In un editoriale del 26 marzo dal titolo significativo “Non è Trump, è l’America” (It’s Not Trump. It’s America.), la giornalista Lydia Polgreen nel New York Times si chiede se tutto il caos che il suo paese sta provocando a livello mondiale sia dovuto semplicemente alla deviazione di un Presidente fuori norma o alla manifestazione di cause più profonde legate all’identità americana.
Polgreen
confessa di aver oscillato a lungo tra due diversi sentimenti, come tanti altri
suoi connazionali. Da una parte, si è spesso chiesta se Trump fosse un’anomalia
nel corso della storia americana, un personaggio malefico che utilizza il
potere a suo piacimento come nessun presidente abbia mai fatto in passato. Da
questa interpretazione si trae il conforto che un giorno l’anomalia dovrà finire
con l’uscita dalle scene di Trump, per volontà politica o semplicemente per il
corso della legge di natura. Dall’altra parte, nei suoi momenti più bui la
giornalista si è domandata se invece Trump non fosse altro che il punto di
arrivo naturale di quello che l’America è sempre stata: una nazione compiaciuta
che si autorizza a fare tutto quello che vuole sulla base dei miti della
provvidenza e del cosiddetto “eccezionalismo.”
La guerra
all’Iran – osserva Polgreen – dissolve questa dicotomia, mostrando come
entrambe le chiavi di lettura possano coesistere. L’anomalia e la continuità si
sovrappongono: la follia di Trump è insieme causa e sintomo. Il risultato è un
conflitto che appare tanto arbitrario nelle sue origini quanto radicato nelle
premesse ideologiche che lo rendono possibile. L’articolo si chiude con
l’affermazione che l’unico modo per uscire dal tunnel in cui l’America si è
cacciata è dunque rinunciare una volta per tutte all’illusione
dell’eccezionalismo e riconoscere che il paese è uno fra tanti altri in un
mondo interconnesso.
L’eccezionalismo
è uno dei miti fondanti dell’America sin dai primi anni della Repubblica, nata
250 anni fa. Si tratta di una convinzione, assimilata da ogni studente fin dai
primi anni di scuola, secondo cui l’America è l’eccezione nella storia umana,
il popolo messo alla guida del mondo, capace di plasmare ogni evento con la sua
volontà, alla ricerca della felicità (the pursuit of happiness) intesa
come diritto inalienabile dei popoli nella dichiarazione di indipendenza del 1776.
Di questo
tratto fondante della nazione americana è imbevuto l’intero arco politico, dai
conservatori ai liberali. In tempi a noi vicini, furono Madeleine Albright e i
Clinton a dichiarare l’America come la “nazione indispensabile” del nostro pianeta. La Segretaria di Stato in
un’intervista del 1998 riassunse molto chiaramente il concetto della
superiorità americana affermando: “se usiamo la forza, è perché siamo
l’America; siamo la nazione indispensabile. Restiamo a testa alta e guardiamo
più lontano di altri paesi, verso il futuro, e vediamo il pericolo che incombe
su tutti noi.” Questa è la stessa forma mentis che ha ispirato
i presidenti del ventunesimo secolo, Bush junior, Obama e Biden e che oggi
ispira “l’anomalia” Trump.
Rinunciare a
questa illusione, come suggerisce Polgreen, significherebbe mettere in
discussione uno dei pilastri più profondi dell’identità nazionale. Un
cambiamento di tale portata non ha molti precedenti storici: le civiltà
raramente abbandonano spontaneamente i miti che le fondano, se non in seguito a
crisi radicali.
Eppure, la
storia americana contiene anche un potente antidoto al fanatismo
dell’eccezionalismo. Accanto alla narrazione dominante, esiste una lunga
tradizione critica che ne smaschera le contraddizioni. Dalla disobbedienza
civile di Henry David Thoreau, alla democrazia poetica di Walt Whitman e
l’ironia corrosiva di Mark Twain, gli anticorpi al mito americano erano già
evidenti nel diciannovesimo secolo. fino alle di autori come Jack London,
Sinclair Lewis e John Steinbeck, l’America ha continuamente prodotto voci
capaci di metterne in discussione le certezze.
All’alba del
nuovo secolo, le inquietudini moderne prendono forma nei romanzi di Jack
London Martin Eden (1909) e Il tallone di ferro (1908)
– quest’ultimo è un romanzo che anticipa di oltre un secolo la deriva
dittatoriale di oggi. Nel 1935 Sinclair Lewis scrisse Qui non è
possibile, un romanzo nel quale immaginava l’avvento di una dittatura
simile a quella tedesca con l’elezione nel 1936 di un demagogo populista. Il
romanzo tornò in vetta alle vendite dei libri con la prima elezione di Trump
nel 2016. John Steinbeck con i suoi antieroi della Depressione smontò la
narrazione del sogno americano che si faceva forte proprio negli anni Trenta
per infondere fiducia in una nazione stremata dalla crisi economica. Negli anni
Quaranta, Henry Miller, espatriato in eterno conflitto col suo paese, fece
ritorno in America per trovare riparo dall’Europa in guerra e osservò una
nazione materialista incapace di intendere il mondo. Nel suo Incubo ad
aria condizionata (1940) profetizzò che una volta eliminato il
problema di Hitler, il mondo avrebbe dovuto fare i conti con una minaccia ben
più grande. La dominazione americana. Forse questo spiega perché Miller non fu
mai uno scrittore molto popolare negli USA. La Beat generation e la
controcultura degli anni Sessanta continuarono a contribuire a questo filone di
critica all’ideologia americana. Infine, dagli anni Ottanta fino a pochi anni
fa, l’anti-eccezionalismo fu incarnato dai romanzi di Paul Auster, narratore di
una America piccola che fa i conti con l’austerità e la precarietà imposte dal
neoliberalismo.
Questa
contro-narrazione non si è limitata alla letteratura, la musica e il cinema
sono state due forme di espressione che hanno dato voce a molti contestatori.
Dal blues al country, tutto il repertorio della musica popolare americana dà
voce agli ultimi e ai marginalizzati. Un’opera fondamentale in questo senso
è l’Antologia della Musica Folk Americana una collezione delle
prime registrazioni di musica rurale nera e bianca, curata negli anni Cinquanta
da Harry Smith. L’antologia fu una rivelazione per molti giovani delle città e
della provincia americane del tempo, tra i quali emersero Bob Dylan e altri
cantautori degli anni Sessanta che hanno accompagnato i venti di rivolta contro
l’America razzista e guerrafondaia. Erede tardivo di quella scena è poi Tom
Waits, il cantante californiano che con le sue dissonanze sublimi racconta un
paese allo sfascio da oltre cinquant’anni.
L’antidoto
all’eccezionalismo si può trovare anche nell’industria conservatrice e
capitalista di Hollywood. Si pensi alla satira sociale di Charlie Chaplin o
alla malinconia e l’alienazione in Buster Keaton. All’indomani della Seconda
guerra mondiale, William Wyler filma Gli anni migliori della nostra
vita, un successo di botteghino che con toni melensi denunciava il
trattamento dei veterani di guerra da parte di una nazione vittoriosa ma
ingrata. Elia Kazan negli anni Cinquanta diventa il regista degli “underdog”
che subiscono le ingiustizie della società americana. E quando Hollywood andò
in crisi, una generazione di giovani registi la salvò facendo film a basso
costo che ebbero un grande successo proprio perché diversi da tutto quello che
gli americani erano abituati a vedere la sera nei cinema. A cavallo tra i
Sessanta e i Settanta, la “New Hollywood” di Martin Scorsese, Francis Ford
Coppola, Roman Polanski, Milos Forman, Alan Pakula, Robert Altman e diversi
altri mise in scena drammi crudi e violenti dove evapora del tutto il confine tra
bene e male, moralità e indecenza, rettitudine e ingiustizia. Questa epopea è
riassunta in un recente documentario chiamato Breakdown: 1975 di
Morgan Neville che spiega magnificamente come cinquant’anni fa l’America prese
coscienza dei suoi limiti per l’ultima volta, prima del ritorno in gran stile
della balla del sogno americano con Rocky che vinse l’oscar
come miglior film nel 1976, facendo ripiombare il pubblico nella nebbia
dell’auto-compiacimento della favola dell’eccezionalismo. Una menzione particolare
a questo punto merita il regista Jim Jarmusch, premiato a Venezia lo scorso
anno, come raro esempio di chi ha continuato a insistere sul carattere
non-eccezionale dell’identità americana anche negli anni delle grandi
ubriacature nazionalistiche reaganiane e post-sovietiche. Due film su
tutti: Dead Man (1995) per una rilettura del mito del Wild
West e Mystery Train (1989) per la scioccante
commercializzazione delle narrazioni patriottiche e mancanza di senso della
storia nella società americana.
Perdonatemi
se non ho incluso donne in questa lista, ma il loro contributo è stato
importante quanto quello dei maschi, da Frances Ellen Watkins Harper a Harriet
Beecher Stowe, Toni Morrison, Patti Smith, Dorothea Lange e Nina Simone.
Insomma, l’elenco dei dissidenti dell’eccezionalismo è lunghissimo tra gli
artisti americani, e si fa ancora più lungo quando si prendono in
considerazione anche le diverse correnti della storia intellettuale del paese.
Oggi, di
fronte a segnali di declino politico, sociale e forse anche militare – come
sembrerebbe emergere dalla guerra all’Iran – il richiamo all’eccezionalismo
sembra farsi più insistente proprio mentre perde credibilità. È in queste fasi
contraddittorie che le nazioni tendono a irrigidirsi nelle proprie certezze, talvolta
ricorrendo alla forza per difenderle. Per questa ragione ritengo che la
speranza di Lydia Polgreen che i suoi connazionali si liberino di secolari
illusioni proprio in questo momento storico mi sembra flebile.
Eppure,
un’alternativa esisterebbe, ed è già parte nella storia culturale del paese.
Non richiede rivoluzioni, ma un atto di riconoscimento: accettare che gli Stati
Uniti siano una nazione tra le altre, inserita in un mondo interdipendente.
Basterebbe riscoprire anche solo uno degli artisti illuminati che nel corso di
due secoli hanno messo a nudo la banalità e la normalità dell’America in varie
forme. In fondo, come suggerisce implicitamente la tradizione artistica
americana da Whitman in poi, la misura più duratura di un popolo non risiede
nella potenza delle sue armi, ma nella capacità della sua cultura di
interrogare e criticare sé stessa. In altre parole, anche se ci ostiniamo a
raccontare la storia dei popoli attraverso le loro guerre, l’espressione più
alta che questi lasciano di sé ai posteri è nella loro arte.
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