Visualizzazione post con etichetta Piero Marras. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Piero Marras. Mostra tutti i post

lunedì 12 giugno 2017

“Io, emigrato a Torino, e quello scudetto che non dimenticherò mai

 di Francesco Utzeri (dal sito di Vito Biolchini)


Quella del 12 aprile è una data magica per noi tifosi del Cagliari: perché uno scudetto è per sempre e la gioia per quel successo, come per miracolo, non svanisce con il passare del tempo. Molti anni fa a Gigi Riva e a quell’impresa sportiva ho dedicato uno spettacolo (“Rombo di Tuono: scudetto e petrolio 25 anni fa”) e un documentario (“W Riva”). Poi sono seguiti tanti bei libri, tutti molto interessanti (tra i più recenti, ho apprezzato molto “Eravamo giovani nel 1967” di Antonello Deidda).
Un lettore del blog, Francesco Utzeri, mi ha inviato questo suo ricordo personale, carico di vita e di emozioni. “Sentivamo, in quelle vittorie del Cagliari, una sorta di rivalsa verso il destino che ci aveva portato lontani da casa in cerca di lavoro”, scrive. Parole che spesso ricorrono quando si parla di quello scudetto. Che noi festeggiamo ancora, anche per onorare i tanti giovani di allora che lasciarono l’isola in cerca di fortuna. Grazie a Francesco Utzeri per i suoi ricordi che ha voluto condividere con noi.
***
Egregio Biolchini,
qualche giorno fa, il 12 arile, ricorreva l’anniversario della conquista dello storico scudetto del mitico Cagliari di Gigi Riva e in questa occasione mi permetto di scriverle per inviarle il mio ricordo di giovane emigrato, in quei (oramai) anni lontani.
Era giugno 1969. Finiti gli esami il 22, mentre tutti gli amici andavano già da un pezzo al mare, chi a Giorgino (o meglio la Scafa, visto che era raggiungibile a piedi), chi al Poetto (per chi poteva permettersi il lusso del biglietto del tram), io già sapevo di dover partire perché mio fratello Paolo, che già stava li da tempo, mi aveva procurato una prova di lavoro in quel di Torino.
La nave Canguro Rosso salpò da Cagliari alle 17 e, dopo una lunghissima ed estenuante navigazione di diciannove ore raggiunse Genova a mezzogiorno del giorno dopo. Non era la prima volta che viaggiavo, ma in ogni caso la prima volta da solo. Il viaggio sulla nave, pur se lunghissimo, fu piacevole perché nell’occasione ebbi modo di conoscere alcuni ragazzi (e ragazze) che si recavano in continente per la mia stessa ragione.
Fu subito simpatia e cameratismo, anche perché loro provenendo dall’interno dell’isola, se non ricordo male Irgoli, e non essendo mai stati neppure a Cagliari, volevano sapere tantissime cose sulla città. Alcuni di loro avrebbero continuato il viaggio verso la Germania e quindi non li ho mai più incontrati; altri, che erano diretti a Torino o comunque nel nord Italia, li ho rincontrati, talvolta, nei viaggi successivi.
L’avvicinamento alla meta finale del viaggio non terminò allo sbarco dalla nave, ma proseguì con un faticoso trasferimento a piedi verso la stazione ferroviaria di Porta Principe, poi un treno sgangherato fino ad Alessandria e poi, finalmente, Porta Nuova, la stazione ferroviaria di Torino.
Mio fratello Paolo mi attendeva alla stazione e subito mi accompagnò alla pensione, nei pressi di via Madama Cristina. Chiamare “pensione” quel posto era un complimento: alcune camere con quattro letti ciascuna, che davano tutte sul ballatoio al quarto piano senza ascensore, all’interno di un palazzo fatiscente, con un unico gabinetto per dodici persone. Il resto dei servizi era al piano terra, nel cortile interno.
L’impatto con la nuova città non fu esaltante, ed il malessere verso Torino l’ho portato dentro fino agli anni recenti, quando sono tornato in quella città, scoprendola anche bella.
La prova andò bene e quindi, il giorno 1° luglio 1969, entrai ufficialmente a far parte del mondo del lavoro.
Pian piano mi inserii in quella nuova realtà e, grazie alle possibilità economiche date dal salario mio e di mio fratello, cambiammo finalmente casa. Basta con la pensione fatiscente, basta con la fila per il gabinetto e con tutti gli altri disagi.
Mio fratello, che frequentava da tempo una associazione di lavoratori sardi, mi invito a partecipare alle iniziative del circolo, ma io preferii allargare le conoscenze, frequentando altri ragazzi della città e del resto d’Italia. Torino, in quegli anni, era popolata di giovani provenienti da tutte le parti ed era quindi facile fare nuove amicizie.
Per tutti loro io ero “il sardegnolo”, e non trovavo nulla di malizioso in questa definizione anzi, talvolta mi pareva anche simpatico sentirlo pronunciare dalle ragazze del gruppo.
Arrivò l’autunno e con il freddo pungente iniziò il campionato di calcio. Mio fratello, che come tutti gli immigrati faceva il tifo per la Juve, cercò di convincermi ad andare allo stadio ma a me del calcio non interessava nulla. Preferivo i dancing e le balere, dove si potevano fare nuove conoscenze e piacevoli amicizie.
Poi venne il giorno che a Torino arrivò il Cagliari di Gigi Riva.
I miei nuovi amici, soprattutto le ragazze, cominciarono a chiedermi notizie della squadra, dei calciatori, della città. Insomma, il fatto che il Cagliari fosse protagonista del campionato, mi aveva portato al centro dell’attenzione: quindi quella domenica, tutti allo stadio Comunale.
Era la prima volta che vedevo una partita di calcio di Serie A e fui affascinato e meravigliato. Affascinato da tutta quella gente che faceva il tifo per la Juve e meravigliato perché, pur essendoci i posti a sedere, tutti guardavano la partita in piedi. La partita terminò con un pareggio rocambolesco e questo contribuì a sollevare la mia popolarità fra i ragazzi del gruppo, ma anche la stima dei colleghi di lavoro.
L’inverno di Torino fu lunghissimo ma la nuova passione nata per il calcio contribuì a rendere meno difficile la permanenza in quella fredda città. La lontananza da casa e dalla famiglia, nonostante l’indipendenza economica e le opportunità di divertimento offerta dalla città, si facevano sentire. Attendevamo la domenica per seguire le notizie relative al Cagliari ed anche mio fratello, pur se juventino, ascoltava e gioiva delle vittorie dei rossoblù.
Sentivamo, in quelle vittorie, una sorta di rivalsa verso il destino che ci aveva portato lontani da casa in cerca di lavoro.
E poi giunse l’aprile 1970. Ogni domenica sera, dopo le partite del campionato, avevamo un appuntamento telefonico con la famiglia, a casa di amici poiché noi non lo avevamo, ma quella domenica del 12 aprile non riuscimmo a telefonare.
Il risultato della partita tra il Cagliari e il Bari fu determinante per la conquista dello scudetto. Il Cagliari era Campione d’Italia. Tutti si complimentavano, quasi che lo avessimo vinto noi quel campionato. In fondo era vero: quello scudetto era nostro, nessuno ce lo avrebbe mai più potuto togliere.
La bellissima memoria di quella memorabile giornata, vissuta lontano dalla Sardegna, è una gioia che ancora oggi mi commuove e ogni qualvolta incontro quel distinto signore, taciturno e serio, che passeggia solitario per le vie del centro di Cagliari, non posso che ringraziarlo per questa grande gioia e commozione che ci ha regalato.
Oggi come allora.

martedì 23 maggio 2017

Assandira – Giulio Angioni

il libro è ricco di suggestioni e va a segno perfettamente.
cosa sia è impossibile dirlo in poche parole, un'inchiesta giudiziaria, un libro di economia, sul turismo, sull'antico, il moderno, il post-tutto, la storia di una famiglia, sulla maternità nei laboratori delle cliniche, sul confronto con l'altro, sul lavoro, sulla tradizione, libro di fantasmi, tra le altre cose.
insomma, chi legge questo libro ne legge tanti contemporaneamente, e non se lo/li dimentica facilmente.
leggetelo, il tempo lo fa e lo farà valere sempre più, è sicuro.



poi mi sono ricordato di una canzone di Piero Marras, che c'entra, secondo me:





L'ho trovato coinvolgente e interessante. E' uno di quei romanzi che non si dimenticano e che entrano a far parte del nostro vivere quotidiano obbligandoci a riflettere su gesti e azioni che si credono innocenti perché sembrano alleggerire la vita. E' un giallo, direi, familiare e culturale insieme, ambientato nel cuore della Sardegna. Ci sono cadaveri, ma anche sentimenti inespressi che uccidono più del fuoco quando vengono messi a nudo e violati nella loro intimità. A fine lettura rimane un nodo alla gola, uno strazio interno, un non so che di irrisolto, di non ritorno. E’ un romanzo che parla di passato e del suo confluire nel futuro, o meglio di come il nostro presente si appropria del passato, lo trasforma e infine lo rigurgita. E' un libro delicato e forte allo stesso tempo, una carezza e un pugno allo stomaco, adatto per coloro che cercano un senso nelle cose a costo di mettere in discussione se stessi, le proprie radici, i propri principi, per coloro che amano perdersi e poi ritrovarsi, senza più finzioni.

Vale più questo romanzo che cento libri sulle tradizioni popolari.

Non credo che questo libro possa piacere a un cultore ingenuo del folclore sardo, e nemmeno a un tenutario di un agriturismo come Assandira (ce n'è, ce n'è tanti così in Sardegna e altri luoghi), ma questi personaggi, tutti, a cominciare dal vecchio Costantino Saru, sono indimenticabili. E la scrittura è tesa come il filo di una leppa di Pattada, e ogni tanto fa male a chi con certe cose come il mutamento dei modi di vivere è abituato a giocherellare, a far festa e gozzoviglia.

Assandira è il nome di un agriturismo che il figlio del vecchio Costantino Saru decide di aprire insieme alla compagna danese Grete. Il racconto si apre con la scena desolata, appiccicosa, sporca, puzzolente di Assandira andata in fumo dopo l’incendio della notte appena passata e Costantino è lì e sa. Sa cos’è giusto e cos’è sbagliato, ne aveva anche parlato con sua moglie, al cimitero, e lui sa che il passato non può opporsi al presente, ma ci vuole rispetto e dignità. Sa che i sentimenti taciuti uccidono più del fuoco e non può più far finta di non sapere. L’editore parla di questo romanzo come di un giallo e fa un grande torto a un libro che è pura poesia.





mercoledì 27 aprile 2016

Procurad'e Moderare Barones Sa Tirannia - Francesco Ignazio Mannu










Procurad'e Moderare Barones Sa Tirannia - Francesco Ignazio Mannu 

1. Procurade e moderare,
Barones, sa tirannia,
Chi si no, pro vida mia,
Torrades a pe' in terra!
Declarada est già sa gherra
Contra de sa prepotenzia,
E cominzat sa passienzia
ln su pobulu a mancare

2. Mirade ch'est azzendende
Contra de ois su fogu;
Mirade chi non est giogu
Chi sa cosa andat a veras;
Mirade chi sas aeras
Minettana temporale;
Zente cunsizzada male,
Iscultade sa 'oghe mia.

3. No apprettedas s 'isprone
A su poveru ronzinu,
Si no in mesu caminu
S'arrempellat appuradu;
Mizzi ch'es tantu cansadu
E non 'nde podet piusu;
Finalmente a fundu in susu
S'imbastu 'nd 'hat a bettare.

4. Su pobulu chi in profundu
Letargu fit sepultadu
Finalmente despertadu
S'abbizzat ch 'est in cadena,
Ch'istat suffrende sa pena
De s'indolenzia antiga:
Feudu, legge inimiga
A bona filosofia!

5. Che ch'esseret una inza,
Una tanca, unu cunzadu,
Sas biddas hana donadu
De regalu o a bendissione;
Comente unu cumone
De bestias berveghinas
Sos homines et feminas
Han bendidu cun sa cria

6. Pro pagas mizzas de liras,
Et tale olta pro niente,
Isclavas eternamente
Tantas pobulassiones,
E migliares de persones
Servint a unu tirannu.
Poveru genere humanu,
Povera sarda zenia!

7. Deghe o doighi familias
S'han partidu sa Sardigna,
De una menera indigna
Si 'nde sunt fattas pobiddas;
Divididu s'han sas biddas
In sa zega antichidade,
Però sa presente edade
Lu pensat rimediare.

8. Naschet su Sardu soggettu
A milli cumandamentos,
Tributos e pagamentos
Chi faghet a su segnore,
In bestiamen et laore
In dinari e in natura,
E pagat pro sa pastura,
E pagat pro laorare.

9. Meda innantis de sos feudos
Esistiana sas biddas,
Et issas fe ni pobiddas
De saltos e biddattones.
Comente a bois, Barones,
Sa cosa anzena est passada?
Cuddu chi bos l'hat dada
Non bos la podiat dare.

10. No est mai presumibile
Chi voluntariamente
Hapat sa povera zente
Zedidu a tale derettu;
Su titulu ergo est infettu
De s'infeudassione
E i sas biddas reione
Tenene de l'impugnare

11. Sas tassas in su prinzipiu
Esigiazis limitadas,
Dae pustis sunt istadas
Ogni die aumentende,
A misura chi creschende
Sezis andados in fastu,
A misura chi in su gastu
Lassezis s 'economia.

12. Non bos balet allegare
S'antiga possessione
Cun minettas de presone,
Cun gastigos e cun penas,
Cun zippos e cun cadenas
Sos poveros ignorantes
Derettos esorbitantes
Hazis forzadu a pagare

13. A su mancu s 'impleerent
In mantenner sa giustissia
Castighende sa malissia
De sos malos de su logu,
A su mancu disaogu
Sos bonos poterant tenner,
Poterant andare e benner
Seguros per i sa via.

14. Est cussu s'unicu fine
De dogni tassa e derettu,
Chi seguru et chi chiettu
Sutta sa legge si vivat,
De custu fine nos privat
Su barone pro avarissia;
In sos gastos de giustissia
Faghet solu economia

15. Su primu chi si presenta
Si nominat offissiale,
Fattat bene o fattat male
Bastat non chirchet salariu,
Procuradore o notariu,
O camareri o lacaju,
Siat murru o siat baju,
Est bonu pro guvernare.

16. Bastat chi prestet sa manu
Pro fagher crescher sa r’nta,
Bastat si fetat cuntenta
Sa buscia de su Segnore;
Chi aggiuet a su fattore
A crobare prontamente
Missu o attera zante
Chi l'iscat esecutare

17. A boltas, de podattariu,
Guvernat su cappellanu,
Sas biddas cun una manu
Cun s'attera sa dispensa.
Feudatariu, pensa, pensa
Chi sos vassallos non tenes
Solu pro crescher sos benes,
Solu pro los iscorzare.

18. Su patrimoniu, sa vida
Pro difender su villanu
Cun sas armas a sa manu
Cheret ch 'istet notte e die;
Già ch 'hat a esser gasie
Proite tantu tributu?
Si non si nd'hat haer fruttu
Est locura su pagare.

19. Si su barone non faghet
S'obbligassione sua,
Vassallu, de parte tua
A nudda ses obbligadu;
Sos derettos ch'hat crobadu
In tantos annos passodos
Sunu dinaris furados
Et ti los devet torrare.

20. Sas r’ntas servini solu
Pro mantenner cicisbeas,
Pro carrozzas e livreas,
Pro inutiles servissios,
Pro alimentare sos vissios,
Pro giogare a sa bassetta,
E pro poder sa braghetta
Fora de domo isfogare,

21. Pro poder tenner piattos
Bindighi e vinti in sa mesa,
Pro chi potat sa marchesa
Sempre andare in portantina;
S'iscarpa istrinta mischina,
La faghet andare a toppu,
Sas pedras punghene troppu
E non podet camminare

22. Pro una littera solu
Su vassallu, poverinu,
Faghet dies de caminu
A pe', senz 'esser pagadu,
Mesu iscurzu e ispozzadu
Espostu a dogni inclemenzia;
Eppuru tenet passienzia,
Eppuru devet cagliare.

23. Ecco comente s 'impleat
De su poveru su suore!
Comente, Eternu Segnore,
Suffrides tanta ingiustissia?
Bois, Divina Giustissia,
Remediade sas cosas,
Bois, da ispinas, rosas
Solu podides bogare.

24. Trabagliade trabagliade
O poveros de sas biddas,
Pro mantenner' in zittade
Tantos caddos de istalla,
A bois lassant sa palla
Issos regoglin' su ranu,
Et pensant sero e manzanu
Solamente a ingrassare.

25. Su segnor feudatariu
A sas undighi si pesat.
Dae su lettu a sa mesa,
Dae sa mesa a su giogu.
Et pastis pro disaogu
Andat a cicisbeare;
Giompidu a iscurigare
Teatru, ballu, allegria

26. Cantu differentemente,
su vassallu passat s'ora!
Innantis de s'aurora
Già est bessidu in campagna;
Bentu o nie in sa muntagna.
In su paris sole ardente.
Oh! poverittu, comente
Lu podet agguantare!.

27. Cun su zappu e cun s'aradu
Penat tota sa die,
A ora de mesudie
Si zibat de solu pane.
Mezzus paschidu est su cane
De su Barone, in zittade,
S'est de cudda calidade
Chi in falda solent portare.

28. Timende chi si reforment
Disordines tantu mannos,
Cun manizzos et ingannos
Sas Cortes han impedidu;
Et isperdere han cherfidu
Sos patrizios pius zelantes,
Nende chi fint petulantes
Et contra sa monarchia

29. Ai cuddos ch’in favore
De sa patria han peroradu,
Chi sa ispada hana ogadu
Pro sa causa comune,
O a su tuju sa fune
Cheriant ponner meschinos.
O comente a Giacobinos
Los cheriant massacrare.

30. Però su chelu hat difesu
Sos bonos visibilmente,
Atterradu bat su potente,
Ei s’umile esaltadu,
Deus, chi s’est declaradu
Pro custa patria nostra,
De ogn’insidia bostra
Isse nos hat a salvare.

31. Perfidu feudatariu!
Pro interesse privadu
Protettore declaradu
Ses de su piemontesu.
Cun issu ti fist intesu
Cun meda fazilidade:
Isse papada in zittade
E tue in bidda a porfia.

32. Fit pro sos piemontesos
Sa Sardigna una cucagna;
Che in sas Indias s 'Ispagna
Issos s 'incontrant inoghe;
Nos alzaiat sa oghe
Finzas unu camareri,
O plebeu o cavaglieri
Si deviat umiliare...

33. Issos dae custa terra
Ch’hana ogadu migliones,
Beniant senza calzones
E si nd’handaiant gallonados;
Mai ch’esserent istados
Chi ch’hana postu su fogu
Malaittu cuddu logu
Chi criat tale zenìa

34. Issos inoghe incontr’na
Vantaggiosos imeneos,
Pro issos fint sos impleos,
Pro issos sint sos onores,
Sas dignidades mazores
De cheia, toga e ispada:
Et a su sardu restada
Una fune a s’impiccare!

35. Sos disculos nos mand’na
Pro castigu e curressione,
Cun paga e cun pensione
Cun impleu e cun patente;
In Moscovia tale zente
Si mandat a sa Siberia
Pro chi morzat de miseria,
Però non pro guvernare

36. Intantu in s’insula nostra
Numerosa gioventude
De talentu e de virtude
Oz’osa la lass’na:
E si algun ‘nd’imple’na
Chircaiant su pius tontu
Pro chi lis torrat a contu
cun zente zega a trattare.

37. Si in impleos subalternos
Algunu sardu avanz’na,
In regalos non bastada
Su mesu de su salariu,
Mandare fit nezessariu
Caddos de casta a Turinu
Et bonas cassas de binu,
Cannonau e malvasia.

38. De dare a su piemontesu
Sa prata nostra ei s'oro
Est de su guvernu insoro
Massimu fundamentale,
Su regnu andet bene o male
No lis importat niente,
Antis creen incumbeniente
Lassarelu prosperare.

39. S'isula hat arruinadu
Custa razza de bastardos;
Sos privilegios sardos
Issos nos hana leadu,
Dae sos archivios furadu
Nos hana sas mezzus pezzas
Et che iscritturas bezzas
Las hana fattas bruiare.

40. De custu flagellu, in parte,
Deus nos hat liberadu.
Sos sardos ch'hana ogadu
Custu dannosu inimigu,
E tue li ses amigu,
O sardu barone indignu,
E tue ses in s'impignu
De 'nde lu fagher torrare

41. Pro custu, iscaradamente,
Preigas pro su Piemonte,
Falzu chi portas in fronte
Su marcu de traitore;
Fizzas tuas tant'honore
Faghent a su furisteri,
Mancari siat basseri
Bastat chi sardu no siat.

42. S'accas 'andas a Turinu
Inie basare des
A su minustru sos pes
E a atter su... giù m 'intendes;
Pro ottenner su chi pretendes
Bendes sa patria tua,
E procuras forsis a cua
Sos sardos iscreditare

43. Sa buscia lassas inie,
Et in premiu 'nde torras
Una rughitta in pettorra
Una giae in su traseri;
Pro fagher su quarteri
Sa domo has arruinodu,
E titolu has acchistadu
De traitore e ispia.

44. Su chelu non faghet sempre
Sa malissia triunfare,
Su mundu det reformare
Sas cosas ch 'andana male,
Su sistema feudale
Non podet durare meda?
Custu bender pro moneda
Sos pobulos det sensare.

45. S'homine chi s 'impostura
Haiat già degradadu
Paret chi a s'antigu gradu
Alzare cherfat de nou;
Paret chi su rangu sou
Pretendat s'humanidade;
Sardos mios, ischidade
E sighide custa ghia.

46. Custa, pobulos, est s'hora
D'estirpare sos abusos!
A terra sos malos usos,
A terra su dispotismu;
Gherra, gherra a s'egoismu,
Et gherra a sos oppressores;
Custos tirannos minores
Est prezisu humiliare.

47. Si no, chalchi die a mossu
Bo 'nde segade' su didu.
Como ch'est su filu ordidu
A bois toccat a tessere,
Mizzi chi poi det essere
Tardu s 'arrepentimentu;
Cando si tenet su bentu
Est prezisu bentulare.


da qui  (a seguire qualche traduzione in italiano)