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domenica 26 gennaio 2025

Perché l’austerità piace tanto alle banche centrali, alla UE, ai governi nazionali e a Meloni - Clara Mattei

 

“Le tre forme delle politiche di austerità – fiscale, monetaria e industriale – lavorano all’unisono per disarmare le classi lavoratrici ed esercitare una pressione discendente sui salari”, scrive Clara E. Mattei in “Operazione austerità” (Einaudi 2022). Una ricostruzione davvero pertinente.

Quali sono, dunque, le dinamiche della coercizione esercitata dall’austerità? Ecco uno schema di analisi, tratto dal libro di Mattei, che ci aiuta a capire le politiche economiche che muovono attualmente la Ue e i governi nazionali, compreso il governo Meloni.

* * * *

I. Dall’austerità fiscale all’austerità monetaria

L’austerità fiscale si traduce in tagli al bilancio, soprattutto al welfare, e in una tassazione regressiva (che chiede una percentuale superiore di denaro a chi ne ha di meno).

Entrambe le riforme permettono di trasferire risorse dalla maggioranza dei cittadini a una minoranza – le classi dei risparmiatori-investitori – per garantire i rapporti di proprietà e la formazione del capitale.

Contemporaneamente, i tagli al bilancio contengono l’inflazione grazie a due meccanismi principali.

La prima cosa, la riduzione e il consolidamento del debito pubblico diminuiscono la liquidità in circolazione. Perché i detentori del debito non possono più usare le obbligazioni in scadenza come mezzo di pagamento.

In secondo luogo, i tagli al bilancio riducono la domanda aggregata: famiglie e imprese godono di un minore reddito disponibile e lo Stato stesso riduce gli investimenti.

Un calo della domanda di beni e capitali significa che i prezzi all’interno di un paese si mantengono bassi. Inoltre, questo strozzamento della domanda aggregata accresce il valore della moneta sui mercati esteri, scoraggiando le importazioni e migliorando così la bilancia commerciale (per cui le esportazioni supereranno le importazioni).

Il valore di una moneta sui mercati esteri è di fatto favorevole se la bilancia commerciale di un Paese è positiva.

 

II. Dall’austerità monetaria all’austerità fiscale

L’austerità monetaria (o deflazione monetaria, come è stata descritta sopra) comporta una decurtazione del credito nell’economia e coincide in primo luogo con un aumento dei tassi di interesse.

Questa cosiddetta “politica del denaro caro”, in cui il denaro è più difficile da prendere a prestito, fa crescere per il governo i costi dell’indebitamento e dunque ne limita i piani espansivi, specialmente di welfare.

Nel corso del XX secolo, le limitazioni alla spesa dello Stato aumentarono quando fu stabilito il gold standard (cosa che in Gran Bretagna accadde nel 1925): per mantenere la parità aurea, la prima cosa da è la fuoriuscita dei capitali, per cui la politica fiscale all’interno del proprio Paese. Lo fa minimizzando la spesa governativa e creando un ambiente favorevole al capitale sottoponendolo a una tassazione inferiore.

 

III. Dall’austerità industriale all’austerità monetaria

Con l’espressione austerità industriale ci si riferisce all’imposizione della pace industriale, vale a dire rapporti di produzione gerarchici al riparo da contestazioni.

Una “pace” del genere è ovviamente alla base dell’accumulazione capitalistica, perché consente di proteggere i diritti di proprietà, le relazioni salariali e la stabilità monetaria nel lungo periodo.

L’austerità industriale favorisce inoltre la deflazione monetaria, che aumenta il valore della moneta nazionale. Infatti, una rivalutazione riuscita (cioè un aumento del valore della moneta) richiede soprattutto aggiustamenti di prezzo verso il basso, e in particolare un aggiustamento verso il basso dei prezzi del lavoro (il che significa salari inferiori), al fine di tagliare i costi di produzione.

Questo perché costi del lavoro inferiori tengono bassi i prezzi delle merci, il che a sua volta promuove la competitività internazionale nel momento in cui un Paese decide di migliorare i suoi tassi di cambio con un aumento delle esportazioni.

Quando la moneta si rivaluta, ridurre i costi di produzione diventa ancora più essenziale al fine di compensare un calo di competitività e dunque non perdere quote sul mercato estero, giacché i beni in quella valuta diventano più cari.

Se lo Stato può contare su poteri coercitivi sufficienti, come fu per lo Stato fascista, può intervenire direttamente con un’azione legislativa per tagliare i salari nominali, garantendo aggiustamenti di prezzo immediati e la competitività necessaria a rispettare il gold standard.

Naturalmente, anche in società meno autoritarie, come quella britannica (negli Anni 30, ndr), leggi del lavoro restrittive possono limitare la legittimità delle contestazioni industriali, per esempio criminalizzando gli scioperi di solidarietà.

La pace sociale e la repressione dei salari sono altrettanto importanti per attivare capitali ed evitarne la fuoriuscita, altra prerogativa della convertibilità in oro.

Un livello salariale basso riduce infine la domanda di consumo, che a sua volta fa scendere le importazioni e dunque ha un effetto positivo sulla bilancia commerciale che favorisce la rivalutazione monetaria.

 

IV. Dall’austerità monetaria all’austerità Industriale

La politica del denaro caro fa sì che l’economia rallenti, perché indebitarsi diventa più costoso e gli imprenditori sono disincentivati a prendere a prestito denaro da investire.

Quando parte la deflazione e i prezzi scendono, le aspettative pessimistiche degli imprenditori riguardo al futuro riducono ulteriormente gli investimenti.

Minori investimenti significano meno occupazione.

Una disoccupazione più elevata non soltanto riduce i salari dei lavoratori; garantisce anche la “pace industriale” annientando la leva politica e la militanza del lavoro.

 

V. Dall’austerità industriale all’austerità fiscale

Una classe lavoratrice debole e docile è tale per cui la pressione per ottenere misure sociali, una tassazione progressiva e altre politiche redistributive viene subordinata alle priorità dettate dall’austerità di spostare risorse a favore delle classi dei risparmiatori-investitori.

I sindacati rinviano le proposte e le pratiche radicali che sfidano la proprietà privata e sono disposti a collaborare per aumentare l’efficienza della produzione in nome della causa nazionale.

 

VI. Dall’austerità fiscale all’austerità industriale

I tagli al bilancio significano diminuzione delle opere pubbliche e del pubblico impiego più in generale, il che porta a un ampliamento dell’esercito di riserva del lavoro (il bacino di coloro che desiderano un’occupazione) e dunque danneggia il potere contrattuale dei sindacati, deprime i salari e accresce la competizione tra i lavoratori.

[…]

Queste dinamiche possono suonare tutt’ora famigliari, essendo precorritrici del rapporto che gli esperti del Fondo Monetario Internazionale hanno stretto e instaurato con gran parte dei Paesi periferici del mondo odierno, un rapporto basato su: prestiti condizionati a politiche di austerità; focus sulla ‘libertà economica’, più che politica; obbligo di aprire l’economia nazionale allo scrutinio internazionale.

La storia dell’Italia aiuta a leggere anche i casi di austerità più recenti con occhi maggiormente smaliziati.

A un esame ravvicinato, i programmi di aggiustamento strutturale del Fmi rivelano il medesimo obiettivo di fondo: costringere le popolazioni a produrre di più e a consumare di meno, al fine di salvaguardare l’accumulazione capitalistica.

 

https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/29661-clara-e-mattei-perche-l-austerita-piace-tanto-alle-banche-centrali-alla-ue-ai-governi-nazionali-e-a-meloni.html

venerdì 14 luglio 2023

scrive Wolfgang Münchau

 

Ieri la newsletter del Corriere della Sera ha pubblicato il seguente pezzo sulla politica europea dell'austerità e sul futuro che ci attende dell'analista tedesco Wolfgang Münchau. Vi invito caldamente a leggerlo. PArticolarmente interessanti le conseguenze economiche della guerra in Ucraina che ricadranno sulle nostre esistenze: ma certo, in nome della Difesa della Democrazia tutto è lecito, anche distruggere le basi materiali minime delle democrazie e consegnarle ai fascismi del XXI secolo, che però, tranquilli, sono diversi dal fascismo del XX.

"L’ho definito il più grave errore di politica comunitaria che abbia mai visto nel corso della mia vita. Parlo dell’austerità: introdotta dopo l’inizio della crisi della zona euro, questa misura ha causato danni permanenti alla resilienza economica della stessa, contribuito al dilagare dell’estrema destra e provocato spaccature tra i paesi dell’Unione. E adesso hanno deciso di riprovarci.

L’austerità non è un compromesso tra sacrifici a breve termine in cambio di vantaggi a lungo raggio. No, l’austerità colpisce e penalizza i cittadini anche nel lungo periodo. Di recente, la New Economics Foundation, un think tank indipendente britannico, ha elaborato una stima del costo totale dell’austerità nell’intero periodo, calcolando un ammanco di 533 miliardi di euro di investimenti nelle infrastrutture, comprese le energie rinnovabili. Le conseguenze deleterie della politica dell’austerità sono sotto gli occhi di tutti, e si traducono nella carenza di finanziamenti a forze armate e corpi di polizia, incuria nelle reti ferroviarie, fino alla chiusura forzosa di alcune autostrade.

La Commissione europea, tuttavia — e di questo gliene diamo atto — ha proposto una riforma del vecchio regime fiscale, ovvero il patto di crescita e di stabilità. Si tratta di una nuova normativa tesa ad assicurare la convergenza fiscale all’interno della zona euro. La Commissione sostiene di voler introdurre una maggior flessibilità nell’applicazione delle regole, per adattarle alle condizioni economiche dei singoli paesi. Ma il ministro tedesco delle finanze, Christian Lindner, non si fida né della Commissione né di gran parte dei suoi colleghi europei. Lindner auspica il ritorno al vecchio regime, con qualche piccolo cambiamento. A mio avviso, si raggiungerà un accordo su un compromesso, che tuttavia non riuscirà a scongiurare l’attuazione di molte misure di austerità.

La situazione si annuncia peggiore dell’ultima volta, in base alla posizione di partenza: l’Italia ha registrato un deficit dell’8 percento sul rendimento economico dello scorso anno, che secondo le stime calerà al 3,7 percento il prossimo anno. Da allora in poi, l’Italia dovrà introdurre nuove restrizioni di bilancio, che produrranno un fortissimo inasprimento fiscale. La Francia, che si ritrova a fare i conti con un’ondata di disordini civili, sarà costretta anch’essa ad applicare tagli fiscali di pari portata.

Guardiamo adesso alla politica. L’agenda europea sui cambiamenti climatici sta entrando in una fase in cui si cominciano a registrare i costi reali. Il governo tedesco si accinge a varare una legge sul riscaldamento domestico per costringere i proprietari di immobili a sostituire le caldaie a gas con le costose pompe di calore. E da Bruxelles è in arrivo una nuova legislazione ambientale molto più onerosa, per non parlare del graduale abbandono delle auto a combustione interna, che aggraverà i costi per gli automobilisti. In Germania si è vista ultimamente un’impennata di consensi all’estrema destra, proprio per la sua opposizione alle politiche verdi.

A questa miscela già incandescente oggi va a sommarsi l’austerità. Con il ripristino della normativa fiscale ricompare il rigido vincolo di bilancio. L’agenda verde rappresenta il programma più costoso dell’intera storia dell’Unione europea, ed è destinata a colpire i cittadini in modo disomogeneo. I proprietari immobiliari, i pendolari e gli agricoltori saranno penalizzati maggiormente rispetto ai residenti urbani che vivono in affitto, e i governi non saranno più in grado di indennizzare coloro che ci rimettono, proprio a causa dell’austerità. Verranno così a crearsi spaccature in seno alla società, simili a quelle che si sono viste con la Brexit, tra le metropoli e le zone rurali.

In questo momento, saltano all’occhio numerose analogie con il quadro politico ed economico che ha preceduto la Brexit. In linea di massima, il Regno Unito era ben inserito nei meccanismi dell’Unione europea, benché i sussidi fossero distribuiti in modo diseguale. Se perdono ogni forma di compensazione, le fasce sociali più disagiate finiscono con l’esprimere il loro malcontento alle urne.

L’austerità metterà un freno anche ad altri considerevoli impegni finanziari, come gli aiuti monetari e militari all’Ucraina. Una volta ristabilita la normativa fiscale, gli interventi a favore dell’Ucraina entreranno in concorrenza con la spesa interna. A marzo, appena dopo il primo anniversario dell’invasione russa, il costo della ricostruzione dell’Ucraina è stato stimato intorno ai 400 miliardi di dollari.bcon il protrarsi del conflitto. La piena adesione dell’Ucraina all’Unione europea comporta anch’essa nuovi costi, in quanto l’Europa dovrà sostenere l’Ucraina per molto tempo dopo il suo ingresso nell’Unione.

Se dovesse entrare nell’Ue, l’Ucraina diventerebbe il più grande beneficiario netto dei fondi europei, tagliando fuori gli attuali beneficiari, ovvero i paesi dell’Europa del sud e dell’est. Il contributo netto della Germania, già il più elevato tra tutti, si appesantirebbe notevolmente. Non riesco a capire come tutto questo sarà possibile quando verranno reintrodotte le restrizioni di bilancio. L’Ue, dal canto suo, potrebbe ricorrere ai suoi giochi di prestigio finanziari, essendo già esperta nel far brillare gli specchietti per le allodole. Ma ci sono limiti concreti. L’Ue potrebbe lanciare un programma di ricostruzione dell’Ucraina, analogo al Recovery Fund creato all’inizio della pandemia. Questo meccanismo, però, era stato introdotto come un caso isolato, e non ha riscosso un consenso unanime. L’Ue potrebbe provare a coinvolgere gli istituti internazionali e il settore privato, distogliendo gli asset russi congelati nelle riserve delle banche centrali, pari a 200 miliardi di euro. Una mossa, però, che solleva non pochi problemi legali e potrebbe allontanare gli investitori internazionali dalla zona euro. Non esistono scelte facili. Il grosso dei finanziamenti per la ricostruzione dovrà essere garantito dai governi nazionali e ogni procedura richiederà l’approvazione unanime. E questa sarà l’impasse.

Confesso che la commistione di austerità fiscale ed esigenze di spesa contrastanti mi lascia assai scettico, quando si tratta di stilare grandi proposte senza le necessarie coperture, come il sostegno su vasta scala all’Ucraina o il finanziamento di un esercito europeo. Il grosso interrogativo non è se si tratti o meno di proposte valide. Personalmente, sono convinto della loro bontà, ma non capisco come si potrebbe raccogliere una maggioranza politica a sostegno di tali progetti, e al contempo attuare tutte politiche indispensabili al funzionamento dell’Unione europea e altro ancora.

L’austerità avrà molte ricadute economiche, ma le sue ripercussioni sul versante politico saranno estremamente tossiche. Oggi i nostri disavanzi pubblici sono molto più elevati che nel periodo pre pandemia; l’inflazione si è rimessa a correre; l’estrema destra va rafforzandosi; e l’Ue ha già assunto gravosi impegni per portare avanti una costosa agenda di transizione ecologica. Tutti questi fattori intervengono a intralciare le scelte di politica estera europea, proprio nel momento in cui l’Ue comincia a scoprire il suo ruolo geopolitico. I conti non tornano e stiamo già toccando i limiti di quello che un’Unione europea decentrata e regolamentata può sperare di raggiungere".

da qui