La distruzione di una statua di Gesù da parte di un
soldato israeliano in Libano è sconvolgente, ma il genocidio perpetrato da
Israele a Gaza richiede un’indignazione ben maggiore.
Molti cristiani si
sono sentiti offesi dopo che un video, circolato sui social media, mostrava un
soldato israeliano nel sud del Libano che abbatteva una statua di Gesù, la
decapitava e la colpiva alla testa mentre giaceva a terra.
L’atto è offensivo e
doloroso, soprattutto per i cristiani, per i quali un’immagine simile non è
solo irrispettosa, ma anche una profanazione. Le autorità israeliane hanno
minimizzato l’incidente, definendolo un episodio isolato. Ma ciò solleva una
questione più profonda: quale cultura può generare un momento simile? Quale
formazione religiosa, politica o ideologica plasma un soldato che compie un
atto del genere e lo documenta?
Considerare questo
un’anomalia significa non coglierne il significato. Va compreso in un contesto
più ampio in cui si coltiva l’ostilità verso “l’altro” e si normalizza la
supremazia religiosa. Le ripetute vessazioni subite dal clero cristiano a
Gerusalemme nel corso degli anni, unitamente a una cultura dell’impunità in cui
persino atti come sputare sui cristiani sono stati talvolta tollerati, indicano
un problema più profondo.
Questo episodio mette
in luce un fenomeno più ampio: la progressiva radicalizzazione del discorso e
della pratica all’interno della società israeliana e delle sue istituzioni.
Allo stesso tempo, è necessario precisare che ciò non rappresenta tutti gli
ebrei o la fede ebraica. Molte voci ebraiche si battono da tempo per la
giustizia, la dignità e un’autentica convivenza.
Tuttavia, tali episodi
contrastano nettamente con l’immagine, a lungo promossa, dell’esercito
israeliano come “l’esercito più morale del mondo”, un’affermazione che molti
palestinesi hanno sempre percepito come profondamente offensiva, in quanto
ignora e minimizza la loro realtà quotidiana. Numerosi casi documentati, dai
soldati che saccheggiano le case, deridono i civili e distruggono proprietà,
agli abusi e agli stupri di prigionieri palestinesi, mettono ulteriormente in
luce il divario tra questa immagine e la realtà. Per anni, i soldati israeliani
hanno commesso questi atti e ucciso civili palestinesi senza doverne
rispondere.
Per questo motivo,
concentrarsi unicamente su questa immagine rischia di costituire un grave
errore morale.
La vera indignazione
non dovrebbe iniziare, né finire, con la distruzione di una statua religiosa,
per quanto offensivo possa essere tale atto. Concentrare la nostra reazione su
questo significa restringere la portata di ciò che dovrebbe realmente turbarci.
Dov’è l’indignazione
costante quando i civili vengono presi di mira? Quando i quartieri vengono
ridotti in macerie? Quando le famiglie vengono sepolte sotto i detriti e lo
sfollamento diventa permanente? Si è consumato un genocidio. È qui che deve
risiedere la vera indignazione.
La devastazione a
Gaza, insieme a schemi ricorrenti in Libano, ha già infranto qualsiasi seria
pretesa di rispetto dei diritti umani o persino delle regole di guerra.
L’entità della distruzione, il colpire la vita civile e la normalizzazione
delle punizioni collettive dimostrano che non si tratta di un caso eccezionale,
ma di una prassi consolidata. Il video è inquietante proprio perché riflette
una realtà più ampia.
Soprattutto per i
leader religiosi, questa distinzione è cruciale. La profanazione dei simboli
religiosi è profondamente inquietante, ma non può oscurare la catastrofe morale
ben più grave: l’attentato alla vita umana. La distruzione di una statua è
violenza simbolica; la distruzione di vite umane è ciò che deve indignarci
maggiormente.
La guerra scatena la
brutalità. È proprio per questo che esiste il diritto internazionale e per
questo è necessario esigere che i responsabili rispondano delle proprie azioni.
Quando le violazioni diventano routine anziché eccezioni, non ci troviamo più
di fronte a casi isolati, ma a un modello ricorrente che richiede un’analisi
urgente.
In quanto leader
religiosi, è proprio per questo che dobbiamo esigere giustizia per i crimini di
guerra. Se la nostra fede deve davvero avere un significato, dobbiamo
riconoscere che non viene profanata solo quando le statue vengono distrutte, ma
anche quando i bambini vengono bombardati, le comunità sfollate e interi
quartieri rasi al suolo, spesso senza che nessuno ne risponda e talvolta
persino in nome di Dio.
L’indignazione, per
essere significativa, deve essere correttamente indirizzata. Non deve essere
diretta solo contro le offese simboliche, ma contro l’attacco sistematico alla
vita umana.
(Il reverendo dottor
Munther Isaac è un pastore e teologo palestinese. È pastore della Hope
Evangelical Lutheran Church a Ramallah e direttore del Bethlehem Institute for
Peace and Justice)
Traduzione a cura di
Grazia Parolari
Nessun commento:
Posta un commento