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Da un lato la strage a Beirut e il fuoco degli “amici” israeliani
sui soldati italiani dell’UNIFIL e sulla carovana di aiuti umanitari del
Vaticano nel paese dei cedri, dall’altro lato l’infiammarsi del gossip sugli
amori proibiti dei ministri della Repubblica. Non c’è tempo per occuparsi
della strage dei lavoratori (quasi 300 ammazzati nei primi
tre mesi dell’anno) e dei loro diritti. Persino le forze di opposizione sono
troppo impegnate nell’inseguire ora i fili che legano il governo, Meloni in
testa, alle mafie e ora le scappatelle sentimentali del ministro degli
interni e assorbite dalla (giusta) denuncia della miserabile politica estera
di Palazzo Chigi. Così non riescono a tenere d’occhio l’attacco reazionario
di Giorgia Meloni, della ministra Calderone e del sottosegretario Durigon a
chi vive del proprio lavoro e paga le tasse che tengono in piedi questo
sbrindellato paese. Ma si sbagliava di brutto chi pensava che il governo
sarebbe sceso a più miti consigli dopo la sberla ricevuta al referendum sulla
magistratura, a cui si sommano le figuracce mondiali regalate dall’amata
coppia Trump-Netanyahu al trio Meloni-Crosetto-Tajani. Giorgia Meloni
va avanti come un treno, non solo con le sue sciagurate alleanze
internazionali (come dimenticare la sua proposta di dare il Nobel
per la pace a Trump?) ma anche rosicchiando fondi alla sanità per
tentare di tamponare con un pannicello caldo l’esplosione dei prezzi dei
carburanti e regolando i conti con i sindacati e i lavoratori.
Salari ancora più bassi, più precarietà e meno sicurezza
Dopo aver impedito il dibattito sulla proposta delle opposizioni di
introdurre finalmente per legge il salario minimo, come chiede anche l’Unione
europea, dopo aver cancellato il reddito di cittadinanza, una nuova picconata
contro i diritti dei lavoratori è in preparazione con il provvedimento
governativo del 1° Maggio. Su proposta del sottosegretario al lavoro, il
leghista Claudio Durigon, il governo intende sdoganare i contratti
pirata siglati dai padroni pubblici e privati con i sindacatini di
destra e corporativi che non rappresentano quasi nessuno ma verrebbero
equiparati (il termine esatto è “equivalenza”) alle organizzazioni più
rappresentative, CGIL CISL e UIL. Un modo per ridurre ulteriormente
salari già da fame, aumentare la precarietà, ridurre la sicurezza. Poco
conta per Meloni che la magistratura abbia dato ragione ai confederali
bocciando molti dei contratti pirata firmati con sindacati di comodo, in
particolare nelle telecomunicazioni dalla Cisal e nella vigilanza dall’Ugl.
Perché è risaputo che i magistrati “remano contro il governo”.
Dice Durigon che il provvedimento è finalizzato a combattere “il
monopolio di Confindustria, CGIL, CISL e UIL”. Dunque va dato valore erga
omnes ai contratti pirata e mano libera ai padroni a fare carne di porco dei
diritti dei lavoratori e delle loro reali rappresentanze sindacali. Altro che
legge sulla rappresentanza che da sempre chiede la CGIL.
Sotto attacco persino la filo-governativa CISL
Sul lavoro e sulla rappresentanza siamo all’ennesima resa dei conti e il
nemico per Giorgia Meloni non è più soltanto la CGIL alla testa dei conflitti
sociali e delle mobilitazioni contro la guerra. Adesso la vendetta si
scatena persino contro il più governativo dei tre sindacati confederali, la
CISL. Come compenso per la collaborazione attiva del sindacato cattolico
nei confronti del governo, l’ex segretario generale della CISL Luigi Sbarra
era stato addirittura investito della carica di sottosegretario per il Sud.
Poi è successa una cosa che ha rotto l’incantesimo: la CISL, a dire delle
forze di destra, non si è impegnata abbastanza a sostenere il sì al
referendum e in più, nel grande feudo assegnato a Sbarra, il
Mezzogiorno, i no allo stravolgimento della Costituzione hanno stravinto
ovunque. La vendetta è immediata. Alle Poste, gigante dell’economia pubblica
con 27 miliardi di valore in Borsa, 13 di fatturato e 120 mila dipendenti, la
CISL è il sindacato dominante (66%) e cosa ti fa il ministero dell’economia,
azionista di controllo? Mette in consiglio d’amministrazione come suo
referente il segretario generale dell’UGL (che in Poste ha il 4,7% dei
consensi), Salvatore Muscarella. L’UGL, già CISNAL che era il sindacato
dell’MSI, è la lunga mano del governo ed è più fedele della CISL che non si è
piegata a sufficienza. Per strafare, una seconda cadrega nel cda viene
destinata a Francesco Scacchi, storico avvocato dell’UGL e collaboratore di
Durigon. Si scatena l’ira funesta di Daniela Fumarola, l’attuale
segretaria CISL succeduta a Sbarra, che si sente oltraggiata, tradita dopo
tutto quel che aveva fatto per il governo. Uno schiaffo che non si
aspettava, uno schiaffo che fa male. Uno schiaffo che dovrebbe insegnare
qualcosa a chi è pronto a genuflettersi di fronte ai nuovi poteri autoritari:
le nuove destre, a Roma come a Washington non hanno amici o alleati da
rispettare ma soltanto servi da usare alla bisogna, da buttare a mare quando
non servono più come si deve. C’è sempre un servo più servo pronto per
prendere il posto di quello in uscita.
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