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lunedì 3 agosto 2026

in Cina, intanto



 

"La Cina è il nuovo centro della civiltà”. Dialogo con il sociologo peruviano Julio Roldán

Intervista di Geraldina Colotti

 

Questa intervista amplia le riflessioni avviate insieme al compagno Carlos Aznárez nel nostro programma Abrebrecha Venezuela a proposito del libro di Julio Roldán, Cina. Il nuovo centro della civiltà?. Con l'autore, abbiamo qui ripreso alcuni nodi analizzati nel volume circa lo sviluppo della Repubblica Popolare Cinese nello scenario multipolare contemporaneo.

Il saggio di Julio Roldán, di taglio storico e materialista, si addentra in uno dei dibattiti più complessi della sinistra rivoluzionaria attuale: la natura della Cina del XXI secolo e il suo ruolo nella riconfigurazione dello scacchiere globale.

Dalla rottura della Rivoluzione del 1949 guidata da Mao Tsetung, che distrusse il giogo coloniale e la struttura feudale del "Secolo dell'Umiliazione", fino alla complessa convivenza attuale tra la pianificazione statale e l'estrazione di plusvalore da parte di miliardari iscritti al Partito Comunista stesso, il libro pone una domanda: siamo davanti a una ritirata tattica di lungo respiro o a una normalizzazione della logica del capitale?

Nel contesto dell'aggressione imperialista anglo-statunitense e del servilismo delle élite europee, dice l'autore, comprendere la portata della proposta cinese — con le sue luci, le sue ombre confuciane e i suoi limiti pragmatici — non è un esercizio accademico: è una necessità di classe.

Nel mese di agosto, Julio Roldán, peruviano di nascita ma oggi residente in Germania, sarà in Italia per un giro di presentazioni del suo libro, con tappe già confermate a Roma e Milano.

 

Dottor Roldán, nel suo libro lei sottolinea che il maggior risultato storico della Rivoluzione del 1949 guidata da Mao Tsetung è stato la ricostruzione di una sovranità nazionale assoluta, che ha spazzato via il "secolo dell'umiliazione". Da una prospettiva materialista, qual è il confine tra la semplice difesa della sovranità nazionale e una vera lotta anti-imperialista orientata al socialismo?

In primo luogo, bisogna capire che la sovranità nazionale è una bandiera della borghesia nazionalista, così come dei settori fascisti, anch'essi nazionalisti. Il nazionalismo non è anticapitalista; si limita all'opposizione anti-imperialista. Come sappiamo, l'imperialismo è la fase suprema del capitalismo. Un autentico anti-imperialista deve essere indiscutibilmente anticapitalista, nella misura in cui il capitalismo è la base dell'imperialismo.

In secondo luogo, al capitalismo e al suo genitore, l'imperialismo, si deve opporre un nuovo sistema alternativo su tutti i piani e livelli, e questo non è altro che il sistema socialista. Nel caso della Cina, la lotta anti-feudale e anti-imperialista aveva come prospettiva il socialismo. È per questo che, quando il 1° ottobre 1949 viene proclamata la Repubblica Popolare Cinese, si pone la necessità di avviare ininterrottamente la costruzione del socialismo. Trattandosi di un'attività che abbraccia tutti i livelli della società, si sottolinea che il problema centrale da risolvere è quello ideologico e politico. La politica ha a che fare direttamente con il Potere. I cinesi hanno compreso perfettamente la frase attribuita a Plutarco (46-120), ripetuta da Lenin (1870-1924), che recita: "Salvo il potere, tutto è illusione". Mao Tsetung aggiunse: "Il potere nasce dalla canna del fucile". 

 

Lei affronta in modo onesto l'esistenza di miliardari nella Cina contemporanea e come il tessuto lavorativo sia stato subordinato alle esigenze della competizione internazionale. Come va interpretata questa contraddizione?

Il capitalismo come sistema possiede due stili, due forme per la riproduzione del capitale, il che in altre parole implica l'estrazione di un maggior plusvalore. In determinati momenti, a seconda delle congiunture, ricorre all'accumulazione privata, al libero mercato, al principio coniato dai francesi del laissez faire, laissez passer. In altre circostanze, ricorre al ruolo dello Stato come imprenditore per una nuova accumulazione o riproduzione del capitale. Una di queste forme predomina a seconda delle congiunture: sono i cosiddetti modelli economici. In fondo, queste due forme si combinano con la prevalenza di una di esse; nel sistema capitalista non esiste una forma pura, tutto è mescolanza. In sostanza, si può parlare di un'economia mista.

Questi due modelli principali di accumulazione e riproduzione del capitale hanno la loro espressione a livello politico: alcuni si dicono liberali, altri socialdemocratici e altri ancora liberali di sinistra. I primi vengono tipizzati come di destra conservatrice, i secondi e i terzi come progressisti.

Nella Cina attuale si dà questa combinazione. Sia l'impresa privata che l'impresa statale si intendono e si alimentano a vicenda. La particolarità è che i grandi miliardari esistenti in Cina negli ultimi 30 anni sono militanti del partito, che continua a chiamarsi Comunista. Questa esperienza è normalizzata, legalizzata. Sicuramente gli autentici comunisti cinesi, che ancora non si manifestano ideologicamente e politicamente, dovranno ripetere l'impresa della Lunga Marcia sotto altre condizioni: non più dalla campagna alla città, ma dalla città alla campagna. 

 

Nel dibattito della sinistra occidentale, molti liquidano l'esperienza cinese etichettandola semplicemente come "Capitalismo di Stato. Qual è la differenza, in termini di proprietà e potere politico, tra il controllo statale in Cina e il capitalismo di Stato per come lo si intende in Occidente?

Le differenze sono pochissime. Una di queste sarebbe che i cinesi chiamano il loro partito "Comunista". Ufficialmente affermano di stare costruendo il socialismo con caratteristiche cinesi. Sostengono di guidarsi, sul piano filosofico, dal pragmatismo di Confucio (551-479 a.C.) e di Mencio (372-289 a.C.). Il partito cinese proviene da una lunga esperienza di lotta storica iniziata quando era Comunista.

Le somiglianze sono più visibili. Il capitalismo ha leggi valide a tutte le latitudini: la produzione di merci, il plusvalore, la riaccumulazione e la riproduzione del capitale, per citare alcuni argomenti. A livello politico-sociale, il modello del "socialismo con caratteristiche cinesi" è nettamente imparentato con l'esperienza prussiana ai tempi di Otto von Bismarck (1815-1898), il cosiddetto "socialismo da caserma". In quel modello, lo Stato aveva un ruolo fondamentale in tutti gli aspetti della vita della società. 

 

Lei analizza il peso della tradizione culturale. Menziona il testo di Liu Shao-chi degli anni '50, in cui si equiparavano Marx e Lenin a Confucio e Mencio, una tendenza che sembra essere ritornata con il pragmatismo di Deng Xiaoping. Come deve intendersi oggi questo "neo-confucianesimo"?

Quelli che menziona sono due fenomeni che si combinano contemporaneamente. Uno permette di mantenere e sviluppare l'orgoglio e il nazionalismo cinese, che in molti casi confina con il fascismo. L'altro è l'ideologia che orienta lo sviluppo del piano della Nuova Via della Seta a medio termine e, a lungo termine, punta a convertire la Cina nel centro della civiltà mondiale. A predominare è la seconda.

Tornare consapevolmente alla tradizione, cioè al neo-confucianesimo, significa tornare alle idee dei tempi dello schiavismo e del feudalesimo. La diffusione delle idee di Confucio nelle scuole, la creazione di istituzioni per diffondere tale ideologia, la fondazione degli Istituti Confucio in tutti i paesi del mondo in cui la Cina ha ambasciate ne sono una dimostrazione. Con questo nuovo rilancio delle idee di Confucio comprendiamo meglio perché la Rivoluzione Culturale (1966-1976) ebbe come bersaglio proprio il confucianesimo. 

 

Lei riscatta la celebre tesi di Mao secondo cui l'imperialismo statunitense è una "tigre di carta" dal punto di vista strategico, ma deve essere preso sul serio dal punto di vista tattico. Di fronte al dispiegamento delle oltre 800 basi militari statunitensi e all'accerchiamento dell'Eurasia, come gioca la Cina con quelli che lei chiama i suoi "3 generali" — il tempo, la storia e la popolazione — per costruire la multipolarità senza cadere in una conflagrazione nucleare?

Quella cinese è una cultura che ha 5.000 anni di esistenza. In Cina la civiltà umana è nata 3.000 anni fa. È il popolo inventore e creatore per eccellenza; possiede la prima popolazione al mondo. È un paese-continente che può vivere 1.000 anni chiuso all'interno dei suoi confini. Queste sono le ragioni che hanno generato quella sicurezza in se stessi: la cosiddetta pazienza orientale. Avanzano senza fretta e senza sosta nel loro progetto della Nuova Via della Seta per diventare il centro della civiltà umana.

La multipolarità, la bipolarità o la guerra nucleare saranno la conseguenza di come evolveranno gli avvenimenti nelle altezze del potere dominante e anche di come i popoli, le classi subalterne e il proletariato si politicizzeranno e si organizzeranno per contrapporre un progetto alternativo ai padroni attuali del mondo.

 

L'Europa, e in particolare la Germania, sembra disposta a compromettere i propri interessi economici con la Cina pur di seguire gli Stati Uniti. Come legge questa scelta della borghesia europea?

L'Europa, dalla caduta dell'Impero Romano, è stata opera dei popoli germanici. Dal Rinascimento in avanti, con l'eccezione dell'apogeo delle quattro Repubbliche Marinare del Nord Italia (Genova, Milano, Venezia, Firenze), questa tendenza si mantiene fino all'attualità. I tre paesi che orientano la vita economico-politica, sociale e ideologico-culturale sono Inghilterra, Francia e Germania.

L'Europa ha perso la sua egemonia ed è cessata dall'essere il centro della civiltà mondiale tra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale. Come conseguenza di ciò, si è trasformata in una sorta di provincia dell'imperialismo/Impero statunitense. Alle borghesie europee restano quattro alternative per continuare a mantenere una qualche presenza nel concerto economico-politico mondiale:

  1. Continuare a essere i partner minori degli Stati Uniti;
  2. Dare una svolta e legarsi alla vicina Russia;
  3. Rafforzare i legami con la Cina;
  4. Raggiungere una vera unione europea e tentare un confronto da pari a pari con le altre potenze citate. 

 

E come interpreta la politica generale della Repubblica Popolare Cinese verso l'America Latina in questo momento di inasprimento dell'aggressione imperialista Usa in cerca di una nuova Dottrina Monroe? 

La Cina ha un progetto economico a medio termine: la Nuova Via della Seta. In questa direzione, l'America Latina è molto importante per la Cina per via delle materie prime che importa e per il controllo dell'Oceano Pacifico; tutto in funzione del suo progetto strategico che consiste nel diventare il nuovo centro della civiltà mondiale. Non dimentichiamo che il capitalismo non ha amici, ha interessi. Il suo santo è il profitto e la sua parola d'ordine è la sicurezza. Il resto sono canti di sirene. 

 

La Cina è uno dei pilastri fondativi del blocco dei BRICS, una piattaforma che si presenta come l'alternativa finanziaria e politica all'ordine unipolare. Tuttavia, abbiamo visto come al Venezuela sia stato vietato o reso difficile l'ingresso a pieno titolo. Inoltre, dopo il gravissimo attacco dello scorso 3 gennaio, in cui le forze militari degli Stati Uniti hanno sequestrato il Presidente Nicolás Maduro e la primera combatiente e deputata Cilia Flores, la risposta diplomatica globale è stata sommessa. In questo quadro, qual è la sua lettura dei BRICS?

I BRICS sono un progetto a medio termine: non hanno ancora la capacità di intervenire attivamente nella problematica economico-sociale e politico-ideologica mondiale. I cinesi non supportano le lotte dei popoli del mondo nei loro processi di liberazione o rivoluzionari come facevano ai tempi in cui Mao Tsetung era in vita. È per questo che è facile comprendere il loro atteggiamento di fronte agli eventi che lei menziona in Venezuela, per citare un caso.

Coloro che credono che la Cina stia costruendo il socialismo e che, di conseguenza, sosterrà i popoli nella loro lotta contro l'imperialismo, sono avvisati. La pratica è il miglior criterio di verità: osserviamo ciò che fanno con le mani e non solo ciò che dicono con la lingua.

Infine, nonostante questa difficile situazione che stanno attraversando i popoli del mondo, in particolare la classe operaia, bisogna ricordare che il sistema capitalista è un sistema storico. Questo modo di produzione sociale è nato in un momento dato e, per logica deduzione, in un momento dato dovrà morire. Nessun sistema è eterno. Quel che è certo è che non si sfascerà da solo: deve essere abbattuto, storicamente superato. Questa è la sfida dei popoli consapevoli del mondo, e in particolare della classe operaia.

da qui

domenica 12 aprile 2026

Iran, cent’anni di aggressione – Alberto Capece

 

Se qualcuno pensa che davvero l’aggressione armata contro l’Iran sia una novità, bè sta sbagliando di grosso perché essa è cominciata davvero molto tempo fa e precisamente dal 1914. Fu in quell’anno che Winston Churchill decise di acquisire il 51% di una società fondata da tale William Knox D’Arcy, che si era assicurato una concessione sessantennale per i diritti esclusivi di produzione petrolifera in Persia grazie a Mozaffar al-Din Shah Qajar, che regnò come Scià dal 1896 al 1907. L’acquisizione di questa società, denominata Anglo-Persian Oil Company e successivamente Anglo-Iranian Oil, venne concepita ufficialmente per garantire l’approvvigionamento di carburante della Royal Navy. Poco dopo nel 1916 arrivarono anche gli americani con la Sinclair Oil Company legata ai Rockfeller. Chi ha un po’ di anni sulle spalle ricorderà il simbolo di questa compagnia, il dinosauro che campeggiava in molte autofficine e questo ha un senso perché furono proprio i Rockfeller, pagando a destra e a manca, a far prevalere la tesi di un’ origine esclusivamente biologica degli idrocarburi, perché in questo modo si dava l’idea di una risorsa limitata che contribuiva ad alzare i prezzi. Scusate l’inciso. Il fatto è che queste società realizzavano enormi profitti, versando all’Iran meno del 10 per cento del valore delle estrazioni, il che in un certo senso può essere visto come aggressione, non militare, ma economica. E questo ha a che vedere anche con la nostra storia: nel 1924 scoppiò infatti lo scandalo Sinclair, che riguardava tangenti che sarebbero state pagate a politici italiani per concedere ai Rockfeller un diritto cinquantennale sullo sfruttamento di idrocarburi presenti in Emilia e in Sicilia, senza pagare una lira di tasse allo stato italiano. Una nota tesi storica fa risalire il delitto Matteotti proprio alla denuncia che il parlamentare socialista intendeva fare alla Camera indicando i percettori delle tangenti, tra cui il fratello di Mussolini, Arnaldo, e la stessa casa reale.

Vabbè torniamo a noi, dopo trent’anni di sfruttamento intensivo dell’Iran, nel 1941, la Gran Bretagna, coadiuvata dall’Unione Sovietica, invase l’Iran con il comodo pretesto di aver bisogno del petrolio per finanziare la guerra contro la Germania. Ma anche dopo la fine del conflitto, l’occupazione di fatto continuò, fino a quando, nel 1951, il primo ministro iraniano democraticamente eletto, Muhammad Mossadeq, nazionalizzò la produzione petrolifera, scatenando una grave crisi fra gli azionisti imperiali da una parte all’altra dell’Atlantico. Così il MI6, ma soprattutto la Cia che disponeva di maggiori risorse, scatenarono un colpo di stato che rovesciò Mossadeq e instaurò un regime dittatoriale con a capo lo Scià: secondo Amnesty International fu un periodo caratterizzato dal “più alto numero di condanne a morte al mondo, dall’assenza di tribunali civili funzionanti e da una storia di torture inimmaginabili”. Questo dominio incontrastato durò 26 anni in cui di fatto l’Iran non fu altro che una colonia statunitense. E quando ci fu la rivoluzione di Khomeini, Washington pensò bene di fare la guerra al nuovo regime, scatenandogli contro l’Iraq, promettendo a Saddam una parte della produzione petrolifera iraniana se fosse riuscito a sconfiggere gli iraniani. A Bagdad arrivarono miliardi di dollari (di allora, 1980), tecnologia, armi e informazioni di intelligence per garantire all’Iraq il mantenimento delle proprie capacità militari e la possibilità di arrivare all’obiettivo. Furono usati anche i gas, ma l’Iran riuscì a resistere e dopo 8 anni di guerra un Iraq completamente rovinato finanziariamente, fu costretto alla ritirata. Saddam si lamentò con Bush padre della situazione e incolpò pure i Paesi limitrofi produttori di petrolio, tra cui il Kuwait, facendo capire che avrebbe voluto impadronirsi di quest’ultimo come risarcimento. Washington non si oppose esplicitamente, anzi in qualche modo incoraggiò Saddam a buttarsi nella trappola: il leader iracheno non serviva più a niente agli Usa, che invece volevano acquisire una posizione di incontrastato dominio in Medio Oriente,6 e così colsero l’occasione per disfarsi del loro complice, con due guerre consecutive. Il resto è cronaca, anzi storia.

Naturalmente Israele, nel suo ruolo di tutore degli interessi occidentali nell’Asia occidentale, ha svolto un ruolo decisivo in tali vicende ed anzi la creazione stessa di questo Stato è stata pensata in funzione di tale scopo. Già nel 1915 Alfred Milner, uno dei protagonisti della lotta contro i Boeri in Sudafrica, nonché amico dei Rothschild, era convinto che “l’intero futuro dell’Impero britannico come impero marittimo, dipendeva dalla trasformazione della Palestina in uno stato cuscinetto abitato.” E già si sapeva chi lo avrebbe abitato, visto che i palestinesi non erano ritenuti degni dell’onore di essere abitanti. Del resto l'Asia è un’ossessione per gli anglosassoni da quando un bizzarro personaggio che risponde al nome di Halford Mackinder, diffuse nell’impero britannico e in America, l’idea che la talassocrazia anglosassone non avrebbe potuto dominare il mondo se non avesse anche controllato il centro dell’Asia, l’Heartland. Si tratta di un’idea allo stesso tempo banale e assurda perché la padronanza costiera non basta, questo è evidente, ma allo stesso tempo far dipendere tutto da un’area interna ha ben poco senso. E le risorse per farlo possono ben presto esaurire le risorse necessarie per mantenere il controllo altrove. È appunto quello a cui stiamo assistendo.

da qui

Non vedono la tempesta arrivare - Giovanni Tonlorenzi

 

Nel mezzo di un contesto geopolitico drammatico, agli albori di una crisi economica epocale e sull’orlo di un’escalation militare in cui è sempre meno escluso il ricorso alle armi nucleari, nell’opposizione italiana al governo Meloni, centro-sinistra, campo largo o come altrimenti la si voglia chiamare, non si registra alcun dibattito degno di questo nome.

Quel poco che si intravede, fatto di dichiarazioni sparse e umori momentanei dei vari leader, non è definibile altrimenti che lunare.

Sia chiaro, nell’anno di grazia 2026 il vuoto assoluto che si riscontra nel livello politico non è che il riflesso di un vuoto più profondo, di un’apatia che attraversa la società italiana e, più in generale, quella europea da quasi quarant’anni.
Comunque questo dato non è certo un’assoluzione. Perché c’è una differenza sostanziale tra l’apatia di chi subisce gli eventi e l’incapacità di chi dovrebbe interpretarli, leggerli, trasformarli in proposta politica. La prima è comprensibile, la seconda è una colpa, specie se si è stati complici di un disastro.

Il referendum del 22 e 23 marzo scorso ha sollevato nell’opposizione un entusiasmo del tutto ingiustificato, alimentato dal desiderio di leggere nel consistente voto contro la riforma costituzionale voluta dalla destra una prova di consenso a suo favore, dimenticando che gran parte di quello stesso schieramento non è meno responsabile dello sfascio che stiamo vivendo.

Così, mentre nel campo largo ci si divide su premiership, primarie e federatori, e circolano i nomi di Conte e Schlein, ma anche di Bersani, Rosy Bindi, la sindaca di Genova Salis, il cattolico Andrea Riccardi, l’ex capo della polizia Franco Gabrielli, e di Giovanni Bachelet che ha guidato il fronte del No, nel mondo alcune questioni di una qualche importanza si accavallano con una velocità che non ammetterebbe distrazioni. Questioni che non riguardano un altrove lontano e astratto, ma bussano direttamente alle porte di questo paese.

Sigonella, ovvero i confini della sovranità consentita

Si accavallano in maniera tale che persino il ministro della Difesa Crosetto, membro autorevole di un governo iper-atlantista e in piena sintonia con l’amministrazione Trump, si è trovato costretto a rendere pubblica una nota misurata ma in sostanza inequivocabile: rispetto dei trattati, incrollabile alleanza con gli USA, ma indisponibilità all’utilizzo delle basi militari come quella di Sigonella, per gli aerei militari statunitensi impegnati in operazioni di guerra contro l’Iran¹.

Il governo ha presentato il gesto come puramente procedurale. L’opposizione ha risposto con un “serve di più”, prontamente sopito, anche perché sapendo da che pulpito arrivava l’invito, la cosa diventava addirittura grottesca.

Ciò che è rimasto di questo episodio è la solita, sostanziale convergenza tra governo e cosiddetta opposizione sulle grandi questioni della geopolitica, che ha chiarito una volta di più il perimetro del pensiero politico e della sovranità consentita.
Una convergenza che non è tattica né contingente, ma strutturale. Ed è precisamente lì, in quella convergenza di fatto e che molte volte si è esplicitata, che si misura la distanza minima tra chi governa e chi si dichiara opposizione.

Il riferimento a Sigonella ha evocato naturalmente l’altro caso, quello del 1985, quando Bettino Craxi riaffermò con nettezza la sovranità italiana di fronte all’amministrazione di Ronald Reagan. Un accostamento che, al di là del nome della base, non ha in comune con la situazione attuale assolutamente nulla, anzi dimostra la plastica evidenza dell’abisso che separa l’attuale classe politica italiana da quella di quegli anni, qualunque cosa se ne voglia pensare. Allora, con mille difetti, c’era una classe dirigente capace di porre un limite al potente alleato, oggi ci si affretta a chiarire che quel limite è solo procedurale, mancava la consultazione preventiva.

Ma il caso Sigonella è importante perché, come un filo d’Arianna, ci guida nella comprensione di quanto la guerra e la crisi energetica stiano già entrando in casa nostra e quanto, invece, il dibattito nell’opposizione sia, appunto, lunare.

La coalizione Epstein e la guerra che non va come previsto

Alla data del 24 febbraio 2022, l’inizio dell’operazione militare russa in Ucraina, se ne è aggiunta un’altra che è destinata anch’essa a lasciare il segno, ed è il 28 febbraio 2026, quando gli Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran.

L’obiettivo dichiarato della ormai nota coalizione Epstein era la neutralizzazione dell’inesistente programma nucleare militare iraniano, la decapitazione della sua leadership e il conseguente cambio di regime.

Ma le cose non sono andate come previsto².

Nonostante settimane di bombardamenti intensivi, la capacità militare iraniana non risulta neutralizzata, e le infrastrutture strategiche, in particolare le basi missilistiche, per lo più sotterranee e disperse sul vasto territorio della Repubblica islamica, continuano a garantire operatività e resilienza al paese.

Teheran mantiene una pressione costante attraverso attacchi missilistici e con droni sulle strutture energetiche dei paesi del Golfo Persico e su Israele, aumentando progressivamente il livello tecnologico delle proprie offensive.

La leadership politica e militare iraniana, di cui fu predisposta una cospicua decentralizzazione, ha continuato a funzionare nonostante i raid sui centri di governo, e la governance della Repubblica islamica prosegue secondo il proprio quadro costituzionale².

La situazione in cui si è impantanata la coalizione Epstein si sta incancrenendo al punto che tra molti analisti comincia a circolare l’ipotesi che Israele, in caso di sconfitta, potrebbe mettere in atto la cosiddetta “Opzione Sansone” e cioè il ricorso alle armi nucleari³.

Una prospettiva che non appartiene alla fantascienza geopolitica, ma al calcolo strategico di chi si potrebbe trovare presto con le spalle al muro.

Sul fronte della superiorità aerea, poi, la realtà operativa è ben più complicata di quanto la narrazione ufficiale voglia dare ad intendere.
Diversi episodi, velivoli abbattuti, emergenze in volo, difficoltà nelle missioni di recupero dei piloti, indicano un contesto sempre più ostile per gli Stati Uniti e per il piccolo ma potente e aggressivo alleato⁴.

Come osserva con consueta lucidità Simplicius the Thinker – nome de plume di uno dei più seguiti analisti geopolitici e militari a livello globale – la riduzione delle capacità di attacco a distanza obbliga statunitensi e israeliani a missioni sempre più rischiose, con un’esposizione crescente e un tasso di perdite in aumento.

In questa prospettiva, le ripetute minacce di intervento terrestre, non solo a parole, ma accompagnate dall’invio nell’area di consistenti reparti militari – rischiano di trascinare l’intero quadrante, ed oltre, verso esiti ancora più gravi e distruttivi.

Nel frattempo, tre generali sono stati rimossi dai vertici del Pentagono nel pieno della conduzione del conflitto, segnale questo inequivocabile di forti divergenze tra le alte sfere militari e la Casa Bianca sulla gestione dell’operazione Epic Fury⁵.

Che la situazione presenti chiari elementi di caos, e dunque di enorme pericolosità, lo dimostra anche la linea comunicativa di Trump, sempre più aggressiva e sempre più contraddittoria, con elementi di imbarazzante grossolanità. Il presidente ha dichiarato pubblicamente che Mohammed bin Salman deve “baciargli il culo”, una frase che, al di là del registro, misura plasticamente il livello raggiunto da questa amministrazione⁶.

Di fronte a tutto questo, l’opposizione italiana tace, o commenta a margine, con vuote frasi di circostanza, spesso con la stessa superficialità con cui commenterebbe un risultato elettorale locale. Non una proposta, tantomeno una visione, non un pensiero che sia all’altezza della posta in gioco.

Kallas e gli altri: il pensiero unico europeo di fronte alla guerra

Quattro anni fa, con l’inizio l’operazione speciale militare della Federazione Russa in Ucraina, finalizzata a porre uno stop all’espansione della NATO verso est, si è messo in moto un processo destinato a cambiare, probabilmente in maniera definitiva, le linee storiche che sembravano fatali dalla fine della Guerra Fredda. Eppure l’attuale leadership europea, totalmente agita da volontà d’oltreoceano, non ha nemmeno tentato di difendere gli interessi dei popoli europei.

Si è chiusa in una ostinata propaganda spesso imbarazzante, incapace di elaborare un punto di vista autonomo ancorato alla realtà dei fatti, e rifugiandosi nella ripetizione di un unico mantra: lotta senza quartiere contro il pericolo russo in procinto di espansionismo su grande scala.

A sottolineare e rendere ancora più evidente questo asservimento, un asservimento che è addirittura metapolitico, che precede e condiziona qualsiasi scelta politica concreta – sono intervenute la macelleria genocida perpetrata ai danni del popolo palestinese dallo Stato di Israele con il sostegno dell’amministrazione del democratico Joe Biden, la guerra dei dodici giorni contro l’Iran del giugno 2025, e la vicenda venezuelana di inizio 2026.

Con la guerra scatenata contro la Repubblica islamica, la nullità dell’establishment europeo si è confermata definitivamente lampante. Al di là del non riuscire a svolgere alcun ruolo di mediazione reale, la leadership europea è addirittura arrivata a invitare, sostanzialmente, l’Iran a non difendersi⁷. Il culmine lo ha raggiunto Kaja Kallas, che nel suo quotidiano delirio anti russo non ha trovato di meglio da dichiarare che “la Russia sta aiutando l’Iran con informazioni di intelligence per uccidere americani, e ora fornisce anche droni perché possa attaccare i paesi vicini e le basi militari statunitensi”⁸.

Una dichiarazione che dice tutto sulla qualità del pensiero strategico europeo, ossessionato dalla Russia al punto da perdere di vista qualsiasi lettura autonoma della realtà.

E la classe dirigente italiana che fa? Assente, silente, e l’opposizione discute di federatori mentre il continente brucia.

Lo Stretto di Hormuz e il crollo dell’ordine unipolare

La situazione attuale racconta in modo incontrovertibile che l’unipolarismo occidentale a guida statunitense è sempre meno tollerato. La posizione iraniana, rigida nel non aprire ad alcun compromesso finché non saranno raggiunti gli obiettivi strategici di lungo periodo, a cominciare dalla propria sicurezza nell’area mediorientale, fa evidentemente il paio con le posizioni portate avanti dalla Federazione Russa fin dal 2007. Posizioni queste che non sono più liquidabili con la propaganda, come l’establishment occidentale ha tentato di fare per quasi vent’anni.

Oggi emerge che la vera forza iraniana non è solo militare, ma soprattutto geografica, economica e monetaria.

Lo Stretto di Hormuz — principale nodo marittimo per il commercio energetico globale — è diventato il teatro dello smottamento del vecchio ordine geopolitico ed economico. Da quello stretto transita circa il 20% del petrolio mondiale, il 22% del gas naturale liquefatto globale, e una quota rilevante di fertilizzanti, prodotti chimici ed elio⁹. La sua inagibilità produrrebbe una crisi di approvvigionamento energetico su scala planetaria di proporzioni del tutto inedite, con prezzi del petrolio che potrebbero raggiungere i duecento dollari al barile in brevissimo tempo. Questo significa pesanti rincari per riscaldamento, trasporti, produzione industriale, filiere alimentari, significa la vita quotidiana di decine di milioni di italiani ed europei.

Come segnala efficacemente Pepe Escobar, c’è una dimensione ulteriore evidente ma le cui conseguenze non sono ancora del tutto analizzate: la strategia iraniana, imponendo pagamenti in yuan per il transito delle merci attraverso Hormuz, incide sulla centralità del dollaro come valuta di riferimento globale, il che determina che al conflitto militare si aggiunge sempre più sensibilmente un conflitto sistemico¹⁰.

Con il sostegno di Russia e Cina, il conflitto regionale si colloca irrimediabilmente in uno scontro di dimensione globale, con tutte le conseguenze del caso.

Anche l’attuale formato dei BRICS ne risentirà in modo sostanziale, visto che alla prova dei fatti si rivela ben poco strategicamente coeso e quindi inadeguato come attore in una situazione così complicata. Ma al suo posto si va delineando un asse più ristretto ma decisamente più coerente, fondato sull’integrazione tra Russia, Iran e Cina.

Questo triangolo strategico unisce risorse energetiche, capacità industriali e controllo dei principali corridoi logistici eurasiatici, configurandosi come il nucleo operativo di un possibile ordine multipolare. E l’Iran non è un attore periferico, in quanto controlla uno dei principali snodi energetici del pianeta e rappresenta il crocevia geografico tra Asia e Medio Oriente, collegamento essenziale tra i sistemi economici e infrastrutturali russo e cinese¹⁰.

Qualcuno nell’opposizione italiana ha ritenuto opportuno aprire un dibattito su tutto questo? Ha proposto una posizione, una lettura, una prospettiva che non fosse quella dell’atlantismo come riflesso condizionato? La risposta, come sappiamo, è no. E questo elemento non è solo una lacuna, suona quasi come condanna politica.

Anche Kagan lo ammette. L’opposizione italiana no. Trent’anni di Washington Consensus non si cancellano con le primarie

Il livello di consapevolezza della situazione internazionale da parte della classe dirigente italiana sembra essere impermeabile a tutto.

In nessuno dei poli della geografia politica italiana si riesce a scorgere uno straccio di volontà di uscire da quel perimetro che è storicamente consentito dai signori ai vassalli.

Impermeabile anche alle domande di cambiamento provenienti dalle persone in carne e ossa, sempre più strette in una crisi che diventerà ingestibile. Il voto No al referendum contiene molto probabilmente anche, e soprattutto, questo elemento. Là fuori qualcosa forse si sta muovendo, qualcosa di profondo, ancora embrionale e difficilmente descrivibile, ma la politica ufficiale non se ne accorge o, peggio, finge di non accorgersene.

Il vecchio mondo sta crollando rapidamente e lo riconosce persino Robert Kagan, un neoconservatore, intellettuale organico dell’interventismo americano, sostenitore storico della NATO e di Israele, tutt’altro che un pensatore critico dell’ordine liberale.
Su The Atlantic ha scritto che la guerra con l’Iran ha esposto e aggravato le divisioni tra gli Stati Uniti e i propri alleati, ha rafforzato le potenze che lui chiama – e qui si intende la sua natura – revisioniste cioè Russia e Cina, ed ha accelerato il caos politico ed economico globale, lasciando gli USA in una posizione di isolamento che non si vedeva dagli anni Trenta del XX secolo¹¹.

Il fatto che sia Kagan a scriverlo non è un dettaglio, ma la misura di quanto la realtà abbia superato anche i suoi più convinti e aggressivi architetti.

Negli States persino falchi neoconservatori si interrogano se Israele possa ancora considerarsi un alleato affidabile, cercando forse di mettersi al riparo da quella che potrebbe svilupparsi come una sconfitta epocale.

Ma qui, coloro che dovrebbero convocare, chissà, una sorta di Stati Generali non sanno nemmeno suonare nell’orchestra del Titanic che sta colando a picco, e perché si rendono conto che affrontare certi temi, seriamente, significherebbe la dissoluzione istantanea di troppe carriere politiche fini a sé stesse.

Il Partito Democratico, come quasi tutto ciò che popola la geografia politica italiana, ha formato la propria identità, il proprio ceto dirigente, la propria rete di relazioni dentro il Washington Consensus, il Fiscal Compact, la privatizzazione forsennata dei servizi pubblici, la conseguente continua cessione di sovranità alla burocrazia irresponsabile dell’Unione Europea e al postulato atlantista. Tuttavia, per onestà bisogna ammettere che non è solo il PD il problema, ma è la stragrande maggioranza del mondo politico, culturale, intellettuale e dell’informazione nella sua quasi totalità, per un motivo o per l’altro, che ha portato il cervello all’ammasso.

Eppure il PD rimane l’equivoco che fa da tappo a quella grande mobilitazione che sarebbe necessaria e che prima o poi avverrà autonomamente.

E per dirlo con chiarezza, non siamo davanti soltanto a scelte sbagliate, fautrici di politiche sempre più impopolari, ma ad un problema strutturale. Come quando si sente dire, ad esempio, che Renzi fu un incidente di percorso per il Partito Democratico, senza capire che Renzi era il figlio legittimo del PD e sua discendenza naturale. Non è nemmeno questione di mancanza o di cattiva volontà, è questione di quello che si è diventati, e di cosa si è scelto di essere nel corso di trent’anni.

Chi non avrà il coraggio di uscire da quel perimetro sarà spazzato via, con tutta probabilità, dall’impetuosità degli eventi.

No Kings: il marchio americano che i progressisti hanno comprato, senza leggere l’etichetta

La cartina di tornasole più recente di questa cecità strutturale è stata la manifestazione “No Kings” del 29 marzo. In Italia come in Europa se ne è fatto un uso entusiastico e del tutto acritico, esattamente l’uso che ci si aspetterebbe da chi non sa leggere i movimenti sociali che non ha prodotto e non capisce quelli prodotti altrove.

Perché No Kings è, nella sostanza, uno strumento dei Democratici americani, il cui obiettivo non è altro che lo status quo ante, quello dei Biden, di Kamala Harris, delle famiglie Clinton e Obama, delle politiche neocon già viste all’opera.

Un movimento che pone come ideale il repubblicanesimo americano del XVIII secolo,senza fare menzione del fatto che da quel momento quei padri fondatori costruirono una nazione sul genocidio dei nativi, sullo schiavismo, su un calvinismo che ha fatto dell’arricchimento individuale uno dei perni dello sviluppo, dando progressivamente vita al mito del destino manifesto.

No Kings è contro le politiche di Trump che mettono a repentaglio quell’America che c’era prima, appunto quella di Biden, primo sostenitore concreto del genocidio palestinese.

Quell’America non è poi così diversa da quella di Trump. E chi in Europa ha sfilato sotto quel marchio senza porsi una sola di queste domande ha dimostrato esattamente il livello di analisi politica di cui è capace.

Il meccanismo è stato quello di un franchising acritico, si è preso un marchio, lo si è un po’ adattato, senza chiedersi nulla sul contesto locale, sugli obiettivi reali, sulle forze che lo animano, sugli interessi, grandi, che lo finanziano.

Contro chi si stava manifestando, la piazza esattamente? Per quale alternativa? Con quale orizzonte? Scrive tale Tom Joad in un articolo su Substack: “così la piazza protesta dentro le coordinate del mondo che contesta, con gli strumenti di quel mondo, nel linguaggio di quel mondo, e il risultato più ottimistico è una versione leggermente più umana del medesimo ordine, ciò che la retorica progressista chiama ‘un mondo più giusto’, intendendo esattamente lo stesso mondo governato dalle medesime strutture con un personale politico più gradevole e una distribuzione della ricchezza lievemente meno oscena”¹².

È, in fondo, la stessa logica che governa tutta l’opposizione italiana, rimanere dentro le coordinate del sistema che certo non si vuole cambiare ma sperare che sia meno violento ed aggressivo, sperando che cambino gli attori senza che cambi la commedia.

Quando arriverà lo shock, non ci salveremo con le primarie

Come annota con amara lucidità Ugo Boghetta su La Fionda¹³, analizzando i dati del referendum, risulta chiaro che il campo largo non può affermare di essere in ripresa; i voti referendari non sono sommabili a posizioni unioniste, riarmiste e liberiste. Forse cambieranno gli attori senza che cambi la commedia ma rimangono milioni di cittadini orfani di proposte convincenti, milioni di persone che hanno votato No senza che nessuno sia capace di dare un orientamento a quella domanda di cambiamento in qualcosa di politicamente credibile, sia per politiche che per interpreti.

Esisterebbe, teoricamente, la possibilità di costruire qualcosa di diverso, una posizione antiliberista che combini l’attuazione piena della Costituzione con lo sgancio progressivo dell’Italia dagli organismi internazionali che ne comprimono la sovranità, cogliendo le opportunità che la contingenza storica offre per avvicinarsi a obiettivi concreti di neutralità e indipendenza reale.

Potrebbe non essere solo utopia, ma la è la condizione necessaria per perseguire un interesse nazionale popolare e rilanciare qualcosa che assomigli alla democrazia.

Ma richiede coraggio intellettuale e politico che oggi, nell’opposizione italiana, non si vede all’orizzonte.

Purtroppo, la storia insegna che le grandi inversioni di rotta nelle opinioni pubbliche non avvengono per sola persuasione, ma assai spesso per uno shock. Non ce lo auguriamo, ovviamente anche perché non si sa mai che piega possono prendere quelle inversioni di rotta. Ma sarebbe disonesto ignorarlo e sarebbe sbagliato non tenere conto che, quando quello shock arriverà, chi avrà scelto di trastullarsi con federatori, primarie e altre cosette, non avrà nessuna credibilità per essere ascoltato.

Note

  1. https://www.lastampa.it/politica/2026/03/31/news/italia_nega_base_sigonella_usa_crosetto-15566208/
  2. Crooke, A., Iran’s Audacious Strategic Moves, Unz Review, 27 marzo 2026, https://www.unz.com/acrooke/irans-audacious-strategic-moves-declared-missile-dominance-over-the-occupied-territories-a-warning-of-nuclear-deterrence/
  3. https://www.aljazeera.com/opinions/2026/3/22/why-the-world-should-worry-about-israels-nuclear-doctrine; https://jacobin.com/2026/03/israel-iran-war-nuclear-weapons
  4. Simplicius, https://simplicius76.substack.com/p/disaster-operation-stone-age-begins
  5. https://edition.cnn.com/2026/04/02/politics/hegseth-removes-randy-george-army-chief-of-staff
  6. https://thewire.in/world/trump-claims-saudi-crown-prince-kissing-my-ass
  7. https://www.theguardian.com/world/2026/mar/24/ursula-von-der-leyen-iran-us-hormuz-crisis-australia; https://www.timesofisrael.com/liveblog_entry/eus-costa-urges-iranian-president-to-ensure-freedom-of-navigation-in-strait-of-hormuz/
  8. https://ejpress.org/kallas-russia-is-providing-intelligence-support-to-iran-in-the-middle-east-war-to-kill-americans/
  9. https://www.iea.org/about/oil-security-and-emergency-response/strait-of-hormuz
  10. Escobar, P., https://www.unz.com/pescobar/the-china-pakistan-gcc-riddle/
  11. Kagan, R., https://www.theatlantic.com/international/2026/03/trump-us-power-iran/686567/
  12. Joad, T., https://revolvepl.substack.com/p/la-piazza-incorporata
  13. Boghetta, U., https://www.lafionda.org/2026/04/04/post-referendum-quo-vadis/

https://www.lafionda.org/2026/04/07/non-vedono-la-tempesta-arrivare/

venerdì 10 aprile 2026

Un nuovo mondo sta nascendo mentre quello vecchio sta volgendo al termine - Pepe Escobar


Il piano in 15 punti che il team di Trump ha presentato all’Iran è già fallito prima ancora di iniziare. Si tratta di una capitolazione imposta: un documento di resa mascherato da «negoziazione».

Il piano che non è un piano — in cui si impongono richieste mentre si implora un cessate il fuoco di un mese — include la totale eliminazione dell’arricchimento dell’uranio sul territorio iraniano; lo smantellamento completo degli impianti di Natanz, Isfahan e Fordow; l’espatrio di tutto l’uranio arricchito dall’Iran; la restrizione estrema del programma missilistico; la sospensione dei finanziamenti a Hezbollah, Ansarallah e alle milizie irachene; e la totale apertura dello Stretto di Hormuz.

Tutto questo in cambio di una vaga «revoca della minaccia di reintrodurre le sanzioni».

L’unica risposta realistica dell’Iran a questo accumulo di illusioni potrebbe essere che il signor Jorramshahr-4 lanciasse il suo biglietto da visita su obiettivi selezionati — in linea con l’uso della deterrenza economica e militare per dettare le condizioni reali.

E le condizioni reali sono dure:

Chiusura di TUTTE le basi militari statunitensi nel Golfo; garanzia che non ci saranno più guerre; fine della guerra contro Hezbollah; revoca di TUTTE le sanzioni; risarcimenti per i danni di guerra; un nuovo ordine nello Stretto di Hormuz (già in vigore: riscossione di tasse come fa l’Egitto a Suez); programma missilistico intatto.

Conclusione: la macchina infernale dell’escalation continua a funzionare.

Un club di membri con quota di ingresso in petroyuan

Nel frattempo, i prezzi del petrolio e del gas sono immersi in un caleidoscopio di volatilità, che influisce su valute, azioni, materie prime, catene di approvvigionamento e timori di inflazione. Si tratta ormai di una crisi economica mondiale fuori controllo con conseguenze devastanti in corso.

Prima della guerra, l’Iran produceva poco meno di 1,1 milioni di barili di petrolio al giorno, venduti a 65 dollari al barile con uno sconto di 18 dollari: quindi, in pratica, solo 47 dollari. Ora, l’Iran ha aumentato la produzione a 1,5 milioni di barili al giorno, vendendoli a 110 dollari (e in aumento), principalmente alla Cina, con uno sconto massimo di 4 dollari.

E questo non include nemmeno le vendite di prodotti petrolchimici: in pieno boom e per un’ampia gamma di clienti aggiuntivi. Per finire, tutti i pagamenti vengono effettuati tramite meccanismi alternativi. Il che ci porta a un fatto sorprendente: a tutti gli effetti, ciò comporta un allentamento delle sanzioni nella pratica.

Ora, il Santo Graal della guerra: lo stretto di Hormuz. È aperto de facto, ma con un pedaggio controllato dal CGRI. Un casello con una particolarità: potere di veto sulla lista degli invitati. Come entrare in un club privato esclusivo.

Per ottenere l’autorizzazione del CGRI, una petroliera deve pagare il pedaggio: 2 milioni di dollari per nave. Ecco come funziona. Si contatta un agente legato al CGRI. L’agente trasmette al CGRI le informazioni essenziali: proprietà della nave, bandiera nazionale, manifesto di carico, destinazione, lista dell’equipaggio e dati del transponder AIS.

Il CGRI effettua controlli sui trascorsi. Se non si hanno legami con gli Stati Uniti, non si trasporta alcun carico relativo a Israele e la propria bandiera non fa parte degli «Stati aggressori», si è dentro. Giappone e Corea del Sud, ad esempio, non hanno ancora ricevuto l’autorizzazione.

Successivamente, si paga il pedaggio. In contanti — in qualsiasi valuta disponibile —, ma preferibilmente in yuan. Oppure in criptovalute.

È un meccanismo complesso. Il CGRI utilizza molteplici indirizzi; ponti tra catene con altre reti; sportelli over-the-counter in giurisdizioni ben al di fuori della portata degli Stati Uniti; e l’integrazione con ogni tipo di canale di regolamento in yuan.

Una volta pagato il pedaggio, il CGRI emette un’autorizzazione via radio VHF — con una fascia oraria specifica legata a uno stretto corridoio nautico di 5 miglia attraverso le acque territoriali iraniane, tra Qeshm e la piccola isola di Larak, dove la Marina del CGRI può identificare visivamente la nave. Ha via libera. Non ha bisogno di una nave di scorta.

Tutto quanto sopra si applica, per ora, alle petroliere provenienti da Cina, India, Pakistan, Turchia, Malesia, Iraq, Bangladesh e Russia. Alcune non devono pagare l’intero pedaggio. Altre ottengono esenzioni — su base da governo a governo (come nello Sri Lanka e in Thailandia, entrambi descritti come «nazioni amiche»). E alcune non pagano nulla.

Benvenuti quindi in un club i cui membri pagano la quota di iscrizione principalmente in petroyuan. È bastata una sola misura dell’Iran per ottenere ciò che interminabili vertici mondiali non sono riusciti a fare: istituire un sistema di regolamento alternativo – sotto il fuoco, messo alla prova sotto pressione estrema e, inoltre, applicato nel punto di snodo più importante del pianeta.

Ogni pedaggio pagato in petroyuan elude il petrodollaro, lo SWIFT e le sanzioni statunitensi, tutto in un colpo solo. Il Parlamento iraniano approverà una legge che istituzionalizza il pedaggio come «compensazione di sicurezza». Nessuno se lo aspettava – e così in fretta: la monetizzazione legalizzata del collo di bottiglia. Senza sparare un solo colpo. È di questo che si tratta realmente il commercio della de-dollarizzazione.

Il problema è ciò che non transita per Hormuz: i fertilizzanti. Oltre il 49% dell’urea destinata all’esportazione proviene dal Golfo Persico. L’ammoniaca richiede gas naturale; ma il Qatar ha dichiarato lo stato di forza maggiore dopo l’attacco del Cartello di Epstein contro South Pars e i contrattacchi iraniani. Il CGRI si concentra sul petrolio perché questo finanzia il pedaggio e, a lungo termine, costituisce il nucleo del sistema di regolamento energetico post-dollaro, con il pieno sostegno dell’alleanza strategica tra Russia e Cina.

Non c’è quindi da stupirsi che l’Impero del Caos e del Saccheggio sia impazzito. In un batter d’occhio, in tre settimane, abbiamo il petroyuan che governa il corridoio di connettività navale più importante del pianeta — privatizzato de facto. Quindi il CENTCOM si lancerà a tutto campo in stile Terminator per demolire il casello autostradale, tentando di tutto, dal bombardamento delle installazioni del CGRI lungo la costa e l’istituzione di scorte navali per le petroliere alleate fino a uno tsunami di sanzioni contro gli intermediari dei caselli autostradali.

Ciò che il CENTCOM non può bombardare è il precedente del petroyuan in vigore. Tutto il Sud del mondo sta osservando e facendo i conti. Tutta questa guerra folle sta, infatti, contribuendo a far emergere una nuova infrastruttura di pagamenti. La dimensione finanziaria della guerra è persino più cruciale dei progressi in materia di missili.

Cosa attende il CCG

Il Qatar ha avvertito Trump 2.0, più e più volte, che attaccare le infrastrutture energetiche dell’Iran avrebbe distrutto le stesse infrastrutture energetiche di Doha. È esattamente ciò che è accaduto. Il ministro dell’Energia del Qatar, al-Kaabi, ha rivelato di aver avvertito il segretario all’Energia degli Stati Uniti, Chris Wright, nonché i dirigenti di ExxonMobil e ConocoPhillips, giorno dopo giorno.

Senza alcun risultato. Il Qatar ha finito per perdere il 17% della sua capacità di GNL: 20 miliardi di dollari di mancati introiti e fino a cinque anni per riparare i danni. Al-Kaabi: il petrolio potrebbe raggiungere i 150 dollari al barile, e questa guerra potrebbe «far crollare le economie del mondo».

Siamo arrivati a un punto assurdo quando è chiaro che attaccare South Pars in Iran ha generato un vantaggio strategico inferiore a zero. Al contrario: il contrattacco ha colpito il settore energetico del Golfo Persico. Tuttavia, ciò che prevale è la perversità. Chi ne ha beneficiato in ultima analisi? Le aziende del gas statunitensi.

L’Iran sta scommettendo – ed è un’ambizione immensa – sul fatto che le monarchie del Golfo finiranno per fare i conti. È come se Teheran lo mettesse molto in chiaro: se imparano a fare affari con noi, li lasceremo continuare con i propri affari.

Le nuove regole vanno dall’elusione del petrodollaro da parte del CCG (Consiglio di cooperazione del Golfo, ndt) fino allo smantellamento dei data center statunitensi. E se il CCG desidera un nuovo accordo di sicurezza, farebbe meglio a rivolgersi alla Cina. Tutto questo mentre il CCG deve anche imparare a gestire questa crisi petrolifera che sta rivalutando in modo permanente il premio di rischio del suo approvvigionamento energetico. Il termine «riassetto strutturale» non basta nemmeno a descriverlo.

Allo stato attuale, c’è solo una certezza: il CCG svolgerà un ruolo fondamentale nell’implosione del sistema finanziario internazionale, poiché si prepara a ritirare almeno 5.000 miliardi di dollari dal mercato statunitense per poter finanziare la propria sopravvivenza.

Il lungo e tortuoso percorso del petro-oro

In sintesi: dopo l’attacco al giacimento di gas di South Pars — il più grande del pianeta — e al pedaggio dello stretto di Hormuz, sono i regolamenti in yuan e in oro, su tutto lo scacchiere, a conferire all’alleanza strategica tra Russia e Cina un vantaggio impensabile solo poche settimane fa.

L’alleanza strategica sta consolidando nientemeno che un nuovo e crescente meccanismo di regolamento globale, in cui le transazioni in petro-yuan fluiscono direttamente verso l’oro fisico.

Mentre la Russia vende enormi volumi di petrolio e gas non colpiti dalla guerra contro il suo alleato Iran, la Cina, in quanto principale raffineria, acquista energia russa cercando al contempo di sostenere i propri partner del Sud-Est asiatico al di fuori del dollaro statunitense.

La Russia sta convertendo i pagamenti in yuan in oro fisico alla Borsa di Shanghai. L’Iran sta accumulando pagamenti in yuan a Hormuz, promuovendo contratti petroliferi in yuan convertibili in oro. E la Cina sta costruendo depositi e corridoi dell’oro all’estero. Il nuovo triangolo di Primakov, RIC (Russia-Iran-Cina), detiene il controllo attraverso l’energia fisica reale e l’oro.

Questa è quindi la conclusione principale della guerra del Cartello di Epstein contro l’Iran. Russia-Cina raggiungono il Santo Graal: il dominio energetico e un regolamento in yuan sostenuto dall’oro che elude il petrodollaro fino alla fine dei tempi.

A tutti gli effetti pratici, l’architettura stabilita dalla «nazione indispensabile» a partire dagli anni ’90 sta mostrando crepe strutturali sotto gli occhi di tutti, con i mercati globali che aggiornano ogni possibile variazione del modello in tempo reale.

È come se i persiani avessero reinterpretato Sun Tzu, Clausewitz e Kutuzov (il conquistatore di Napoleone) in un ibrido completamente nuovo. E, come bonus, ottenendo in sole tre settimane ciò che anni di vertici non sono riusciti a fare.

Il petrodollaro sta scomparendo. I sistemi di pagamento alternativi sono già operativi. E il Sud del mondo osserva in tempo reale come l’Impero del Bombardamento Infinito possa essere paralizzato da una guerra di logoramento decentralizzata orchestrata da una nazione sovrana con un cinquantesimo del bilancio della difesa imperiale.

La multipolarità non nascerà da dirigenti in giacca e cravatta che leggono documenti nelle sale riunioni. La multipolarità nascerà sul campo di battaglia, sotto il fuoco nemico, contro ogni previsione.

da qui


Il Tramonto del Petrodollaro e l'Effetto Hormuz - Suleyman Karan

 

Ventisei anni fa, il defunto presidente iracheno Saddam Hussein prese una decisione che ebbe risonanza ben oltre Baghdad. Decise di fissare il prezzo delle esportazioni di petrolio iracheno in euro anziché in dollari statunitensi: una mossa che all'epoca molti osservatori interpretarono sia come una sfida simbolica sia come un tentativo concreto di allentare i vincoli finanziari imposti dal regime di sanzioni di Washington.

Sebbene questo cambiamento da solo non abbia determinato il destino dell'Iraq, ha alimentato un confronto più ampio con gli Stati Uniti sulla sovranità, il potere regionale e il controllo dei mercati energetici.

Ciò che seguì è ben noto. Dopo gli attentati dell'11 settembre, l'Iraq fu invaso con il pretesto del possesso di armi chimiche, biologiche e nucleari. Le indagini successive non riscontrarono alcun programma attivo di armi di distruzione di massa, e le principali affermazioni dell'intelligence utilizzate per giustificare la guerra furono in seguito screditate o si rivelarono profondamente errate. 

L'occupazione dell'Iraq – e la successiva esecuzione di Saddam Hussein – ha inviato un messaggio chiaro ai paesi esportatori di petrolio della regione: gli stati che cercano di spezzare la morsa del dollaro sul commercio energetico rischiano di dover affrontare pressioni politiche e militari schiaccianti.

Il commercio energetico in yuan e l'erosione della disciplina del dollaro

Per quasi due decenni, questo messaggio è rimasto valido. Ma con l'aumento del peso delle economie emergenti – soprattutto della Cina – nella produzione e nel commercio globali, la struttura dei mercati energetici ha cominciato a cambiare.

La Repubblica islamica dell'Iran ha agito per prima. Nel 2021, Teheran ha firmato un accordo strategico venticinquennale con Pechino e ha subito iniziato a vendere fino al 95% del suo  petrolio in yuan. Washington considerava questo un rischio contenuto, a patto che la pratica rimanesse limitata all'Iran. Ma non è stato così.

Nel 2023, un accordo tra il colosso energetico statale saudita Aramco e la cinese Sinopec ha spinto fino al 65% degli scambi bilaterali di petrolio verso la liquidazione in yuan. Le transazioni sono state sempre più effettuate utilizzando lo yuan digitale (e-CNY), ampiamente considerato la valuta più in grado di indebolire il dominio del dollaro nei sistemi di pagamento globali.

Nello stesso anno, il Qatar, uno dei più importanti esportatori di gas naturale del Golfo Persico, ha firmato un accordo a lungo termine per la fornitura di gas naturale liquefatto (GNL) con PetroChina. Anche in questo caso, il dollaro è stato aggirato. 

Entro il 2025, una serie di sviluppi stava destabilizzando Washington. Il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman (MbS) continuava a posizionare il regno come uno "stato chiave" tra la Casa Bianca e le potenze BRICS, nel tentativo di assicurarsi una posizione di vantaggio in un ordine mondiale in continua evoluzione. 

Gli Emirati Arabi Uniti sono emersi come centro di corrispondenza bancaria per gli scambi commerciali tra Iran e Cina, avanzando al contempo verso l'adesione ai BRICS. Riyadh stessa attendeva alle soglie dell'organizzazione. 

Il Qatar ha seguito una traiettoria simile. Nel frattempo, l'asse Ankara-Doha ha intensificato la cooperazione, con entrambe le capitali alla ricerca di una maggiore influenza regionale. Questi cambiamenti si sono riflessi nelle iniziative del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG). Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Qatar, Arabia Saudita e Oman si sono riuniti congiuntamente con la Cina e l'Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico (ASEAN), segnalando un orizzonte economico eurasiatico in espansione. 

La strategia di contenimento energetico di Washington

Per gli Stati Uniti, l'allerta gialla si stava rapidamente trasformando in rossa. L'ultima Strategia di Sicurezza Nazionale rifletteva priorità sempre più neomercantiliste. Il Venezuela divenne il primo obiettivo. Attraverso una combinazione di pressione e intervento, Washington cercò di garantire le linee di approvvigionamento di petrolio greggio, riaffermando al contempo la propria pretesa di primato emisferico. Così facendo, interruppe anche un'arteria energetica fondamentale per l'economia cinese.

L'Iran, tuttavia, rimase irremovibile. Le pressioni esterne e i tentativi di fomentare disordini interni non riuscirono a provocare il crollo del regime.

Il 28 febbraio, Stati Uniti e Israele lanciarono attacchi partendo dal presupposto che l'Iran sarebbe stato rapidamente sottomesso. Entro il venticinquesimo giorno di guerra, tale aspettativa si era già rivelata errata. I combattimenti continuarono e si estesero in tutto il Golfo Persico.

La strategia di Teheran di estendere il confronto al Golfo Persico ha imposto costi economici sempre maggiori a Washington e ai suoi alleati. Le conseguenze vanno ben oltre le interruzioni delle catene di approvvigionamento di petrolio greggio. Le ripercussioni sono ormai visibili nella finanza globale, nel commercio e nella produzione industriale.

La crisi di Hormuz e le conseguenti reazioni negative contro gli alleati degli Stati Uniti.

Tra il 20 e il 38 percento del commercio mondiale di petrolio greggio transita attraverso lo Stretto di Hormuz. Oggi, i flussi si sono ridotti al minimo, nonostante l'Iran non abbia formalmente dichiarato la chiusura della via navigabile.

L'entità del problema è impressionante. Nel 2025, circa 20 milioni di barili al giorno (bpd) di petrolio greggio e prodotti raffinati hanno attraversato lo stretto. Nel 2024, quasi un quinto delle spedizioni globali di GNL ha percorso la stessa rotta.

Gli analisti avvertono che una grave interruzione delle rotte marittime nel Golfo Persico potrebbe ridurre l'offerta globale di diversi milioni di barili al giorno, spingendo la produzione verso livelli visti l'ultima volta durante precedenti shock di mercato.

La ripresa parziale della produzione negli Stati Uniti, in Russia e in Kazakistan potrebbe compensare in parte le perdite, ma lo squilibrio rimane acuto.

L'ironia sta nel fatto che, fin dai primi giorni dell'operazione lanciata dall'alleanza per rovesciare il governo in Iran, i danni maggiori della guerra sono stati inflitti agli alleati degli Stati Uniti, segno degli scarsi calcoli della Casa Bianca.

India, Giappone, Repubblica di Corea, Taiwan e Thailandia sono tra i paesi più esposti. Il Giappone importa circa il 90% del suo petrolio greggio dall'Asia occidentale, gran parte del quale attraverso lo stretto di Hormuz. La Corea del Sud si rifornisce di circa il 70% del suo petrolio dalla regione, con oltre il 95% che transita attraverso lo stretto.

Il primo ministro indiano Narendra Modi ha dovuto affrontare critiche interne in seguito alla sua visita a Tel Aviv prima della guerra. La disponibilità della Russia ad aumentare le esportazioni di petrolio verso l'India ha allentato in parte la pressione. Senza questo sostegno, la situazione avrebbe potuto deteriorarsi rapidamente.

Il Giappone ha convocato una riunione di emergenza sulla politica monetaria a causa dell'intensificarsi delle turbolenze sui mercati. I funzionari hanno discusso la possibilità di vendere oltre 600 miliardi di dollari di attività statunitensi per stabilizzare i mercati interni.

Seoul si trova ad affrontare un dilemma altrettanto scoraggiante. La sua base industriale, trainata dalle esportazioni, dipende fortemente dall'energia importata. Persino i principali conglomerati chaebol ora si trovano ad affrontare l'incertezza sulla sostenibilità della produzione.

Alla ricerca di percorsi alternativi e soluzioni per le fragili catene di approvvigionamento.

I produttori regionali stanno cercando di contenere le conseguenze. L'Arabia Saudita, il maggiore produttore dell'OPEC, ha cercato di reindirizzare le esportazioni attraverso il gasdotto SUMED egiziano.

L'Iraq, isolato dal suo principale canale di esportazione attraverso Bassora, ha interrotto la produzione del giacimento di South Rumaila. Il ministro del petrolio iracheno Hayan Abdulghani ha annunciato il 12 marzo che fino a  200.000 barili al giorno potrebbero essere reindirizzati tramite spedizioni via petroliera attraverso Turchia, Siria e Giordania, ampliando potenzialmente la capacità di esportazione del nord fino a 450.000 barili al giorno.

Sotto crescente pressione, il governo regionale del Kurdistan ha approvato il piano. Tuttavia, la fattibilità di queste spedizioni dipende in larga misura dal fatto che gli attacchi missilistici e con droni iraniani prendano di mira le infrastrutture energetiche irachene.

I mercati finanziari vacillano mentre le economie del Golfo si preparano alla contrazione. 

Non appena è apparso chiaro che il conflitto avrebbe potuto coinvolgere l'intera regione, i mercati hanno reagito prontamente. Il 4 marzo, le borse asiatiche sono crollate: Shanghai ha perso quasi l'uno per cento, il Nikkei giapponese oltre il tre per cento, il KOSPI coreano oltre il 12 per cento e l'Hang Seng di Hong Kong il due per cento. Le borse europee hanno registrato modesti guadagni, mentre i mercati statunitensi hanno inizialmente aperto in rialzo. 

Gli analisti hanno recentemente avvertito che le perdite azionarie non riflettono ancora l'entità dell'interruzione dell'approvvigionamento energetico globale, il che suggerisce la possibilità di correzioni più profonde in futuro. 

Nei mercati del Golfo, gli attacchi dei droni iraniani contro un importante terminal petrolifero a Fujairah hanno scosso la fiducia degli investitori. Sebbene le operazioni siano poi riprese, l'incertezza è persistita. L'indice di riferimento di Dubai ha perso l'1,7%, appesantito dal forte calo delle azioni di Emaar Properties. Dall'inizio delle ostilità, l'indice ha perso circa un quinto del suo valore di mercato. 

La capitalizzazione di mercato di Abu Dhabi si è ridotta di oltre 77 miliardi di dollari. Anche il principale indice del Qatar ha registrato un calo, con le azioni del colosso bancario regionale QNB in ??ribasso del due percento.

La banca d'investimento Goldman Sachs avverte che la prolungata chiusura del porto di Hormuz potrebbe spingere Qatar e Kuwait a contrazioni del PIL fino al 14% quest'anno, il peggior calo dalla Guerra del Golfo dei primi anni '90. Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti potrebbero cavarsela leggermente meglio grazie a rotte di esportazione alternative, ma dovranno comunque affrontare cali economici compresi tra il 3 e il 5%.

Le aziende energetiche vincenti emergono grazie all'impennata dei prezzi al di fuori dell'Asia occidentale. 

Un numero ristretto di produttori ne trarrà vantaggio. La Russia è in cima alla lista. Le restrizioni sulle sue esportazioni di energia si stanno gradualmente allentando, mentre i legami più stretti con la Cina e la rinnovata domanda indiana ne incrementano i ricavi. Persino l'UE sta ora discutendo su come aggirare i propri embarghi. 

Tra i potenziali beneficiari figurano la Norvegia e il Regno Unito, produttori del Mare del Nord, il Canada, ricco di scisti bituminosi, il Venezuela, ricco di risorse, e gli stessi Stati Uniti. Anche l'Australia e il Brunei potrebbero trarne vantaggio.

I prezzi del petrolio hanno subito forti oscillazioni. Dopo un calo dell'11% il 23 marzo, i timori di un'escalation hanno spinto il Brent verso i 104 dollari al barile, ben al di sopra dei 72 dollari registrati prima della guerra. I produttori al di fuori dell'Asia occidentale sono quindi in posizione per realizzare profitti straordinari.

Petrodollari, debito e il motore nascosto della finanza globale 

I paesi esportatori di petrolio del Golfo non si limitano a fornire idrocarburi. Generano la liquidità che alimenta la finanza globale. Il riciclo dei petrodollari sostiene i mercati obbligazionari da Londra e New York a Francoforte e Tokyo.

Questo flusso costante di capitali ha permesso alle economie occidentali fortemente indebitate di ottenere prestiti con relativa facilità. Il solo debito pubblico statunitense ha raggiunto i 39 trilioni di dollari, con un ulteriore indebitamento previsto di 5 trilioni di dollari quest'anno.

La volatilità dei mercati dall'inizio delle ostilità tra Stati Uniti e Iran riflette la crescente preoccupazione circa la capacità di questa architettura finanziaria di resistere nel tempo

L'incertezza del mercato sfida la logica dei beni rifugio.

Solitamente, le crisi geopolitiche spingono gli investitori verso l'oro e altri beni rifugio tradizionali. Questa volta, però, la tendenza si è interrotta. Durante le prime due settimane di scontri, l'indice S&P 500 è sceso di quasi il quattro percento, il Nasdaq ha perso il tre percento, l'oro è calato del 5,5 percento e l'argento ha subito un crollo di oltre il 13 percento. 

Parte della spiegazione risiede nelle pressioni di liquidità. L'aumento dei prezzi del petrolio ha costretto gli operatori di mercato a vendere oro per coprire i costi energetici. Allo stesso tempo, l'incertezza su quanto aggressivamente le banche centrali – in particolare la Federal Reserve – inaspriranno le politiche monetarie ha pesato sui metalli preziosi.

Un indice del dollaro in rafforzamento complica ulteriormente la situazione. Per i sostenitori della visione economica "Make America Great Again" (MAGA), che si basa su bassi tassi di interesse e un dollaro più debole per sostenere la ripresa industriale e il rifinanziamento del debito, l'attuale tendenza è profondamente preoccupante. 

Oltre il petrolio: trasporti marittimi, semiconduttori e filiere alimentari a rischio 

La crisi si estende ben oltre i mercati energetici. Hormuz è diventato un punto nevralgico in una rete globale di materie prime strettamente interconnessa. Anche laddove le spedizioni continuano, l'aumento dei premi assicurativi e dei costi di trasporto si ripercuote a catena lungo tutte le filiere di approvvigionamento.

Le polizze assicurative contro i rischi di guerra sono state rinegoziate o ritirate del tutto. I costi del trasporto marittimo sono aumentati vertiginosamente. L'impatto si fa sentire sia nel commercio di energia che in quello di altri settori. 

Sono emerse vulnerabilità inaspettate. Le interruzioni presso il polo energetico di Ras Laffan , in Qatar , hanno bloccato circa un terzo della fornitura globale di elio, un elemento fondamentale per la produzione di semiconduttori e per la diagnostica per immagini in ambito medico.

La carenza di fertilizzanti rappresenta una minaccia ancora più grave. Il Golfo Persico è una delle principali fonti di urea, ammoniaca e zolfo. Con la riduzione delle esportazioni, la catena di approvvigionamento globale dei fertilizzanti si è contratta di circa un terzo, facendo temere una crisi alimentare più ampia. 

I colli di bottiglia logistici hanno impedito che quasi la metà dei 2,1 milioni di tonnellate di urea destinate all'esportazione nelle ultime settimane raggiungesse le navi. L'agenzia di rating Fitch ha già rivisto al rialzo le sue previsioni sui prezzi. 

Una rottura strategica che potrebbe rimodellare l'ordine monetario 

Se Washington non riuscirà a raggiungere i suoi obiettivi, il disastro di Hormuz potrebbe trasformarsi in un classico evento "cigno nero". La quota del dollaro nelle riserve globali è già diminuita dal 71% al 59%. Uno shock energetico prolungato potrebbe accelerare ulteriormente questa tendenza.

Il dato senza precedenti del 12 marzo, ovvero l'assenza totale di traffico di petroliere, potrebbe segnare la fine simbolica di un'era in cui il petrolio era inseparabile dal dollaro. Qualora il sistema del petrodollaro dovesse sgretolarsi, le conseguenze geopolitiche sarebbero profonde.

La credibilità della potenza militare statunitense sarebbe sottoposta a un rinnovato esame. Il suo predominio finanziario potrebbe erodersi. E in tutta l'Eurasia e nel Sud del mondo, gli Stati intensificherebbero la ricerca di autonomia strategica all'interno di un emergente ordine multipolare.

(Traduzione de l'AntiDiplomatico)

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