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lunedì 24 agosto 2020

La pelle di un altro colore - Giulio Lobina

 


L’eleganza è come la pelle. Come la carne. Come il sangue. È l’abito della coscienza. Dell’umanità. Non possiamo strappartela via nemmeno quando ti insultiamo. 

 

E ne ho letto, sai, insulti razzisti. Di uomini piccoli piccoli. Gli stessi che, se fossi stata in costume da bagno, non avrebbero certo guardato il colore della tua pelle o del tuo costume. 

 

C’è una sporcizia, nell’insulto, che è pari solo alla pochezza che alcuni si portano dentro. Proprio come l’eleganza, la pochezza, non puoi strappargliela via. 

 

Eppure, i sardi, sono un popolo ospitale. Nato da mille incontri, mille rotte nel mediterraneo, mille civiltà. Sono un po’ come te, la maggior parte dei sardi: buoni, onesti, attenti all’accoglienza, dediti alla bellezza, affascinati dall’eleganza. 

 

Altri no. Altri sono vuoti. 

 

E tu, invece, vesti l’abito che è anche tuo, perché anche tu sei sarda, perché anche tu appartieni a questa terra. Vestilo! Con lo stesso orgoglio e la stessa fierezza di chi sa essere paziente anche contro la barbarie razzista. 

 

Tu, vestilo sempre, questo abito. Questo Sentimento di coraggio e fortezza, di vento e quercia, di ginestra e miele di corbezzolo. Di mare. 

 

Ci siamo arrivati tutti, su quest’isola, dal mare. Perché dal cielo giungono solo gli angeli e le preghiere. Dal mare, un tempo lontano, sulle spiagge vergini, su zattere o barche di fortuna o navi guerriere. 

 

Ci siamo arrivati e nessuno mai s’è posto il problema di domandarci “Cosa ci fai qui?” “Perché ti vesti così?”...perché noi abbiamo la pelle chiara. 

 

La pelle chiara. Che privilegio. Nel 2020, anno maledetto di un virus che colpisce nel mondo intero, ancora in troppi hanno l’idea che l’esser nati dalla parte “giusta” del mondo e l’esser nati “bianchi” sia un privilegio. 

 

Il privilegio dell’ignoranza. Della becera essenza razzista di chi non ha sensibilità e ignora i Diritti Umani. 

 

Perdona il vuoto culturale e umano dei cuori che si arrogano diritti che non hanno. Perdona gli insulti di bassa Lega. E amalo, quell’abito che hai addosso. 

 

Quando lo vesti. E quando sei vestita solo di pelle. Ama tutto ciò che sei, perché nei tuoi occhi c’è tutta la forza e la bellezza di quest’isola. E del Mediterraneo. 

 

I tuoi diritti sono anche i miei. E la mia isola è anche la tua isola. E così sarà sempre.


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un articolo in rete: https://www.sardiniapost.it/cronaca/modella-senegalese-in-abito-sardo-insulti-e-frasi-xenofobe-sui-social/



domenica 22 dicembre 2019

L’inquinamento nel poligono di Teulada esiste, ma non è imputabile a nessuno - Gruppo d’Intervento Giuridico



La Procura della Repubblica presso il Tribunale di Cagliari ha chiesto l’archiviazione del procedimento penale aperto nel 2012 in relazione alle ipotesi di reato riguardo l’inquinamento
 ambientale riscontrato nel poligono militare di Capo Teulada.
Pur accertando il pesante inquinamento (nella “zona bersaglio” della penisoletta Delta vi sono 4 chilometri quadrati pressoché irrecuperabili), non sarebbe riscontrabile alcun nesso di causalità fra inquinamento e malattie come neoplasie e linfoma di Hodgkin né sarebbe possibile non è possibile individuare i responsabili per “errori nell’interpretazione delle prescrizioni sulle bonifiche” da eseguire, per la necessità di procedere agli addestramenti e per la “buona fede” di chi dava gli ordini.
Nel poligono militare, realizzato a partire dal 1956 mediante dopo acquisti e, in parte, esproprio dei terreni, vengono svolte esercitazioni militari da decenni.  E l’uso del poligono viene ritenuto irrinunciabile per le esigenze addestrative militari.
Sul piano ambientale per troppo tempo le cose han lasciato a desiderare: dopo l’istanza (2014) dell’associazione ecologista Gruppo d’Intervento Giuridico onlus e del Comitato Lecce Bene Comune, sono state avviate e proseguono le procedure di valutazione di incidenza ambientale (V.INC.A.) dei programmi di attività addestrative nei poligoni militari di Torre Veneri, in Comune di Lecce, e di Capo Teulada.[1]
Sono finanziati e previsti gli interventi di bonifica ambientale, ma finora sono stati parziali e si è lontani dall’ottimismo manifestato dal presidente dell’I.S.P.R.A. Bernardo De Bernardinis secondo cui l’ambiente è tutelato in condizioni ottimali.  Sì, non ci sono state speculazioni immobiliari, ben presenti sulle coste di Teulada, ma le bonifiche ambientali sono state solo avviate.   
Sono da completare.     Ora, non fra cento anni.
Gruppo d’Intervento Giuridico onlus

[1]  I due poligoni militari, infatti, interessano i due siti di importanza comunitaria (S.I.C.) “Isola Rossa e Capo Teulada” (codice ITB040024) e “Torre Veneri” (codice IT9150025), appartenenti alla Rete Natura 2000, che tutela le aree naturali rilevanti ai sensi delle normative comunitarie per la salvaguardia degli habitat e dell’avifauna selvatica (direttive n. 92/43/CEE e n. 2009/147/CE).   Le attività addestrative militari – come qualsiasi attività che possa arrecare danno ai siti protetti – devono essere assoggettati alla procedura di V.INC.A. per minimizzarne gli impatti e introdurre misure di compensazione ambientale, come indicato anche dal codice dell’ordinamento militare (decreto legislativo n. 66/2010 e s.m.i.), procedure che riguardo altri poligoni appaiono regolarmente effettuate.


da La Nuova Sardegna, 20 dicembre 2019
Disastro ambientale nel poligono militare di Teulada, il pm chiede l’archiviazione.

Indagini partite nel 2012 dopo un esposto di residenti della zona
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Il pubblico ministero di Cagliari Emanuele Secci ha chiesto l’archiviazione dell’indagine per inquinamento ambientale nell’area del poligono di Teulada, sulla costa sud occidentale della Sardegna.
L’indagine era nata nel 2012 quando una ventina di residenti – tutelati dagli avvocati Giacomo Doglio e Roberto Peara – aveva presentato alcuni esposti segnalando l’insorgenza di alcune patologie, come il linfoma di Hodgkin e alcune neoplasie che sarebbero potute essere ricondotte all’inquinamento causato dalla presenza del poligono. In realtà, la parte legata all’ipotesi di omicidio colposo era stata stralciata e quasi subito archiviata per l’impossibilità di dimostrare un nesso causale tra patologia e alcuni decessi, ma era rimasta in piedi l’ipotesi di disastro ambientale.
Le indagini della Procura di Cagliari avrebbero accertato lo stato di compromissione della cosiddetta “Penisola Delta”, il cuore del poligono (un tassello di poco più di tre chilometri, ndr) dove nel giro di pochi anni (dal 2009 al 2014) erano stati sparati quasi 700mila colpi d’addestramento.
Un’area – al momento difficilmente bonificabile – dove sarebbero ancora presenti proiettili, pezzi di bombe e altro materiale legato alle esercitazioni militari, ma dove vige il divieto assoluto d’ingresso. L’inchiesta vedeva indagati anche alcuni capi di Stato maggiore che si sono succeduti dal 2009 al 2014.
A nessuno di loro – chiarisce il pubblico ministero – può essere imputato il disastro ambientale a titolo di dolo o di colpa. Ora la parola passa al Gip.

da L’Unione Sarda, 20 dicembre 2019
Omicidio colposo e disastro ambientale al Poligono di Teulada: chiesta l’archiviazione.
Non ci sono elementi “sufficienti per sostenere” che esista un legame diretto tra “l’esposizione a sostanze contaminanti e nocive” del Poligono militare di Teulada e i tumori e le morti del territorio. I controlli e gli studi eseguiti in questi anni “non consentono di accertare la data nella quale per la prima volta” sono stati “compromessi gli ecosistemi” della penisola. Dunque: il “disastro ambientale” nel Poligono è “avvenuto”, ma non è possibile individuare i responsabili per “errori nell’interpretazione delle prescrizioni sulle bonifiche” da eseguire, per la necessità di procedere agli addestramenti e per la “buona fede” di chi dava gli ordini.
Sono le conclusioni attraverso le quali il pm Emanuele Secci ha chiesto l’archiviazione delle accuse a carico di Giuseppe Valotto, Claudio Graziano, Danilo Errico, Domenico Rossi e Sandro Santroni nell’inchiesta per omicidio colposo, lesioni colpose e disastro ambientale.
Sono gli ex capi di stato maggiore dell’Esercito e del Terzo reparto Rif dell’Esercito, l’ex sottocapo di stato maggiore e l’ex comandante della Regione Sardegna tra il 2009 e il 2015. Avevano agito “nel convincimento di adempiere al proprio dovere”, e sparare a Teulada era una “modalità ritenuta necessaria e imprescindibile”. L’alternativa era “cessare” di farlo ma “con la deprivazione dell’addestramento”.
Però il sistema vegetale e faunistico della penisola interdetta è compromesso “irreversibilmente”. Capo Teulada è stato bersagliato da terra e mare sin dagli anni ’50, e solo dal 2010 al 2014 è stato centrato da 686 mila colpi tra “artiglieria pesante, razzi e missili”. Nel mare ci sono ordigni inesplosi. Si sono verificati un «grave mutamento della morfologia del territorio con la “manifesta e grave ripercussione su flora e fauna dell’intera penisola con la perdita della biodiversità”.
Le bonifiche sono iniziate. È in corso la caratterizzazione che porterà all’eliminazione dell’inquinamento; il promontorio non è più il bersaglio delle esercitazioni, che proseguiranno ma alle quali seguirà un’immediata bonifica. Ma i parenti di chi ha perso la vita o ha combattuto con un tumore tra il 2009 e il 2014 si opporrà alla richiesta di archiviazione.

da Sardinia Post, 20 dicembre 2019
“A Teulada inquinamento irreversibile”. Ma per il Pm non ci sono responsabili. (Alessandra Carta)
Paradossi. Non per la giustizia, ma per chi la cerca. Ovvero i cittadini. In questo caso malati di cancro. La storia è quella di Teulada. Una storia di morti. Appena una settimana fa, la Procura di Cagliari ha riconosciuto – e si tratta di una novità assoluta – “l‘alterazione irreversibile” in alcune porzioni di poligono. Così ha scritto il pm Emanuele Secci. Eppure tutto questo non basta per aprire un processo contro i vertici militari che hanno comandato la base sarda dal 2009. Cioè da quando esiste un censimento sul materiale bellico che viene sparato nella costa sud-ovest della Sardegna. Lo stesso pubblico ministero, malgrado l’accertato inquinamento, ha chiesto l’archiviazione per i capi di Stato maggiore indagati. Così risulta dall’atto depositato l’11 dicembre.
Parte da lontano la vicenda giudiziaria. È il 2012 quando una ventina di residenti a Teulada – attraverso gli avvocati di Cagliari Giacomo Doglio e Roberto Peara – presenta altrettanti esposti. Tutti contro ignoti. L’obiettivo è chiaro: ricostruire la relazione tra i giochi di guerra e i tumori, che da quelle parti colpiscono come fossero l’influenza. Due le patologie prevalenti: linfoma di Hodgkin negli uomini e cancro polmonare nei due sessi. Per i legali Peara e Doglio è da considerarsi certa la compromissione ambientale nonché probabile la correlazione tra esercitazioni militari e malattia. Tra inquinamento ambientale e tumori. Tra contaminazione e morte. Rapporti di salute alla mano.
Le indagini del magistrato sono finite da pochi giorni. E danno ragione ai legali delle persone offese, almeno sul fronte dei danni all’ecosistema. Il pubblico ministero è partito dalla cosiddetta Penisola Delta: quattro chilometri quadrati (sui 68 di poligono) che sono interdetti da anni. Quella è molto più di una discarica: è un’area che lo stesso ministero della Difesa ha messo sotto tutela perché non c’è modo di salvarla. È classificata come “non bonificabile“. Troppo il materiale bellico che nel tempo si è accumulato.
Nella penisola perduta finivano i colpi delle esercitazioni. Era la ‘zona bersaglio‘, quella. Solo tra il 2009 e il 2014 ne sono stati sparati 686mila. Tra artiglieria pesante, missili e razzi. Tutto è ‘atterrato’ lì, in quel lembo di terra dove nessuno può entrare. Né i militari né i civili. Si aggiungano le discariche: quel paesaggio lunare, dove le bombe hanno scavato enormi crateri, è disseminato di rifiuti speciali. Il pm elenca “bossoli, proiettili, bombe intere o in pezzi”. Non solo: anche il transito dei mezzi militari ha contribuito “ad arrecare danni permanenti alle matrici ambientali”. I periti nominati dalla Procura hanno messo nero su bianco anche “il mutamento della morfologia del territorio” che si rileva, tra le altre cose, attraverso “il disfacimento integrale degli orizzonti più superficiali del suolo”.
In quei quattro chilometri di Teulada è consentita unicamente la possibilità di un volo aereo. O in elicottero. Riporta ancora il Pm, e si arriva al passaggio chiave: “Si constata un’alterazione irreversibile riguardante i suoli e la componente floristico-vegetazionale”. Un punto di non ritorno, è evidente, determinato dal fatto che “le condizioni di criticità” della Penisola Delta hanno prodotto “l’alterazione dell’ecosistema, attualmente incapace di recuperare autonomamente le originarie condizioni di naturalità”.
Sul fronte della “componente faunistica è emerso che “l’alterazione” sarebbe anche reversibile, se solo “cessassero esplosioni, inquinamento acustico ed esercitazioni militari”. Questo riguarda sia “le specie animali non legate alla componente vegetazionale”, sia quelle tutelate a livello comunitario. Il primo gruppo include la berta maggiore, il gabbiano corso, il marangone, il tarantolino e la cheppia; nel secondo sono citati il falco pescatore, il calandro, la magnanina sarda, la volpe rossa, la donnola, il cinghiale e il gabbiano reale zampegialle.
La lista degli indagati il pm l’aveva stilata. In base agli atti. Quindi ecco i nomi di Giuseppe Valotto, Claudio Graziano, Danilo Errico, Domenico Rossi e Sandro Santroni. Ovvero i capi di Stato maggiore che si sono succeduti dal 2009 al 2015. Ma “a nessuno – ha scritto il Pm nella richiesta di archiviazione – si può imputare il disastro ambientale a titolo di dolo o colpa”. Secondo il magistrato, le esercitazioni vengono decise “dall’amministrazione della Difesa nel convincimento di adempiere al dovere in modo adeguato”. E in questo solco il Pm fa rientrare pure “il compito di addestrarsi in modo adeguato ed efficace“. Non è finita: le stesse attività nella penisola Delta “erano ritenute necessarie e imprescindibili per assicurare la corretta preparazione tecnica e psicologica del personale militare”, spiega ancora il magistrato inquirente.
Di qui appunto la richiesta di archiviazione su cui il Gip dovrà esprimersi nei prossimi mesi. Sardinia Post ha contattato gli avvocati Doglio e Peara, che si limitano a una conferma: tutti i legali delle persone offese si opporranno alla decisione del Pm che verrà discussa in camera di consiglio. Si può ipotizzare che il lavoro degli avvocati sarà incentrato su un presupposto certo: l’esistenza di un disastro ambientale nel poligono di Teulada. Una condizione, questa, che lo stesso pubblico ministero ha certificato attraverso i periti. Ma quando in Italia si apre una battaglia legale contro la Difesa, l’esito sembra già scritto e quasi mai regala sorprese. Di giustizia.

Una pioggia di fuoco da 860.624 colpi: inquinamento a Teulada, ecco le prove - Alessandra Carta

Sono le bombe, i razzi e i proiettili usati per i giochi di guerra. In gergo militare si chiamano, tutti insieme, munizionamento. Un totale di 860.624 colpi, tra lanci e spari. Quella pioggia di fuoco è caduta in otto anni, “dal 2008 al primo semestre del 2016” e “rappresenta solo un dato parziale”. Così ha scritto il pm di Cagliari, Emanuele Secci, nell’atto col quale il pubblico ministero ha però chiesto al Gip di far uscire dall’inchiesta su Teulada i cinque capi di Stato maggiore indagati. Di fatto i responsabili del poligono affacciato sulla costa sud-ovest della Sardegna. “Le esercitazioni”, sebbene siano la causa del disastro ambientale accertato, sono considerate dal magistrato inquirente “un dovere” professionale. Quindi a nessuno dei militari “si può imputare” il reato “per dolo o colpa”.
La posizione del Pm fa discutere da ieri, quando Sardinia Post ha reso pubblica la richiesta di archiviazione, a chiusura di sette anni di indagine su una trentina di esposti. Nel 2012 li hanno presentati gli stessi malati di cancro (o i parenti) che abitano a Teulada: una ventina di loro sono difesi dagli avvocati Roberto Peara  e Giacomo Doglio; gli altri da Caterina Usala, Gianfranco Sollai e Giuseppe Putzu. I legali hanno già confermato la decisione di opporsi alla richiesta del pubblico ministero: setterà poi al Gip, nei prossimi mesi, l’ultima parola in camera di consiglio.
Quegli 860.624 colpi equivalgono a 556 tonnellate di munizionamento, che hanno devastato la penisola Delta, lembo di poligono dove il troppo inquinamento ha reso l’area “non bonificiabile”. Sono in tutto quattro chilometri quadrati di terra contaminatissima. E infatti chiusa al transito di militari e civili. Blocco totale, deciso dal ministero della Difesa che a Teulada occupa in tutto sessantotto chilometri quadrati.
Le informazioni sul disastro della zona Delta non sono frutto di un’indagine parallela: si ricavano piuttosto dalla stessa richiesta di archiviazione firmata dal Pm. Un paradosso. Tuttavia interessante per delineare i contorni di un pezzo di Sardegna che mai più tornerà come prima. Il pubblico ministero ha certificato “l‘alterazione irreversibile riguardante i suoli e la componente floristico-vegetazionale. O, se reversibile – è il riferimento a diverse specie animali – per la sua eliminazione occorreranno mezzi e risorse eccezionali”.
Nella penisola Delta le esercitazioni sono andate avanti per “cinquant’anni”, è scritto ancora nell’atto del magistrato. Era quella la zona bersaglio “per tutti i sistemi utilizzati dalle Forze armate italiane e straniere (nella foto di copertina di Contropiano.org)”. Il cuore delle prove di guerra. L’elenco è da brivido. E si tratta comunque delle sole informazioni a cui la magistratura ordinaria ha accesso, perché non coperte da segreto di Stato. Lì sono arrivati “colpi di mortaio e artiglierie; missili filo guidati; tiri navali contro costa; bombardamento e mitragliamento aereo; sganci di emergenza (sempre per gli aerei)”.
Per capire la portata dell’inquinamento nella zona Delta basta un dettaglio: lo stesso ministero della Difesa ritiene che “il ripristino ambientale non sia né possibile né conveniente“. Ancora: “Contrariamente a quanto accaduto” in altre parti del poligono, “nella penisola Delta non veniva effettuata alcuna operazione di bonifica dei residui bellici”. Eppure, per il pm Secci nessun capo di Stato maggiore è responsabile per l’inquinamento a Teulada, visto che “le esercitazioni rientrano tra i doveri militari”, è scritto nella richiesta di archiviazione.

Proprio il disastro ambientale sarà con molta probabilità il presupposto certo su cui gli avvocati costruiranno le opposizioni da consegnare entro la fine del mese, per restare nei tempi imposti dal Pm che ha depositato il proprio atto lo scorso 11 dicembre. Davanti al Gip si preannuncia una battaglia durissima. In gioco ci sono due pilastri della Costituzione: il diritto alla giustizia e quello alla salute.


mercoledì 28 agosto 2019

Lavoratori call center come gli schiavi: 128 persone pagate 3,78 euro l’ora



Una situazione di caporalato paragonabile alle fabbriche del primo Novecento. È quella che si sono trovati davanti gli uomini dell’Ispettorato del lavoro di Cagliari-Oristano durante un controllo, accompagnati dai carabinieri, nelle sedi di due società del capoluogo che svolgono attività di call center per conto di un’importante società nazionale fornitrice di energia elettrica.
Nei giorni scorsi, dopo un lungo lavoro di indagine, alle due società è stato notificato un verbale di accertamento con cui si contesta “l’utilizzo illegittimo di contratti di collaborazione coordinata e continuativa che in realtà mascheravano veri e propri rapporti di lavoro subordinato relativi a 128 persone e gestiti secondo condizioni e modalità talmente irrispettose dei diritti minimi dei lavoratori da renderli paragonabili a quelli in essere in Europa ai primi del Novecento”. Così in una nota diffusa dallo stesso Ispettorato e firmata dal capo territoriale, Eugenio Annicchiarico.
L’Ispettorato sta adesso valutando “l’ipotesi di una denuncia alla Procura della Repubblica per il reato di caporalato, previsto dall’articolo 603 bis del Codice di procedura penale”, è scritto ancora nel comunicato. Complessivamente sono già state comminate sanzioni amministrative a carico delle due società per le irregolarità su tutti i 128 lavoratori. Il valore delle sanzioni ammonta a 109.333,68 euro, “con un recupero di contributi omessi o evasi da versare nelle casse dell’Inps e pari a 497.851 euro”. Quindi il totale supera i 607mila euro.
Stando ai calcoli fatti dall’Ispettorato i dipendenti dei due call center venivano pagati 3,78 euro per ogni ora di lavoro, una miseria assoluta, “con addebito in detrazione delle ore di assenza o di mancato lavoro”. Ancora: ai 128 contrattualizzati nella forma considerata illegittima, veniva imposto “uno stringente potere direttivo che si manifestava attraverso minuziose indicazioni sulla gestione della telefonata e nonché l’utilizzo di specifiche frasi da dire ai clienti, con conseguenti rimproveri verbali nei confronti degli operatori che si discostavano”. Dalle verifiche è poi risultato che gli orari di lavoro erano “rigidi e immodificabili“.
E poi “l’esercizio del potere disciplinare che poteva giungere fino all’allontanamento dei lavoratori, i quali erano privi di ogni forma di tutela. A loro veniva pure chiesto di firmare lettere di dimissioni in bianco all’atto dell’assunzione”. Peraltro “alla scadenza dei contratti molti lavoratori non erano stati retribuiti integralmente. Erano inoltre previsti dei bonus, i quali, di fatto, non venivano mai corrisposti. È stato anche accertato che, per quasi un anno, le due società non avevano nemmeno provveduto a trasmettere all’Inps le denunce contributive mensili”.
Nel corso delle lunghe indagini portate avanti dall’Ispettorato di Cagliari-Oristano, è emerso inoltre che “una delle persone apparentemente assunta come dipendente di fatto operava con i poteri organizzativi, gestionali e disciplinari tipici del titolare di una attività di impresa. Le testimonianze circostanziate e concordanti dei lavoratori – si legge ancora nel comunicato – hanno fatto emergere come tale socia occulta decidesse, in completa autonomia e senza alcun superiore gerarchico, le assunzioni e le cessazioni dei dipendenti, i turni e gli orari di lavoro, le modalità di pagamento delle retribuzioni. Effettuava altresì i colloqui con gli aspiranti collaboratori e esercitava un potere disciplinare che si è spinto fino al licenziamento in tronco di alcuni lavoratori, sulla base di decisioni personali, pretestuose e immotivate. Le numerose testimonianze raccontano di come la donna effettuasse continui richiami disciplinari verbali nei confronti dei collaboratori, con l’utilizzo di frasi irrispettose e umilianti“.
Di qui, appunto, il quadro che fa ipotizzare condizioni da capolarato, tipiche dei primi del Novecento, come ha scritto il dirigente. “Ulteriore elemento dissimulatorio dell’effettivo rapporto tra la socia occulta e le due società – si legge alla fine della nota – è stato rinvenuto nell’importo del suo compenso, notevolmente più elevato rispetto a quello di tutti gli altri collaboratori”. Dall’Ispettorato non rivelano particolari sui due call center di Cagliari finiti nel mirino.

lunedì 15 ottobre 2018

Sardinia Post cambia linea politico-editoriale. Il saluto del direttore - Giovanni Maria Bellu




Si conclude oggi, dopo sei anni, la mia direzione di Sardinia Post. Ho comunicato all’editore della testata, Vincenzo Onorato, la mia decisione di dimettermi dando la disponibilità a mantenere la firma – al fine di garantire la continuità della pubblicazione – per il tempo strettamente necessario alla nomina di un nuovo direttore. Ho ringraziato l’editore per aver consentito, il 1° ottobre del 2012, l’avvio di questa impresa editoriale che è ormai una realtà consolidata nel panorama dell’informazione in Sardegna ed è stata spesso ripresa, per le sue inchieste, da quotidiani, periodici e giornali online nazionali ed esteri.
La decisione di dimettermi nasce da due ordini di motivi. Il primo è la richiesta, che non ho condiviso, di un mutamento della linea politico-editoriale, accompagnata anche dalla richiesta di sospendere alcune fondamentali regole della professione. Il secondo si fonda su un’idea, che oggi a maggior ragione ritengo debba essere difesa con speciale fermezza, della professione giornalistica e della sua funzione.
Ricordo quanto, il primo ottobre del 2012, scrissi nell’editoriale di presentazione della testata, elencando i compiti che ci eravamo dati: “Vigilare sul rispetto dei diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione della Repubblica: il diritto allo studio, il diritto al lavoro, alla salute, il diritto a una condizione di vita dignitosa, alla libera manifestazione del pensiero e alla libera circolazione nel territorio dello Stato. Vigilare, quindi, sul buon funzionamento della pubblica amministrazione e sulla gestione corretta del denaro pubblico. Favorire il rinnovamento della classe dirigente riaffermando l’idea della politica come servizio alla cittadinanza e non come strumento per la tutela di interessi privati. Difendere la «memoria dei fatti» non consentendo a quanti ricoprono cariche pubbliche di non rispondere dei loro comportamenti alla collettività. Contribuire alla difesa della cultura e dell’identità della Sardegna e dei sardi nella convinzione che la nostra storia millenaria e il nostro territorio sono la nostra risorsa più preziosa. Sviluppare e ampliare, senza tabù né pregiudizi, il dibattito sui poteri di autogoverno e autodeterminazione dell’Isola. Creare un ponte tra i sardi che vivono in Sardegna e i sardi che vivono nel resto del mondo”.
Più in sintesi, scrivevo, si tratta di “dare le notizie” e osservavo che questo compito apparentemente ovvio (che altro deve fare un organo di informazione se non, appunto, dare le notizie?) era diventato “rivoluzionario”.
In questi sei anni – credo che i lettori possano confermarlo – abbiamo dato le notizie. Non solo quelle di routine, ma anche quelle che richiedono un lavoro complesso e delicato di indagine. Abbiamo svelato svariati casi di uso improprio della cosa pubblica senza guardare al colore politico dei responsabili. Abbiamo lavorato sotto lo sguardo che, fin dal primo giorno, “vigila” sulla nostra testata: quello di Bobo, il personaggio di Sergio Staino che rappresenta il militante di base di una sinistra smarrita, alla ricerca di una nuova identità. Un Bobo che la matita ironica di Staino ha “sardizzato” per noi.
Quattro anni fa, in occasione delle precedenti elezioni regionali, abbiamo in un certo senso assunto la “prospettiva” di Bobo: osservando e raccontando il dibattito e i programmi di quella vasta area progressista che si concentrava nella coalizione guidata da Francesco Pigliaru e in quella che aveva in Michela Murgia e in Sardegna Possibile il suo punto di riferimento. Augurandoci, come poi avvenne, che la coalizione di centrodestra, all’epoca guidata dal governatore uscente, Ugo Cappellacci, fosse sconfitta. Questo non ci ha impedito di vigilare in modo critico – come è dovere di un’informazione corretta – su quanto ha poi fatto il nuovo governo regionale. O – in questo totalmente soli – su quanto accadeva attorno al Banco di Sardegna.
Ci accingevamo a esercitare questa stessa funzione nei prossimi mesi, nel seguire l’imminente – ma nei fatti già avviata – campagna elettorale per le elezioni regionali di febbraio. Elezioni di straordinaria importanza, non solo locale. Si svolgeranno, infatti, a pochi mesi da una tornata di elezioni europee considerate decisive per il futuro della UE, e  anche un test per il governo Cinque Stelle-Lega che guida l’Italia dalla scorsa primavera.
La Sardegna è tornata a essere un laboratorio politico di rilevanza nazionale. Sul fronte progressista – quello di Bobo, il nostro – è in atto il tentativo di realizzare una sorta di lista civica regionale guidata dal sindaco di Cagliari, Massimo Zedda. Prospettiva alla quale ha già aderito un terzo dei sindaci sardi. Se questo progetto politico andasse in porto (e andrà in porto soprattutto se le forze tradizionali del centrosinistra non tenteranno di mettervi il loro cappello) la Sardegna potrebbe diventare un modello per la ricostruzione del fronte progressista nel Paese. Se poi, addirittura, questo progetto fosse vincente, dalla nostra Isola partirebbe il primo segnale di una riscossa civile. Abbiamo assistito, in questi mesi, a vicende gravissime. Il ministero dell’Interno guidato da Matteo Salvini è diventato una centrale di propaganda e di diffusione dell’odio. I diritti fondamentali, a partire dal diritto d’asilo, sono in discussione. Il sistema di accoglienza dei rifugiati, in relazione al quale la Sardegna è una delle eccellenze, è in via di smantellamento. L’elenco potrebbe continuare a lungo.
Ma, per alcuni aspetti, la Sardegna è un laboratorio anche sul fronte del centrodestra. Nella spartizione tra le forze della coalizione, infatti, la nostra Isola è toccata proprio alla Lega di Matteo Salvini che ha designato come candidato governatore il segretario del Psd’Az,  e senatore eletto dalla Lega, Christian Solinas. Non è ancora chiaro se la cosa andrà in porto. In tal caso si avrebbe il paradosso del segretario di un partito autonomista, sul filo dell’indipendentismo, e designato, a Roma, dal leader politico di una forza germogliata sul risentimento antimeridionalista del Nord, poi ha trasferito sugli immigrati. In effetti è davvero difficile individuare un legame di Matteo Salvini con la Sardegna, a parte la sua recente incriminazione per sequestro di persona.
Ecco, queste considerazioni, non possono più avere uno sviluppo nelle pagine di Sardinia Post.  Anzi, questo ci è stato chiesto, avremmo dovuto – modificando la linea politico-editoriale – assumere un atteggiamento neutrale nei confronti di queste fantasmagoriche sperimentazioni politiche tra “sovranismo” e xenofobia. Ci siamo serenamente rifiutati di farlo. Credo che i nostri lettori lo apprezzino. Li saluto con affetto e riconoscenza per come, sempre più numerosi, ci hanno seguito. Così come saluto questa redazione straordinaria (Alessandra Carta, Monia Melis, Francesca Mulas, Donatella Percivale, Manuel Scordo, Pablo Sole e Andrea Tramonte), che è riuscita a tener testa alle numericamente ben più munite forze della concorrenza. Ringrazio tutti i collaboratori e in particolare quelli che, con più assiduità, hanno arricchito le pagine del giornale online e del magazine cartaceo: Michela Calledda, Giuseppe Carrus, Marco Corrias, Rinaldo Crespi, Daniela Ducato, Paolo Fadda, Luciano Marrocu, Paolo Nori, Roberto Petza, Daniela Pani e Lilli Pruna.
Sono sicuro che l’editore e il nuovo direttore, al quale auguro buon lavoro, sapranno salvaguardare questo patrimonio di professionalità, intelligenza e cultura.

domenica 16 settembre 2018

contro l'Isis, in Kurdistan, perquisizioni in Sardegna, che strano!






Gli indipendentisti sono terroristi? - Francesco Casula
La stampa, ieri 15 settembre, ha dato questa notizia: ”In Sardegna sono scattate delle perquisizioni nei confronti di un foreign fighter italiano e di altri due soggetti, sempre italiani, tutti residenti in Sardegna, nell’ambito di un’indagine dell’Antiterrorismo della Polizia e della Digos di Nuoro sulle attività di combattimento all’estero.
Il foreign fighter è Pierluigi Caria e ha combattuto con le milizie curde: nei suoi confronti è scattato anche il sequestro preventivo del passaporto in quanto dalle indagini, coordinate dalla Dda di Cagliari, è emerso che l’uomo stava per ripartire per l’Iraq per poi raggiungere la Siria”.
A Caria indipendentista e sardo (e non italiano, preciso io), viene contestato il 270 bis, l’associazione con finalità di terrorismo. La notizia ha dell’incredibile: siamo di fronte a un capovolgimento brutale della realtà: viene sospettato di terrorismo chi, con un atto di altruismo e generosità il terrorismo dell’ISIS, è andato a combatterlo, a fianco dei Kurdi.
Nel manifestare la piena vicinanza e solidarietà a Caria, voglio riportare, pressoché integralmente il Comunicato di Sardigna Natzione, – che condivido in toto – a firma del suo segretario Bustianu Cumpostu: “Pier Luigi Caria foreign fighter in Kurdistan ? SNI non ha elementi per confermarlo e non ci interessa neanche cercarli prima di manifestare la ferma solidarietà all’indipendentista Luiseddu Caria, figlio del compianto Angelo Caria, fondatore di Sardigna Natzione. Non ci interessa cercare verifiche in merito, perché riteniamo che per un indipendentista sardo sia normale appoggiare qualunque lotta di liberazione nazionale dei popoli oppressi come riteniamo legittimo che ogni indipendentista scelga la forma con la quale espletare tale dovere.
SNI è comunque solidale con Luiseddu Caria, siamo certi della sua buona fede, della sua onestà politica, della sua capacità di valutare le proprie scelte, della sua generosità, del suo impegno nella lotta per la libertà e per i diritti dei popoli e degli individui. Non ci sono dunque nè SE e nè MA, siamo a fianco di Luiseddu e lo sosterremo in tutto quello che sarà necessario perché non solo sia liberato da qualsiasi restrizione ma gli sia riconosciuto il merito per il suo alto impegno per la libertà e per la difesa dei diritti primari, dei popoli e delle persone. Anche nella guerra di Spagna la Sardegna era l’unica nazione senza stato con una propria brigata in difesa della democrazia, nulla di strano, anzi un onore, se nella guerra per la liberazione nazionale del Kurdistan ci fosse un novello Dino Giacobbe”.
Ciò premesso, mi domando: non saremmo di fronte al deja vu, ovvero alla vieta e trita equazione: Indipendentista =terrorista? Conosciamo infatti e non da oggi l’accusa di terrorismo rivolta, agli Indipendentisti sardi nel passato, anche recente. Rammento la farsa del “complotto separatista” del 1981. Una farsa però con risvolti drammatici per chi – come Bainzu Piliu e Oreste Pili, tanto per ricordare due miei amici – patirono, innocenti, la tragedia immane del carcere, insieme a Doddore Meloni, ahimè, “ucciso dallo Stato”, l’anno scorso.
Ricordo ancora che alla fine degli anni ’80, il nuovo gerarca dell’Italia, Ciriaco De Mita, etichettò come “mezzoterroristi” i Sardisti. E più recentemente, nel 2006 l’Operazione “Arcadia” con l’arresto di Bruno Bellomonte, un dirigente del Movimento indipendentista “A Manca” e altri 10 indipendentisti. Bellomonte, dopo circa due mesi di carcere fu rimesso in libertà, in quanto nel periodo incriminato si trovava all’estero, e quindi era estraneo ai fatti contestatigli.
Ma fu di nuovo arrestato nel 2009 e sconterà ben 29 mesi di carcerazione preventiva. Sarà assolto dall’accusa di terrorismo dalla prima Corte d’Assise di Roma perché “il fatto non sussiste”. Il Pubblico Ministero aveva addirittura chiesto 10 anni e 7 mesi di reclusione. Bene. Oggi la repressione statale colpisce nuovamente un indipendentista.
Lungi da me teorie complottiste. Ma è possibile che carsicamente, venga rivolta al Movimento indipendentista. senza uno straccio di prova, l’accusa infamante di terrorismo? Non sanno o, meglio, fanno finta di non sapere, evidentemente, che chi, come gli Indipendentisti sardi, si batte per la liberazione della Sardegna dall’oppressione coloniale e statale e dunque chi combatte per cambiare lo stato delle cose presenti, considera il terrorismo un nemico, di qui il rifiuto netto e inequivocabile della violenza: per una pluralità di motivi.
Il terrorismo, – tale è stato quello italiano – disumano e crudele nella sua barbara ferocia, con l’assimilazione di tratti tipici dello Stato (la violenza, il disprezzo della vita), espropria la gente delle decisioni e delle lotte. Vorrebbe sostituirsi a queste per combattere in una guerra privata lo Stato e le sue articolazioni o i suoi simboli. Non capendo che la lotta per bande, magari uguali e contrapposte, è la negazione di una battaglia civile contro lo Stato, centralista e colonialista.
Il terrorismo anzi, lungi dal colpire lo Stato, lo rafforza, e ne giustifica e ne sollecita la repressione e le campagne d’ordine, magari attraverso leggi speciali e liberticide: e non sto parlando di ipotesi ma di una realtà storica che abbiamo già vissuto alla fine degli anni ‘70. Quando uno poteva essere fermato, interrogato, intercettato, non per il sospetto di un reato ma, come sostenne allora un brillante e insigne giurista, il Prof. Luigi Ferraioli dell’Università di Camerino, per il “reato di sospetto” E c’è di più: come e più dello Stato, il terrorismo cerca di liquidare ogni dissenso e ogni opposizione democratica, pacifica, non violenta, di massa: esso infatti con la sua logica di distruzione semina paura, panico, disorientamento, tensione. Spingendo alla passività, alla rinuncia, alla delega, alla privatizzazione della politica.
Il movimento indipendentista, nazionalista e sardista non vuole indossare alcun elmetto: perché l’elmetto è fuori e contro la cultura e la civiltà sarda, pacifica e pacifista. L’elmetto e le armi, gli eserciti e i terroristi – che non a caso giocano la loro partita sul terreno militare – appartengono alla civiltà dell’ordigno e della morte.
Appartengono alla civiltà urbana e metropolitana, non a caso si chiamavano «Br-guerriglia metropolitana». Duncas, andade-bo-che a su corru de sa furca e limbas malas apazis, terroristas de cale-si-siat ispessia e zenia! E Istadu italianu, lassa-nos in paghe!

Questa mattina in Sardegna sono scattate perquisizioni nei confronti di un foreign fighter nuorese e di altri due sospetti, tutti residenti in Sardegna – tra Cagliari e Nuoro-  nell’ambito di un’indagine dell’Antiterrorismo della Polizia e della Digos di Nuoro sulle attività di combattimento all’estero. Il nuorese Pierluigi Caria (noto Luisi Caria e Luiseddu), 33 anni, che ha combattuto con le milizie curde è considerato il foreign fighter. Nei suoi confronti è scattato  il sequestro preventivo del passaporto in quanto dalle indagini, coordinate dalla Dda di Cagliari, è emerso che l’uomo stava per ripartire per l’Iraq per poi raggiungere la Siria. Si tratta dell’unico provvedimento preso nei sui confronti insieme al divieto di espatrio. Non vi sarebbe nessuna fattispecie di cellula eversiva e viene solo ipotizzato ma non ancora contestato il reato di partecipazione ad organizzazione terroristica. Una delle altre perquisizioni è stata effettuata nei confronti del presidente dell’Asce (Associazione Sarda Contro l’Emarginazione), Antonello Pabis. Lo fanno sapere in una nota i portavoce del movimento indipendentista ‘Caminera Noa’ parlando  di Pabis come di un “sostenitore” della loro formazione politica.
Il riconoscimento dalla foto con la bandiera dei 4 mori.  Le indagini nei confronti dei tre sono partite dalla diffusione in rete di una foto in cui si vedono due miliziani, in tuta mimetica e con il volto travisato, uno armato di kalashnikov l’altro con il pugno sinistro alzato, dietro a due bandiere. Una della Bretagna antifascista l’altra con il simbolo dei quattro mori della Sardegna. I due militanti sono stati identificati e sono il bretone Olivier Francois Jean Le Clainche (conosciuto col nome di battaglia Kendal Breizh), morto in combattimento il 18 febbraio scorso e, appunto, Caria. Quest’ultimo era già stato in Siria e Iraq per combattere con le Ypg, le Unità di protezione del Popolo curde, e l’International Freedom Battalion, la brigata composta da militanti stranieri che affianca i curdi nella lotta all’Isis. Entrambe le sigle sono vicine al Partito dei lavoratori del Kurdistan, il PKK – ritenuto dalla Turchia e anche dalla Ue un’organizzazione terroristica ma da sempre in prima linea contro l’Isis. A Caria viene contestato il 270 bis, l’associazione con finalità di terrorismo. 
Le indagini e le perquisizioni su due cagliaritani. Le altre perquisizioni riguardano due giovani (uno è Antonello Pabis) che potrebbero essere collegati alla rete dei foreign fighter (soprattutto nello scenario Siria-Iraq). La prima perquisizione è scattata alle 6, seguita da un altro intervento in un altro appartamento. Ora le indagini e i controlli si sono allargate a tutta l’isola, e riguarderebbero le persone che negli ultimi mesi sono state in contatto con Caria, considerato una figura centrale. Un’operazione estesa – al di là dei due casi cagliaritani – anche a diversi paesi della Sardegna.
La solidarietà su Facebook, dagli indipendentisti e dal Manifesto sardo. Sul profilo Facebook del giovane Caria attivista indipendentista, figlio di Angelo Caria (fondatore di Sardigna Natzione) dal momento della diffusione della notizia si sono diffusi numerosi messaggi di solidarietà. Alcuni in sardo lo definiscono “patriotu sardu” e fanno riferimento alla sua lotta in supporto dei curdi. E molti chiedono: “Ma i terroristi non erano quelli dell’Isis?”. Anche la redazione de Il Manifesto sardo esprime vicinanza a Caria e attacca il modo in cui è stata diffusa la notizia. Così si legge in un post, sempre sui social: “Come redazione de Il manifesto sardo sappiamo riconoscere chi difende l’umanità dalla barbarie attraverso la solidarietà internazionale e non abbiamo nessuna intenzione di delegare la ricerca della verità e della giustizia ai comunicati stampa delle questure”. Il riferimento è alla militanza di Caria contro l’Isis, organizzazione terrorista di matrice islamica. Ancora più dure le parole di Liberu,  Lìberos Rispetados Uguales che diffonde attraverso Pier Franco Devias una nota di solidarietà incondizionata al “compagno indipendentista” (leggi qui). Stessa posizione per Sardigna Natzione che, attraverso le parole del leader Bustianu Cumpostu non ha dubbi sulla posizione di Caria: “Foreign fighter in Kurdistan? Non ci interessa cercare verifiche sull’ipotesi, perché riteniamo che per un indipendentista sardo sia normale appoggiare qualunque lotta di liberazione nazionale dei popoli oppressi come riteniamo legittimo che ogni indipendentista scelga la forma con la quale espletare tale dovere”. Da qui solidarietà a vicinanza a Luiseddu Caria, figlio del compianto Angelo, cresciuto in una famiglia di fede indipendentista (anche i suo fratelli Ines e Efis sono attivisti). “Siamo certi della sua buona fede, della sua onestà politica, della sua capacità di valutare le proprie scelte, della sua generosità, del suo impegno nella lotta per la libertà e per i diritti dei popoli e degli individui – aggiunge -. Non ci sono dunque né se e né ma, siamo a fianco di Luiseddu e lo sosterremo in tutto quello che sarà necessario perché non solo sia liberato da qualsiasi restrizione ma gli sia riconosciuto il merito per il suo alto impegno per la libertà e per la difesa dei diritti primari, dei popoli e delle persone”.
da qui


C’è anche il nome di Antonello Pabis, 72 anni, cagliaritano, attivista molto noto in Sardegna per il suo impegno per i diritti umani e presidente dell’Asce Sardegna (associazione contro l’emarginazione), tra i nomi delle persone coinvolte nell’indagine dell’Antiterrorismo della Polizia e della Digos di Nuoro sulle attività di combattimento all’estero. Ieri mattina le forze dell’ordine avevano perquisito la casa di Pierluigi ‘Luisi’ Caria, indipendentista e figlio di Angelo, fondatore di Sardigna Natzione. Nella stessa mattina è stata perquisita anche la casa di Pabis, a Selargius, ed è scattato il sequestro del suo telefono cellulare.
Nei confronti di Caria e di Pabis, per ora, non è stato notificato nessun atto di accusa. La Polizia è ancora alla ricerca di prove nell’ambito di un’inchiesta sui combattimenti di italiani all’estero in forze al Ypg, le Unità di protezione del popolo curdo. Il Ypg è legato al partito Pkk, considerato da Turchia, Stati Uniti e Unione Europea un’organizzazione terroristica nonostante dal 2014 i militanti di Ypg stiano combattono in Siria l’avanzata dell’Isis e siano riusciti a fermare i terroristi dello Stato islamico nella loro avanzata in Siria.
Da ieri sono tantissimi i movimenti, le associazioni, i gruppi e gli esponenti politici che hanno manifestato solidarietà a Luisi Caria e Antonello Pabis: tra tutti Il Manifesto sardo, Liberu, Bustianu Cumpostu.
Tra le ultime note, quella del Cagliari Social Forum, che ricorda l’attività dei combattenti curdi nella lotta all’Isis: “Organi di informazione ci fanno sapere che un ‘indipendentista sardo’ è stato fermato, perquisito e gli è stata negata la possibilità di recarsi oltre i confini nazionali. Nell’ambito della stessa operazione è stata perquisita l’abitazione di un nostro caro compagno, Antonello Pabis, di cui conosciamo l’impegno e la dedizione che ha prodigato e continua a prodigare nei confronti dei soggetti più deboli quale presidente dell’Asce e l’impegno che dimostra per la causa kurda. Non sappiamo se le motivazioni che vengono rivolte verso ‘l’indipendentista sardo’ siano veritiere o meno, non sappiamo cioè se corrisponde al vero che egli abbia combattuto a fianco delle brigate Ypg, una cosa balza, comunque, agli occhi: qualora egli lo abbia fatto non potrebbe essere additato come ‘Foreign fighter’ visto che questo termine viene usato per indicare i mercenari che si recano in Siria (e non solo) per combattere a fianco dei terroristi dell’Isis. Il compagno in questione, invece, ha scelto di stare dalla parte di chi l’Isis lo combatte, e combatte per la liberazione dei popoli. Pensiamo che questa operazione, e la sua tempistica, non siano frutto del caso ma rispondano ad una precisa logica: tenere buoni rapporti con la Turchia e Erdogan, per il quale, non dimentichiamo il Pkk continua ad essere una ‘associazione terroristica’ e che in virtù di leggi antiterrorismo fatte ad hoc continua a tenere in carcere migliaia di persone oltre che il leader riconosciuto del Popolo kurdo Ocalan e l’Arabia Saudita e il Qatar sponsor e finanziatori, nemmeno tanto occulti, dell’esercito Isis. Dimostrando noi la nostra solidarietà ai compagni, chiediamo che l’agenda dei pubblici ministeri non venga dettata da ‘difensori dell’ordine pubblico’ alla Erdogan, che l’Italia tolga dalla lista nera del terrorismo il Pkk, che si adoperi per la liberazione del leader Ocalan e di tutti i prigionieri politici in Turchia. Che si attui un serio embargo, militare, politico, commerciale, culturale nei confronti di nazioni che finanziano, armano e sostengono organizzazioni terroristiche come l’Isis, Turchia, Qatar ed Arabia Saudita in testa. Chiediamo – conclude la nota di Cagliari Social Forum – che l’attenzione della stampa si rivolga con correttezza e puntualità anche alle operazioni repressive che la magistratura e le forze dell’ordine attuano, ingiustamente, da molti anni nei confronti delle compagne e dei compagni che si impegnano sul campo dell’antimilitarismo, della difesa delle minoranze e dei popoli oppressi, contro il fascismo dilagante anche istituzionale e non si limitino alla diffusione di notizie farraginose e confusionarie prodotte in altri luoghi”.
Sconcerto sull’inchiesta e le perquisizioni verso Luisi Caria e Antonello Pabis anche dalla rete antimilitarista A Foras: “Rimaniamo quanto meno basiti nell’apprendere di un’azione antiterroristica eseguita nei confronti di chi quel terrore, arrivato sino in Europa, si presume lo abbia combattuto sul campo al costo della propria vita. Se aggiungiamo che la Turchia è nota finanziatrice delle bande di jihadisti tutt’ora presenti in Siria e che parallelamente stringe solidi rapporti economici e politici con l’Italia e l’Unione Europea (soprattutto per quanto riguarda i migranti) allora il quadro ci sembra molto più chiaro. Per questo portiamo solidarietà a tutti gli indagati ed in particolare a due di essi impegnati con A Foras nella lotta contro l’occupazione militare della Sardegna, un’occupazione per mano dello stato italiano che negozia con i veri terroristi”.
Solidarietà anche dal movimento Caminera Noa: “Non ci interessa verificare la veridicità delle accuse mosse dalle veline diramate dalle questure perché riteniamo legittima la lotta ai fanatici fascisti di Daesh che dal 2012 hanno insanguinato il nord della Siria, condannando migliaia di persone alla fuga e alla disperazione, distruggendo le loro case e strappandole alle loro terre. Sono stati proprio i curdi dell’Ypg, perdendo centinaia se non migliaia di uomini e donne, ad aver contribuito più di tutti alla disfatta dell’Isis in Siria. Riteniamo dunque che l’accusa di terrorismo vada non solo respinta con sdegno e preoccupazione in quanto del tutto infondata ma che rappresenti l’ennesima operazione repressiva nei confronti di chi da sempre si batte per affermare il diritto alla libertà, alla democrazia e all’indipendenza del Kurdistan.Non ci sorprende affatto che simili accuse vengano fatte alla vigilia delle elezioni regionali poiché è chiaro l’intento di inquinare il dibattito politico e nascondere ai sardi la natura dei loro problemi, a cominciare dall’occupazione militare, dalle devastazioni ambientali e dalla produzione e il traffico d’armi che interessa l’isola e che vede da sempre contrapposti coloro che si battono nelle file del movimento per l’emancipazione nazionale e sociale del popolo sardo. Caminera Noa ribadisce quindi il suo sostegno e la sua vicinanza ai combattenti per la libertà e la democrazia che, con estrema generosità e anche a rischio della propria vita, si sono battuti contro i terroristi dell’Isis ed ogni forma di fascismo e fanatismo, condannando con forza la natura intimidatoria delle perquisizioni che hanno colpito in queste ore oltre che Luisi Caria, il presidente dell’Asce e sostenitore di Caminera Noa”.
Nella mattinata di domenica arriva anche la solidarietà di Claudia Zuncheddu, di Sardigna Libera. “Gli indipendentisti sardi non possono essere, ancora una volta, criminalizzati con l’alibi di ‘presunto terrorismo internazionale’ solo perché lottano per la giustizia e la libertà dei popoli oppressi e contro i terroristi dell’Isis in Medio Oriente. Sardigna Libera esprime la propria solidarietà a Luigi Caria e ad Antonello Pabis, perseguiti ingiustamente da azioni poliziesche tendenti a creare confusione ed intimidazione nella scena politica sarda. Con l’accusa di “partecipazione a organizzazioni internazionali terroriste” si vorrebbe mettere sullo stesso piano chi lotta in Kurdistan contro l’Isis alla stessa stregua dei reali terroristi dell’Isis. E’ come dire che le truppe americane, che hanno appoggiato le organizzazioni del popolo Kurdo sostenendole contro il terrorismo jihadista dell’Isis, siano anch’essi terroristi. Non vorremo che questi “interventi pasticciati” da parte degli organismi dello Stato, siano frutto del clima sociale e politico che si sta creando volutamente in Italia. Il Ministro dell’Interno Salvini, leader del cosiddetto “governo del cambiamento” Lega-M5S, ha promosso una feroce campagna razzista e xenofoba contro tutti i diversi, dai migranti agli occupanti di case per necessità, giustificando tutto con l’alibi della Sicurezza. Gli avvenimenti di razzismo e di fascismo di questi ultimi tempi, hanno generato un clima di odio razziale e di violenza tanto che gli stessi organismi dell’ONU hanno messo sotto osservazione la situazione antidemocratica creatasi in Italia. L’antifascismo che è alla base della Costituzione italiana, a cui i governi si dovrebbero attenere, è stato il principio della lotta contro la dittatura fascista e nazista che privava della libertà ed opprimeva con la violenza armata il popolo dell’Italia, della Sardegna e di tutta l’Europa”.


Dalla sigla indipendentista Liberu (Lìberos Rispetados Uguales) arriva piena solidarietà a Pierluigi Caria, il giovane nuorese al centro di un’inchiesta per terrorismo internazionale considerato un foreign fighter. Oggi è scattato il sequestro preventivo del passaporto e alcune perquisizioni tra Cagliari e Nuoro su altri due sospetti (indagini della Polizia e della Digos di Nuoro, coordinate dalla Dda di Cagliari). Così si legge in una nota diffusa su Facebook: “Liberu esprime sdegno e preoccupazione per l’ennesima azione repressiva della polizia politica italiana a danno di indipendentisti e di antimperialisti. Nello specifico, come si apprende da fonti giornalistiche, un indipendentista sardo, Pierluigi Caria, sarebbe stato accusato assieme ad altre due persone di aver sostenuto i combattenti curdi dell’YPG”. Liberu contesta la ricostruzione della Polizia e della Digos di Nuoro che segue l’inchiesta con il coordinamento della Dda di Cagliari: “Ma in Sardegna si conoscono bene i sommari metodi investigativi della polizia politica e l’abitudine di spacciare le ipotesi per “prove”, per cui innanzitutto dubitiamo fortemente della stessa fondatezza dell’accusa ed esprimiamo sconcerto per l’imputazione di “terrorismo” che viene mossa. Noi crediamo che sia assurdo accusare una persona, chiunque essa sia, di “terrorismo” per l’ipotesi che abbia potuto aiutare i curdi che a migliaia hanno perso la vita combattendo contro i terroristi dell’Isis”. Da qui addirittura, secondo il partito “lo sconfinamento nell’assurdo”. In chiusura: “A questo punto pare di capire che la repressione politica sposti l’asse dalla consueta pratica dell’illazione, a quella dell’assurdo: si accusano di terrorismo i nemici dei terroristi, si colpisce chi colpisce i terroristi”.

L’opinione di Claudia Zuncheddu
Gli indipendentisti sardi non possono essere, ancora una volta, criminalizzati con l’alibi di “presunto terrorismo internazionale” solo perché lottano per la giustizia e la libertà dei popoli oppressi e contro i terroristi dell’Isis in Medio Oriente.
Sardigna Libera esprime la propria solidarietà a Luigi Caria e ad Antonello Pabis, perseguiti ingiustamente da azioni poliziesche tendenti a creare confusione ed intimidazione nella scena politica sarda.
Con l’accusa di “partecipazione a organizzazioni internazionali terroriste” si vorrebbe mettere sullo stesso piano chi lotta in Kurdistan contro l’Isis alla stessa stregua dei reali terroristi dell’Isis.
E’ come dire che le truppe americane, che hanno appoggiato le organizzazioni del popolo Kurdo sostenendole contro il terrorismo jihadista dell’isis, siano anch’essi terroristi.
Non vorremo che questi “interventi pasticciati” da parte degli organismi dello Stato, siano frutto del clima sociale e politico che si sta creando volutamente in Italia.
Il Ministro dell’Interno Salvini, leader del cosiddetto “governo del cambiamento” Lega-M5S, ha promosso una feroce campagna razzista e xenofoba contro tutti i diversi, dai migranti agli occupanti di case per necessità, giustificando tutto con l’alibi della Sicurezza.
Gli avvenimenti di razzismo e di fascismo di questi ultimi tempi, hanno generato un clima di odio razziale e di violenza tanto che gli stessi organismi dell’ONU hanno messo sotto osservazione la situazione antidemocratica creatasi in Italia.
L’antifascismo che è alla base della Costituzione italiana, a cui i governi si dovrebbero attenere, è stato il principio della lotta contro la dittatura fascista e nazista che privava della libertà ed opprimeva con la violenza armata il popolo dell’Italia, della Sardegna e di tutta l’Europa.
Il movimento indipendentista Sardigna Libera, notoriamente antifascista, pacifista, antirazzista ed internazionalista, ribadendo la propria solidarietà a Luigi Caria e ad Antonello Pabis, esprime preoccupazione per il clima di repressione che si vuole adottare forzatamente contro ogni forma pacifica di dissenso.
Non vorremo che in prossimità delle elezioni Regionali, ancora una volta, si creassero provocazioni contro i movimenti indipendentisti ed identitari sardi, che non sono né agli ordini, né allineati con i blocchi vecchi e nuovi dei partiti italiani.