giovedì 23 aprile 2026

Al di là della statua profanata: ciò che davvero merita la nostra indignazione - Munther Isaac

La distruzione di una statua di Gesù da parte di un soldato israeliano in Libano è sconvolgente, ma il genocidio perpetrato da Israele a Gaza richiede un’indignazione ben maggiore.


Molti cristiani si sono sentiti offesi dopo che un video, circolato sui social media, mostrava un soldato israeliano nel sud del Libano che abbatteva una statua di Gesù, la decapitava e la colpiva alla testa mentre giaceva a terra.

L’atto è offensivo e doloroso, soprattutto per i cristiani, per i quali un’immagine simile non è solo irrispettosa, ma anche una profanazione. Le autorità israeliane hanno minimizzato l’incidente, definendolo un episodio isolato. Ma ciò solleva una questione più profonda: quale cultura può generare un momento simile? Quale formazione religiosa, politica o ideologica plasma un soldato che compie un atto del genere e lo documenta?

Considerare questo un’anomalia significa non coglierne il significato. Va compreso in un contesto più ampio in cui si coltiva l’ostilità verso “l’altro” e si normalizza la supremazia religiosa. Le ripetute vessazioni subite dal clero cristiano a Gerusalemme nel corso degli anni, unitamente a una cultura dell’impunità in cui persino atti come sputare sui cristiani sono stati talvolta tollerati, indicano un problema più profondo.

Questo episodio mette in luce un fenomeno più ampio: la progressiva radicalizzazione del discorso e della pratica all’interno della società israeliana e delle sue istituzioni. Allo stesso tempo, è necessario precisare che ciò non rappresenta tutti gli ebrei o la fede ebraica. Molte voci ebraiche si battono da tempo per la giustizia, la dignità e un’autentica convivenza.

Tuttavia, tali episodi contrastano nettamente con l’immagine, a lungo promossa, dell’esercito israeliano come “l’esercito più morale del mondo”, un’affermazione che molti palestinesi hanno sempre percepito come profondamente offensiva, in quanto ignora e minimizza la loro realtà quotidiana. Numerosi casi documentati, dai soldati che saccheggiano le case, deridono i civili e distruggono proprietà, agli abusi e agli stupri di prigionieri palestinesi, mettono ulteriormente in luce il divario tra questa immagine e la realtà. Per anni, i soldati israeliani hanno commesso questi atti e ucciso civili palestinesi senza doverne rispondere.

Per questo motivo, concentrarsi unicamente su questa immagine rischia di costituire un grave errore morale.

La vera indignazione non dovrebbe iniziare, né finire, con la distruzione di una statua religiosa, per quanto offensivo possa essere tale atto. Concentrare la nostra reazione su questo significa restringere la portata di ciò che dovrebbe realmente turbarci.

Dov’è l’indignazione costante quando i civili vengono presi di mira? Quando i quartieri vengono ridotti in macerie? Quando le famiglie vengono sepolte sotto i detriti e lo sfollamento diventa permanente? Si è consumato un genocidio. È qui che deve risiedere la vera indignazione.

La devastazione a Gaza, insieme a schemi ricorrenti in Libano, ha già infranto qualsiasi seria pretesa di rispetto dei diritti umani o persino delle regole di guerra. L’entità della distruzione, il colpire la vita civile e la normalizzazione delle punizioni collettive dimostrano che non si tratta di un caso eccezionale, ma di una prassi consolidata. Il video è inquietante proprio perché riflette una realtà più ampia.

Soprattutto per i leader religiosi, questa distinzione è cruciale. La profanazione dei simboli religiosi è profondamente inquietante, ma non può oscurare la catastrofe morale ben più grave: l’attentato alla vita umana. La distruzione di una statua è violenza simbolica; la distruzione di vite umane è ciò che deve indignarci maggiormente.

La guerra scatena la brutalità. È proprio per questo che esiste il diritto internazionale e per questo è necessario esigere che i responsabili rispondano delle proprie azioni. Quando le violazioni diventano routine anziché eccezioni, non ci troviamo più di fronte a casi isolati, ma a un modello ricorrente che richiede un’analisi urgente.

In quanto leader religiosi, è proprio per questo che dobbiamo esigere giustizia per i crimini di guerra. Se la nostra fede deve davvero avere un significato, dobbiamo riconoscere che non viene profanata solo quando le statue vengono distrutte, ma anche quando i bambini vengono bombardati, le comunità sfollate e interi quartieri rasi al suolo, spesso senza che nessuno ne risponda e talvolta persino in nome di Dio.

L’indignazione, per essere significativa, deve essere correttamente indirizzata. Non deve essere diretta solo contro le offese simboliche, ma contro l’attacco sistematico alla vita umana.


(Il reverendo dottor Munther Isaac è un pastore e teologo palestinese. È pastore della Hope Evangelical Lutheran Church a Ramallah e direttore del Bethlehem Institute for Peace and Justice)

Traduzione a cura di Grazia Parolari

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