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martedì 30 settembre 2025

Il nome di Francesca Albanese nelle liste Ofac: cos’è il guinzaglio invisibile della finanza americana - Vincenzo Imperatore

Nemmeno Banca Etica può aprire un conto corrente alla relatrice Onu. Il meccanismo dell’OFAC, utile contro il crimine, sta diventando un'arma contro la democrazia

Francesca Albanese, giurista italiana e relatrice speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani nei territori palestinesi occupati, non riesce ad aprire un semplice conto corrente nel suo Paese. Nemmeno Banca Etica ha potuto accogliere la sua richiesta, come ha spiegato in Parlamento il direttore generale Nazzareno Gabrielli.

Ed è proprio questo “nemmeno” a rendere la vicenda ancora più grave. Banca Etica non è solo una ragione sociale: è l’unico istituto di credito in Italia nato con la missione dichiarata di sostenere la finanza etica e solidale, finanziando progetti sociali, culturali e ambientali e rifiutando speculazioni e attività controverse. Se perfino una banca costruita sull’idea di inclusione e giustizia sociale è costretta a chiudere le porte, significa che il meccanismo che la blocca è più forte della sua stessa ragione d’essere.

Il nome di Albanese compare nelle liste dell’OFAC, l’Office of Foreign Assets Control del Dipartimento del Tesoro statunitense. Queste liste nascono con l’obiettivo di colpire terroristi, narcotrafficanti e regimi autoritari. Chi vi compare si trova escluso dai circuiti finanziari e i suoi beni possono essere congelati. Ma il punto centrale è che queste liste, pur essendo espressione della politica estera americana, finiscono per condizionare l’intero sistema bancario mondiale.

Le banche europee non hanno alcun obbligo formale di rispettarle. Se una banca, però, non tiene conto di queste liste, gli Stati Uniti possono punirla vietandole di usare il dollaro, tagliandola fuori dai pagamenti internazionali e imponendole multe enormi. Non è un rischio teorico: colossi come BNP Paribas hanno già pagato prezzi altissimi per aver violato le regole americane. Ecco perché anche gli istituti italiani, pur in assenza di un vincolo normativo comunitario, applicano automaticamente quelle liste. Il rischio di essere tagliati fuori dai pagamenti internazionali è semplicemente troppo alto.

Il caso Albanese mostra però l’altra faccia di questo meccanismo. Uno strumento pensato per isolare criminalità e terrorismo si trasforma in un ostacolo per una funzionaria delle Nazioni Unite che esercita soltanto le armi del diritto e della parola. Una cittadina italiana non può aprire un conto corrente non per decisione di un tribunale italiano né per una legge europea ma per una scelta unilaterale compiuta a Washington. È un corto circuito democratico che dovrebbe allarmare.

Sul piano teorico le liste OFAC sono utili perché rafforzano l’azione internazionale contro reti criminali e attività terroristiche. Nella pratica diventano però un laccio pericoloso. Estendono la giurisdizione americana al resto del mondo, cancellano il diritto alla difesa dei soggetti colpiti e, come in questo caso, si prestano a un uso politico che mette in discussione i principi stessi di sovranità, giustizia e libertà.

La soluzione non è semplice ma alcune strade sono possibili. L’Unione Europea potrebbe dotarsi di un proprio sistema di liste autonome, con procedure trasparenti e diritto alla difesa per chi vi viene inserito. I singoli Stati potrebbero rafforzare gli strumenti di tutela dei propri cittadini, almeno nei casi in cui non vi sia alcuna condanna penale né indagine giudiziaria. Le stesse Nazioni Unite potrebbero rivendicare garanzie minime per i propri funzionari, che non possono essere ostacolati nello svolgimento del loro mandato.

Il punto è che l’Unione Europea, pur avendo mezzi e risorse, resta debole e incapace di affermare un’autonomia reale. Questo caso rappresenta un segnale inequivocabile: di fronte al peso delle decisioni statunitensi, le istituzioni europee chinano il capo e accettano un’influenza che mette in discussione la sovranità dei propri cittadini.

E qui un pizzico di ironia è inevitabile. La lobby bancaria che a Bruxelles e a Strasburgo si mostra muscolare, capace di ignorare cittadini, consumatori e persino governi, come mai poi si genuflette docilmente davanti al potere americano? Speriamo davvero che Banca Etica non appartenga a quella lobby, ma se perfino un istituto nato per difendere i valori della giustizia sociale è costretto a piegarsi, significa che il guinzaglio d’Oltreoceano stringe più di quanto immaginiamo. Forse non si tratta solo di paura delle sanzioni ma anche di conflitti di interesse che nessuno osa nominare.

Non si tratta di mettere in discussione la lotta al terrorismo o alla criminalità organizzata. Si tratta piuttosto di impedire che uno strumento nato per proteggere la sicurezza internazionale diventi un’arma geopolitica capace di comprimere diritti fondamentali e di condizionare la libertà dei popoli. Senza queste correzioni il rischio è che il guinzaglio invisibile della finanza americana stringa sempre di più, fino a soffocare la nostra democrazia.

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mercoledì 3 settembre 2025

Dazi e alibi: perché l’export italiano deve guardarsi allo specchio - Vincenzo Imperatore

 

Troppo facile dare la colpa alle barriere commerciali. Per molte PMI il vero ostacolo è la scarsa diversificazione dei mercati e l’incapacità di tradurre il proprio valore in un linguaggio che il mondo digitale possa capire

Quando si parla di commercio internazionale, l’attenzione ultimamente finisce quasi sempre sui dazi, cioè tasse e barriere che rendono più difficile vendere all’estero. Ma per molte piccole e medie imprese questo tema rischia di diventare anche un comodo alibi, un modo per spiegare ogni difficoltà di vendita senza guardare ai limiti strutturali e strategici che frenano davvero la crescita. Il problema, per un Paese come l’Italia, è molto più profondo.

Oggi la nostra economia si regge in larga parte sull’export e ogni anno vendiamo fuori dai confini merci per oltre 700 miliardi di euro. Sembra tanto, e lo è, ma dobbiamo chiederci dove e a chi vendiamo. Il 75% delle nostre esportazioni va verso un pugno di Paesi ricchi, come Germania, Stati Uniti, Francia, Regno Unito e Spagna, che in totale contano meno di 400 milioni di abitanti. Il resto del mondo, con mercati enormi come Indonesia, Cina, India o Brasile, e miliardi di potenziali clienti, pesa pochissimo per le nostre aziende. Prendiamo un esempio concreto: in Germania ogni anno vendiamo prodotti italiani per oltre 70 miliardi di euro, mentre in Indonesia, con più di 280 milioni di abitanti, vendiamo appena un miliardo e mezzo. Questa concentrazione ci rende vulnerabili, perché se uno di questi mercati storici rallenta o chiude le porte, noi rischiamo grosso.

Per crescere non basta vendere in nuovi Paesi: bisogna capire cosa ci rende speciali e saperlo raccontare in un mondo dove contano soprattutto dati e algoritmi. Il nostro valore nella moda, nel cibo, nell’arredamento o nella meccanica di precisione è fatto di creatività e cura dei dettagli che un’intelligenza artificiale non riesce a cogliere se non glielo spieghiamo in modo chiaro. Oggi chi ha i dati in mano ha anche i mercati, e non si tratta di digitalizzare tanto per farlo, ma di tradurre il nostro talento in un linguaggio che la tecnologia possa capire. Altrimenti è come avere un’opera d’arte senza cartellino: affascinante per chi la conosce, ma invisibile per tutti gli altri.

 

Negli anni Duemila, le grandi linee ferroviarie ad alta velocità hanno accorciato le distanze tra città e reso più rapido lo scambio di persone e merci. Oggi serve lo stesso salto, ma nel mondo digitale: una rete nazionale capace di raccogliere, organizzare e mettere in circolo le informazioni che raccontano il meglio del nostro saper fare. Se non lo facciamo noi, lo faranno altri Paesi, magari copiando, semplificando o banalizzando il nostro lavoro, e a quel punto resteremo soltanto il “Paese da cartolina”: bello da visitare, ma poco rilevante per chi deve comprare e investire.

Il futuro dell’export italiano non è sopravvivere ai dazi, ma imparare a parlare la lingua del mondo digitale senza perdere la nostra identità. Significa affiancare alla manualità degli artigiani un vocabolario di dati, immagini e storie che ci facciano emergere anche sugli schermi e non solo nelle vetrine. Diversificare i mercati di sbocco, rendere la nostra eccellenza comprensibile anche agli algoritmi e costruire un’infrastruttura nazionale per valorizzare ciò che sappiamo fare sono le vere priorità. Solo così potremo restare competitivi e non sarà un algoritmo a decidere chi siamo.

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mercoledì 4 giugno 2025

Nessun debitore può essere umiliato: difendersi è possibile, anche dai messaggi ingannevoli - Vincenzo Imperatore

 

I debitori non sono cittadini di serie B. Oggi esistono leggi, strumenti e percorsi per affrontare queste situazioni senza vergogna: ecco quali

 

In un Paese dove la narrazione dominante è quella del debitore sempre colpevole e del creditore sempre nel giusto, c’è una rivoluzione silenziosa che pochi conoscono ma che può cambiare il destino di migliaia di persone sopraffatte dai debiti. Il Decreto Legislativo 116 del 2024, entrato in vigore il 30 luglio dell’anno scorso, rappresenta una svolta epocale nella gestione dei crediti deteriorati. Una norma che recepisce la Direttiva Europea 2021/2167 e che modifica profondamente il Testo Unico Bancario (D.lgs. 385/1993), imponendo un cambio di paradigma: chi gestisce i crediti deteriorati (NPL) non potrà più agire con la sola logica del recupero a tutti i costi, ma dovrà tenere conto della storia, delle fragilità e delle possibilità di chi si trova inadempiente.

La legge obbliga infatti i servicer a comprendere le cause dell’inadempimento, a proporre soluzioni personalizzate e a prestare particolare attenzione alle situazioni di vulnerabilità, come la perdita del lavoro o problemi di salute. Prevede strumenti concreti come la sospensione delle rate, la riduzione degli interessi, la rinegoziazione del debito, l’estensione delle scadenze e persino la remissione parziale del credito. Tutto questo oggi è legge, ma è come se non esistesse: ignorata dai media, taciuta dalle banche, disattesa da troppi operatori del settore.

Eppure questa norma non è l’unico scudo a disposizione dei debitori vessati. Già dal 2012, con l’entrata in vigore della cosiddetta “legge salva suicidi”, è possibile accedere a percorsi giudiziali che permettono la ristrutturazione dei debiti, l’accordo con i creditori o, nei casi più gravi, la liquidazione controllata dei beni con possibilità di ripartire da zero. La legge 3 del 2012, confluita nel Codice della Crisi d’Impresa e dell’Insolvenza, è stata concepita per ridare respiro a consumatori, piccoli imprenditori e professionisti schiacciati da un sovraindebitamento senza vie d’uscita. Non si tratta di eludere le proprie responsabilità, ma di affrontarle in modo dignitoso, con il supporto del giudice e secondo criteri di equità e sostenibilità.

A tutto questo si aggiungono i principi fondamentali del nostro ordinamento giuridico che pongono limiti al potere dei creditori. Nessun debitore può essere umiliato o privato della possibilità di condurre una vita decorosa. La legge tutela alcuni beni ritenuti essenziali, impedisce pignoramenti totali e proibisce ai soggetti che si occupano del recupero crediti di adottare comportamenti aggressivi, intimidatori o lesivi della privacy. Contattare il debitore in orari inadeguati, esercitare pressioni continue o minacciare conseguenze infondate non è solo inaccettabile, ma può configurare una violazione perseguibile anche dinanzi all’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato.

Proprio l’AGCM, negli ultimi anni, ha acceso i riflettori su un altro aspetto troppo spesso trascurato: quello dei professionisti che, promettendo di “difendere i debitori”, finiscono per aggravarne le condizioni. Sono stati numerosi i casi di sanzioni inflitte a soggetti che offrivano servizi di mediazione o assistenza giuridica diffondendo messaggi ingannevoli o omettendo informazioni fondamentali. Per questo è cruciale, nel momento in cui si cerca aiuto, affidarsi solo a professionisti seri e qualificati.

I debitori non sono cittadini di serie B. La crisi economica, l’instabilità lavorativa, la fragilità familiare o sanitaria sono condizioni che possono colpire chiunque. Oggi esistono leggi, strumenti e percorsi per affrontare queste situazioni senza vergogna e senza dover cedere all’arroganza di chi specula sulla disperazione. È ora che queste tutele vengano conosciute, applicate e difese. È ora che si dica chiaramente che difendersi è possibile.

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venerdì 14 febbraio 2025

In banca l’intelligenza artificiale farà perdere 200mila posti: chi noterà la differenza? - Vincenzo Imperatore


Negli ultimi anni, il settore bancario ha subito un’accelerazione tecnologica senza precedenti, e l’intelligenza artificiale (IA) rappresenta il prossimo grande spartiacque. Se fino a un decennio fa i cassieri e gli operatori di sportello erano figure centrali, oggi gli Atm evoluti e le app bancarie hanno praticamente reso obsoleti questi ruoli. Ma domani, anche la consulenza finanziaria sarà progressivamente affidata all’IA, ridefinendo ulteriormente i livelli occupazionali nelle banche.

Uno studio recente riportato da Bloomberg Intelligence stima che le banche globali potrebbero ridurre nei prossimi tre-cinque anni il personale di circa 200.000 unità grazie all’automazione avanzata, con un impatto significativo su ruoli caratterizzati da attività ripetitive. La digitalizzazione e la crescente capacità delle IA generative di comprendere il linguaggio naturale e formulare consigli finanziari renderanno, quindi, sempre meno necessaria anche la figura del consulente bancario tradizionale.

La consulenza fornita dai bancari, infatti, è un atto ripetitivo e standardizzato, basato su direttive rigide del top management: spesso si tratta di vendere specifici prodotti finanziari a prescindere dalle reali esigenze del cliente, con un approccio più orientato agli obiettivi di business della banca piuttosto che alla personalizzazione del servizio.

Molti potrebbero obiettare che il limite dell’IA sia l’assenza di empatia, un elemento fondamentale nelle relazioni umane, specialmente in ambito finanziario. Ma questa riflessione solleva una domanda altrettanto interessante: ma perché i bancari sono empatici? Il rapporto tra cliente e operatore di banca è sempre stato più formale che empatico, spesso improntato a rigide procedure piuttosto che a una reale comprensione delle esigenze individuali. In questo contesto, l’IA potrebbe risultare persino più efficiente, fornendo risposte precise, personalizzate e in tempo reale, senza i limiti delle emozioni umane.

Inoltre, l’IA consentirà alle banche di aumentare la produttività e i profitti. Secondo Bloomberg, l’adozione dell’intelligenza artificiale potrebbe incrementare i ricavi bancari fino al 5% nei prossimi anni, traducendosi in un aumento della marginalità e della competitività del settore. E secondo voi, di fronte a queste prospettive così rosee, i ‘banchieri’ si preoccuperanno davvero delle sorti dei ‘bancari’?

Ci troviamo di fronte a un cambiamento epocale: il lavoro bancario tradizionale, basato su procedure standardizzate, sarà progressivamente sostituito da sistemi automatizzati sempre più sofisticati. Questo non significa che l’occupazione bancaria scomparirà del tutto, ma sarà inevitabile una trasformazione delle competenze richieste. I professionisti del settore dovranno adattarsi a nuovi ruoli, più orientati alla gestione strategica dei dati e alla supervisione dell’IA, piuttosto che all’interazione diretta con il cliente.

In conclusione, l’impatto dell’intelligenza artificiale sui livelli occupazionali delle banche è un fenomeno inarrestabile. Dopo la scomparsa dei cassieri, il futuro vedrà un ridimensionamento anche della consulenza tradizionale. E per chi pensa che la differenza la farà l’empatia umana, la vera domanda da porsi è: quanto è stata davvero empatica la mia banca fino ad oggi?

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