Quando la verità diventa un campo di battaglia. E in questo campo di battaglia oggi i ministri degli esteri dell’Unione Europea hanno nuovamente parteggiato per il loro protetto ucraino, Sono andati a Bucha per ricordare i quattro anni dalla presunta strage assieme alla responsabile per gli affari esteri dell’unione Kaja Kallas ribadendo che per loro non c’è dubbio sulla verità.
In guerra,
la prima vittima è la verità. Ma esiste un momento ancora più critico: quello
in cui la verità non viene semplicemente nascosta, ma costruita.
Due episodi
distanti oltre vent’anni — Racak (Kosovo, 1999) e Bucha (Ucraina, 2022) —
presentano analogie che meritano una riflessione rigorosa, al di là delle
appartenenze.
Racak: il
precedente.
Gennaio
1999. Nel villaggio kosovaro di Racak vengono rinvenuti 45 corpi. La comunità
internazionale parla immediatamente di massacro di civili attribuito alle forze
serbe.
Le autopsie
vengono affidate a un team di patologi finlandesi guidato da Helena Ranta. Il
rapporto finale conferma la tesi della strage, contribuendo a creare il
presupposto politico per l’intervento NATO.
Tuttavia,
alcuni elementi restano controversi:
•I test
per rilevare tracce di polvere da sparo non furono effettuati, poiché — secondo
la Ranta — avrebbero dovuto essere eseguiti entro poche ore
•I
patologi serbi, presenti sul posto giorni prima, dichiararono invece di aver
eseguito il test del guanto di paraffina, rilevando residui compatibili con uso
di armi
Questo
avrebbe potuto suggerire una dinamica diversa:
non necessariamente esecuzioni, ma morti avvenute in combattimento.
La versione
alternativa, però, rimase ai margini.
Bucha:
immagini e narrativa.
Aprile 2022.
Le immagini provenienti da via Yablonska, a Bucha, mostrano corpi di civili
distesi lungo la strada. Il mondo parla subito di crimine di guerra.
Anche in
questo caso, però, emergono elementi che alimentano dubbi e richieste di
verifica:
•I corpi
appaiono disposti lungo i margini della carreggiata in fila indiana
•In molte
immagini non si osservano evidenti tracce di sangue né di decomposizione
avanzata
•Le
condizioni dei cadaveri sollevano interrogativi sui tempi della morte risalente
a venti giorni prima circa secondo il New York Times
L’ex
ispettore ONU Scott Ritter ha invitato a un approccio prudente, sottolineando
la necessità di accertamenti forensi indipendenti prima di conclusioni
definitive
Il video e
la controversia.
•Nel
dibattito su Bucha ha avuto particolare rilievo un video diffuso
online da una televisione locale russa (5-tv.ru), successivamente oggetto di
verifica e contestazione da parte della piattaforma fact-checker Open.
Nel filmato
— ancora reperibile in rete — si vedrebbero militari ucraini muovere e
trascinare corpi lungo la strada, utilizzando cavi o altri strumenti.
Secondo
l’interpretazione proposta da Open, quei movimenti sarebbero riconducibili a
operazioni di sicurezza: i soldati starebbero verificando che i cadaveri
non siano stati ‘trappolati’ con bombe.
Tuttavia,
osservatori critici fanno notare alcune incongruenze:
•l’assenza
di adeguate protezioni da parte dei militari
•la
distanza ravvicinata dai corpi, incompatibile — secondo questa lettura — con
una reale minaccia esplosiva che può colpire fino a duecento metri di
distanza
•la
modalità di spostamento, che apparirebbe più coerente con un riposizionamento
che con una verifica tecnica di sicurezza
Si tratta di
elementi controversi, ma che contribuiscono ad alimentare il dibattito sulla
ricostruzione degli eventi.
Le analogie,
Il confronto
tra Racak e Bucha non riguarda l’equiparazione degli eventi, ma
l’individuazione di schemi ricorrenti:
– Narrazione
immediata: ln entrambi i casi, la responsabilità viene attribuita rapidamente,
prima della conclusione di accertamenti completi.
– Centralità
mediatica: le immagini diventano strumenti decisivi nella formazione
dell’opinione pubblica globale e nella demonizzazione del nemico, ieri serbo
oggi russo.
– Verifiche
controverse: elementi tecnici e forensi restano parziali, discussi o non
condivisi.
– Impatto
geopolitico: le due vicende si inseriscono in momenti cruciali.
1. Racak –
legittimazione dell’intervento NATO nella ex Jugoslavia del 1999.
2. Bucha –
rafforzamento della pressione internazionale sulla Russia che fa saltare
il tavolo delle trattative ad Istambul in corso per la pace, proprio nei giorni
in cui il premier britannico si precipita in Ucraina
Una domanda
inevitabile.
Di fronte a
questi elementi, la domanda resta: chi controlla la narrazione della guerra? E
soprattutto: a chi giova?
In contesti
di conflitto, l’informazione non è neutrale. Può diventare uno strumento
strategico, al pari delle armi.
Conclusione:
“a Bucha c’era la neve”. Non è possibile, allo stato delle informazioni
pubbliche, stabilire ogni dettaglio con certezza assoluta. Ma è evidente che la
gestione della verità, in guerra, segue logiche che vanno oltre i fatti.
Per questo,
la formula è più di una provocazione: a Bucha c’era la neve, non quella
meteorologica, ma quella che copre. Copre i dubbi, copre le incongruenze, copre
ciò che non deve essere visto. E sotto quella neve, ancora una volta, la verità
rischia di restare sepolta.
Nessun commento:
Posta un commento