lunedì 6 aprile 2026

L’altra America: la guerra come destino, la cultura come rifiuto - Adriano Tedde

In un editoriale del 26 marzo dal titolo significativo “Non è Trump, è l’America” (It’s Not Trump. It’s America.), la giornalista Lydia Polgreen nel New York Times si chiede se tutto il caos che il suo paese sta provocando a livello mondiale sia dovuto semplicemente alla deviazione di un Presidente fuori norma o alla manifestazione di cause più profonde legate all’identità americana.

Polgreen confessa di aver oscillato a lungo tra due diversi sentimenti, come tanti altri suoi connazionali. Da una parte, si è spesso chiesta se Trump fosse un’anomalia nel corso della storia americana, un personaggio malefico che utilizza il potere a suo piacimento come nessun presidente abbia mai fatto in passato. Da questa interpretazione si trae il conforto che un giorno l’anomalia dovrà finire con l’uscita dalle scene di Trump, per volontà politica o semplicemente per il corso della legge di natura. Dall’altra parte, nei suoi momenti più bui la giornalista si è domandata se invece Trump non fosse altro che il punto di arrivo naturale di quello che l’America è sempre stata: una nazione compiaciuta che si autorizza a fare tutto quello che vuole sulla base dei miti della provvidenza e del cosiddetto “eccezionalismo.”

La guerra all’Iran – osserva Polgreen – dissolve questa dicotomia, mostrando come entrambe le chiavi di lettura possano coesistere. L’anomalia e la continuità si sovrappongono: la follia di Trump è insieme causa e sintomo. Il risultato è un conflitto che appare tanto arbitrario nelle sue origini quanto radicato nelle premesse ideologiche che lo rendono possibile. L’articolo si chiude con l’affermazione che l’unico modo per uscire dal tunnel in cui l’America si è cacciata è dunque rinunciare una volta per tutte all’illusione dell’eccezionalismo e riconoscere che il paese è uno fra tanti altri in un mondo interconnesso.

L’eccezionalismo è uno dei miti fondanti dell’America sin dai primi anni della Repubblica, nata 250 anni fa. Si tratta di una convinzione, assimilata da ogni studente fin dai primi anni di scuola, secondo cui l’America è l’eccezione nella storia umana, il popolo messo alla guida del mondo, capace di plasmare ogni evento con la sua volontà, alla ricerca della felicità (the pursuit of happiness) intesa come diritto inalienabile dei popoli nella dichiarazione di indipendenza del 1776.

Di questo tratto fondante della nazione americana è imbevuto l’intero arco politico, dai conservatori ai liberali. In tempi a noi vicini, furono Madeleine Albright e i Clinton a dichiarare l’America come la “nazione indispensabile” del nostro pianeta. La Segretaria di Stato in un’intervista del 1998 riassunse molto chiaramente il concetto della superiorità americana affermando: “se usiamo la forza, è perché siamo l’America; siamo la nazione indispensabile. Restiamo a testa alta e guardiamo più lontano di altri paesi, verso il futuro, e vediamo il pericolo che incombe su tutti noi.” Questa è la stessa forma mentis che ha ispirato i presidenti del ventunesimo secolo, Bush junior, Obama e Biden e che oggi ispira “l’anomalia” Trump. 

Rinunciare a questa illusione, come suggerisce Polgreen, significherebbe mettere in discussione uno dei pilastri più profondi dell’identità nazionale. Un cambiamento di tale portata non ha molti precedenti storici: le civiltà raramente abbandonano spontaneamente i miti che le fondano, se non in seguito a crisi radicali.

Eppure, la storia americana contiene anche un potente antidoto al fanatismo dell’eccezionalismo. Accanto alla narrazione dominante, esiste una lunga tradizione critica che ne smaschera le contraddizioni. Dalla disobbedienza civile di Henry David Thoreau, alla democrazia poetica di Walt Whitman e l’ironia corrosiva di Mark Twain, gli anticorpi al mito americano erano già evidenti nel diciannovesimo secolo.  fino alle di autori come Jack London, Sinclair Lewis e John Steinbeck, l’America ha continuamente prodotto voci capaci di metterne in discussione le certezze.

All’alba del nuovo secolo, le inquietudini moderne prendono forma nei romanzi di Jack London Martin Eden (1909) e Il tallone di ferro (1908) – quest’ultimo è un romanzo che anticipa di oltre un secolo la deriva dittatoriale di oggi. Nel 1935 Sinclair Lewis scrisse Qui non è possibile, un romanzo nel quale immaginava l’avvento di una dittatura simile a quella tedesca con l’elezione nel 1936 di un demagogo populista. Il romanzo tornò in vetta alle vendite dei libri con la prima elezione di Trump nel 2016. John Steinbeck con i suoi antieroi della Depressione smontò la narrazione del sogno americano che si faceva forte proprio negli anni Trenta per infondere fiducia in una nazione stremata dalla crisi economica. Negli anni Quaranta, Henry Miller, espatriato in eterno conflitto col suo paese, fece ritorno in America per trovare riparo dall’Europa in guerra e osservò una nazione materialista incapace di intendere il mondo. Nel suo Incubo ad aria condizionata (1940) profetizzò che una volta eliminato il problema di Hitler, il mondo avrebbe dovuto fare i conti con una minaccia ben più grande. La dominazione americana. Forse questo spiega perché Miller non fu mai uno scrittore molto popolare negli USA. La Beat generation e la controcultura degli anni Sessanta continuarono a contribuire a questo filone di critica all’ideologia americana. Infine, dagli anni Ottanta fino a pochi anni fa, l’anti-eccezionalismo fu incarnato dai romanzi di Paul Auster, narratore di una America piccola che fa i conti con l’austerità e la precarietà imposte dal neoliberalismo.

Questa contro-narrazione non si è limitata alla letteratura, la musica e il cinema sono state due forme di espressione che hanno dato voce a molti contestatori. Dal blues al country, tutto il repertorio della musica popolare americana dà voce agli ultimi e ai marginalizzati. Un’opera fondamentale in questo senso è l’Antologia della Musica Folk Americana una collezione delle prime registrazioni di musica rurale nera e bianca, curata negli anni Cinquanta da Harry Smith. L’antologia fu una rivelazione per molti giovani delle città e della provincia americane del tempo, tra i quali emersero Bob Dylan e altri cantautori degli anni Sessanta che hanno accompagnato i venti di rivolta contro l’America razzista e guerrafondaia. Erede tardivo di quella scena è poi Tom Waits, il cantante californiano che con le sue dissonanze sublimi racconta un paese allo sfascio da oltre cinquant’anni. 

L’antidoto all’eccezionalismo si può trovare anche nell’industria conservatrice e capitalista di Hollywood. Si pensi alla satira sociale di Charlie Chaplin o alla malinconia e l’alienazione in Buster Keaton. All’indomani della Seconda guerra mondiale, William Wyler filma Gli anni migliori della nostra vita, un successo di botteghino che con toni melensi denunciava il trattamento dei veterani di guerra da parte di una nazione vittoriosa ma ingrata. Elia Kazan negli anni Cinquanta diventa il regista degli “underdog” che subiscono le ingiustizie della società americana. E quando Hollywood andò in crisi, una generazione di giovani registi la salvò facendo film a basso costo che ebbero un grande successo proprio perché diversi da tutto quello che gli americani erano abituati a vedere la sera nei cinema. A cavallo tra i Sessanta e i Settanta, la “New Hollywood” di Martin Scorsese, Francis Ford Coppola, Roman Polanski, Milos Forman, Alan Pakula, Robert Altman e diversi altri mise in scena drammi crudi e violenti dove evapora del tutto il confine tra bene e male, moralità e indecenza, rettitudine e ingiustizia. Questa epopea è riassunta in un recente documentario chiamato Breakdown: 1975 di Morgan Neville che spiega magnificamente come cinquant’anni fa l’America prese coscienza dei suoi limiti per l’ultima volta, prima del ritorno in gran stile della balla del sogno americano con Rocky che vinse l’oscar come miglior film nel 1976, facendo ripiombare il pubblico nella nebbia dell’auto-compiacimento della favola dell’eccezionalismo. Una menzione particolare a questo punto merita il regista Jim Jarmusch, premiato a Venezia lo scorso anno, come raro esempio di chi ha continuato a insistere sul carattere non-eccezionale dell’identità americana anche negli anni delle grandi ubriacature nazionalistiche reaganiane e post-sovietiche. Due film su tutti: Dead Man (1995) per una rilettura del mito del Wild West e Mystery Train (1989) per la scioccante commercializzazione delle narrazioni patriottiche e mancanza di senso della storia nella società americana.

Perdonatemi se non ho incluso donne in questa lista, ma il loro contributo è stato importante quanto quello dei maschi, da Frances Ellen Watkins Harper a Harriet Beecher Stowe, Toni Morrison, Patti Smith, Dorothea Lange e Nina Simone. Insomma, l’elenco dei dissidenti dell’eccezionalismo è lunghissimo tra gli artisti americani, e si fa ancora più lungo quando si prendono in considerazione anche le diverse correnti della storia intellettuale del paese.

Oggi, di fronte a segnali di declino politico, sociale e forse anche militare – come sembrerebbe emergere dalla guerra all’Iran – il richiamo all’eccezionalismo sembra farsi più insistente proprio mentre perde credibilità. È in queste fasi contraddittorie che le nazioni tendono a irrigidirsi nelle proprie certezze, talvolta ricorrendo alla forza per difenderle. Per questa ragione ritengo che la speranza di Lydia Polgreen che i suoi connazionali si liberino di secolari illusioni proprio in questo momento storico mi sembra flebile.

Eppure, un’alternativa esisterebbe, ed è già parte nella storia culturale del paese. Non richiede rivoluzioni, ma un atto di riconoscimento: accettare che gli Stati Uniti siano una nazione tra le altre, inserita in un mondo interdipendente. Basterebbe riscoprire anche solo uno degli artisti illuminati che nel corso di due secoli hanno messo a nudo la banalità e la normalità dell’America in varie forme. In fondo, come suggerisce implicitamente la tradizione artistica americana da Whitman in poi, la misura più duratura di un popolo non risiede nella potenza delle sue armi, ma nella capacità della sua cultura di interrogare e criticare sé stessa. In altre parole, anche se ci ostiniamo a raccontare la storia dei popoli attraverso le loro guerre, l’espressione più alta che questi lasciano di sé ai posteri è nella loro arte.

da qui

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