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domenica 3 agosto 2025

Von der Layen e Meloni abbandonano il Sud: l’alternativa è il Modello Riace - Mimmo Lucano

 

Mi chiamo Domenico “Mimmo” Lucano, e sono un europarlamentare eletto con Alleanza Verdi Sinistra, oltre a essere il Sindaco di Riace, un piccolo borgo calabrese che è diventato in questi anni sinonimo di accoglienza grazie al lavoro di tantissime persone.

Oggi vi voglio raccontare cosa è successo a Riace negli scorsi giorni e perché sia stato importante. La scorsa settimana, con il sostegno del gruppo The Left, a cui sono iscritto all’Europarlamento, si è tenuta l’iniziativa “L’alternativa dell’accoglienza, per un’Europa umana in un mondo in fiamme”. Sabato 19 luglio, con le colleghe eurodeputate di AVS Ilaria Salis e Benedetta Scuderi, ci siamo recati nella tendopoli di San Ferdinando, dove vivono i braccianti sfruttati dal sistema del caporalato nei campi circostanti.

L’Europa deve vedere cosa accade nelle campagne italiane, deve guardare in faccia le terribili condizioni di vita e sfruttamento a cui i braccianti migranti sono costretti.

Al termine della nostra ispezione ho avuto modo di confrontarmi telefonicamente con il cardinale Matteo Maria Zuppi: vuole visitare la baraccopoli di San Ferdinando con noi, per vedere con i suoi occhi le condizioni disumane in cui vivono centinaia di persone. Lo aspettiamo a braccia aperte.

Una soluzione esiste per garantire una vita dignitosa a chi lavora nei campi, e per rendere i braccianti meno ricattabili da caporali e ’ndrangheta: aprire le case vuote nei paesi abbandonati da chi è emigrato, per accogliere altri uomini e donne che migrano.

È una possibilità concreta, come ha mostrato Alberto Ziparo, professore di Pianificazione Urbanistica dell’Università di Firenze, che ha lavorato a censire il patrimonio abbandonato in provincia di Reggio Calabria e il fabbisogno abitativo di chi lavora nei campi.

L’Europa della Commissione di Ursula Von der Leyen ha deciso di abbandonare le aree più povere del continente, tagliando nel nuovo bilancio pluriennale appena presentato le risorse per il Fondo di Coesione, aumentando le spese militari.

Mentre si fanno missili e carri armati, l’Europa rinuncia a risolvere le drammatiche differenze di opportunità e ricchezza tra regioni e territori. A farne le spese sarà anche il nostro Sud, mentre il governo di Giorgia Meloni applaude e sceglie di abbandonare le aree interne.

In un documento appena approvato si ribadisce che “alcune aree non possono porsi obiettivi di inversione di tendenza, ma devono essere accompagnate in un percorso di cronicizzato declino e invecchiamento”, mentre il Ministro per gli Affari europei, il Sud e le politiche di coesione, Tommaso Foti, ha dichiarato: “Lo spopolamento è irreversibile”.

A Riace invece abbiamo la testa dura, e non vogliamo chiudere per sempre il nostro paese come vorrebbe la destra che ci governa in Italia e in Europa.

Abbiamo provato a mettere in piedi un modello basato sull’accoglienza e l’umanità, pensando a chi sbarca sulle nostre coste come cittadini e cittadine che hanno bisogno di una casa e di integrarsi. Nonostante gli attacchi della destra e le difficoltà, stiamo ancora qua.

Di questo abbiamo discusso sabato 20 luglio in un partecipato dibattito con gli europarlamentari Ilaria Salis e Pasquale Tridico, con il responsabile esteri di Sinistra Italiana Giorgio Marasà e con la filosofa Donatella Di Cesare.

Da questo angolo del Sud d’Europa, abbiamo preso l’impegno di portare il modello Riace a Bruxelles.

Perché vogliamo un’Europa di accoglienza e pace, e non ci arrendiamo al destino che hanno scritto per tutti i Sud del nostro continente.

In questi giorni a Riace continuano ad arrivare persone per incontrarsi e discutere di quanto sta avvenendo a Gaza e della guerra contro il popolo palestinese, assieme alla nostra amica e compagna Luisa Morgantini.

Per questo vi invito a sostenere la petizione per candidare Francesca Albanese al Premio Nobel per la Pace.

Quella della Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati è una delle poche voci chiare e limpide, contro il genocidio del popolo palestinese.

Non lasciamola sola di fronte agli attacchi che sta subendo.

https://www.manifestosardo.org/von-der-layen-e-meloni-abbandonano-il-sud-lalternativa-e-il-modello-riace/#more-38843

martedì 25 luglio 2023

Un giudice “pericoloso” o un ritorno agli anni ’50? - Livio Pepino

 

Era il 22 novembre 1957 quando la Corte disciplinare di Roma censurò il giudice Dante Troisi, reo di avere rappresentato i magistrati «come avidi di carriera, privi di responsabilità, infastiditi di dover giudicare per uno stipendio non soddisfacente» così «producendo nel lettore un senso di sfiducia nell’ordine giudiziario». Superfluo ricordare che, come i lettori più acculturati sanno, Dante Troisi, giudice a Cassino e poi presidente di sezione al Tribunale di Roma, fu uno scrittore di grande talento e che la sua opera più nota – il racconto lungo di ispirazione autobiografica Diario di un giudice, pubblicato nel 1955 da Einaudi – venne considerata unanimemente dalla critica un “avvenimento” letterario. Non così dall’istituzione giudiziaria, che avvertì Troisi come un corpo estraneo, un pericolo per il proprio burocratico conformismo e reagì applicandogli la sanzione disciplinare della censura, nonostante l’appassionata difesa di Alessandro Galante Garrone e l’ammirazione di Piero Calamandrei (che di lui disse: «se il conformismo l’avesse già vinto, se l’attesa della promozione avesse già fatto tacere nel suo cuore le invocazioni e le invettive degli umili sacrificati, queste pagine non sarebbero state scritte»).

La vicenda mi è tornata alla mente in questi giorni di fronte al provvedimento del Consiglio superiore della magistratura che, il 12 luglio scorso, ha negato la conferma nell’incarico di presidente della sezione lavoro della Corte d’appello di Catanzaro a Emilio Sirianni, esponente di Magistratura democratica (e, tra l’altro, collaboratore di questo sito), noto per il suo impegno sociale e culturale e soprattutto – colpa gravissima in un paese in cui è un vanto intrattenere rapporti con bancarottieri e faccendieri – amico di Domenico Lucano (sindaco di Riace e artefice di un modello di accoglienza dei migranti studiato in tutto il mondo, poi sottoposto, con riferimento a tale attività, a procedimento penale tuttora in corso). Il fatto ha dell’incredibile e merita una sintetica ricostruzione e alcune considerazioni.

La censura – ché di ciò, sostanzialmente, si tratta – è stata originata dal contenuto di alcune conversazioni intervenute nel lontano 2017 e intercettate nell’ambito dell’indagine su Lucano, nelle quali Sirianni, parlando con l’allora sindaco di Riace, commentava gli accertamenti ispettivi in atto sulla sua attività amministrativa, gli esprimeva solidarietà e formulava giudizi critici su alcuni personaggi (tra i quali il procuratore della Repubblica di Catanzaro, Nicola Gratteri) che si erano, a loro volta, espressi sulla vicenda. Critiche e commenti, formulati con i toni diretti e vivaci propri di una conversazione privata tra amici, erano assolutamente trasparenti (tanto che Sirianni ha chiesto in ogni sede la pubblicità delle udienze) e del tutto estranei alla sfera della sua attività professionale, sia per materia che per territorio. Cionondimeno Sirianni è stato sottoposto a una vera e propria persecuzione, comprensiva di un procedimento penale, un giudizio disciplinare e una procedura per trasferimento di ufficio, tutti definiti, inevitabilmente data la natura dei fatti, con decisioni totalmente liberatorie che hanno escluso, nel suo comportamento, qualsivoglia profilo di illiceità o di inopportunità tale da lederne l’immagine o il prestigio. Di più, i pareri sulla conferma nell’incarico resi, all’unanimità, dal Consiglio giudiziario di Catanzaro prima e dopo i fatti in esame descrivono Sirianni come magistrato dotato di «eccellente capacità organizzativa e direttiva che, con impegno, sobrietà e rigore ha eliminato le pendenze della sezione lavoro da lui diretta» e aggiungono che nessun effetto sulla sua credibilità ed autorevolezza è derivato dalle conversazioni con Lucano. Nonostante ciò il Consiglio superiore della magistratura – che, con un atteggiamento di copertura corporativa più volte denunciato, non ha pressoché mai negato la conferma a dirigenti inetti, incapaci di assicurare all’ufficio una funzionalità minima, coinvolti in frequentazioni discutibili e finanche condannati in sede disciplinare – ha voluto mostrare il proprio inflessibile rigore censurando Sirianni per avere perso la sua «autorevolezza culturale» e la sua «indipendenza da impropri condizionamenti» (sic!).

L’incongruità della decisione, risultante anche dalla banalità della motivazione (se così si può definire un argomentare apodittico e meramente assertivo), è di tale evidenza da non richiedere sottolineature. Ma qualche considerazione si impone per illustrarne il senso e le conseguenze.

Primo. C’è anzitutto, nel provvedimento, l’ottusa reazione della corporazione di fronte a un magistrato attento alle dinamiche sociali, capace di empatia finanche nei confronti dei migranti e diverso dal freddo burocrate dispensatore di condanne nei confronti dei più deboli. Scriveva Troisi nel libro che gli meritò la condanna: «Alle nostre spalle e di tutti gli altri (giudici) ora in funzione c’è il crocefisso e la scritta: “La legge è uguale per tutti”; domani, in luogo del crocefisso potrà esserci un’altra cosa, ma sarà ancora un simbolo del potere che ci proteggerà le spalle. Giacché noi siamo sempre da quella parte. Oggi dalla parte di un sistema, non certo il migliore, che ci obbliga a difenderlo con leggi vecchie. Scegliamo questo mestiere per la tendenza a scavarci un riparo vivendo con i forti, per una vocazione all’impunità; la compassione che talvolta proviamo è forse solo un calcolato disegno, una regola di prudenza». Il fatto che una magistrato – con i suoi provvedimenti, con i suoi interventi critici e con il suo impegno nella società – fuoriesca da quel ruolo è intollerabile per i suoi colleghi ortodossi e lo rende un diverso da emarginare. Di qui una prima ragione della censura a Sirianni.

Secondo. Ma non c’è solo questo. C’è anche un’evidente voglia di normalizzazione collettiva. L’anomalia di una magistratura non burocratica e funzionariale, soggetta soltanto alla legge (e per questo disobbediente a tutto ciò che legge non è, a cominciare dal palazzo, dalla sua cultura e dalle sue relazioni) non è gradita al Governo e alla maggioranza politica (non solo a quella attuale, ovviamente): meglio rimuoverla colpendone, a mo’ di esempio, alcuni esponenti significativi. Talora per convinzione, talaltra per convenienza (o per quieto vivere). Lo dice, neppur troppo tra le righe, la delibera adottata dal Csm laddove – “voce dal sen fuggita” – contesta a Sirianni «la capacità di influenzare gli organi politici e la pubblica opinione in ragione dell’appartenenza a uno dei gruppi della magistratura associata». È una vecchia storia, che qualche ingenuo riteneva relegata nei lontani anni ’60 e ’70, quando le azioni disciplinari o le censure di vario tipo erano all’ordine del giorno nei confronti dei magistrati ritenuti eretici: per avere partecipato a manifestazioni, per avere criticato provvedimenti o prassi giudiziarie, per avere frequentato assemblee sindacati, persino «per avere intrattenuto una relazione con una donna di colore»… La mancata conferma di Sirianni (con la censura che esprime) si colloca in questa prospettiva, tesa a normalizzare la magistratura emarginando ogni devianza (individuale o collettiva) dal modello gradito all’establishment e a chiudere così una stagione in cui almeno una parte di giudici e pubblici ministeri ha provato a inverare una concezione democratica del proprio ruolo. Basta decodificare la delibera: dire che esprimere (addirittura in privato) valutazioni di fatti e convincimenti ideali fa venir meno l’autorevolezza culturale e l’indipendenza richieste a un magistrato significa – come è stato, vanamente, osservato, nel dibattito in Consiglio – affermare che i magistrati devono essere refrattari, anzi estranei, all’impegno culturale e sociale.

Terzo. Il Consiglio superiore ha deliberato a maggioranza, un’ampia maggioranza a cui si è accodata, con un’imbelle astensione, la più parte dei consiglieri aderenti ad Area, la componente associativa comunemente definita, per la pigrizia culturale che caratterizza le nostre cronache, di ispirazione progressista. È, anche questo, un modello di subalternità che vanta precedenti illustri negli anni ’70 e che ha trovato una recente consacrazione nell’affaire Ferri-Palamara (tuttora inconcluso). Ispirazione progressista significa, nelle dinamiche giudiziarie come nella politica generale, riferimento a un diverso mondo possibile (ispirato a valori di uguaglianza e di diritti) e contributo a costruirlo nella giurisdizione e, anche, nei rapporti sociali di chi la esercita. Altrimenti di progressismo non c’è proprio nulla.

Sirianni andrà orgoglioso di questa “non conferma” (o censura), che ne sottolinea l’alterità rispetto al modello imperante di giudice burocrate, e continuerà serenamente a operare, professionalmente e nel dibattito pubblico, come ha fatto sino ad oggi. Ma a preoccuparsi e a reagire – come segnala un documento di Magistratura democratica (https://www.magistraturademocratica.it/articolo/se-la-criticita-e-la-liberta) – deve essere la parte più attenta dei giudici e della società perché questo precedente rappresenta un pericolo per la magistratura e per ciascun magistrato, spinto, con la minaccia di sanzioni, verso un conformismo acritico sul versante professionale, nei comportamenti e nelle relazioni, con limitazione dei diritti fondamentali di libertà di pensiero e di associazione e di un esercizio indipendente e costituzionalmente orientato della giurisdizione.

da qui

venerdì 30 aprile 2021

L'ossessione Lucano - Giovanna Procacci

 

Processo a Lucano: va in scena l’accoglienza - Giovanna Procacci

 

Da quando la parola è passata ai testi della difesa, il processo di Locri contro Lucano e Riace è finalmente arrivato a una svolta. Per un anno e mezzo abbiamo ascoltato l’illustrazione delle ipotesi di accusa, che sembravano impermeabili alle tante pronunce dei Tribunali che, pure, dall’arresto di Lucano ad oggi, ne hanno smontato interi pezzi (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2020/07/08/domenico-lucano-come-procede-un-processo-politico/). Ora, però, è nel dibattimento stesso che quelle accuse vengono invalidate, sotto gli occhi di tutti, e le tesi della Procura vacillano. Comincia finalmente a prendere corpo un racconto delle vicende più aderente alla sua storia, più proporzionato, più convincente rispetto alla distanza siderale fra la Riace modello di accoglienza per tanti e la Riace criminale presentata dalla Procura (https://volerelaluna.it/societa/2020/10/29/come-ti-trasformo-riace-in-un-reato/).

Provo a sintetizzare i passaggi principali di questa svolta. Intanto, l’udienza dell’11 gennaio 2021 ha visto un passaggio cruciale, perché ha deposto il cosiddetto “super-testimone” dell’accusa, quel Francesco Ruga, commerciante di Riace, che a fine 2016 aveva denunciato Lucano e Capone per concussione e, con la sua denuncia, aveva fatto scattare tutta l’indagine della Guardia di Finanza. Era stato però, a sua volta, querelato per minacce, e quindi secondo la difesa non avrebbe potuto essere considerato un teste. Già nel 2018, del resto, il GIP lo aveva definito «una persona tutt’altro che attendibile», e aveva accusato la Procura di essersi fidata delle sue parole senza approfondire le ipotesi accusatorie che ne aveva tratto. Tre anni dopo, però, Ruga è arrivato ugualmente al dibattimento. La sua denuncia riguardava una fattura che Lucano e Capone lo avrebbero costretto ad alterare, non nell’importo, ma nella descrizione di quanto aveva venduto: non alimentari, ma detersivi. Altrimenti – lo avrebbero minacciato – quella fattura non gli sarebbe stata pagata; anzi peggio, lo avrebbero escluso dal sistema dei bonus, «così, per farmi un dispetto». Il suo racconto però incespica; è un vortice di panini, prosciutto cotto, lamette da barba e candeggina, assegni, fatture. Nulla torna, né le fatture, né le somme, nemmeno gli assegni depositati corrispondono alle fatture, e quei prodotti nemmeno li aveva in negozio, o forse sì, ma in quantità ridotte… Ma il colpo di scena avviene con il contro-esame della difesa. Qui la sua testimonianza cade fragorosamente. Basta che l’avvocato Daqua gli legga una serie di messaggi che aveva inviato a Lucano, dal tono ora minaccioso, ora affettuoso, di grande stima, in cui si confida dei soprusi che, a suo dire, subirebbe da Capone e qualifica Lucano come una persona perbene, generosa, che lui ammira e ha sempre votato. Nello stupore generale Ruga prima farfuglia che si sarebbe reso conto solo in seguito che Lucano era al corrente dei soprusi che subiva; ma alla fine, deve ammettere di non aver subìto minacce da parte di Lucano. Come chiosa lo stesso presidente Accurso: «lo ha aggiunto dopo per un suo convincimento». Dunque l’accusa di concussione per Lucano non c’è. Ci si chiede come si sia potuta dare tanta importanza alle denunce di una persona già definita inattendibile, senza evidentemente aver seriamente indagato sulla querela di cui era stato oggetto da parte di Lucano.

All’udienza del 1 febbraio la sorpresa è venuta dal collegio di difesa di Lucano. Dopo l’improvvisa scomparsa dell’avvocato Antonio Mazzone, che insieme ad Andrea Daqua aveva assicurato gratuitamente la difesa di Lucano sin dall’inizio della sua vicenda giudiziaria, si era venuto a creare un vuoto importante che è stato colmato da Giuliano Pisapia che si è costituito nel collegio di difesa. L’arrivo di Pisapia, all’inizio della fase difensiva, è un’ottima notizia, soprattutto perché il suo ingresso allarga il campo in cui si muove il processo che – come sostengo dall’inizio – non può essere trattato come una storia calabrese, né lasciato alla stampa locale, ma deve essere messo sotto i riflettori della pubblica opinione nazionale. Processare un’idea di solidarietà e di umanità non può essere questione locale, apre piuttosto sul precipizio di un processo politico, come se ne sono tentati vari in questi ultimi anni: basti pensare alle vicende di Carola Rackete e a tutti i tentativi di bloccare per via giudiziaria gli interventi umanitari, in Italia e non solo. Riace è stata messa sotto processo, complice il momento particolare, in quella fine 2018 che vedeva l’attivismo di Salvini da poco ministro dell’interno; complice, certo, anche la complicazione della materia dell’accoglienza, affidata a linee guida in continuo mutamento; e complice forse anche la collocazione “defilata”, in una terra dove la presenza della ‘ndrangheta la fa da padrone. Ora l’ingresso di Pisapia nel collegio di difesa dimostra plasticamente che in quel processo si affronta una questione d’interesse nazionale, e può aiutare a richiamare l’attenzione di quei giornali che finora non hanno sentito il bisogno di investirvi molte energie. Da europarlamentare, potrà riportare anche in contesti europei quello che accade in un tribunale del profondo sud d’Italia. E in un processo rimasto purtroppo un po’ isolato, sottratto alla dovuta pubblicità, questo allargamento dell’attenzione pubblica è una garanzia in sé.

Nell’udienza successiva del 22 febbraio è stato ascoltato Francesco Campolo, all’epoca dirigente dell’area immigrazione della Prefettura di Reggio Calabria. Campolo aveva coordinato un’ispezione a fine gennaio 2017 e scritto quella relazione elogiativa del sistema d’accoglienza di Riace che era poi stata negata a lungo a Lucano, il quale era riuscito a ottenerla solo ricorrendo alla Procura di Reggio Calabria. Campolo, oltre a confermare quanto scritto nella relazione, che cioè a Riace «era tutto regolare», dice di aver saputo che la relazione non era stata data al sindaco, e conferma che quel compito spettava al Prefetto. Dunque è stato proprio il Prefetto a tenerla nascosta, al punto da rischiare di incorrere, come osserva il presidente Accurso, in un reato di omissione d’atti d’ufficio. Finora non lo aveva detto nessuno, solo Lucano nelle sue dichiarazioni spontanee.

L’udienza del 15 marzo ha visto un altro passaggio importante. È stata ascoltata come consulente della difesa Elisabetta Madafferi, direttore generale della Provincia di Reggio Calabria. La sua consulenza entra nel merito dei presunti reati imputati a Lucano. Come la raccolta differenziata dei rifiuti, affidata alle due cooperative sociali di Riace, che lei conferma avvenne secondo le regole del codice degli appalti allora in vigore. O come i diritti di segreteria per le carte d’identità, che Lucano aveva deciso di non far pagare, decisione che, secondo la legge Bassanini del 1997, è legittima se il Comune non è in dissesto finanziario. Allo stesso modo Modafferi smonta la ricostruzione delle false fatture, le accuse sui lungo-permanenti e soprattutto su quelle due carte d’identità a una donna eritrea e al suo bimbo di quattro mesi, costate a Lucano un secondo processo per falso ideologico, avviato a luglio 2020 e poi incorporato nel processo principale (https://volerelaluna.it/territori/2020/04/15/riace-miracolo-al-contrario-per-domenico-lucano/). Inoltre, conferma che la Prefettura chiedeva a Riace di ospitare molte più persone di quante non avrebbe potuto ospitarne date le dimensioni del paese, e racconta di aver visto lei stessa documenti del Ministero che assegnavano al Comune di Riace altri 100 posti tutti in un botto. Anche Tonino Perna, oggi vicesindaco di Reggio Calabria, chiamato come testimone della difesa, racconta di queste pressioni. Ricorda come l’esperienza di Riace sia partita da quella di Badolato, dove lui lavorava con una Ong, come l’accoglienza si sia avviata grazie a un prestito iniziale di Banca Etica e grazie alla solidarietà, per poi rivolgersi ai fondi pubblici con i progetti del Pna e dello Sprar. I numeri erano proporzionati e le cose andavano bene; accoglienza e sviluppo locale avevano rimesso in moto l’economia e fatto rinascere il paese. Negli anni, però, Prefettura e Ministero hanno spinto in alto i numeri. «Il Prefetto chiamava per 200 palestinesi», riferisce. E Lucano accettava sempre. Avrebbe potuto rifiutarsi, certo, ma «un sindaco che sceglie la solidarietà come obiettivo, è ovvio che provi ad accogliere tutti» conclude Perna.

Le pressioni da parte di Prefettura e Viminale sul Comune di Riace perché ospitasse richiedenti asilo in gran numero, soprattutto negli anni dell’emergenza, sono un dato su cui vale la pena di soffermarsi. Lo aveva detto Lucano, che per anni lo Stato aveva sfruttato Riace per liberarsi di tanti migranti, salvo poi denunciare che a Riace c’erano più persone del dovuto… Prefettura e Ministero facevano forti pressioni su Riace perché sapevano che il sindaco avrebbe collaborato, tanto che lo chiamavano “San Lucano”. E in effetti lui non si era mai sottratto, come scriveva Campolo nella relazione; accettava perché si era dato la missione dell’accoglienza e dello sviluppo locale che grazie all’accoglienza poteva mettere in moto. «Se invece di accettare i rifugiati che mi mandavano, avessi detto di no, oggi non sarei qui», osservava Lucano davanti al Tribunale. Inevitabilmente però queste pressioni comportavano anche scorciatoie: con quei numeri, e quei tempi stretti, quando i pullman carichi erano praticamente già nella piazza del paese, come avrebbe potuto il Comune bandire gare pubbliche per l’assegnazione dei servizi? Per questo a Riace erano nate varie associazioni e cooperative, per riuscire a fare immediatamente fronte alla necessità di ampliare i servizi; nel processo però queste assegnazioni dirette sono diventate imputazioni. Insomma, Riace veniva usata per risolvere l’emergenza, dopodiché è stata messa sotto processo con l’accusa di averla risolta “in modo emergenziale”; viene da dire che l’emergenza vale per lo Stato, ma non per chi concretamente si impegna ad accogliere le persone che lo Stato gli affida perché non sa dove metterle. Questo meccanismo, di uno Stato che chiede di accogliere e poi abbandona chi accoglie, è alla base di tutto l’attacco a Lucano e Riace, certo, ma indica anche qualcosa che ci riguarda tutti. Rivela una amministrazione che si contraddice, che tradisce i suoi stessi impegni e non si assume le sue responsabilità, che è succube dell’esecutivo di turno, e quindi incapace di progettazione e lungimiranza. È lo stesso meccanismo per cui lo Stato per anni ha chiesto alle Ong di aiutarlo a soccorrere i naufraghi e poi ha cominciato ad incriminarle per aver continuato a farlo. Oppure che alle frontiere abbandona i profughi nelle sole mani delle persone solidali, e poi persegue queste ultime per il reato di solidarietà.

Se da una parte si conferma così questo ruolo negativo dello Stato, le testimonianze di monsignor Bregantini e di padre Alex Zanotelli nell’udienza del 29 marzo, toccano un altro punto rilevante nel processo: il movente di Lucano. Quel movente che l’accusa ha cercato invano di produrre, senza riuscirci. Non potendo ipotizzare il vantaggio economico, perché sin dall’inizio ha dovuto riconoscere che non c’era, aveva provato a suggerire un movente politico-elettorale, ma aveva dovuto abbandonare presto anche questa ipotesi. Così del movente non si è più parlato, ma certo è rimasto un punto irrisolto per l’accusa. Le testimonianze dei due religiosi ci aiutano a ricostruirlo. Bregantini parla dell’intuizione quasi profetica di Lucano: ha capito che «i migranti diventano energia vitale per il paese». Lui lo ha accompagnato, ha visto «la positività della sua esperienza; la cosa più importante è il consenso che c’era attorno a lui in paese». Al centro del suo racconto, c’è questa visione condivisa con Lucano, che i migranti non sono solo persone da assistere, sono energia che va mobilitata e rispettata. Racconta del laboratorio di tessitura: «quando ho toccato con mano che l’antica arte calabrese veniva recuperata da uomini e donne dell’Etiopia e della Siria, allora ho capito che stava nascendo un qualcosa, un modello mondiale». Zanotelli aggiunge: «Lucano ha anticipato quello che dovrebbe essere fatto dal Governo». Un filo comune guida le loro testimonianze: raccontano Riace come un sistema di accoglienza e integrazione che non solo ha funzionato bene in quel paese, ma che ha delineato i tratti di quello che potrebbe e dovrebbe essere il sistema pubblico dell’accoglienza. Riace ha qualcosa da insegnare a tutti. Si esplicita così anche il vero movente di Lucano: la sua visione, ispirata ai suoi ideali di umanità e solidarietà. Bregantini conclude: «ho letto Fratelli tutti, molte delle iniziative che Lucano ha realizzato rispecchiano quanto scritto da Papa Francesco». È questa visione che si sta processando.

A questo punto l’istruttoria dibattimentale è pressoché chiusa. Ancora un’udienza, il 26 aprile, e poi si passerà alle eventuali dichiarazioni degli imputati e alla discussione finale con sentenza prevista il 27 settembre.

da qui

 


Domenico Lucano, le elezioni e le fantasie del pubblico ministero - Giovanna Procacci

 

Dal processo di Locri contro Lucano e Riace arriva una notizia eclatante: nell’udienza di lunedì 26 aprile il pubblico ministero Michele Permunian ha chiesto l’acquisizione agli atti di un documento. Si tratta di un’intervista che Lucano ha rilasciato il 18 aprile scorso all’agenzia AGI, in cui spiega la sua decisione di candidarsi alle elezioni regionali del prossimo ottobre insieme a De Magistris. La difesa di Lucano ha contestato questa richiesta, definendola “tendenziosa”. Alla fine, il Presidente del collegio giudicante, Accurso, l’ha respinta, in quanto i fatti sono estranei al processo.

Allora, tutto bene? Tutto rientrato? Non direi. Perché per noi che osserviamo il processo da semplici cittadini e non da tecnici del diritto e nemmeno da esperti di cronaca giudiziaria e che quindi guardiamo il processo dal punto di vista del senso che vi si produce, la domanda sul perché la Procura di Locri abbia presentato una tale richiesta rimane intatta.

Certo, potremmo rispondere che si tratta di accanimento, come lo stesso pubblico ministero aveva dimostrato tentando di avviare un secondo processo contro Lucano. Ma non basta. Perché il tema Lucano-elezioni era già stato al centro dell’attenzione della Procura. Nell’ottobre 2019 il colonnello Sportelli, in mancanza di qualsiasi prova che Lucano avesse perseguito scopi di lucro personale sui fondi pubblici destinati ai migranti, aveva avanzato l’ipotesi che ci fosse comunque un dolo, un movente illegittimo di vantaggio personale: era l’ipotesi del movente politico-elettorale. Certo, è normale che un sindaco cerchi di corrispondere alle attese dei suoi concittadini. Ma Lucano faceva di più: progettava di candidarsi alle politiche del marzo 2018 e per questo aveva bisogno di continuare ad assicurarsi i voti. Cosicché, pur essendo perfettamente consapevole che i laboratori non funzionavano, che le associazioni facevano soldi indebitamente, che c’erano molte irregolarità, non denunciava nulla, perché non voleva perdere i voti che gli portavano le varie associazioni. Lucano cercava un vantaggio elettorale; Sportelli citava i voti dei Tornese, di Riace Accoglie, di Girasole.

Ma dove erano le prove del movente politico-elettorale? In un’intercettazione di fine 2017 in cui in sostanza Lucano diceva a suo fratello: «Quasi quasi mi candido». L’intenzione di Lucano di correre per l’elezione al Parlamento italiano rivelava, secondo l’accusa, il suo intento di sottrarsi alla giustizia, che sentiva ormai incombere su Riace, grazie all’immunità parlamentare; ecco la patata bollente dell’interesse personale, pur nell’assenza di lucro. Tuttavia, quando il Presidente gli chiedeva se si fosse poi candidato effettivamente, Sportelli doveva ammettere di no. Cosicché anche il famoso movente politico finiva per sfocarsi e perdere di incisività, tanto che nel seguito dell’illustrazione dell’accusa non si parlava praticamente più del movente di Lucano.

Ora, a un anno e mezzo da quelle udienze, il movente politico torna fuori. In zona Cesarini possiamo dire, all’ultima udienza dell’istruttoria dibattimentale. Succede che il pubblico ministero ha letto l’intervista rilasciata da Lucano una settimana fa, in cui parla della sua candidatura nella lista di De Magistris come capolista. E qualcosa ha fatto subito tilt nella sua mente: visto? L’avevo detto io che voleva candidarsi. Finalmente il piano è arrivato a compimento. Peccato che si tratti di quattro anni dopo, di quattro tornate elettorali dopo, di elezioni regionali e non politiche. Ma il suo piano è sempre quello. Anzi, il piano di oggi getta luce su quello di ieri: se non si era presentato allora, né alle politiche (2018), né alle europee (2019), né alle regionali (2020), è perché nessuno gli aveva voluto dare il posto di capolista. Ora finalmente, con De Magistris, il colpaccio gli è riuscito. E qui il pubblico ministero fa un volo pindarico: la candidatura di oggi confermerebbe la bontà delle intercettazioni di quattro anni prima…

Ovviamente Lucano ha il diritto di candidarsi quando vuole e con chi vuole, come ogni cittadino in pieno possesso dei suoi diritti politici. Ma l’imputato Lucano, secondo il pubblico ministero, è costretto dal suo “curriculum criminale”, come avrebbe detto Foucault; ogni sua azione prende un senso pregresso determinato dall’indagine che lo ha portato al processo e nello stesso tempo dà senso a quell’indagine quando incespica e si fa debole. Quell’intercettazione del 2017 che perdeva significato di fronte al dato di realtà che non si era poi candidato, per cui diventava difficile sostenere in modo convincente il suo interesse politico-elettorale, ritrova finalmente il suo senso predittivo in un’intervista di oggi.

Nel commentare questa singolare richiesta, Lucano mette il dito sui contenuti politici della sua candidatura, rivendicando giustamente la sua libertà di perseguire i suoi ideali di solidarietà, uguaglianza e umanità. E conclude: mi chiedo se il pubblico ministero avrebbe agito nello stesso modo se mi fossi candidato con la Lega. Certo, c’è sicuramente il contenuto politico nell’attacco del pubblico ministero, come hanno sottolineato altri commentatori. D’altronde, sin dall’inizio del mio monitoraggio sostengo che a Locri si sta celebrando un processo politico, dove si sono messi sotto processo non degli atti, ma delle idee. Nessuna sorpresa dunque nel constatare che le idee politiche di Lucano, che allora aveva messo in atto nel costruire il modello Riace e oggi mette al servizio di un progetto elettorale, sono al centro dell’accusa.

Ma a me preme portare l’attenzione anche su un altro aspetto: l’uso spregiudicato di un’intervista di oggi per dare senso a un’intercettazione di quattro anni fa, che non aveva retto alla prova dell’argomentazione dibattimentale. Quell’intercettazione non aveva retto perché l’azione che vi si annunciava non aveva avuto luogo; restava dunque una mera intenzione e le intenzioni non si processano, lo sanno anche i bambini. La candidatura di oggi invece viene letta come un passaggio all’atto che realizza finalmente quell’intenzione. Si avanza insomma l’ipotesi di un effetto retroattivo per cui l’azione dell’oggi illuminerebbe di senso un’intenzione espressa nel passato, la renderebbe “vera”. A tal punto che si può riattivare l’intento, allora fallito, di fondarci il movente.

Nella presentazione delle ipotesi di accusa non c’è solo lo scontro con le idee politiche di Lucano, che abbiamo già visto mille volte; c’è qualcosa di più e di diverso. C’è l’idea che gli atti non sono circoscritti nel tempo in cui si formano, non contengono il proprio significato, ma lo derivano dalla personalità dell’imputato, segnata senza soluzione di continuità dai reati che gli vengono attribuiti. L’indagine, conclusa a fine 2017, racchiuderebbe così tutto l’agire di Lucano, anche quello di oggi, anche quello futuro, che non potrebbe che esplicitarne meglio il senso, renderne più chiaro il carattere criminoso. C’è da credere che la Procura senta le sue ipotesi parecchio traballanti, per arrivare a proporre una tale forzatura!

da qui

sabato 21 settembre 2019

Caulonia: dove Domenico Lucano «non riusciva mai a pagare» - Chiara Sasso




Gent. Mimmo,
sono una delle tante persone che in questi undici mesi sono passate dalla sua/vostra pizzeria per pranzare o cenare ma soprattutto per incontrare Domenico Lucano.
Faccio parte della Rete dei Comuni Solidali e da 15 anni abbiamo sostenuto e seguito il progetto e condiviso tutti gli ideali di Domenico e del comune di Riace. A gennaio abbiamo costituito una Fondazione “È stato il vento”, per continuare a supportare questa incredibile esperienza.
Da ieri per Domenico l’incubo dell’esilio si è concluso e da tempo pensavo che volevo ringraziarla per la sua disponibilità, per l’affetto e per le attenzioni che Lei e tutta la sua famiglia avete sviluppato nei confronti di Domenico il quale si trovava a vivere davvero un periodo molto impegnativo della sua vita. Mi ricordo in particolare ad agosto quando sono stata nel suo locale (caprese e acqua minerale per due) e al termine del pranzo ci ha detto che era tutto a posto (offrendocelo) con una delicatezza che davvero mi ha profondamente colpito. Uscendo Domenico ha sottolineato quanto questa non sia stata un’eccezione. Altri esercenti si comportavano allo stesso modo: «Non riesco mai a pagare».
In pratica la comunità di Caulonia in questi mesi ha restituito l’accoglienza a chi (sindaco di Riace) ne ha fatto una pratica di vita. Caulonia ha saputo ricostruire “una casa”, punto di appoggio famigliare, sia da voi e sia in altri bar e locali che ha frequentato, condizione indispensabile per non sentirsi annientato da una situazione paradossale. Luoghi dove in questi mesi ha incontrato centinaia di persone venute per testimoniargli affetto.
Di questi mesi rimarranno incisi sui muri, nelle strade, nell’aria, nelle parole che ognuno dirà per ricordare e raccontare, questa straordinaria partecipazione e affetto popolare (non certo le stupide narrazioni, velenose quanto ridicole, a proposito di champagne e varie, addossate a chi, come Domenico, da sempre beve solo acqua!).
Questa Calabria solidale, autentica, bellissima è quella che ci portiamo tutti nel cuore.
Dunque grazie, grazie a lei e a tutti gli altri esercenti di Caulonia testimoni di una profonda ingiustizia ma anche testimoni di rinascita.
La lettera è stata pubblicata il 7 settembre su www.ciavula.it

venerdì 28 dicembre 2018

Riace non si arresta - Mimmo Lucano



Quando assunsi il mio impegno in una terra “di frontiera”, pensavo che il problema più grave da affrontare sarebbe stato quello delle mafie, della violenza diffusa. Invece no. Da due anni prosegue una storia di oppressione nei confronti dell’esperienza di Riace, iniziata quando nel ruolo di ministro degli Interni c’era una persona della nostra terra, di Reggio Calabria. Marco Minniti mi convocò al ministero dell’Interno, ma non lo incontrai fisicamente. Fu un gesto insensibile. Seduti ad un tavolo hanno deciso le sorti, Riace doveva finire in quel modo… Così come noi organizziamo – e non è semplice – la solidarietà, spazi di umanità, c’è chi opera, seduto nei suoi uffici, con strategie oppressive, per determinare risultati mortificanti.
Candidandosi ad aspirante segretario del Pd, Marco Minniti ha detto: «Sono dalla parte di Riace, sono dalla parte del suo sindaco». Vorrei capire che senso hanno quelle parole. L’autorità giudiziaria, ai tempi, avrebbe fatto bene a chiedergli come mai da ministro dell’Interno faceva accordi con i capi clan della Libia per rinchiudere le persone. Ha cominciato la guerra alle ong, alle organizzazioni umanitarie, a progetti che in ogni caso davano speranza, trasmettendo l’idea che l’accoglienza dei migranti non è assolutamente un problema. Ciò che è successo a Riace poteva benissimo succedere in tantissime realtà, non solo della Calabria ma dell’Europa. E allora, come mai dopo un anno pronuncia quelle parole? Lo fa, ovviamente, per propaganda, perché cerca di trovare spazi politici, nonostante abbia contribuito certamente ad opprimere l’esperienza di Riace. Immagino che Minniti sapesse tutto quando venne disposto il blocco dei fondi al nostro Comune, quando c’erano le indagini della procura. E non ha detto nulla. Non ha fatto nulla. Allora vuol dire che un anno fa non facevamo nulla di così grave, altrimenti avrebbe dovuto denunciarlo pubblicamente. È interessante analizzare queste parole. Indicano che Minniti era perfettamente cosciente che a Riace non ci fosse nulla di grave.
Come ministro ha spianato la strada all’attuale deriva della nostra società, a questo decreto Salvini che possiamo definire il “decreto della disumanità”, e che già ha prodotto i suoi effetti. Basta vedere cosa è successo a Crotone: da l momento che chi ha la protezione umanitaria non può più stare nei centri di accoglienza Sprar, diverse persone sono state lasciate per strada e tra loro anche una bambina di sei mesi. Che senso ha? Di cosa parliamo? Quel ministero è un ministero della disumanità. Non ci sono dubbi…
Ma io ho una speranza, che sia possibile fare di nuovo di Riace quel paese che porta l’aura di un sogno possibile. Nel frattempo io sono stato prima indagato per due reati, tra cui favoreggiamento della immigrazione clandestina. Quando è hanno fatto il decreto Minniti Orlando, che riduceva la possibilità di ricorrere ai dinieghi delle commissioni per il riconoscimento dello status di rifugiato, noi avevamo tantissime persone a Riace. C’erano tantissimi ragazzi della Nigeria, che non avevano ricevuto un diniego solo ma ben due (non era più possibile averne tre, come prima). E volevano in qualsiasi modo evitare di tornare nei loro Paesi di origine, dove si erano lasciati dietro un inferno. Magari si erano indebitati per tutta la vita, per cercare una soluzione. E qualcuno di loro avrebbe voluto sposarsi, è vero, per ottenere il certificato di matrimonio, e quindi il permesso di soggiorno per motivi familiari. Io celebrai solo un matrimonio. E se ho fatto qualcosa è perché ho visto l’orrore nei loro occhi di fronte alla prospettiva del loro ritorno nel Paese d’origine. Un gesto del genere non può mai essere messo sullo stesso livello di un accordo coi capi clan della Libia per impedire alle persone di arrivare in Italia. Simona ha nominato una ragazza nigeriana vittima delle politiche disumane di cui ho parlato. Questa ragazza, Becky Moses, era stata “diniegata”, le era stata rifiutata la domanda di asilo. Lei non ha pensato di sposarsi, bensì che l’unica soluzione alla sua vita fosse quella di trasferirsi nella tendopoli di San Ferdinando nella piana di Gioia Tauro. Il 26 gennaio 2018 è morta bruciata viva, tentava di riscaldarsi, perché faceva freddo quella sera. Chi sono i responsabili? Perché non c’è stato un processo, perché non è stata aperta una inchiesta, che valore ha la vita degli esseri umani?
Aggiungo che sono stato accusato anche di aver concesso carte d’identità false. Anche Becky era arrivata in municipio per rinnovare il suo documento, che aveva smarrito in pullman. Il 23 dicembre 2017, io gliel’ho rifatto. Pochi giorni dopo è morta. Quella carta di identità con la mia firma, per una strana coincidenza è rimasta per terra, vicina alla sua capanna bruciata fatta di plastica. Sono orgoglioso di averla fatta, quella carta di identità. Nella stessa zona, a poca distanza da Riace, un ragazzo si batteva per i diritti sindacali dei braccianti impegnati nella piana di Gioia Tauro. È morto ammazzato, lo scorso giugno. “Dobbiamo poterci fare giustizia con le nostre mani” si dice oggi. E così, qualcuno ha pensato bene di uccidere Soumaila Sacko, perché avrebbe tentato di rubare un pezzo di lamiera per rinforzare la capanna in cui viveva, e far scivolare via l’acqua sul tetto. È stato ammazzato, Soumaila Sacko. Questi giovani vengono in Italia per vivere, e noi li facciamo morire.
Anche un altro ragazzo, di soli 18 anni, è morto bruciato vivo nella tendopoli di San Ferdinando, ad inizio dicembre. Ma vi rendete conto? E le stesse persone che sono state così attente a tutti gli aspetti burocratici, a individuare anche se mancava un timbro, quelle persone che hanno portato alla chiusura dell’esperienza di Riace e anche alla mia personale situazione giudiziaria, infliggendo quelle che per me sono mortificazioni dell’anima, ecco quelle stesse persone lasciano invece operativo il centro di San Ferdinando. A tutt’oggi, mentre noi parliamo.
*
Dall’intervento di Mimmo Lucano al Teatro Palladium di Roma, durante la serata di lancio della candidatura di Riace al Nobel per la pace 2019, promossa tra gli altri da Left, Re Co Sol e VIII Municipio di Roma


martedì 4 dicembre 2018

Oggi è solo il tempo di piangere Suruwa - Recosol




(di Rete dei Comuni Solidali)

Abbiamo appreso con sgomento la notizia della morte di Suruwa Jaiteh, a causa del rogo che si è sviluppato durante la notte del Primo dicembre nella tendopoli di San Ferdinando.
Suruwa, gambiano, era ospite dello Sprar di Gioiosa Ionica. Un ragazzo di soli diciotto anni, arrivato in Italia ancora minorenne. Aveva ottenuto la protezione umanitaria e, seppur con le fragilità di una esistenza travagliata, stava ricostruendo la sua vita attraverso un percorso concreto di integrazione all’interno della comunità gioiosana, tra scuola di italiano e campo di calcio. Tra pochi giorni avrebbe iniziato il percorso di tirocinio formativo per avviarsi con più serenità alla conclusione del suo progetto, prevista per i primi giorni di marzo.

Un tragico destino, probabilmente la volontà di trascorrere qualche ora in compagnia di amici che si trovavano a San Ferdinando, lo ha invece strappato a questo suo sogno. Quel sogno che, in modo semplice e diretto, professava ogni volta che gli operatori Sprar gli chiedevano cosa volesse fare nella vita: “Voglio fare cose buone”.
Per questo motivo proviamo ancor più dolore, pensando a quanto assurda possa essere la morte che ti coglie in una tendopoli come quella di San Ferdinando, un luogo dimenticato che nel caso di Suruwa e di molti altri si è trasformato in un inferno.
Una morte che ancora una volta ci lascia completamente inermi, che ci interroga drammaticamente sulla incapacità di affrontare seriamente, senza slogan e in modo sobrio, le questioni epocali imposte dai fenomeni migratori. Ma oggi è solo il tempo di piangere Suruwa.
Scrive Mimmo Lucano:
Ciao Suruwa, anche tu sei volato nel cielo della piana di Gioia Tauro come Becky e Soumayla, lo stesso tragico destino, la stessa morte atroce tra le fiamme dell’inferno nel campo di concentramento di San Ferdinando, i luoghi della morte riservati agli scarti dell’umanità. Morire a diciotto anni bruciato vivo in una capanna avvolta di plastiche così finisce la pacchia di chi viene per trovare la vita e incontra la morte nella società delle barbarie della disumanizzazione degli odi razziali.  
Rimane una grande tristezza il fumo il vento l’odore acre della carne umana
l’indifferenza delle cosiddette autorità istituzionali. Mi viene la voglia di bruciare quella fascia tricolore che oggi sa di fascismo e discriminazione che rappresenta un paese che obbliga migliaia di persone ad abitare nelle baraccopoli in condizioni disumane.
Adesso viene Natale diventeremo tutti più buoni proviamo a fare il cambio almeno per una settimana, autorità istituzionali ministri prefetti sindaci a diventare abitanti delle baraccopoli per provare sulla nostra pelle le sofferenze di Becky, Sumaila, Suruwa e di chissà quanti altri ancora…


Per capire la disobbedienza civile di Mimmo Lucano rileggete Hannah Arendt




Il potere, il totalitarismo, il bene e il male, la condizione umana. Sono alcuni dei temi che Hannah Arendt, morta il 4 dicembre 1975 a 69 anni, ha studiato e analizzato. È una delle più grandi pensatrici del Novecento e ha cambiato alcune delle categorie morali del nostro tempo. Grazie anche a ‘La banalità del male’, uscito nel 1963, dopo gli articoli del New Yorker in cui lei raccontava il processo ad Eichmann, ufficiale nazista e ideologo dello sterminio degli ebrei.Una riflessione sul male, fondamentale e molto discussa perché  secondo Hannah Arendt il male può non essere radicale ma ‘obbediente’, se si agisce in conformità alla ‘virtù dell’obbedienza’, cioè senza farsi domande. Per questo negli anni successivi Hannah Arendt - tedesca, famiglia ebraica, studi nelle università tedesche, dialogando con i più grandi filosofi dell’epoca da Heidegger a Jaspers, emigrata poi negli Stati Uniti nel 1940 - sceglie di insistere sul valore della “disobbedienza civile”. E qui compiliamo un piccolo vocabolario, liberamente tratto dalle sue opere, sul tema.
• I cittadini disobbedienti "La disobbedienza civile insorge quando un numero significativo di cittadini si convince che i canali consueti del cambiamento non funzionano più, che non viene più dato ascolto né seguito alle loro rimostranze o che, al contrario, il governo sta cambiando ed è indirizzato o ormai avviato verso una condotta dubbia in termini di costituzionalità e legalità. Gli esempi sono numerosi: si pensi ai sette anni di guerra mai dichiarata al Vietnam, alla crescente influenza dei servizi segreti sugli affari pubblici, alle esplicite o sottilmente velate minacce alle libertà garantite dal Primo emendamento, ai tentativi di privare il Senato dei suoi poteri costituzionali...”
• Obiezione di coscienza“Dobbiamo distinguere tra obiezione di coscienza e disobbedienza civile. Quest’ultima è praticata da minoranze organizzate, unite da un convincimento condiviso più che da una comunanza di interessi, e dalla scelta di protestare contro una politica governativa, anche qualora essa goda dell’appoggio della maggioranza; la loro azione concertata è frutto di un accordo condiviso ed è tale accordo a dare credito e forza alla loro idea, indipendentemente da come si sia formata...Gli argomenti che si invocano a sostegno della coscienza individuale o dell’azione individuale – l’obbligo morale e l’appello a una «legge superiore», sia essa laica o trascendente - non si applicano alla disobbedienza civile; sarebbe non solo «difficile» ma addirittura impossibile «evitare che essa si tramuti in una filosofia della soggettività [...], profondamente ed esclusivamente personale, tale da indurre qualunque individuo, per un motivo qualsiasi, a disobbedire»”.
  

 Legge  e autorità

“C’è una differenza sostanziale tra il criminale che cerca di sottrarre i propri atti agli sguardi della collettività e colui che pratica la disobbedienza civile sfidando la legge in maniera manifesta. Questa distinzione tra una violazione clandestina e una violazione aperta della legge, operata in pubblico, è talmente palese che può essere ignorata solo per pregiudizio o malafede. È riconosciuta da tutti i principali studiosi dell’argomento ed è chiaramente la base da cui partire per il riconoscimento della disobbedienza civile come compatibile con la legge e le istituzioni governative americane.....Al contrario chi pratica la disobbedienza civile, pur agendo in disaccordo con la maggioranza, opera nel nome e nell’interesse di un gruppo; sfida la legge e le autorità costituite per manifestare un dissenso non perché vuole fare un’eccezione per sé e beneficiarne come individuo”.
• Non violenza
“Una prerogativa generalmente accettata della disobbedienza civile è la nonviolenza. Ne consegue che «la disobbedienza civile non è una rivoluzione [...]. A differenza dei rivoluzionari, coloro che la praticano accettano l’autorità costituita e la legittimità generale del sistema giuridico»”.Visualizza l'immagine su Twitter

 Minoranze 
Introdurre la disobbedienza civile nel nostro ordinamento sarebbe il miglior rimedio a questo forte limite del controllo giurisdizionale. Si potrebbe cominciare con il garantire alle minoranze che praticano la disobbedienza civile lo stesso riconoscimento che viene accordato ai numerosi gruppi d’interesse (minoranze per definizione) del paese e con il riservare loro lo stesso trattamento che si riserva ai gruppi di pressione che, attraverso i loro rappresentanti ufficiali, possono influenzare e «assistere» il Congresso con l’arma della persuasione, il peso della loro opinione informata e il numero dei loro aderenti. In questo modo le minoranze di opinione non solo sarebbero in grado di imporsi come gruppi dotati di una certa «riconoscibilità» durante le manifestazioni e altri momenti di condivisione delle loro idee, ma avrebbero anche una presenza quotidiana sulla scena politica”.


• Indifferenza
“Noi giudichiamo e distinguiamo il bene e il male avendo in mente alcuni eventi o alcune persone, assenti nel tempo o nello spazio, che sono diventati un esempio. E di esempi del genere ce ne sono tanti. Possono essercene tra le figure di un passato ormai remoto e possono essercene anche tra coloro che ci vivono accanto. Non c’è bisogno poi che si tratti di persone realmente esistite...Ho cercato di mostrarvi che le nostre decisioni sul bene e il male dipendono dalla scelta dei nostri compagni, di coloro con cui vogliamo passare il resto dei nostri giorni...Ma il caso più plausibile e frequente, purtroppo, è quello di coloro che vengono a dirci che non importa, che qualsiasi compagnia andrà bene. Sul piano politico e morale, questa indifferenza, benché comune, è a mio avviso il pericolo maggiore che possiamo correre. E associato a questo, si profila oggi un altro pericolo, grave forse quanto il primo, ossia quella tendenza, così diffusa, a non volere giudicare affatto. Lì si nasconde l’orrore e al tempo stesso la banalità del male”.
Le citazioni sono tratte da due libri di Hannah Arendt: “Disobbedienza civile” (Chiarelettere); “Alcune questioni di filosofia morale” (Einaudi)

venerdì 19 ottobre 2018

Legalità, legittimità, giustizia: il caso Riace – Angelo D'Orsi



Gli sviluppi del caso Riace sono di straordinaria importanza, nel bene e nel male.
Chi ha lamentato che gli italiani si dividessero in due partiti, sbaglia: le due Italie esistono, e non da oggi. E sono in radicale contrasto, da sempre. Personalmente non sono sicuro di essere parte della maggioranza, ma sono sicuro di essere dalla parte giusta. Che però, spesso, come insegna Brecht, è “la parte del torto”.
Come dire: la legalità e la giustizia non coincidono; e ancora: la maggioranza può legalmente comandare ma non è detto che abbia ragione. E infine: la giustizia non può essere considerata in modo astratto e formale: i 49 milioni di denaro pubblico (ossia di tutti i cittadini di questo Paese) sottratti dalla Lega oggi al potere, sono stati legalmente di fatto condonati, con una restituzione risibile pari a 100 mila euro annui, il che significa un’ottantina d’anni di rate senza interesse: sono frutto di una sentenza della magistratura, emessa secondo le regole, ma sono una sentenza giusta?
L’arresto di Mimmo Lucano, la sua sospensione da sindaco, il successivo divieto di dimora a Riace (e prima di lui alla sua compagna), sono stati fatti in base a norme di legge, ma applicate con un rigore che non abbiamo visto nella vicenda del furto dei 49 milioni di cui si è reso autore il partito del vero capo del governo, Matteo Salvini. E la decisione di quest’ultimo di allontanare tutti i migranti da Riace, dove grazie alle “illegalità” o meno del sindaco Lucano si erano stabiliti, restituendo vita a quel borgo, con beneficio di tutti, a cominciare dagli indigeni italiani, è una decisione che i poteri di cui il ministro di polizia gode gli consentono, ma è una decisione giusta? E, aggiungo, è una decisione saggia? socialmente ed economicamente avveduta? oltre che umanamente “legittima”?
Insomma, un po’ di meditazione filosofica sarebbe cosa buona. E, mi permetto con un briciolo di ironia, “giusta”. Essa ci porta a concludere che le minoranze possono aver ragione e le maggioranze torto; che ubbidire ai comandi (della legge e di chi la rappresenta), di per sè non sempre, né automaticamente è un gesto buono, come coloro che eseguivano gli ordini ad Auschwitz ci confermano. O semplicemente, riflettere sul cartello che ancora si scorge nei tribunali “La legge è uguale per tutti”, ci deve indurre a riflettere sul fatto che una legge uguale per soggetti che uguali non sono, è una legge ingiusta. E che ad essa non solo è “legittimo” disubbidire, ma è “giusto” opporsi, da parte di chi iniquamente ne subisce i rigori.
In epoche remote si teorizzò persino la legittimità morale e politica del tirannicidio, l’uccisione dl tiranno, come forma estrema di disubbidienza nel nome dell’interesse generale, della “salute pubblica”, ossia della salvezza della comunità.
Il caso Riace, che ci indigna, e ci mobilita (e occorre non smettere di indignarsi e di mobilitarsi) ha il merito di invitarci a meditare su questioni rilevantissime che troppo spesso dimentichiamo negli affanni e nella banalità della nostra quotidianità.
da qui

giovedì 16 agosto 2018

Perchè Riace fa tanta paura al ministro Salvini?


La prefettura e il ministero di Salvini sabotano un’esperienza di accoglienza dei rifugiati che viene guardata con attenzione in molte capitali europee
di Caterina Amicucci (*)    con una lettera di Giovanna Marini



In questi giorni il piccolo borgo calabrese di Riace, famoso in tutto il mondo per il suo modello virtuoso di accoglienza diffusa dei migranti, è un crocevia di attivisti, giornalisti, personalità e curiosi. Oltre a celebrare dal 2 al 5 agosto la manifestazione Riaceinfestival, il sindaco Domenico Lucano ha iniziato uno sciopero della fame per protestare contro il blocco dei fondi SPRAR da parte della Prefettura e del Ministero degli interni. Da mesi al Comune non vengono pagati i saldi dei programmi già svolti e per il momento non è confermato il finanziamento del 2018 dal quale dipendono 150 migranti ed il lavoro di diversi operatori sociali. Versamenti che sono stati regolarmente effettuati ai paesi limitrofi della Locride che gestiscono altre strutture di accoglienza.
In una conferenza stampa congiunta, il presidente della Regione Mario Oliverio e Domenico Lucano hanno denunciato l’esistenza di un chiaro  disegno politico per chiudere l’esperienza Riace. I problemi sono iniziati con un’ispezione inviata dalla prefettura che ha prodotto un infondato verbale che giudica inadeguate le condizioni di vita dei migranti.Il verbale non solo è in contraddizione con la precedente ispezione della stessa prefettura che aveva lodato il modello Riace ma soprattutto con la realtà. Le porte del paese sono aperte a tutti ed è sufficiente trascorrervi poche ore per rendersi conto di come vivono i migranti e dell’aria che si respira in un luogo che solo pochi anni fa stava morendo di spopolamento. La sezione di Catanzaro di Magistratura Democratica ha prodotto una contro inchiesta, una sorta di video-verbale indipendente che sarà presto reso pubblico e che smonta interamente i rilievi di merito della prefettura. Fra questi vi è anche la contestazione dell’uso dei cosiddetti  “bonus”, la moneta locale inventata da Lucano per rendere indipendenti i migranti negli acquisti dei beni di prima necessità. Una pratica virtuosa che dovrebbe essere un modello per tutti, perché oltre a favorire l’autonomia degli ospiti evita la gestione centralizzata di grandi acquisti, ovvero quella parte della filiera economica dell’accoglienza dove si annidano corruzione, collusione e infiltrazioni della criminalità organizzata.
“La nostra opinione è che le osservazioni critiche che a questo progetto vengono fatte siano di minimo rilievo. Sono osservazioni di carattere procedurale e formale, che esistono, ma che non hanno nulla a che vedere con la qualità del servizio”, spiega Gianfranco Schiavone vice presidente dell’ASGI, dopo aver studiato tutte le carte “Certo, una qualità del progetto che è andata diminuendo nell’ultimo anno e mezzo per carenza di fondi. Non si possono erogare servizi se non ci sono i soldi. Anche io ci vedo un disegno di chiusura che va avanti da tempo“.
Ma perché Riace fa tanta paura?
“Perché dimostra che è possibile. Hanno anche impedito la messa in onda sulla RAI del film girato qui a Riace. Perché?”, si chiede il sindaco Lucano, che aggiunge: “La ragione è che 7-8 milioni di persone avrebbero visto che a Riace è possibile. E’ possibile in una delle zone più depresse d’Italia, dove l’accoglienza non si limita ad una dimensione etica ed umana ma diventa anche la soluzione al problema dello spopolamento”.
Non è probabilmente una casualità che i problemi di Riace e del suo sindaco siano iniziati quando l’attenzione mediatica nazionale e internazionale sul piccolo borgo ha iniziato a crescere. Riace è infatti  la testimonianza viva in grado di neutralizzare in maniera diretta e concreta la violenta propaganda d’odio governativa.
La solidarietà al sindaco Lucano è arrivata da tutta Italia e la Rete dei Comuni Solidali ha avviato una raccolta popolare di solidarietà. “La Rete dei Comuni Solidali (RECOSOL), in accordo con le associazioni presenti durante il Riaceinfestival, avvia una raccolta popolare di solidarietà finalizzata a permettere al progetto di Riace di superare questa fase estremamente critica. Fase legata a ingiustificabili ritardi anche voluti da una politica ostile che vuole costringere alla chiusura un progetto di accoglienza divenuto noto in tutta Europa e che ha permesso di invertire il declino sociale, economico e demografico di una delle aree più difficili d’Italia, un’area caratterizzata da profonde infiltrazioni della criminalità organizzata. Riace rappresenta un modello di accoglienza e di legalità per tutti “, si legge nel comunicato della rete che lancia l’iniziativa.
Presenti a Riace anche padre Alex Zanotelli, Luigi De Magistris e la sindaca di Barcellona Ada Colau, che ha scelto di fare dell’accoglienza e della lotta al discorso d’odio un punto cardine della politica metropolitana.Per partecipare alla raccolta fondi con una una donazione unica o periodica (la campagna rimarrà attiva fino a dicembre 2018):  RECOSOL, IBAN: IT92R0501801000000000179515, causale Riace.
(*) tratto da Comune-Info



LA LETTERA (gira in rete) DI GIOVANNA MARINI
vi scrivo per questo problema di Riace che mi tiene sveglia la notte per la rabbia e l’impotenza. 
Sappiamo tutti che è un paese modello, Riace; grazie all’accoglienza, ora pieno di neonati e adulti che erano neonati quando sono arrivati sbarcati a Riace e accolti da un sindaco intelligente che con loro ha ricostruito e ricreato un paese morente.
Ora il sindaco fa lo sciopero della fame. Lo dicono solo i social e “Il sole 24 ore” che il ministero degli Interni nega a Riace i soldi, quasi 2.000.000, mandati dal’Europa per Riace, e nega anche la sovvenzione del 1° semestre 2018 che ha dato a tutti i paesi. Lo Stato taglia i fondi al sindaco di Riace perché è un paese modello.
C’è una sorta di consegna del silenzio su Riace, la gente non ne sa nulla, solo i pochi che vanno spulciando qua e là sui social qualcosa hanno capito. 
Hanno capito che Riace, che nel mondo è conosciuta come un’esperienza pilota che andrebbe seguita dai tanti paesini morenti in Italia, è invece destinata con tutto il suo carico di famiglie ormai salvate, felici, operative e anche di locali, a una lenta morte per estinzione del paese bollato da Salvini come culla di clandestini.
E’ una cosa che rivolta la coscienza, non ci si dorme su un’ingiustizia così stupida e crudele, perciò è venuto in soccorso il RECOSOL Rete di Comitati per la Solidarietà che si è messa a disposizione col proprio IBAN per aiutare il paese, per sconfiggere il razzismo inconsulto e sfrenato dell’attuale governo.




Mimo Lucano da due giorni ha ripreso vigore per fortuna, sempre continuando il suo sciopero della fame, ma ora confortato da un segno positivo, dal RECOSOL dopo nemmeno 48 ore della sua apertura sono arrivati 10.000 euro.
Prima il sindaco non voleva questi soldi di pura generosità: diceva “Riace ha i suoi soldi, li sta trattenendo il Governo, li deve dare“, ora ha capito che comunque il paese deve vivere, i servizi li deve dare ai paesani, e si è deciso ad accettare i nostri soldi e così è partita la rete. Tutto questo è accaduto pochi giorni fa, la decisione e la diffusione, ora tocca a tutti noi diffondere. E’ il momento di dimostrare che non siamo tutti razzisti e menefreghisti come spera Salvini. Ci sono coscienze che forse lui nemmeno immagina, ma che muovono il mondo meglio delle non-coscienze mosse solo da paura e ignoranza e stupidità: un tris mortale.
Vi abbraccio tutti fortissimo, stiamo vicini “statti cu’ mia, ca sinnò cadimme“. La mando a voi perché la possiate mandare a tutti e vi ringrazio infinitamente
Giovanna Marini
RECOSOL IT92R0501801000000000179515
causale RIACE