione, grazie a un' infrastruttura industriale creata per prendersi gioco di tutte quelle inutili barriere costruite dal terrore per l' immigrato, che negli ultimi anni è divenuto nel mondo occidentale il capro espiatorio di tutte le calamità. Le politiche anti-immigrazione sono condannate al fallimento, perché non risolveranno mai il problema alla radice; anzi, hanno l' effetto perverso di minare le istituzioni democratiche del paese che le applica e di dare un' apparenza di legittimità alla xenofobia e al razzismo, nonché di aprire le porte all' autoritarismo. Un partito fascista come Le Front National di Le Pen, in Francia, che si basa esclusivamente sulla demonizzazione dell' immigrato, e qualche anno fa un' insignificante escrescenza della democrazia, è oggi una forza politica rispettabile, che trova il consenso di quasi il 15 per cento dell' elettorato. E in Spagna abbiamo assistito, non molto tempo fa, all' imbarazzante spettacolo di alcuni poveri africani narcotizzati dalla polizia per rendere meno fastidiose le operazioni di espulsione. Si comincia così, per poi finire con le famose cacce al forestiero pericoloso di cui è piena la storia universale dell' infamia, come gli stermini di armeni in Turchia, di haitiani nella Repubblica Dominicana o di ebrei in Germania. Il problema degli immigrati non può essere risolto con misure di polizia per un motivo molto semplice: perché nei paesi a cui essi sono diretti vi sono incentivi ben più potenti degli ostacoli che li vogliono dissuadere dal venire. In altre parole, perché c' è lavoro. Se non ci fosse, non ci andrebbero, perché gli immigrati sono sì derelitti, ma non stupidi, e non sfuggono la fame, al prezzo di infinite vessazioni, per andare a morire di inanizione all' estero. Ci vengono come i miei connazionali di Lambaeque, stabilitisi ne La Mancha perché lì vi sono tipi di lavoro che nessuno spagnolo (leggi americano, francese, inglese, ecc.) accetta di fare in cambio della paga e alle condizioni che loro, invece, accettano. Esattamente come avveniva alle centinaia di migliaia di spagnoli che negli anni Sessanta hanno invaso la Germania, la Francia, la Svizzera, i Paesi Bassi, portandovi energia e braccia, rivelatesi preziosissime per l' eccezionale decollo industriale di quei paesi in quegli anni (e della stessa Spagna, per il flusso di valuta che ciò ha comportato). Questa è la prima legge dell' immigrazione, ormai cancellata dalla demonologia imperante: l' immigrato non toglie lavoro, anzi, lo crea, ed è sempre un fattore di progresso, mai di regresso. Lo storico J.P. Taylor spiegava che la rivoluzione industriale che fece la grandezza dell' Inghilterra non sarebbe stata possibile se il Regno Unito non fosse stato allora un paese senza frontiere, dove poteva stabilirsi chiunque - all' unica condizione di rispettare le leggi -, investire o esportare capitali, aprire o chiudere imprese, e assumere lavoratori o trovare lavoro. Il prodigioso sviluppo che hanno vissuto gli Stati Uniti nel XIX secolo, così come l' Argentina, il Canada, il Venezuela negli anni Trenta e Quaranta, coincidono con politiche di porte aperte all' immigrazione. E lo ricordava Steve Forbes alle primarie per la candidatura alla presidenza del Partito Repubblicano, osando proporre nel suo programma di ristabilire la pura e semplice apertura delle frontiere che gli Stati Uniti praticarono nei migliori momenti della loro storia. Il senatore Jack Kemp, che ha avuto il coraggio di appoggiare questa proposta, ispirata alla più pura tradizione liberale, è ora candidato alla vicepresidenza con il senatore Dole, e se intende essere coerente dovrebbe difenderla nella campagna per la conquista della Casa Bianca. Non vi è allora nessun modo di limitare o di porre freno alla marea migratoria che, da tutti gli angoli del Terzo mondo, irrompe nel mondo sviluppato? A meno che non vogliamo sterminare con bombe atomiche i quattro quinti del pianeta che vivono in miseria, non ve n' è alcuno. E' assolutamente inutile spendere i soldi del povero contribuente mettendo a punto programmi, sempre più costosi, per impermeabilizzare le frontiere, perché non vi è nessun caso coronato da successo che provi l' efficacia di questa politica repressiva. E, invece, ve ne sono cento a dimostrazione che le frontiere si trasformano in colabrodo quando la società che intendono proteggere attrae i diseredati che le vivono intorno. L' immigrazione diminuirà quando i paesi che la stimolano non saranno più attraenti perché sono in crisi o saturi, o quando i paesi che la generano offrano lavoro e opportunità di miglioramento ai loro cittadini. I galiziani, oggi, rimangono in Galizia e i murciani in Murcia, perché, a differenza di quaranta o cinquant' anni fa, in Galizia e in Murcia possono vivere decentemente e offrire un futuro migliore ai loro figli, migliore del rompersi la schiena nella pampa argentina o del raccogliere uva nel mezzogiorno francese. La stessa cosa avviene ali irlandesi, che non emigrano più con la speranza di diventare poliziotti a Manhattan, e gli italiani rimangono in Italia perché vivono meglio nel loro paese che non facendo pizze a Chicago. Vi sono, poi, anime pie che, per moralizzare l' immigrazione, propongono ai Governi dei paesi moderni una generosa politica di aiuti economici al Terzo mondo. In linea di principio sembra molto altruista. La verità è che se gli aiuti vengono intesi come aiuti ai governi del Terzo mondo, questa politica non può altro che aggravare il problema invece di risolverlo alla radice. Perché gli aiuti che arrivano a delinquenti come il Mobutu dello Zaire o alla satrapia militare della Nigeria o una qualsiasi delle tante dittature africane serve solo a gonfiare i conti correnti privati che quei despoti hanno in Svizzera, vale a dire, per aumentare la corruzione, senza che ne possano trarre alcun beneficio le loro vittime. Se vogliamo gli aiuti, allora devono essere attentamente canalizzati verso il settore privato, ed essere controllati in tutte le loro manifestazioni, per garantire che siano rispettati gli obiettivi previsti, vale a dire creare occupazione e sviluppare risorse, lontano dalla cancrena statale. In realtà, gli aiuti più efficaci che i paesi democratici possono offrire ai paesi poveri è aprire loro le frontiere commerciali, importare i loro prodotti, promuovere gli scambi e un' energica politica di incentivi e sanzioni per ottenerne la democratizzazione, dal momento che, come in America Latina, il dispotismo e l' autoritarismo di natura politica sono il maggior ostacolo che si trova ad affrontare il continente africano per invertire quel destino di impoverimento sistematico inaugurato dalla decolonizzazione. Questo articolo può sembrare molto pessimista a chi crede che l' immigrazione - soprattutto quella nera, mulatta, gialla o, comunque, di colore - ha in serbo un futuro incerto per le democrazie occidentali. Non lo è per chi, come chi scrive, è convinto che l' immigrazione, di qualsiasi colore e sapore essa sia, è un' iniezione di vitalità, energia e cultura, e che i paesi dovrebbero accoglierla come una benedizione. (traduzione a cura di Unimoney)


venerdì 25 ottobre 2019

Eh, no, caro Siti: difendere la letteratura non è più importante che difendere i migranti - Riccardo Chiaberge




Credevo di sapere quasi tutto, vita, morte e miracoli di Karl Popper, un titano del pensiero del 900 che ho avuto la fortuna di conoscere e intervistare più volte. Mi sbagliavo. Non sapevo, per esempio, che fosse così puritano da non baciare mai sua moglie sulla bocca – e se non lo faceva con la moglie amatissima, è improbabile che lo abbia fatto con altre donne. A rivelarmi questi e altri dettagli sul conto del grande filosofo è Mario Vargas Llosa nel suo libro Il richiamo della tribù, da poco uscito per Einaudi. Una volta tanto, il detto “un saggio che si legge come un romanzo” non è un vuoto luogo comune, forse perché in questo caso l’autore del saggio è un romanziere. Decisamente, ci voleva un premio Nobel della letteratura, un genio della narrativa erotica, per farci scoprire che Sir Karl tutto era, tranne che l’equivalente austriaco di don Rigoberto. Ma lasciamo stare i gossip. Un’altra cosa, ben più seria, che ignoravo, o non ricordavo di avere letto, è l’invettiva di Popper contro gli intellettuali, citata da Vargas:
«Perché penso che noi, gli intellettuali, possiamo renderci utili? Semplicemente perché noi, gli intellettuali, da secoli abbiamo provocato i danni più orribili. L’assassinio di massa in nome di un’idea, di una dottrina, di una teoria, di una religione – questa è opera nostra, nostra invenzione: l’invenzione degli intellettuali. Se noi smettessimo di aizzare gli uomini gli uni contro gli altri, sarebbe già tanto di guadagnato».

Ad “”aizzare gli uomini gli uni contro gli altri” sono gli agitatori populisti o sovranisti, gli hater sui social e gli urlatori da talk show, non certo i professori universitari
Popper ce l’aveva con gli intellettuali di regime, gli intellettuali organici al servizio del comitato centrale o del dittatore. I “chierici traditori” di Benda, che invece di impegnarsi in difesa dell’umanità propugnano la lotta di classe o firmano il manifesto della razza, predicano l’odio contro la borghesia o contro gli ebrei. Oggi, chiuso il secolo dei totalitarismi, questa specie di intellettuali si può ritenere felicemente estinta. Ad “aizzare gli uomini gli uni contro gli altri” sono gli agitatori populisti o sovranisti, gli hater sui social e gli urlatori da talk show, non certo i professori universitari. A parte poche eccezioni, tipo i Fusaro o i Gervasoni, che si prestano a nobilitare la canea con le loro omelie contro il turbocapitalismo e la sostituzione etnica. E a meno di non includere tra gli intellettuali i Mario Giordano e le Maglie. Al netto delle residue faziosità e di qualche nostalgico della vecchia sinistra, gli intellettuali, almeno in Italia, non aizzano più, semmai tentano con voce sempre più flebile di sovrastare i latrati degli aizzatori, beccandosi in cambio il marchio infamante di élite della Ztl. Si schierano, come auspicavano Popper e Benda, dalla parte dell’umanità e non di un’ideologia o del popolo inteso come tribù chiusa e identitaria.

Ci sono poi anche gli intellettuali non schierati, scrittori che contrappongono la letteratura all’impegno civile. Il massimo esponente della categoria è Walter Siti, che mi è capitato di rivedere martedì scorso su La 7, maglione patchwork e sorrisino annoiato da cinico chic, mentre ironizzava sulla tendenza di tanti di noi a considerare i sovranisti “il babau” e a dipingere gli immigrati sempre e solo come vittime, «quando poi, arrivati qui, si fanno la foto davanti a un’auto di lusso e la mandano a casa, per far vedere ai parenti che successo hanno avuto». Qualche settimana fa, lo scrittore premio Strega aveva fatto le bucce a Roberto Saviano in un lungo articolo con il seguente, notevole incipit: «Difendere la letteratura non è meno importante che difendere i migranti». Eh no, Walter. Con tutto il rispetto, quando la casa brucia, forse anche il letterato potrebbe dare una mano a spegnere l’incendio, invece di continuare a temperare le matite come se niente fosse. Perché il rischio, alla lunga, è un “tradimento dei chierici” non poi così lontano da quello denunciato da Julien Benda negli anni Trenta: al posto dell’intellettuale che si mette al servizio dei carnefici, l’intellettuale che li lascia fare.


giovedì 17 ottobre 2013

Gli immigrati – Mario Vargas Llosa

il 25 agosto 1996 ho letto su El Pais un articolo di Mario Vargas Llosa (da qui), che mi è sempre rimasto in testa, come mi restavano gli articoli di Pier Paolo Pasolini.
di Mario Vargas Llosa amo i romanzi, molti bellissimi, gli altri capolavori, ha avuto una deriva di impegno politico che non condivido per niente (nessuno è perfetto), ma questo articolo (di un uomo di destra) lo sottoscrivo vocale per vocale, consonante per consonante .
l’ho ritrovato tradotto in italiano e mi sembra giusto e urgente condividerlo con chi ha la curiosità di leggerlo, in questi tempi di morti – franz


Gli immigrati – Mario Vargas Llosa (25 agosto 1996)

Tempo fa sono stato invitato da amici a trascorrere un fine settimana in una loro proprietà de La Mancha, in Spagna, dove mi fu presentata una coppia di peruviani che si occupavano della casa. Erano molto giovani, di Lambayeque, e mi hanno raccontato le disavventure che hanno dovuto passare prima di arrivare in Spagna. Il consolato spagnolo di Lima si era negato di concedere il visto. Tramite un' agenzia ' specializzata' , per mille dollari erano riusciti ad averne uno per l' Italia (non sapevano se autentico o falso). Un' altra agenzia si occupò di loro a Genova; fece loro attraversare la Costa Azzurra di nascosto e passare i Pirenei a piedi, per sentieri sterrati, al freddo, e per la relativamente modica somma di duemila dollari. Erano da pochi mesi nella terra del Chisciotte e già si erano abituati al loro nuovo paese. Li ho rivisti un anno e mezzo dopo, nello stesso posto. Si erano molto bene ambientati, anche perché altri 11 membri della loro famiglia di Lambayeque li avevano raggiunti e si erano stabiliti in Spagna. Lavoravano tutti come collaboratori domestici. Questa storia me ne fa venire in mente un' altra, quasi identica, che ascoltai qualche anno fa dalla viva voce di una peruviana di New York, immigrata illegale, che faceva le pulizie presso il bar del Museo d' Arte Moderna.
Lei aveva vissuto una vera e propria odissea, viaggiando in autobus da Lima fino in Messico e attraversando il Rio Grande bagnandosi fino al midollo. Si rallegrava di come erano cambiati i tempi: sua madre, infatti, invece del calvario da lei passato per poter entrare negli Stati Uniti dalla porta di servizio, era da poco entrata dall' ingresso principale, prendendo, cioè, l' aereo a Lima e sbarcando al Kennedy Airport con documenti sapientemente falsificati in Perù. Queste persone, e tanti altri milioni che, come loro, da tutti gli angoli del mondo dove impera la fame, la disoccupazione, l' oppressione e la violenza razziale, attraversano clandestinamente le frontiere dei paesi più prosperi, pacifici e che offrono opportunità di lavoro, indubbiamente violano le leggi, ma esercitano un diritto naturale e morale che nessuna norma giuridica o regolamento dovrebbe negare: il diritto alla vita, alla sopravvivenza, a fuggire dalle condizioni infernali a cui i barbari Governi annidati come vere e proprie cancrene in mezzo mondo condannano i loro popoli. Se le considerazioni di natura etica avessero il benché minimo effetto persuasivo, quelle donne e quegli uomini eroici, che attraversano lo stretto d Gibilterra o gli isolotti della Florida, o le barriere elettrificate di Tijuana, o i porti di Matsella, alla ricerca di lavoro, libertà e futuro, dovrebbero essere accolti a braccia aperte. Ma, poiché le ragioni che fanno appello alla solidarietà umana non commuovono nessuno, è forse meglio indicarne un' altra, più efficace, più pragmatica. E' meglio accettare l' immigrazione, anche se controvoglia, perché, la si accetti o no, come dimostrano i due esempi con cui ho cominciato queso articolo, non c' è modo di fermarla. Se non ci credete, chiedetelo al paese più potente della Terra. Fatevi pure raccontare dagli Stati Uniti quello che hanno dovuto fare per chiudere agli immigrati le porte della dorata California, e l' assolato Texas a messicani, guatemaltechi, salvadoregni, honduregni, eccetera eccetera, e le coste color smeraldo della Florida a cubani, haitiani, colombiani e peruviani, e come questi riescano, invece, a entrare a frotte, sempre di più, beffandosi di tutte le pattuglie terrestri, marine, aeree, passando sotto, o sopra, le staccionate di fil di ferro computerizzate, costate milioni, e soprattutto, sotto il naso dei superaddestrati funzionari dell' immigrazione, grazie a un' infrastruttura industriale creata per prendersi gioco di tutte quelle inutili barriere costruite dal terrore per l' immigrato, che negli ultimi anni è divenuto nel mondo occidentale il capro espiatorio di tutte le calamità. Le politiche anti-immigrazione sono condannate al fallimento, perché non risolveranno mai il problema alla radice; anzi, hanno l' effetto perverso di minare le istituzioni democratiche del paese che le applica e di dare un' apparenza di legittimità alla xenofobia e al razzismo, nonché di aprire le porte all' autoritarismo. Un partito fascista come Le Front National di Le Pen, in Francia, che si basa esclusivamente sulla demonizzazione dell' immigrato, e qualche anno fa un' insignificante escrescenza della democrazia, è oggi una forza politica rispettabile, che trova il consenso di quasi il 15 per cento dell' elettorato. E in Spagna abbiamo assistito, non molto tempo fa, all' imbarazzante spettacolo di alcuni poveri africani narcotizzati dalla polizia per rendere meno fastidiose le operazioni di espulsione. Si comincia così, per poi finire con le famose cacce al forestiero pericoloso di cui è piena la storia universale dell' infamia, come gli stermini di armeni in Turchia, di haitiani nella Repubblica Dominicana o di ebrei in Germania. Il problema degli immigrati non può essere risolto con misure di polizia per un motivo molto semplice: perché nei paesi a cui essi sono diretti vi sono incentivi ben più potenti degli ostacoli che li vogliono dissuadere dal venire. In altre parole, perché c' è lavoro. Se non ci fosse, non ci andrebbero, perché gli immigrati sono sì derelitti, ma non stupidi, e non sfuggono la fame, al prezzo di infinite vessazioni, per andare a morire di inanizione all' estero. Ci vengono come i miei connazionali di Lambaeque, stabilitisi ne La Mancha perché lì vi sono tipi di lavoro che nessuno spagnolo (leggi americano, francese, inglese, ecc.) accetta di fare in cambio della paga e alle condizioni che loro, invece, accettano. Esattamente come avveniva alle centinaia di migliaia di spagnoli che negli anni Sessanta hanno invaso la Germania, la Francia, la Svizzera, i Paesi Bassi, portandovi energia e braccia, rivelatesi preziosissime per l' eccezionale decollo industriale di quei paesi in quegli anni (e della stessa Spagna, per il flusso di valuta che ciò ha comportato). Questa è la prima legge dell' immigrazione, ormai cancellata dalla demonologia imperante: l' immigrato non toglie lavoro, anzi, lo crea, ed è sempre un fattore di progresso, mai di regresso. Lo storico J.P. Taylor spiegava che la rivoluzione industriale che fece la grandezza dell' Inghilterra non sarebbe stata possibile se il Regno Unito non fosse stato allora un paese senza frontiere, dove poteva stabilirsi chiunque - all' unica condizione di rispettare le leggi -, investire o esportare capitali, aprire o chiudere imprese, e assumere lavoratori o trovare lavoro. Il prodigioso sviluppo che hanno vissuto gli Stati Uniti nel XIX secolo, così come l' Argentina, il Canada, il Venezuela negli anni Trenta e Quaranta, coincidono con politiche di porte aperte all' immigrazione. E lo ricordava Steve Forbes alle primarie per la candidatura alla presidenza del Partito Repubblicano, osando proporre nel suo programma di ristabilire la pura e semplice apertura delle frontiere che gli Stati Uniti praticarono nei migliori momenti della loro storia. Il senatore Jack Kemp, che ha avuto il coraggio di appoggiare questa proposta, ispirata alla più pura tradizione liberale, è ora candidato alla vicepresidenza con il senatore Dole, e se intende essere coerente dovrebbe difenderla nella campagna per la conquista della Casa Bianca. Non vi è allora nessun modo di limitare o di porre freno alla marea migratoria che, da tutti gli angoli del Terzo mondo, irrompe nel mondo sviluppato? A meno che non vogliamo sterminare con bombe atomiche i quattro quinti del pianeta che vivono in miseria, non ve n' è alcuno. E' assolutamente inutile spendere i soldi del povero contribuente mettendo a punto programmi, sempre più costosi, per impermeabilizzare le frontiere, perché non vi è nessun caso coronato da successo che provi l' efficacia di questa politica repressiva. E, invece, ve ne sono cento a dimostrazione che le frontiere si trasformano in colabrodo quando la società che intendono proteggere attrae i diseredati che le vivono intorno. L' immigrazione diminuirà quando i paesi che la stimolano non saranno più attraenti perché sono in crisi o saturi, o quando i paesi che la generano offrano lavoro e opportunità di miglioramento ai loro cittadini. I galiziani, oggi, rimangono in Galizia e i murciani in Murcia, perché, a differenza di quaranta o cinquant' anni fa, in Galizia e in Murcia possono vivere decentemente e offrire un futuro migliore ai loro figli, migliore del rompersi la schiena nella pampa argentina o del raccogliere uva nel mezzogiorno francese. La stessa cosa avviene ali irlandesi, che non emigrano più con la speranza di diventare poliziotti a Manhattan, e gli italiani rimangono in Italia perché vivono meglio nel loro paese che non facendo pizze a Chicago. Vi sono, poi, anime pie che, per moralizzare l' immigrazione, propongono ai Governi dei paesi moderni una generosa politica di aiuti economici al Terzo mondo. In linea di principio sembra molto altruista. La verità è che se gli aiuti vengono intesi come aiuti ai governi del Terzo mondo, questa politica non può altro che aggravare il problema invece di risolverlo alla radice. Perché gli aiuti che arrivano a delinquenti come il Mobutu dello Zaire o alla satrapia militare della Nigeria o una qualsiasi delle tante dittature africane serve solo a gonfiare i conti correnti privati che quei despoti hanno in Svizzera, vale a dire, per aumentare la corruzione, senza che ne possano trarre alcun beneficio le loro vittime. Se vogliamo gli aiuti, allora devono essere attentamente canalizzati verso il settore privato, ed essere controllati in tutte le loro manifestazioni, per garantire che siano rispettati gli obiettivi previsti, vale a dire creare occupazione e sviluppare risorse, lontano dalla cancrena statale. In realtà, gli aiuti più efficaci che i paesi democratici possono offrire ai paesi poveri è aprire loro le frontiere commerciali, importare i loro prodotti, promuovere gli scambi e un' energica politica di incentivi e sanzioni per ottenerne la democratizzazione, dal momento che, come in America Latina, il dispotismo e l' autoritarismo di natura politica sono il maggior ostacolo che si trova ad affrontare il continente africano per invertire quel destino di impoverimento sistematico inaugurato dalla decolonizzazione. Questo articolo può sembrare molto pessimista a chi crede che l' immigrazione - soprattutto quella nera, mulatta, gialla o, comunque, di colore - ha in serbo un futuro incerto per le democrazie occidentali. Non lo è per chi, come chi scrive, è convinto che l' immigrazione, di qualsiasi colore e sapore essa sia, è un' iniezione di vitalità, energia e cultura, e che i paesi dovrebbero accoglierla come una benedizione. (traduzione a cura di Unimoney)