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sabato 13 giugno 2026

Da invasori a invasi - Raúl Zibechi

 

Nel 1971, tre accademici studiarono e analizzarono il ruolo delle “istituzioni caritatevoli” nelle baraccopoli (formatesi a seguito delle occupazioni abusive) di Lima, pubblicando un’opera profonda e rigorosa intitolata “Dagli invasori agli invasi”, diffusa su Cuadernos de DESCO*. L’opera si concentra sugli effetti che l’intervento dei “benefattori” (oggi diciamo ONG) ha sugli abitanti. Dopo aver documentato l’enorme espansione delle baraccopoli conseguenti alle occupazioni (“invasioni”, come le chiamano i media), in cui milioni di persone si concentrano nelle periferie della capitale, sottolineano come le istituzioni caritatevoli cerchino la “smobilitazione politica degli abitanti”.

Esse rappresentano l’imperialismo, la “borghesia nazionale” e gli imprenditori che, “aiutando” gli abitanti, riescono a “neutralizzare politicamente ampi settori urbani che non possono organizzarsi altrove se non all’interno delle baraccopoli”. Aggiungono che i “benefattori” mirano anche a organizzare i consumi dei residenti, e il loro successo è in gran parte dovuto alla defezione della sinistra, che non è stata in grado di unire questo ampio settore urbano. Un secondo tema che affrontano è l’atteggiamento degli “scienziati sociali”, in particolare americani, che hanno condotto studi nelle baraccopoli.

Citano il sociologo tedesco Martin Nicolaus: “Gli occhi professionali del sociologo sono fissi sulle classi inferiori, mentre i palmi delle mani sono rivolti verso le classi dominanti”.

Sottolineano come il lavoro sul campo di questi professionisti sia stato “di grande utilità per il Peace Corps, l’USAID, altri benefattori, il loro prestigio accademico, le fondazioni che finanziano i loro studi, le loro tesi di dottorato, la gioia degli americanisti, ecc., ma con poche eccezioni per gli abitanti delle baraccopoli”.

Il terzo punto affronta l’analisi del modus operandi dei “benefattori” che, avvicinandosi ai settori più attivi delle baraccopoli, “creano clientelismo tra i leader delle associazioni di residenti, i quali, per mantenere la loro leadership, devono rispondere alle richieste degli abitanti”.

Inoltre, diffondono l’idea che non esista una classe dominante e che la povertà sia colpa dei poveri, non un problema strutturale. Infine, sebbene ci sia molto altro da dire, i tre autori dicono di non essere interessati a presentare uno studio accademico, bensì a smascherare le istituzioni che “sono solo strumenti di demobilitazione popolare e di trasmissione dell’ideologia dei settori nazionali e stranieri dominanti”.

Vogliono che il loro lavoro aiuti le persone a conoscere meglio i loro “benefattori”. Basandomi su questo breve glossario di un’opera eccellente, vorrei ricordare a tutti che i programmi sociali esistono nel nostro continente da oltre mezzo secolo, lo stesso lasso di tempo di coloro che li denunciano senza che le loro indagini vengano prese in considerazione.

Certamente, ci sono stati cambiamenti nei metodi e negli stili della cooperazione internazionale per lo sviluppo e la promozione, ma gli elementi essenziali erano già presenti più di mezzo secolo fa. Questo solleva alcuni interrogativi. Perché le organizzazioni di sinistra e i movimenti di base continuano ad accettare questi programmi che, da mezzo secolo, sappiamo essere contrari agli interessi del popolo e dei settori popolari? Perché migliaia e migliaia di accademici e sociologi si lasciano strumentalizzare da chi detiene il potere, quando, con le loro qualifiche, avrebbero altre opzioni e potrebbero lavorare in altri campi?

Credo che questi atteggiamenti non possano essere compresi senza considerare che il trionfo del capitalismo, seppur temporaneo, ha convinto molte persone e partiti politici che opporsi al sistema sia pericoloso. Non sto dicendo che le loro vite siano in pericolo, perché non vivono a Gaza, né in quartieri operai o comunità indigene. Il pericolo che percepiscono riguarda le loro carriere professionali, il successo individuale e, soprattutto, la sicurezza economica e lavorativa. Se osserviamo attentamente, sia i partiti di sinistra che gran parte delle dirigenze dei movimenti, sono attualmente composti da persone con titoli accademici, in possesso di qualifiche che fungono da lasciapassare per l’ascesa sociale, e che appartengono a quella che Emmanuel Todd, non senza un pizzico di malizia ma con notevole perspicacia, definisce “oligarchia di massa”.

Ciò riflette l’enorme mutamento del sistema, che ha integrato i vertici dei settori popolari, indicando al resto la via per il successo individuale. In particolare, è riuscito a cooptare i leader (o a “clientelizzarli”, come afferma l’opera di cui sto parlando). Questi leader sono fondamentali per stabilizzare il sistema di dominio. Pertanto, l’impegno degli zapatisti a non arrendersi, a non cedere e a non svendersi rimane un punto di riferimento etico imprescindibile, soprattutto in questi tempi di sconvolgimento sistemico.

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*Gli autori sono Alfredo Rodríguez, Gustavo Riofrío e Eileen Welsh. L’opera è disponibile online.


Pubblicato anche su La Jornada

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sabato 28 febbraio 2026

Rivolte indigene - Raúl Zibechi

 

Sono trascorsi più di trenta giorni dall’accampamento di circa 600 persone provenienti da 14 popolazioni indigene dell’Amazzonia, davanti al porto di Cargill, a Santarem. Chiedono al governo di Lula di revocare il decreto 12.600 che prevede di dragare il fiume e che trasformerà le acque del fiume Tapajós in una via fluviale privatizzata per il trasporto di soia e altri cereali*.

Anche se il governo si è ritirato giorni fa dal dragaggio, continua a privatizzare i fiumi Tapajós, Madeira e Tocantins come parte del Programma Nazionale di Privatizzazione (l’articolo è stato scritto il 20 febbraio, il 23 il governo ha ritirato il decreto di privatizzazione, ndr), il che significa che la gestione e la manutenzione di queste strade, che totalizzano 280 chilometri solo nel Tapajós, vengono trasferite a grandi multinazionali legate all’agroalimentare. Ciò comporta la costruzione di nuovi porti privati ​​che trasformeranno l’area in un corridoio fluviale senza consultare le persone che vivono nel fiume e con esso.

Le monocolture di soia e mais stanno distruggendo l’Amazzonia, deforestando la foresta e avvelenando le acque e l’ambiente con l’abuso di pesticidi. Ciò che sta accadendo a uno dei principali affluenti dell’Amazzonia, il Tapajós, è semplicemente incredibile: treni composti da un massimo di 35 chiatte trasportano grano verso la Cina e l’Europa; su quel fiume sono stati costruiti o sono in progetto 41 porti, dove l’anno scorso sono circolate più di 15 milioni di tonnellate.

L’inquinamento da mercurio derivante dall’estrazione mineraria, sia legale che illegale, e la rimozione del fondo del fiume rappresentano le perdine più importanti per le popolazioni. Secondo Rafael Zilio, nel concepire un fiume come mera “idrovia”, “lo Stato e le grandi corporazioni del settore minerario e dell’agroalimentare perpetuano la devastazione ambientale in Amazzonia”.

Nell’ultimo mese sono state bloccate anche la strada per l’aeroporto e lo stesso aeroporto di Santarém per alcune ore. Silvia Adoue ricorda che “i munduruku non hanno aspettato la demarcazione del loro territorio da parte dello Stato”, come popolo hanno proceduto “all’autodemarcazione in alleanza con le comunità di pescatori”, il che insegna la capacità di “articolazione tra popoli con prospettive di mondo diverse”.

Questa è una piccola e incompleta sintesi di una resistenza per la vita che dura da molti anni. Penso che da questa straordinaria lotta possiamo trarre alcune conclusioni.

La prima è che avviene sotto un governo progressista, quando il segretario della Presidenza è Guilherme Boulos ed è ministro dei Popoli Indigeni Sonia Guajajara, entrambi del “radicale” Partito del Socialismo e della Libertà (PSOL). Chi crede che possano fare qualcosa di diverso da ciò che vuole il grande capitale, si sbaglia. Perché sono i migliori rappresentanti delle ambizioni delle multinazionali, di fronte al silenzio vergognoso del movimento sindacale e del Movimento dei Senza Terra (MST), il cui obiettivo principale è la rielezione di Lula.

La seconda è che il capitalismo vuole, e sta attuando, la completa privatizzazione della natura per accumulare sempre più capitale. Trasformare i grandi fiumi amazzonici in strade fluviali piene di infrastrutture, è garanzia della loro distruzione e dell’annientamento dei popoli che abitano le rive.

L’accumulazione di capitale non ha limiti, se non quello che possono fare i popoli e i movimenti per frenarla. Mentre quelli che sono in alto, di sinistra o di destra e persino i “radicali”, sostengono l’agroalimentare, fanno sfoggio di un discorso “corretto” in cui si permettono di mentire e persino di sostenere le richieste dei popoli originari. Boulos stesso si era impegnato a fare delle consultazioni prima dell’inizio dei lavori, cosa che non ha mai fatto.

La lotta è molto iniqua. Cargill fattura 154 miliardi di dollari ogni anno, ha il sostegno dello stato e del governo brasiliano, mentre i villaggi sono relativamente piccoli (i munduruku sono 13 mila persone), e non hanno altro che il sostegno di altri popoli simili, come è diventato evidente in questi giorni.

La terza riguarda la decisione di difendere la vita e la dignità dei popoli. Il rapporto di Sumauma sottolinea che questi popoli sono in “prima linea di resistenza all’agrocapitalismo globale”. Anche se sono pochi, sono determinati e fermi e non si tireranno indietro. Una donna munduruku ha detto: “I bianchi vedono il fiume come merce, per noi è vita”. È proprio quello che dicono i popoli originari di tutte le geografie, da Wall Mapu fino alla Mesoamerica.

Questa resistenza alle avversità dovrebbe essere fonte di apprendimento per tutti. Una volta che sappiamo che né la destra né la sinistra faranno nulla per salvare l’umanità dalla catastrofe, è il turno dei popoli che stanno mettendo il corpo e il sangue a difendere la vita e la natura.


*Informazioni raccolte da Silvia Adoue, Desinformémos 5/02/2026; Rafael Zilio, Desinformémos 11/02/2026; Guilherme Guerreiro Neto, Sumauma, 12/02/2026, e dal collettivo Aldea Urbana
(https://www.youtube.com/live/vs-bSMviJw).


Pubblicato anche su La Jornada

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martedì 17 febbraio 2026

Il problema non è Chomsky, siamo noi - Raúl Zibechi

 

L’adorazione di personaggi pubblici, a cui vengono attribuiti enormi meriti, al punto da renderli “quasi dei”, è un problema di vecchia data all’interno dei movimenti di sinistra e di emancipazione. Si esaltano le virtù, ma mai i difetti. Una realtà viene inventata in toni di bianco e nero, escludendo sfumature, zone d’ombra e tutto ciò che potrebbe mettere in ombra la figura divinizzata.

La parola “grigio” stessa viene usata come aggettivo. “Una persona grigia” è noiosa, senza merito, incapace di attrarci o catturare la nostra attenzione, tanto meno qualsiasi tipo di ammirazione. Tuttavia, la realtà è dipinta a più colori ed è molto più ricca del binomio bianco-nero. Con questa scissione, spesso cerchiamo di lenire le nostre incertezze, fuggendo dalle sfumature scomode che ci causano tanta insicurezza. Perché, ammettiamolo, gli esseri umani bianchi occidentali cercano disperatamente sicurezza.

Molti esponenti della sinistra ammettono che il culto della personalità che circondava Stalin fosse negativo, ma accettano il culto di Lenin o Marx, ad esempio. Credo che, a questo punto, la cultura “emancipatrice” della sinistra sia erede del movimento dell’uomo forte e del culto della monarchia così diffusi nella storia umana, dalle prime società fino ai giorni nostri. Il fattore aggravante è che i culti attuali si mascherano da emancipazione, ma in fondo sono assurdi quanto la sottomissione a re e regine.

Ancora oggi, vediamo come questo culto continui la sua tremenda opera di paralisi delle società, sia attraverso il sostegno acritico di Evo Morales o di Hugo Chávez, per citare solo due esempi. Tutti i movimenti progressisti dell’America Latina sono stati collegati a un uomo forte, da Néstor Kirchner a Lula, passando per Correa e quelli già menzionati.

Nel caso di Chomsky, la gravità del suo stretto legame con il milionario criminale pedofilo Epstein è evidente anche dopo essere stato condannato e le sue malefatte note. Ma se Epstein non fosse stato un pedofilo, qualcosa sarebbe cambiato? Possiamo convalidare che un personaggio pubblico di sinistra abbia stretti legami con un milionario? Non vale alcuna amicizia, con chiunque, al di sopra delle classi, delle posizioni politiche e dello status delle persone. Senza dimenticare che Chomsky ha commesso altri peccati, come lavorare per programmi militari.

Una persona come noi, i lettori di questa pagina, può relazionarsi con chiunque, un Berlusconi, un Bolsonaro o un Putin? Non mi riferisco alle persone del basso che hanno sostenuto questi personaggi, ma ai rapporti con le élite dominanti, uno stile che si coltiva nei parlamenti di tutto il mondo, quando i deputati sono in posizioni politiche opposte, mangiano allo stesso tavolo e finiscono per socializzare negli stessi spazi.

Chomsky è semplicemente disgustoso. Più grave ancora perché si tratta di una personalità pubblica che deve dare l’esempio e chiedere perdono quando sbaglia. Quello che intendo con queste righe, è metterci uno specchio collettivo, come dicono spesso gli zapatisti, per chiederci: e noi?

Quanti Chomsky ci sono nei nostri cervelli e cuori? Attribuire tutto il male al linguista è come attribuire tutto il merito a un uomo forte, come Pepe Mujica per esempio. Essendo uruguaiano, soffro ogni volta che persone del basso in qualche angolo del pianeta, mi dice meraviglie di un personaggio che, in questo paese, conosciamo e non ammiriamo, almeno chi scrive questo e gran parte dei suoi amici.

Il culto della personalità rivela, inoltre, il nostro proverbiale individualismo, poiché mettiamo tutti i valori positivi in una persona, ma non in un collettivo. Fanno bene gli zapatisti a coprirsi il volto, a mettersi tutti e tutte con il passamontagna e il paliacate. Si noti che l’intera cultura capitalista ruota attorno alle persone, da Messi a Trump, sia per compiacere che per rimproverare. Anche nel caso dello zapatismo, non sono uguali gli atteggiamenti che abbiamo verso il capitano Marcos o verso uno qualsiasi dei comandanti, compreso chi scrive questo.

Forse la lezione che ci sfugge dal caso Epstein-Chomsky è che dobbiamo essere più cauti, più moderati nel mitizzare i personaggi. Ma soprattutto, essere più comunitari, evidenziare il collettivo e la semplicità, l’innocenza delle ragazze e dei ragazzi prima che il Sistema li conduca verso l’adorazione delle celebrità.

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mercoledì 28 gennaio 2026

L’ora delle sciabole - Raúl Zibechi

 

L’offensiva dei potenti contro i popoli sta crescendo in ogni angolo del pianeta. Gli Stati Uniti e i loro alleati regionali sono dietro le numerose aggressioni in atto, che minacciano di estendersi finché non ci saranno meccanismi in grado di fermarle. L’impunità è la regola in questo periodo, in cui le grandi potenze stanno disegnando una nuova mappa globale su misura per i loro interessi.

Da quando il genocidio di Gaza è rimasto completamente impunito, si sono aperte le porte della repressione e della violenza contro i popoli. Le classi dirigenti mondiali credono di poter invertire il declino dei loro stati nazionali attraverso la forza militare. La lunga e terribile storia del colonialismo indica loro la strada.

Nelle prime settimane del nuovo anno, si stanno scatenando feroci offensive contro i popoli venezuelano, iraniano e curdo, in un’escalation tanto rapida quanto devastante. Persino all’interno degli Stati Uniti, il presidente Trump sembra pronto a inviare 1.500 soldati per sedare la rivolta di Minneapolis contro le deportazioni dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) che pochi giorni fa hanno causato la morte di una donna.

La strategia del soffocamento continua a essere applicata in Venezuela. Sebbene miri a rovesciare il regime, colpisce principalmente la popolazione, condannandola alla fame nella speranza che si ribelli al governo. Si tratta di una strategia già utilizzata contro altri paesi, con il popolo cubano nel mirino del Pentagono, che progetta questi metodi per mettere all’angolo intere popolazioni.

La situazione in Iran è una tragedia che coinvolge la sinistra a causa del suo inspiegabile silenzio. La repressione statale sembra aver causato la morte di oltre 10.000 persone attraverso una repressione abominevole che non può essere giustificata semplicemente perché Stati Uniti, Israele e Regno Unito stanno istigando la mobilitazione popolare. Questa mobilitazione, sebbene neghino il suo valore, è radicata nel deterioramento delle condizioni di vita e nella persistente repressione.

Il popolo curdo è brutalmente attaccato dal regime jihadista al governo in Siria, con la collaborazione della Turchia. All’inizio di gennaio, hanno attaccato i quartieri curdi di Aleppo, costringendoli alla ritirata, e ora stanno prendendo di mira l’autonomia del Rojava nella speranza di sradicare il processo di autogoverno che la popolazione sta sviluppando da quattordici anni. A quanto pare, c’è stato un accordo tra Turchia e Israele, con l’approvazione di Washington e dell’Unione Europea: Ankara accetta il controllo di Tel Aviv sulla Siria meridionale in cambio di carta bianca contro il Rojava, suo obiettivo strategico. Le potenze rifiutano qualsiasi accordo, ponendo fine a un “processo di pace” mai avviato e chiudendo il libro su una crisi turca immaginaria con il sostegno dell’Occidente collettivo. Il caso curdo illustra come le potenze e gli stati nazionali considerino i popoli argilla malleabile per la geopolitica capitalista. In realtà, per i popoli oppressi non c’è mai stata democrazia o buon governo, ma piuttosto il rigore della sorveglianza e del controllo che ora si traduce nei colpi brutali con cui la cavalleria ha sempre trattato i popoli che hanno resistito. Credo che questa situazione ci obblighi a una riflessione più ampia.

I grandi pensatori della guerra, pur avendo agito in epoche e geografie diverse e contro nemici diversi, concordano su alcuni aspetti centrali che nulla hanno a che fare con le armi e le tecnologie militari. Per Sun Tzu, il primo fattore fondamentale da considerare è “l’influenza morale”, che egli intendeva come “l’armonia del popolo con i propri leader”. Pur essendo un ufficiale militare prussiano, Carl von Clausewitz sosteneva che non esiste forza al mondo più eccezionale dello spirito del popolo in armi e che, accanto a esso, non esistono mezzi tecnici o militari superiori. Arrivò persino a dire che il popolo è il “dio della guerra”. Mao è più specifico e afferma, nei suoi scritti sull’invasione giapponese della Cina, che “la mobilitazione dell’intero popolo formerà un vasto mare per annegare il nemico, creerà le condizioni che compenseranno la nostra inferiorità e altri elementi, e fornirà i prerequisiti per superare tutte le difficoltà in guerra”. In ogni caso, il popolo è il centro, non un mero strumento o mezzo per raggiungere fini. Questa centralità è stata poi oscurata dalla sinistra, sia elettorale che rivoluzionaria, in una deriva etica che trasforma le persone in spettatori o esecutori di decisioni prese da altri. Una volta stabilito questo principio, possiamo considerare altri aspetti della guerra. I grandi strateghi militari concordano sul fatto che la difesa sia superiore all’offesa, una questione attuale di fronte alle guerre combattute dall’alto. Tuttavia, la difesa non può essere passiva, ma deve essere “resistenza e ribellione”, come insegnano gli zapatisti, poiché queste sono le condizioni per cambiare il mondo quando i venti soffiano contro il popolo.

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giovedì 22 gennaio 2026

La sfiducia verso gli altri mondi - Raúl Zibechi

Occasionalmente, anche se raramente, troviamo echi nel modo in cui vediamo il mondo, e in particolare, il nostro mondo. Una recente intervista sul sito Comune, condotta da Gianluca Carmosino con l’antropologa italiana Stefania Consigliere, è particolarmente stimolante. Intitolata “Perché è difficile riconoscere nuovi mondi?“, presenta una prospettiva interessante.

L’antropologa sostiene che altri mondi, o mondi nuovi, esistano già, anche se appaiono disorganizzati e imperfetti. Individua due ragioni che ci impediscono di vederli, riconoscerli e dare loro l’importanza che meritano. La prima è “lo sguardo coloniale”. A suo avviso, “se un mondo non è tecnologicamente avanzato, ad esempio, o non ha una struttura sociale come la nostra, è un mondo un po’ selvaggio, meno desiderabile e primitivo”. Si tratta di un’“arroganza coloniale” che non è affatto esclusiva dell’Europa o del Nord del mondo, ma è atteggiamento consueto tra la sinistra e gli accademici latinoamericani, che tendono a guardare con distacco e disprezzo le iniziative provenienti dal basso e dalla sinistra. Una riflessione che condividiamo.

Il secondo tema affrontato riguarda “l’approccio eroico all’idea di cambiamento”, ereditato dalla nozione tradizionale di “rivoluzione come presa del potere, con il momento magico escatologico nel quale finalmente arriviamo alle leve del comando e dirigiamo la macchina dove ci piace…”. Riesce a collegare la presa del potere statale con “la tentazione del dominio”, che, secondo l’autrice, risulta essere l’aspetto meno esplorato dei movimenti antisistemici.

Credo che entrambe le riflessioni siano molto importanti, a patto che riusciamo ad accoglierle come un nostro problema e non come un problema altrui, lontano da noi. Tutti noi che sosteniamo lo zapatismo abbiamo sperimentato persone di sinistra e di altri movimenti che alzavano le spalle quando raccontavamo loro di aver partecipato a un incontro e di aver condiviso le nostre esperienze con i compagni, o che stavamo sostenendo la costruzione di un ospedale, di una scuola o la distribuzione di caffè biologico. L’immagine eroica degli operai bolscevichi che entrano nel Palazzo d’Inverno sembra davvero importante, mentre partecipare a un evento per ascoltare e imparare sembra secondario, quasi irrilevante.

Una citazione della scrittrice Simone Weil nell’intervista sopracitata riassume questo atteggiamento avanguardista di non ascolto: “… l’attenzione è la più alta e rara delle virtù. Quindi stare attenti, stare in ascolto, sentirsi, anziché performare”. Questi sono i passaggi preliminari necessari per intraprendere azioni profonde e, quindi, durature. L’immagine della presa del potere come ingresso al palazzo è diventata una cartolina, un’immagine che racchiude le idee semplicistiche di rivoluzione che hanno così profondamente permeato l’immaginario della sinistra mondiale. Tutto ciò che non si allinea con questo è quasi una perdita di tempo.

Un grosso problema di questa sinistra è che decontestualizza il prima e il dopo del benedetto binomio “rivoluzione = presa del potere”, isolando quell’evento e trasformandolo in un paradigma di ciò che è desiderabile, dell’unica cosa che ha veramente valore. Ma quel passo è sempre stato preceduto, in ogni caso, da migliaia di piccole azioni che non sembravano importanti, né si sapeva che potessero portare ad azioni più grandi. Un fornaio indipendentista catalano scrisse delle centinaia di forni per il pane di Barcellona, ​​che lavoravano tonnellate di farina ogni giorno per mano di migliaia di persone, come un importante antecedente alla rivoluzione di Barcellona del 1936, seguita al colpo di stato di Franco.

Sono appena tornato dal Perù, dove ho avuto una lunga conversazione con uno dei consulenti più esperti dell’organizzazione amazzonica AIDESEP (Associazione Interetnica per lo Sviluppo della Foresta Pluviale Peruviana), che riunisce quasi 2.500 comunità in nove federazioni. Abbiamo parlato a lungo dei 15 governi autonomi che altrettante comunità hanno creato a causa dell’impossibilità di dialogo e negoziazione con il governo di Lima. Quando gli ho chiesto perché i popoli indigeni delle Ande, Quechua e Aymara, non abbiano intrapreso un percorso simile, il suo racconto mi ha sorpreso. La CONACAMI (Confederazione Nazionale delle Comunità del Perù Colpite dall’Attività Mineraria), che rappresentava più della metà delle sei comunità andine del Paese, ha iniziato a discutere la possibilità di adottare un’identità indigena, poiché fino ad allora le organizzazioni si identificavano solo come contadine. Adottare un orientamento indigeno significava rompere con la tradizione di mobilitarsi per rivendicare qualcosa dallo Stato, poiché non riuscivano a concepire altra opzione che negoziare per ottenere risorse. La posizione indigena fu sostenuta, tra gli altri, dal nostro compagno Hugo Blanco. Tuttavia, i partiti di sinistra peruviani si rifiutarono di consentire questo passo, perché ritenevano di perdere il controllo della “loro” base, rigorosamente controllata dalle gerarchie di partito e da movimenti come il PCC (Confederazione Contadina Peruviana). Usarono la minaccia di tagliare i finanziamenti al movimento attraverso le ONG da loro controllate come ricatto, riuscendo così a bloccare questo passo storico che avrebbe condotto i popoli andini verso percorsi più vicini alla costruzione dell’autonomia.

Sollevo questa questione perché sento che, oltre allo sguardo coloniale e alla visione eroica dei cambiamenti che analizza Consigliere, ci sono gli interessi personali e politici meschini di coloro che vivono a scapito dello sforzo dei popoli e usano la loro influenza per ottenere qualche tipo di vantaggio.


Pubblicato su Desinformemonos con il titolo La desconfianza de la izquierda hacia los mundos otros

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lunedì 12 gennaio 2026

Siamo dentro una lunga tempesta - Raúl Zibechi


Quanto accaduto in Venezuela conferma che l’America Latina vive una svolta storica, che non sarà breve e che colpirà i popoli più dei governi, dice Raúl Zibechi in un’intervista con Radio Alas, in Argentina.

La situazione è molto complessa, molto dura, e non abbiamo chiaro cosa succederà, anche se abbiamo qualche idea di ciò che sta accadendo. Tu da tempo stai lanciando segnali di allarme su molte delle dinamiche in corsi. Ci interessa molto il tuo modo di collegare tra loro i diversi processi che stanno attraversando il pianeta.

Seguendo l’orientamento zapatista, io penso – e pensiamo – che siamo nel mezzo di una tempesta. E che questa tempesta, nei prossimi mesi e anni, andrà aggravandosi. La fase finale della tempesta è cominciata con il genocidio del popolo palestinese: da tre anni assistiamo alla situazione che vive Gaza e l’insieme del popolo palestinese. Ci sono poi altri fronti, e ora l’attacco al Venezuela conferma che siamo, soprattutto in America Latina, di fronte a un momento di svolta storica. Una svolta che non durerà due giorni. Siamo in un tempo nel quale ciò che sarà colpito non saranno solo i governi, ma i popoli. L’impatto sarà tremendo, distruttivo, negativo, e, a mio avviso, non siamo preparati ad affrontarlo. La forza imperiale è enormemente superiore alle capacità di resistenza dei nostri popoli. È duro dirlo, ma credo sia necessario guardare la realtà in faccia e assumerla per quella che è.

Secondo te esistono margini di azione per ridurre l’impatto? Se non possiamo fermare questa enorme forza imperiale, esistono strategie che i popoli possono darsi per attenuarne gli effetti?

Prima di tutto dobbiamo avere chiara la dimensione dell’impatto. Dopo la distruzione di Gaza, gli attacchi in Libano, in Siria, in Iran, e il fatto che lo Stato di Israele sia uscito praticamente impunito da tutto questo – nonostante le condanne e le manifestazioni – vediamo oggi l’Unione Europea proporsi di rafforzare seriamente le relazioni con Israele, firmando anche accordi energetici, come quello con l’Egitto sul gas.

Ora il governo Trump non solo attacca il Venezuela, ma distrugge una parte significativa delle sue installazioni militari. Il Venezuela disponeva di capacità difensive, e il presidente viene sequestrato in un’operazione condotta senza perdite, in modo sorprendentemente facile. Qualcosa è accaduto e ancora non sappiamo cosa.

Inoltre, Trump minaccia Petro in Colombia e il Messico. Siamo di fronte a un’offensiva di una portata senza precedenti, almeno per quanto ricordi. Hanno dichiarato apertamente di voler controllare il Venezuela fino a quando il presidente o la presidente sarà qualcuno di loro gradimento.

Di fronte a questo scenario, penso che i popoli abbiano bisogno di rifugi, di arche – come mi piace chiamarle – capaci di navigare e galleggiare nella tempesta. Perché oggi ciò che è in gioco è la sopravvivenza dei popoli, non delle singole persone, ma dei popoli nel loro insieme. E quando dico “popoli” intendo soprattutto quelli che stanno più in basso: popoli neri, popoli originari, contadini, periferie urbane… Più si è in basso, più l’impatto è duro e minori sono le capacità di difesa. Non è lo stesso affrontare una tempesta sistemica generalizzata per una classe media o per chi vive ai margini. E a questo si aggiunge la tempesta ambientale, che ci colpisce in modo sempre più violento.

Per questo credo che sia fondamentale disporre di territori, spazi, luoghi che ci diano riferimento come popoli: luoghi in cui poter stare, in cui sentirsi relativamente al sicuro, in cui esistano le condizioni minime per sopravvivere. Questa offensiva è appena iniziata e, a mio avviso, durerà almeno venti o trent’anni, indipendentemente da chi sieda alla Casa Bianca. Anche se si dice “a Trump restano tre anni”, la politica non cambierà, perché non dipende più da una singola persona. Dobbiamo quindi pensare in una prospettiva di lungo periodo, di ripiegamento strategico. Gli zapatisti parlano di orizzonti di centoventi anni: lottare affinché tra centoventi anni una bambina possa scegliere liberamente cosa essere. È di questo che si tratta.

Siamo in una fase di transizione tra egemonie, in cui gli Stati Uniti hanno deciso di rafforzarsi in America Latina per mantenere il loro ruolo imperiale. Il caso del Venezuela va letto in questo contesto più ampio. Basta guardare dove minacciano: Caraibi, Messico, America Centrale, Groenlandia, Canada. Vogliono circondarsi di una zona “sicura”. Questa zona sicura comprende tutta l’America Latina, con le sue risorse naturali e i suoi popoli, per poter affrontare l’ascesa dell’Asia e della Cina, che in molti ambiti li sta superando. Il primo passo è quindi una comprensione lucida e calma di ciò che sta accadendo. Oggi nessuno Stato della regione – nemmeno i due più importanti, Messico e Brasile – è in grado di affrontare questa offensiva. Figuriamoci altri Paesi, come l’Argentina o l’Ecuador, dove addirittura i presidenti festeggiano. Questo ci dice che per le destre concetti come sovranità nazionale e indipendenza non sono più un riferimento: celebrano apertamente un’invasione.

A cosa attribuisci questo aumento della violenza e degli attacchi diretti, senza più le mediazioni del passato?

Alla decadenza degli Stati Uniti. Lo riconoscono loro stessi quando dicono “rendere di nuovo grande l’America”: significa che non lo è più. Hanno compreso che non possono competere con la Cina. Per questo si sono ritirati dall’Ucraina, dall’Asia (fatta eccezione per il Giappone), e concentrano le forze nel nostro continente. Non bombarderanno Russia o Cina: concentreranno qui la loro potenza. Questa scelta è esplicitata nell’ultima strategia nazionale di difesa approvata negli Stati Uniti. Fino a poco tempo fa l’obiettivo era contenere la Cina; ora non ci riescono più. La Cina, solo nel 2025, ha varato sette cacciatorpediniere. Gli Stati Uniti non riescono a vararne nemmeno uno all’anno. La tendenza è chiara: non potendo competere lì, si rafforzano nel “cortile di casa”, devastandolo.

Non accetteranno governi che non gradiscono. Possono dire che Maduro è una dittatura, ma Petro è stato eletto democraticamente. Eppure Trump lo minaccia apertamente. Questo non lo fa con Xi Jinping o con altri leader globali, ma con i presidenti latinoamericani sì. Il pretesto oggi è il narcotraffico, ma sappiamo tutti che non è questo il vero motivo.

Di fronte a tutto questo, molti si chiedono cosa abbiamo imparato come popoli negli ultimi anni. Se guardiamo dal punto di vista dei popoli, i governi progressisti hanno avuto un ruolo centrale nell’indebolire i movimenti sociali e popolari: politiche assistenziali, demobilitazione, elettoralismo di corto respiro, forte personalizzazione del potere. Abbiamo rimosso dall’analisi l’autodistruzione del progressismo in Paesi come Bolivia e Argentina e le conseguenze devastanti che questo ha avuto sulle popolazioni organizzate. Oggi ci troviamo in una situazione di offensiva multipla: governi locali reazionari, governi imperiali e repressioni mirate in specifici territori, come nel caso del popolo mapuche. Le forze per resistere frontalmente non ci sono. Occorre quindi unirsi, ripiegare, senza smettere di agire: continuare a mobilitarsi, denunciare, ma soprattutto avviare un dibattito profondo su come siamo arrivati fin qui, sugli errori commessi e sulle strade da ricostruire.

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giovedì 18 dicembre 2025

I popoli e le guerre tra gli stati - Raúl Zibechi

 

Ci sono le guerre tra le grandi potenze – Usa, Russia, Cina – combattute spesso per procura. Ci sono poi le guerre contro i paesi alla periferia del sistema-mondo e, infine, le aggressioni degli stati contro un popolo. In tutti questi casi, anche a sinistra, c’è chi continua a ritenere che la guerra possa essere giusta. Ma se impariamo a guardare il mondo dalla prospettiva dei popoli e non degli Stati, osserva Raúl Zibechi, scopriamo che non esistono potenze buone: tutte sono parte dello stesso sistema capitalista, patriarcale e coloniale. Per i popoli non esiste la geopolitica: esistono le persone comuni, la vita di ogni giorno, le sofferenze di bambini e bambine

 

In questo periodo di guerre diffuse, potrebbe essere necessario rivisitare alcuni principi riguardanti il ​​conflitto armato tra Stati e il ruolo dei popoli. In questi tempi di profonda confusione, sembra necessario chiarire che non stiamo parlando dal punto di vista delle istituzioni esistenti, ma piuttosto dell’anticapitalismo e della resistenza alla violenza e al genocidio in corso.

Il primo caso è quello della guerra tra grandi Stati, generalmente potenze nucleari. Questa guerra, oggi, non è diretta, ma piuttosto condotta attraverso terze parti, poiché per ora stanno evitando uno scontro che avrebbe enormi conseguenze, poiché è altamente probabile che in un simile scenario vengano utilizzate armi nucleari. Non c’è spazio per ambiguità: per i popoli non esistono potenze buone, e tutte fanno parte dello stesso sistema capitalista, patriarcale e coloniale.

Sebbene non sia necessario menzionarlo, il fulcro del dominio imperiale sono gli Stati Uniti (a capo del Nord del mondo), mentre le potenze che lo sfidano (Cina e Russia) non solo fanno parte dello stesso sistema, ma sono altrettanto oppressive e ambiscono all’egemonia. Esistono partiti di sinistra e persino movimenti che difendono la tesi che la Cina sia un paese socialista, con la stessa mancanza di serietà con cui un accademico argentino trova somiglianze tra Putin e Lenin.

Il secondo caso è quello dell’aggressione da parte di una potenza (grande o media) contro una nazione alla periferia del sistema-mondo, nel qual caso la sovranità del paese attaccato deve essere difesa, senza riserve e indipendentemente dal gradimento o meno del regime che lo governa. È il caso dell’invasione russa dell’Ucraina, della guerra condotta dall’Arabia Saudita (e da diverse potenze occidentali) contro lo Yemen e della minaccia di un’invasione statunitense del Venezuela. È la straordinaria storia degli oltre cinquanta interventi di Washington nella nostra regione dalla fine del XIX secolo.

Anche in questo caso, la sinistra adotta un doppio standard. Condanniamo giustamente l’omicidio di migliaia di bambini palestinesi, ma rimaniamo in silenzio sulle sofferenze patite dalla società ucraina. Oppure mettiamo la vita dei bambini sull’altare dell’opportunità geopolitica? Inutile dire che atteggiamenti come questo screditano la sinistra e la riducono a semplici pedine sulla scacchiera globale.

Il terzo caso è quello dell’aggressione da parte di una potenza o di uno Stato-nazione contro un popolo, come nel caso della violenza e del genocidio del popolo palestinese da parte di Israele e Stati Uniti. Ma possiamo includere anche la violenza contro il popolo curdo da parte di quattro Stati (Turchia, Iraq, Iran e Siria). È la tipica storia del colonialismo e dell’imperialismo, dell’invasione e dell’aggressione contro i popoli di Vietnam, Mozambico e Angola, dell’occupazione di Africa, India e Cina da parte delle potenze europee in passato.

Anche qui, a sinistra, si manifestano doppi standard. Sappiamo di individui e persino movimenti che si rifiutano di sostenere il popolo curdo perché simpatizzano con l’Iran, che considerano un nemico degli Stati Uniti. Sono situazioni in cui principi e valori etici evaporano, lasciando il posto a un crudo pragmatismo in cui le persone vengono trattate solo come oggetti, come carne da macello geopolitica.

In realtà, dobbiamo partire dalla prospettiva opposta. Dobbiamo dire, ad esempio, che sosteniamo il popolo Mapuche, i popoli Maya, Nasa e Misak, tutti i popoli che resistono, perché sono gli agenti di un cambiamento possibile e auspicabile, un cambiamento dal basso. Da questa prospettiva, tutto torna, e sono le potenze, le nazioni e gli stati che devono prendere posizione di fronte alla lotta popolare. Perché in questi anni in cui la geopolitica è diventata di moda, i veri soggetti sono sfumati per gli analisti che credono che ora siano gli stati a occupare quel posto.

Questa tendenza si sta rafforzando e siamo solo all’inizio del disordine globale diffuso verso cui ci stiamo dirigendo. Con l’intensificarsi della tempesta sistemica, le oscillazioni saranno più marcate, l’opportunismo di ogni tipo sembrerà ragionevole a molti e l’assurdità prenderà il sopravvento anche su ciò che resta del pensiero critico. Le contorsioni dei socialdemocratici tedeschi nel 1914, che in pochi secondi passarono dall’affrontare con rabbia la guerra al votare per i prestiti richiesti dal governo per marciare al fronte, diventeranno all’ordine del giorno.

Ecco perché è importante prendere saldamente il timone e non perdersi in argomentazioni apparentemente razionali. Non dobbiamo perdere di vista i nostri principi guida, i nostri valori, in nessuna circostanza, per quanto difficile possa essere e per quanto costosa possa essere per noi la coerenza. Questo principio guida incrollabile è il popolo, la vita della gente comune, la sofferenza dei bambini, e non limitarci a denunciare i crimini che ci fa comodo denunciare.

È e sarà molto difficile, perché ora tutti gli Stati affermano di fare ciò che fanno per il popolo, mentre allo stesso tempo continuano a punirlo.

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giovedì 30 ottobre 2025

Gaza è Rio de Janeiro. Gaza è il mondo intero - Raúl Zibechi

 

Le parole non possono descrivere adeguatamente l’orrore del massacro di oltre 120 giovani neri poveri, uccisi dalla polizia di Rio de Janeiro con il pretesto di combattere il narcotraffico.

Si è trattato di un’operazione di guerriglia urbana in cui il governo statale ha mobilitato 2.500 agenti di polizia militare pesantemente armati, insieme a veicoli blindati ed elicotteri, per attaccare i complessi delle favelas Penha e Alemão nella Zona Nord della città, un’area con un’alta concentrazione di residenti poveri. Questi due complessi di favelas contano oltre 150mila abitanti ciascuno, con una densità di popolazione estremamente elevata.

Il governo di Rio ha segnalato 60 morti, ma gli abitanti delle favelas hanno portato nelle piazze oltre 50 corpi, corpi che non sono stati inclusi nel conteggio ufficiale, lasciando poco chiaro il numero effettivo delle vittime. Il bilancio delle vittime è ora salito a oltre 120.

Le reazioni sono state immediate, dalle organizzazioni per i diritti umani alle Nazioni Unite, che si sono dichiarate “inorridite” dal massacro. Al di là delle statistiche, ci sono fatti rilevanti.

Il genocidio palestinese a Gaza è lo specchio in cui i popoli oppressi del mondo devono riflettersi. Per chi detiene il potere, è iniziato un periodo di caccia indiscriminata alla popolazione “in eccesso”, perché l’impunità è garantita. Ora più che mai, Gaza siamo tutti noi. Potrebbe essere Quito, San Salvador, Rosario o Tegucigalpa; il Cauca colombiano o il Wallmapu; forse le montagne di Guerrero o le comunità del Chiapas. Ora siamo tutti nel mirino di un capitalismo che uccide per accumulare ricchezza più velocemente.

Parlano di narcotrafficanti con la stessa insensibilità con cui nominano palestinesi, mapuche o maya. Sono solo scuse. Argomentazioni per la classe media urbana. Ma la storia recente ci insegna che stanno creando laboratori per il genocidio.

Nel pacifico Ecuador, quando il popolo trionfò nella rivolta del 2019, il governo reagì liberando i criminali dalle prigioni trasformate in campi di sterminio, dove i media mostravano detenuti che giocavano a calcio con la testa mozzata di una vittima. Nel Cauca (Colombia), l’estrazione mineraria a cielo aperto e la coltivazione di droga hanno esacerbato la violenza paramilitare contro le comunità Nasa e Misak che resistono e si rifiutano di essere sottomesse, rendendo la regione la più violenta in un paese già di per sé violento. Nel territorio Mapuche, sia in Cile che in Argentina, le autorità hanno deciso di etichettare come “terroristi” coloro che si rifiutano di essere sottomessi, con il risultato che oggi ci sono più prigionieri Mapuche che sotto le dittature di Pinochet e Videla. In Messico, tutto è chiaro, così chiaro che i media e il governo si rifiutano di lasciarlo vedere, mascherando la violenza con una retorica che si limita a riconoscere la loro complicità. La violenza sistematica a Guerrero e in Chiapas dovrebbe essere motivo di indignazione.

A Rio de Janeiro, un sociologo dice spesso che il narcotraffico non è uno stato parallelo, ma piuttosto lo stato stesso. Questo include tutti i governatori degli ultimi decenni, con il loro entourage di imprenditori, deputati e consiglieri comunali legati alla mafia, che formano una struttura di potere ereditata dagli squadroni della morte della dittatura militare.

Gaza ci pone in un contesto diverso, di fronte a sfide diverse. La prima è capire che la morte è la ragion d’essere del sistema capitalista. La seconda è capire che questo sistema è composto sia dalla destra che dalla sinistra, dai conservatori e dai progressisti. La terza è che dobbiamo organizzarci per proteggerci, perché nessun altro lo farà.

Il mondo che conoscevamo sta crollando. Piangiamo quei giovani assassinati a Rio, quei corpi sparsi sull’asfalto.

Trasformiamo le nostre lacrime in fiumi di indignazione e torrenti di ribellione.

https://comune-info.net/gaza-e-rio-de-janeiro-gaza-e-il-mondo-intero/

lunedì 20 ottobre 2025

L’irresistibile escalation delle guerre - Raúl Zibechi

Il capitalismo reale sta moltiplicando le guerre perché è l’unico modo in cui può sopravvivere. Guerre tra stati, guerre interne mascherate da lotta al narcotraffico o difesa della democrazia, guerre non dichiarate per accaparrarsi beni comuni, guerre imperialiste sempre più spietate. La prossima sarà probabilmente contro il Venezuela, poiché la fragile tregua a Gaza, che chiamano la “fine della guerra”, consente loro di scegliere altri scenari per continuare l’escalation militarista.

Secondo l’analista Rafael Poch, l’espansione della guerra in Ucraina è imminente e potrebbe coinvolgere tutta l’Europa, minacciando di sfociare in una guerra tra le tre grandi potenze militari (La ampliación de la guerra de Ucrania está servida y bien anunciada). Dice che le élite europee mancano di storia, “non capiscono di cosa stiamo parlando e mancano sia delle conoscenze di base che della vitalità intellettuale per cercare di comprenderlo”. L’incapacità di comprendere o accettare la realtà è la strada verso il disastro.

Il milionario Ray Dalio lancia da mesi l’allarme sui problemi dell’enorme e in crescita esponenziale debito degli Stati Uniti, che lui definisce la “bomba del deficit e del debito”, che rappresenterebbe una minaccia per l’ordine monetario. Ora aggiunge che “diverse guerre civili si stanno preparando in diverse parti del mondo”, in particolare nel cuore dell’Impero (Ray Dalio anticipa la economía que viene: varias guerras civiles, mucha deuda y “diferencias irreconciliables). Il mega-speculatore sostiene che si stia iniziando a percepire “un clima molto simile a quello degli anni precedenti la Seconda Guerra Mondiale”. Solo che coinvolgerà le armi nucleari.

Gli economisti dell’establishment ammettono che la Cina sia già la più grande economia mondiale, rappresentando il 20% del PIL globale misurato a parità di potere d’acquisto, mentre quello degli Stati Uniti è sceso al 14%. Il 2014 è stato l’anno in cui la Cina ha superato l’Impero, ma il divario continua a crescere e aumenterà ulteriormente con le nuove politiche di Trump che si stanno rivelando controproducenti.

Il rifiuto dell’immigrazione è un duro colpo per l’innovazione tecnologica, poiché è responsabile di una parte significativa delle nuove imprese del settore. “Il 29% degli imprenditori sono immigrati (sebbene rappresentino solo il 15% della popolazione); il 44% dei fondatori delle attuali aziende unicorno sono immigrati; e il 26% degli immigrati lavora nei campi della scienza, della tecnologia, dell’ingegneria e della matematica”, secondo la National Science Foundation.

Cosa fai quando tutto è perduto, quando non hai più la possibilità di affrontare il tuo avversario con la minima possibilità di batterlo? Nel calcio, diciamo “infangare il campo”, sperando di prolungare il fischio finale dell’arbitro che sancirebbe la sconfitta. Le classi dominanti stanno facendo proprio questo. In questo caso, la sopravvivenza del capitalismo è genocidio, più guerre e una strategia di confusione che mira a intorbidire le acque, a confondere le persone per rimanere… le classi dominanti, al di là del nome del nuovo sistema.

Parte di questa strategia di confusione è la presunta firma del trattato di pace a Gaza. Sappiamo tutti che la guerra è iniziata con la Nakba nel 1948, l’espulsione forzata di quasi un milione di palestinesi, la distruzione di centinaia di villaggi e della stessa società palestinese. Non c’è mai stata pace. Ciò che è iniziato due anni prima è stato un genocidio, una fase superiore della guerra contro quel popolo. La presunta fine della guerra è stata decisa per continuare a saccheggiare la Palestina senza troppa attenzione mediatica, lasciando le mani libere per iniziare una nuova guerra.

L’enorme mobilitazione globale a sostegno del popolo palestinese, che ha dovuto essere riflessa anche dai media mainstream, ha portato i responsabili a fare ciò che fanno sempre: mascherare il dominio con nuove modalità, cambiando semplicemente la veste grafica per mantenere tutto uguale. Questo è il cuore del cosiddetto progressismo, solo che questa volta la manovra è stata orchestrata dall’estrema destra di Trump.

Ancora una volta, la domanda è cosa faremo noi, quelli di noi che si definiscono anticapitalisti e antimperialisti. Potremmo soccombere a questa manovra allentando la nostra resistenza e solidarietà, il che rappresenterebbe una grave sconfitta. Possiamo affrontare direttamente la guerra del sistema con la nostra guerra, il che ci porterebbe a facilitare un nuovo genocidio. Possiamo adottare, in ogni luogo a modo suo, la proposta zapatista di resistere e creare qualcosa di nuovo, come i Beni Comuni, che rappresentano una sfida enorme perché implicano percorsi completamente nuovi, percorsi che nessuna rivoluzione al mondo ha mai percorso fino ad ora. A poco a poco, stiamo arrivando a capire che i Beni Comuni sono una nuova strategia o forma di lotta e resistenza. Se ho capito qualcosa, credo che sia un modo per rafforzare la resistenza e, allo stesso tempo, un percorso verso la costruzione di un mondo nuovo. Una sorta di cardine che dobbiamo esplorare, trapiantare in ogni realtà, testare, fallire e così via.

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mercoledì 24 settembre 2025

Il capitalismo è sinonimo di criminalità - Raúl Zibechi

 

Le indagini sul Primo Comando Capitale, il più grande gruppo di narcotrafficanti in Brasile, nato in carcere negli anni Novanta e oggi diffuso in tutto l’America latina, mostrano una realtà gigantesca – con 40.000 affiliati – che non solo è alleata per il traffico di cocaina con la ‘Ndrangheta italiana, ma controlla in forte relazione con tante imprese “tradizionali”, decine di fondi investimento immobiliare, impianti di raffinazione, aziende agricole, perfino una banca. Compagnie minerarie e criminalità organizzata, scrive Raúl Zibechi, collaborano ovunque per sfrattare le comunità che considerano un ostacolo allo sfruttamento di Madre Terra. «Noi, il popolo, noi esseri umani, siamo diventati un ostacolo all’infinita accumulazione di capitale. Pertanto, d’ora in poi, il genocidio sarà la norma… È un atteggiamento irresponsabile e perverso diffondere l’idea che possa esistere un “buon” capitalismo, come hanno ripetutamente affermato i presidenti progressisti… Qualsiasi forma di politica che non avverta la gente che viviamo nell’era del genocidio, o che un genocidio è in corso altrove, la conduce al patibolo…»

 

A volte i rapporti tra criminalità organizzata e capitalismo diventano chiari e trasparenti, offrendoci l’opportunità di valutare lo stato attuale del sistema e la sua direzione.

Qualche giorno fa, il governo federale brasiliano ha lanciato una massiccia operazione contro la criminalità organizzata nel settore dei carburanti, con risultati sorprendenti. Ha individuato 40 fondi di investimento immobiliare per un valore di 5,5 miliardi di dollari, controllati dal Primo Comando Capitale (PCC), il più grande gruppo di narcotrafficanti in Brasile. Questi fondi hanno finanziato l’acquisto di un terminal portuale, quattro impianti di raffinazione, 1.600 camion per il trasporto di carburante e oltre 100 immobili (PCC controla ao menos 40 fundos de investimentos com patrimônio de mais de R$ 30 bilhões, diz Receita Federal).

Inoltre, hanno acquistato aziende agricole per un valore di altri 5 miliardi di dollari e una banca ombra, la fintech BK Bank, che ha movimentato fino a 8 miliardi di dollari. Oltre 1.000 stazioni di servizio in 10 stati brasiliani vengono utilizzate per riciclare denaro della criminalità organizzata, ma si stima che le operazioni del PCC raggiungano fino a 2.500 stazioni di servizio in tutto il paese.

Il PCC è stato fondato nel 1993 nel carcere di Taubaté a San Paolo. Oggi opera nel 90% delle carceri e si è diffuso in Uruguay, Paraguay, Bolivia e Colombia. È la più grande banda criminale dell’America Latina, con un potenziale di 40.000 membri, molti dei quali detenuti. Attraverso il traffico di cocaina, ha stretto alleanze con la ‘Ndrangheta italiana e si ritiene che goda di un forte sostegno nei paesi africani ed europei.

Ciò che le indagini degli ultimi anni hanno rivelato è una crescente sofisticazione delle operazioni di riciclaggio di denaro, nonché il loro coinvolgimento in siti web di gioco d’azzardo online e investimenti in squadre di calcio. L’attuale indagine ha rivelato che la PCC domina la filiera della canna da zucchero, attraverso l’acquisto di aziende agricole, impianti di raffinazione, stazioni di servizio e trasporti.

I dati di cui sopra rivelano chiaramente la stretta relazione tra le imprese “tradizionali” e la criminalità organizzata. Questa realtà merita ulteriori indagini.

Da un lato, vediamo come la criminalità adotti i metodi delle grandi imprese capitaliste. Investono con la stessa logica, cercando di monopolizzare ogni settore per massimizzare i profitti. La cosiddetta criminalità organizzata fa parte del capitalismo, da cui si differenzia solo per il fatto che le sue attività non sono considerate legali, il che le consente di aumentare esponenzialmente i profitti. I metodi della criminalità sono identici a quelli dell’estrattivismo, come si può osservare nell’attività mineraria.

D’altro canto, emerge un’ampia zona grigia tra ciò che è legale e ciò che è illegale: la criminalità cerca di legalizzare il proprio capitale investendo in terreni, immobili, attività minerarie e, soprattutto, finanza, perché è il modo migliore per riciclare i propri beni. Le imprese “legali” adottano metodi di stampo mafioso evadendo le tasse (cosa che ormai è la norma in qualsiasi settore), supportate da specialisti come avvocati e notai.

Mentre la criminalità si muove verso la legalizzazione, gli imprenditori tradizionali si muovono verso l’illegalità. Entrambi cercano di corrompere giudici e politici, investire nello sport e in qualsiasi cosa permetta loro di superare le difficoltà e aumentare i profitti. Neutralizzano lo Stato o lo prendono d’assalto, comprando la benevolenza o usando minacce, a seconda della situazione.

Per tutte queste ragioni, in molte regioni, compagnie minerarie e criminalità organizzata collaborano per sfrattare le comunità che considerano un ostacolo allo sfruttamento di Madre Terra.

Se accettiamo che il capitalismo esistente sia una guerra di espropriazione contro il popolo – la “Quarta Guerra Mondiale”, come la chiamano gli zapatisti – dobbiamo anche accettare che non c’è nulla di illegale nelle guerre, poiché la legge del più forte regna. Gaza è il miglior esempio dell’evaporazione di ogni legalità, di tutta l’umanità, perché si tratta di espropriare e sfrattare il popolo palestinese per trasformare i suoi territori e le sue terre in semplici merci.

La criminalità opera esattamente allo stesso modo a Cherán, a Chicomuselo o in qualsiasi parte del mondo, perché noi, il popolo, noi esseri umani, siamo diventati un ostacolo all’infinita accumulazione di capitale. Pertanto, d’ora in poi, il genocidio sarà la norma, come lo fu durante la Conquista delle Americhe.

È un atteggiamento irresponsabile e perverso diffondere l’idea che possa esistere un “buon” capitalismo, come hanno ripetutamente affermato i presidenti progressisti di questa regione.

Come ha osservato Immanuel Wallerstein, il capitalismo è stato un’enorme battuta d’arresto per due terzi dell’umanità, donne, ragazze e ragazzi, popoli del colore della terra. Ciò che segue sono forni crematori, genocidi e i media mainstream che mascherano questa realtà.

Qualsiasi forma di politica che non avverta la gente che viviamo nell’era del genocidio, o che un genocidio è in corso altrove, la conduce al patibolo. Come ha osservato lo storico del lavoro Georges Haupt, chiunque intrattenga la gente con storie accattivanti “è criminale quanto il geografo che disegna false mappe per i navigatori”.

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venerdì 18 luglio 2025

Trump o l’incarnazione dell’incertezza - Raúl Zibechi

 

“Il comportamento di Trump è una messa in scena dell’incertezza”, ha detto lo storico Emmanuel Todd nella sua conferenza all’Accademia delle scienze russa, il 23 aprile a Mosca. Il titolo della sua conferenza era “Antropologia e realismo strategico nelle relazioni internazionali” e affronta questioni già menzionate nel suo libro La sconfitta dell’Occidente, analizzandone altre, come l’amministrazione di Donald Trump, che non sono apparse nel suo lavoro.

Vorrei delineare alcune idee che potrebbero essere di interesse per i movimenti anticapitalisti, focalizzati sulle conseguenze dell’inevitabile caduta dell’impero. Per illustrare la profondità di quella caduta, Todd sostiene che non ci troviamo semplicemente di fronte al fallimento economico e militare degli Stati Uniti, ma a qualcosa di più grande che definisce come “una dislocazione delle credenze che hanno organizzato la vita sociale occidentale per diversi decenni”. Non ha dubbi che siamo all’inizio di una caduta degli Stati Uniti, ma indica che “dobbiamo essere preparati a vedere cose molto più drammatiche”.

Per evitare di ripetere argomenti già trattati nel suo ultimo libro, mi concentrerò su quella che Todd chiama “la rivoluzione Trump”. Come ogni rivoluzione, contiene una violenza straordinaria che si manifesta, internamente, in “una lotta contro le università, contro la teoria del genere, contro la cultura scientifica, contro la politica di inclusione dei neri nelle classi medie statunitensi, contro il libero commercio e contro l’immigrazione”.

Secondo Todd, tutto questo sembra legato a una precedente sconfitta di cui la squadra di Trump sarebbe pienamente consapevole. Da un lato, si tratta di una evidente sconfitta economica degli Stati Uniti che diventa visibile, tra molte altre, nella limitata capacità del complesso militare-industriale statunitense per essere all’altezza delle sfide attuali e il notevole superamento della capacità aerea della Cina evidenziato nei combattimenti tra India e Pakistan, questioni che Todd non affronta.

Ma il tema centrale non è affatto l’economia, bensì il crollo del “sistema di credenze” che animava la superiorità produttiva e industriale occidentale. Ecco perché la decadenza degli Stati Uniti (e dell’Occidente) può essere così terribile per i popoli, perché l’ansia che comporta sta conducendo a quello che egli chiama “nichilismo”, un impulso che “può portare al desiderio di distruggere cose, persone e, in ultima analisi, la realtà”. L’atteggiamento di Israele a Gaza è perfettamente in linea con questa valutazione.

Ma forse, ancora peggio, Todd ritiene che l’esperimento Trump fallirà a causa di “una mancanza di riflessione, una mancanza di preparazione, brutalità, comportamenti impulsivi e sconsiderati”. Per questo motivo menziona concetti come “dislocazione” e “atomizzazione” all’interno della società americana, atteggiamenti che si ripercuotono e accelerano il declino. Un ultimo punto sul suo discorso che ci riguarda direttamente: siamo solo all’inizio del declino degli Usa, che “ci rivelerà cose che non possiamo nemmeno immaginare”. Questo è il nocciolo della questione, la questione centrale che dobbiamo affrontare con calma e serenità.

Senza dubbio si riferisce alla violenza genocida dell’impero e del capitale, quella che gli zapatisti chiamano “quarta guerra mondiale” contro i popoli. In primo luogo, credo che questo tipo di analisi siano più adatte rispetto all’uso di aggettivi come “fascista” per rendere conto della complessità del momento attuale. Quando le sinistre usano e abusano di questo concetto, stanno mostrando la loro pigrizia intellettuale, ma d’altra parte vogliono sconfiggere questo “fascismo” anche a prezzo del ritorno dei progressisti al potere. In secondo luogo, questo tipo di analisi ci ricorda la necessità di affermarci nel lungo termine, senza però smettere di resistere al capitalismo e ai poteri forti.

Ciò che stiamo già vivendo e ciò che sta arrivando è così potente, così distruttivo per le persone, che non saremo in grado di fermarlo anche se continuiamo a resistere. Quando l’EZLN dice che resistiamo e lottiamo affinché la bambina che nascerà tra 120 anni abbia la libertà di scegliere, sta mettendo le cose nei loro termini. Il crollo è così distruttivo che il giorno dopo la ricostruzione sarà molto lungo. Infine, la crisi del capitalismo e dell’Occidente ha spazzato via il pensiero critico così come lo conosciamo oggi, un pensiero che langue alla ricerca di scorciatoie, che si ingrazia i padroni dei media, che ama le soluzioni a breve termine e quelle gestite dallo Stato.

Come dice Todd, ciò che sta crollando è una cultura, un sistema di credenze che ci portiamo dietro da almeno due secoli. Poiché la sinistra non riesce a riconoscere di essere parte della crisi sistemica, perché ha perso la capacità di autocritica, è inevitabile che crollerà insieme al sistema. Certamente, le sfide che dobbiamo affrontare sono enormi. Ma le possibilità sono grandi quanto i nostri sogni.


Pubblicato su La Jornada e qui con l’autorizzazione dell’autore (traduzione di Comune). 

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mercoledì 26 marzo 2025

Il capitalismo è l’assassino - Raúl Zibechi

In modo così metodico e completo, quale altro sistema ha dichiarato guerra all’umanità? Quale altro sistema pratica sistematicamente genocidi e stermini di intere porzioni di giovani, donne e bambini? Che ruolo giocano gli Stati e i governi che li amministrano, che non possono e non vogliono fermare la violenza contro i popoli e le persone? È tempo di dare un nome a questo sistema: capitalismo. Dobbiamo capire che la violenza non ha altro obiettivo che l’accumulazione accelerata di capitale. Per fare questo spostano e sterminano quei settori che ostacolano l’arricchimento dell’uno per cento.

Non si tratta di eventi o errori isolati, ma di un disegno che si sta perfezionando negli ultimi decenni e che più recentemente abbiamo visto svolgersi in tutta la sua grandezza, nella vasta geografia che va da Gaza al Messico, come dimostrano i bombardamenti indiscriminati contro scuole e ospedali, come dimostrano i forni crematori di Teuchitlán (Messico).

Osserviamo lo stesso modello con alcune varianti in altre geografie del Medio Oriente, e in modo molto particolare nei territori delle popolazioni indigene e nere, dal Wall Mapu (storico territorio mapuche in Cile) al Chiapas. Nel sud dell’Argentina, i grandi imprenditori bruciano le foreste mentre lo Stato non le spegne, criminalizza il popolo mapuche e sfolla le comunità per trarre profitto dalle loro terre. L’alleanza tra lo Stato, la comunità imprenditoriale e le sue milizie, i media mainstream e la giustizia, è lubrificata dalla presenza dei soldati israeliani in quei territori.

La popolazione attorno alla miniera di Chicomuselo, in Chiapas, è testimone dell’alleanza tra Stato, affari, paramilitari e criminalità organizzata, con l’unico obiettivo di sfollare e controllare la popolazione che ostacola l’espansione del business di distruzione della Madre Terra, per convertire i beni comuni in merci.

Troviamo modi molto simili quando la Polizia Militare brasiliana entra nelle favelas, quando bande narcoparamilitari armate attaccano il popolo Garifuna in Honduras; i corpi repressivi che sparano da elicotteri da combattimento sulle folle mobilitate nella regione andina del Perù, e tanti altri casi impossibili da descrivere in questo spazio.

Non illudiamoci: non si tratta di eccessi o deviazioni specifiche, ma di un vasto progetto di militarizzazione a quattro mani (forze armate e di polizia, giudici, governanti e criminalità organizzata), che sostiene le imprese estrattive. Quando vediamo madri e guerrieri della ricerca usare le proprie mani perché non hanno risorse, ma sono comunque in grado di portare alla luce l’orrore, non possiamo fare a meno di capire che le autorità si sono messe al servizio di questa guerra di esproprio, garantendo l’impunità ai responsabili.

Il dolore e solo il dolore è la fonte della conoscenza. Non possiamo dimenticare quando i genitori degli studenti di Ayotzinapa lanciarono lo slogan “È stato lo Stato”, fatto con il sangue dei loro figli e con torture psicologiche sia per la loro assenza che per il modo in cui furono fatti sparire.

Ora quel dolore ci dice che siamo di fronte a una rete criminale capace delle più grandi atrocità, come ha sottolineato giorni fa il giornalista messicano Jonathan Ávila, del CEPAD (adondevanlosdesaparecidos.org).

Sappiamo che non c’è e non ci sarà la volontà politica di fermare la violenza dall’alto. Quindi la domanda è: cosa dobbiamo fare? Perché i movimenti, le persone e la società nel suo complesso facciano ciò che chi sta al vertice non vuole fare. Perché per fermare la violenza c’è una sola cosa: porre fine a questo sistema capitalista predatorio e genocida che considera gli Adelitas, i Panchos e gli Emilianos (i poveri dal basso) come suoi nemici.

Il primo punto è capire che siamo tutti nel mirino del capitale. Negli anni Settanta, se eri un guerrigliero, uno studente, un operaio o un contadino organizzato che combatteva, venivi fatto sparire. Questa logica è cambiata radicalmente. Ora, il semplice fatto di esistere, respirare e vivere come una persona dal basso verso l’alto ti rende una potenziale vittima. Ecco perché è più che mai necessario gridare: siamo tutti Ayotizinapa. Siamo tutti Gaza. Siamo tutti Teuchitlán.

Il secondo è seguire l’esempio dei ricercatori e dei guerrieri. Organizzarci. Mettiamo il corpo, le mani e il cuore. Uniti, spalla a spalla, per proteggere e salvare i nostri cari, diventando barricate collettive per fermare la barbarie, cioè i barbari. Non esiste altra via, nessuna scorciatoia, nessuna legge, nessun governante proteggerà le nostre vite nel mezzo dello sterminio.

Capisco che si tratta di lezioni molto difficili ed estreme, che implicano il superamento della paura, della solitudine, degli insulti e, cosa ancora peggiore, dell’indifferenza e dei tentativi di trarre profitto politico e materiale dal nostro dolore. Ma dobbiamo essere chiari: non possiamo aspettarci altro che i nostri sforzi collettivi, qui e ora, finché potremo.

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venerdì 28 giugno 2024

L’Occidente in decadenza continua a essere un modello - Raúl Zibechi

 

 

È sempre più evidente: l’Occidente non ha più la completa egemonia, ma nessun altro paese ce l’ha. Il vero problema è che nel mondo non c’è al momento un’alternativa al capitalismo. Il rischio di una terza guerra mondiale è reale. Tra chi non smette di rifiutare quel dominio c’è chi, purtroppo, considera importante l’ascesa della Cina, come se fosse un’alternativa, molti altri restano invece schiacciati sotto un pensiero critico colonialista e non vedono qualcosa di diverso dagli stati-nazione come teatri di cambiamento. Le alternative, scrive Raúl Zibechi, possiamo rintracciarle nei popoli che hanno cominciato a organizzarsi per resistere e creare mondi nuovi. Ma sarà una lunga traversata. “Certamente non è sufficiente per abbattere il sistema capitalista, per questo l’EZLN punta a lavorare da oggi perché in centoventi anni, sette generazioni, le persone che nasceranno potranno scegliere liberamente il proprio futuro. Non esistono scorciatoie istituzionali né partitiche…”

 

 

La profonda opacità del mondo attuale ci impone almeno due compiti permanenti: mettere in dubbio le analisi unilaterali che tendono a semplificare le realtà complesse e, dall’altra parte, consultare fonti diverse, anche contraddittorie tra loro, per offrire almeno un panorama che permetta di dissipare l’oscurità che acceca la nostra capacità di comprensione.

Nel libro La sconfitta dell’Occidente Emmanel Todd afferma che il declino della nostra civiltà è inevitabile. In quest’opera ritiene che il decollo di Europa e Stati Uniti fosse intimamente connesso con l’ascesa del protestantesimo, per il suo approccio all’educazione che ha favorito l’efficienza e la produttività dei lavoratori. Ma la “scomparsa dei valori protestanti”, continua Todd, ha portato al fallimento educativo, al disordine morale e alla fuga dal lavoro produttivo favoriti dalle pratiche religiose.

Lo scrittore libanese Amin Maalouf ha appena pubblicato Il labirinto degli smarriti, in cui avanza altre ipotesi che non collidono con quelle di Todd e che possono essere anzi considerate affini. Sostiene che per cinque secoli “il dominio occidentale e più precisamente dell’Europa, non era in discussione. Chi si opponeva era umiliato e sconfitto. Ora le cose sono cambiate”, conclude (El Diario, 4/6/24). Così come Immanuel Wallerstein, assicura che l’Occidente non ha più la completa egemonia, però nessun altro paese ce l’ha negli ultimi anni. Aggiunge che nessuna potenza ha ancora la capacità di risolvere i conflitti, come quello di Israele contro la Palestina, non riuscendo neanche a impedire che scoppino. Per questo afferma che “l’umanità oggi sta attraversando uno dei periodi più pericolosi della sua storia”. Secondo me uno dei punti più forti delle interviste che ha rilasciato a diversi media in questa settimana è la sua potente affermazione che la decadenza dell’Occidente riguarda tutto il pianeta.

“Il declino occidentale è reale, ma né gli occidentali né i loro numerosi avversari riescono a condurre l’umanità fuori dal labirinto in cui vaga senza meta” (El Confidencial, 3/6/24).

Continua:

“Gli avversari del mondo occidentale non hanno dei reali modelli da proporre. Hanno molte critiche al modello occidentale, sul ruolo svolto dall’Occidente, sul perché l’Occidente prova a prendere le decisioni per il mondo intero. Però non c’è un’alternativa”.

Perciò dice che il naufragio è globale, “dell’insieme di tutte le civiltà”, non solo occidentale. Insieme a Europa e Stati Uniti, ci fa notare che anche la Russia sta seguendo un declino e che già affronta problemi simili a quelli delle altre potenze. Per quanto riguarda la Cina, Maalouf evidenzia che segue anch’essa il modello occidentale: non solo capitalista ma anche neoliberista e di accumulazione per sottrazione.

Il rischio di una terza guerra mondiale è “reale” secondo Maalouf, soprattutto perché le società non vogliono ammettere i pericoli evidenti nel frenetico sviluppo di nuove armi da parte delle grandi potenze.

Nella mia opinione le dure affermazioni di Maalouf sull’assenza di un’alternativa al modello capitalista, sono giuste, e la realtà odierna somiglia ai conflitti interimperialisti che portarono alla Prima Guerra Mondiale nel 1914. È doloroso osservare come movimenti che sono stati rivoluzionari, oggi celebrino l’ascesa della Cina e che alcuni la considerino un paese socialista retto da capi marxisti. Questo fa parte dell’enorme confusione che dilaga nell’ambito dell’emancipazione.

Il secondo problema è il tremendo radicamento del colonialismo all’interno del pensiero critico, che non riesce a vedere oltre gli stati-nazione come teatri di cambiamento e trasformazioni rivoluzionarie. Da un lato gli stati dell’America Latina sono un’evidente eredità coloniale, strutturati in maniera gerarchica e patriarcale e non possono essere modificati né rifondati, come cercano di sostenere alcune correnti progressiste. D’altro canto l’esperienza storica ci dice che le rivoluzioni vincenti che si sono circoscritte alle frontiere degli stati non sono potute andare avanti nelle trasformazioni che desideravano. Dobbiamo trarre alcune conclusioni da più di un secolo di rivoluzioni focalizzate in stati che non potrebbero mai essere democratici né democratizzati. Qualcuno può forse immaginare una qualche forma di democrazia in eserciti e polizia? O nel sistema giudiziario?

Le alternative che Maalouf non trova in Cina né in Russia né in Iran possiamo rintracciarle nei popoli che si sono organizzati per resistere e creare mondi nuovi, in molti angoli del nostro continente. Certamente non è sufficiente per abbattere il sistema capitalista, per questo l’EZLN punta a lavorare da oggi perché in centoventi anni, sette generazioni, le persone che nasceranno potranno scegliere liberamente il proprio futuro.

Non esistono scorciatoie istituzionali né partitiche.


Pubblicato su La Jornada. Traduzione per Comune di Leonora Marzullo

 

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