Quanti israeliani servono per
uccidere più di 300 libanesi e ferirne più di 1.000 in 10 minuti e con un
centinaio di raid aerei? Gli esperti militari saprebbero sicuramente rispondere
a questa domanda, basandosi sul numero di aerei da combattimento e droni
decollati per la loro missione l’8 aprile, il primo giorno del cessate il fuoco
con l’Iran.
Saprebbero calcolare il numero di
piloti, navigatori, personale di terra e addetti all’intelligence direttamente
coinvolti nella pianificazione e nell’esecuzione. Tra questi figuravano il capo
di stato maggiore e lo stato maggiore generale, nonché il primo ministro e il
ministro della difesa che avevano approvato il piano.
Una persona non esperta potrebbe
suggerire di ampliare l’elenco. Dovrebbe includere:
I genitori devoti che hanno
cresciuto i loro figli nell’amore per la patria e nella disponibilità a contribuire
allo Stato fino all’ultima goccia di sangue di palestinesi, libanesi e
iraniani.
Gli insegnanti che insegnavano loro
a non fare domande quando si trovavano all’interno di un carro armato o nella
cabina di pilotaggio.
I docenti universitari che si vantano
del fatto che gli studenti scelgano di studiare con loro tra un bombardamento e
l’altro di interi quartieri residenziali, giustificandosi con l’affermazione
che lì vive un comandante di alto o basso rango delle Guardie Rivoluzionarie,
di Hamas, di Hezbollah , della Jihad Islamica o di un altro gruppo, e che
quindi è considerato eliminabile.
I giornalisti che esprimono le loro
riserve sul primo ministro e sul ministro della difesa, finché quegli stessi
leader non ordinano bombardamenti, uccisioni e distruzioni. In quel momento, le
loro parole diventano verità sacre e indiscutibili.
Come si fa a calcolare quanti
israeliani sono coinvolti nella morte di Ola al-Attar, una donna di poco più di
trent’anni, uccisa nella clinica dentistica dove lavorava come segretaria nel
sobborgo meridionale di Beirut di al-Ouzai? Il 4 agosto 2020, suo marito Hamad
è morto nell’esplosione al porto di Beirut , come riportato da Daraj e
L’Orient-Le Jour, entrambi noti per le loro critiche a Hezbollah – se mai a
qualcuno importasse abbastanza da chiederlo.
Oltre al suo lavoro, Ola al-Attar
era attiva nel comitato dei familiari delle vittime dell’esplosione, chiedendo
giustizia . La coppia aveva due figlie, Fatima di 8 anni e Zahra di 13, ora
rimaste senza madre.
La perdita delle ragazze verrà
giustificata dagli avvocati della procura militare e dalla procura generale,
che di norma forniscono la loro approvazione di principio a bombardamenti di
questo tipo. A tempo debito, un rapporto dettagliato spiegherà probabilmente
perché l’uccisione di una madre di due figli è proporzionata secondo il diritto
internazionale e necessaria per la sicurezza di Israele.
L’elenco dei responsabili dovrebbe
includere anche insegnanti e docenti di geografia e di studi sul Medio Oriente?
Hanno forse omesso di insegnare che al-Ouzai era un quartiere densamente
popolato e povero, e la sua continuità umana, geologica, architettonica,
economica e culturale? Oppure l’hanno insegnato, ma non sono riusciti a
trasmettere ai nostri aspiranti piloti e geni dell’intelligence la
consapevolezza che gli arabi, non meno degli ebrei, sono profondamente legati
ai luoghi in cui vivono e che la distruzione lascia cicatrici che si tramandano
di generazione in generazione?
Nel XIX secolo Al-Ouzai era
conosciuta come una zona prevalentemente cristiana, come testimoniano le sue
chiese abbandonate. Circa 60 anni fa, era una zona ricreativa per i ricchi di
Beirut, che vi si recavano per andare in barca, nuotare e prendere il sole. In
seguito si trasformò in una baraccopoli, plasmata dalle migrazioni forzate di
libanesi e palestinesi durante la guerra civile del 1975 e dagli attacchi
siriani e israeliani. Prende il nome dall’Imam Abd al-Rahman al-Awza’i
dell’VIII secolo, che vi è sepolto. Un tempo si chiamava Hantous, per via delle
rocce nere che costeggiano il suo litorale.
In un post di un blog del dicembre
2025, un abitante del quartiere lamentava la scomparsa della sua popolazione
cristiana. Un altro quartiere di Beirut, più a nord, Barbour, è rimasto
eterogeneo. Hezbollah non gode di grande sostegno in quella zona, come
riportato dal Guardian il giorno dopo che l’operazione israeliana,
opportunamente denominata “Oscurità Eterna”, aveva riversato fuoco e metallo
anche su di esso. Le scuole del quartiere avevano aperto le porte alle famiglie
in fuga dal Libano meridionale sotto i bombardamenti israeliani. Poco dopo,
poiché l’esercito e l’intelligence israeliani sostenVANO che alcuni dei
fuggitivi ERANO membri di Hezbollah, anche questo quartiere è diventato un
obiettivo legittimo e proporzionato per la tecnologia di sterminio israeliana.
Il quartiere porta questo nome dagli
anni ’70, in onore di un ginecologo che vi abitava. Si trova tra due chiese,
con due cinema al centro. Un corrispondente di Daraj descrive alcuni dei suoi
eroi, così come ha descritto i suoi residenti: Abu Darwish, un rifugiato
palestinese di Acri, che ha aperto un negozio di alimentari con i suoi figli di
fronte a uno dei cinema; Jamil e Abdo, gemelli cristiani di Gerusalemme, che
hanno aperto anche loro un negozio, mentre il loro fratello è diventato il
parrucchiere delle donne del quartiere; e i fratelli di un villaggio del Libano
meridionale che possedevano il negozio di fiori locale.
Viene menzionata anche Madame
Therese, un’insegnante di liceo che una volta invitò il corrispondente al
matrimonio di suo fratello in una delle due chiese del quartiere, al
Mousseitbe. A ovest di quest’ultima viveva la coppia formata da Khatoun Salma e
Mohammed Karshat. Subito dopo il bombardamento, le loro foto iniziarono a
circolare, con la gente che chiedeva se qualcuno li avesse visti. I loro corpi
furono ritrovati quella stessa notte sotto le macerie. Salma era una poetessa.
“Non è stata la ferita a farmi male, ma il sangue che non le somigliava
affatto”, disse un partecipante al funerale dopo la sua morte.
Tutti coloro che sono insensibili al
dolore delle persone che uccidiamo dovrebbero essere considerati complici
diretti o solo indiretti?
Traduzione a cura di Grazia Parolari
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