Come “resilienza”, “valori”, “sostenibilità” e altre superparole utilizzate dal discorso del potere, anche “merito” è una parola-botola, una parola che serve per transitare inosservati da un punto all’altro del discorso o, se si vuole, una parola-cilindro, come quelli truccati dei vecchi maghi, adatti a far uscir fuori conigli e stupire lo spettatore distratto. Queste parole hanno la comune caratteristica di dare un apparente senso alle frasi, di prestarsi alla retorica tenendo lontano il parlante medio (e persino medio-alto) da ogni analisi sul significato e sul reale spazio di applicazione della parola stessa.
“Merito”
circola da anni. Circola nei discorsi della destra finanziaria-radicaloide
(Renzi, Calenda, magna pars del Pd ecc.), della destra
finanziaria-imprenditoriale (Confindustria, i corrieristi ecc.) e ora ritorna
nelle titolazioni ministeriali della destra tardo-valoriale. La sua
riproposizione, come spesso capita alle parole-botola, causa un dibattito in
cui mezze verità entrano in disputa con mezze bugie fino a causare la perdita
dell’orientamento in chi assista al dibattito.
In questo
caso le questioni discusse ruotano intorno al merito come realizzatore di una
maggiore equità morale nella società e come garanzia di una mobilità sociale
per le classi più povere. Due mezze verità appunto. È ovvio che una scuola
capace di fornire cultura e preparazione di alto livello può essere
un’occasione, per chi proviene dalle classi meno abbienti, di spostarsi dalla
propria classe sociale ma è altrettanto ovvio che senza una forte politica
d’incentivazione per le classi povere (provvidenze, borse di studio, classi
numericamente più ridotte, doposcuola di potenziamento gratuiti offerti dalle
scuole) la questione del merito si risolve in una pantomima che serve a
confermare ciò che già si è preparato debba accadere: la scuola di livello
legittima le classi più forti che in essa si muovono meglio al modico prezzo
dei pochissimi intrusi poveri che riusciranno, a costo di enormi sacrifici, ad
intrufolarsi tra loro.
Il merito
inoltre, come certe erbe, è un parola infestante. C’è una questione merito per
gli studi universitari (che mal si lega ad affitti, rette e costo dei libri in
salita). C’è una questione merito per la selezione della classe docente a
scuola e all’università. C’è infine una questione merito per la selezione della
classe politica e soprattutto di governo; apparsa, quest’ultima questione,
nella geremiade del governo dei migliori, quelli con il curriculum più lungo,
splendente e internazionale.
In tutto ciò
nessuna riflessione appare su cosa diavolo possa significare questa parola,
quale sia la sua essenza (se ve ne è una), di cosa con esattezza si stia
parlando. Al massimo qualcuno ricorderà, non a torto, come la tanto abusata
parola meritocrazia sia in realtà un conio linguistico creato da Michael Young,
nel saggio-romanzo distopico L’avvento della meritocrazia, per descrivere una
realtà negativa e poi usato ben oltre i confini semantici e le intenzioni del
suo creatore. A ben analizzarla il merito mostra una natura convenzionale e
vuota. Si mostra forse più che una “parola botola” una “parola soufflé”,
gonfiata fino all’inverosimile. Ad analizzarlo freddamente il merito si mostra
per quello che è, una semplice procedura di legittimazione attraverso cui un
sistema coopta le persone che possono assicurarne la riproduzione e/o le
persone che appartengono già alle classi dominanti o le persone che, pur non
appartenendovi, attraverso il superamento di un training “conformante”, non ne
minaccino i valori né la leadership. Il sistema di cooptazione viene travestito
da competizione basata su dati oggettivi in modo da fornire i titoli morali al
cooptato di fronte al non cooptato, prevenirne le proteste e smorzarne il
risentimento.
In questi
casi però, per cogliere pienamente la natura illusoria del discorso è
necessario osservare il procedimento più da presso. Bisogna infatti coglierne
la circolarità perfetta che nei vari gangli della selezione (rectius
cooptazione) si mette in opera. Ne apparirà allora la natura tautologica:
meritevole è colui che viene giudicato avente merito da chi ha in mano la
macchina selettiva e merito ciò che fa sì che qualcuno sia meritevole per la
macchina selettiva. Per nascondere tutto ciò vanno implementati dei
procedimenti che travestano di oggettività la vicenda. L’esempio migliore è
quello accademico. Un tempo un docente universitario sceglieva qualcuno per
“affiliarlo” a una cattedra e “crearlo” professore aiutandolo a farsi
conoscere, suggerendogli linee di ricerca che potessero valorizzarlo,
pubblicizzandone con amici e colleghi la persona e le opere e poi brigando
affinché la facoltà gli bandisse un concorso. Il processo era apertamente
cooptativo e le possibilità di riuscita dipendevano dall’abilità e potenza
accademica del professore più che dalle qualità del candidato. La differenza la
faceva qualcosa di difficilmente appurabile, cioè le motivazioni che portavano
il docente a cooptare qualcuno. Motivazioni abiette, mediocri oppure
utilitaristiche o perfino nobili e sublimi. Il candidato alla cooptazione
poteva essere scelto per parentela con il docente, parentela con amici,
parentela con persone importanti per la carriera del docente, comune
appartenenza a gruppi religiosi, politici, massonici, sindacali, attrazione
erotica o sentimentale, simpatia umana, compatibilità caratteriale, utilità al
lavoro e all’opera del docente, utilità alla vita privata del docente, utilità
al dipartimento o alla facoltà, valutazione delle sua capacità, scommessa sullo
sviluppo scientifico del suo lavoro, riconoscimento del suo valore teoretico.
Ovviamente alcune di queste motivazioni sono accettabili e altre no ma è l’atto
della cooptazione in sé che viene oggi visto come immorale e inaccettabile. Il
nostro tempo, si sarà capito, gradisce che l’ingiustizia strutturale sia
rivestita con grande cura dalla correttezza formale (si veda la questione del
politicamente corretto) e che le preferenze siano sostituite dall’ostensione
(numerico-quantitativa perlopiù) delle differenze oggettive quando ci sono o
dalla loro invenzione quando non ci sono.
Eppure il
sistema, che camminava perlopiù sulle gambe e le teste dei singoli uomini,
permetteva anche la perpetuazione di grandi scuole scientifiche e la scoperta
di grandi geni. In filosofia, ad esempio, molti dei pensatori
otto-novecenteschi che riteniamo costitutivi per la disciplina stessa sono
stati scelti con metodi che oggi riterremmo degni di una certa attenzione da
parte della magistratura. Candidati “imposti” da docenti che ritenevano di
poterne con certezza assicurare la grandezza filosofica a volte (si pensi a
Heidegger o a Wittgenstein e ai loro grandi sponsor) ancor prima che essi
mostrassero le proprie capacità. Una scommessa sulla fiducia, per così dire.
Nulla di dimostrabile, nulla di ostensibile, nulla di quantificabile. Oggi
questo sistema è stato sostituito da un altro in cui è necessario procedere ad
una “raccolta punti” che passa, più che dalla capacità individuale, dal grado
di inserimento nel sistema stesso qui rappresentato da alcuni professori capaci
di controllare la tonnara delle riviste di classe A, quelle che valgono di più
nella raccolta accademica. Si noti come ciò che conta non è più l’articolo in
sé ma la sua collocazione nella giusta rivista, dunque non ciò che riesce a
fare il candidato ma in che misura la sua presenza è gradita da coloro che in quel
momento il sistema lo incarnano. Non più dunque cooptazione da parte dei
singoli ma meta-cooptazione in cui alcuni distribuiscono i punti che poi
permetteranno di acquisire i titoli per entrare. La strozzatura sale più in
alto, diventa più complessa e più difficile da vedersi per chi non se ne
intende. Si evita così l’entrata sì di qualche amante ma soprattutto di qualche
testa più libera. Come scriveva Sgalambro della scuola: “si impara a stare
tutti appiccicati assieme”.
Sintetizzando:
Un controllo su base politica (politica accademica, politica degli ordini,
politica della cultura eccetera) decide quali sono i titoli che costituiscono
il merito e che devono passare per oggettivi approfittando del fatto che
nessuno si metterà ad analizzarli. Si attende poi che il sistema messo in atto
selezioni progressivamente il tipo umano adatto: docile, capace di restare in
cordata, sensibile ai mutamenti del potere, timoroso di perdere il proprio
status, dotato di un tipo di intelligenza in grado di ottemperare alle
richieste del sistema ma non di porlo in questione, intento ad una continua
operazione di autosfruttamento (si veda sul tema il volume di Byung-Chul Han
dedicato alla stanchezza). I curricula dei “migliori” sono fatti al 95% di
cooptazione che si traveste da competizione, sarebbe ora di vederlo. Ciò non
significa che non abbiano qualità me non significa neppure che l’abbiano.
Significa che sono affidabili e adeguati al sistema. Nulla su cui sia il caso
di costruire una grande macchina retorica come quella del merito.
Lo studio
dei titoli e dei curricula mostrerà subito, a chi voglia applicarcisi un po’,
questo lavoro di levigatura e sagomatura dei soggetti prescelti e illuminerà
sulle vere attese del sistema nei confronti delle varie categorie. Il sistema quantitativo
di citazioni in vigore in alcune discipline per i docenti universitari (più
citazioni ricevi più sei bravo) ci mostrerà ad esempio come li si invogli a
coltivare relazioni e a non prendere posizioni troppo originali o controverse
(“allora vuoi proprio che non ti citi nessuno?” ammonirà, ognuno di loro, la
voce della coscienza). Forse la cosa risulterà ancora più chiara concentrandosi
sui docenti di scuola superiore. Che essi non debbano essere né preparati né
colti (a volte lo sono ma sempre, in un certo senso, “contro” il sistema) lo
mostra con chiarezza il fatto che né le loro pubblicazioni né gli eventuali
incarichi universitari vengono mai presi in considerazione tra i titoli
valutabili. La partecipazione a incresciosi master e corsetti a pagamento,
spesso on-line e di imbarazzante livello viene invece considerata la via regia
per l’ascesa all’interno delle varie graduatorie. Qualora non bastasse a
capire, si pensi che il docente di fisica, di storia, di letteratura italiana
si troverà sempre davanti a proposte d’aggiornamento che riguardano la
didattica in generale o la digitalizzazione o la onnipresente inclusione e mai
ai contenuti disciplinari della propria materia. Si ponga mente inoltre a come
ogni ipotesi politica di bonus, scatti di carriera o quote premiali mai si
riferisca alla preparazione dei docenti ma perlopiù alla loro disponibilità a
partecipare a progetti di parasocializzazione o a svolgere uno dei numerosi
ruoli paraburocratici che il ministero fa nascere come funghi negli istituti
(mansioni solitamente da segretario didattico, da tutor o da animatore
socioculturale: questa la appetitosa scelta).
Oppure si
pensi alla costruzione dell’intellettuale pubblico italiano costretto a
passare, per giungere alla ribalta nazionale, da poche agenzie (case editrici,
giornali, emittenti televisive) in diminuzione e blindate alle incursioni dei
liberi battitori. Molte grandi case editrici segnalano nei loro siti, apertis
verbis, che non accettano che gli si inviino testi: sono autogene. Non ci sono
così tanti conformisti per caso: sono il risultato di attente politiche di
selezione. Tra essi vi sono anche intelletti di valore perché non è
l’intelligenza che disturba il sistema ma l’uso che si intende farne. Non è la
presenza del cervello il problema ma di altri vari altri organi più in basso
collocati.
Per il resto
la cooptazione è sempre stato il sistema principe della riproduzione delle
classi dirigenti; inutile dir loro di sceglierli meglio ma ci si risparmi
perlomeno la retorica.
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