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lunedì 22 dicembre 2025

Le (spiacevoli) verità di Trump sull'Unione Europea - Andrea Zhok


Nel documento sulla Strategia di Sicurezza Nazionale (National Security Strategy) appena pubblicato dall’amministrazione statunitense troviamo una dolorosa descrizione dell’attuale realtà europea. 

Vi troviamo scritto:

“L'Europa continentale ha perso quota nel PIL mondiale, passando dal 25% del 1990 al 14% di oggi, in parte a causa di normative nazionali e transnazionali che minano la creatività e l'operosità.

Ma questo declino economico è eclissato dalla prospettiva reale e più concreta della cancellazione della civiltà. I problemi più ampi che l'Europa si trova ad affrontare includono le attività dell'Unione Europea e di altri organismi transnazionali che minano la libertà e la sovranità politica, le politiche migratorie che stanno trasformando il continente e creando conflitti, la censura della libertà di parola e la repressione dell'opposizione politica, il crollo dei tassi di natalità e la perdita di identità nazionali e di fiducia in se stessi.

Se le tendenze attuali dovessero continuare, il continente sarà irriconoscibile tra 20 anni o meno. Pertanto, non è affatto scontato se alcuni paesi europei avranno economie e forze militari sufficientemente forti da rimanere alleati affidabili. Molte di queste nazioni stanno attualmente raddoppiando il loro impegno in quella direzione.

(…)

L'amministrazione Trump si trova in contrasto con i funzionari europei che nutrono aspettative irrealistiche rispetto alla guerra, radicati in governi di minoranza instabili, molti dei quali calpestano i principi fondamentali della democrazia per reprimere l'opposizione. Un'ampia maggioranza europea desidera la pace, ma questo desiderio non si traduce in politica, in larga misura a causa del sovvertimento dei processi democratici da parte di quei governi.”

Ora, dare ragione all’amministrazione americana è spiacevole, spiacevole sia perché questa traiettoria europea è stata fino a tempi recentissimi supportata e alimentata dagli USA, sia perché sappiamo tutti che queste verità vengono dette non certo in buona coscienza e per amore della verità, ma solo perché al momento tornano utili alla prospettiva strategica americana.

Ciò non toglie che siano verità, e vengono dette perché, in quanto verità, appaiono riconoscibili ai popoli europei.

La traiettoria europea che viene delineata nel documento parte, correttamente, dal 1990, cioè dalla svolta neoliberale che ha luogo con il Trattato di Maastricht e la trasformazione della Comunità Europea in Unione Europea. Al tempo quella svolta significava seguire gli USA nel loro percorso storico, come unica potenza mondiale rimasta dopo il crollo dell’URSS. Allora – come ora – ciò che caratterizza le classi dirigenti europee è la loro astrattezza. Se agli USA si può imputare frequentemente un brutale pragmatismo, l’Europa soffre invece di una congenita astrattezza (che, peraltro, può essere precisamente altrettanto brutale, ma senza essere pragmatica, senza esercitarsi ad analizzare e reagire alla realtà circostante).

Negli anni ’90 quell’astrattezza si espresse nella forma di un’adesione incondizionata all’idea del trionfo liberale sul modello comunista, trionfo che si traduceva in una metamorfosi del senso dello stato.

Lo stato neoliberale non si voleva più né “stato sociale” come nella stagione a economia mista del secondo dopoguerra, né “stato minimo” come nel liberalismo classico. Lo stato neoliberale si voleva interventista, ma non per interventi mossi da un’agenda sociale bensì con un’agenda dettata dall’ideale della “concorrenza perfetta”. Questo ideale microeconomico andava imposto a tutti i livelli, inclusi i monopoli naturali (ferrovie, forniture elettriche, ecc.) e inclusi i sistemi difficilmente privatizzabili (scuola, sanità, università). Là dove non si poteva senz’altro privatizzare, lì si inventavano sistemi di valutazione, di misurazione del prodotto, di competizione interna, di creazione di incentivi e disincentivi che mimavano i meccanismi di mercato.

Questo processo di snaturamento del settore pubblico, nel tentativo di assimilarne i meccanismi alla concorrenza privata è alla radice non solo della decadenza progressiva dell’istruzione pubblica e della sanità, dove le migliori risorse vengono spese in pseudocompetizioni e burocrazia, ma anche della frenesia normativa degli apparati europei. Qui il grande perdurante equivoco, sia per i detrattori che per i sostenitori, è che questo interventismo del centro amministrativo rappresenti un residuo socialista, mentre è neoliberalismo allo stato puro: infatti non è l’intervento centrale (stato, commissione europea) a fare la differenza, ma la sua agenda, i suoi intenti.

Con un esempio, avere una Banca Centrale Europa avrebbe potuto di principio essere un fattore compatibile col socialismo-comunismo, nel momento in cui la Banca Centrale avesse orientato la produzione di moneta e il suo indirizzamento a sostegno della piena occupazione, delle politiche di ricerca e sviluppo, di un consolidamento dell’industria pubblica; ma nel momento in cui l’agenda della BCE è dettata prioritariamente dal fine della stabilità della moneta, essa pone al centro dei propri interessi i detentori di capitale (oligarchie finanziarie in primis) e non i cittadini lavoratori.

La combinazione tra interventismo centrale e priorità degli interessi delle oligarchie finanziarie è catastrofica, è la peggiore delle combinazioni economico-politiche immaginabili. Essa unisce tendenze centrali al normativismo, alla sorveglianza, all’autoritarismo con la mancanza anarchica di un indirizzo politico, sostituito dall’interesse economico delle oligarchie. Questa combinazione è incomparabilmente peggiore dei sistemi dove l’autoritarismo si radica nel perseguimento di un interesse nazionale (es., Cina) ma anche di quelli dove la priorità dell’interesse economico individuale si abbina ad una cornice libertaria, anarcocapitalista (come gli USA).

Tutte le tendenze più catastrofiche degli ultimi trent’anni sono da ricondurre a questa devastante combinazione.

La distruzione delle identità collettive (nazionali, etniche, religiose, comunitarie, famigliari) è stata funzionale alla sostituzione della società tradizionale con un sistema di transazioni individuali, idealmente con un mercato universale.

La cosiddetta “sostituzione etnica” non è mai stata pianificata, e tuttavia essa di fatto avviene come esternalità di un simultaneo processo di indebolimento delle identità interne e di un ricorso massivo a risorse lavorative a basso costo (migranti). L’opzione opposta, quella di aumentare salari, compattezza politica e potere contrattuale dei lavoratori autoctoni avrebbe rappresentato una riduzione percentuale della fetta di profitti per le oligarchie finanziarie, dunque non è stata presa in considerazione.

L’indebolimento del potere contrattuale dei lavoratori è andato di pari passo con una riduzione della loro capacità di consumo, e questo si è abbinato alla tendenza europea al mercantilismo, cioè a puntare tutte le proprie carte sulle esportazioni, su una bilancia commerciale favorevole. Ma questo naturalmente significa che, a fronte di qualunque sconvolgimento esterno, a qualunque turbativa dei meccanismi del commercio estero (crisi subprime, covid, guerre) l’Europa non è più in grado di compensare le carenze del mercato esterno ricorrendo al mercato interno.

In un contesto dove solo l’interesse economico individuale viene santificato, il ceto politico ha iniziato a essere rappresentato sempre più da mediocri arrivisti, da quaquaraquà, da gente priva di qualunque spina dorsale ideale e disposta a ogni compromesso pur di arrivare. Ovviamente questo si è ripercosso in forma di un degrado complessivo della politica, in un collasso delle capacità autenticamente politiche, in un crollo della lungimiranza strategica, in un disfacimento di ogni qualità personale sostituita dalla fedeltà alla lobby di riferimento (e ogni riferimento a von der Leyen, Kallas, Merz, Starmer, Macron, ecc. è puramente casuale).

Alla fine ci ritroviamo nella situazione paradossale di aver preso un modello pragmatico di matrice americana come un’ideologia eterna, di averla coltivata e implementata con tipica astrattezza europea, di esserne caduti vittima, e di rimanere alla fine con il cerino in mano mentre gli stessi americani – come hanno fatto più volte nella storia – girano la nave di 180° perché ora è nel loro interesse fare così.

Impoveriti, invecchiati, senza futuro, senza identità, senza visione, marginali ma con la presunzione di essere ancora chi dà le carte.

Materialmente i margini per cambiare rotta ci sarebbero ancora, ma il muro di ottusità creato ad arte negli ultimi decenni - e consolidato nei luoghi strategici di formazione della pubblica opinione - non sembra essere prossimo a cedere, e senza una rivoluzione culturale nessuno spiraglio si può aprire.

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lunedì 13 ottobre 2025

ancora sul premio nobel per la pace

 

…L’11 maggio 2021, nel pieno del conflitto tra Israele e Hamas, la leader venezuelana scriveva sul proprio profilo Twitter: “Oggi, tutti noi che difendiamo i valori dell’Occidente siamo con lo Stato di Israele; un genuino alleato della libertà”…

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Lettera aperta di Adolfo Pérez Esquivel a Corina Machado

Da Nobel a Nobel

 …Il governo venezuelano è una democrazia con le sue luci e le sue ombre. Hugo Chávez ha segnato il cammino della libertà e della sovranità del popolo e ha lottato per l'unità continentale, è stato un risveglio della Grande Patria. Gli Stati Uniti l'hanno attaccata in modo permanente: non possono permettere a nessun paese del continente di uscire dalla sua orbita e dalla sua dipendenza coloniale; continua a sostenere che l'America Latina è il suo "cortile di casa". Il blocco di Cuba da parte degli Stati Uniti per più di 60 anni è un attacco alla libertà e ai diritti dei popoli. La resistenza del popolo cubano è un esempio di dignità e di forza.

Sono sorpreso di come ti aggrappi agli Stati Uniti: devi sapere che non hanno alleati, né amici, solo interessi. Le dittature imposte in America Latina sono state strumento dei loro interessi di dominio e hanno distrutto la vita e l'organizzazione sociale, culturale e politica dei popoli che lottano per la loro libertà e autodeterminazione. I popoli resistono e lottano per il diritto di essere liberi e sovrani e non una colonia degli Stati Uniti. Il governo di Nicolás Maduro vive sotto la minaccia degli Stati Uniti e del blocco, basta tenere a mente le forze navali nei Caraibi e il pericolo di invasione del vostro paese. Non avete detto una parola e non avete sostenuto l'ingerenza della grande potenza contro il Venezuela. Il popolo venezuelano è pronto ad affrontare la minaccia.

Corina, te lo chiedo. Perché ha chiesto agli Stati Uniti di invadere il Venezuela? Quando hai ricevuto l'annuncio di essere stato insignito del Premio Nobel per la Pace, lo ha dedicato a Trump. L'aggressore del vostro paese  mente e accusa il Venezuela di essere un trafficante di droga, una menzogna simile a quella di George Bush, che accusava Saddam Hussein di avere "armi di distruzione di massa". Pretesto per invadere l'Iraq, saccheggiarlo e causare migliaia di vittime, donne e bambini. Ero alla fine della guerra a Baghdad, nell'ospedale pediatrico, e ho potuto vedere le distruzioni e le morti di coloro che si proclamano i difensori della libertà. La peggiore delle violenze è la menzogna.

Non dimenticare Corina che Panama è stata invasa dagli Stati Uniti, che hanno causato morte e distruzione per catturare un ex alleato, il generale Noriega. L'invasione lasciò 1200 morti a Los Chorrillos. Oggi, gli Stati Uniti intendono impadronirsi nuovamente del Canale di Panama. È una lunga lista di interventi e sofferenze in America Latina e nel mondo da parte degli Stati Uniti. Le vene dell'America Latina sono ancora aperte, come diceva Eduardo Galeano. Mi preoccupa il fatto che non abbia dedicato il Premio Nobel al vostro popolo e che abbia dedicato il Nobel all'aggressore del Venezuela. Penso Corina che devi analizzare e sapere dove ti trovi, se sei un pezzo in più della colonizzazione degli Stati Uniti, soggetto ai suoi interessi di dominio, che non potrà mai essere per il bene del tuo popolo. Come oppositore del governo di Maduro, le sue posizioni e opzioni generano molta incertezza, ricorre al peggio quando chiede agli Stati Uniti di invadere il Venezuela.

L'importante è tenere presente che costruire la Pace richiede molta forza e coraggio per il bene del vostro popolo, che conosco e amo profondamente. Dove prima c'erano baracche sulle colline che sopravvivevano alla povertà e all'indigenza, oggi ci sono alloggi decenti, sanità, istruzione e cultura. La dignità del popolo non si compra né si vende. Corina, come dice il poeta: non c'è sentiero in un viandante, un sentiero si fa camminando. Ora avete la possibilità di lavorare per il vostro popolo e di costruire la Pace, non di provocare una violenza più grande, un male non si risolve con un altro male più grande. Avremo solo due mali e mai la soluzione del conflitto. Apri la tua mente e il tuo cuore al dialogo, per incontrare il tuo popolo, svuota il vaso della violenza e costruisci la pace e l'unità del tuo popolo affinché la luce della libertà e dell'uguaglianza possa entrare.

da qui


 

se il premio nobel per la pace… - bortocal

se il premio nobel per la pace va ad una sconosciuta donna politica venezuelana, nota agli addetti ai lavori per avere invocato più volte un intervento armato straniero contro il governo populista di sinistra di Maduro, il messaggio per Trump, che lo voleva, è chiaro:

invada prima il Venezuela, e poi lo daranno anche a lui.

.

forse vale la pena di smettere di parlare di questa buffonata del nobel per la pace:

e che diavolo, siamo pur sempre in tempi di guerra mondiale a pezzi, ?a chi volete che lo diano?

ovvio: a quelli di cui parlava Tacito quasi duemila anni fa: Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant; dove spianano tutto e fanno il deserto, lo chiamano pace.

così, giustamente, il premio per la pace va ai desertificatori; ed è già tanto che non l’abbiano dato a Netanyahu.

da qui

 

Con Machado il Nobel per la Pace - Davide Malacaria

 

Il Nobel per la pace non è stato assegnato a Trump, né era possibile nonostante tanti abbiano solleticato il suo narcisismo che l’aveva portato a pretenderlo, dal genocida Netanyahu (Timesofisrael), per la tregua a Gaza, passando a Zelensky, che si è detto pronto a sostenerne la candidatura se invierà i missili Tomahwak in Ucraina (Politico) – cioè se aumenterà le probabilità di una guerra nucleare.

Ma, in qualche modo, l’ha vinto per interposta persona dal momento che è stato assegnato a María Corina Machado, leader dell’opposizione venezuelana che in questo modo è stata incoronata reginetta del suo Paese. Pronta, cioè, a essere il volto nuovo del regime-change che l’amministrazione Trump intende realizzare a Caracas.

Così il Nobel per la pace è stato militarizzato per supportare una guerra che appare sempre più prossima. Da tempo, infatti, l’amministrazione Trump, sotto la spinta di Marco Rubio, sta accumulando forze contro il Venezuela, ufficialmente per contrastare il narcotraffico.

Alle prime navi da guerra se ne sono aggiunte progressivamente altre, tra cui un sommergibile, e ieri è arrivata una nave adibita alle operazioni speciali, mentre una squadriglia di F-35 è stata inviata in una base di Porto Rico.

Le forze statunitensi hanno già affondato alcune imbarcazioni venezuelane che sarebbero state usate per il narcotraffico, accusa non verificata e che non giustifica un crimine del genere, che peraltro è un atto di guerra.

Due giorni fa, poi, l’affondamento di un naviglio della Colombia, che dovrebbe essere fuori dal mirino degli Stati Uniti, ma che sembra esserci entrata a causa del sostegno accordato dal presidente Gustavo Petro al Venezuela (peraltro, la nave colombiana è stata affondata poco dopo la decisione di Petro di espellere la delegazione israeliana dal suo Paese in reazione al sequestro della Samud Flottilla, decisione che non è certo passata inosservata a Washington).

Di ieri, poi, l’indiscrezione che l’amministrazione Trump intenderebbe colpire target non più solo in mare, ma sul territorio venezuelano. Minacce che arrivano dopo quelle pregresse, tra cui quella esplicita di adire a un golpe contro Nicolás Maduro, e che seguono la decisione di interrompere i negoziati avviati con il Venezuela per ricomporre le tensioni in atto.

Curiosamente, il giorno precedente l’interruzione dei negoziati, Jorge Rodríguez, a capo dell’Assemblea nazionale venezuelana e della delegazione preposta alle trattative, aveva comunicato in una nota che “attraverso ‘tre diversi canali’, gli Stati Uniti erano stati avvertiti ‘di una grave minaccia’ da parte di gruppi di destra che si spacciavano per seguaci del presidente venezuelano Nicolás Maduro”.

Si trattava di un piano per compiere un attentato contro l’ambasciata Usa in Venezuela che, cessata l’attività diplomatica, ospita però personale addetto alla manutenzione e alla sicurezza dell’edificio. Sarebbe stata la scintilla per un attacco.

Se si sta alla tempistica, sembra che l’allarme pubblico del capo della delegazione venezuelana abbia irritato l’amministrazione Usa, che si è vista privare di un casus belli, la quale ha deciso di evitare ulteriori rapporti con la controparte.

Ora è arrivata, a fagiolo, la figura che ha il phisique du rôle per sostituire Maduro, baciata da un endorsement più che autorevole: il Nobel per la pace. La Machado ha così preso il posto di Juan Guaidò come figura immagine per promuovere il regime-change di Caracas, con il Nobel che gli conferisce la visibilità necessaria a diventare l’ancella del cambiamento.

L’unico Paese, oltre al suo, nel quale aveva certa notorietà prima di ieri erano gli Stati Uniti, tanto da partecipare agli incontri dell’Americas Society/Council of Americas (AS/COA), un centro di interessi fondato da David Rokefeller. In quella sede, nel giugno scorso, squadernava la meravigliose opportunità che offriva il suo Paese una volta rimosso Maduro e avviato “una cambiamento strutturale”.

Il Venezuela, non ha solo le riserve petrolifere “più ingenti del mondo”, ma “anche abbondanti risorse di ferro, oro e minerali” vari e sovrabbonda di “terre fertili non sviluppate”. Nel caso avesse termine l’attuale governo, aggiungeva, in “soli 100 giorni” tutto ciò sarebbe a disposizione degli “investitori esteri, che ne beneficeranno, sin dal primo giorno, avvalendosi di condizioni senza precedenti”… un piano che porterà a creare ricchezza per “1000 miliardi di dollari” in pochi anni, come da titolo del report dell’incontro al AS/COA.

Un piano di privatizzazione ultraliberista, al modo di quello applicato dai Chicago Boys nel Cile di Pinochet. In una nota pregressa spiegavamo che, come recitano documenti ufficiali Onu e Usa, la droga che arriva negli States non proviene dal Venezuela. L’interesse dell’amministrazione Trump per Caracas è tutt’altro. La Machado lo ha spiegato molto bene.

Appena vinto il Nobel, la Machado ha chiamato il suo alleato politico Edmundo González Urrutia, che a gennaio 2025 sfidò e perse le presidenziali contro Maduro, accusandolo poi di brogli che gli avrebbero tolto la vittoria.

Nell’occasione, Urrutia e la Machado ricevettero la telefonata del ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar, con genocidio palestinese in corso, che elogiava la loro asserita vittoria elettorale, con la Machado che si felicitò per il “sostegno del governo di Israele al popolo venezuelano”.

D’altronde i rapporti tra la Machado e Israele sono consolidati: nel 2020 siglò a nome del suo partito, Vente Venezuela, un’alleanza strategica col Likud mentre, in un’intervista successiva a una Tv israeliana, dichiarò che se avesse vinto le elezioni avrebbe spostato l’ambasciata venezuelana a Gerusalemme.

In quest’anno si poteva conferire il Nobel per la pace a qualcuno che si fosse distinto nel portare sollievo ai palestinesi. Si è scelto altro.

da qui

 

Nobel a Machado, perché la sinistra non festeggia? Dai rapporti con l’ultra destra europea a quelli con Trump e Netanyahu – Franz Baraggino

L’assegnazione del Premio Nobel per la Pace 2025 a Maria Corina Machado, leader dell’opposizione venezuelana all’autoritarismo del governo di Nicolas Maduro, sta causando molte polemiche, mentre le manifestazioni di giubilo sono soprattutto a destra. Descritta da alcuni come una “trumpiana“, i suoi detrattori la accusano di invocare l’uso della forza per ribaltare il governo venezuelano e di essere troppo vicina agli interessi della Casa Bianca. Ma anche all’ultra destra europea e a quella israeliana di Benjamin Netanyahu. Critiche sono ovviamente arrivate da membri del partito di Maduro, che la accusano di “favorire l’instabilità politica e colludere con potenze straniere”. Ma non solo. La sintesi dell’indignazione l’ha fatta l’ex leader di Podemos ed ex Vice Presidente del Governo spagnolo, Pablo Iglesias, che sui social ha espresso un giudizio durissimo: “La verità è che per assegnare il Premio Nobel per la Pace a Corina Machado, che da anni cerca di organizzare un colpo di Stato nel suo Paese, avrebbero potuto darlo direttamente a Trump o addirittura postumo ad Adolf Hitler. L’anno prossimo, lasciate che se lo dividano Putin e Zelensky. Se è già finita…”.

Stando ai fatti, lo scorso febbraio Machado ha preso parte con un videomessaggio al vertice dell’ultra destra di Madrid intitolato “Make Europe Great Again” e organizzato dal partito sovranista spagnolo Vox. “La nostra è una lotta globale e voi siete i nostri alleati. Quelle che avvengono in Europa, come quelle che combattiamo in Venezuela, hanno gli stessi obiettivi, valori e nemici”, ha detto mentre ad ascoltarla c’erano, tra gli altri, Matteo Salvini, Marine Le Pen e l’olandese Geert Wilders e il primo ministro ungherese Viktor Orbán e quello argentino Javier Milei. “Il Venezuela rappresenta oggi la più grande minaccia che l’Occidente deve affrontare nel nostro continente. È il centro nevralgico del crimine organizzato e il rifugio sicuro dei nemici della democrazia nel mondo”, ha spiegato ai patrioti, ai quali ha dedicato un altro videomessaggio per l’edizione di settembre intitolata Europa Viva 2025, dove ha annunciato che “in Venezuela è partita la riconquista della democrazia”.

In queste ore le si rinfaccia anche un accordo di cooperazione del 2020, quello che promosse in qualità di coordinatrice nazionale tra il suo partito, Vente Venezuela, e la destra israeliana del Likud, il partito del premier Netanyahu. A rinfacciarle l’iniziativa è oggi il Council on American-Islamic Relations (CAIR), gruppo statunitense per i diritti civili musulmani, che definisce Machado una “fanatica anti-musulmano e sostenitrice del fascismo europeo” e l’assegnazione del Nobel una scelta “inconsciente”. Siglato nel 2020, il documento impegnava i due partiti a rafforzare i legami su “questioni politiche, ideologiche e sociali, nonché compiere progressi in materia di strategia, geopolitica e sicurezza”. A firmarlo insieme a Machado fu Eli Vered Hazan, direttore degli affari esteri del partito israeliano, ruolo nel quale ha preso parte alle reti internazionali della destra conservatrice. “L’obiettivo – si legge ancora nel documento – è avvicinare il popolo israeliano a quello venezuelano, promuovendo insieme i valori occidentali a cui entrambe le parti aderiscono: libertà, indipendenza e economia di mercato”.

C’è poi la storia recente e qui le critiche le derivano dal sostegno esplicito alle forze Usa, con l’amministrazione di Donald Trump che sulle navi nel Mar dei Caraibi ha quasi raddoppiato il numero dei soldati da utilizzare per la lotta al narcotraffico, della quale il Tycoon accusa direttamente il presidente Maduro. Delle ultime ore le dichiarazioni dell’ambasciatore di Caracas all’Onu, Samuel Moncada: “Le azioni guerrafondaie e la retorica del governo statunitense indicano che ci troviamo di fronte a una situazione in cui è razionale pensare che un attacco armato contro il Venezuela verrà portato a termine molto presto”, chiedendo al Consiglio di Sicurezza di intervenire per evitare “una catastrofe che potrebbe sconvolgere l’intera regione per generazioni”. Niente che c’entri molto con la pace e del resto Machado ha sostenuto più volte che per rimuovere l’autoritarismo al governo in Venezuela servirà l’uso della forza. Mesi fa ha applaudito al presidente americano sottolineando che “Trump non sta giocando”. Dopo aver ricevuto il Nobel ha nuovamente ribadito che “oggi più che mai possiamo contare sul presidente Trump” perché riporti “libertà e democrazia” in Venezuela.

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Il Nobel per la Pace alla venezuelana Maria Corina Machado lo si potrebbe chiamare, premio Nobel per la Guerra - Andrea Zhok

Comunque il Nobel per la Pace alla venezuelana Maria Corina Machado è in perfetta sintonia con il cambio di nome del ministero della Difesa americano in ministero della Guerra.

Visto anche il grande precedente di Obama lo si potrebbe chiamare, senza tanti patemi, premio Nobel per la Guerra.

Dopo tutto, con le cannoniere – pardon, le portaerei – americane davanti alla costa venezuelana, con il chiaro mandato di rovesciare il governo Maduro, quale umile contributo poteva dare l’intellighentsia europea?

Armi non le potevano mandare (non sono ancora riusciti a comprarle dagli americani, per fare in tempo a portarle in supporto agli americani).

Genuflessioni, donazioni, ius primae noctis, abbiamo già dato.

Cosa ci restava come europei?

Ah, ecco, possiamo giocarci gli scampoli residui della famosa “autorevolezza morale del Vecchio Continente”.

Possiamo conferire una bella botta di supporto morale alla spallata militare in vista, conferendo il premio Nobel a un’attivista venezuelana antigovernativa, distintasi nella vita per essere… un’attivista venezuelana antigovernativa, educata a Yale, antichavista, filoatlantista, neoliberista, ma che comunque resta umile. Pronta a farsi carico dell’onere del futuro governo, nello sciagurato caso in cui a Maduro capitasse qualcosa.

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sabato 26 luglio 2025

Sul collasso morale dell'occidente - Andrea Zhok

 

L'Occidente è un concetto strano, recente e spurio. 

Con "Occidente" si intende in effetti una configurazione culturale che emerge con l'unificazione mondiale dell'Europa politica e di quello che dal 1931 prenderà il nome di "Commonwealth" (parte dell'impero britannico). 

Questa configurazione raggiunge la sua unità all'insegna del capitalismo finanziario, a partire dal suo emergere egemonico negli ultimi decenni del '900.  

L'Occidente non c'entra nulla con l'Europa culturale, le cui radici sono greco-latine e cristiane. 

L'Occidente è la realizzazione di una politica di potenza economico-militare, che nasce nell'Età degli Imperi, che sfocia nelle due guerre mondiali e che riprende il governo del mondo verso la metà degli anni '70 del '900. 

Purtroppo anche in Europa l'idea che "siamo Occidente" è passata, divenendo parte del senso comune. 
L'Europa storica, ad esempio, ha sempre avuto legami strutturali fondamentali con l'Oriente, vicino e remoto (Eurasia), mentre l'Occidente si percepisce come intrinsecamente avverso all'Oriente. Così l'Europa culturale è in ovvia continuità con la Russia, mentre per l'Occidente la Russia è totalmente altro da sé.

Questa premessa serve a illustrare una grave preoccupazione di lungo periodo, che non riesco a trattenere. 

La preoccupazione è legata al fatto che l'Occidente, plasmato attorno all'impianto - mentale non meno che pratico - del capitalismo finanziario, ha sradicato l'anima dei popoli europei. 

La cultura e spiritualità europea, quella efflorescenza straordinaria che va da Sofocle a Beethoven, da Dante a Marx, da Tacito a Monteverdi, da Michelangelo a Bach, ecc. ecc. è la prima vittima della cultura occidentale, cultura utilitarista, strumentale, abissalmente meschina, che comprende la bellezza dell'arte, dei territori, delle tradizioni solo se è un "asset" trasformabile in "cash". 

Noi abbiamo imparato ad accettare questa misurazione di ogni valore come prezzo, e di ogni prezzo come margine di profitto. 

La nostra società, la nostra educazione, le nostre comunità sono state spinte a forza ad accettare queste equivalenze che desertificano l'anima. Ed è stato fatto perché prometteva di preservare uno statuto di potenza, di predominanza ed egemonia materiale dell'Occidente sul resto del mondo.

Per quanto molte persone abbiano tentato, anche con qualche successo, di opporsi a questa deriva desertificante, tuttavia essa si è imposta nelle istituzioni, nelle accademie, nella scuola. Chi vuole resistere a questo immiserimento deve farlo in modo carbonaro, come resistenza individuale, pagando prezzi personali, mentre tutto il resto, finanziamenti, programmi, prebende, vanno in direzione opposta.

Ma oggi siamo arrivati al capolinea, al giro di boa. 

Quella desertificazione dell'anima che l'Occidente ha prodotto ha plasmato una tra le classi dirigenti più moralmente infami che la storia ricordi. Prima dell'emergere della mentalità occidentale, un secolo e mezzo fa circa, ci sono certo stati tiranni più sanguinari dei leader occidentali odierni, ma nessuna forma di vita altrettanto cinica. 

L'Occidente non uccide e stermina per odio, né per convinzione, né per dare l'esempio, neppure per schietto senso di superiorità. 

No, l'Occidente uccide perché fatica sempre di più a percepire come rilevante la distinzione di valore tra la vita e la morte. Perché è, in profondità, una cultura di morte nel senso fondamentale in cui non riconosce una divergenza di valore essenziale tra la vivacità di un conto in banca e quella di un bambino, tra quella di un algoritmo e quella di un cucciolo. 

L'Occidente odierno, quello esemplificato oggi in maniera paradigmatica dalle classi dirigenti americane e israeliane, ma rappresentato altrettanto bene dalla servile spazzatura che parla a nome dell'Unione Europea, sta raggiungendo livelli di abiezione raramente toccati.

Non è più questione di "doppi standard".

Si tratta di un impegno quotidiano nella menzogna illimitata, nella schietta accettazione che ogni affermazione, ogni parola, ogni pensiero conta solo per gli effetti in termini di denaro-potere che può produrre. 

Si può dire tutto e il contrario di tutto. 

Si può negare l'evidenza e poi negare di averla negata. 

Si possono infrangere le promesse e i trattati. 

Si può svolgere una trattativa e intanto cercare di uccidere quello con cui si trattava, e poi protestare con la faccia seria perché l'altro non vuole più proseguire a trattare. 

Si può manipolare l'informazione ufficiale h24 e poi chiedere punizioni esemplari per contrastare il potere manipolatorio sui social della parrucchiera Pina.  

Si può costruire, a Milano come a Londra, la società più classista, gentrificata, oligarchica ed escludente, mentre si predica soavemente l'accoglienza e l'inclusività.

Si può assistere a un genocidio in diretta mondiale per due anni e spiegare che è legittima difesa.
Ecc. ecc.

Ecco, il mio problema, oltre al disgusto per tutto quanto avviene, consiste nella consapevolezza che alla condanna storica di questa oscenità spirituale non potremo sottrarci. 

Vi saremo coinvolti anche se non abbiamo personalmente approvato nulla, anche se lo abbiamo contestato in tutti i modi che ci erano disponibili. 

Vi saremo coinvolti perché questa depravazione è l'Occidente e abbiamo accettato questa etichetta, abbiamo imparato a pensarci come Occidente e il mondo così ci percepisce.

Quando verremo chiamati a pagare il conto dai 7/8 del pianeta - e nessuno si illuda che non accadrà - sarà incredibilmente difficile, forse impossibile, spiegare che la grande, millenaria, cultura europea non ha niente a che spartire con il deserto nichilista dell'Occidente contemporaneo. 

Come nell'immediato dopoguerra molti non riuscivano a sentir parlare tedesco - la lingua di Goethe e Mozart - senza un moto di disgusto (qualcuno dei meno giovani lo ricorderà senz'altro), così, ma in modo molto più radicale potrebbe accadere per tutto ciò che odorerà, a torto o a ragione, di Occidente. 

"Dopo tutto, se studiare Dante, Cervantes o Shakespeare vi hanno portato a due guerre mondiali e poi al nichilismo conclamato, quale lezione il mondo dovrebbe apprendere da questa tradizione?" 

- Questo ragionamento, nella sua crudezza, ci può sembrare irragionevole solo perché siamo abituati a essere sempre quelli che giudicano e mai quelli che vengono giudicati.

Perdere l'egemonia mondiale è oramai fatale, e lungi dall'essere un problema, sarà una benedizione.

Ma perdere la stima e comprensione per tutto ciò che è stata la lunga storia europea, questo in parte è già avvenuto per involuzione interna e il colpo di grazia potrebbe essere inferto a breve. Perdere l'anima è immensamente più grave di perdere il potere.

*Post Facebook del 25 luglio 2025

da qui

lunedì 19 maggio 2025

Gaza: non è una guerra, è macelleria di esseri umani - Andrea Zhok

Mi ero ripromesso di tacere vista la conclamata sterilità del Logos in questa fase storica, ma faccio fatica a non dire una parola, per quanto logora e stantia rispetto a quanto accade in Palestina.

Io davvero non so come fanno a dormire la notte quelli che supportano e hanno supportato, giustificano e hanno giustificato negli ultimi diciassette mesi le operazioni dell’esercito israeliano nella striscia di Gaza e in Cisgiordania.

Per me è proprio un enigma.

Nascondersi dietro alle psicopatie latenti di Nethanyahu non assolve nessuno. Non immaginate che quando, prima o poi Nethanyahu andrà in pensione sarà tutto a posto.

Non sarà mai più tutto a posto.

Che anche secondo le definizioni tecniche più esigenti quello in corso sia un genocidio può essere negato solo da chi non conosce l’uso delle parole. Ma in fin dei conti è irrilevante impiccarsi alle definizioni. Chiamatelo etnocidio, strage sistematica di civili, massacro su base quotidiana, fate voi.

Non è però una guerra.

Chiamarla guerra è proprio una schifosa menzogna.

Non c’è nessuna guerra quando da un lato, come si vede in centinaia di filmati, ci sono civili disarmati che camminano davanti ad un ospedale, o in una via diroccata alla ricerca di acqua o che pernottano in una tenda, e dall’altra ci sono missili di ultima generazione che piovono dal nulla e li fanno a brandelli.

Non è una guerra, è macelleria di esseri umani, è sterminio.

Non è una guerra quando blocchi gli approvvigionamenti di cibo, acqua e medicinali ad una popolazione civile assediata.

Non è guerra, è tortura con finalità genocidarie.

In molti ancora oggi hanno un soprassalto quando qualcuno fa un parallelismo tra le azioni genocidarie del NASDAP al potere in Germania e le azioni odierne dell’esercito israeliano.

Ora, è vero che la storia non si ripete mai identica, dunque oggi non c’è tecnicamente alcun nazismo, né alcun fascismo, né ci sono gli Unni di Attila.

Però ci sono aspetti in comune evidenti.

Due aspetti in particolare.

Il primo è la venerazione unilaterale della vittoria e della violenza come espressione della forza che poi, imponendosi, diventerà legge, acquisirà legittimazione a posteriori. Quando Nethanyahu al Congresso USA dice con perentoria soddisfazione – tra scroscianti applausi – che “quando USA e Israele sono assieme succede solo una cosa: noi vinciamo, loro perdono!” egli sta incarnando l’essenza di questa concezione in cui la giustizia è nulla, la forza tutto.

E spiace molto dirlo, ma questa idea, mentre è letteralmente agli antipodi dalla tradizione culturale ebraica, che ha la subordinazione alla Legge come elemento centrale, è perfettamente in linea con la concezione di paganesimo nichilista e “nietzscheano” incarnato dalle camicie brune.

Il secondo aspetto è ciò che consente di esercitare queste forme di sopraffazione sanguinaria, di sterminio di innocenti. senza battere ciglio. E l’unica cosa che lo consente è una concezione che colloca sé stessi, antropologicamente, in una posizione superiore e incommensurabile con quella delle vittime.

E questa concezione ha un solo nome: razzismo.

Si può discutere e si è discusso a lungo se, o in che misura, quanto subito dal popolo ebraico nella Germania degli anni ’30 e fino al 1945 fornisse una peculiare legittimazione morale alla fondazione di uno stato indipendente in terra di Palestina.

Ma qualunque fosse eventualmente stata quella legittimazione morale, oggi e per sempre Israele l’ha perduta.

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sabato 22 febbraio 2025

Il gioco dei tre bussolotti - Andrea Zhok

 

Per quanto meno frequentemente di un tempo, si possono ancora trovare ogni tanto, nelle stazioni o in altri luoghi affollati, alcuni prestidigitatori di strada che invitano il pubblico al gioco dei tre bussolotti. Si inserisce una biglia sotto uno dei tre recipienti opachi (bicchieri, coppette, ecc.) presenti sul tavolo e poi si invitano gli astanti a indovinare alla fine di una serie di manipolazioni rapide, dove si trova la biglia.


Ecco, questa è la condizione in cui si trovano oggi, e da tempo, i cittadini italiani (europei, ma soprattutto italiani) quando si tratta di valutare la politica nazionale. Noi ci possiamo affaticare a discutere di crisi finanziarie, di pandemie letali, di invasioni militari, di diritti umani, degli eterni valori della libertà e della giustizia, di 73 generi, di un sacco di cose appassionanti, e questo è il moto vorticoso dei bicchieri sulla tavola. Ma la difficoltà sta tutta nel mantenere l’occhio sulla posizione della pallina, perché quando la perdi di vista, il banco vince inesorabilmente. E qual è la pallina? Qual è il minimo comune denominatore di tutti gli scoppiettanti caleidoscopici eventi che ci vengono fatti balenare sotto gli occhi?

Se c’è una crisi finanziaria come la crisi subprime, scopriamo che ci sono sistemi bancari troppo grandi per fallire e che, sciaguratamente, dobbiamo ripianare i loro debiti con i vostri soldi – dopo tutto a commettere investimenti azzardati sono state alcune mele marce.

 

Se però ci sono aiuti di stato ad una compagnia aerea, allora per vietarli si attiva l’autorità che garantisce la concorrenza e l’antitrust, perché non vorrete mica che ci siano oligopoli o, Dio non voglia, monopoli di stato, che il mercato non può punire?

Poi capita che la popolazione di un paese come la Grecia sia alla canna del gas per i misfatti della loro classe politica, allora d’un tratto scopriamo che non è proprio moralmente possibile aiutare quella popolazione con soldi pubblici, con debito pubblico comune, o simili. Abbiamo una responsabilità sui debiti nazionali, vivaddio, sul denaro delle famiglie; e poi erogare aiuti a perdere incentiverebbe il “moral hazard”: il mercato deve poter punire gli errori, perché altrimenti dove andremo a finire signora mia. (E alla fine a gestire la bancarotta restano le stesse "mele marce" che l’hanno causata.)

Intanto, comunque, le crisi finanziarie, causate dai vertici della catena alimentare, producono i loro effetti alla base della catena alimentare. Scopriamo così tutti di aver vissuto maledettamente al di sopra delle nostre possibilità, e che è giunto il momento di stringere la cinghia. Lo facciamo per le generazioni future, ça va sans dire. E così, siamo costretti obtorto collo, a smantellare servizi pubblici, ad abbattere le prestazioni sanitarie, ecc. L’austerità è buona, è santa, è morale, lo facciamo per i nostri figli.

 

Poi capita che un terribilissimo morbo prodotto da copule cinesi contronatura di pangolini e pipistrelli invada il mondo, e di colpo scopriamo che il sistema sanitario non è minimamente in grado di reggere il colpo. Non resta che bloccare tutto, restare in casa e poi obbligare tutti ad assumere prodotti farmaceutici sperimentali (ma sotto brevetto). Lo facciamo per salvare i nonni, per salvare il Natale, per salvare l’economia, per salvare il paese. Non c’è un minuto da perdere, non possiamo stare a cincischiare: chi obietta è un provocatore e i contratti di fornitura di qualunque cosa, dai respiratori ai vaccini, si fanno con procedura d’urgenza o contratti centralizzati via sms (che poi, com’è come non è, vanno perduti). E chi lo poteva prevedere? Ora non resta che rimboccarci tutti le maniche e saldare i debiti, i soldi erogati per affrontare l’emergenza e quelli perduti per aver bloccato l’economia. Curiosamente, in questa catastrofe mondiale gli oligopoli finanziari, farmaceutici e telematici (e-commerce, ecc.) ne escono assai più ricchi di prima.

 

Poi un autocrate orientale invade l’Ucraina e ottiene il Nobel per la Medicina: dal giorno successivo il terribile virus che continuava a campeggiare come emergenza da tenere sotto strettissimo controllo, scompare. È giunto il momento di difendere a testa bassa la libertà, la democrazia, l’autodeterminazione dei popoli e soprattutto gli ucraini. A costo di ammazzarli tutti. E per fare questo bisogna tassativamente spendere di più in armi, rigettare ogni barlume di proposta di pace, e fargliela vedere a Putin in una lotta fino all’ultimo ucraino e fino all’ultimo residuo di magazzino militare.

Nel frattempo il patto di stabilità, allentato per le spese selettive con relativa partita di giro agli oligopoli, era ritornato in auge con tutta la sua aura di inflessibilità. Bisogna stringere la cinghia. La vecchia sanità pubblica non è più sostenibile. Le pensioni non sono più sostenibili. Dobbiamo fare tutti uno sforzo, ma lo facciamo per il futuro, per i giovani, per i nostri figli.

 

E a forza di stringere la garrota e a chiudere le prospettive, la demografia ha continuato ad andare a picco e il concetto de “i nostri figli” ha cominciato a presentarsi sempre di più con i tratti di una figura mitologica.

Nessun problema, al posto dei “i nostri figli” e de “le generazioni future” cominciamo ad appellarci a qualcosa di più nobile e universale, tipo “Dobbiamo salvare il pianeta”. Dai, a ben pensare, siamo troppi, siamo sporchi, siamo brutte persone, dobbiamo auspicare un futuro in cui il pianeta sia salvo, e se noi nel frattempo ci siamo tolti di mezzo, in parte o del tutto, sarà stato solo un atto di generosità cosmica. E così, mentre prodotti di sintesi entrano quotidianamente nell’ambiente senza controllo, mentre nanoplastiche galleggiano in placente gravide, mentre l’elettrosmog urbano esplode esponenzialmente, il tutto nel silenzio degli studi e degli allarmi pubblici, rimane in campo un unico tema, l’unico all’altezza di Salvare il Pianeta: il riscaldamento climatico. E rimane un’unica soluzione a questo unico problema: l’agenda Green di elettrificazione universale. Anche qui chi obietta è un irresponsabile, che non comprende l’urgenza, la gravità, l’inderogabilità: “Non c’è un minuto da perdere!”

 

Poi capita che ti ritrovi senza gas, senza petrolio, con le bollette che devastano produzione e consumi. La “transizione ecologica” diviene meno impellente. Anche l’austerità diviene meno impellente. Anche gli aiuti di stato diventano accettabili. Anche il patto di stabilità diviene più trattabile. Ma questo perché è giunto il momento, finalmente, di armarci come si deve, di prepararci alla difesa strenua dei valori di libertà e democrazia che ci contraddistinguono e su cui non transigiamo (come ben sanno i palestinesi). Dunque i soldi che non c’erano per gli ospedali, non c’erano per le scuole, non c’erano per le pensioni, magicamente ricompaiono per acquistare una valanga di armi da USA e Israele.

Perché Putin è alle porte, e chi non lo capisce è un sabotatore: “Non c’è un minuto da perdere!”

Ecco il gioco dei bussolotti può procedere all’infinito; quel che conta è che alla fine di ogni passaggio chi deteneva più capitali ne detenga ancora di più e chi tirava a campare pieghi la schiena un po’ di più. Quel che ci mettete in mezzo sono chiacchiere e bussolotti.

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giovedì 4 luglio 2024

Il Grande Fratello è buono - Andrea Zhok

 

Oggi, sfogliando un po' di siti di informazione online sono incappato in due notizie, nessuna delle due del tutto nuova.

La prima è la notizia della cessione del governo italiano delle infrastrutture di telecomunicazione nazionali, prima TIM, al KKR Global Institute, fondo americano presieduto dall'ex generale David H. Petraeus, ex direttore della CIA. 

Niente di anomalo, niente che non rientri nella fisiologia di questo paese.

Il governo "sovranista", quello che si imporpora d'orgoglio nazionale quando deve fare gli spottoni pre-elettorali, cede serenamente e sistematicamente ogni residuo di autonomia al capobastone americano. 

Per l'occasione, allarmi antifascisti non pervenuti.

I nostri sovranisti à la carte del "fascismo" hanno recepito più o meno solo il principio di cieca obbedienza gerarchica e un po' di darwinismo sociale. 

La cieca obbedienza al capobranco oggi si esercita in direzione di un padrone con passaporto americano e il darwinismo sociale si traduce in mercatismo (il mercato ha sempre ragione, il mercato è efficiente, il mercato è buono, in particolare se a comprare è un padrone a stelle e strisce.)

E incidentalmente, queste due ombreggiature "fasciste" - cieca obbedienza ai caporali di Washington e mercatismo - sono principi abbracciati entusiasticamente anche dal centrosinistra. 

Ricordiamo, di passaggio, che la dismissione delle telecomunicazioni venne inaugurata illo tempore dal centrosinistra, con Prodi: c'è qualcosa di esteticamente mirabile nel vedere che la parabola che si è aperta con Prodi viene oggi chiusa dalla Meloni.

La seconda notizia in cui sono incappato è un'articolessa su Repubblica, in cui si perorava la causa della didattica a distanza, spiegando nel titolo come "l'84% degli studenti si sente più sicuro e preparato grazie al mondo digitale".

Assumendo di rivolgermi a persone intelligenti non mi metterò neppure a refutare questa corbelleria. 

Vi troviamo l'usuale sparata percentuale (l'84% eh, mica cai) che mima la retorica scientifica, attraverso la quale questi incartamenti per il pesce gabellano la propria propaganda come "autorevole". 

Vi troviamo una balla sesquipedale, evidente a chiunque abbia constatato la mostruosa impennata dei problemi psichiatrici adolescenziali dopo la clausura (e la didattica a distanza) del covid.

Ma ci troviamo, soprattutto - e questo è ciò che fa venire i brividi - una quadratura mirabile - ancorché contingente - con la prima notizia.

Ricordiamo infatti cos'è esattamente la rete venduta agli americani. Riporto, a titolo di resoconto, un passaggio da fonte non sospettabile di antiamericanismo, una pagina del Corriere della Sera di qualche tempo fa: 

"La rete di telecomunicazioni di Tim è la più estesa d’Italia: è composta da oltre 21 milioni di chilometri di cavi in fibra ottica e copre l’89% delle abitazioni. È la principale infrastruttura per la trasmissione dei dati di cittadini, imprese e pubblica amministrazione. É considerata strategica per la sicurezza nazionale ed è lo snodo principale per la digitalizzazione del Paese, che passa per l’introduzione delle applicazioni digitali fondamentali per il futuro delle imprese italiane e per l’ammodernamento dei servizi al cittadino da parte della pubblica amministrazione previsto dal Piano di ripresa e resilienza."

Dunque, in sostanza.

Il Piano di ripresa e resilienza, insieme a tutti i vari progetti europei di digitalizzazione forzata, preme per estendersi anche alla formazione scolastica (donde l'articolessa pubblicitaria di Repubblica).

Il quadro della società che emerge come un desideratum è dunque quello di un mondo di interazioni massimamente digitalizzate, i cui veicoli sono sorvegliati o sorvegliabili, manipolati o manipolabili, a piacimento da un comando estero con agenda militare. 

Aggiungo una notazione laterale. 

Conosco fin troppo bene le reazioni del liberale italiano medio (cioè dell'elettorato mainstream) per non anticiparne la reazione automatica di fronte a simili osservazioni.

La loro reazione naturale è di vedere in tutte queste osservazioni i germi di un complottismo che vede piani malvagi e intenzioni di nocumento ovunque. 

Invece bisogna fidarsi. 

Perché il soggetto politico qui è il Blocco-del-Bene (progressismo, liberalismo, dirittumanismo, globalismo, americanismo). 

Ciò che in qualche misura diverte in questa forma di cecità selettiva è l'inavvertita inconsequenzialità. 

Infatti, è parte della concezione antropologica di fondo del liberale l'assunto che tutti gli agenti siano mossi sistematicamente da agende di interesse autoaffermativo, da egoismo, ambizione autoreferenziale, pulsione ad appagare la propria curva privata di utilità.

Tra i tanti difetti di una visione così deprimente dell'umano, almeno un aspetto potrebbe tornare utile in tempi oscuri come i presenti: sotto tali premesse dovrebbe almeno essere diffusa un'allerta costante, una cultura del sospetto rispetto a intenzioni e dichiarazioni "idealiste", una sfiducia nella "voce del padrone".

E invece - potenza del bispensiero - niente di tutto ciò accade. Rispetto al padrone reale in carica vige solo infinita fiducia nella sua superiore nobiltà e lungimiranza. 

Perché il Grande Fratello è buono.

E chi ne dubita è un complottista.

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lunedì 24 giugno 2024

La merda al potere

 

Ultima ora - Giancarlo Selmi

Secondo il ministro della cultura Gennaro Sangiuliano, Cristoforo Colombo fu motivato a prendere l’iniziativa del suo celebre viaggio, quello che incidentalmente lo portò a scoprire la presenza del continente americano, dalle teorie e dagli studi di Galileo Galilei.

Quindi Cristoforo Colombo era un veggente, visto che partì da Palos dalle 5 alle 6 del mattino del 3 agosto del 1492, mentre Galileo Galilei sarebbe nato quasi 72 anni dopo. Precisamente il 15 febbraio del 1564.

Domanda: quale dote dovrebbe avere un Ministro della Cultura? Dovrebbe avere cultura, vero? Mi sembra il minimo sindacale.

E allora, in virtù di quale legge della fisica, della chimica, della falegnameria, o di quale congiunzione astrale, Gennaro Sangiuliano è il capo di quel Ministero? Cosa ci fa in quel posto?

da qui

 

L’ignoranza conclamata in posti di responsabilità è un serio problema - Andrea Zhok

 

In questo paese siamo chiusi tra l’incudine di chi pensa che Galileo desse le istruzioni a Cristoforo Colombo e il martello di chi pensa che evitare questi strafalcioni per aver finito a calci e dispense un’università significhi essere colti.

L’ignoranza conclamata in posti di responsabilità è un serio quanto ovvio problema.

Ma esiste un’ignoranza più subdola e persino peggiore della prima, che è quella dei semi-colti, di quelli che, abituati a deridere (magari motivatamente) i famosi analfabeti funzionali, finiscono per ritenere che il possesso di un qualche pezzo di carta con valore legale, e magari la lettura degli inserti culturali dei quotidiani, conferisca una garanzia di superiore consapevolezza.

Il drammatico problema di questa seconda forma di ignoranza è che produce una forma estremamente specifica di ottusità, che possiamo chiamare “presunzione conformista”.

La presunzione conformista è quell’atteggiamento mentale che dispensa dalla riflessione critica e dalla ricerca del vero sostituendole con una nuova forma del principio di autorità.

È vero perché l’ha detto il tiggì.

È vero perché lo scrive Repubblica.

È vero perché c’era su Focus.

È vero perché lo ha detto Piero/Alberto Angela.

È vero perché lo ha detto Bassetti.

È vero perché lo scrive Wikipedia.

Questa forma di ignoranza è peggiore delle forme conclamate ed esteriormente manifeste perché – per dirla con il più celebre figlio di una levatrice – non sanno di non sapere.

Esiste l’ignoranza di chi non legge libri o fonti autorevoli.

Ed esiste l’ignoranza di chi pensa che aver letto dei libri o compulsato delle fonti sedicenti autorevoli consenta di cessare l’uso dei propri occhi.

L’ignoranza dei semi-colti, cioè la presunzione conformista, è quella forma mentis per cui se scoppia un incendio sotto casa apri l’Ansa per capire cosa succede;

per cui se ti rapinano in casa ti tranquillizzi con una statistica che spiega che è sempre accaduto;

per cui se devi abitare in tre in una stanza ti consoli con l’articolo che ti spiega come sia di gran moda;

per cui se fatichi a mettere insieme pranzo e cena ti rassereni pensando a quanto sarebbe peggio se non sorvegliasse le nostre sorti la BCE;

per cui credi che l’America sia una grande democrazia, Biden un gaffeur, Putin il nuovo Hitler, l’IDF l’esercito più morale del mondo, e che dopo vent’anni di euro lavoriamo un giorno in meno e guadagniamo come se lavorassimo un giorno in più.

L’analfabeta vede solo a breve distanza, e questa miopia può creare problemi.

Ma il semi-colto proietta panzane eterodirette a lunga distanza, immaginando di essere lungimirante; e questo produce catastrofi.

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