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venerdì 6 febbraio 2026

Detenere per governare: nei CPR d’Italia si parla già la lingua di Trump - Franz Baraggino

 

Strutture chiuse, opache, normalizzate: i Centri di Permanenza per il Rimpatrio italiani raccontati dal rapporto “CPR d’Italia: istituzioni totali”, non sono un’anomalia nazionale, ma un tassello di un paradigma globale. Lo stesso che ha legittimato le politiche di detenzione e deportazione di Donald Trump, di cui l’ICE rappresenta solo la manifestazione più recente e visibile, e che in Europa prende forma nei nuovi regolamenti del Patto su migrazione e asilo, che estende hotspot e zone di frontiera, introduce deroghe procedurali e limiti alle garanzie, trasformando i confini in spazi di sospensione dei diritti. Luoghi dove l’eccezione diventa regola e il controllo sostituisce la tutela delle persone che da soggetto di diritti sono ridotte a “corpi da contenere”. Come nei Cpr italiani, dove la privazione amministrativa della libertà non è più misura residuale, ma strumento ordinario di governo delle migrazioni e forse non solo di quelle.

Il nuovo rapporto di monitoraggio pubblicato il 21 gennaio è stato realizzato dalle organizzazioni aderenti al Tavolo Asilo e Immigrazione (TAI), a partire dalle visite ispettive in dieci centri nazionali condotte da delegazioni multidisciplinari al seguito di parlamentari e consiglieri regionali. Schede di rilevazione uniformi hanno documentato i Cpr di BariBrindisiCaltanissettaGradiscaMacomerMilanoPalazzo San GervasioRomaTorino e Trapani. Senza dimenticare i casi in cui l’accesso è stato ostacolato o impedito agli accompagnatori medici, legali e agli interpreti. Gianfranco Schiavone, tra i curatori, non usa mezzi termini per definire queste strutture come una ferita aperta nello stato di diritto. Il lavoro di indagine, condotto con un approccio metodologico rigoroso e linee guida chiare che, spiega, “ha permesso di avere un quadro mai così dettagliato sulla situazione all’interno dei centri”, svela una realtà che il potere politico “non vuole che si conosca”, dal degrado dei moduli fatiscenti alle condizioni inaccettabili ormai divenute la norma. Gli elementi raccolti permettono al rapporto di affermare che i Cpr presentano tutte le caratteristiche di una “istituzione totale non riformabile“, intesa come luogo che ha la capacità di assorbire completamente la vita di persone che non sono trattenute perché hanno commesso un reato (è bene ricordarlo), isolandole dal resto della società. Da qui le “fortissime analogie con l’istituzione manicomiale”, commenta Schiavone. Come già per i manicomi, anche l’esistenza dei Cpr è presentata come “necessaria”, ma la realtà dei fatti smentisce sistematicamente questa narrazione: producono solo sofferenza e non raggiungono gli obiettivi dichiarati.

Tanto che si può parlare di paradosso: il sistema costa milioni, ma se la finalità dichiarata è il rimpatrio, nel 2024 solo il 10,4% delle persone colpite da un provvedimento di allontanamento è stato effettivamente rimpatriato tramite i Cpr. Eppure tra il 2018 e il 2024 l’Italia ha speso oltre 110 milioni di euro per questo apparato, includendo costi esorbitanti per il personale delle forze dell’ordine nei centri più remoti, come Macomer, dove questi costi superano quelli della gestione stessa della struttura. Inefficienza che, per Schiavone, non è un incidente ma un elemento strutturale, perché stando ai risultati “i Cpr non sono affatto orientati all’allontanamento delle persone”. Anzi, “l’inutilità è insita all’interno del sistema di violenza”. E allora qual è il senso? Riprendendo le parole di Fabrizio Coresi, esperto di migrazione per ActionAid che pure ha collaborato al nuovo rapporto, “la detenzione in sé: assimilare le persone a criminali così che l’opinione pubblica si senta legittimata a considerarli invasori, concorrenti nella crisi economica. E questo disciplina i cittadini perché ci distrae da altre questioni”. Insomma, più che a rimpatriare loro, questi centri servono a controllare noi”. Ma il noi non deve sapere troppo. Oltre i muri e il filo spinato, la vita è ridotta all’essenziale biologico, spesso in celle prive di arredi, con letti in cemento. Quello dei detenuti è un “tempo vuoto” sul quale non hanno alcun controllo, nemmeno se si tratta della salute.

Ci sono poi le testimonianze, letteralmente urla nel silenzio. Ayman, rimpatriato d’urgenza dopo aver denunciato le condizioni del centro con un video, racconta di teste spaccate dagli agenti perché si chiedeva assistenza medica. Hafed descrive il centro come una Guantanamo dove da animale domestico lo hanno trasformato in un lupo. E poi Hassan, lasciato con le gambe fratturate senza cure, o Wissem Ben Abdelatif, morto dopo essere stato legato per cento ore in un “reparto psichiatrico”. Prima di morire, implorava: “Ho bisogno di un avvocato datemi un avvocato”. Casi isolati? La violenza si manifesta nell’assenza di informativa legale che aliena e viola le norme Ue: a Caltanissetta, dove “al momento dell’accesso al CPR non viene fornito alcun tipo di informativa”, le affermazioni dei gestori sulla consegna di documenti sono state “smentite dai trattenuti”, mentre a Trapani la mancata consegna è stata giustificata con il “rischio che i fogli di carta possano essere bruciati”. È costante che i trattenuti “lamentino di non sapere perché si trovano lì“, e “molti hanno dichiarato di essere stati “invitati a firmare qualcosa che non hanno compreso” durante informative orali svolte troppo in fretta”. Quanto alla difesa legale, in centri come Gradisca d’Isonzo e Palazzo San Gervasio, i trattenuti hanno riferito di “ricevere un foglio già compilato per la nomina” dell’avvocato. E così per il diritto alla comunicazione, descritto come una “concessione regolata dall’organizzazione interna” anziché un diritto effettivo, mentre il telefono personale viene ritirato all’ingresso. E’ scritto nel rapporto: “Un trattenuto riportava disperato di non poter vedere sua figlia di cinque anni che non riesce a capire dove si trovi il padre”. A Gradisca d’Isonzo il rapporto segnala che, nella fase iniziale del trattenimento, l’accesso alla comunicazione può essere precluso fino alla convalida del trattenimento.

C’è infine l’uso massiccio di psicofarmaci per anestetizzare e spegnere il disagio che nasce dalle condizioni che annientano le persone. In molti centri, la somministrazione di ansiolitici e antipsicotici avviene anche senza controllo psichiatrico, come emerso dai monitoraggi tecnici. Un quadro che, denuncia il TAI, si aggrava con l’evoluzione normativa europea, dove il nuovo Patto trasforma le diverse forme di confinamento in infrastruttura ordinaria delle politiche migratorie. Una zona grigia di sospensione dei diritti in un modello di gestione privatizzato che affida la vita di migliaia di persone a pochi gestori privati in regime di oligopolio. Schiavone avverte come la stessa resistenza prefettizia all’accesso dei collaboratori tecnici nei Cpr nasca dalla “paura che si possa veramente vedere all’interno e avere appunto dati scientifici inequivocabili sui quali fondare dei ragionamenti da contrapporre a vuoti slogan”. Forse perché è ormai chiaro ai più, e guai se non lo fosse dopo venticinque anni di “sperimentazione“, che lo stato di diritto non può che fermarsi sull’uscio di questi luoghi, intrinsecamente non riformabili. “Questo rapporto spiega le ragioni per cui il miglioramento non è possibile, ma è possibile soltanto una un cambiamento profondo, così come è avvenuto con con l’Istituto Manicomiale”, conclude Schiavone. E allora “senza contraddizione alcuna con l’intenzione di migliorarli, l’unica possibilità reale è la loro chiusura”. A questo servono analisi e rapporti come questo, a evitare che si normalizzi l’orrore nell’attesa che vengano aboliti.

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giovedì 27 novembre 2025

Perché l’espulsione dell’Imam di Torino per le parole contro il genocidio a Gaza non è un caso isolato - Dalia Ismail


Questo non è sicurezza: è razzializzazione del dissenso. È un avvertimento politico a un’intera comunità: il diritto di parola non vale uguale per tutti

Mohamed Shahin, imam della moschea Omar Ibn Al Khattab di via Saluzzo a Torino, è stato prelevato e trasferito in un Centro di permanenza per il rimpatrio. Il provvedimento arriva settimane dopo le sue parole pronunciate durante una manifestazione pro Palestina del 9 ottobre, quando aveva definito l’attacco del 7 ottobre 2023 come una reazione ad anni di occupazione. Una dichiarazione che rientra nel campo della libertà di espressione politica – piaccia o no – è bastata per trasformarlo nel bersaglio di un’operazione mediatica e istituzionale culminata nella revoca del suo permesso di soggiorno di lungo periodo e in un ordine di espulsione.

Shahin vive in Italia da oltre vent’anni. È egiziano e, in quanto oppositore del regime di Al-Sisi, sarebbe in pericolo reale e immediato se rimandato in Egitto. Nonostante questo, e nonostante abbia presentato una nuova domanda di asilo tramite il modello C3 – che per legge sospende ogni espulsione fino alla decisione della Commissione – la magistratura ha comunque convalidato il rimpatrio, aggirando una procedura che normalmente tutela chi chiede protezione internazionale. Un atto punitivo insomma.

Come ricorda il movimento Torino per Gaza, Shahin paga una sola colpa: essersi esposto pubblicamente, e senza pause, denunciando il genocidio in corso a Gaza e sostenendo la causa palestinese. Una posizione politica e morale trasformata in motivo di espulsione. Un uomo musulmano che prende parola sulla Palestina è trattato come un problema di sicurezza, non come un soggetto avente diritto alla libertà di espressione, garantito a chiunque altro.

E questo caso non è affatto isolato. Negli ultimi due anni è emersa una tendenza sistematica: uomini arabi, musulmani e palestinesi vengono sorvegliati, puniti e criminalizzati in modo sproporzionato rispetto ai fatti contestati. Il trattamento riservato ad Ahmad Salem, 24 anni, ne è un esempio lampante. Arrivato in Italia per chiedere protezione internazionale, è finito nella sezione di alta sicurezza del carcere di Rossano Calabro. Durante la procedura di asilo gli è stato sequestrato il telefono e parti di suoi interventi pubblici – slogan, appelli alla mobilitazione civile per la Palestina, contenuti politici – sono stati etichettati come “terrorismo”. Frammenti decontestualizzati sono bastati per trasformare l’espressione del dissenso palestinese in un reato. Il tutto mentre tre giovani palestinesi – Anan Yaeesh, Ali Irar e Mansour Doghmosh – sono accusati di “terrorismo” sulla base del volere di Israele, con Yaeesh ancora detenuto da oltre un anno. Anche qui emerge lo stesso schema: presunzione di colpevolezza, sovrastima del rischio, accettazione acritica delle narrative israeliane e criminalizzazione automatica del profilo palestinese.

A questo si aggiunge quanto accaduto a Mohammad Hannoun, presidente dell’Associazione Palestinesi in Italia. Fermato all’aeroporto di Linate, è stato denunciato per “istigazione alla violenza” e colpito da un foglio di via che gli vieta di entrare a Milano per un anno. Provvedimento già applicato in passato, sempre in correlazione alla sua attività pubblica in solidarietà al popolo palestinese. Hannoun definisce l’operazione “un atto di aggressione”: “Mi dispiace di questo atto di aggressione nei miei confronti, mentre il nostro governo è complice diretto del genocidio a Gaza, dove fornisce armi per sterminare i gazawi. (…) All’uscita dell’aeromobile gli agenti della polizia mi hanno identificato e mi hanno portato in ufficio a Linate per darmi due notifiche. La prima era l’allontanamento dalla città per un anno, l’altra una denuncia per istigazione alla violenza”.

Anche qui si ripete lo stesso schema: l’attivismo palestinese e musulmano viene decontes­tualizzato, punito e represso con l’espulsione fisica dal territorio, con l’isolamento; ogni parola è un potenziale reato, ogni presenza pubblica trattata come un problema di sicurezza nazionale. Non è un caso: è parte di una strategia che colpisce sempre gli stessi corpi, gli stessi accenti, le stesse identità.

Un’ulteriore conferma arriva dal caso dell’imam di Bologna Zulfiqar Khan, allontanato dall’Italia l’anno scorso attraverso un decreto immediato del Ministero dell’Interno basato su una selezione di sermoni, frasi e contenuti religiosi interpretati come indicatori di pericolosità. Un uomo residente in Italia da decenni, privato del permesso di soggiorno ed espulso senza garanzie adeguate e senza un vero processo. Anche qui, un dissenso o un linguaggio religioso che non piace è stato sufficiente per attivare la macchina dell’espulsione.

Mettendo insieme questi casi, emerge una dinamica chiara: quando il soggetto è un uomo musulmano o palestinese che denuncia il genocidio di Gaza o critica la politica occidentale in Medio Oriente, lo Stato interviene con misure eccezionali ed eccessive – fogli di via, espulsioni, revoche del permesso di soggiorno – accuse sproporzionate e criminalizzazione delle opinioni. È una strategia che colpisce sempre le stesse identità, incoraggiata da un clima politico che normalizza l’idea islamofobica del musulmano “pericoloso” e “radicale”.

Questo non è sicurezza: è razzializzazione del dissenso. È islamofobia istituzionale normalizzata. È un avvertimento politico a un’intera comunità: il diritto di parola non vale uguale per tutti. E chi parla contro un genocidio, soprattutto se coinvolto direttamente, rischia, in questo Paese, di essere trattato come se fosse lui il pericolo.

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venerdì 17 maggio 2024

Provvedimento d’espulsione per Seif Bensouibat, educatore e rifugiato politico

 

Riceviamo dall’avvocato Flavio Rossi Albertini l’oggetto di una interrogazione scritta inviata giovedì 16 maggio 2024 al Ministro della Giustizia e al Ministro dell’Interno:

“Premesso che:

l’interrogante ha appreso che il cittadino algerino Seif Bensouibat, rifugiato politico in Italia dal 6 dicembre 2013, educatore apprezzato da numerosi anni del liceo francese Chateaubriand, laico, incensurato e privo di carichi pendenti, in data odierna, 16 maggio 2024 a seguito dell’ingresso nella sua abitazione di numerosi agenti di polizia ha ricevuto la notifica di un provvedimento di revoca dello status di rifugiato e la sua espulsione dal territorio nazionale perché ritenuto persona pericolosa per la sicurezza dello stato italiano con conseguente trattenimento in un CPR;
quanto accaduto deve ricondursi all’episodio già segnalato con interrogazione del mese di gennaio u.s. dallo stesso interrogante, che ha condotto all’apertura di un procedimento disciplinare nei confronti dell’uomo;

in particolare, a seguito della visione quotidiana dei filmati provenienti dalla striscia di Gaza, scioccato per il numero di civili inermi uccisi dalle bombe israeliane e dalle tragiche immagini dei bambini mutilati, Bensouibat ha scritto alcuni post rabbiosi, carichi di risentimento per la potenza coloniale israeliana e noi confronti dei suoi alleati paesi occidentali. Detti post sono stati pubblicati su una chat chiusa alla quale partecipavano amici e colleghi dello stesso, mai su facebook e/o su siti aperti;
in conseguenza di tali esternazioni giunte a conoscenza dell’Istituto francese e prontamente da questo comunicate alla Digos, l’uomo è stato dapprima sottoposto a perquisizione domiciliare alla ricerca di armi ed esplosivi, e successivamente, a distanza di pochi giorni, convocato in Questura e informato dell’avvio a suo carico di una indagine penale e del procedimento di revoca dello status di rifugiato con relativa convocazione innanzi alla Commissione Territoriale per l’1 febbraio u.s.;
dopo oltre due mesi in totale libertà, nel corso dei quali ha proseguito a svolgere le sue ordinarie mansioni, tranne quella lavorativa – essendo stato nel frattempo licenziato dal Liceo francese in esito al citato procedimento disciplinare – come anticipato, nella giornata odierna in seguito alla notifica del provvedimento di revoca è stato condotto da una squadra di agenti verso un CPR non meglio identificato;
il provvedimento motiva la pericolosità dell’uomo connettendo il contenuto dei post al terrorismo religioso di matrice Jihadista, e in particolare con il fenomeno dei c.d. lupi solitari, evidentemente ritenendo che i moti di sdegno, anche scomposti, urlati e rabbiosi per quanto avviene in terra palestinese possano essere ricondotti all’Isis e alla propaganda religiosa.

Tutto ciò premesso,

Si chiede di sapere dai ministri interrogati ciascuno per quanto di propria competenza:
in quale CPR Seif Bensouibat sia stato condotto;

se non ritengano il provvedimento del tutto abnorme rispetto ai fatti contestati;

se non ritengano il provvedimento citato emanato in violazione del diritto fondamentale alla libertà di manifestazione del pensiero dell’uomo”

Ad integrazione di ciò, per completezza riportiamo che in seguito si è appreso che, oggi verso le ore 13,  la polizia è entrata in casa di Seif Bensouibat. Lo hanno prelevato, portato all’ufficio immigrazione di via Patini e da qui trasferito nel CPR (Centro Permanenza e Rimpatrio) di Ponte Galeria,  la notizia è stata comunicata nella serata di ieri al suo avvocato che per tutto il giorno ha cercato di mettersi in contatto con lui. Si preparano ad espellerlo.

Luigi Manconi, ex presidente della Commissione parlamentare per la tutela dei diritti umani, sull’accaduto ha commentato: «È una decisione inaudita. Seif ha vissuto oltre dieci anni in Italia, rispettando sempre le leggi e integrandosi nel nostro sistema di relazioni sociali – ha dichiarato Manconi -. Adesso viene espulso dall’Italia per aver inneggiato ad Hamas. Il suo è configurabile al più come un reato di opinione, che ricorre ad affermazioni per me totalmente inaccettabili ma che sono una manifestazione, sia pure estrema, della libertà di espressione, costituzionalmente garantita».

L’avvocato Rossi Albertini ha chiesto formalmente la revoca del provvedimento della commissione territoriale, affinché a Seif venga restituito il diritto di restare in Italia e anzitutto di poter tornare a casa, a Roma.

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lunedì 4 dicembre 2023

Milano: la vergogna del Cpr di via Corelli. Niente cure e cibo scaduto - Roberto Maggioni

 

L’ispezione della Guardia di finanza al cpr di via Corelli a Milano nell’ambito dell’indagine per frode in pubblica fornitura. Sotto accusa la società salernitana La Martinina srl che gestisce il centro per conto della Prefettura di Milano e del ministero dell’Interno. L’inchiesta della Procura di Milano parte anche dalle segnalazioni dell’ex senatore De Falco che fece due ispezioni: «Il gestore del centro ha tutto l’interesse a trattenere il maggior numero di persone perché è pagato per quello. Se nessuno controlla può succedere qualsiasi cosa, e infatti succede»

Ora si accende anche il faro della Procura sul Cpr di via Corelli a Milano. A far scattare l’indagine dei magistrati hanno contribuito le innumerevoli denunce pubbliche fatte in questi anni da attivisti antirazzisti, giornalisti e alcuni politici.

Nelle carte infatti c’è tutto il corollario di cose dette in questi anni da coloro che si sono occupati dei centri di permanenza per il rimpatrio: trattamenti disumani, cibo scadente, abuso di farmaci, impossibilità di comunicare con l’esterno, assistenza sanitaria negata. I Cpr sono questo e ora su quello di Milano c’è anche la parola dei magistrati.

NELL’INCHIESTA VIENE citata la visita effettuata dall’associazione Naga e dalla rete Mai Più Lager-No ai Cpr il 2 marzo 2023 e l’ispezione del 29 maggio 2022 dell’ex senatore del M5S Gregorio de Falco.

L’indagine è dei pm Giovanna Cavalleri e Paolo Storari che ieri mattina hanno mandato i militari della Guardia di finanza a perquisire il centro. L’ipotesi di reato è frode in pubbliche forniture e turbativa d’asta nei confronti degli amministratore della società La Martinina srl che gestisce il Cpr per conto della Prefettura di Milano e del ministero dell’Interno. A ottobre 2022 la società aveva vinto la gara d’appalto da 4,4 milioni di euro per gestire il centro per un anno dopo alcuni passaggi societari sui cui i magistrati vogliono fare chiarezza.

A settembre 2021 il bando era stato vinto dalla Engel Italia di Salerno, il 10 ottobre 2022 era passato alla Martinina di Pontecagnano, sempre con sede a Salerno. A novembre 2022 la Engel Italia finiva in concordato e si fondeva nella Martinina srl. Le quote delle due società fanno capo alla stessa persona, Paola Cianciulli, moglie del gestore del Cpr milanese Alessandro Forlenza, figlio dell’amministratrice della Martinina srl Consiglia Caruso.

Dall’indagine emerge che la società vincitrice del bando aveva promesso di tutto per aggiudicarsi l’appalto: dal cibo biologico ai mediatori culturali, dall’assistenza sanitaria di qualità alle attività religiose, sociali e ricreative. E invece nulla di tutto ciò è stato fatto. Nell’assenza di controlli e di occhi indipendenti, in quei luoghi di segregazione può avvenire di tutto. E avviene.

Da oggi però sappiamo che, almeno qui a Milano, le denunce pubbliche fatte da attivisti, associazioni e da quei pochi parlamentari che ispezionano i centri non sono cadute nel vuoto.

SCRIVONO I PM che «il presidio sanitario con medici e infermieri era assolutamente inadeguato», mancavano medicinali e visite di idoneità alla vita nel centro per chi aveva «epilessia, epatite, tumore al cervello» e altre gravi patologie. Il supporto psicologico e psichiatrico era «largamente insufficiente e fornito da personale che non conosceva la lingua» degli immigrati trattenuti. Le camere erano «sporche», i bagni «in condizioni vergognose», il cibo «maleodorante, avariato e scaduto».

La Martinina srl avrebbe anche prodotto documenti «contraffatti». Dagli esponenti della maggioranza di governo, che vorrebbe moltiplicare e esternalizzare oltre i confini nazionali i Cpr, non sono arrivati commenti.

SI DIRÀ CHE QUESTI gestori di via Corelli sono delle mele marce e si proverà a difendere l’indifendibile. Dal centrosinistra in tanti hanno chiesto la chiusura del centro o la riconversione in struttura d’accoglienza, dal Pd, all’Alleanza Verdi Sinistra, a Rifondazione Comunista, al Patto Civico lombardo.

«Da tempo chiedo la chiusura del Cpr di via Corelli, come peraltro ha fatto mesi fa il consiglio comunale di Milano» ha commentato il responsabile nazionale del Pd per le politiche migratorie Pierfrancesco Majorino.

Quando era assessore al welfare a Milano Majorino era riuscito a convincere l’allora governo a convertire il Cpr in centro d’accoglienza. Per gli attivisti e le associazioni che si oppongono ai Cpr il problema è politico e riguarda tutte le strutture aperte in Italia.

Dice Riccardo Tromba del Naga: «Ci aspettiamo che i magistrati abbiano trovato quello che denunciamo da tempo, in quel centro non c’era nulla di quanto promesso dal gestore. Noi ci opponiamo da sempre al trattenimento dei migranti, dal 1998 quando li istituì un governo di centrosinistra».

Per la rete Mai Più Lager-No ai Cpr «la situazione di Corelli non è isolata, questo tipo di controlli andrebbero fatti a tappeto in tutti i centri che purtroppo sono ancora aperti in Italia. Le responsabilità vanno ricercate a tutti i livelli, quindi non solo nei disservizi causati dagli inadempimenti dei gestori, ma anche nelle prefetture che selezionano i candidati vittoriosi dei bandi e dovrebbero monitorarne l’attività, come anche in chi, sapendo e vedendo, tace».

RESPINGE LE ACCUSE la Prefettura di Milano: «Nei mesi scorsi erano emerse criticità gestionali, era quindi stato avviato a carico dell’ente gestore un procedimento amministrativo ed era stata informata la Procura».

De Falco: «Nel cpr vidi il degrado, colpa della gestione privata e dello Stato che nasconde»

Gregorio De Falco, quando è stato senatore del M5S nel Cpr di via Corelli ha fatto due ispezioni. L’inchiesta della Procura di Milano parte anche dalle sue segnalazioni, cos’ha pensato questa mattina?

Finalmente. Perché fin dall’esito della prima ispezione, quella del 5-6 giugno 2021, avendo fatto un esposto alla Procura della Repubblica mi aspettavo che qualcosa succedesse. Poi c’è stata la seconda ispezione, quella del 29 maggio 2022. Era chiara la condizione di assoluto abbandono nella quale vivevano e vivono tutt’ora le persone trattenute all’interno e mi aspettavo che qualcuno avviasse indagini. Oggi quindi dico: finalmente la giustizia si muove.

Qual era l’obbiettivo delle sue ispezioni?

Era quello di verificare le condizioni di vita dei trattenuti e quindi se lo Stato, attraverso le sue funzioni amministrative come la Prefettura, esercitasse il trattenimento con criteri minimi di dignità e umanità. Quello che abbiamo visto è stata invece una condizione diffusa di degrado. Le persone vengono trattenute in modo brutale perché senza aver commesso reati sono costrette a stare in un centro equivalente al carcere, ma a differenza dei carcerati a loro non è concesso il diritto di difesa, non possono fare nulla. Spesso le visite mediche sono fatte da operatori pagati dalle società di gestione, non va bene. Il gestore del centro ha tutto l’interesse a trattenere il maggior numero di persone perché è pagato per quello. Se nessuno controlla può succedere qualsiasi cosa, e infatti succede. Dal cibo avariato, all’abuso di farmaci, all’impedimento a comunicare con l’esterno. E lo Stato tiene nascosto tutto ciò.

Il controllo del lavoro delle società che vincono gli appalti di gestione dei Cpr spetterebbe al ministero dell’Interno e alle prefetture. Avviene?

Guardi, in quegli anni ho fatto interrogazioni parlamentari all’allora ministra dell’Interno Luciana Lamorgese e le risposte che ho avuto sono sempre state sconfortanti. Una volta avevo chiesto di entrare nel Cpr di Roma insieme a una mia collaboratrice. All’epoca il prefetto di Roma era Matteo Piantedosi. Bene, mi fu negato il permesso perché Piantedosi aveva fatto fare delle indagini sulla mia collaboratrice e non risultava essere la mia assistente legislativa parlamentare. Ma io avevo chiesto proprio a lei di accompagnarmi perché era una persona che parlava l’arabo e si occupava di immigrazione. E invece no, Piantedosi impiegò il suo tempo per fare indagini sulla mia collaboratrice e negarmi l’ingresso al Cpr.

Oggi Piantedosi è ministro dell’Interno di un governo che i Cpr li vuole moltiplicare, persino fuori dai confini nazionali…

Moltiplicare ed esternalizzare. Con l’idea di costruire Cpr fuori dal territorio nazionale vogliono evitare che i parlamentari possano esercitare la loro funzione di controllo su queste strutture. È gravissimo, ma penso che il piano del governo sia fallimentare perché ancora c’è una Costituzione che anche loro devono rispettare. Il livello di civiltà non può tornare indietro.

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mercoledì 2 agosto 2023

La storia di Mustapha Fannan


di S.J. (*)

Ho recentemente assistito a un incontro in tema di diritti umani dove si diceva che nel nostro Paese “alcune vite sono sacrificabili”. Questa espressione mi ha colpito molto e trovo che si addica perfettamente alla storia di Mustapha Fannan.
Di nazionalità marocchina, Mustapha, detto Musty, è giunto in Italia giovanissimo a soli 23 anni con una valigia piena di sogni. Affinché potesse giungere qui regolarmente la famiglia ha dovuto contrarre un debito di 6000 euro.
La prospettiva di arrivare in Europa, lavorare, realizzare le proprie speranze, prima fra tutte quella di garantire la sicurezza economica dei genitori, una necessità che da noi sembra ormai di lontana memoria ma che in Marocco rimane invece ancora attuale.
Poi realizzare le ambizioni che hanno un po’ tutti come quella di sposarsi, avere dei figli, magari comprarsi una casa.

Nulla lasciava presagire che questo sogno si sarebbe potuto trasformare in un vero e proprio incubo. L’incubo di una malattia per certi versi non ancora riconosciuta come tale o quanto meno che non ha stessa dignità delle altre ma anzi genera paura, stigma, scherno, specialmente quando sei straniero “senza documenti” e non hai un familiare che si interessi delle tue sorti: il disagio psichico.
Possiamo dire che il motivo che ha portato a un vero e proprio accanimento nei confronti di questo sfortunato ragazzo sia stato proprio il suo disagio. Le sue urla disperate, il suo intossicarsi di alcool alla ricerca di una cura per la sua anima e la sua solitudine. 
L’incomprensione.
Numerosi sono i post reperibili in rete dove alcuni residenti del quartiere di Torpignattara si lamentavano di Musty sostenendo che disturbava, che molestava, sporcava e contribuiva al degrado del quartiere. Addirittura c’era chi proponeva di risolvere il problema “liquidandolo”, da soli o in gruppo, armati o a mani nude.
Ecco i sani contro i malati. I puliti contro gli sporchi, i decorosi contro gli indecorosi.

Normalmente una situazione del genere avrebbe determinato l’attivazione di un intervento socio-sanitario, quantomeno l’invio di un mediatore culturale. Ma non è avvenuto nel caso di Musty. Per lui si è provveduto in maniera più spiccia e meno complessa: un decreto di espulsione e il trattenimento in C.P.R.
Metodo applicato più volte. Ormai era diventata una vera e propria consuetudine e con una puntuale cadenza di 6 mesi circa si verificava l’arresto e il susseguente trattenimento in CPR (solo tra il 2019 e il 2022 ne ha subiti ben 4).

Non sappiamo esattamente come ha fatto il povero Mustafà ad essere ogni volta considerato idoneo, soprattutto dal punto di vista psichico, al trattenimento in questi centri. Sembra che purtroppo le visite di idoneità non siano poi così approfondite.
Fatto sta che lo scopo del trattenimento – il rimpatrio – per lui non si è mai realizzato. Una volta rilasciato pertanto tornava subito per le strade di Torpignattara dove comunque trovava una fitta rete di supporto, tra le proteste e il malcontento di “quelli del decoro”.
È molto difficile per noi capire cosa possa aver provato la mamma di questo ragazzo, sapendolo solo e in difficoltà in un paese lontano, un Paese tanto agognato, un simbolo di sviluppo e benessere. Deve essersi detta “qualcuno aiuterà il mio bambino, qualcuno lo aiuterà a stare bene, è in Europa, ha realizzato un sogno”.

In qualche modo se l’è sempre cavata Musty, fino a Settembre 2022, quando è stato sottoposto a un ulteriore trattenimento in CPR.
Allo scadere dei tre mesi però questa volta non era più lui. Non era il solito giocherellone che corre di qua e di là, fa le capriole, invoca Allah. Appariva spento e spossato, soprattutto gonfio. Era gonfio in viso e alle caviglie e qualcuno temeva non sarebbe arrivato neanche a Natale. Ed è stato proprio così. Musty ha trovato la morte il 19 Dicembre 2022 poco prima di compiere 39 anni.
Cosa ha subito? Un trattamento farmacologico troppo forte? Una negligenza rispetto al peggiorare delle sue condizioni di salute? Magari una malattia pregressa che la detenzione ha esacerbato?

Ricordiamo che per autorizzare il trattenimento di una persona in un CPR, questa ne deve essere ritenuta idonea sia rispetto alla sua salute fisica che psicologica. È incompatibile con la detenzione la condizione di salute di chi, a causa della permanenza nei centri di detenzione, rischia l’aggravamento di condizioni patologiche pregresse o sorte durante la detenzione stessa. (Fonte ASGI)
Dopo la sua morte, numerose inchieste giornalistiche hanno rivelato le condizioni durissime di vita a cui sono sottoposti gli “ospiti” in attesa di espulsione, in particolare l’uso sistematico, spesso eccessivo e immotivato, di sedativi finalizzati non tanto alla tutela della salute dell’ospite quanto a una maggiore facilità di gestione del centro stesso.

Il Paese dei sogni è diventato per Musty una tomba gelida e senza pietà, senza il minimo scrupolo ad attuare contro di lui qualsiasi misura repressiva a disposizione: espulsione, arresti, carcere, CPR, divieto di dimora.
Sulla morte di Mustapha Fannan si è aperta una indagine presso la Procura di Roma. Auspichiamo che venga fatta luce sulla sua vicenda che possa portare, per quanto possibile, chiarezza e conforto ai suoi famigliari in Marocco.
Nel frattempo per il quartiere di Torpignattara continua un inesorabile tormento: gli abitanti invasi dalla spazzatura, blatte e topi, afflitti da disagi di ogni tipo non si arrendono e hanno affidato a una avvocata la risoluzione dei molteplici disservizi.

(*) Tratto da Melitea.


Le foto:

Mustapha Fannan (Musty per gli amici di Tor Pignattara).
Musty, quasi irriconoscibile, poco prima di morire dopo l’ultimo rilascio dal CPR di Roma.


da qui

lunedì 19 giugno 2023

Altreconomia fa il punto sui CPR

 

Ors, Ekene, Engel, Badia Grande: le “regine” dell’affare milionario dei Cpr - Luca Rondi

 

Un nuovo rapporto Coalizione italiana libertà e diritti (Cild) pubblicato a inizio giugno approfondisce, dati alla mano, i guadagni e la gestione problematica da parte di cooperative e multinazionali dei Centri per il rimpatrio attivi in Italia. Una “partita” da oltre 56 milioni di euro tra 2021 e 2023 in cui a perderci sono “solo” i reclusi

L'Affare Cpr è il nuovo report della Coalizione italiana libertà e diritti civili, pubblicato a inizio giugno 2023

 

Per il triennio 2021-2023 il ministero dell’Interno ha messo a bando 56 milioni di euro per la gestione dei dieci Centri di permanenza per il rimpatrio attivi nel nostro Paese, luoghi dove vengono recluse le persone “irregolari” in attesa di espulsione. La gestione (o meglio, la malagestione) di queste strutture è nelle mani di diversi soggetti: dalle multinazionali Gepsa e Ors alle società come Engel srl alle cooperative come Edeco-Ekene e Badia Grande come ha ricostruito in dettaglio la Coalizione italiana libertà e diritti (Cild) nel nuovo rapporto “L’Affare Cpr, il profitto sulla pelle delle persone migranti”, pubblicato a inizio giugno 2023. E che sottolinea come sempre più spesso si verifichino due tendenze: da un lato la “minimizzazione dei costi da parte del pubblico”, quindi il ministero dell’Interno tramite gli uffici territoriali, dall’altro la “massimizzazione dei profitti da parte dei privati” che si traduce negli scadenti servizi offerti ai trattenuti. “L’affidamento ai privati comporta il rischio di ‘diluire’ le responsabilità delle autorità pubbliche -si legge nel report– consentendo ai privati di speculare sulla pelle delle persone detenute”.

Dati di bilancio, bandi di gara, contratti di aggiudicazione e inchieste giudiziarie alla mano i sei autori del rapporto (Marika Ikonomu, Alessandro Leone, Simone Manda, Federica Borlizzi, Eleonora Costa e Oiza Q. Obasuyi) tratteggiano il “mostruoso stato di eccezione” che caratterizza la vita di reclusione all’interno dei Cpr e ricostruiscono gli affari delle società e delle multinazionali che gestiscono queste strutture in Italia. Già, perché al fianco delle cooperative (stabilmente coinvolte dal 2011 in avanti) solo negli ultimi dieci anni hanno cominciato a inserirsi sul mercato anche grandi realtà del mondo profit attratte dalla “filiera molto remunerativa” del trattenimento dei migranti. Una filiera in cui i bandi delle prefetture vengono quasi sempre vinti dai privati con offerte al ribasso proprio per massimizzare il profitto. Solo in pochi caso gli importi finali sono stati dichiarati alla Cild: i 56milioni di euro stimati su tre anni (iva esclusa) sono quindi una cifra indicativa, perché conteggiano le cifre indicate in base d’asta delle gare d’appalto, ma non quelle di aggiudicazione. In ogni caso, a questi costi vanno sommati quelli del personale di polizia e quelli relativi alla manutenzione delle strutture.

Una delle principali protagoniste del settore è Organisation for refugees services (Ors), società con sede in Svizzera a Zurigo, che sul proprio sito internet si presenta come “leader nei settori dell’accoglienza e della detenzione amministrativa dei migranti in tutta Europa” da oltre trent’anni. Un colosso con più di 1.400 dipendenti che nel 2021 gestiva oltre cento strutture tra Svizzera, Austria, Germania e appunto Italia. L’ingresso nel mercato del nostro Paese è avvenuto con dinamiche “particolari”: Ors Italia, società a responsabilità limitata interamente controllata dalla casa madre elvetica, risulta iscritta nel registro delle imprese dal 25 luglio 2018, meno di due mesi dopo l’insediamento del Governo Conte I con Matteo Salvini al ministero dell’Interno. Ma l’azienda da avvio alla propria attività economica, si legge nel report, solo a gennaio 2020: un inizio “prodigioso” perché Ors Italia riesce ad aggiudicarsi la commessa da oltre 572mila euro per la gestione del Cpr di Macomer, in Sardegna, nel dicembre 2019, quando era ancora inattiva.

Un dettaglio che non sfugge né ad Erasmo Palazzotto, che in un’interrogazione parlamentare presentata a metà maggio 2020 chiede al ministero dell’Interno come sia possibile che una società senza alcuna concreta esperienza sia ritenuta idonea alla gestione del centro; né al Tar del Friuli-Venezia Giulia. Già, perché l’attenzione di Ors Italia, un mese dopo essersi aggiudicata il bando per il Cpr sardo, si concentra su Trieste dove la neonata società vince anche quella indetta dalla prefettura per “Casa Malala”, un centro di accoglienza chi arriva dalla rotta balcanica, con un ribasso del 14% (pari a 788mila euro) sulla base d’asta. Il Consorzio italiano rifugiati (Ics), secondo in graduatorio non ci sta e presenta ricorso: il 17 dicembre 2020 è il Tribunale amministrativo regionale a escludere dalla gara Ors Italia sottolineando come “lo stato di inattività di un’impresa sia preclusivo alla possibilità di concorrere a una gara per l’aggiudicazione di un pubblico appalto”. A Macomer, però, nulla cambia: in un cortocircuito per cui un tribunale dichiara che una società non è idonea a gestire una struttura mentre, in un’altra Regione, questa può continuare a svolgere il proprio lavoro.

Gli affari di Ors Italia non si fermano alla Sardegna. In meno di due anni la società si aggiudica la gestione di due strutture di accoglienza a Bologna (settembre 2021) e Milano (ottobre 2021) cui seguono il Cpr di Ponte Galeria a Roma (dicembre 2021) e quello di Torino (febbraio 2022). Gli affari girano, insomma, anche grazie all’attività di lobby svolta dalla società di consulenza” Teleos analisi e strategie”, con cui l’azienda elvetica ha siglato un accordo nel 2020. “Non c’è niente di illegale in tutto questo -si legge nel report– ma è interessante notare come Ors sia l’unica tra le cooperative e società multinazionali che hanno gestito o gestiscono un Cpr ad avere consulenti che rappresentano i suoi interessi alla Camera dei deputati”.

Il tratto comune della gestione di Ors, da Nord a Sud, dai Cas al Cpr è il massimo ribasso nei servizi per vincere, a qualunque costo, i bandi di assegnazione. Basti pensare che per “Casa Malala” aveva proposto tre pasti al giorno a meno di cinque euro pro-capite. “Non appare difficile immaginare -scrivono i ricercatori di Cild- come questa corsa al ribasso possa incidere sui diritti delle persone accolte o trattenute nei centri gestiti da Ors”. Intanto, la casa madre ha fatto il “salto”: nel settembre 2022 è stata acquisita da Serco Group plc, gruppo britannico che offre numerosi servizi tra cui il “trasporto e controllo della circolazione stradale in aree pubbliche e private, aviazione, contratti militari e armi nucleari, gestioni di centri di detenzione e prigioni”.

Dal settore turistico al business dell’accoglienza e del trattenimento dei migranti. È questa la parabola seguita invece da Engel Italia Srl, società nata nel 2012 e con sede legale a Salerno, città nella quale sorge il primo resort di proprietà. Un albergo che, ben presto, è stato trasformato in centro di accoglienza. Le difficoltà economiche incontrate negli ultimi mesi dall’azienda non hanno fermato la partecipazione alle gare d’appalto bandite dalle prefetture: dopo aver ottenuto l’affidamento del Cpr di Palazzo San Gervasio (in provincia di Potenza), recentemente è riuscita anche ad acquisire la gestione del Centro per il rimpatrio di via Corelli a Milano per un importo stimato di quasi cinque milioni di euro. Lo ha fatto attraverso la controllata Martinina Srl, a cui nel gennaio 2022 ha ceduto un ramo d’azienda.

Da Potenza al capoluogo lombardo, le criticità nella gestione sono comuni: violazione del diritto alla salute e alla difesa legale dei migranti rinchiusi nelle due strutture, cui viene impedito anche di comunicare liberamente con l’esterno. Due ex operatrici di via Corelli hanno raccontato che “l’ente non garantisce ai trattenuti acqua calda per lavarsi, riscaldamento, coperte, oltre a rifiutarsi di pagare molti farmaci (tranne le benzodiazepine, gli unici farmaci che permetteva di comprare). Le stesse hanno riferito che non sono mancati i maltrattamenti nei confronti delle persone trattenute, che sembra venissero definite ‘merde’ o ‘bestie’ o con un numero”. A questo si aggiungono le pessime condizioni di lavoro dei dipendenti. “Le operatrici denunciano come perfino i medici del Centro, così come chi si occupava del servizio mensa, non ricevessero lo stipendio per mesi, e, conseguentemente, diversi prendevano la decisione di dimettersi”, si legge nel report

Tra i colossi della detenzione amministrativa nel nostro Paese non si può non citare la multinazionale Gepsa (società controllata dal colosso energetico Engie) che in Francia gestisce i servizi ausiliari di diversi istituti penitenziari e che nel 2011 ha iniziato ad affacciarsi anche in Italia, affermandosi nel settore dell’accoglienza con una “strategia aggressiva”: “Per mesi ha continuato ad aggiudicarsi appalti offrendo un ribasso sui prezzi a base dell’asta dal 20 al 30% inferiori a quelli dei suoi concorrenti”, si legge nel report. Ottenendo così la gestione dei Cpr di Roma (2014-2017), Torino (2015-2023) e Milano (2014-2017).

Affari milionari che proseguono ancora oggi. Gepsa, infatti, ha gestito il Cpr di corso Brunelleschi a Torino (oggi chiuso a seguito delle proteste dei reclusi che hanno reso inagibile le strutture) fino al marzo 2023: “In questo periodo si sono verificate due morti e numerosi casi di autolesionismo e rivolta”, osservano i curatori del rapporto. Inoltre, si sottolinea come “le visite di idoneità al trattenimento effettuate, non dal medico del Sistema sanitario nazionale, come richiesto dalla normativa, bensì da personale sanitario convenzionato con l’ente gestore”. Un evidente conflitto di interessi che caratterizza tutto il sistema Cpr: il datore di lavoro, società o cooperativa che sia, guadagna sulle presenze effettive (quindi per ogni persona che è nel centro e non per il singolo posto messo a bando), avrà interesse nel tenere reclusa la persona e non rilasciare anche se per ragioni sanitarie.

È “italianissima”, invece, la cooperativa Badia Grande nata nel luglio 2017, leader nel settore soprattutto nel Mezzogiorno, dove ha gestito hotspot (Lampedusa, Trapani, Pozzallo e Messina), Centri per l’accoglienza straordinaria (Cas) e negli ultimi anni anche Cpr. La cooperativa è al centro di diverse inchieste giudiziarie. A Bari, dove Badia Grande si è aggiudicata per cinque milioni di euro la gestione del Cpr, l’accusa dei giudici è “frode nell’esecuzione del contratto di affidamento servizi e forniture relativi al funzionamento del Cpr” con specifico riferimento alla “fornitura del servizio di assistenza sanitaria”. Accuse simili arrivano anche in merito al funzionamento del Cpr Trapani Milo tra il 2017 e il 2019.

I processi riguardano Antonio Manca, l’allora rappresentante legale della cooperativa, rinviato a giudizio dalle procure di Trapani e Bari problematizzando le modalità di gestione dei centri. Proprio queste inchieste, a maggio 2023 hanno fatto fare un “passo indietro” alla Prefettura di Trapani che nell’aprile 2022 aveva assegnato nuovamente a Badia Grande la gestione del Cpr attivo in città con un capienza di 204 posti per una base d’asta di cinque milioni e mezzo di euro. Sette mesi dopo, l’ufficio del governo ha però escluso la cooperativa della gara per “omissione informativa” rispetto alle pendenze in corso che interessano i membri di Badia Grande. Questa ha poi perso il ricorso al Tar contro questa decisione. L’avviso di conclusione delle indagini, notificato a Manca nel luglio 2021, non ha fermato la cooperativa neanche nel partecipare alla nuova gara per l’hotspot di Lampedusa avvenuta pochi mesi dopo e vinta con un ribasso del 18% rispetto alla base d’asta. Anche questa esperienza, però, è stata disastrosa e nel giugno 2023 è subentrata la Croce Rossa Italiana.

A fronte di questo triste quadro, Cild sottolinea come la detenzione amministrativa in Italia “lungo tutto l’arco della sua non-nobile storia si è caratterizzata per l’essere un autonomo binario punitivo di cui possono essere destinatari i soli migranti e cui corrispondono livelli di garanzie differenti rispetto a quelli attribuiti al resto della cittadinanza”. Anche per questo motivo, un eventuale passaggio di gestione nelle mani dello Stato, come previsto dal governo del decreto cosiddetto Cutro varato a metà maggio 2023, non cambierebbe le sorti di questi luoghi. “La detenzione amministrativa è un sistema drammaticamente inumano e non rispettoso della dignità delle persone recluse -concludono i curatori- […]. Una gestione totalmente pubblica non cambierebbe lo stato delle cose e ci riporterebbe esattamente nel luogo da dove siamo partiti: in un buco nero”.

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Abuso di psicofarmaci nei Cpr: perché la versione del ministro Piantedosi non sta in piedi - Luca Rondi e Lorenzo Figoni

 

Intervistato da Piazzapulita sulle terribili condizioni dei trattenuti nei Centri, il titolare del Viminale ha provato a confutare i risultati della nostra inchiesta “Rinchiusi e sedati”. Ma le sue tesi non reggono: dalla presunta richiesta dei reclusi all’ipotizzata presenza solo di persone con reati commessi durante la loro permanenza in Italia

 

Giovedì 25 maggio su La7 la trasmissione Piazzapulita il servizio di Chiara Proietti D’Ambra ha mostrato immagini inedite sulle condizioni di vita delle persone recluse nei Centri di permanenza per il rimpatrio italiani (Cpr). Il lavoro si è concentrato sulle strutture di Gradisca d’Isonzo (Gorizia) e palazzo San Gervasio (Potenza) dando conto anche dei risultati dell’inchiesta “Rinchiusi e sedati” pubblicata da Altreconomia ad aprile e che per la prima volta ha quantificato, dati alla mano, l’abuso di psicofarmaci in cinque delle nove strutture detentive attualmente attive in Italia.

Le immagini e i dati sono stati mostrati anche al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi che ha risposto alle domande della giornalista Roberta Benvenuto. Risposte lacunose, giunte tra l’altro prima in televisione rispetto alle quattro interrogazioni parlamentari presentate più di un mese fa da diversi senatori e deputati e tuttora rimaste inevase.

Il ministro ha spiegato di “escludere nella maniera più categorica che vi sia un orientamento della gestione dei Centri finalizzata alla sedazione di massa. C’è una richiesta da parte degli ospiti. Fare il confronto tra le prescrizioni all’esterno e all’interno delle strutture non ha senso perché è più facile che nei Cpr si concentrano persone per cui quel tipo di prescrizioni si rivela normale”. Come descritto nella nostra inchiesta, presentata alla Camera dei Deputati a inizio aprile con Riccardo Magi e Ilaria Cucchi, l’utilizzo di psicofarmaci rispetto a un servizio dell’Asl che prende in carico una popolazione simile è però spropositato: 160 volte in più a Milano, 127,5 a Roma, 60 a Torino e così via.

Il confronto è nato esattamente dalla necessità di quantificare un utilizzo di cui neanche le prefetture hanno contezza per partire da un dato di realtà che vada oltre le testimonianze dei reclusi. Piantedosi dichiara che non è significativo questo confronto perché il “sovrautilizzo” è dovuto al fatto che all’interno dei centri vi sono delle persone per cui quei farmaci sono necessari. Ma nell’inchiesta abbiamo riscontrato un largo utilizzo di Quetiapina, Olanzapina o Depakin, indicati nel­la terapia di schizofrenia e disturbo bipolare; Pregabalin (antiepilettico); Akineton, utilizzato per il trattamento del morbo di Parkinson (30mila compresse in due anni a Caltanissetta); Rivotril.

Se questi farmaci sono forniti tramite prescrizioni e non somministrati al di fuori di quanto previsto dal foglio illustrativo, significa nei centri si trovano persone con patologie psichiatriche gravi. Ma nel maggio 2022 una direttiva dello stesso ministero dell’Interno aveva specificato che la visita d’ingresso nel Centro per valutare l’idoneità alla “vita” in comunità ristretta nella struttura deve escludere “pato­logie evidenti come malattie infettive contagio­se, disturbi psichiatrici, patologie acute o croni­co degenerative che non possano ricevere le cure adeguate in comunità ristrette”. Delle due l’una: o le persone non possono stare nei Centri per la loro condizione sanitaria, oppure i farmaci vengono forniti off-label, senza cioè seguire un preciso piano terapeutico…

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“Perché i Centri di permanenza per il rimpatrio devono indignare” - Giulia Vicini

 

L’avvocata Giulia Vicini, socia dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, conosce bene i Cpr e le condizioni di vita di chi vi è trattenuto. In particolare in quello di via Corelli a Milano. Luoghi di privazione della libertà, con garanzie inferiori a quelle della custodia in carcere. Stigmi cittadini. Il suo racconto

 

Cpr. A dispetto del nome e dei nomi che lo hanno preceduto -Centro di permanenza temporanea (Cpt), Centro di identificazione ed espulsione (Cie), e ora l’acronimo sta per Centro di permanenza per il rimpatrio- si tratta di un luogo di privazione della libertà personale. La stessa struttura di questi centri lo dimostra: alte mura, filo spinato e telecamere sul perimetro. Presidio costante di almeno quattro corpi di forze dell’ordine: esercito, carabinieri, polizia di Stato e Guardia di Finanza.

I francesi hanno trovato un nome per diversificare la privazione della libertà personale dei cittadini stranieri in attesa di rimpatrio dalla detenzione nelle carceri ed è “retention”. In Italia si parla di trattenimento amministrativo. Come lo si voglia chiamare, si tratta della stessa privazione della libertà personale a cui sono sottoposti coloro che sono stati condannati per avere commesso dei reati. Chi sta nel Cpr non può andare da nessuna parte e risponde a regole che sono proprie del carcere, nonostante siano diversi i presupposti per il trattenimento e anche le garanzie e le tutele del trattenuto.

I trattenuti nel Cpr sono cittadini stranieri in attesa dell’espletamento delle procedure di esecuzione di un rimpatrio forzato. Tra i presupposti (quantomeno quelli previsti dalla legge) per il trattenimento presso il Cpr vi è quindi anzitutto di non avere o non avere più un titolo per soggiornare regolarmente nel territorio nazionale, un permesso di soggiorno. Prendendo in prestito uno degli alienanti nomi in voga nel dibattito pubblico, chi può essere trattenuto al Cpr è “irregolare”. O, peggio ancora, “clandestino”. Ma, sempre in forza delle norme di legge, l’irregolarità non è sufficiente perché si possa applicare la misura del trattenimento presso il Cpr. È anche necessario che lo straniero sia “espellibile”, che possa essere destinatario di un provvedimento di rimpatrio. Questo perché l’ordinamento nazionale prevede delle ipotesi in cui il cittadino straniero, pur non avendo un permesso di soggiorno, non può essere allontanato dal territorio nazionale. È il caso dei minori, delle donne in stato di gravidanza e -quantomeno fino alla recente riforma della protezione speciale- di coloro che avevano maturato in Italia dei legami famigliari o sociali significativi e degni di protezione.

Ulteriore presupposto perché le autorità di pubblica sicurezza possano ricorrere al trattenimento è che il provvedimento di rimpatrio comminato possa essere eseguito con la forza. L’uso della forza e il trattenimento sono infatti previsti come ultima ratio per garantire l’esecuzione del rimpatrio. L’ordinamento disciplina delle misure alternative, meno afflittive della libertà personale, quali ad esempio l’obbligo di firma e il ritiro del passaporto.

Questi i presupposti di legge. L’esperienza però ci mostra che nei Cpr vengono spesso trattenute persone inespellibili o che potrebbero avere accesso a misure alternative. Quello che è certo è che chi è trattenuto presso il Cpr non ha commesso alcun reato, o quantomeno non è trattenuto per avere commesso un reato. Il suo trattenimento è unicamente finalizzato a consentire alle autorità di pubblica sicurezza di rimuoverlo forzatamente dal territorio.

Che il trattenimento nel Cpr non sia conseguenza di alcun reato è tanto più evidente se si considera che anche chi vi è trattenuto dopo avere espiato una pena in carcere non lo è per “pagare” una pena -appunto già pagata altrove- ma per essere identificato, in un sistema che si rivela incapace, o forse disinteressato a procedere all’identificazione e al riconoscimento durante la (spesso lunga) permanenza in carcere.

Per riassumere, della popolazione del Cpr fanno parte coloro che entrano nel territorio senza un titolo per l’ingresso o il soggiorno o che entrano con un titolo trattenendosi però oltre la sua scadenza. Coloro che perdono un titolo di soggiorno spesso per cause non a loro imputabili, quali la perdita dell’occupazione. Ma anche i richiedenti asilo. Coloro che chiedono protezione internazionale perché in fuga da persecuzioni e guerre.

Il decreto legge 20/2023 convertito in legge 50/2023 ha peraltro reso il trattenimento del richiedente asilo la norma ogni qualvolta la domanda è presentata “in frontiera”. Dove il concetto di frontiera si amplia a dismisura ricomprendendo territori scelti senza alcuna apparente ragione (si pensi ad esempio Matera) con la conseguenza che alla domanda di protezione presentata in questi territori seguirà un trattenimento. Le direttive europee prescrivono che il trattenimento del richiedente protezione debba rappresentare una misura eccezionale e che si debbano distinguere i luoghi di trattenimento perché diversi sono i presupposti e diverse le procedure e le garanzie. Nondimeno i richiedenti asilo possono essere trattenuti fino a dodici mesi negli stessi luoghi dei cittadini stranieri in attesa di esecuzione del rimpatrio.

Quando e quanto si può essere trattenuti nel Cpr? Sul quando, si è già detto, lo straniero che viene portato al Cpr non è solo quello che è appena entrato in Italia ma anche quello che si trova nel territorio da moltissimi anni e che nel territorio ha costruito un percorso di vita. Sul quanto vale la pena interrogarsi perché la disciplina degli stessi termini del trattenimento dimostra l’esclusiva funzionalità alla conclusione di un procedimento -quello di espulsione- che molto spesso le autorità non portano a termine. La proroga del trattenimento, dopo i primi trenta giorni, può infatti essere consentita dal Giudice di pace solo se “l’accertamento dell’identità e della nazionalità ovvero l’acquisizione di documenti per il viaggio presenti gravi difficoltà”. Il trattenimento può essere prorogato per altri trenta giorni solo se risulta probabile che il rimpatrio venga eseguito. Il trattenimento non solo è funzionale all’esecuzione del rimpatrio ma anche spesso determinato da inefficienze o ritardi della Pubblica amministrazione.

Dove si consuma il trattenimento ai fini del rimpatrio? Nonostante le nostre preoccupazioni e la nostra indignazione riguardino spesso, legittimamente, i Cpr, gli stranieri destinatari di misure di rimpatrio vengono trattenuti anche negli aeroporti. In quella Malpensa in cui i titolari di passaporto italiano transitano senza alcun ostacolo e in cui i cittadini stranieri a cui si contesta di “non avere i documenti in regola” al momento del loro arrivo vengono trattenuti anche fino a otto giorni, in aree sterili, senza vedere la luce del giorno e senza avere accesso ai loro oggetti personali, e poi vengono “accompagnati” all’aereo che li riporta a casa. Dall’entrata in vigore del decreto legge 113/2018 è inoltre possibile trattenere presso dei locali all’interno delle questure in attesa di rimpatrio. E negli uffici di via Montebello della questura di Milano questi locali esistono e vengono comunemente utilizzati.

Infine, quello che forse più deve indignare è come si svolge il trattenimento. Ai trattenuti nel Cpr sono riconosciute garanzie inferiori a quelle della custodia in carcere, tanto nel procedimento che porta alla privazione della libertà, quanto nelle condizioni materiali di tale privazione. Il caso dell’utilizzo della forza pubblica per l’esecuzione del rimpatrio di cittadini stranieri è l’unico per cui -in alcune ipotesi- la legge nazionale esclude la necessità di una convalida giudiziaria. Questo vale per i respingimenti “immediati” ai valichi di frontiera e anche, con l’entrata in vigore del decreto legge 20/2023, per chi è destinatario di misure di espulsione di carattere penale. Anche dove una convalida giudiziaria è prevista, la stessa è molto al di sotto degli standard del giusto processo, con udienze che si svolgono da remoto, senza concedere ai legali adeguato tempo per conferire con l’assistito, e hanno una durata complessiva di poco più di un quarto d’ora. Nel procedimento di convalida, inoltre, opera spesso un’inversione de facto dell’onere della prova in cui lo straniero deve offrire prova documentale di tutto quello che deduce mentre sulle dichiarazioni rese dalla Questura, parte istante, si fa cieco affidamento.

Quanto alle condizioni, l’ampia reportistica risultante dai sopralluoghi effettuati presso i Cpr è più che eloquente. Lo straniero trattenuto non riceve alcuna informativa sui diritti e sui servizi a cui ha titolo. Significativo è che lo stesso venga identificato e arrivando nella sala colloqui con l’avvocato si identifichi con un numero. Quando si iniziano a identificare le persone con i numeri la storia ci insegna che non si arriva mai a nulla di buono.

Giulia Vicini, avvocata, socia dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione

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venerdì 24 settembre 2021

Migranti trattenuti nei Cpr e poi abbandonati ai loro disagi psichiatrici - Damiano Aliprandi

 

Il Garante nazionale ha evidenziato in un rapporto come al Cpr di Torino le persone con vulnerabilità psichiatriche vengono solo separate e, scaduti i termini massimi di trattenimento, lasciate senza un percorso terapeutico.

Entrano nel centro per il rimpatrio (Cpr) in condizioni di serie vulnerabilità psichiatriche senza una adeguata presa a carico. Vengono solo separati dalla restante popolazione detenuta. Non solo. Scaduti i termini massimi di trattenimento presso il Cpr, vengono abbandonati a sé stessi, senza fargli intraprendere un percorso terapeutico presso strutture protette. Questo è il quadro dipinto dal rapporto del Garante nazionale delle persone private della libertà a seguito della visita del 14 giugno scorso presso il Cpr di Torino. Eppure sono chiare le disposizioni del Regolamento unico Cie e degli Allegati allo schema generale di appalto approvato con decreto del ministro dell’Interno del 29 gennaio 2021.

Dalla lettura di tali disposizioni, come si legge nel rapporto del Garante inviato al ministero dell’Interno, emerge chiara l’indicazione che i medici del centro di Torino debbano mantenere alta e assidua l’attenzione verso la manifestazione di condizioni di salute, sfuggite o non presenti nel corso della visita preliminare all’ingresso, che potrebbero comportare l’incompatibilità con la permanenza all’interno del Cpr.

Il compito, come osserva il rapporto, appare particolarmente importante con riferimento alla comparsa di segni di disagio mentale, talvolta emergenti solo dopo un periodo di osservazione e pertanto di difficile individuazione nell’ambito delle celeri verifiche realizzate prima dell’accesso alla struttura. «In tal caso – evidenza il Garante – il ruolo del sanitario è fondamentale nell’approntare le urgenti misure di tutela, avviare con la massima celerità le opportune verifiche specialistiche e promuovere una nuova valutazione di idoneità da parte della competente Autorità sanitaria pubblica».

Eppure, il primo problema rilevato dal Garante riguarda la valutazione che deve essere continuamente aggiornata rispetto alla compatibilità delle condizioni di salute della persona trattenuta. Se da una parte i medici dell’Ente gestore del Cpr di Torino, come rilevato, si prestano ad accertare l’idoneità alla vita comunitaria in sostituzione di un medico del Servizio sanitario nazionale, dall’altra omettono di esercitare una simile prerogativa – si ribadisce comunque per norma non di loro competenza – nei confronti di una persona che sia già trattenuta. Ne consegue che persone che versano anche in condizioni di seria vulnerabilità psichiatrica permangono all’interno della struttura, dove vengono semplicemente separate dalla restante popolazione detenuta senza un’adeguata presa in carico delle vulnerabilità di cui sono portatrici e un’assistenza congrua alle loro specifiche esigenze sanitarie.

Il Garante, a tal proposito, denuncia una situazione emblematica di A. M., che ha fatto ingresso nel Cpr il 7 aprile 2021 esprimendo fin da subito un’evidente vulnerabilità individuale tanto che all’ingresso è stato immediatamente collocato nella cosiddetta area “Ospedaletto”. Malgrado la tempestività dimostrata nel separarlo del resto della popolazione trattenuta, dalla cartella sanitaria emerge che, in seguito alla visita effettuata all’ingresso, il cittadino pakistano è stato visitato dal medico del Centro ben un mese dopo il suo arrivo, in data 7 maggio e la valutazione psichiatrica è stata richiesta solo l’ 11 maggio. Ciò, nonostante i segni del disagio fossero evidenti e l’interessato continui tuttora – a quanto consta a questo Garante – a permanere all’interno dei locali di isolamento sanitario. Il caso non è isolato dal momento che nelle settimane antecedenti alla visita, il Garante nazionale era stato informato dalla Garante comunale della presenza all’interno dell’area “Ospedaletto” di altre due persone affette da disagio mentale che poi erano state rilasciate senza, peraltro, alcuna misura di sostegno. A tal proposito, ora sappiamo che il ministero ha chiuso tale area a seguito della raccomandazione del Garante.

Emerge anche un altro problema. Nel corso di un confronto emerso nel corso della visita del Garante è emersa l’opinione dell’Autorità di pubblica sicurezza in base alla quale per le persone affette da seri disturbi psichiatrici, rilasciate con l’ordine di allontanamento del Questore una volta esauriti i termini massimi di trattenimento, non sarebbe in alcun modo possibile prevedere e promuovere percorsi terapeutici e ricoveri in strutture protette trattandosi di persone in posizione di irregolarità.

Il Garante nazionale dissente da tale prospettazione. Questa, del resto, non appare condivisa anche dalla Direzione centrale dei servizi civili per l’immigrazione e l’asilo del Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione, la quale nella risposta al Rapporto sulle visite effettuate nei Centri di permanenza per i rimpatri ( Cpr) nel corso del 2019 e 2020 si è impegnata a richiamare «l’attenzione dei Prefetti affinché, anche in fase di rilascio dai Cpr, vengano prestate le cure e l’assistenza necessarie a tutelare l’integrità fisica dei migranti, nell’ambito del vigente ordinamento».


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