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domenica 15 novembre 2020

La festa è qui - Ida Dominijanni


Non passa neanche un quarto d’ora dall’annuncio alla Cnn della vittoria di Joe Biden che su WhatsApp cominciano ad arrivare da San Francisco, Los Angeles, New York i video delle manifestazioni spontanee di esultanza. Dopo quattro giorni appesi all’ansia per la conta salta il tappo di quattro anni plumbei, aggressivi e depressivi, che avevano immerso nella malinconia il sogno americano. Non che adesso si apra un futuro radioso: asserragliato nella Casa Bianca con i suoi avvocati, il presidente sconfitto si rifiuta di telefonare al vincitore come prassi vorrebbe e promette ancora tempesta. Domani chissà che succede, ma adesso è il momento della festa. L’inviato politico afroamericano della Cnn piange in diretta: “Da oggi è più facile dire ai nostri figli in che paese vivono. We couldn’t breathe”. Non si respirava più. George Floyd è vendicato.

Passano ancora una decina di minuti e le tv cominciano a snocciolare i messaggi ufficiali di felicitazioni dei capi di stato e dei vertici europei: Merkel e Macron, Mattarella, Sassoli e Von der Leyen brindano al riavvicinamento delle due sponde dell’Atlantico. Il presidente sconfitto non riconosce il vincitore, ma il mondo sì: di fronte al fatto compiuto, diventa sempre più difficile per Trump inventarsi i suoi scoppiettanti “fatti alternativi”. Poche ore dopo, dal fortino dello Studio ovale arriverà una briciola di senno: il presidente uscente riconoscerà l’esito legale del voto, non si sa quando e a quali condizioni ma prima o poi, gli stanno spiegando i figli e gli avvocati, sarà costretto a farlo, la vittoria di Biden essendo tale che nessun riconteggio in questo o quello stato può metterla in discussione.

La direzione della storia
Kamala Harris sale sul palco del parcheggio tirato a festa e popolato di mascherine anticovid di Wilmington, la città di Joe Biden nel Delaware, quando in Italia sono passate le due di notte. È magnifica nel suo tailleur bianco, raggiante nei suoi tratti meticci, e d’improvviso con la sua comparsa si palesa la direzione vera che la storia sta prendendo. Il duello tra i due maschi bianchi ultrasettantenni che ha occupato fin qui il centro della scena sfuma come d’incanto sullo sfondo mentre in primo piano si materializza la metà rimossa della storia americana: “La genealogia delle donne nere, ispaniche, immigrate che come mia madre hanno aperto la strada a questo momento, che sono da sempre la spina dorsale della nostra democrazia, che hanno lottato in passato per il diritto di voto e che oggi continuano a lottare per farsi ascoltare”. Figlia di immigrati, nera, asiatica, Kamala Harris è la prima donna a varcare da vicepresidente la soglia della Casa Bianca e a varcarla senza essere la moglie di nessuno, “ma di certo non sarò l’ultima”: un nuovo primato apre una nuova possibilità. Interrotta da Trump, la narrativa del sogno americano può ricominciare.

Biden si incarica di completarne il canovaccio, presentandosi come da copione come il presidente di tutti: “Non ci sono stati blu e stati rossi, ci sono solo gli Stati Uniti d’America”. Ringrazia l’immensa moltitudine dei suoi che si è mobilitata per eleggerlo – mai nella storia tanti voti, quasi 75 milioni, un altro primato – ma ha di fronte un paese spaccato in due e deve riunificarlo in qualche modo; nomina uno per uno i segmenti della coalizione sociale che sono confluiti sul suo nome, “i neri, i bianchi, i latini, i gay e gli etero” ma fa appello agli sconfitti, “vi capisco, anche a me è capitato di perdere, non è piacevole, ma adesso siamo tutti americani”, e lui è lì “per guarire l’America” e ritrovarne l’anima “col potere dell’esempio e l’esempio del potere”.

We did it!
Come sempre nei momenti topici, l’istantanea del palco di Wilmington restituisce lo stato delle cose più di mille analisi politologiche. Con la sua sola fisicità, ma anche con la sua retorica scarna e diretta – “Hi Joe, we did it!”, così la sua telefonata di congratulazioni a Biden – Harris archivia d’un botto l’estetica mortifera, plastificata e berlusconiana, della corte di Trump, e d’un botto riporta alla memoria quella piena di vita e di futuro della famiglia nera che nel 2008 era salita sull’indimenticabile palco del parco di Chicago. Il backlash trumpiano, suprematista e razzista, che nel 2016 aveva cercato di mettere una pietra tombale sull’era obamiana sconfiggendo al contempo la prima candidata bianca alla presidenza viene fermato non per caso dall’ex vice, bianco, di Obama e da un’altra donna, meticcia come Obama. Nei momenti topici, la storia presenta sempre il conto e i conti, alla fine, tornano.

La narrativa progressista dell’esperimento americano può ripartire, ma non siamo nel 2008, se non per il fatto che oggi come e più di allora, incombe sul governo democratico una crisi economica di proporzioni incalcolabili. Quattro anni di populismo suprematista lasciano un segno anch’esso incalcolabile e non si sa quanto cicatrizzabile, e dalle urne esce un paese spaccato in due come una mela, polarizzato politicamente e soprattutto, in una delle due metà, psichicamente bipolare, oscillante fra fissazioni identitarie e incubi complottistici, cognitivamente disorientato sul confine perduto tra vero e falso. L’anima dell’America, quella che Biden evoca come discendente dai Lumi e alleata della scienza al tempo del covid, faticherà non poco a riportare alla razionalità politica l’emotività postpolitica del popolo trumpiano. E non si tratta soltanto, come pensano in coro molti commentatori di casa nostra, di mettere all’opera l’abilità da politico di lungo corso di Biden, la sua sperimentata capacità di mediare con un senato che probabilmente resterà repubblicano e di comporre una squadra di governo incorporando i moderati della sua coalizione e magari qualche repubblicano in fuga dal trumpismo. Le cose saranno più complicate, e lo schema di gioco, per fortuna, meno scontato.

Guardando all’esito del voto infatti, e in attesa che le consuete analisi sociologiche forniscano dati più precisi sulla sua composizione demografica, sociale e culturale, il quadro che emerge è più articolato di quello che impazza nei nostri talk. Per quanto polarizzata, la situazione non è affatto simmetrica, e soprattutto non sospinge affatto verso un’ennesima riedizione del già perdente centrismo democratico. In primo luogo, la partecipazione oceanica al voto è il segnale di una politicizzazione vitale della società americana, di cui un vettore è stato indiscutibilmente lo stesso populismo trumpiano, ma l’altro, altrettanto indiscutibilmente, è stata la mobilitazione incessante dei movimenti di contestazione del trumpismo. Lo dice benissimo Harris nel suo discorso: “La democrazia non è uno stato, è un atto. Non è garantita, è forte solo se non la diamo mai per scontata e la difendiamo praticandola. Per quattro anni avete lottato per le nostre vite e per il nostro pianeta, e poi avete votato”: senza di voi, sottinteso, non ce l’avremmo fatta.

In secondo luogo, la vittoria di Biden, per quattro lunghi giorni sul filo del rasoio, alla fine non è affatto una vittoria di misura. Non solo numericamente, per via dei quasi cinque milioni di voti di scarto rispetto a Trump (dei quali più della metà californiani, tanto per capire da che parte batte il vento del cambiamento), ma soprattutto politicamente. Biden ha riportato a casa il voto operaio bianco del “muro blu”, ha strappato a Trump alcuni stati decisivi, gli ha conteso l’elettorato frammentato ma cruciale della suburbia metropolitana, ha prevalso tra i neri e, salvo che in Florida, fra gli ispanici del sud e del sudovest, già determinanti per la sua vittoria alle primarie, ha raccolto il sostegno, preparato da Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez, della nuova classe operaia, se così possiamo chiamarla, fatta di precari ed essentials. È vero ovviamente che Biden non avrebbe vinto senza il sostegno di larghi settori dell’establishment centrista; ma è altrettanto vero che non avrebbe vinto neanche senza il sostegno della sinistra dentro e fuori il suo partito. È la differenza cruciale che passa fra la vittoria di “zio Joe” oggi e la sconfitta di Hillary Clinton ieri.

La partita di Bernie Sanders
Niente è stato frutto del caso, e anche per questo – in terzo luogo – il risultato è carico di valore politico. Non è vero, e non è mai stato vero, che Sanders sarebbe stato un candidato migliore: Biden ha fatto bene a perseverare quando, all’inizio delle primarie, era dato da tutti per spacciato e Sanders pareva volare; la parola d’ordine della maggiore “eleggibilità” del candidato moderato ha funzionato. Ma ha funzionato solo perché l’hanno sostenuto l’ala radicale dei dem e un movimento sociale plurale e intelligente che si è snodato in tante forme, dalle women’s march al #MeToo, da Black lives matter al sabotaggio del muslim ban, dalle lotte dei precari alla magnifica campagna elettorale vincente delle candidate di nuova generazione nel mid term.

Perciò, se il sentiero della pacificazione con i repubblicani e con il popolo trumpiano è stretto, la strada di un’alleanza stabile fra moderati e radicali è obbligata. Niente destina Biden a una deriva centrista: l’anima americana che lui invoca, di un’America devastata non solo dal trumpismo ma anche dalla pandemia e dal tracollo economico, ha bisogno con ogni evidenza di una svolta riformista. Se l’immaginario dei movimenti ha pescato nella storia lunga delle lotte contro la segregazione razziale, l’immaginario democratico deve pescare, oggi, nella memoria rooseveltiana del New Deal.

Si vedrà nel frattempo che ne sarà del lascito di Trump, che non ha solo mantenuto, com’era nelle previsioni, il suo consenso ma l’ha accresciuto, non solo nelle zone rurali ma perfino in settori insospettabili come l’elettorato femminile bianco e in quello gay, a dimostrazione che il populismo scompagina tutte le caselle e le linee di conflitto novecentesche con cui siamo abituati a ragionare. Il presidente sconfitto non ha molti appigli per le sue fantasie golpiste: il rito del voto ha tenuto, e il sistema giudiziario non è nelle sue mani per quanto lui abbia fatto di tutto per appropriarsene, dai tribunali statali alla corte suprema. La forma democratica ha retto al suo assalto e reggerà a quello eventuale dei Proud boys. Anche per lui, la strada è solo politica: deve decidere che fare del capitale di consenso accumulato, e lo stesso dovrà fare il suo partito, per ora incerto fra la tentazione di mollarlo e quella di incassare il suo malloppo di settanta milioni di voti.

Nel mondo intanto l’internazionale sovranista, dal Sudamerica all’Europa dell’Est, d’improvviso piange. Quanto a noi qui sull’altra sponda dell’Atlantico, abbiamo capito che il sovranismo populista può portare le pericolanti democrazie occidentali sull’orlo del baratro, ma può essere sconfitto, quando il popolo plurale che si mobilita dal basso intorno a valori di uguaglianza, giustizia sociale e solidarietà prevale sul popolo mobilitato dall’alto e compattato da leader superomisti sulla base di valori gerarchici e identità escludenti. Forse la politica può rimettersi in moto anche da questa parte dell’oceano.

da qui

martedì 6 ottobre 2020

Oltraggio - Giovanni De Mauro

“L’anno in cui ha vinto le elezioni, Donald J. Trump ha pagato 750 dollari di tasse sul reddito. Nel suo primo anno alla Casa Bianca, ha pagato altri 750 dollari. Non ha pagato tasse in dieci dei quindici anni precedenti, in buona parte perché ha dichiarato di aver perso molti più soldi di quanti ne ha guadagnati”.

Il New York Times ha passato al setaccio migliaia di pagine di documenti. E la conclusione è che Donald Trump, uno degli imprenditori più famosi e ricchi degli Stati Uniti, ha grossi guai finanziari e debiti in scadenza per 400 milioni di dollari. Le poche imprese che gli vanno bene stanno in piedi perché si avvantaggiano del suo essere presidente. E sulle centinaia di milioni di dollari che incassa ogni anno dalle varie attività ha pagato poche tasse anche perché gli affari gli vanno così male che ha avuto diritto a cospicue detrazioni fiscali e ha usato con scaltrezza tutte le norme disponibili per eludere le imposte.

“Da un punto di vista sostanziale, tuttavia, l’elusione fiscale di Trump è meno importante della conferma di ciò che molti già sospettavano: la sua immagine accuratamente coltivata di uomo d’affari di grande successo è, come direbbe lui, una fake news. In realtà, ha fatto un pessimo lavoro nella gestione dei suoi affari”, ha scritto Paul Krugman sul New York Times.

Resta l’oltraggio di così poche tasse pagate da un imprenditore che, calcola Forbes, ha un patrimonio di 2,5 miliardi di dollari. La deputata democratica Alexandria Ocasio-Cortez, che prima di essere eletta lavorava come cameriera in un bar, ha scritto su Twitter: “Nel 2016 e nel 2017 ho pagato migliaia di dollari all’anno in tasse facendo la barista. Trump ha pagato 750 dollari. Ha contribuito a finanziare le nostre comunità meno delle cameriere e degli immigrati senza documenti. Donald Trump si preoccupa più di se stesso che del nostro paese”. È ricchissimo, ha montagne di debiti, paga meno tasse possibile: il ritratto del perfetto capitalista.

da qui

lunedì 15 luglio 2019

Le nostre Parlamentari al Congresso di Washington


foto fornita da Ava DuVernay

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Sul profilo Tweet di Donald Trump, non un ubriacone al bar, ma proprio il Presidente degli Stati Uniti d’America, è apparso il seguente commento:

“È interessante vedere come le Deputate Democratiche “Progressiste”, che originariamente arrivarono da paesi i cui governi sono una completa e totale catastrofe, i peggiori, i più corrotti e inetti che esistono al mondo (se pure hanno un governo che funziona), adesso a voce alta e con cattiveria dicono alla gente degli Stati Uniti, la più grande e potente Nazione del mondo, come dovrebbe agire il governo. Perché non se ne tornano indietro e aiutano i paesi, totalmente falliti e infestati dal crimine, da cui sono arrivate. Poi possono ritornare e farci vedere quello che avranno fatto. Quei paesi hanno maledettamente bisogno del vostro aiuto, dovete andarci più in fretta che potete. Sono sicuro che Nancy Pelosi sarebbe molto felice di farvi gratis i biglietti.”


Subito dopo, sul profilo Tweet di Trump interviene Ryan Hill, di Detroit, che scrive:
“…arrivarono da paesi i cui governi sono una completa e totale catastrofe…”. Hai proprio ragione. Il paese da cui arrivarono (gli USA) è guidato da un corrotto e aspirante dittatore da quattro soldi. Alexandria Ocasio-Cortez è nata nel Bronx, lo stesso luogo dove è nato tuo padre.

Solo perché a te non frega niente (sono stato gentile, ndt) di Porto Rico non significa che non sono Cittadini degli Stati Uniti. Forse dovresti prendere in mano un libro di storia! Il Jones-Shafroth Act approvato il 2 marzo del 1917 concedeva la cittadinanza ai Portoricani.

Rashida Tlaib è di Detroit! Io so che a te non piacciono le persone di Colore, ma questo non le rende meno Americane! Una delle cose più americane che le ho sentito dire è: Dire la verità al Potere.
I Genitori di Rashida Tlaib sono Immigrati Palestinesi – E Allora? Gli Stati Uniti sono stati creati dagli Immigrati! Tua madre proviene dalla Scozia… Con questa logica neanche tu dovresti essere considerato un Americano.

Hmm…Aiutami a ricordare! In che Paese si trova Cincinnati? Giusto – negli Stati Uniti d’America! Ayanna Pressley è dell’Ohio! Lo so che è tua abitudine delegittimare i Neri, ma, tanto per saperlo, la sua famiglia vive in questo paese da molto più tempo della tua! E quindi… Siediti un po’!

Per quanto non sia nata qui Ilahn Omar è Americana come chiunque altro. È arrivata qui grazie al nostro programma d’asilo. I suoi genitori hanno lavorato duro e adesso Ilhan sta facendo la storia come una delle prime Donne Musulmane al Congresso. Lei è l’immagine del Sogno Americano!

Trump può dire tutte le bugie che vuole, ma non può cambiare i fatti! Ci ha provato con Barack Obama! Trump fa così perché ha paura. Non può sopportare il fatto che le persone che non piacciono a lui abbiano potere e importanza!

(è tutto qui )

traduzione di Francesco Masala

sabato 20 aprile 2019

A Message From the Future With Alexandria Ocasio-Cortez - Naomi Klein

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A MESSAGE FROM THE FUTURE WITH ALEXANDRIA OCASIO-CORTEZ - Naomi Klein


(Video by Molly Crabapple)

TODAY, THE INTERCEPT launches “A Message From the Future With Alexandria Ocasio-Cortez,” a seven-minute film narrated by the congresswoman and illustrated by Molly Crabapple. Set a couple of decades from now, it’s a flat-out rejection of the idea that a dystopian future is a forgone conclusion. Instead, it offers a thought experiment: What if we decided not to drive off the climate cliff? What if we chose to radically change course and save both our habitat and ourselves?
What if we actually pulled off a Green New Deal? What would the future look like then?
This is a project unlike any we have done before, crossing boundaries between fact, fiction, and visual art, co-directed by Kim Boekbinder and Jim Batt and co-written by Ocasio-Cortez and Avi Lewis. To reclaim a phrase from House Speaker Nancy Pelosi, it’s our “green dream,” inspired by the explosion of utopian art produced during the original New Deal.
And it’s a collaboration with a context and a history that seems worth sharing.
Back in December, I started talking to Crabapple — the brilliant illustrator, writer, and filmmaker — about how we could involve more artists in the Green New Deal vision. Most art forms are pretty low carbon, after all, and cultural production played an absolutely central role during Franklin D. Roosevelt’s New Deal in the 1930s.
We thought it was time to galvanize artists into that kind of social mission again — but not in a couple of years, if politicians and activists manage to translate what is still only a rough plan into law. No, we wanted to see Green New Deal art right away — to help win the battle for hearts and minds that will determined whether it has a fighting chance in the first place.
Crabapple, along with Boekbinder and Batt, have been honing a filmmaking style that has proved enormously successful at spreading bold ideas fast, most virally in their video with Jay Z on the “epic fail” of the war on drugs. “I would love to make a video on the Green New Deal with AOC,” Crabapple said, which seemed to me like a dream team.
The question was: How do we tell the story of something that hasn’t happened yet?
We realized that the biggest obstacle to the kind of transformative change the Green New Deal envisions is overcoming the skepticism that humanity could ever pull off something at this scale and speed. That’s the message we’ve been hearing from the “serious” center for four months straight: that it’s too big, too ambitious, that our Twitter-addled brains are incapable of it, and that we are destined to just watch walruses fall to their deaths on Netflix until it’s too late.
This skepticism is understandable. The idea that societies could collectively decide to embrace rapid foundational changes to transportation, housing, energy, agriculture, forestry, and more — precisely what is needed to avert climate breakdown — is not something for which most of us have any living reference. We have grown up bombarded with the message that there is no alternative to the crappy system that is destabilizing the planet and hoarding vast wealth at the top. From most economists, we hear that we are fundamentally selfish, gratification-seeking units. From historians, we learn that social change has always been the work of singular great men.
Science fiction hasn’t been much help either. Almost every vision of the future that we get from best-selling novels and big-budget Hollywood films takes some kind of ecological and social apocalypse for granted. It’s almost as if we have collectively stopped believing that the future is going to happen, let alone that it could be better, in many ways, than the present.
The media debates that paint the Green New Deal as either impossibly impractical or a recipe for tyranny just reinforce the sense of futility. But here’s the good news: The old New Deal faced almost precisely the same kinds of opposition — and it didn’t stop it for a minute…

mercoledì 17 aprile 2019

Trump usa il 9/11 per aizzare l’America contro Ilhan Omar




Stati uniti. Minacce di morte in aumento per la deputata dem dopo i tweet del presidente e una prima pagina del «New York Post». Anche la «terrorista interna» Ocasio-Cortez nel mirino

La congresswoman di origine somala Ilha Omar a Washington - Marina Catucci

Ilhan Omar, deputata di sinistra, musulmana di origine somala, ha denunciato un aumento delle minacce di morte da quando Donald Trump ha postato un video su Twitter con immagini degli attentati del 9/11 montati con stralci di un discorso dove Omar ha detto che il Consiglio sulle relazioni islamo-americane «è stato fondato dopo l’11 settembre perché hanno riconosciuto che alcune persone hanno fatto qualcosa e che tutti noi abbiamo iniziato ad accedere alle libertà civili», accusandola cosí di minimizzare gli attacchi terroristici.
OMAR, CHE RICEVE MINACCE di morte sin dalla campagna elettorale per le elezioni di midterm, ha accusato Trump di incoraggiare la violenza della destra estrema e, su Twitter, ha ringraziato la speaker della Camera, Nancy Pelosi, per aver dato maggior protezione a lei, alla sua famiglia e ai suoi collaboratori, da parte di polizia e Fbi. Ciò che si teme sono attacchi da parte di attivisti di estrema destra, o di gruppi islamofobi fedeli a Trump e che da tempo l’hanno giurata alla deputata musulmana, o il gesto di uno squilibrato armato.
I primi a dare solidarietà a Omar sono stati Bernie Sanders ed Elizabeth Warren, poi a uno a uno tutti i rappresentanti dei democratici, la Women’s March e le organizzazioni che si oppongono a questo regime politico razzista.
Il giorno seguente il tweet di Trump il New York Post, unico giornale ad aver dato l’endorsement al tycoon, ha pubblicato in prima pagina una fotografia delle Twin Towers in fiamme e il titolo: «Ecco il tuo “qualcosa”. 2.977 morti per terrorismo», provocando reazioni su i social e nei gruppi WhatsApp per gli yemeniti americani a New York, preoccupati che la copertina del giornale incitasse alla violenza anti-musulmana.
SABATO MATTINA, i più importanti proprietari di alimentari tradizionalmente gestiti da yemeniti newyorkesi hanno smesso di vendere il giornale, e i tassisti yemeniti hanno distribuito volantini per spiegare le ragioni del boicottaggio agli altri negozi. Domenica, la Yemeni American Merchant Association ha annunciato il boicottaggio formale durante una conferenza stampa fuori dell’edificio della News Corporation a Midtown Manhattan, che ospita il New York Post.
TRUMP, INCURANTE delle polemiche, è tornato ad attaccare Omar, e lo ha fatto nuovamente con un tweet in cui definisce la deputata «antisemita», «fuori controllo» e animata da uno spirito di «odio irriconoscente verso gli Usa», ha poi attaccato Nancy Pelosi rea di proteggere l’incolumità di Omar.
La mossa di Trump non ha entusiasmato il Partito repubblicano, indignato più che altro per la strumentalizzazione del 9/11, mentre Omar ha scritto su i social: «Non mi sono candidata per rimanere in silenzio e nessuno per quanto corrotto, incapace o vizioso che sia potrà mai minacciare l’amore che ho per l’America. Resto qui, inamovibile, e continuerò a lottare per pari opportunità, diritti e felicità per tutti gli americani». Omar sta vivendo gli attacchi peggiori, ma minacce di morte sono arrivate anche ad Alexandria Ocasio-Cortez, uno dei target preferiti dei repubblicani, definita «un terrorista interno».
«OGNI VOLTA che questa retorica dei conservatori si manifesta – ha detto Ocasio-Cortez – abbiamo un picco di minacce di morte da riferire alla polizia del Congresso. Diverse persone sono già state arrestate per aver cercato di fare del del male a me o a Ilhan».

sabato 9 marzo 2019

Ilhan Omar, continua così - Gideon Levy



Forse il Mogadiscio si rivelerà fonte di speranza. Questa città devastata dalla guerra è stata la culla della più promettente rappresentante del Congresso degli Stati Uniti .
Ilhan Omar  non è solo una  dei primi due membri musulmani della Camera dei rappresentanti,  ma potrebbe annunciare un cambiamento radicale . "Hamas è entrato nella Camera", Roseanne Barr è stato pronta  a gridare; "Un giorno nero per Israele", ha twittato Donald Trump. Né Hamas né un giorno nero, ma un barlume di speranza a Capitol Hill.
Forse, per la prima volta nella storia, qualcuno oserà dire la verità al popolo americano, nonostante le accuse feroci di antisemitismo senza chinare la testa. Le possibilità che ciò accada non sono grandi; il selvaggio motore della lobby ebraica e degli "amici" di Israele sta già facendo tutto il possibile per calpestarla.
Il presidente ha menzionato la rimozione di lei dal Comitato per le relazioni estere del Senato e il Congresso è stato fissato per approvare una risoluzione, la seconda in un mese, contro le  "espressioni antisemitiche" di Omar.

Quando americani ed europei smetteranno di correre spaventati ogni volta che qualcuno grida "antisemitismo"? Fino a quando Israele e l'establishment ebraico riusciranno a sfruttare (l'esistente) antisemitismo come uno scudo contro le critiche? Quando il mondo oserà distinguere tra la legittima critica di una realtà illegittima e l'antisemitismo?
Il divario tra questi due concetti  è fantastico. C'è l'antisemitismo che si deve combattere  e c'è critica nei confronti di Israele e degli establishment  ebraici che è indispensabile sostenere. Manipolazioni esercitate dalla macchina della propaganda israeliana e dall'establishment ebraico sono riuscite a rendere identiche le due questioni.
Questo è il più grande successo dell'hashbara del governo israeliano: dì una parola critica su Israele e sei etichettato come antisemita. Se  etichettato come antisemita, il tuo destino è ovvio. Omar deve rompere questo ciclo maledetto. La  giovane rappresentante del Minnesota è pronta per questo? Può sopportare i centri di potere che si sono già mobilitati contro di lei?
Forse è importante che lei sappia che ci sono persone in Israele che incrociano le dita per lei?
Il suo successo e quello dei suoi colleghi del Congresso, Rashida Tlaib del Michigan e Alexandria Ocasio-Cortez di New York, potrebbero essere le prime rondini che annunciano l'arrivo della primavera. Questa è la molla per esprimere liberamente le proprie opinioni su Israele in America. Cortez ha già chiesto questa settimana perché l'attacco  non è destinato ad altri gruppi condannati con le stesse  dichiarazioni contro Israele.
Cosa, dopo tutto, ha detto Omar? Che gli attivisti filo-israeliani chiedono  "fedeltà a un paese straniero" ; che i politici statunitensi sostengono Israele a causa del denaro che ricevono dal gruppo di pressione filo-israeliano AIPAC, e che " Israele ha ipnotizzato il mondo ". Cosa c'è di sbagliato in queste dichiarazioni? Perché descrivere la realtà è considerato antisemita?
Gli ebrei hanno un potere immenso negli Stati Uniti, ben oltre la dimensione  della loro comunità e il sostegno cieco dato a  Israele solleva domande legittime sulla doppia lealtà. Il loro potere deriva dal successo economico, dalle capacità organizzative e dalla pressione politica che esercitano. Omar ha avuto il coraggio di parlare di questo.
Immagina solo cosa proverebbero gli israeliani e gli ebrei se gli americani musulmani avessero lo stesso potere politico, economico e culturale degli ebrei. Tale potere, soprattutto l'ebbrezza del potere che ha preso possesso dell'establishment ebraico, ha un prezzo. Omar e i suoi colleghi stanno cercando di  evidenziare ciò .
A causa della lobby israeliana gli Stati Uniti non sanno la verità su ciò che sta accadendo qui. I membri del Congresso, i senatori e gli shaper dell'opinione pubblica vedono solo la  vittima  israeliana e il terrorismo palestinese, apparentemente emerso dal nulla,i  razzi Qassam e  i palloncini incendiari. Nessuno  dice  una parola sull'occupazione, sull'esproprio, sui rifugiati e sulla tirannia militare. Domande come dove vanno i soldi e se  ciò è funzionale agli interessi americani sono considerati eresie. Quando si parla di Israele non si devono porre domande o sollevare dubbi.
Anche questo ciclo deve essere rotto. Non è giusto e non è buono per gli ebrei. Omar sta ora cercando di introdurre un nuovo discorso nel  Congresso e nell'opinione pubblica. Grazie a lei e ai suoi colleghi c'è la possibilità di cambiare in America. Da Israele le mandiamo i nostri auguri di successo.
Quando il mondo oserà distinguere tra la legittima critica di una realtà israeliana illegittima e l'antisemitismo?

venerdì 27 luglio 2018

Alexandria Ocasio-Cortez, candidata pro-Palestina un passo più vicina al Congresso dopo la vittoria del voto di New York



Il Partito Democratico degli Stati Uniti questa settimana ha subito un vero shock quando una 28enne ex-organizzatrice della candidatura presidenziale di Bernie Sanders ha cacciato un veterano del partito dal suo piedistallo al Congresso con una campagna su giustizia sociale, uguaglianza e sostegno del popolo palestinese.
Alexandria Ocasio-Cortez, figlia di  operai immigrati, ha vinto martedì scorso le primarie democratiche nel quattordicesimo distretto congressuale di New York, battendo Joe Crowley, in carica da dieci anni, che era uno dei favoriti a diventare il leader del partito. Il risultato ha prodotto un’onda d’urto con politici e esperti che chiedono cosa significhi la vittoria di una sostenitrice progressista della giustizia sociale per una qualsiasi carica.
La campagna di Ocasio-Cortez, che si è collegata con le comunità di base ed è stata condotta su una piattaforma per la giustizia sociale e l’uguaglianza, ha ricevuto consensi. Alcuni democratici hanno descritto il suo approccio come la ricetta per riportare i Democratici al potere.
La visione di Ocasio-Cortez su Israele e Palestina ha anche ricevuto un’ampia attenzione dei media. La candidata democratica ha espresso il suo sostegno ai palestinesi durante le proteste della Giornata della Terra a Gaza, in cui 135 palestinesi sono stati uccisi dalle forze di occupazione israeliane e altri 13.000 sono rimasti feriti.
“Questo è un massacro”, ha twittato Ocasio-Cortez.
“Spero che i miei colleghi abbiano il coraggio morale di chiamarlo così”.
“Nessuno Stato o entità è assolto dalle sparatorie di massa su manifestanti. Non c’è giustificazione. Il popolo palestinese merita dignità umana fondamentale, come chiunque altro.”
Glenn Greenwald, un esperto di Intercept, ha detto che il tweet ha attirato molta attenzione perché è raro vedere qualcuno nella politica ufficiale parlare con “così chiari termini morali che denunciano in questo modo l’aggressione militare del governo israeliano”.
Greenwald ha osservato che era politicamente suicida per i candidati prendere una posizione anti-israeliana. I candidati di successo, ha detto, avevano bisogno di dimostrarsi “inflessibilmente fedeli a Israele”. Alla domanda di Greenwald se sentiva di dover prendere una posizione così dura contro Israele nonostante il costo politico, Ocasio-Cortez ha detto che è stata costretta a prendere la posizione che ha preso riguardo alla Palestina per motivi morali.
“Il mio background è di educatrice, organizzatrice e attivista”, ha detto Ocasio-Cortez. “E penso di essere stata costretta principalmente da motivi morali, perché posso solo immaginare che 60 persone potessero essere uccise a colpi di arma da fuoco a Ferguson o che 60 persone potessero essere uccise a colpi di arma da fuoco durante lo sciopero degli insegnanti nella Virginia dell’Ovest” riferendosi ai diritti civili e alle proteste dei diritti dei lavoratori tenute negli Stati Uniti negli ultimi anni.
“L’idea che non dovremmo parlare di persone che muoiono quando prendono parte ad una espressione politica mi ha davvero colpita. E in corsa per la carica, vedere un silenzio del genere su questa questione per me è stato piuttosto interessante.”
Ocasio-Cortez ha sottolineato che la sua famiglia è portoricana, un territorio statunitense “a cui non viene concesso alcun diritto o rappresentanza civica”. “Non posso immaginare che potesse calare il silenzio se 60 persone fossero state uccise per le proteste contro la negligenza degli Stati Uniti nella FEMA [l’agenzia federale di gestione delle emergenze] e per il modo in cui ci tengono su quell’isola,” ha aggiunto, facendo riferimento alla lenta risposta federale alla devastazione operata sull’isola dall’uragano Maria che ha colpito l’anno scorso.
La candidata democratica ha anche fatto notare la diversità del suo distretto congressuale e ha affermato che molti elettori ebrei e musulmani l’hanno ringraziata per la posizione che ha assunto su Twitter.
“La gente a New York dice che questo è un suicidio politico, e così via, ma ho tanti dei miei elettori che mi ringraziano per aver preso quella posizione”, ha continuato Ocasio-Cortez. “Penso che con la stessa lente che ho usato io, le persone stiano separando le azioni e lo status dei palestinesi dalla geopolitica dell’area. Penso che le persone stanno cominciando a guardare solo alla situazione umanitaria del popolo palestinese attraverso una lente umanitaria“.
Anche il senatore del Vermont Bernie Sanders, ex capo di Ocasio-Cortez, ha preso allo stesso modo linee dure contro il governo israeliano.


Traduzione: Simonetta Lambertini – Invictapalestina.org