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giovedì 23 luglio 2026

Un anno senza Goffredo Fofi, mai “mangiapane a tradimento” - Giovanni Peduto

 

L’esortazione che Goffredo mi ripeteva spesso era di non diventare un ‹‹mangiapane a tradimento››. Ho pensato spesso a cosa potesse intendere e oggi sono convinto che in questa raccomandazione ci fosse un forte invito ad una certa coerenza, ad una certa fedeltà. Goffredo viveva in una casa umile, lontano dai palcoscenici, da quelle élite culturali che spadroneggiano nel mondo dell’editoria e della cultura, malgrado, con la sua fama e il suo prestigio, potesse ricoprire qualsiasi ruolo desiderato. Cercando di creare continuamente reti di persone volenterose, odiando le riviste patinate la cui pregiata qualità cartacea già, in qualche modo, le poneva distanti da quel mondo degli “ultimi”, dei “derelitti”, come spesso diceva, di cui si volevano rendere portavoce, Goffredo si è posto in maniera inesausta, e fino alla fine, il problema di salvare gli innocenti del nostro tempo. Bambini, migranti, malati, persone con disabilità, “matti”, sfruttati di ogni latitudine e longitudine: la realtà (citando Fanon) dei dannati della terra. Qualcuno ha parlato di una sorta di francescanesimo, io credo invece che Goffredo sia stato semplicemente fedele a tutto ciò che ha visto, a tutto ciò che ha vissuto, ai suoi maestri, alle sue idee.

Il 2 febbraio 1956, Fofi affiancò il maestro Danilo Dolci nel famoso sciopero alla rovescia presso la Trazzera Vecchia, una strada di Partinico abbandonata all’incuria. Lo sciopero, come noto, consisteva nel reclamare ciò che gli abitanti di Partinico non avevano: il lavoro. Così, del tutto gratuitamente, i disoccupati si misero a riparare la strada malmessa. L’intervento, però, delle forze dell’ordine non tardò. Il 4 febbraio Fofi fu incriminato e su disposizione della questura ‹‹viene allontanato, rimpatriato, con foglio di via obbligatorio, perché capeggiatore di uno sciopero, senza mezzi di sussistenza e senza fissa dimora, nonché diffidato dal rimetter piede nel territorio di Partinico››[1].

Sarebbe iniziato di lì a breve, il famoso processo all’articolo 4: la difesa di Dolci e Fofi, infatti, si arroccava intorno al principio costituzionale secondo cui è compito della Repubblica cercare di rendere effettivo, in tutti i modi possibili, il diritto al lavoro di ciascun cittadino. A difendere i nostri vi era nientemeno che Piero Calamandrei.

Fu sicuramente l’esperienza dell’indicibile povertà vista e vissuta in Sicilia, la vista delle tremende morti per fame, a cementare in Fofi una solidarietà intima con i dimenticati della società. Lì nacque sicuramente il suo credo, la sua fede negli ultimi. D’altro canto, la violenza e la lontananza delle istituzioni ufficiali non poté che suggerirgli la loro perenne parzialità, la loro attiguità con le strutture di potere esistenti, la loro vocazione strutturalmente conservativa. Con Dolci e gli abitanti di Partinico, invece, ci si metteva in cerchio, si discuteva insieme dei problemi e delle modalità di risoluzione, creando di fatto un modello sociale di co-partecipazione e di autorganizzazione, che ha forti venature anarchiche.

Nacque in quel tempo anche una nuova concezione dell’intellettuale: l’esperienza di Partinico era una negazione di fatto della consueta posizione pastorale dell’intellettuale, come colui il quale, avendo accesso al mondo “vero”, ha il compito di guidare e istruire le masse. In quella terra abbandonata della Sicilia, invece, si era sperimentato qualcosa di inedito: gli intellettuali avevano incentivato, promosso, guidato, favorito un processo di coscientizzazione dei diseredati stessi, permettendo loro di riflettere sui problemi concreti della loro vita, sul loro posto nella società, e di cercare insieme delle soluzioni[2].

L’idea che l’emancipazione reale delle persone non possa che essere, per definizione, collettiva non abbandonerà mai Fofi: dal movimento del ’68 fino agli anni delle sue molteplici riviste, caratterizzate da un forte dinamismo interno ed esterno, dall’inesausta tessitura di reti intellettuali che potessero ben cooperare tra di loro e, talora, ideare e percorrere strade concrete di liberazione.

Il dono incredibile che aveva Fofi era il sottilissimo taglio intellettuale che dava costantemente alle sue riflessioni, riuscendo a inquadrare sempre in maniera semplice, critica e senza fronzoli, il posizionamento della classe intellettuale nei confronti di quelle che, una volta, sarebbero state chiamate classi proletarie e sottoproletarie. Goffredo non perdonava a nessuna élite culturale la lontananza, l’indifferenza, verso le persone più svantaggiate del nostro tessuto sociale. Il suo focus non si spostava da lì.

È utile a tal riguardo, confrontare due estratti dalle sue riviste, rispettivamente dei Quaderni Piacentini e de Gli asini per avere un incredibile effetto di continuità, pur nella diversità dei contesti. La prima è stata una rivista di riferimento negli anni delle lotte, la seconda, invece, è stata l’ultima rivista che ha diretto, molto incentrata sulle tematiche educative.

Tra i primi articoli vergati da Fofi sui Piacentini vi è un estratto del suo saggio-inchiesta sugli immigrati meridionali a Torino. Il pezzo si focalizzava sulla distanza delle istituzioni sindacali dalla realtà dei lavoratori in diversi ambiti. Fofi esordiva:

‹‹Il superamento delle artificiose barriere di pregiudizi erette abilmente e con arte somma dalla classe dirigente torinese a precisi scopi di classe, il fatto che tra operai meridionali e operai piemontesi esse stiano crollando per lasciare il posto a una progressiva conoscenza reciproca si sta traducendo anche in una coscienza di classe? Quanto, di questi mutati rapporti, trova conferma nelle lotte operaie in corso o già avvenute? Quanto è possibile dimostrare questa coscienza in una maggiore partecipazione sindacale?

Per gli edili e le professioni minori, localmente disperse, una prima risposta volta la domanda in quella: “ma è presente il Sindacato?”, e a questo occorre rispondere decisamente di no››[3]. Questo primo spezzone, contestualizzato in anni in cui la cultura del Partito Comunista era egemone, segna già un’insofferenza, una tensione: esistevano ampie realtà sottoproletarie che la cultura della sinistra ufficiale, molto proletario-centrica, non prendeva in considerazione. Fofi, pertanto, si sentiva in dovere di segnare questa profonda criticità, sulla scorta di maestri alternativi di quei tempi, quali Nicola Chiaromonte e Ignazio Silone, che nella propria rivista Tempo Presente avevano già ampiamente discusso di alcune criticità interne al marxismo ufficiale[4].

Anche nella critica cinematografica, l’impostazione etica e concettuale rimane la stessa: i film non vengono solo vagliati in base alla propria qualità estetica e tecnica, ma soprattutto, sulla base di un rigoroso principio etico. Il cinema ha l’occasione di parlare alle grandi masse; in questo senso, può far molto per renderle coscienti del proprio status e per suggerire possibili vie d’uscita. Icastico è al riguardo il giudizio impietoso su Woody Allen, definito un insopportabile coglione[5]. Fofi vedeva in Allen una certa capacità di mettere a fuoco alcune problematiche di classe della realtà borghese, ma il tono cadenzato, rassegnato e oltremodo compiaciuto, andavano nella direzione opposta di una presa di coscienza collettiva. Ciò a suoi occhi non era tollerabile per un’arte che poteva avere ben altre ambizioni emancipatorie.

Passano gli anni, ma lo sguardo severo e critico non muta. La fine delle lotte, le politiche globali degli anni ’80 ferocemente di tendenza inversa rispetto alle grandi conquiste sociali dei decenni precedenti causarono un’‹‹immane mutazione››, una regressione inaudita, che in Italia si è tradotta con il ‹‹ritorno al particulare››[6]. Se nei primi anni del dopoguerra, la crescita dei diritti sociali poteva essere in qualche modo legata alle spinte di crescita del capitalismo, gli anni ’80 segnarono un decisivo spartiacque. Le classi agiate ed oligarchiche operarono una feroce stretta sui diritti sociali acquisiti, ma, piuttosto che combattere questa deriva, la società civile iniziò a rinchiudersi nella propria sfera privata. Si originò così, carsicamente, una società senza una propria vocazione collettiva e solidale, che permise la recrudescenza di fenomeni sociali nuovi e arcani, molto spesso analizzati da Fofi, quali il narcisismo di massa e il neocorporativismo. In un mondo ultra-individuale, in cui il solo ideale è il proprio Io, dove ciascuno fa a gara con l’altro per il proprio riconoscimento, risorgono in diversissimi ambiti sociali i modelli della corporazione, dell’affiliazione al “clan”, gli unici meccanismi in grado di garantire protezione e sicurezza. La nuova lotta di classe, pertanto, non può che ripartire da una decolonizzazione della coscienza, da una purificazione di tutti gli assunti cancerogeni incorporati dagli individui nell’epoca della vittoriosa lotta di classe dei ricchi contro le classi meno abbienti. E qui entra in gioco il ruolo fondamentale dell’educazione. Giungiamo così al passaggio de Gli Asini.

Era nella scuola, nel sociale tout court, che oggi si annidano – secondo Fofi – le residue e fatue speranze di emancipazione, in un mondo oramai inferocito e in cui la lotta di classe è stata vinta dai padroni del mercato, della finanza, della pubblicità. Il suo sguardo critico, però, non può non segnalare, come già avveniva nei Piacentini, la distanza siderale degli intellettuali e degli operatori dai bisogni reali degli assistiti, degli ultimi: ‹‹Un tempo non si parlava di operatori sociali o di assistenti sociali ma di militanti, interessati alla difesa degli interessi dei proletari e dei poveri (i “non abbienti”), e alla loro “presa di coscienza”, alla loro organizzazione, alle loro lotte. Chi sentiva di dover occuparsi dei proletari e dei poveri – e poteva essere credente o non credente, di origini proletarie o di origini borghesi – era mosso da istanze di giustizia, da sentimenti di solidarietà. Sapeva di avere avuto in sorte dalla vita qualcosa di più di quelli di cui si occupava, e sapeva di dover dare qualcosa indietro, agendo insieme a loro per l’affermazione di un mondo migliore. Non si sentiva superiore o diverso, solo più colto, più cosciente. La parola sociale evocava quasi automaticamente la parola socialismo››[7]. Tuttavia, argomenta Fofi, il lessico della liberazione è oggi totalmente assente dalla prassi educativa, in favore invece di tecnicismi psicologici e pedagogici, le nuove scienze-guru del lavoro sociale. ‹‹La pedagogia oggi non riguarda il campo dell’insegnamento, della formazione di individui coscienti e responsabili, bensì l’addestramento alla accettazione del mondo così come è da parte delle nuove generazioni, dei “nuovi nati”››[8] conclude Fofi.

In questa situazione di stallo, in cui la componente politica della prassi educativa è totalmente assente, la prassi stessa si fa ambigua. Perdendo il suo ideale collettivo di liberazione, più che servire le tante persone in difficoltà, serve innanzitutto agli “assistenti”, poiché conferisce un reddito, una posizione sociale ben codificata e riconosciuta, talvolta anche eticamente rivendicata dagli stessi operatori. L’impoverimento recente, però, dell’ampio ambito della cura e dell’assistenza, del cosiddetto Terzo Settore, apriva secondo Fofi inedite possibilità di lotta collettiva: la disoccupazione, la precarizzazione, la regressione verso il basso dei salari, avvicinavano di fatto la realtà vissuta degli assistenti a quella degli assistiti. Si consolidava così una solida base materiale per una possibile rivendicazione collettiva. È questa per Fofi una possibile strada, tutta ancora da percorrere e pensare insieme.

Dai Piacentini a Gli asini si rinnova costantemente la stessa voce, mutando i riferimenti e le prospettive, ma restando fedele alla sua vocazione primaria: la vicinanza alla classe degli oppressi.

Per tutto il suo itinerario intellettuale e umano, Goffredo Fofi è rimasto fedele al principio etico e politico di dar voce agli ultimi, a quelle persone che spesso sfuggono anche alle ragnatele delle grandi teorie sociali e filosofiche, alle grandi narrazioni intellettuali e alle prassi trasformative. L’esercizio critico di Fofi non diventò mai una stucchevole pratica autoreferenziale, ma si poneva continuamente da punti di vista che la cultura dominante trascurava. Cosa ereditare di questo continuo gesto di onestà intellettuale, di critica severa, innervata da titaniche tensioni etiche?

Abbiamo intanto una strada che Goffredo ha tracciato: occorre forse ripartire da lì, pur sapendo bene, che il corso del mondo è ostile, che la maggioranza va in tutt’altra direzione. Si tratta di rivendicare, per Fofi, la scelta di costituire minoranze eticamente determinate che possano costruire realtà alternative, eterotopie solide e credibili, “società nella società” per usare un’espressione di Andrea Caffi, altro maestro dimenticato, cui Fofi ha fatto spesso riferimento[9].

Si tratta di ritornare all’avverbio “insieme”.


[1] D. Dolci, Processo all’articolo 4, Sellerio, Palermo 2011, p. 58.

[2] La nozione di coscientizzazione appartiene al lessico della pedagogia degli oppressi, a cui Fofi era particolarmente legato. Cfr. G. Fofi, Prefazione, in P. Freire, Le virtù dell’educatore, Casa Editrice EDB, Bologna 2017.

[3] G. Fofi, Gli immigrati meridionali e il sindacato, in ‹‹Quaderni Piacentini››, ANNO II/numero 13 – novembre/dicembre 1963, pagg. 7-15

[4] Ho approfondito questa tematica nella recente pubblicazione: G. Peduto, La questione sociale in Tempo Presente, Una città editore, 2026.

[5] Cfr. G. Fofi, Sono nato scemo e morirò cretino (Scritti 1956-2021), Minimum Fax, Roma 2022.

[6] Cfr. Id., La vocazione minoritaria, Laterza, Bari 2009.

[7] G. Fofi, Crescere, in ‹‹Gli asini››, 3 settembre 2024, risorsa disponibile al link: https://gliasinirivista.org/crescere/

[8] Ibid.

[9] Molti sono i luoghi di riflessione da parte di Fofi sulla figura di Andrea Caffi. Cfr. G. Fofi, Quella sua libertà, risorsa disponibile sul sito della rivista Una Città: https://www.unacitta.it/it/articolo/101-quella-sua-liberta

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sabato 19 luglio 2025

Uno sguardo nell’orrore: lettura dei report di Francesca Albanese - Giovanni Peduto

 

Già Frantz Fanon aveva ben descritto la morfologia di un territorio coloniale: si tratta sempre di uno spazio diviso, in sé fratturato, a-dialettico, in cui sono giustapposte l’opulenza delle città dei coloni e la miseria senza fine della città dei colonizzati. Il potere è esercitato dai primi in maniera diretta e brutale, senza l’interposta figura di istituzioni mediatrici come accade, invece, nei Paesi occidentali. Le due città coabitano lo spazio, ma non lo innervano allo stesso modo, né tra loro esiste una dialettica simbolica: esiste e persiste il solo e unico dominio della città dei coloni, una monodirezionalità impetuosa, omicida e cinica. Ciò imponeva a Fanon una conclusione radicale che è, non a caso, l’incipit del suo opus magnum: ‹‹Liberazione nazionale, rinascita nazionale, restituzione della nazione al popolo, Commonwealth, qualunque siano le etichette impiegate o le formule nuove introdotte, la decolonizzazione è sempre un fenomeno violento. A qualsiasi livello venga studiato: incontri interindividuali, appellativi nuovi delle società sportive, impasto umano dei cocktails-parties, della polizia, di consigli d’amministrazione delle banche nazionali o private, la decolonizzazione è molto semplicemente la sostituzione d’una «specie» di uomini con un’altra «specie» di uomini. Senza transizioni, c’è sostituzione totale, completa, assoluta››[1]. Non c’è liberazione dei territori occupati da coloni, se non mediante sostituzione di quest’ultimi. Non è possibile riformismo o negoziazione, dialogo o accordo.

Leggendo i report della relatrice speciale per l’ONU, Francesca Albanese, per i territori occupati illegalmente da Israele dal 1967, si ha subito l’impressione che a Gaza si tratti esattamente di una situazione simile. I concetti messi in campo dall’insigne studiosa attingono esattamente al vocabolario del discorso coloniale (i soggetti che ritornano sono infatti: settler/colonized). Già il rapporto del settembre 2022 faceva bene emergere l’esistenza di una strategia di dominio brutale a Gaza, caratterizzata da: ‹‹repressione della partecipazione politica e civile, negazione del diritto di residenza, espropriazione delle terre e delle proprietà palestinesi, trasferimenti forzati, omicidi, arresti e detenzioni illegali comprendenti bambini, violenza dei coloni e soppressione violenta della resistenza contro l’occupazione››[2].

I canonici approcci alla questione palestinese la derubricano a drammatica contesa politica, mettendone in risalto tre aspetti: umanitario, politico ed economico. Una volta incasellata in questa categoria, la questione di Gaza si perde nella risma dei tanti conflitti sociali e politici, perdendo la propria specificità storica, assumendo le sembianze di una contingenza conflittuale passibile di risoluzione pacifica tramite un opportuno negoziato. Questo approccio, però, secondo l’autrice, ‹‹confonde causa profonde e sintomi››[3]. Sottostima, inoltre, la dura e prolungata sordità di Israele al diritto internazionale, trattandola come un ‹‹caso isolato›› e non come parte di una strategia strutturale tesa a fiaccare e ad eradicare i palestinesi dai loro territori[4]. Albanese analizza, in seguito, la categoria di apartheid, avanzata già da tempo dalla letteratura critica. Tuttavia, anche questa ha dei limiti, non riuscendo a dar conto delle continue espropriazioni subite dai palestinesi, né del desiderio dei coloni di ‹‹sostituirli con i propri connazionali››. Il caso di Gaza e della Cisgiordania non riguarda un mero confinamento etnico, ma un prolungato tentativo di sostituzione. È questo il motivo che induce l’autrice a ritenere più idonee le polarità concettuali proprie del discorso decoloniale, le quali contemplano in sé, da un lato, gli episodi della prevaricazione violenta e omicida, della sostituzione etnica e, dall’altro lato, l’istanza del diritto all’autodeterminazione da parte dei colonizzati. L’occupazione di Israele non è ‹‹meramente belligerante››, strascico di un conflitto storico, bensì ‹‹coloniale nella propria natura››, ‹‹continuando ciò che il movimento sionista aveva auspicato per Israele più di un secolo fa››[5].

Il successivo report, datato 20 ottobre 2023 e, dunque, successivo al fatidico attacco terroristico di Hamas, è dedicato ad un focus sulla condizione minorile nei territori occupati. Albanese esordisce presentando una caratteristica del tutto peculiare di quel territorio: circa metà dei residenti è costituita da bambini, con il 30% della popolazione costituita da bambini sotto i 15 anni[6]. Sono costoro a rappresentare quella parte di popolazione a Gaza che più risente dei drammi dell’occupazione: la studiosa utilizza il concetto tecnico di unchilding, che è possibile tradurre con privazione dell’infanzia, ossia, della normalità, dell’innocenza, dell’affetto e della leggerezza che dovrebbe caratterizzare ogni infanzia umana. Il sospetto di essere dei bambini “minori”, ossia, bambini la cui vita possiede meno valore umano, è diffuso nella popolazione minorile di Gaza. Riporta la Albanese: ‹‹I bambini palestinesi vivono in spazi segregati e in comunità ostili. Il sostentamento delle loro famiglie, l’accesso al lavoro, all’assistenza sanitaria, le opportunità di svago, le prospettive future e la mobilità sono tutti controllati da Israele. I bambini palestinesi sono consapevoli delle sfide che affrontano “in quanto palestinesi”. Sentendosi alienati nella loro terra, si chiedono: “Perché è così? Siamo meno umani?” o “Abbiamo meno valore?”››[7].

Già prima dell’attacco israeliano, la mortalità infantile dei bambini fino ai 5 anni era salita a 14,8 su 1000 nascite. Dal 2008 a prima dell’invasione, i bambini uccisi raggiungevano il numero di 1434, mentre altri 32175 sono stati gravemente feriti[8]. Lo spettro della morte dominava già, ben prima della reazione israeliana al 7 ottobre, l’universo mentale dei bambini palestinesi. In un passaggio toccante, la Albanese scrive: ‹‹Lo spettro della morte incombe come elemento dominante nella vita dei bambini palestinesi. Questa realtà ha un impatto psicosociale su coloro che riescono a sopravvivere, come espresso in modo toccante da Ouadia, 14 anni: “Temere la morte non ti impedisce di morire, ma ti impedisce di vivere”››[9]. L’uccisione di bambini non costituiva solo un fatto accidentale degli attacchi israeliani, ma era spesso volontariamente perseguito: lo dimostra la storia di Sadeel Naghniyeh, una quindicenne uccisa dal colpo di un cecchino mentre era nel suo cortile a Jenin, dopo il ritiro israeliano[10].

Questa disumanità diffusa era già sfociata nell’attacco ripetuto ad ospedali e cliniche mediche (ben 180), colpendo 80 ambulanze e uccidendo 41 medici. La violenza, inoltre, non sembrava essere perpetrata esclusivamente dalle forze armate di Israele, ma dagli stessi coloni. Ancora nel report del 2023 leggiamo: ‹‹Forme estreme di violenza dei coloni includono incursioni nelle proprietà palestinesi, anche notturne, regolari “pogrom”, incendi di infrastrutture e aggressioni fisiche contro i residenti palestinesi, il tutto sotto gli occhi delle forze di occupazione israeliane, alcune delle quali pubblicamente elogiate da alti funzionari israeliani. In questi incidenti, i bambini vengono presi di mira anche quando fuggono dai soldati, come Ramzi Fathi, 17 anni, che è stato colpito a morte al petto e all’addome. “La vita dei bambini dovrebbe essere sacrosanta”, ha affermato una madre di tre figli del campo profughi di Jenin. Invece, “i nostri figli vengono uccisi, minacciati, intimiditi; è un intero sistema progettato per questo”››[11].

Analizzare i dati raccolti dalla Albanese, prima dei famigerati dossier sul genocidio e sulle aziende coinvolte nel business della morte, è molto importante perché introduce nella discussione pubblica una prospettiva inedita: dai suoi report emerge che lo smisurato attacco israeliano non è solo una reazione all’attacco terroristico del 7 ottobre, bensì una mossa decisiva all’interno di una strategia di più ampio respiro, che chiama in causa convinzioni politiche coloniali della classe dirigente israeliana, sedimentatesi nel corso di decenni. Gli atroci fatti del 7 ottobre commessi da Hamas hanno svincolato la classe dirigente israeliana da ogni remora politica e morale, permettendole di perseguire fino in fondo il proprio antico progetto coloniale. Nel rapporto dell’ottobre 2024, infatti, il genocidio dei palestinesi è descritto nei termini di colonial erasure, ossia, “cancellazione coloniale” e nell’introduzione leggiamo: ‹‹In questo rapporto, la Relatrice Speciale estende l’analisi delle violenze commesse contro Gaza dopo il 7 ottobre 2023, che si sono diffuse fino alla Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est. Si concentra in particolare sull’intento genocida, collocando la situazione nel contesto di un processo decennale di espansione territoriale e pulizia etnica che mira a liquidare la presenza palestinese in Palestina. Propone di considerare il genocidio come parte integrante dell’obiettivo di Israele di colonizzare completamente le terre palestinesi eliminando il maggior numero possibile di palestinesi››[12].

È nel rapporto del 2024 che la Albanese conferisce un nome alla strategia politica seguita dal governo israeliano: si tratta di perseguire l’obiettivo della ‹‹“Grande Israele” (Eretz Israel)›› proprio, sin dagli inizi, del progetto sionista: ‹‹I governi che si sono succeduti hanno perseguito questo obiettivo, che si basa sulla cancellazione del popolo indigeno palestinese. Anche dopo gli Accordi di Oslo, che hanno segnalato il sostegno internazionale alla soluzione dei due Stati, il piano è andato avanti. Da allora, il numero degli insediamenti israeliani è aumentato da 128 a 358 e il numero di coloni da 256.400 a 714.600. La Legge sullo Stato-Nazione del 2018 ha reso la sovranità ebraica esclusiva su “Eretz Yisrael” e sull’“insediamento ebraico” una priorità nazionale. Il 28 dicembre 2022, l’attuale governo israeliano ha annunciato il suo piano per espandere gli insediamenti in Cisgiordania e ed è aggressivamente avanzato nella confisca delle terre e nell’espansione delle colonie. Nel settembre 2023, davanti all’Assemblea Generale, il Primo Ministro Netanyahu ha presentato una mappa di Israele cancellando il territorio palestinese occupato e sovrapponendoci il nome di Israele››[13].

Secondo la relatrice speciale i fatti del 7 ottobre hanno completato il quadro aggiungendo l’ingrediente che mancava per la piena attuazione del piano coloniale, ossia, un humus di odio e desiderio di vendetta ben radicato nella società civile: ‹‹Gli eventi del 7 ottobre hanno fornito lo slancio necessario per portare avanti l’obiettivo del “Grande Israele”. (…) La violenza e il trauma subiti dagli israeliani il 7 ottobre hanno rafforzato l’animosità collettiva e sono aumentate le richieste di annientamento. Come altri genocidi, l’atmosfera di vendetta che si creò preparò i soldati a diventare “esecutori volontari” degli atroci compiti loro assegnati››[14].

A questo punto, il passo successivo è consistito nell’identificare l’etnia palestinese come il nemico assoluto, inumano, il nemico la cui stessa esistenza mette in pericolo l’incolumità dei coloni. Prova di ciò, sarebbero le disumane e rabbiose uccisioni, documentate in questi ultimi mesi. Scrive Albanese: ‹‹L’inquietante frequenza e l’insensibilità per l’uccisione di persone identificabili come civili sono “emblematiche della natura sistematica” dell’intento distruttivo. Hind Rajab, 6 anni, ucciso da 355 proiettili dopo aver pianto per ore chiedendo aiuto; Muhammed Bhar, affetto da sindrome di Down, massacrato mortalmente dai cani; Atta Ibrahim Al-Muqaid, anziano sordo, giustiziato nella sua abitazione e il cui omicidio è stato diffuso sui social media dall’autore e da altri soldati; bambini prematuri abbandonati deliberatamente a una morte lenta e alla decomposizione nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale Nasr; Bashir Hajji, uomo anziano ucciso mentre era in viaggio verso il sud di Gaza dopo essere apparso in una foto di propaganda del “corridoio sicuro”; Abu al-Ola, ostaggio ammanettato, ucciso da un cecchino dopo che gli era stato ordinato di entrare nell’ospedale Nasser per trasmettere gli ordini di evacuazione››[15].

Un genocidio, tuttavia – argomenta la relatrice speciale – si può perpetrare a diversi livelli. L’immagine istantanea che sovviene è quella dei brutali omicidi, delle carneficine che non risparmiano nemmeno i bambini; esistono, però, anche altri metodi, più sottili e meschini: espropriazione delle terre e delle proprietà, creazione di un intenso trauma intergenerazionale che interrompe la trasmissione culturale delle tradizioni e delle idee, trasferimenti forzati, diffusione di miseria e degrado ambientale che rendono insalubri e invivibili i luoghi natii; negazione del diritto all’istruzione. Ogni strategia politica e/o militare che tende a interrompere il nesso tra una cultura e la relativa terra di germinazione, che blocca il ricambio generazionale e impedisce alla cultura di un popolo di tramandarsi è concepibile come strategia intrinsecamente genocidaria. È a questo livello dell’analisi che incontriamo la complicità di tante multinazionali e aziende: l’ultimo report ha suscitato scandalo proprio perché riconosceva al cuore dell’occupazione israeliana l’indispensabile solidarietà di tanti potentati economici del mondo occidentale. E – precisava la Albanese – si tratterebbe solo della ‹‹punta dell’iceberg››[16]. Microsoft, IBM, Google e Amazon sono tra le più famose, ma all’interno del report compaiono anche i nomi di Leonardo e BNP Paribas. Le aziende coinvolte operano nei settori della difesa, dell’innovazione tecnologica, della sorveglianza, degli investimenti finanziari, della logistica e anche dell’industria automobilistica.

Il quadro offerto dall’importantissimo lavoro della relatrice speciale è indispensabile perché offre un primo inquadramento sia sistematico che storico del terribile genocidio in atto a Gaza, Ci permette di scorgere in anteprima quell’orrore che gli storici del futuro potranno, forse, vedere con chiarezza: ‹‹Quando la polvere si poserà su Gaza, conosceremo la reale entità dell’orrore sopportato dai Palestinesi››[17].


[1] F. Fanon, I dannati della terra, trad. di C. Cignetti, Einaudi, Torino 1962, p. 32.

[2] F. Albanese, Report of the Special Rapporteur on the situation of human rights in the Palestinian territories occupied since 1967, 21 settembre 2022, p. 4. La traduzione di questo passaggio e di tutti quelli che seguono è dell’autore dell’articolo: non si tratta di una traduzione ufficiale.  Risorsa disponibile al link: https://docs.un.org/en/A/77/356

[3] Ivi, p. 5.

[4] Ibidem. Albanese scrive: ‹‹(…) and focus on Israeli lack of compliance with international law as a siloed phenomenon, rather than a longstanding structural component of the prolonged disfranchisement of the Palestinians under occupation››.

[5] Ivi, p. 12.

[6] Cfr. F. Albanese, Report of the Special Rapporteur on the situation of human rights in the Palestinian territories occupied since 1967, 20 ottobre 2023, p. 3. Risorsa disponibile al link: https://docs.un.org/en/A/78/545

[7] Ivi, p. 4.

[8] Ivi, p. 8.

[9] Ibidem.

[10] Ivi, p. 11.

[11] Ivi, p. 11.

[12] F. Albanese, Genocide as colonial erasure. Report of the Special Rapporteur on the situation of human rights in the Palestinian territories occupied since 1967, 1 ottobre 2024, p. 3. Risorsa disponibile al link: https://docs.un.org/en/A/79/384

[13] Ivi, p. 20.

[14] Ivi, p. 22.

[15] Ivi, p. 26.

[16] Cfr. F. Albanese, From economy of occupation to economy of genocide. Report of the Special Rapporteur on the situation of human rights in the Palestinian territories occupied since 1967, 30 giugno 2025, p. 1.

Risorsa disponibile al link: https://www.ohchr.org/sites/default/files/documents/hrbodies/hrcouncil/sessions-regular/session59/advance-version/a-hrc-59-23-aev.pdf

[17] Id., Genocide as colonial erasure, op. cit., p. 26.

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