domenica 12 aprile 2026

Iran, cent’anni di aggressione – Alberto Capece

 

Se qualcuno pensa che davvero l’aggressione armata contro l’Iran sia una novità, bè sta sbagliando di grosso perché essa è cominciata davvero molto tempo fa e precisamente dal 1914. Fu in quell’anno che Winston Churchill decise di acquisire il 51% di una società fondata da tale William Knox D’Arcy, che si era assicurato una concessione sessantennale per i diritti esclusivi di produzione petrolifera in Persia grazie a Mozaffar al-Din Shah Qajar, che regnò come Scià dal 1896 al 1907. L’acquisizione di questa società, denominata Anglo-Persian Oil Company e successivamente Anglo-Iranian Oil, venne concepita ufficialmente per garantire l’approvvigionamento di carburante della Royal Navy. Poco dopo nel 1916 arrivarono anche gli americani con la Sinclair Oil Company legata ai Rockfeller. Chi ha un po’ di anni sulle spalle ricorderà il simbolo di questa compagnia, il dinosauro che campeggiava in molte autofficine e questo ha un senso perché furono proprio i Rockfeller, pagando a destra e a manca, a far prevalere la tesi di un’ origine esclusivamente biologica degli idrocarburi, perché in questo modo si dava l’idea di una risorsa limitata che contribuiva ad alzare i prezzi. Scusate l’inciso. Il fatto è che queste società realizzavano enormi profitti, versando all’Iran meno del 10 per cento del valore delle estrazioni, il che in un certo senso può essere visto come aggressione, non militare, ma economica. E questo ha a che vedere anche con la nostra storia: nel 1924 scoppiò infatti lo scandalo Sinclair, che riguardava tangenti che sarebbero state pagate a politici italiani per concedere ai Rockfeller un diritto cinquantennale sullo sfruttamento di idrocarburi presenti in Emilia e in Sicilia, senza pagare una lira di tasse allo stato italiano. Una nota tesi storica fa risalire il delitto Matteotti proprio alla denuncia che il parlamentare socialista intendeva fare alla Camera indicando i percettori delle tangenti, tra cui il fratello di Mussolini, Arnaldo, e la stessa casa reale.

Vabbè torniamo a noi, dopo trent’anni di sfruttamento intensivo dell’Iran, nel 1941, la Gran Bretagna, coadiuvata dall’Unione Sovietica, invase l’Iran con il comodo pretesto di aver bisogno del petrolio per finanziare la guerra contro la Germania. Ma anche dopo la fine del conflitto, l’occupazione di fatto continuò, fino a quando, nel 1951, il primo ministro iraniano democraticamente eletto, Muhammad Mossadeq, nazionalizzò la produzione petrolifera, scatenando una grave crisi fra gli azionisti imperiali da una parte all’altra dell’Atlantico. Così il MI6, ma soprattutto la Cia che disponeva di maggiori risorse, scatenarono un colpo di stato che rovesciò Mossadeq e instaurò un regime dittatoriale con a capo lo Scià: secondo Amnesty International fu un periodo caratterizzato dal “più alto numero di condanne a morte al mondo, dall’assenza di tribunali civili funzionanti e da una storia di torture inimmaginabili”. Questo dominio incontrastato durò 26 anni in cui di fatto l’Iran non fu altro che una colonia statunitense. E quando ci fu la rivoluzione di Khomeini, Washington pensò bene di fare la guerra al nuovo regime, scatenandogli contro l’Iraq, promettendo a Saddam una parte della produzione petrolifera iraniana se fosse riuscito a sconfiggere gli iraniani. A Bagdad arrivarono miliardi di dollari (di allora, 1980), tecnologia, armi e informazioni di intelligence per garantire all’Iraq il mantenimento delle proprie capacità militari e la possibilità di arrivare all’obiettivo. Furono usati anche i gas, ma l’Iran riuscì a resistere e dopo 8 anni di guerra un Iraq completamente rovinato finanziariamente, fu costretto alla ritirata. Saddam si lamentò con Bush padre della situazione e incolpò pure i Paesi limitrofi produttori di petrolio, tra cui il Kuwait, facendo capire che avrebbe voluto impadronirsi di quest’ultimo come risarcimento. Washington non si oppose esplicitamente, anzi in qualche modo incoraggiò Saddam a buttarsi nella trappola: il leader iracheno non serviva più a niente agli Usa, che invece volevano acquisire una posizione di incontrastato dominio in Medio Oriente,6 e così colsero l’occasione per disfarsi del loro complice, con due guerre consecutive. Il resto è cronaca, anzi storia.

Naturalmente Israele, nel suo ruolo di tutore degli interessi occidentali nell’Asia occidentale, ha svolto un ruolo decisivo in tali vicende ed anzi la creazione stessa di questo Stato è stata pensata in funzione di tale scopo. Già nel 1915 Alfred Milner, uno dei protagonisti della lotta contro i Boeri in Sudafrica, nonché amico dei Rothschild, era convinto che “l’intero futuro dell’Impero britannico come impero marittimo, dipendeva dalla trasformazione della Palestina in uno stato cuscinetto abitato.” E già si sapeva chi lo avrebbe abitato, visto che i palestinesi non erano ritenuti degni dell’onore di essere abitanti. Del resto l'Asia è un’ossessione per gli anglosassoni da quando un bizzarro personaggio che risponde al nome di Halford Mackinder, diffuse nell’impero britannico e in America, l’idea che la talassocrazia anglosassone non avrebbe potuto dominare il mondo se non avesse anche controllato il centro dell’Asia, l’Heartland. Si tratta di un’idea allo stesso tempo banale e assurda perché la padronanza costiera non basta, questo è evidente, ma allo stesso tempo far dipendere tutto da un’area interna ha ben poco senso. E le risorse per farlo possono ben presto esaurire le risorse necessarie per mantenere il controllo altrove. È appunto quello a cui stiamo assistendo.

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