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mercoledì 13 marzo 2024

Disagio psichico, Trincas (UNASAM): “Smantellano il servizio pubblico e poco controllo sugli amministratori di sostegno”

 

(intervista di Giulia Bertotto a Gisella Trincas)

Gisella Trincas è presidente UNASAM, Unione Nazionale delle Associazioni per la Salute Mentale, la quale “sollecita l’attuazione, su tutto il territorio nazionale, di piani di intervento per la realizzazione dei servizi territoriali di salute mentale aperti sulle 24 ore sette giorni su sette. Sollecita il superamento degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari e di tutti i luoghi di internamento. Svolge, su tutto il territorio nazionale, attraverso le Associazioni aderenti, una azione di prevenzione attraverso dibattiti pubblici e la pubblicazione e diffusione di agili dispense informative. L’UNASAM non vuole nuove leggi, ma l’applicazione urgente delle buone leggi che in Italia sono state fatte”.

L’abbiamo intervistata per parlare della controversa figura dell’Amministratore di sostegno, ma anche di alcune zone d’ombra più profonde nella questione del disagio psichico: la carenza strutturale della prevenzione e del ruolo dei mezzi di informazione nella criminalizzazione della sofferenza interiore.

GISELLA TRINCAS E LA FIGURA DELL’AMMINISTRATORE DI SOSTEGNO



Gisella Trincas, cos’è e come nasce l’amministrazione di sostegno?

L’istituto dell’amministrazione di sostegno nasce con la Legge 6 del 2004, dopo decenni di dibattito parlamentare, su proposta del giurista Paolo Cendon impegnato per l’eliminazione dell’interdizione e della inabilitazione, con la modifica del codice civile e l’introduzione di altro istituto giuridico (appunto l’amministrazione di sostegno) col compito di sostenere le persone con sofferenza mentale o disabilità nel loro progetto di vita senza togliere loro il diritto di scelta. Infatti anche dopo la Legge 180 tantissimi pazienti ancora internati negli ospedali psichiatrici erano interdetti. Queste persone erano dunque ridotte esclusivamente alla loro patologia, impedite nell’agire per i propri interessi, impossibilitate a gestire i propri beni. Noi come Unasam abbiamo subito appoggiato la proposta di Cendon in quanto ritenevamo gravemente discriminante l’interdizione. Crediamo infatti nell’emancipazione del paziente psichiatrico e nel miglioramento delle sue condizioni di salute, nella sua autodeterminazione e non nella privazione della sua libertà e capacità decisionale.

Questa figura nasce come una sorta di accompagnatrice volontaria, per offrire appunto accompagnamento e sostegno nell’esclusivo interesse della persona affetta da disturbo psichico o fragilità sociale; bisognosa di sostegno nel prendere le proprie decisioni ed effettuare le proprie scelte di vita. Abbiamo assistito invece, già dai primi anni successivi alla approvazione della Legge che non pochi amministratori di sostegno si sostituivano sempre più alla volontà della persona beneficiaria. I giudici iniziavano a scegliere persone estranee al nucleo familiare o di fiducia della persona beneficiaria. La scelta, in tante situazioni, ricadeva su persona totalmente estranea alla vita della persona beneficiaria con disturbo mentale, e questo cozza con il percorso riabilitativo/emancipativo che invece si dovrebbe sempre garantire alla persona che vive una condizione di sofferenza mentale. Nella provincia di Cagliari venne stilato un albo di candidati amministratori di sostegno da cui i tribunali attingevano per nominare gli amministratori. Si sono così costituite reti di professionisti come avvocati, commercialisti, operatori socio sanitari che lavoravano nelle cooperative e che consideravano “più redditizio” assumere tale incarico, associazioni di amministratori di sostegno. Tanti familiari conviventi venivano e vengono spesso tagliati fuori, e questo acutizza situazioni già difficili.


Sembra molto vischiosa e pericolosa questa situazione...

Lo è. Soprattutto considerando che spesso questi professionisti hanno campo libero nel gestire i beni ed eventuali patrimoni della persona, dal conto in banca del beneficiario con esclusiva gestione dell’amministratore. Con limiti mensili stabiliti dal Giudice Tutelare ma non totale discrezionalità nella gestione. Alcuni, non pochi, amministratori di sostegno assumono il controllo totale della gestione economica di centinaia di pazienti ma ci sono tanti aspetti della vita quotidiana e della vita sociale che passano in secondo piano. Tuttavia questo non è un sostegno nel percorso di responsabilizzazione della persona con disturbo psichico, ma di fatto si tratta di un’interdizione sotto altro nome, se vogliamo dirlo sinteticamente. Accade anche che sanitari ospedalieri o delle RSA sottopongano a amministratori di sostegno la firma per la contenzione fisica. E in presenza dell’amministratore di sostegno esterno alla famiglia, i familiari (pur conviventi) non abbiamo alcuna voce in capitolo per quanto riguarda i percorsi di cura dei loro cari.

Ci sono molte segnalazioni e testimonianze che ho potuto appurare in prima persona e che provano questo tipo di realtà e di degenerazione nella gestione di questo istituto giuridico che nasce per sostenere la persona in difficoltà e non per renderla incapace di provvedere a sé. Assistiamo ad abusi gravissimi della legge, ad esempio quando un amministratore di sostegno controlla gli accessi delle visite di parenti e amici durante le degenze in RSA, le strutture ospedaliere o le comunità terapeutiche. Tutto ciò in barba alla legge, la quale non stabilisce che la persona chiamata a svolgere tale incarico debba essere un professionista specifico, ma una persona (la cui prima scelta deve ricadere sui familiari per ovvie ragioni a meno che ci siano situazioni di grave conflitto con la persona beneficiaria che non consente tale scelta) che supporti la persona beneficiaria tenendo conto dei suoi desideri, delle sue aspirazioni, delle sue possibilità, in un rapporto di assoluta fiducia e condivisione evitando azioni e decisioni che possano danneggiarla. Deve agire quindi con la massima cura e rispetto prestando attenzione a non limitarne la libertà e la capacità di compiere le sue scelte.

L’altro nodo critico è la questione della “indennizzo” di cui le persone beneficiarie e le loro famiglie si lamentano. Questo indennizzo è mensile e si aggira tra le 250/300 euro. Non è obbligatoria e infatti tanti amministratori di sostegno di nostra conoscenza svolgono la loro funzione senza rivendicare alcun indennizzo. Accade che amministratori di sostegno chiedano la quota di indennizzo anche quando la persona percepisce unicamente la pensione di invalidità civile e l’indennità di accompagnamento.


In una formula si tratta di amministratori senza sostegno. Cosa sta facendo l’Unasam per arginare questi abusi?

La convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità e fragilità sociali non permette che vi siano delle leggi, nei Paesi che hanno sottoscritto la Convenzione, che sottraggono autodeterminazione alle persone. Per questo parliamo anche di violazione dei diritti umani. Oltre a sostenere le persone e le loro famiglie nella segnalazione di abusi ai Tribunali, le sosteniamo anche per quanto riguarda l’istanza di sostituzione dell’amministratore di sostegno inadempiente. Col nostro Comitato Scientifico (composto da giuristi, psichiatri, psicologi, sociologi, persone esperte per esperienza), raccogliendo le tante segnalazioni, abbiamo presentato ai Ministeri competenti e al Consiglio Superiore della Magistratura dei documenti in cui evidenziamo le criticità esistenti e proponiamo il loro superamento attraverso l’emanazione di Linee Guida che aggiustino queste storture giuridiche ed etiche. Tuttavia, a differenza di altre associazioni, non chiediamo l’abolizione dell’Istituto dell’Amministrazione di Sostengo ma la regolamentazione della figura e la modifica di alcuni passaggi anche nel testo di legge se necessario per migliorarne l’applicazione, coinvolgendo principalmente i familiari. Naturalmente laddove la persona beneficiaria sia d’accordo e non abbia leso o possa ledere gli interessi e la sua libertà.


LA PREVENZIONE


Un’altra importante criticità è la questione prevenzione in salute «La salvaguardia della salute mentale si attua intervenendo sui determinanti sociali, politici, economici, ambientali, che producono benessere (casa, lavoro, istruzione, contesti di vita, relazioni sociali). La prevenzione però ha a che fare con i primi imprinting anche non verbali che si ricevono in famiglia e con l’educazione emotiva precoce, anche neonatale. Questo non può essere oggetto di controllo sociale pubblico. Il sostegno sociale però può indirettamente intervenire per metterla in condizione di limitare e almeno non aggravare le sofferenze e le dinamiche del nucleo familiare?

La violenza non nasce nel momento episodico, ma ha radici nella vita della persona fin dalla più tenera età, dunque è chiaro che si deve lavorare su questo. Altrimenti sarà inutile fare proclami contro la violenza domestica, e anche contro l’ingiustizia e la guerra. Servono luoghi di opportunità e comunità dove si possa chiedere aiuto ed esprimere la propria personalità. Come dice lei, è evidente che non possiamo e non dobbiamo controllare i comportamenti intimi delle famiglie, ma è sul piano sociale e nel tessuto collettivo che dobbiamo scegliere cosa fare per a arginare la sofferenza psichiatrica.



SMANTELLAMENTO DELL’APPARATO DI SOSTEGNO PSICHICO


Abbiamo dimenticato ciò che ci ha insegnato Basaglia e siamo tornati più indietro che mai in merito ai metodi di cura e sostegno e in merito al profilo etico della psichiatria. Pensa che il problema sia anche politico e che ci sia l’intenzione di dirottare la cittadinanza verso il settore privato?

Sì, credo ci sia l’intenzione di dirottare la cittadinanza verso il privato mentre viene smantellata la sanità pubblica; il denaro pubblico deve essere speso per scuole e finanziare aiuti sociali, servizi di studio e intrattenimento per adolescenti, oratori per i bambini in periferia, invece di guadagnare sulle armi e far fare profitti alle case farmaceutiche. Più che centri diurni spesso squallidi servono centri sociali aperti, facoltativi e non prescrittivi, di integrazione e non di ghettizzazione, dove persone con disagio psichico e non, possano incontrarsi. Piccole comunità sul territorio, all’interno dei paesi e delle città, frequentate da massimo otto persone, in cui le persone si mettono in gioco ricostruendosi e ricongiungendosi con la società. Questo può dare luogo, ad un passaggio successivo, alla vita autonoma o a case in condivisione, supportate se e quando serve. Ovviamente tutto questo deve essere valutato in base alle condizioni della persona, al suo percorso di ripresa individuale, al livello di autonomia raggiunto, alla possibilità di lavorare o meno, e ad altri fattori materiali ed emotivi della vita della persona.


COSA DICE LA LEGGE

Ricordiamo che la Legge 180 è la prima e unica legge quadro che impose la chiusura dei manicomi, stabilendo che di norma i trattamenti ospedalieri devono essere volontari e regolamentando il trattamento sanitario obbligatorio come estrema ratio. Affidando ai servizi di salute mentale territoriali diffusi sul territorio nazionale la prevenzione, la cura e la riabilitazione delle persone con disturbo mentale senza imposizione alcuna.  Ciò ha fatto dell'Italia il primo paese al mondo (finora l'unico) ad abolire gli ospedali psichiatrici e gli ospedali psichiatrici giudiziari.

I rappresentanti delle istituzioni devono prendere una posizione chiara, non ambigua e non ideologica in merito. Esiste la legge 180 e questa va totalmente applicata. Mentre invece abbiamo due modi di agire e pensare la “malattia mentale”: da una parte la posizione basagliana, che considera la persona umana sofferente, il suo contesto di vita e la sua storia prima della patologia e lavora per costruire una relazione di fiducia e  comprendere dove nasce la sofferenza, in un rapporto dialogico e di reciprocità; dall’altro la visione biologista che presta attenzione ai sintomi attraverso i quali stabilire la diagnosi e la cura appropriata, generalmente con i farmaci, anche in misura massiccia, generalmente per tutta la vita considerandola una assoluta necessità

Basaglia insegnava a mettere la malattia tra parentesi, a sospendere il giudizio, senza ignorarla, e a fare un lavoro di analisi come si fa con tutti noi, nevrotici “nella norma”. Non si può quindi affermare che la 180 abbia fallito, quando la società e la psichiatria non è stata messa nelle condizioni di applicarla.


IL RUOLO DEI MEDIA

A proposito dell’omicidio della dottoressa Barbara Capovani, lei ha denunciato anche quella che sembra una sorta di complicità mediatica nel criminalizzare la patologia dell’interiorità[1]: «Si punta sempre sul sensazionalismo, sul creare nell’opinione pubblica un senso di opposizione e di ribellione, è questo il motivo per cui vengono fuori i commenti agghiaccianti che sentiamo negli ultimi giorni, come “Rinchiudeteli tutti” o “Riaprite i manicomi”[2]. Come per molte questioni di interesse collettivo la politica e la stampa sembrano fomentare la contrapposizione da stadio, la polarizzazione con tanto di tifo invece di affrontare temi complessi come questo con l’onestà intellettuale e la lucidità che imporrebbero.

La stampa tira fuori casi eclatanti e drammatici come questo senza contestualizzarli, senza conoscere o comprendere i retroscena biografici, sanitari, emotivi, della storia. Ho conosciuto personalmente Gianluca, nella visione di questa persona esisteva un complotto planetario contro di lui e l’umanità e come altri pazienti affetti da mania di persecuzione aveva fatto decine e decine di denunce contro vicini, ignoti e altri. A questa persona è stato impedito di avvicinarsi al centro di salute mentale di Pisa. Ma questo è assurdo, dove e a chi altro avrebbe dovuto rivolgersi? Questa tragedia ci deve far invece riflettere sulle falle del sistema sanitario psichiatrico italiano. Sui numeri insufficienti di operatori e i modi di agire per contenere le crisi, per prevenirle laddove possibile, infatti era stato anche legato durante un TSO, cosa che aveva confermato, a suo modo di vedere, i deliri persecutori. Molti lettori forse non sanno che l’elettroshock viene usato ancora in molti servizi psichiatrici di diagnosi e cura e Cliniche private. E che la contenzione fisica (legare la persona al letto, anche per giorni) è ancora una pratica disumana utilizzata.

Tuttavia non si può neanche affermare che ogni omicida o chiunque trasgredisca la legge non debba riparare la collettività con la detenzione -al fine- naturalmente, di un reinserimento sociale. Non si deve criminalizzare il disagio psichico né scambiare ogni reato con un problema di salute mentale, ma distinguere le situazioni; è un compito multidisciplinare complesso, ma per questo ci sono figure professionali specifiche. Penso che occorra svolgere una analisi approfondita del profilo psicologico e psichico e della vita della persona, col tempo che serve, e non in una o due sedute, per comprendere appieno il significato di quel gesto, e restituire alla persona la responsabilità di quel gesto. Non si tratta certo di giustificare, ma comprendere che occorre cambiare la narrazione della semplificazione e della demonizzazione.

[1] A proposito di Gianluca Paul Seung, 35enne che uccise la dottoressa Barbara Capovani, responsabile dell'unità funzionale Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura di Pisa, colpendola alla testa con un corpo contundente: https://www.pisatoday.it/cronaca/perizia-psichiatrica-gianluca-paul-seung-omicidio-capovani-pisa.html.

[2] http://www.conferenzasalutementale.it/2023/05/03/applicate-la-legge-basaglia-altro-che-riaprire-i-manicomi-gisella-trincas-unasam-intervistata-da-vita/

 

da qui

martedì 31 ottobre 2023

Giudici tutelari-Amministratori di sostegno: brutte storie

 

il professor Carlo Gilardi

Era rinchiuso in una struttura contro la sua volontà: ora tutto torna “a posto”?

testo ripreso da “associazione Diritti alla Follia”

«È morto il professor Gilardi – scrivono dall’Associazione Diritti alla Follia -, rinchiuso per tre anni in una RSA contro la sua volontà. Finiti i presìdi, gli striscioni, i gesti dimostrativi, le inchieste televisive, le istanze e gli appelli (Giorgia Meloni e Andrea Bocelli), le raccomandazioni del Garante Palma e destinati al dimenticatoio i problemi con la Corte Europea per i Diritti dell’Uomo, che aveva condannato l’Italia per la violazione della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. Ora tutto torna “a posto” e l’operazione “silenzio e oblio” potrà iniziare a macinare risultati»

 

Adesso il chiasso mediatico che tanto aveva infastidito il collaudato sistema “Giudici tutelari-amministratori di sostegno”, portando niente di meno che il Consiglio Superiore della Magistratura a censurare la trasmissione televisiva Le iene, finalmente si placherà.

Carlo Gilardi, il professore di Airuno è morto a 92 anni in un hospice del suo paese. Finiti i presìdi, gli striscioni, i gesti dimostrativi, le inchieste televisive, le istanze e gli appelli (Giorgia Meloni e Andrea Bocelli), le raccomandazioni del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale Mauro Palma e felicemente destinati al dimenticatoio – che sospiro di sollievo – anche gli spinosi problemi con la CEDU, la Corte Europea per i Diritti dell’Uomo, che aveva condannato l’Italia per la violazione dell’articolo 8 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.
Ora, finalmente, tutto torna “a posto” e l’inarrestabile operazione “silenzio e oblio” potrà iniziare a macinare risultati.

Carlo Gilardi, titolare di un ingente patrimonio di famiglia, era finito sotto amministrazione di sostegno nel 2017, dopo che la sorella lo aveva segnalato al Tribunale di Lecco per la sua prodigalità verso enti pubblici e persone fisiche. Donazioni al Comune di Airuno e molteplici elargizioni a persone a lui vicine (alcuni extracomunitari, uno dei quali accolto in casa sua a 8 anni e divenuto poi il suo badante; un’anziana ex domestica).
A fine ottobre del 2020 l’incursione dei poteri dello Stato, “Padrone e Tutore”: l’amministratrice di sostegno, avvocatessa, si presenta in casa Gilardi, scortata da Carabinieri, infermieri e ambulanza; il badante registra il sonoro: Gilardi urla: «Io in casa di riposo non ci vado!» e incalza, «Io voglio la mia libertà che mi avete sottratto!». A quel punto la registrazione del sonoro fissa l’agghiacciante commento dell’Amministratrice: «Conviene fare con l’ambulanza, perché… ehh»; e la risposta dell’operatore: «Ok, allora vado ad organizzare». Gilardi, compreso che si apprestano a sedarlo, a quel punto cede.

L’avvocatessa lecchese, a cose fatte dichiarerà: «Il Professor Gilardi si è convinto a venire con noi e lo abbiamo preliminarmente accompagnato ad effettuare alcuni accertamenti sanitari”; e aggiungerà: «Attualmente il Professor Carlo non è affatto rinchiuso in un luogo contro la sua volontà ma, al contrario, ha condiviso con la sottoscritta un progetto di libertà. […]. Il Professor Gilardi vuole tornare a vivere da solo a casa sua e questo sarà l’obiettivo, dopo aver messo in sicurezza anche la sua abitazione».

C’è tornato ad Airuno, sicuramente; promessa mantenuta; qualche settimana fa; dopo quasi tre anni in RSA [Residenza Sanitaria Assistita, N.d.R.], dove più volte ha continuato ad asserire, di fronte a testimoni, di non volerci stare; c’è tornato moribondo.
Nel giugno del 2020, avendo capito la trappola in cui stava per finire, si era sottoposto a perizia psichiatrica, dove, tra le altre cose, si legge: «Non emergono anomalie o segni di patologia. Il pensiero è privo di alterazioni […] nessun segno di deterioramento mentale o cognitivo».
Ora qualcuno si scruti l’anima; se se la trova.

dirittiallafollia@gmail.com.

da qui

 

Il “caso Gilardi”, spia eclatante dei tanti “manicomi nascosti”

È un caso che ha ottenuto grande risonanza mediatica, quello riguardante Carlo Gilardi, anziano professore in pensione da molti mesi trattenuto contro la sua volontà all’interno di una RSA. A chiedere ora il diritto alla vita indipendente per Gilardi, in linea con quanto sancito dalla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, e associandosi alle chiare raccomandazioni espresse dal Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, è la Federazione FISH, «contro i tanti “manicomi nascosti” ancora presenti nel nostro Paese»

È un caso di cui da tempo si stanno occupando vari organi d’informazione, nonché la nota trasmissione televisiva delle Iene, quello riguardante Carlo Gilardi, anziano professore in pensione trattenuto contro la sua volontà, dal 30 ottobre dello scorso anno, all’interno della RSA (Residenza Sanitaria Assistita) Airoldi e Muzzi di Lecco.
È ora notizia dei giorni scorsi che il 2 maggio Mauro Palma, Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, che a sua volta sta seguendo da parecchi mesi la situazione, presentando anche alcune osservazioni alla Procura competente, ha fatto nuovamente visita a Gilardi, accompagnato da Gilda Losito, responsabile dell’Unità Operativa Privazione della libertà nell’ambito delle strutture sanitarie, socio-sanitarie e assistenziali, afferente al Garante stesso.

Come lo stesso Palma ha riferito: «La visita ha confermato la ferma e persistente opposizione alla propria permanenza nella struttura da parte del signor Gilardi». Il Garante ha inoltre voluto sottolineare «il conflitto tra la volontà della persona e le decisioni adottate in ragione di una sua tutela e che finisce col determinare una privazione di fatto della sua libertà personale».
Palma, infine, ha ribadito che il desiderio dell’uomo è di ritornare a una vita libera e indipendente, avvertendo sul fatto che «tali vicende rischiano di limitare, di fatto, l’autodeterminazione di una persona, ponendo, dunque, seri problemi ai diritti fondamentali di libertà».

A chiedere oggi il diritto alla vita indipendente per Carlo Gilardi, in linea con quanto sancito dalla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, che è Legge dello Stato Italiano dal 2009 (Legge 18/09), e associandosi alle raccomandazioni del Garante, è la FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap), tramite le parole del proprio presidente Vincenzo Falabella, che ha dichiarato: «C’è un’espressione bellissima che è definita nella Convenzione ONU, quella di vita indipendente, vivere nella società sulla base di uguaglianza con gli altri indipendentemente dalla propria condizione: è questo che vogliamo per tutti e tutte, in un Paese in cui, purtroppo, esistono ancora oggi tanti “manicomi nascosti”».

«Siamo assolutamente contrari – prosegue il Presidente della FISH – a quel sistema di idee che concepisce le persone con disabilità come persone/oggetti da accudire e proteggere, anche a costo di limitarne diritti e libertà. Per la nostra Federazione, le persone con disabilità sono cittadini con uguali diritti rispetto agli altri, senza eccezioni, soggetti del cambiamento di pratiche lesive dei loro diritti. Anche per questo sosteniamo il Garante nella sua azione per la verità rispetto a quanto oggi accade nel mondo delle RSA, a partire dalla drammatica storia di Carlo Gilardi, novantenne benestante rinchiuso in una RSA contro la sua volontà».

La FISH, dunque, sostiene la campagna di sostegno denominata Venite a salvarmi, nata a favore dell’uomo e diretta dall’assistente personale e dagli amici, «anche perché – sottolineano dalla Federazione – da più parti emergono altre storie simili, di persone che potrebbero stare a casa o in una casa-famiglia, e a cui viene negato, invece, il diritto di andarsene, con il pretesto della pandemia, disponendo, così, della propria vita indipendente». (S.B.)

da qui

 

I troppi casi in cui l’amministrazione di sostegno diventa una vera “trappola” – Gigi Monello

«Nata con le migliori intenzioni – scrive Gigi Monello -, la Legge sull’amministrazione di sostegno si è trasformata in molti (troppi) casi, in una vera e propria “trappola”, capace di annientare le persone e colpire duramente congiunti di sangue o di fatto. Ci vorrà ancora molto perché la politica (quella migliore) se ne accorga?». Ex insegnante di filosofia, Gigi Monello, come avevamo raccontato anche sulle nostre pagine, è stato una delle tante persone danneggiate dagli abusi nell’applicazione della Legge sull’amministrazione di sostegno

Dal 2004 esiste in Italia una Legge che permette ad un cittadino di diventare il “padrone assoluto” della vita di un altro cittadino. Si tratta della famosa Legge 6/04, che ha introdotto la figura dell’amministratore di sostegno.
Nata con le migliori intenzioni, la Legge punta ad evitare il ricorso alla “tutela” con quei soggetti che, sebbene menomati nell’autosufficienza fisica o psichica, restano centri attivi di decisioni, affetti, progetti, memorie. Nella realtà dei fatti, essa si è trasformata in molti (troppi) casi, in una vera e propria “trappola demoniaca”, capace di annientare le persone e colpire duramente congiunti di sangue o di fatto.

Il fenomeno è rimasto silente (o quasi) sinché non ha coinvolto personaggi di grande notorietà (Gina LollobrigidaLando BuzzancaGianni Vattimo); o non è stato oggetto di coraggiose inchieste del giornalismo televisivo (come quella sulla vicenda di Carlo Gilardi). Ma per quattro casi che hanno sfondato nella comunicazione di massa, ce ne sono centinaia che circolano nel web (basta digitare su Facebook, “abusi Amministratori di sostegno”, oppure vedere nel sito dell’Associazione Diritti alla Follia alla campagna Se la tutela diventa ragnatela). Un vero mondo di soprusi, degenerazioni, sofferenze, abbandono, affarismo.

L’amministrazione di sostegno ha conosciuto sin da subito una straordinaria fortuna, tanto che un’ondata impressionante di istanze ha investito i Tribunali i quali, per conto loro, si sono “adeguati” con un diluvio di nomine. Quanti esattamente siano oggi i soggetti sottoposti ad amministrazione di sostegno è cosa ufficialmente incerta; gli addetti ai lavori avanzano una stima di circa 350.000 “beneficiari”. Secondo uno studio statistico realizzato dall’AIASS (Associazione Italiana Amministratori di Sostegno Solidali) nell’ambito di dieci Tribunali italiani, risulta che il 26% degli amministratori di sostegno sono professionisti del settore (in genere avvocati).

Accantoniamo gli amministratori interni alla famiglia (65% del totale) e concentriamoci sugli esterni, la parte più “interessante” di questa storia. Se si prova a smontare questo particolare successo, se ne vedono emergere le “umane troppo umane” ragioni.
1) Squilibrio di mercato tra offerta di avvocati e domanda di prestazioni professionali; cosa che induce i legali meno “fortunati” a trovare nell’amministrazione di sostegno una (facile) fonte aggiuntiva di reddito. Esistono parchi-utenti anche di 50 e passa “deboli”.
2) Facilità della procedura di richiesta e attivazione: basta inoltrare un’istanza al Giudice Tutelare, cosa che può essere fatta anche senza assistenza legale.
3) forte presenza di conflitti intra-familiari sulle decisioni da prendere a proposito del parente “debole”, situazione che induce il Giudice Tutelare (ma nulla ve lo costringe) a nominare un esterno il quale, una volta nominato, tende in molti casi, più che a mediare i conflitti, a inserirsi nel “gioco”, instaurando alleanze col familiare più “consonante” . Per non parlare della cinica indifferenza verso i legami di fatto: abbiamo relazioni sentimentali ultradecennali troncate di colpo per volontà di Sua Maestà l’amministratore di sostegno!
4) vertiginoso aumento del carico di lavoro per i Giudici Tutelari, cosa che, non di rado spinge i medesimi a “patti di ferro” con gli amministratori di sostegno, ai quali si delega un’ampia discrezionalità che li rende, di fatto, difficilmente revocabili.
5) prodigiosa elasticità (vaghezza) della norma, che è potenzialmente applicabile ad una platea pressoché sconfinata di soggetti; cosa infatti debba esattamente intendersi con formule del tipo, «infermità o menomazione fisica o psichica»” o «impossibilità, anche parziale e temporanea, del beneficiando di provvedere ai suoi interessi» (articolo 404 del Codice Civile), è fatto di inquietante nebulosità. Abbiamo oggi amministratori di sostegno che si occupano di ludopatici, shopping-compulsivi, alcolizzati, tossicodipendenti, disturbati e border-line. Ma anche di normalissime persone cui è toccata la fortuna di un congiunto troppo “premuroso”. È il caso di Maria Teresa (nome di fantasia), casalinga sessantenne del Nord Italia, benestante, che si è vista rifilare un amministratore di sostegno (avvocato) su iniziativa di una sorella. I motivi? Non ha mai lavorato; è un’asociale; ha fatto prestiti ad un’amica; vive con diversi gatti e un cane; gioca abitualmente al gratta e vinci; e, dulcis in fundo, non si è mai fatta una famiglia; una pericolosa single, insomma…
6) Felice incontro tra civile e penale: tutte le volte che qualcuno ha interesse a dimostrare che qualcun altro abbisogna di amministrazione, uno in odore di circonvenzione, tra gli intimi, si trova sempre.
7) appropriata mobilitazione di “mezzi penali” nei confronti di chiunque (familiare o congiunto di fatto) osi disturbare, mettendo in discussione i comandi del Satrapo-amministratore di sostegno (ci sono denunce e processi per «concorso in violenza sessuale», «circonvenzione di incapace», «simulazione di reato», «maltrattamenti in famiglia»).

Dal 2004, dunque, c’è in Italia una Legge che permette ad un uomo di “catturarne” un altro e tenerlo prigioniero traendone lucro. Ce ne è abbastanza perché la politica (quella migliore) se ne accorga?

*Il presente contributo è già apparso sulla testata «AgoraVox Italia», e successivamente ripreso nel sito di Informare un’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli di Peccioli (Pisa). Lo riprendiamo a nostra volta, con minimi riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione. A questo link il testo in cui abbiamo raccontato la vicenda vissuta da Gigi Monello, rispetto al quale va aggiunto che nella successiva udienza del mese di novembre 2022, le accuse allo stesso Monello si sono rivelate infondate, conseguendo tuttavia l’effetto di impedirgli di frequentare la madre nell’ultimo anno di vita di quest’ultima.

da qui

 

 

Amministrazione di sostegno, terza udienza per il professor Gigi Monello – Simona Lancioni

Va avanti il procedimento penale a carico di Gigi Monello, l’ex-insegnante di filosofia di Cagliari accusato di maltrattamenti ai danni dell’anziana madre dall’amministratrice di sostegno di quest’ultima. Nella terza udienza è stata sentita proprio l’amministratrice di sostegno che ha reso testimonianza con diverse incoerenze. La prossima udienza è fissata per il prossimo 7 novembre. Ovviamente, per pronunciarsi, è necessario attendere il verdetto del Giudice, ma già ora possibile rilevare il fatto che, in palese contrasto con la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, molti amministratori di sostegno, nell’espletamento dei loro compiti, non tengono in sufficiente o nessuna considerazione la volontà del beneficiario o della beneficiaria.

Si è svolta oggi, 4 maggio 2023, presso il Tribunale di Cagliari, la terza udienza del processo penale a carico di Gigi Monello, ex-insegnante di filosofia, ora scrittore ed editore, accusato di maltrattamenti ai danni dell’anziana madre dall’amministratrice di sostegno di quest’ultima. Abbiamo iniziato a seguire la vicenda di Monello accogliendo il suo stesso invito, ritenendo egli per primo che il suo sia un “caso di interesse pubblico” particolarmente adatto a mostrare le degenerazioni applicative che l’attuale disciplina dell’amministrazione di sostegno – istituto giuridico introdotto in Italia con la Legge 6/2004 – non è in grado di prevenire, né di arginare. Anche in questa circostanza, come nelle precedenti udienze, nei giardini pubblici antistanti il Palazzo di Giustizia c’era un presidio organizzato dall’Associazione Diritti alla Follia, che segue la vicenda e supporta Monello.

Ma prima di dar conto dell’esito della terza udienza del processo, risulta utile fare un breve riassunto delle “puntate” precedenti.

Il professor Monello ha sempre convissuto con sua madre e si è sempre preso cura di lei rivestendo il ruolo di caregiver, e servendosi anche dell’ausilio di alcune badanti. Il professore ha anche un fratello e una sorella, Sebastiano e Maria Laura Monello, ma ha deciso, in disaccordo con quest’ultima, di licenziare una delle badanti della madre poiché, proprio in ragione della propria compresenza nell’abitazione materna, aveva avuto modo di constatarne la durezza di carattere, ed anche il fatto che sua madre non la gradisse («Gigi, non mi abbandonare nelle mani di questa stregona», si raccomandava la genitrice). In ragione di questo conflitto, la sorella del professore ha chiesto la nomina di un amministratore di sostegno esterno alla famiglia. Il Giudice Tutelare ha nominato l’avvocata Debora Amarugi, che, assunto il ruolo, ha ritenuto di assumere nuovamente la badante licenziata. Al dissenso manifestato dal professore riguardo a tale decisione Amarigi ha risposto accusandolo di maltrattamenti ai danni di sua madre. Il procedimento è stato intrapreso nel luglio 2020, ed ha avuto l’effetto di impedire al professore di incontrare sua madre nella parte terminale della sua vita. «Mia madre è deceduta il 1° agosto 2021, all’età di 99 anni. Se ne è andata nella convinzione che il figlio con cui aveva condiviso un’intera vita, fosse, improvvisamente e senza una ragione, divenuto tanto freddo e indifferente da abbandonarla. Nel suo ultimo anno di vita ha potuto vedermi, infatti, per sole tre ore», racconta Monello. Poiché il reato ascritto al professore prevede una pena detentiva minima di tre anni, egli avrebbe potuto fare ricorso al rito abbreviato, ma, in accordo con i suoi legali, ha rifiutato tale percorso per aver modo di dimostrare in Tribunale «quale grave distorsione dei fatti sia stata compiuta in merito alla mia condotta», argomenta egli stesso.

La prima udienza del processo si è svolta il 10 maggio 2022, e sono stati auditi il fratello e la sorella dell’imputato che hanno reso testimonianze evasive e generiche, mostrando l’incapacità di confermare quanto contenuto negli atti dell’indagine.

Il 10 novembre 2022 si è svolta la seconda udienza, nella quale è stata raccolta la testimonianza di una vicina di Monello, che aveva formalizzato davanti alla polizia giudiziaria l’accusa di aver udito il professore rivolgere frasi pesantemente ingiuriose all’anziana madre. Tuttavia la donna non ha saputo confermare davanti al giudice quanto affermato in precedenza, limitandosi ad argomentare che talvolta Monello le era sembrato spazientito.

E veniamo ora alla terza udienza, quella odierna, in cui ha testimoniato solo l’avvocata Debora Amarugi, amministratrice di sostegno della madre, nonché soggetto che ha intrapreso il procedimento penale a carico del professore. Amarugi ha affermato che al momento in cui ha preso l’incarico, nell’ottobre del 2019, a casa della beneficiaria era già presente la badante che il professore aveva licenziato mesi prima (nell’aprile 2019), salvo poi correggersi ed ammettere di averla reintegrata lei. Amarugi ha dunque accusato Monello di aver disturbato il sonno di sua madre pretendendo che la badante cambiasse in continuazione il panno del letto anche nel caso fosse asciutto (mentre in realtà, spiega Monello al presidio fuori dall’udienza, sua madre aveva bisogno di cambi frequenti per il semplice motivo che la sua terapia prevedeva l’assunzione di un diuretico, le badanti non erano sollecite nel farlo, dunque lui le richiamava). L’altra grave accusa formulata da Amarugi riguarda la presunta interferenza del professore nella gestione dei farmaci. In merito a questa accusa Monello, in seguito all’udienza, ha spiegato che essa sarebbe stata formulata da una sola delle badanti, che tra le altre cose è stata nell’abitazione per soli quattrodici giorni di prova e che non ha mai operato la notte. Tale accusa, precisa ancora il professore, non trova riscontro nelle affermazioni delle altre badanti che hanno seguito la madre di Monello per anni. Lo stesso Monello afferma che tali accuse sono completamente inventate. Ad ogni modo sia la “badante accusatrice”, sia una delle altre badanti che ha seguito l’anziana per anni, verranno sentite in occasione della quarta udienza del processo. Infine Amarugi, che ha fatto allontanare Monello dall’abitazione della madre con un provvedimento d’urgenza, ha affidato proprio al “pericoloso professore” per ben quattro mesi dopo la sua denuncia, per 5 giorni alla settimana (dal lunedì al venerdì), il compito di curarsi della madre per un’ora e mezza (dalle 5.30 alle 7.00 del mattino), nel periodo che intercorreva tra il fine turno di una badante e l’ingresso di quella successiva. L’avvocato di Monello ha osservato che probabilmente si tratta di un interessante caso di pericolosità ad ore.

La quarta udienza si svolgerà il 7 novembre 2023. In quella circostanza verranno sentiti il maresciallo Lombardi, e le due badanti di cui si è detto. Dunque anche questa volta la vicenda giudiziaria del professor Monello non ha trovato un epilogo. Ovviamente, per pronunciarsi, è necessario attendere il verdetto del Giudice. Ci sono però due fatti che possono già essere dati per certi: che sono sempre più numerosi i casi di familiari che denunciano come l’amministrazione di sostegno venga utilizzata per impedire che gli stessi possano verificare se gli amministratori di sostegno esterni alla famiglia stiano effettivamente agendo in modo corretto ed adeguato (ed intraprendere azioni in caso contrario), e che molti amministratori di sostegno, nell’espletamento dei loro compiti, non tengano in sufficiente o nessuna considerazione la volontà del beneficiario o della beneficiaria. Cosa che connota l’istituto come una misura in palese contrasto con la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, un aspetto che, già nel 2016, è valso all’Italia uno specifico ammonimento da parte del Comitato ONU sui diritti delle persone con disabilità.

PER APPROFONDIRE:

Associazione Diritti alla Follia.

Il blog di Gigi Monello “Picciokkumalu” (in sardo “cattivo ragazzo”).

Gigi Monello, Sostegno all’Italiana, «Informare un’h», 4 febbraio 2023.

Simona Lancioni, Amministrazione di sostegno, ancora irrisolta la vicenda di Monello, «Informare un’h», 11 novembre 2022.

Simona Lancioni, Amministrazione di sostegno, seconda udienza per il professor Gigi Monello, «Informare un’h», 31 ottobre 2022.

Simona Lancioni, A Cagliari è andata in scena la “banalità del male”, «Informare un’h», 11 maggio 2022.

Simona Lancioni, Amministrazione di sostegno, un caso di interesse pubblico, «Informare un’h», 2 maggio 2022.

Simona Lancioni, Amministrazione di sostegno, doveva essere un abito su misura… invece, «Informare un’h», 18 febbraio 2022.

Sezione del centro Informare un’h dedicata al tema della “Tutela giuridica”.

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