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domenica 6 marzo 2022

Craxi, Cuore e le sbarre: caro Serra era solo satira – Andrea Aloi

 

Lui, tra i pentiti dolenti per gli “eccessi” di Mani Pulite, un po’ facevo fatica a immaginarlo, eppure Michele Serra, in un branetto del documentario di Antonio Nasso 1992, l’anno del diluvio, visibile sul sito de la Repubblica, si duole, con parole al solito intelligenti, di alcune prime pagine “sopra le righe” pubblicate da Cuore in quegli anni ribollenti di polemiche, denunce, furori. Prime pagine dedicate a Craxi e al Psi. L’auto-tirata d’orecchi non riguarda per fortuna il titolo “Scatta l’ora legale, panico tra i socialisti”, di cui chi scrive queste note fu autore, ma quello che sovrastava una foto di Bettino dietro le sbarre: “Pensiero stupendo”, con evidente richiamo alla canzone di Patty Pravo. Parola a Serra: “Se avessi un diritto, uno solo, di censura postuma non farei la prima pagina con Craxi dietro le sbarre prima che venisse travolto dagli avvisi di garanzia”. Così Michele, il diretùr, come veniva citato nel colophon di Cuore, il “settimanale di resistenza umana” (così recitava il sottotitolo) che ho avuto l’onore e l’ottima sorte di far nascere, insieme a Serra stesso e a Piergiorgio Paterlini. Più che condivisibile, in generale, il resto della “confessione”: “Non è mai un pensiero stupendo qualcuno in galera. Lo è diventato a furor di popolo perché abbiamo perso un po’ di umanità”. Ma davvero quel titolo era un indice di disumanità forcaiola in quel contesto storico e su quelle pagine verdoline?

Da Mani Pulite sono passati trent’anni. Fu un robusto, magari in certi casi sconnesso e perfino discutibile tentativo di applicare la legge penale anche ai reati non di sangue, ma economico-sociali, come la corruzione, la concussione, l’evasione fiscale, tutte porcheriole che finiscono per mettere le mani in tasca ai cittadini che le tasse le pagano e sopportano costi maggiorati per opere pubbliche e affini. Ci furono suicidi tra gli indagati (Gabriele Cagliari, Raul Gardini), e pure non poche assoluzioni in corso d’opera, ma poi la fila degli imprenditori fuori dagli uffici di Colombo, Di Pietro & soci per confessare-denunciare c’era e mica ce la siamo sognata. Insomma, lo Stato, col potere giudiziario, incideva sull’onda di una discreta rabbia sociale qualche bubbone tangentizio, tipo la maxi bustarella ai partiti targata Enimont, su cui avrebbero gettato luce le dichiarazioni di un ex presidente della Montedison ed ex amministratore delegato della Ferruzzi Finanziaria dal nome abbastanza evocativo: Giuseppe Garofano. Suggestivo sì, perché di quella madre di tutte le tangenti si erano giovati tutti i partiti ma nell’insieme dei maneggi emersi con Mani Pulite il ruolo di primattore era stato quello del Psi, partito che portava nel simbolo un garofano, così come deciso dal segretario Bettino Craxi qualche anno prima.

Moralità della satira

Fin qui la cornice. Poi c’era la satira. Giusto per evocare l’appetito dei socialisti nel loro insieme e di quelli di rito ambrosiano in particolare (erano i tempi della “Milano da bere” e pure da spolpare), Cuore aveva pubblicato uno dei tanti titoli puntualmente indirizzati a sferzare l’evidente, debordante malcostume, arrivato a far lievitare i costi di ampliamento della metropolitana in modo quasi surreale, con cifre a chilometro ben più alte di quelle pagate negli altri paesi europei. Il titolo, con un occhio alla istituzione meneghina del Piccolo Teatro e al suo passato brechtiano, suonava così: “L’Opera da tre soldi ne doveva costare solo due”. Buona, anzi ottima la boutade, ma Cuore prima e durante la conflagrazione politico-sociale di Mani Pulite ci diede ben più dentro, come si dice, senza risparmio e ben lo si evince dai titoli citati da Serra. Perché i satiri – quelli che fanno sul serio, un nome per tutti: Vauro – s’incazzano forte in virtù di una speciale indignazione, di una inconciliabilità col buonpensare accomodante. Esagerano, usano il grottesco, il paradosso. Non puntano solo a far ridere, come gli umoristi. Giocano sporco, magari, e però lo fanno perché il bersaglio è, da Marziale in poi, in alto, ha armi, avvocati che sparano querele intimidatorie, capacità di influenzare media e nel caso di acquistarli. Il bersaglio si chiama Potere.

Bettino Craxi, con tutto il rispetto per la persona umana dovuto a chiunque, era il ras incontrastato di un partito spesso sovrapponibile a un comitato d’affari e dei più voraci. Craxi era il potere, potere forte, e trent’anni fa non aveva bisogno della compassione di una manciata di giornalisti prestati alla satira, trionfava in congressi para-coreani dominati dalla piramide dell’architetto Panseca, regalava alla fidanzata Ania Pieroni un’emittente tv, la romana GBR e potremmo continuare. Col segretario del Psi, Cuore si esercitò con gusto nel cosiddetto tormentone, dedicando attenzioni “morbose e persecutorie” non a un debole (Vieni avanti cretino) ma a un potentissimo (Vieni avanti Bettino). Mai l’avrebbe fatto con un leader in disarmo, sarebbe stato solo carognesco. Esagerò? Continuo a pensare che a debordare siano stati quei politici pizzicati con le mani nella marmellata. Dobbiamo ancora rimestare il discorso sui “limiti della satira”? Cuore pubblicò nel luglio del ’94 un libricino scritto e disegnato, dal titolo Com’è profondo il mare. Era dedicato alla strage di Ustica e qualcuno non gradì l’idea di proporre vignette satiriche (molte già uscite sulla rivista) su un tema così terribile. Peccato che tra i sostenitori più convinti di Com’è profondo il mare ci fosse proprio l’Associazione dei Parenti delle Vittime della Strage di Ustica. Il sottotitolo del librino lo spiegava civilmente benissimo: “Moralità della satira, immoralità della menzogna”. Credo che il sottotitolo fosse di Michele. Che fortunatamente si è dimenticato di un pezzetto di quella prima pagina cuoresca su Craxi e il “Pensiero stupendo”: sotto la fotona del leader socialista c’era la fotina del figlio Bobo, titolo “Pensierino stupendino”. La bontà, come ora va di moda, è sempre una virtù? O qualche volta la cattiveria è necessaria? Eravamo crudeli e gaglioffi? Può darsi. Liberatori-risarcitori per tanti lettori? Sì. Personalmente pentito? No.

Per tornare a Mani Pulite, al match magistratura contro politici maneggioni, non pensiamo, manco per scherzo, che fu il pool milanese ad abbattere la cosiddetta Prima Repubblica, perché lei esiste ancora e i vizi di quella stagione si sono moltiplicati. Oggi talvolta è lo Stato stesso a fornire l’assist ai corrotti (vedi i bonus edilizi, con quattro miliardi di euro “fumati” da una filiera di abili contraffattori, addirittura sorpresi dalla facilità della ruberia), non si corrompono più i politici, ma è la politica stessa che purtroppo, in certi pessimi casi, dà le carte, tra favori e torsioni della legge, in piena collaborazione con la famosa “gente”. I partiti? Ecco, quelli sì che, cullati dalla “fine della Storia”, si sono sfibrati e snaturati a forza di tirate contro le ideologie e i nemici del pragmatismo a basso profilo. La via giudiziaria può contribuire al risanamento morale di un Paese, ma non basta. Non è bastato ai tempi di Mani Pulite, non basterà mai. E forse non è sbagliato ravvisare nel celebre lancio di monetine a Craxi all’uscita dall’Hotel Raphael un primo germe di populismo. E pensare che a Bettino, una volta, le monetine piacevano…

da qui

mercoledì 28 ottobre 2020

Cinema e teatro, troppe proteste per un mese di chiusura - Oreste Pivetta


 

Se il celeberrimo marziano di Ennio Flaiano, senza prendersi l’incomodo di scendere sulla terra, s’affacciasse sul nostro facebook o ascoltasse qualche radio dovrebbe dedurre che gli italiani non sono solo un popolo di naviganti, di santi e di poeti, ma sono soprattutto un esercito di teatranti, di spettatori teatrali, di attori, di registi, di consumatori accaniti di Shakespeare, di cinefili affamati (con propensione netta per i cinepanettoni natalizi), oltre che di drogati dallo spriz.

 

Proteste contro le chiusure

Mai tante proteste si sono levate contro una decisione del governo in tempi di coronavirus, la decisione di chiudere teatri e cinema. Per un mese. Sottolineo: per un mese. Nella illusione che questo ed altri provvedimenti ci permettano, tra un mese, di cominciare a riaprire.
Sono il primo, come tanti altri, a dire che la 
cultura è risorsa centrale in un paese civile e che le istituzioni dovrebbero investire e investire molto di più per la cultura (magari a partire dalle scuole elementari, prima che dai teatri), che il degrado che sta vivendo questo paese nasce da lì, dallo smarrimento di valori culturali, dal dissesto della istruzione pubblica, dalla oscena comunicazione televisiva (sì, forse, per la salute pubblica sarebbe urgente chiudere anche la tv), eccetera eccetera.

 

Quanti sono gli spettatori di cinema e teatro

Però tanto alte grida di dolore per la chiusura di un mese di cinema e teatri francamente mi sconcertano. Riesco ancora a contare: secondo l’Istat nel 2018 solo il venti per cento (arrotondo per eccesso) della popolazione italiana dai sei anni in su dichiara di essere andata a teatro una volta almeno, è soprattutto tra i bambini e i ragazzi fino ai 19 anni che si registrano le quote più elevate di spettatori (quante volte mi sono lasciato travolgere a teatro da simpatiche scolaresche vocianti), per quasi l’84 per cento degli spettatori si registra un’affluenza a teatro che non oltrepassa le tre volte nell’anno, contro un 6,3 per cento di chi vi si reca sette volte o più (tra questi ultimi si distinguono le persone dai 55 anni in su)… Risparmio il fiume delle percentuali Istat e mi risparmio il cinema. Se si chiude un mese, tre spettacoli o sette spettacoli li si recupera in un amen e si pareggiano altrettanto alla svelta i conti con la propria ansia di cultura.

E’ ovvio che quanti lavorano nel teatro (penso ad attrezzisti, costumisti, elettricisti, falegnami, eccetera eccetera) hanno diritto a rivendicare un sostegno. Non so come: finanziamenti, cassa integrazione… Vale anche per il cinema: penso ai gestori di sale cinematografiche, già sufficientemente deserte ben prima dell’avvento del coronavirus (racconto sempre quando due anni fa, a Milano, all’Anteo mi capitò di assistere alla proiezione di Dogman, il bel film di Matteo Garrone, da solo, circondato dal vuoto totale: roba da prendersi paura).
Ma anche in questa protesta mi sembra di leggere il vizio nazionale (spolverato nobilmente di amor per la 
cultura), che si potrebbe riassumere in quell’acronimo anglosassone divenuto popolare a proposito di cave, discariche, strade, gallerie, gasdotti, inceneritori: Nimby, Not In My Back Yard, Non nel mio cortile sul retro. Chiudetemi tutto, ma non… la piscina, il ristorante, il bar, la palestra, il parrucchiere…

Ciascuno rivendica un dpcm su misura, come se la pandemia fosse solo affare degli altri, sempre accusando per ciò che non si è fatto, sempre indicando una giustificazione per i propri desideri, senza mai avvertire la responsabilità per ciò che si è combinato, dalle discoteche alle spiagge, dalle scampagnate sui monti al ritorno all’irrinunciabile movida.

 

I camion di Bergamo, gli intubati e i contagiati…

Ho sempre negli occhi la fila dei camion militari che attraversano Bergamo, gli “intubati” in attesa di sentenza, i quarantamila morti, i ventimila contagiati al giorno. Quest’altro lockdown di un mese è niente di fronte a quelle immagini: in fondo a teatri chiusi, a palestre chiuse, a ristoranti e bar semichiusi, continuiamo a mangiare, ad andare a scuola, a lavorare, a camminare, insomma, fortunatamente per molti di noi, a vivere. Dovremmo rallegrarci per un sacrificio a termine, partecipando alla salvaguardia di un interesse comune.

 

Messaggio da Hong Kong

P.s. Ho letto da qualche parte che il professor Crisanti indica come modelli da perseguire quelli adottati da Corea e da Taiwan.

Ricopio da un post apparso su facebook alcune righe di una signora (non cito il nome) che vive ad Hong Kong: “… io vorrei tanto tornare in Italia ma visto il modo scellerato in cui gli italiani (e gli europei in genere) stanno reagendo alla pandemia, non so quando sarà possibile. Gestire una pandemia è difficile e di sicuro le scelte sono discutibili. Però vi prego: c’è la pestilenza. Il mettere costantemente in discussione tutto non sta aiutando. Vi imploro di accettare una disciplina a tempo determinato che ci aiuti a superare questa crisi sanitaria. Noi a Hong Kong da dieci mesi viviamo a metà: con grande disciplina e pochissima polemica, ma ancora solo a metà. Mascherine per tutti sempre e senza storie, rare o inesistenti cerimonie religiose e nessun concerto o teatro. Qualche cinema ma non sempre. Qui applicano “sopprimere e rilasciare”: quando aumentano i casi sopprimono le attività. Quando diminuiscono aumentano. Quasi nessuno di noi è andato in vacanza per cercare di togliere fiato al virus. In Europa non capisco perché questo sia parso improponibile… qui bar e ristoranti hanno chiuso e i contagi sono scesi. Perché in Italia è tutto una polemica e un’opinione? C’è una pandemia! Non si può sperare che passi con questo costante “sì, ma così no” e mancanza totale di volontà di sottomettersi alle restrizioni inevitabili. Perché l’esempio asiatico (Corea, HK, Taiwan: democrazie o semi-democrazie) vi deve sembrare così inutile? Certo che le chiusure servono. Se le persone si vedono fuori ci sono due considerazioni: intanto fuori il contagio è inferiore che in locali chiusi. E se le persone si assembrano, multe. Da dieci mesi a HK abbiamo il massimo di 4 persone alla volta all’aperto (due al massimo da marzo a giugno). Dura, ma nessuna polemica all’italiana…”.

Scusate per la lunghezza del post scriptum.

da qui


Ma davvero il problema erano cinema e teatri? - Andrea Aloi

 

L’intervento di Oreste Pivetta su Strisciarossa (“Cinema e teatro, troppe proteste per un mese di chiusura”) è inappuntabile e condivisibile al 94%.

Ecco un 1 per cento di dissenso. Lamentare la chiusura di cinema e teatri non è uguale al dolersi per la serranda chiusa del parrucchiere (peraltro gli hair stylist rimangono aperti in base all’ultimo dpcm) o della palestra sotto casa per il semplice motivo che il tasso di contagiosità di una sala cinematografica ben regolamentata è tendente a zero, a differenza di una palestra. Di qui lo sconcerto di categorie dello spettacolo e relativi utenti. Non si tratta di cacciare la testa sotto la sabbia, di guardare le cose dall’alto di una villa in collina o di un attico ai Parioli, imbizzarrendosi perché si ritiene leso il proprio “particulare”.

 

Molto più normalmente: se si leggono le cifre della ricerca Agis (Associazione Generale Italiana dello Spettacolo) che registra, su un pubblico di oltre trecentomila spettatori, un solo contagio Covid da maggio all’inizio di ottobre dovuto alla presenza a concerti, proiezioni in sala, recite teatrali, un po’ si resta contrariati. Ciascun individuo è portatore di esigenze anche interiori e culturali, mica dico che sono istanze superiori alla permanente o ai colpi di sole, ma un pelino di rispetto in più non guasterebbe. Poi, è chiaro, la salute e la responsabilità verso la comunità in un tempo di emergenza vengono prima di tutto e se c’è da limitare – motivatamente – al massimo affollamenti sui mezzi pubblici di trasporto (è lì, pare, il nocciolo del problema per ciò che concerne cinema e teatri) lo si faccia e stop.

Pupi Avati e l’ordine pubblico

Ora il 5% di dissenso rimanente. Tra i motivi per cui le proteste contro la chiusura di cinema e teatri gli paiono risibili, Pivetta si diffonde ampiamente sulla esiguità dei relativi pubblici. Ovvero: non vedo masse accalcarsi nelle sale e nelle platee, zitti e buoni. Il che sarebbe in effetti e per contro un argomento ottimo per non infierire ulteriormente su un settore gracile, anche se meno negletto della scuola, dell’Università e della ricerca (scuole e università migliori e più frequentate, tra l’altro, porterebbero naturalmente ad aumentare il numero dei fruitori di cinema e teatro).

Gli intellettualini cinefili e i teatrofili, i lavoratori dello spettacolo e collegati comunque non daranno ulteriore fastidio, a parte qualche appello o raccolta di firme, né susciteranno problemi per l’ordine pubblico (certo che vedere Pupi Avati, Raoul Bova e Glauco Mauri con in mano i fumogeni sarebbe straniante). Quindi meriterebbero almeno il riconoscimento del diritto a dolersi di una misura che rispetteranno senza subire ramanzine. Sospetto che il governo abbia in questi giorni problemi di piazza più seri, con manifestazioni anche dure di uomini e donne sempre più impoveriti e preoccupati, con rigurgiti violenti ben distribuiti tra antagonisti di gauche, destraccia manesca, manodopera criminale e ultras del calcio. Un magma in cui è complesso affondare le mani e su cui è meno facile emettere sentenze.

Diritto al dissenso: difendiamolo, anche dentro le nostre coscienze. E stiamo attenti, in nome dell’emergenza, a non sentire troppa insofferenza per chi alza (educate e civili) voci fuori dal coro. Credo che – professionisti dei tafferugli a parte – molti italiani si sarebbero aspettati nei giorni scorsi una comunicazione migliore, più chiara da parte del governo. Un allarme motivato lanciato con parole chiare, senza magari tenersi nel cassetto (è un’ipotesi, visto quanto è si è saputo a proposito della prima ondata Covid) proiezioni e cifre preoccupanti. Questo Conte II – per quanto molto più digeribile del Conte I – è una coalizione congenitamente debole e i risultati si vedono, anche sul piano comunicativo, si spera non sulla tenuta del sistema. Per restare nell’ambito cinema-teatro, il ministro Franceschini ha garantito aiuti, come già fatto in primavera.

Che fare degli sciatori

Intanto in Alto Adige fanno valere l’autonomia e cinema e teatri restano aperti, insieme agli impianti sciistici. E pure in altre zone alpine stanno già passando la sciolina. Nel dpcm è scritto che “gli impianti sono aperti agli sciatori amatoriali solo subordinatamente all’adozione di apposite linee guida da parte della Conferenza delle regioni e delle Province autonome”,  idonee “a prevenire o ridurre il rischio di contagio”. E vogliamo che a breve non spuntino le linee guida apposite per impianti e alberghi? Quelle non si negano a nessuno. “Ridurre il rischio di contagio”? Per una sciata in montagna – dove naturalmente non ci si incontra mai tra gruppi o persone singole ed è pieno di vigili urbani sullo snowboard – c’è un rischio accettabile. In sala al cinema o a teatro, luoghi controllatissimi, invece no. Ok, non tutto si può capire. Per l’intanto adeguiamoci: c’è un buonissimo motivo per farlo. E un mese passa in fretta, ha ragione Pivetta. Purché basti.

da qui