Appunti di un mese in Cina, con Arlacchi come compagno di viaggio
Una sensazione precisa mi ha accompagnato lungo quasi un mese di viaggio in
Cina, da Pechino a Xi’an, da Chengdu alla vertigine di Chongqing, poi verso
Guilin e Yangshuo, fino alla modernità di Shenzhen e alla stratificazione anomala
di Hong Kong, prima del ritorno alla capitale. Lo stupore per le dimensioni del
Paese, per la velocità dei treni, per la densità delle metropoli, per la
tecnologia ormai fusa con i gesti più ordinari della vita quotidiana si consuma
in fretta, come ogni meraviglia turistica. Quello che resta, e che continua a
lavorare sottopelle giorno dopo giorno, è più profondo: è l’impressione di
attraversare una società che tratta il presente come materia ancora plasmabile
e considera il futuro una costruzione politica e organizzativa, un orizzonte da
conquistare.
Questa percezione nasce da fatti molto concreti, dalla puntualità dei
trasporti alla pulizia degli spazi pubblici, dalla qualità di infrastrutture
capaci di servire una popolazione immensa alla continuità dei servizi,
dall’ordine di stazioni attraversate ogni giorno da masse umane di dimensioni
per noi inconcepibili alla capacità di rendere semplice ciò che, dalle nostre
parti, sembra complicarsi anno dopo anno. E, tuttavia, il punto decisivo cade
oltre l’efficienza. Soprattutto, oltre la formula caricaturale dell’efficienza
autoritaria con cui buona parte del discorso occidentale crede di aver già
liquidato tutto. Colpisce piuttosto la persistenza di una volontà
organizzatrice, il fatto che dietro la materialità delle cose sopravviva l’idea
di una direzione collettiva dello sviluppo.
Ancora più sorprendente risulta il verde. Oltre a quello sovrabbondante di
Guilin e Yangshuo, dove il paesaggio carsico e i fiumi sembrano appartenere a
un’immagine della Cina anteriore di secoli alla modernità, colpisce il verde
incorporato nelle grandi città, lungo le arterie e sulle pendici, dentro
l’incredibile sovrapposizione verticale di Chongqing e perfino nella Shenzhen
cibertecnologica che l’immaginario europeo ridurrebbe volentieri a cemento ed
elettronica. Smette di funzionare come ornamento e diventa il segno materiale
di quella “civiltà ecologica” entrata da anni nel lessico istituzionale e
costituzionale cinese, capace di trasformare la gigantesca questione ambientale
prodotta dall’industrializzazione in un nuovo terreno dello sviluppo.
Questo non significa fabbricare una Cina immaginaria, priva di tensioni e
conflitti. Il punto sta altrove. Una società può essere attraversata da
contraddizioni enormi e conservare insieme la capacità politica di intervenire
su di esse. È forse questa la prima cosa che il viaggio rende difficile
dimenticare, soprattutto per chi proviene da una parte del mondo educata a
trattare i problemi strutturali come fenomeni meteorologici, eventi da subire,
gestiti negli effetti con la correzione di qualche coefficiente, invocando la
crescita e la benevolenza dei mercati.
Durante il viaggio avevo con me La Cina spiegata all’Occidente di
Pino Arlacchi, scelto senza intenzione di farne una guida e senza cercare nel
Paese reale la conferma meccanica di una tesi. È accaduto qualcosa di più
serio, perché quelle pagine hanno allargato le domande che il viaggio poneva da
sé, dando profondità storica a impressioni altrimenti destinate a restare in
superficie e rendendo sempre più difficile liquidare come episodico ciò che
continuava a ripresentarsi davanti agli occhi.
Arlacchi ha funzionato da vero compagno di viaggio, capace di amplificare
l’esperienza senza diventarne il centro. Mentre attraversavo una Cina
violentemente contemporanea, il libro riportava lo sguardo indietro di secoli e
mostrava quanto poco si comprenda questo Paese facendolo cominciare nel 1949,
oppure nel 1978 con Deng Xiaoping. A Xi’an la profondità storica diventa quasi
fisica, perché l’Esercito di Terracotta si sottrae allo statuto di reperto
monumentale di una civiltà scomparsa, così come la Città Proibita rifiuta di
ridursi al residuo museale di un ordine cancellato. In entrambi i casi si
avverte una continuità inquieta, dove le rotture gigantesche della storia,
rivoluzione compresa, rielaborano gli strati precedenti invece di azzerarli.
L’appassionata insistenza di Arlacchi sul lungo filo della costituzione
materiale cinese, sul ruolo dello Stato e sulla tradizione amministrativa, sulla
selezione delle classi dirigenti e sul valore attribuito alla competenza,
rischierebbe di irrigidirsi in un’essenza immobile dell’“essere Cina” qualora
venisse presa come chiave unica. Resta però difficile negare che la Cina
contemporanea nasca da una combinazione singolare tra questa lunga durata, la
cesura rivoluzionaria del Novecento e la straordinaria sperimentazione
istituzionale ed economica degli ultimi decenni.
Forse è proprio la capacità di tenere insieme ciò che il nostro pensiero
separa con ostinazione a rendere la Cina tanto difficile da interpretare in
Occidente. Confucio e Mao convivono con uno Stato fortissimo e un’economia di
mercato, la continuità millenaria procede insieme alla trasformazione
tecnologica più rapida del pianeta, la centralizzazione politica si accompagna
a una sperimentazione locale di frontiera. Il lessico occidentale pretende ogni
volta di costringere il fenomeno dentro un’alternativa: socialismo o
capitalismo, mercato o pianificazione, democrazia liberale o dittatura. La
Cina, invece, elude il bivio. Sicché, quando un oggetto storico resiste alle
nostre categorie, preferiamo sospettare dell’oggetto piuttosto che interrogarci
sui pregiudizi e sulla natura delle categorie.
Così la formula “socialismo con caratteristiche cinesi” viene trattata come
un espediente propagandistico. Mercato, impresa privata e grandi ricchezze
sembrano autorizzare un verdetto già scritto, capitalismo, e il potere
saldamente in mano al Partito Comunista aggiorna la sentenza in capitalismo
autoritario. Si tratta di una definizione comoda soprattutto perché permette di
risparmiare l’analisi.
La domanda seria riguarda invece il posto che il mercato occupa dentro la
formazione sociale cinese, il rapporto tra capitale privato e potere politico,
il controllo del credito e delle grandi infrastrutture, della terra,
dell’energia, delle reti strategiche e della direzione complessiva
dell’investimento. A questo punto il problema si fa tagliente, perché smette di
ruotare attorno alla semplice presenza del mercato e tocca il nodo essenziale:
chi comanda chi.
Shenzhen offre l’illustrazione più istruttiva dell’intero viaggio. A uno
sguardo distratto sembra la prova definitiva del successo capitalistico cinese,
metropoli vertiginosa cresciuta nel segno della tecnologia, dell’impresa e del
consumo. Basta spostare di poco la domanda perché l’immagine cambi natura. Da
quale decisione politica è nata Shenzhen? Quale intreccio tra Stato,
territorio, credito, ricerca, manifattura e capitale ha consentito di costruire
una città di quella scala in pochi decenni? All’improvviso quella che sembrava
una vittoria spontanea del mercato si rivela come una delle più gigantesche
operazioni di pianificazione e di politica industriale della storia
contemporanea.
L’interesse del caso cinese sta esattamente nella capacità di impiegare
strumenti diversi subordinandoli a una strategia più ampia. Il mercato viene
usato e orientato, privato di quella sovranità politica che il neoliberismo
occidentale ha elevato a dogma. Da noi lo Stato si presenta ogni mattina
davanti al tribunale dei mercati, mentre in Cina è il mercato a operare dentro
una cornice che lo Stato rivendica ancora il potere di modificare.
Dopo decenni in cui ci è stato somministrato che privatizzare significava
modernizzare, che la pianificazione apparteneva al museo delle ideologie e che
la proprietà pubblica era per natura inefficiente, trovarsi davanti a una
società capace di usare massicciamente il mercato senza consegnargli il comando
produce un cortocircuito inevitabile. Il cortocircuito si aggrava osservando
che proprio questa società ha costruito in poco più di quarant’anni
infrastrutture, filiere tecnologiche e progetti urbani che alle nostre
latitudini richiederebbero ere geologiche.
Viaggiando, questa densità politica dello spazio torna di continuo, mentre
nelle città europee si percepisce sempre più raramente. La trasformazione
conserva lo statuto di azione possibile e le città vengono ampliate,
riforestate, connesse, ripensate in rapporto ai prossimi decenni da chi evidentemente
immagina di abitarli.
E così la questione cinese smette di riguardare soltanto la Cina. Riguarda
noi, il trasferimento di una parte enorme del potere reale dalla decisione
politica al complesso privato tecnico-militare-finanziario-industriale, il
paradosso di sistemi che si dicono democrazie mentre riducono la libertà alla
scelta periodica di chi amministrerà un quadro di compatibilità dichiarato
intoccabile.
Da qui la povertà della rappresentazione occidentale della Cina.
L’informazione dominante raramente sembra interessata a comprendere la
specificità di quella formazione sociale e lavora piuttosto a ricondurre ogni
fenomeno alla conferma di un verdetto pronunciato in anticipo, funzionando da
megafono ideologico dell’ordine che l’ha prodotta, fatto di deregolamentazione,
finanziarizzazione e mercato elevato a principio superiore di razionalità
sociale. Una Cina compresa nella sua complessità risulterebbe assai più
disturbante di una Cina demonizzata, perché costringerebbe a domandarsi se
l’evoluzione occidentale degli ultimi decenni sia davvero l’unica forma
possibile della modernità. Molto più economico spiegare ogni risultato cinese
con la parola “autoritarismo”, come se una parola bastasse a produrre una
ferrovia, una politica industriale, una rivoluzione energetica o una metropoli.
A dare forma teorica a queste domande ha contribuito la teoria della
“tripla rivoluzione” proposta dai marxisti cinesi Cheng Enfu e Yang Jun,
secondo i quali la storia della Repubblica Popolare rifiuta di lasciarsi leggere
come una rivoluzione originaria seguita da una lunga normalizzazione e infine
da una restaurazione capitalistica. Propongono una continuità più inquieta e
più fertile, dalla rivoluzione per la conquista del potere alla rivoluzione
della riforma, fino alla rivoluzione della nuova fase storica, dove la
trasformazione delle forme economiche e istituzionali coincide con la
ridefinizione storica dell’orizzonte socialista piuttosto che con il suo
abbandono.
La tesi obbliga a una verifica costante dei rapporti di proprietà, delle
condizioni del lavoro, dell’autonomia o subordinazione del capitale, del potere
reale delle istituzioni pubbliche, e resta comunque immensamente più feconda
della formula pigra del “capitalismo di Stato”, perché rimette in movimento ciò
che il pensiero occidentale ha già archiviato. La domanda decisiva riguarda la
possibilità che una rivoluzione continui dopo la presa del potere, cambiando
gli strumenti della propria politica economica senza dissolversi, usando il
mercato senza riconoscergli sovranità, attraversando compromessi, ritirate e
accelerazioni pur continuando a concepirsi come trasformazione di lunga durata.
Sono esattamente le domande che la sinistra occidentale ha smesso di porsi nel
momento in cui ha smesso di immaginare concretamente la trasformazione.
Il caso italiano, osservato dalla scala cinese, assume tratti quasi
caricaturali. Arlacchi ha notato con una certa perfidia che buona parte della
nostra classe politica, sottoposta ai criteri di selezione vigenti in Cina, faticherebbe
ad amministrare qualche centro urbano minore. La valutazione mi pare persino
indulgente, perché il problema italiano precede ormai la competenza: la
capacità di governare trasformazioni complesse è stata sostituita dal teatrino
social, dal posizionamento quotidiano, dal talk show e dal sondaggetto. Il
risultato sta sotto gli occhi di tutti, con un Paese che invecchia, servizi
pubblici impoveriti, ricerca e università trattate come costi superflui, salari
stagnanti da trent’anni, giovani spinti all’estero e un dibattito pubblico
infinitamente più occupato da ridicole polemiche che dalla domanda su cosa
possa diventare l’Italia fra venti o trent’anni. Osservata dalla scala cinese,
questa irrilevanza diventa quasi fisica.
Ancora più impressionante è il contrasto con la direzione dello spazio
euroamericano. Di fronte all’ascesa di una potenza economica, tecnologica e
politica che marginalizza la centralità occidentale, la risposta prevalente
evita accuratamente di aprire una nuova stagione di investimenti sociali,
scientifici e industriali e preferisce barriere, dazi, sanzioni,
militarizzazione, riarmo. Per decenni ci hanno spiegato che le risorse per
sanità, welfare e istruzione andavano razionalizzate fino alla scarsità e,
davanti alla succulenta possibilità di business per i signori della guerra, i
limiti di bilancio diventano improvvisamente elastici.
Siamo alla furia regressiva. Un Occidente che ha edificato nel sangue la
propria grandezza, presentandola poi come forma definitiva della modernità politica,
reagisce alla perdita di centralità irrigidendo le proprie strutture, alza
barriere dopo avere predicato il libero mercato, impone arbitrariamente dazi
mentre accusa gli altri di violare la concorrenza, investe nel riarmo dopo
avere smantellato per decenni la capacità sociale dello Stato, proclama diritti
universali mentre convive con la distruzione di intere popolazioni.
Niente di tutto questo santifica la Cina. Serve piuttosto a vedere quale
mondo continua a progettare il futuro e quale si limita a difendere, per giunta
in pessimo modo, il proprio privilegio passato. Una società che, dentro
contraddizioni e conflitti aperti, continua a progettare infrastrutture,
transizione energetica, città e sviluppo produttivo su orizzonti generazionali
si confronta con società che hanno sostituito il progetto del futuro con la
difesa sempre più aggressiva di un primato ereditato.
Resta la sensazione di avere incontrato dal vivo un Paese che tratta la
storia come un campo ancora aperto e riconosce alla politica una facoltà che
noi abbiamo dimenticato, quella di decidere una direzione e di organizzare il
tempo lungo. Arlacchi non mi ha consegnato la spiegazione della Cina: ha fatto
qualcosa di più utile, impedendo che ciò che vedevo restasse semplice stupore,
costringendo ogni impressione a misurarsi con la lunga durata e demolendo la
pretesa che l’Occidente possieda già tutte le categorie necessarie per
giudicare quanto accade altrove.
Guardare davvero la Cina significherebbe sospendere almeno per un momento
l’abitudine di giudicare il mondo dal centro di un Occidente che chiama
universali le proprie categorie mentre perde la capacità di trasformarsi.
Vorrebbe dire ammettere che il mercato non costituisce una legge naturale, che
la pianificazione può appartenere al futuro, che lo Stato può essere qualcosa
di diverso dall’amministratore della redditività privata e che la modernizzazione
rifiuta di coincidere con l’occidentalizzazione. Soprattutto imporrebbe di
accettare la possibilità che il nostro sistema culturale e mediatico lavora a
rimuovere: mentre discutevamo se la storia fosse finita, uno dei suoi centri
più antichi tornava a orientarne il movimento.