Visualizzazione post con etichetta cortometraggio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta cortometraggio. Mostra tutti i post

lunedì 27 luglio 2020

“Le donne yazidi sono forti”: le squadre femminili di sminamento - Kate Denereaz




Dietro Hana Khider c’è una grande mappa di muro grigio, con i campi minati che la sua squadra ha ripulito segnati in verde. «Questo è il luogo in cui gli Yazidi vivevano insieme», afferma. «È dove ho vissuto la mia infanzia; ho così tanti ricordi qui, è molto importante per me.» Il posto è Sinjar, o Shingal come lo conoscono gli Yazidi, al confine nord-occidentale dell’Iraq con la Siria. Khider, 28 anni, sta parlando in videochiamata dal suo ufficio nella regione. «Questo lavoro è così importante per me perché mi sento come se stessi facendo qualcosa di buono per la mia famiglia, la mia comunità e le persone che sono state sfollate da Sinjar. Rimuovendo le mine, le sto aiutando a tornare un giorno, forse».
Nell’agosto 2014, l’Isis ha invaso e occupato questa regione. Il gruppo ha ucciso circa 5.000 Yazidi, ha rapito e ridotto in schiavitù 6.000 donne e bambini e ha sfollato una comunità che viveva in città e villaggi incastonati attorno al monte Sinjar, da secoli sacro agli Yazidi. «Prima avevamo una vita normale. Tutto andava bene, la gente viveva la propria vita felicemente. Ma dopo il genocidio del 2014, tutto è cambiato. Non siamo più sicuri», afferma Khider.
Quando nel 2017 l’Isis fu respinta da Sinjar, aveva piazzato centinaia di migliaia di mine antiuomo e altri ordigni esplosivi in case, edifici e campi. Il gruppo li ha fabbricati su scala industriale, ma ha anche usato oggetti domestici come pentole, padelle e persino controller per videogiochi – qualunque cosa su cui potesse mettere le mani – per costruire dispositivi improvvisati. «Le persone vengono uccise o ferite quotidianamente a sud della montagna», spiega Khider. Una parte importante del suo lavoro è educare la comunità e in particolare i bambini, che sono soggetti molto a rischio. In una zona minata, un uomo le ha detto che un’esplosione ha ucciso suo nipote di 15 anni mentre era fuori nei campi a occuparsi del gregge. L’altro nipote ha riportato ferite che gli hanno cambiato la vita.
Un nuovo film, Into the Fire, segue Khider e la sua squadra di donne Yazidi al Mines Advisory Group (MAG), un’organizzazione benefica internazionale che rimuove bombe inesplose nelle ex zone di guerra di tutto il mondo, mentre sminano Sinjar.
L’alto livello di presenza di mine è uno dei motivi per cui, a tre anni dalla liberazione di Sinjar dall’Isis, solo un quarto della popolazione è tornato. Quasi 300.000 Yazidi vivono ancora in campi di tende e rifugi di fortuna nella vicina Regione del Kurdistan, in Iraq. Le condizioni sono pessime e la comunità ha un accesso inadeguato ai servizi, inclusi i trattamenti per gli alti tassi di malattia mentale. Ancora mancano all’appello oltre 2.000 tra donne e bambini.
Secondo Portia Stratton, direttrice nazionale di MAG per l’Iraq, chi è tornato vive principalmente a nord della montagna che divide Sinjar. «Il nord della montagna, sebbene gravemente colpito, presentava una minor quantità di mine rispetto al sud, perché l’Isis l’ha occupata per un periodo molto più breve. Inoltre, dato che molta più gente è tornata al Nord, storicamente abbiamo avuto maggiori informazioni sulla presenza di mine in quelle aree. Nel sud, in particolare, resta ancora molto da fare», afferma Stratton.
L’ente benefico MAG ha sminato il villaggio di Khider nel 2016, permettendo a lei e alla sua famiglia di tornare, anche se non nella loro vecchia casa, che aveva subito troppi danni. Un’alta percentuale di case in tutto il distretto è stata colpita in modo simile, e molte sono state completamente distrutte. Santuari, scuole e edifici pubblici sono in rovina. «C’è anche una mancanza di servizi, come l’assistenza medica e l’istruzione, specialmente nei villaggi», afferma Khider. Due dei suoi figli vanno a scuola, ma per seguire le lezioni devono percorrere svariate miglia ogni giorno, attraversando zone devastate della guerra. «Quello che voglio più di ogni altra cosa è che siano sicuri e liberi.»
Nonostante i pericoli del suo lavoro, Khider non ha paura. «Ho fiducia in me stessa e so che sto facendo la cosa giusta». Uno dei problemi è che Sinjar rientra nei “territori contesi” dell’Iraq, le aree rivendicate sia dal governo centrale iracheno che dal governo regionale del Kurdistan. Il conflitto politico ha alimentato la guerra, ha frammentato l’autorità, rendendo particolarmente vulnerabili gli Yazidi e altre minoranze, tra cui Assiri, Turkmeni e Shabak, a Sinjar e nelle vicine pianure di Ninive. «Manca un governo che funzioni», dice Abid Shamdeen, direttore esecutivo di Nadia’s Initiative, un’organizzazione benefica che lavora a Sinjar, creata dalla vincitrice del premio Nobel per la pace Nadia Murad. La mancanza di forze dell’ordine ufficiali nella regione «genera anche caos e paura», afferma. Una moltitudine di milizie rivali opera nell’area, impedendo agli ex residenti di tornare e ostacolando la ricostruzione. A metà giugno questo stato di insicurezza è stato messo in luce da un attacco aereo turco (ultimo di una serie) sulla montagna di Sinjar, contro i militanti curdi, che ha invece colpito le aree in prossimità dei civili. «Quand’è che @IraqiGovt e la comunità internazionale avranno un po’ di coraggio e volontà politica per risolvere i conflitti nello Sinjar?» ha twittato Murad in risposta.
Nonostante questa precarietà, Khider è impegnata nella sua casa, che ama. Ora ha iniziato a coltivare un orto. «Ho piantato cose semplici, alcuni fiori, verdure come cetrioli, pomodori, melanzane», dice. «Sento che hanno un’anima e uno spirito. Sono felice solo a guardarli». È questo atteggiamento che ha attirato l’attenzione di Orlando von Einsiedel, il regista premio Oscar di The White Helmets, sulla storia di Khider.
«Into the Fire non si concentra sull’oscurità dell’Isis e sulle sue azioni. Volevo invece che si concentrasse sull’incredibile capacità di ripresa e forza di coloro che sono sopravvissuti alle loro atrocità e che stanno ricostruendo le loro vite e le loro comunità.» Spera anche che il film porti una maggiore consapevolezza del ruolo delle donne nella ricostruzione delle loro comunità dopo il conflitto. «In tutto il mondo, MAG ha squadre straordinarie di sminatrici – molte delle quali madri – che lanciano una sfida totale alle percezioni stereotipate di cos’è “il lavoro della donna”.» Khider pensa che questo lavoro sia un’occasione per riprendersi per le donne della sua squadra, alcune delle quali sono ex prigioniere dell’Isis e tutte hanno perso la famiglia e gli amici nel 2014. «Stanno facendo questo lavoro che in precedenza forse facevano solo gli uomini, e questo dà loro fiducia in loro stesse. Stanno facendo qualcosa di buono per la loro comunità e la loro famiglia e possono anche dipendere da loro stesse, finanziariamente e non solo». Khider lavora ancora con le donne, ma è stata promossa a guidare una squadra più ampia, che include uomini. Dal 2016 lei e i suoi colleghi hanno sgomberato più di 27.000 mine dalle aree liberate dall’Isis.
Quando ha visto Into the Fire per la prima volta ha detto: «Mi sono sentita triste nel vedere la realtà in cui viviamo ora e tutte le cose che sono successe alla mia comunità e al popolo Yazidi. Ma sono anche stata felice di vedere le cose buone che io e la mia squadra stiamo facendo. Spero che il film mostri alle persone di tutto il mondo che noi donne Yazidi siamo forti, non ci arrendiamo e che siamo in grado di rialzarci e vivere la nostra vita, anche dopo tutto quello che abbiamo passato».

Into the Fire è disponibile in streaming sul canale YouTube del National Geographic


(The Guardian, 7 luglio 2020, traduzione di Laura Colombo)



giovedì 21 maggio 2020

Contro la scuola della mediocrazia


  
Una Relazione per l’Accademia, Rapporto di Minoranza, Analisi e una Modesta proposta

(premetto che la mia esperienza è solo di 35 anni, scuole superiori, istituti tecnici e professionali)

In tanti anni di insegnamento ho visto cose che voi umani non insegnanti potete solo immaginare, se avete un smisurata fantasia.
Da quando insegno ho cercato di lavorare cercando di far crescere gli studenti, di elevarli rispetto al punto di partenza.
Piano piano scopri che è una vita difficile quella di insegnare per elevare gli studenti, te ne accorgi quando sempre più i presidi (adesso dirigenti scolastici) ti chiedono perché dai qualche insufficienza (e sempre più devi giustificarti), mai ho sentito un dirigente chiedere come mai in certe materie tutti hanno voti non inferiori a otto o nove. Il sottinteso è che se gli studenti sono bravi il merito è degli studenti e, forse, dei professori, se un gruppo non va bene la colpa è sempre del professore.
In questi anni sempre più si parla di successo formativo, che nel concreto può significare che le scuole più “brave” sono quelle con più promossi.
Mutatis mutandis, ho letto che anche in certi ospedali i reparti dove i pazienti tornano a casa più in fretta, o muoiono di meno in quel reparto sono i migliori. E anche che per raggiungere certi obiettivi di efficienza a volte si manda a casa la gente più in fretta del necessario, o i casi più gravi si spostano in altri reparti, ma non ci voglio credere.
Non ho mai letto che i migliori esaminatori per la patente siano quelli che promuovono più aspiranti patentati.
Gli obiettivi della scuola sono una cosa strana, se un docente vuole 100 dai suoi alunni e mediamente si fermano a 70 ha raggiunto il 70% dell’obiettivo, se un docente, a parità di tutte le condizioni, vuole solo 50, e non 100 come il primo, dai suoi alunni e mediamente questi si fermano a 40 ha raggiunto l’80% dell’obiettivo; se si abbassano gli obiettivi gli studenti diventano più bravi e così i loro insegnanti.
Mutatis mutandis, se si cambiano i valori obiettivo delle sostanze presenti nell’acqua, per magia questa può trasformarsi da dannosa a potabile.
Un’altra cosa di cui si parla in questi anni, sempre di più, è di quella parola magica che si chiama recupero, quando uno studente in una parte del programma o in certe prove non va bene, si deve recuperare, recuperare, recuperare. Molte volte si tratta di chi non ha studiato, ma non si può dire per non passare per reazionario. A quale insegnante non è capitato il caso di qualche studente che ti dice, a me non me ne importa niente, vengo a scuola perché mi mandano?
Nello sport è diverso, se uno perde una partita non deve rigiocare di nuovo quella partita, o rifare quella gara, magari la prossima settimana o mese uno si allena di più e meglio, e magari deve volerlo fare, di sicuro i suoi risultati saranno migliori. Se uno passa il tempo senza neanche mettersi le scarpe sportive, in un angolo, giocando col telefonino, chi darebbe la colpa all’allenatore? Pochi, forse. Se succede una cosa simile a scuola quasi tutti attribuiscono la colpa all’insegnante.
E possiamo evitare di parlare delle competenze, altra parola magica, che più uno la usa più sembra bravo? Da sempre la scuola doveva trasmettere, fornire, insegnare le conoscenze, poi era lasciata all'abilità dello studente (o della persona che imparava) farle fruttare, in un ordine logico, fondazioni e piano terra le conoscenze, primo piano le abilità. Da un po' di anni qualcuno ha introdotto le competenze (leggi qui), cosa buona e giusta, il secondo piano di una costruzione. Il problema è che si è gettato fango, non tutti, non sempre, sulle conoscenze, equiparandole al nozionismo. Il paradosso è che spesso a chi non ha conoscenze, o le ha limitate, vengono riconosciute delle competenze sufficienti, perché poverino/a... Ma si può costruire una casa senza fondazioni? Chi andrebbe da un dentista che non sa i nomi dei denti? Chi cercherebbe un elettricista per un lavoro se costui ignorasse cos'è l'elettricità? Diremmo che quelle conoscenze sono nozionismo? A scuola sì.
E quest’anno è apparsa la ministra Azzolina, con le sue parole, a marzo, “nessuno perderà l’anno” e poi la didattica a distanza nella forma delle videolezioni, a me è venuta in mente una canzone, so che è un sacrilegio, ma mi è venuta in mente quella canzone (L'anno vecchio è finito ormai, Ma qualcosa ancora qui non va…Sarà tre volte Natale e festa tutto il giorno…Anche i muti potranno parlare, Mentre i sordi già lo fanno...).
E che dire della novità di quest’anno, occorre l’unanimità dei voti dei docenti del consiglio di classe, affinché uno studente non venga ammesso alla classe successiva.
Non stiamo parlando della sedia elettrica, solo di ripetere un anno scolastico. E come non trovare un insegnante che non sarà d’accordo per la bocciatura, dai, si trova, utilizzerà, quell’insegnante, la formula “ma con me un sei l’ha preso” o una competenza ce l'ha, o la parola magica, ”poverino/a”, per presunti studenti, che hanno l’età per potersi drogare, per guidare un veicolo, per stare svegli fino alle cinque di mattina col telefono cellulare, per poter prendere a parolacce i genitori, per scegliere di entrare in coma etilico (capirete che eccedo, sono cose che non succedono) ma non hanno la forza di volontà di togliere la polvere dai libri.
Mi viene da pensare che c'è una cosa peggiore dell'essere bocciati all'esame della patente ed è quella di essere promossi senza saper guidare. Tutti si indignerebbero perchè se uno guida e non sa guidare può uccidere chiunque, è cosi che quell'indignazione diventa collettiva.
A scuola non funziona così, purtroppo: chi viene promosso senza merito è un furbo, ed è impossibile che l'indignazione di qualcuno, un compagno che ha dato l'anima per essere promosso, per esempio, diventi collettiva,
E che dire dell’alternanza scuola-lavoro, io pensavo a un mese in Sudafrica in miniera, trattato come un nero, o, in alternativa, se non ci sono soldi per i viaggi in aereo, pensavo a un mese nella raccolta dei pomodori, dall’alba al tramonto, con un litro d’acqua, anche due, siamo generosi, per 25 euro al giorno,
Al ritorno tutti sarebbero diventati migliori studenti, ringraziando ogni giorno la possibilità di andare a scuola per studiare.
Una frase che si sente spesso a scuola è “venire incontro agli studenti”, la traduzione è che se alla domanda “quanto fa 2+2” uno risponde sei, l’insegnante dice quattro, con la risposta cinque ci troviamo a metà strada, si è andati incontro agli studenti (1).
Passiamo alla videolezione, per alcuni l'unica declinazione della didattica a distanza.
Quello che poteva e doveva essere un dialogo educativo con moltissimi studenti diventa un monologo (educativo?, purtroppo succede anche nella scuola vera) e un imbroglio, quando gli esercizi e le domande, se un docente (con sprezzo del pericolo) prova a farle, e il dialogo educativo (ormai estinto) si trasforma nell'aiuto da casa (se uno ricorda il gioco televisivo "Chi vuol essere milionario" capisce tutto).
E che dire dell'insistenza dei genitori, che fanno stalking al docente, perchè la valutazione delle prove dell'erede deve essere proporzionata al tempo che dedicano al figlio/a, al costo delle inutili lezioni private, una specie di doping, che scade in fretta.
Come vorrei essere un allenatore di boxe, stalkerato dal giovane pugile e dai suoi genitori per farlo combattere, nonostante capacità e preparazione inadeguate, e mandarlo sul ring, e vedere cosa ne resta.
È inimmaginabile lo squallore di queste cose, beato chi non le prova.

E dopo l’analisi (parziale, naturalmente) vorrei ipotizzare una modesta proposta.

A differenza del medico di famiglia, che viene frequentato solo da chi sta male, la scuola viene frequentata (parlo sempre per le scuole secondarie superiori) da chi non vuole studiare, sempre più, da chi ha qualche difficoltà (a volte sono troppi, leggi qui e qui, esiste il virus della diagnosite), senza dimenticare i molti, sempre più, troppi affetti da nomofobia, leggi qui) e sempre meno da chi vuole studiare (all’inizio ne hanno voglia, ma poi visto l’andazzo, per molti quella voglia scema).
Un enorme problema, sottovalutato nella scuola, è quello di dedicare molto tempo e grandi energie alle prime categorie di studenti, di cui solo una piccola parte non ce la fa e ha bisogno d’aiuto (per questo esistono gli insegnanti di sostegno), e l’ultima categoria di studenti viene trascurata, o, peggio, viene risucchiata nella mediocrità.
Per questo la proposta è indirizzata a tutti, per risolvere il problema degli studenti (uso un eufemismo) pigri.
C’è stato un periodo in cui, ingiustamente, la scuola trascurava gli ultimi della classe, adesso, ingiustamente, chi vuole studiare.

La modesta proposta (di fantascuola, ma non troppo) è la seguente.
Lo Stato offra agli studenti della scuola superiore la possibilità di frequentare cinque anni di scuola dalla prima alla quinta.
Per coloro i quali non hanno voglia, ma è necessario che vadano a scuola, sia per l’obbligo scolastico, sia perché i genitori non vogliono lasciarli soli, visto che si deve andar a lavorare, si rilascerà un certificato di frequenza, se vengono a scuola, e una votazione finale all’esame, anche se non scriveranno niente, o non apriranno bocca, di 60/100 (già oggi quel voto viene attribuito a coloro i quali meriterebbero di essere non promossi, ma per un malinteso senso di bontà vengono promossi, o magari per amore delle belle statistiche).
Se chiunque prendesse il voto minimo garantito ci sarebbe tempo e modo per provare a coltivare chi ha voglia di studiare.
Diceva Antonio Gramsci
«Occorre persuadere molta gente che anche lo studio è un mestiere, e molto faticoso, con un suo speciale tirocinio, oltre che intellettuale, anche muscolare-nervoso: è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo, la noia e anche la sofferenza.»
Questo deve essere l’obiettivo per ogni scuola, per ciascun docente, per ogni studente, ma se quello studente (o studentessa) ha una botta di vita e solleva la testa poggiata sul banco, a volte con un cappuccio, solo alla terza ora, perché si va a comprare il panino, è giusto che l’attenzione del docente stia dietro quasi esclusivamente a chi ha come unico interesse quello di mangiare il panino di ricreazione, o cerca, in tutte le ore, con mille sotterfugi, di stare connesso a Tik Tok, Telegram, Instagram o Merdagram?
E’ come se la scuola portasse una classe al cinema a vedere un film, e molti passassero il tempo o in bagno, o connessi al mondo esterno con lo smartphone; cosa si fa, si porta la classe di nuovo a riguardare quel film?
Se la scuola pubblica offre cinque anni gratuiti d’istruzione superiore, se uno non li sfrutta al meglio saranno persi per sempre, non si recupera per tutto il tempo dell’anno scolastico.
D’estate si aprirebbero corsi per il recupero, a scuola, ma non dieci ore (che danno l’illusione, altra finzione didattica, a chi ci crede, che in dieci ore si recupera quello che non si è fatto in, diciamo, sessanta ore), per lo stesso numero di ore trascurate nell’anno (due materie che “valgono” 100 ore durante l’anno, vanno recuperate, per 100 ore, d’estate, con frequenza obbligatoria).
Senza dimenticare l’alternanza scuola-lavoro, quella della raccolta dei pomodori, da svolgersi obbligatoriamente d’estate, come rinforzo verso lo studio.
Bisognerebbe essere responsabili, per studenti e famiglie che giustificano a oltranza i loro figli, ma se lo si facesse solo per convenienza andrebbe bene lo stesso, rendiamo conveniente essere responsabili.
Un ottimo effetto collaterale è che non si potranno più comprare gli anni nei diplomifici, che moriranno, senza rimpianto, e pace all’anima loro, se le scuole dessero il 60 garantito (che sarebbe come un’elemosina, ma non lo diciamo).


NOTA
(1) QUI potete vedere un bel cortometraggio "scolastico" (ci sono i sottotitoli in italiano)

AVVERTENZE
(1) - Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è solo cronaca, e se uno si riconosce è lui (o lei).
(2) – In queste pagine spesso si dice, per esempio, studenti, è sottinteso che si parla di tutti, lo stesso vale per insegnanti, genitori, professori, è da estendere a tutti i sessi, a scanso di equivoci.
(3)ripropongo qui le parole della premessa, che - visto la posizione - sono una conclusione: la  mia esperienza è solo di 35 anni, scuole superiori, istituti tecnici e professionali

BIBLIOGRAFIA
nel 2003 Paola Mastrocola ha scritto “Una barca nel bosco”, praticamente un libro dell’orrore della scuola, cercatelo e soffritene tutti.

APPENDICE
scriveva Antonio Gramsci in quinta elementare:
“Carissimo amico,

Poco fa ricevetti la tua carissima lettera, e molto mi rallegra il sapere che tu stai bene di salute. Un punto solo mi fa stupire di te; dici che non riprenderai più gli studi, perché ti sono venuti a noia. Come, tu che sei tanto intelligente, che, grazie a Dio, non ti manca il necessario, tu vuoi abbandonare gli studi? Dici a me di far lo stesso, perché è molto meglio scorrazzare per i campi, andare ai balli e ai pubblici ritrovi, anziché rinchiudersi per quattro ore al giorno in una camera, col maestro che ci predica sempre di studiare perché se no resteremo zucconi. Ma io, caro amico, non potrò mai abbandonare gli studi che sono la mia unica speranza di vivere onoratamente quando sarò adulto, perché come sai, la mia famiglia non è ricca di beni di fortuna. Quanti ragazzi poveri ti invidiano, loro che avrebbero voglia di studiare, ma a cui Dio non ha dato il necessario, non solo per studiare, ma molte volte, neanche per sfamarsi. Io li vedo dalla mia finestra, con che occhi guardano i ragazzi che passano con la cartella a tracolla, loro che non possono andare che alla scuola serale. Tu dici che sei ricco, che non avrai bisogno degli studi per camparti, ma bada al proverbio “l’ozio è il padre dei vizi”. Chi non studia in gioventù se ne pentirà amaramente nella vecchiaia. Un rovescio di fortuna, una lite perduta, possono portare alla miseria il più ricco degli uomini. Ricordati del signor Francesco; egli era figlio di una famiglia abbastanza ricca; passò una gioventù brillantissima, andava ai teatri, alle bische, e finì per rovinarsi completamente, ed ora fa lo scrivano presso un avvocato che gli da sessanta lire al mese, tanto per vivacchiare. Questi esempi dovrebbero bastare a farti dissuadere dal tuo proposito. Torna agli studi, caro Giovanni, e vi troverai tutti i beni possibili. Non pigliarti a male se ti parlo col cuore alla mano, perché ti voglio bene, e uso dire tutto in faccia, e non adularti come molti. Addio, saluta i tuoi genitori e ricevi un bacio dal tuo aff.mo amico Antonio.”

lunedì 27 gennaio 2020

Dear Basketball - Glen Keane, Kobe Bryant






Perché ci siamo innamorati di Kobe Bryant - Giulio Cavalli

La carne di Kobe è riconosciuta da tutti come una delle più pregevoli, apprezzate e costose carni del mondo. L'ex cestista Joe Bryant e sua moglie Pamela Cox (anche lei con il basket nel sangue, sorella del giocatore Chubby Cox) stavano mangiando carne di Kobe poco prima di avere loro figlio, Kobe Bean Bryant, con quel pranzo nel nome, appunto.
Gli USA piangono Kobe Bryant e sua figlia Gianna che chiamavano "Gigi" ma in quella morte c'è anche un pezzo d'Italia, un pezzo bello grosso, che passa da Rieti, Reggio Calabria, Pistoia e Reggio Emilia. Poi ci sono i Los Angeles Lakers in cui giocò per vent'anni. Per tutto il giorno di fronte allo «Staples Center» di Los Angeles, il palazzetto dei Lakers, si è radunata una folla commossa e silenziosa, di tifosi e non, che hanno voluto rendere omaggio al giocatore.
Ogni volte che uno sportivo sfiora i numeri del mito (e i record di Bryant sono moltissimi) un alone di immortalità lo avvolge: le giocate di Bryant (come capita per tutti i campioni) le preserviamo nella memoria perché è un modo per preservare noi nel periodo in cui lo ammiravamo giocare. Rendere immortale un giocatore è il tentativo, goffo e emozionante, di renderci immortali, noi con lui. Potrebbe essere un giocatore qualsiasi di uno sport qualsiasi, in fondo è la trasfigurazione di quel nostro spicchio di vita, con il sottofondo del ferro colpito dalle schiacciate di Kobe.
Forse anche per questo ogni volta che un campione si ritira il suo addio viene celebrato con commozione: nel 2016 Bryant ottenne riconoscimenti dagli avversari per tutta la stagione, in tutti i palazzetti. I tifosi avversari in piedi a applaudire per dirgli “Kobe, abbi cura del pezzo di me che ti lascio portare via”. Una cosa così. I giocatori come Kobe hanno troppo genio per appartenere solo a una tifoseria, i campioni sono anche dei loro avversari e per questo la morte di Bryant è un lutto collettivo. Le sue lettere d'addio sono diventate un cortometraggio da Oscar, del resto i miti entrano dappertutto:  in Star Wars c'era un droide che si chiamava K2B4, tutto giallo e viola, in onore di Kobe.
“Non importa quanto segni. Quello che conta è uscire dal campo felice”, aveva detto Bryant. Ci sono professionisti che sono professionisti perché professano ciò che sono nel proprio mestiere, Kobe era così. Poi ci sono le accuse di stupro, poi ritirate, ci sono le tante iniziative di beneficienza e c'è quell'amore per l'Italia che ci ha concesso di essere in cima al mondo per quello spazio nel cuore della leggenda.
Black Mamba è morto. "Caro basket, dal momento in cui ho cominciato ad arrotolare i calzini di mio padre e a lanciare immaginari tiri della vittoria nel Great Western Forum ho saputo che una cosa era reale: mi ero innamorato di te”, scrisse nella sua lettera d'addio. Caro Kobe, anche qui fuori è pieno di tuoi innamorati.

domenica 11 febbraio 2018

Due burattini al bar



Giosuè Camboni e Peppino Pittiolu sono preoccupati, fra un po’ devono lasciare casa e se non ne trovano un’altra trascorreranno la vecchiaia in un garage puzzolente e polveroso, se pure riescono a trovarlo.



Hanno aperto una pagina facebook (qui), per dare informazioni e raccogliere un po’ di calore umano, in questo inverno del loro (e nostro) scontento, sperando che qualcuno trovi una casa per tutta la famiglia.
Nel mondo ci sono tanti musei di burattini e marionette (ecco qui una piccola lista), che sono come ospizi per burattini e marionette, dopo che hanno finito di lavorare, solo a Cagliari non se ne sa niente, a Parma (qui) è il museo più visitato della città.
ecco la pagina facebook de Is Mascaredddas: https://www.facebook.com/ismascareddas/.
qui le immagini della conferenza stampa, per denunciare la chiusura del teatro della compagnia.
ecco un dibattito alla radio e un articolo sulla stampa locale (qui e qui)