lunedì 31 agosto 2026

Benvenuto Lobina e la poetica di chi combatte senza fermarsi con la forza di essere in disaccordo – Mattia Lasio

 

Le malinconie più profonde si leggono negli sguardi sfuggenti di chi al sopraffare gli altri con toni aggressivi e beceri preferisce di gran lunga la pacatezza, così come è possibile coglierle da frasi brevi, essenziali e proprio per questo capaci di racchiudere la natura più pura di chi le pronuncia.

Malinconie, ma anche speranze e una tenacia che i giochi beffardi di un destino cieco non hanno intaccato, emergono dalla raccolta a cura di Anna Serra Lobina ‘’Passus’’ – pubblicata nel 2011 dalla casa editrice Ilisso e arricchita da un intervento del Professor Maurizio Virdis –  contenente tutte le poesie di Benvenuto Lobina tra i più autorevoli esponenti della poesia in lingua sarda, e non solo, che la Sardegna abbia mai avuto. Classe 1914 nato e cresciuto a Villanova Tulo, con cui ha sempre avuto un rapporto viscerale e di grandissima intensità, in questi trentaquattro componimenti in versi di Benvenuto Lobina, venuto a mancare nel 1993, emerge nitidamente la sua eleganza lirica, la sua vis polemica, la sua concezione risoluta del fare poesia e il suo sguardo lucido rivolto verso la propria terra, troppo spesso ingannata da lusinghe che nulla di positivo hanno mai portato e che, ancora oggi, finiscono per nascondere ciò che invece dovrebbe essere messo in risalto.

Lobina trasmette con una dolcezza sofferta il proprio amore verso i genitori e verso i parenti più cari, come la zia Peppa, mettendo l’accento sulla bellezza delle piccole cose quotidiane di cui non sempre si coglie il valore. Il dolore per la perdita delle proprie radici è racchiuso in versi come: «dove cercherò più approdo se questo mio mare non ha porto?». Lobina si rivolge a chi soffre e i sofferenti sono i  protagonisti delle sue liriche: sconfitti consapevoli di esserlo a cui però la dignità viene restituita da liriche tenaci che non si scompongono davanti alle meschinità di una vita avara. Lobina conduce in quello che definisce il fango e il buio di strade sconosciute in cui è fin troppo facile smarrirsi, eppure nonostante ciò non resta indifferente davanti alla voce del ricordo degli anni più belli, quelli dell’infanzia e della prima giovinezza, fasi ricche di istanti lieti che ricordare è doveroso per tenere viva la memoria.

L’autore del celebre romanzo ‘’Po cantu Biddanoa”, nel componimento ‘’E il treno’’ esprime la sofferenza per la lontananza dal luogo in cui si è nati e cresciuti con queste parole: «o maledetto treno del mio paese, quanta gente hai portato via, quante lacrime hai strappato correndo dietro il fiume». Un fiume che straripa, un fiume che l’argine lo distrugge in maniera sprezzantemente feroce e porta con sé tanta tristezza, una tristezza avvilente che permea ‘’Guerriero che ha perduto’’ in cui Lobina afferma: «ritorno con le ossa spezzate, ritorno con il cuore svuotato di ogni sentimento: m’è rimasta solo la rabbia». La rabbia di chi non vuole arrendersi, la rabbia di chi non ha timore di puntare il dito contro chi ha l’indole dispotica e si fa vanto delle proprie malefatte, la rabbia che traspare con impeto da ‘’Storia di una ragazza che si è stancata di fare la puttana’’ – contenuta nella sezione conclusiva della raccolta dal titolo ‘’Poesie satiriche e scherzose’’ – una delle dediche più schiette, sincere e pregnanti che un poeta abbia mai rivolto alla Sardegna. «Maledetta Roma», scrive con amarezza l’autore, «che non ti ha lasciato sollevare più la testa, ragazza poverina. Perfino la parola ti ha storpiato per poterti meglio troncare la schiena». 

La schiena di Benvenuto Lobina, però, non si piega di certo e resta fieramente dritta, così come quella di tutti coloro che preferiscono la concretezza ai discorsi da salotto pieni di luoghi comuni e inganni mascherati da promesse.

E proprio contro queste promesse Benvenuto Lobina si scaglia e senza indugi prende posizione: la posizione di chi è consapevole che nonostante le avversità è necessario continuare a combattere, la posizione di chi esprime il proprio disaccordo con parole capaci davvero di scuotere le coscienze, andando ben oltre inutili campanilismi e frasi artefatte.

La posizione di chi non si arrende e di chi sa ancora cogliere la melodia di un vento che porta con sé la speranza di giorni felici.

da qui

Guerra e indipendentismo. Per un disfattismo sardista - Cristiano Sabino

Il contesto

Il sindaco di Iscanu Antoni Flore Motzo, in un post social, ha giustamente definito un «sopralluogo» la visita a Porto Cervo dell’ambasciatore statunitense Tilman J. Fertitta. Tilman J. Fertitta ha parlato di turismo, di cibo, di pale eoliche, di dazi, dei rapporti tra elites americane e italiane ma soprattutto ha parlato di guerra e del ruolo strategico che la Sardegna rivestirebbe in un conflitto:

«La Sardegna sarà sempre un punto strategico, specialmente in caso di conflitto, data la sua posizione geografica – ha detto Fertitta –. Ecco perché abbiamo avuto una base militare qui per moltissimi anni, quando le tensioni globali sono calate, gli Stati Uniti hanno ritenuto che non fosse più necessaria. Ma resterà sempre un luogo chiave.» (La Nuova Sardegna)

Tradotto, la Sardegna è una nostra portaerei, nel caso ci serva rimpiazzeremo i sottomarini nucleari, intanto la usiamo come filiera logistica di produzione di droni e per svolgere summit strategici e mi raccomando attrezzateci hotel adatti per l’occasione che ci piace mangiare bene e goderci il mare anche d’inverno!

In un intervista reperibile su you tube registrata nel corso del “Festival del Sarà” (qui l’intervista) il Generale di Corpo d’Armata e Capo di Stato Maggiore Carmine Masiello dice sostanzialmente tre cose:

  1. la NATO conserva tutta la sua valenza e non bisogna prendere sul serio le parole di Trump che quando parla lo fa riferendosi ai suoi elettori e non agli alleati;
  2. il diritto internazionale sta declinando e si fa largo la forza bruta: ciò avviene con l’invasione russa dell’Ucraina con la quale è finita l’illusione della pace permanente e quindi gli Stati Europei devono invertire la rotta degli ipoarmamenti, anche per attirare gli investimenti e far ripartire l’economia (un’Europa sicura è un’Europa capace di attirare gli investimenti);
  3. gli ucraini sono stati preziosissimi ad aiutare i paesi del Golfo (cioè le petro-monarchie) a fronteggiare i droni iraniani durante l’aggressione statunitense e sionista all’Iran.

Lo scorso 15 agosto la famosa penna Massimo Giannini ha siglato un articolo su la Repubblica intitolato “Il buio che cala sull’Europa”, dove l’autore sostiene la tesi secondo cui “la guerra in Ucraina è una grande occasione perché sul fuoco della battaglia si forgia la vera autentica difesa europea“. Non si tratta di pose personali o di deliri isolati, ma di un progetto che si integra con una direzione precisa: il rilancio di un vero e proprio imperialismo europeo nel contesto più ampio di quella che Papa Francesco ha definito “guerra mondiale a pezzi“.

In questo articolo voglio parlare del fatto che i sardi e in particolare gli intellettuali sardisti e perfino indipendentisti stanno drammaticamente sottovalutando la centralità della Sardegna in questo contesto.

Dal 2022 i cittadini Europei sono diventati il bancomat del buco nero ucraino, finanziando con 220 miliardi armi e servizi, in nome dei valori occidentali e della democrazia. A questi dobbiamo aggiungere 800 miliardi del piano europeo per il riarmo che fa il paio con il piano in tre fasi della NATO in previsione di un conflitto con la Federazione Russa (cioè con una potenza nucleare che detiene circa 8mila testate atomiche) e che, nella sua storia, non ha mai attaccato l’Europa, ma che a sua volta è stata invasa più volte, ultima delle quali l’invasione da parte di Germania, Italia, Romania durante la seconda guerra mondiale.

E sulla seconda guerra mondiale vale la pena fermarsi un attimo, perché non si tratta di questioni legate solo al passato. Russi e cinesi conoscono quegli avvenimenti come “guerra mondiale antifascista” e hanno dato un contributo di sangue elevatissimo per abbattere i regimi fascista e nazista: circa 27 milioni l’Unione Sovietica (russi e non solo russi dunque) e circa 20 milioni i cinesi. Per stabilire un paragone i caduti degli USA sul fronte occidentale furono circa 405.000.

Il fatto che gli Stati Uniti, per fronteggiare la competizione con la Cina, abbiano sdoganato il riarmo dei due sorvegliati speciali della seconda guerra mondiale, vale a dire Germania e Giappone, è fatto che a noi può anche non voler dire nulla ma per un qualunque russo o cinese si traduce immediatamente in un messaggio chiaro e quindi in una minaccia esistenziale concreta. Lo storytelling secondo cui prima del 2022 governavano la pace perpetua e il diritto internazionale e la federazione Russa ha rotto questo meraviglioso incanto, è appunto soltanto una narrazione tossica, utile per riempiere d’inchiostro le pagine di giornali che nessuno ormai acquista più (come Repubblica) ma che si rivelano utilissimi per alimentare la propaganda guerrafondaia di supporto alla corsa agli armamenti che – nella storia – sappiamo già dove conduce (trappola di Tucidide, paradosso della sicurezza).

L’immagine del continente europeo rappresentato come una fortezza democratica e rispettosa dei diritti civili sotto l’assedio di potenze autocratiche esterne fa parte integrante di questa propaganda. A smontare questa propaganda basta guardare il fatto che la UE non è stata capace di approvare nemmeno timidi sanzioni ad Israele, nemmeno a singoli esponenti del governo israeliano come Itamar Ben-Gvir o Bezalel Smotrich direttamente responsabili di fatti gravissimi. Ovviamente non sono stati nemmeno toccati i rapporti commerciali e le esportazioni militari con lo stato terrorista di Israele.

Da una parte insomma ci si dissangua per sostenere una guerra tra due stati che doveva e poteva essere evitata ricorrendo alla diplomazia, dall’altro non si muove un dito e anzi si sostiene direttamente il primo genocidio in diretta streaming della storia.

In diversi hanno definito “doppio standard” questa postura, ma credo che sia una definizione fin troppo edulcorata. Forse sarebbe meglio parlare di “apartheid morale” o di vera e proprio “colonialismo etico“, ma forse neppure queste renderebbero giustizia all’orrore in cui consiste lo sguardo occidentale sul mondo. Perché se è vero che ad un primo sguardo sembrerebbe che per i media e la classe politica occidentale, contino solo le vite degli ucraini in quanto bianchi, cristiani ed europeizzati mentre quelle dei palestinesi non contano nulla in quanto arabi e musulmani, ad una più attenta analisi non sono nemmeno le vite degli ucraini a contare, ma la loro funzione come pedine sacrificabili sull’altare di una partita più grande e cioè quella della difesa del monopolio del controllo del sistema-mondo da parte del super-imperialismo statunitense e – in subordine – delle oligarchie dei paesi vassalli (europei, petro-monarchie del Golfo, Giappone, ecc..).

Sardegna prima linea della guerra mondiale a pezzi

Questo il contesto generale.
Veniamo alle cose di Sardegna.

I sardi hanno combattuto due guerre mondiali da sudditi dell’Italia liberale e fascista. Dalla fine del secondo conflitto mondiale viviamo ai margini della storia, con un regime di Autonomia debolissimo e in larga parte inapplicato ma convinti di una cosa: i sardi non saranno mai più spediti al fronte e la Sardegna non verrà mai più coinvolta in un conflitto. Queste in effetti le regole d’ingaggio della nostra attuale sudditanza.

Ma il vento sta cambiando rapidamente.
Dopo aver servito sotto Re e Duce, vogliamo combatterne una terza mondiale da cittadini italiani repubblicani?
Scusate se non ci giro intorno ma è questa la domanda che dobbiamo farci, perché è questo ciò di cui si parla. Ed è questo il tema che i nostri sardo-atlantisti non hanno digerito!

E dobbiamo vigilare, perché la guerra guerreggiata arriva solo quando la guerra ideologica e il sistema di propaganda ha preparato il terreno favorevole a disarmare tutte le posizioni pacifiste e disfattiste.

Quelle che sembrano isterie folli, come l’allarme del segretario generale della NATO Mark Rutte su un imminente attacco russo ai paesi membri entro il 2030, servono in realtà a costruire il terreno e la giustificazione al riarmo e alla militarizzazione della società e a predisporre le menti di chi credeva di vivere ormai nella post-storia alla guerra totale (Il Sole 24 Ore).

Il popolo pacifista

Ma i guerrafondai hanno un problema: il popolo, la gente comune, i cittadini non ne vogliono sapere di farsi arruolare. Basta guardare cosa avviene in Germania. La Germania ha avviato un imponente piano di riarmo per rendere la Bundeswehr (le forze armate tedesche) l’esercito convenzionale più forte d’Europa.
Ma per il riarmo non serve solo drenare ingenti finanziamenti e riconvertire l’industria a scopi bellici. Servono anche gambe e braccia, insomma soldati.
Così la Germania ha punta espandere l’esercito portando i soldati attivi da circa 180.000 a 260.000 unità, affiancati da altri 200.000 riservisti, puntando a una forza complessiva di almeno 460.000 unità entro il 2035. Peccato che i volontari siano pochissimi e Merz ha già minacciato che se i volontari non basteranno arriverà la coscrizione obbligatoria. Lo scorso gennaio veniva imposto agli uomini tra i 17 e i 45 anni l’obbligo di ottenere l’autorizzazione della Bundeswehr per viaggi o soggiorni all’estero superiori a 90 giorni. Il fatto che questa norma sia stata momentaneamente ritirata non stempera il clima che sta vivendo la potenza uscita perdente dalla prima e dalla seconda guerra mondiale.

La guerra prossima ventura ha bisogno di soldati e tutti siamo arruolabili!

Sardegna target perfetto

In Sardegna abbiamo il mito tossico della brigata Sassari (S’Indipendente) : il sangue versato sul Carso, l’attitudine guerriera dei sardi ottimi combattenti, la balentia usata come formidabile arma di guerra. Nonostante la Sardegna e i sardi non siano più quelli di inizio Novecento, si tratta di una funzione mitologica dura a morire.

Inoltre prima ancora che le proprie braccia e il proprio sangue, i sardi possono e devono offrire il proprio territorio all’apparato militare-industriale. La Sardegna occupa una situazione perfetta: è un isola al centro del Mediterraneo; sta nelle retrovie rispetto allo Stivale; ha enormi spazi poco abitati o disabitati da poter occupare con installazioni, infrastrutture, fabbriche belliche, radar.

Inoltre ha un popolo che da sessant’anni è abituato a subire tutto questo e che, finora, non si è mai realmente sollevato in aperta ribellione.

Ma finora i sardi non avevano mai pensato che la guerra potesse arrivare in Sardegna come ai tempi dei bombardamenti di Cagliari e Sassari durante la seconda guerra mondiale.

I diversi attacchi ad hub e centri militari in Europa, con lo spostarsi in profondità della guerra tra Ucraina e Russia, cambia tutto. Innanzitutto abbiamo visto che la capacità dei missili iraniani è molto maggiore rispetto alle previsioni. In secondo luogo l’esplosione del deposito di munizioni a Colleferro, azienda laziale che a quanto pare riforniva anche l’Ucraina, è un segnale da non sottovalutare.

La Sardegna da retrovia di sperimentazione e addestramento bellico per le guerre da esportare nelle guerre coloniali in Medio Oriente, sta rapidamente diventando sempre di più un tassello fondamentale dell’apparato-militare industriale coinvolto direttamente nella terza guerra mondiale a pezzi del Super-imperialismo USA contro le potenze emergenti e quello che da più parti viene definito il “nuovo ordine multipolare”.

Al di là del fatto che questa analisi geopolitica convinca esiste un fatto pratico e materiale che dobbiamo considerare seriamente: La Sardegna vuole essere coinvolta in questa nuova escalation bellica?

E l’indipendentismo?

Fino a poco tempo fa era chiaro l’orientamento pacifista e disfattista del sardismo radicale sulla questione della guerra, anche perché uno degli scopi acclarati di tutto il panorama favorevole all’autodeterminazione consisteva nel liberare la Sardegna dai pesanti vincoli dell’occupazione militare imposti dallo Stato italiano, anche in conseguenza degli accordi internazionali.

Su questo terreno sinistra di classe e sardismo radicale, anche se per ragioni diverse, hanno solitamente trovato convergenza nella pratica.

Recentemente le cose stanno cambiando. Intanto, contrariamente a quanto ci si sarebbe aspettati, non si è aperto un dibattito pubblico franco sul rapporto tra «terza guerra mondiale a pezzi» e Sardegna. Molte posizioni sono rimaste inespresse o sotto traccia, e perfino la classica posizione “a fora sa NATO” è stata messa in discussione da diversi maître à penser che nel tempo si sono accreditati come punti di riferimento intellettuali del pensiero dell’autodeterminazione.

Come si spiega tutto ciò?

È un dato di fatto che la guerra in Ucraina abbia spaccato il fronte intellettuale sardista e indipendentista. Parlo del fronte intellettuale perché quello politico – o per meglio dire ciò che ne resta – semplicemente o non ha affrontato il tema o se lo ha fatto è rimasto prudentemente in superficie.

Eppure, come abbiamo visto, la Sardegna rischia di diventare prima linea di quella guerra mondiale a pezzi di cui ha parlato Papa Francesco e che sempre di più tende a incrudelirsi e ad allargare le sue maglie.

Che mi risulti l’unico tentativo di confronto su questi temi è stato quello tra Omar Onnis (La discriminante democratica su SardegnaMondo) e me (La discriminante della pace su L’Antidiplomatico).

Sebbene io e Omar divergiamo su molti punti e sicuramente abbiamo due letture della guerra in Ucraina molto diverse (per Omar si tratta di un’aggressione imperialista unilaterale e senza altre ragioni se non quelle della politica di potenza della Federazione russa, mentre per me di una guerra per procura provocata dagli USA per allargare ad est la NATO e poi scaricata sulle spalle e sui portafogli dei vassalli europei), concordiamo su un punto fondamentale e cioè sulla necessità di una Sardegna neutrale, il che significa una Sardegna fuori dalla guerra.

Ma c’è una questione che vale la pena riprende e cioè lo storytellig secondo cui la NATO sarebbe in procinto di essere smobilitata.

Lo scorso 6 giugno il segretario generale della NATO Mark Rutte lo ha spiegato molto bene: «Gli Usa non stanno “spaccando” la Nato» (Ansa).

Gli USA non hanno alcuna intenzione di mandare in soffitta il loro giocattolo, hanno solo fatto un salto di qualità nella gestione degli affari internazionali: la NATO da paravento di strumento difensivo gestito e finanziato dalla loro cabina di regia, deve diventare uno strumento operativo i cui costi sono largamente scaricati sui vassalli (europei, mediorientali e asiatici) e in cui gli “alleati” devono essere pronti ad entrare in scena contro la Cina.

C’è di più. Sempre Rutte, durante un’intervista a Fox News, intervenendo sulle polemiche tra governo italiano e Casa Bianca, ha stimato che 500 velivoli USA siano decollati da basi italiane nel quadro di migliaia di missioni europee a supporto dell’operazione “Epic Fury”, cioè la guerra di aggressione illegale e terrorista di USA e Israele contro l’IRAN.

«Basi italiane» vuole ovviamente dire anche basi italiane in Sardegna. È la NATO 3.0 bellezza! altro che dimagrimento o dismissione dell’alleanza atlantica! E non si argomenti che in Sardegna «non sono presenti basi della NATO». Ogni base militare, ogni servitù, ogni poligono, ogni pezzo della filiera del riarmo è NATO, anche perché il riarmo al 5% del PIL è indirizzato ai membri della NATO, non al fantasma formaggino.

Siamo in pesante ritardo. Va presa una posizione chiara su tutto questo.

Fuori la Sardegna dalla terza guerra mondiale

Perché, inutile nasconderselo, le cose stanno precipitando.

Credo che tutte le forze sarde consapevoli di ciò che sta accadendo nel “sistema-mondo” e che non vivono nel mondo fatato della propaganda, dovrebbero confrontarsi seriamente su come impedire che la Sardegna venga nuovamente coinvolta in una guerra che non ci riguarda.

Credo che la prima cosa da fare sia stabilire una rete di soggetti politici, mediatici e personalità che si incontrino e studiano il da farsi.

Credo anche che i punti dirimenti (andando in crescendo) siamo i seguenti:

  1. Denuncia del riarmo europeo e della militarizzazione del dibattito politico d parte della commissione europea e dell’ ipocrisia di tutto l’arco parlamentare;
  2. Denuncia del ruolo attribuito alla Sardegna nella filiera bellica (poligoni, produzione droni e bombe, produzione energetica a fini bellici come spiegato nel rapporto Draghi sulla competitività europea e resort di lusso per criminali di guerra)
  3. Amicizia del popolo sardo con tutti i popoli aggrediti, sanzionati o minacciati dall’ occidente collettivo e dallo stato italiano;
  4. Riconoscimento del diritto del popolo sardo all’indipendenza statuale in caso in cui lo stato italiano e l’alleanza in cui è inserito decida di trascinare la nostra terra e il nostro popolo in una sciagurata terza guerra mondiale.

Sebbene i punti possano essere implementati, nessun punto è depennabile, a meno che non si voglia condannare i sardi ad essere nuovamente pedine di una guerra che non li riguarda. Solo affermando il diritto dei sardi all’autodeterminazione fino alla separazione è possibile stabilire un principio di diritto sovrano strategico: chi deve decidere di mandare i sardi in guerra? In passato sono stati monarchia e fascismo. Adesso permetteremo che migliaia di sardi vengano spediti al fronte per decisione di Roma, Bruxelles o Washington?

Il formarsi di una rete sociale, intellettuale e politica capace di chiarire ai sardi e al mondo la propria posizione può fare la differenza tra essere passive pedine della terza guerra mondiale a pezzi ed essere finalmente un soggetto politico e storico che sceglie da che parte stare e di disertare l’incipiente orrore che il nuovo fascismo sta apparecchiando per dominare sull’umanità.

da qui

domenica 30 agosto 2026

Dell’aratro e della spada - Antonio Cipriani

 

Si sono presi tutto. Per decenni, con la destrezza semantica delle parole-chiave, ribaltando concetti e sbandierando principi ineluttabili e di progresso a fronte di un sistema di appropriazione di diritti e di risorse. Dalla sanità alla scuola, dal lavoro all’informazione passando per la visione del mondo nelle sue declinazioni geopolitiche a celare un’ingiustizia diffusa.


Negli ultimi tre anni hanno preso atto che la lotta di classe è finita con il loro totale successo. Quindi, perché fingere libertà, diritti internazionali, coscienza e democrazia da esportare qua e là, quando è più semplice e pratico l’uso della brutalità arrogante e feroce? I poteri forti, come dicevamo saggiamente e inascoltati nello scorso millennio, possiedono più ricchezze degli Stati. Sono le multinazionali che speculano su tutto, quindi vivono investendo e depredando, guidando i mercati e colonizzando i paesi satelliti. Rappresentano la punta avanzata di quel turbocapitalismo che distruggerà se stesso, noi, la terra. 

Se prevale la loro visione, e sta accadendo, dobbiamo sperare che esista un Dio clemente. 

Qui da noi comandano i sovranisti, quelli che parlano di onore, di nazione; che si rifanno a quello del solco tracciato dall’aratro difeso dal ferro della spada. Insomma, i peggiori, sotto tanti aspetti. Perché sono eredi politici e culturali di chi ha già messo in ginocchio il nostro Paese. Ma, saltando il passato, mi piacerebbe sapere di che onore farfugliano, se sul piano internazionale fingono di vedere iniquità e genocidio, e obbediscono acriticamente ai voleri di Trump e di Netanyahu, dei fondi speculativi, del sistema di dominio che ci impoverisce con una certa evidenza.

Intanto oggi l’aratro è delle multinazionali e dei fondi di investimento che fanno il bello e il cattivo tempo, e decidono le politiche industriali e anche quelle legate all’energia sostenibile. Ma il nostro sistema politico ha anche affidato agli stessi poteri forti la sicurezza e la difesa, quindi la spada. 

Però in cambio i sovranisti infelici possono devastare a piacimento la sanità, la scuola, il lavoro, i diritti, per recuperare il consenso degli imbecilli che sono contenti del fatto che i super ricchi del mondo e anche in Italia abbiano decuplicato le loro ricchezze e che le sfoggino occupando anche i nostri mari con yacht grandi quanti un paese e che valgono centinaia di milioni.

Alla faccia nostra, mentre i media cantori del lusso, non fanno altro che magnificarli sulle loro pagine. Con i nostri poveri cittadini che faticano ad arrivare a fine mese, pagano la benzina uno sproposito, aspettano un anno per una Tac, vedono le scuole crollare e la cultura scomparire e con la cultura le conoscenze pubbliche che sarebbero così utili per creare un argine contro lo sfrenato successo dei mediocri al Potere, con i loro manganelli simbolici, e al servizio di un potere criminale è distruttivo. 

da qui

La guerra contro la Russia è in rampa di lancio - Franco Fracassi

 

sabato 29 agosto 2026

Si è rotta internet - Marco Trotta

 

Da qualche ora i siti ed i servizi riconducibili ad Autistici/Inventati “sono giù”. Si è rotta internet direbbe la mamma di Zerocalcare. Provando a navigare si ottiene l’avviso che il sito non è sicuro e qualsiasi programma o app di navigazione attuale chiede di tornare indietro o di accettare “il rischio”. Quale rischio? Senza entrare troppo nel tecnico, quello di una navigazione non sicura perché il certificato che fino ad ora serviva a identificare univocamente che il sito al quale si cercava di accedere era proprio quello che si era digitato, non è più valido. E non è più valido perché è statunitense l’ente che gestisce questi certificati. Del resto è USA anche ICAN il gestore dei domini “.org” (come nel caso di www.inventati.org ed www.autistici.org). E soprattutto sono statunitensi i servizi più diffusi (DNS) che permettono di associare il dominio, quell’indirizzo web che si digita nella barra dei programmi per navigare, ad un indirizzo IP. Ovvero quella serie di numeri che, senza essere rigorosi, hanno la stessa funzione delle targhe: sulla strada identificano di quale auto si tratta (e di chi è), in rete identificano un server, come arrivarci e a nome di chi è registrato

E perché sta succedendo? Sono in corso verifiche ma è più che probabile che questo sia l’effetto dell’inserimento di Autistici ed Inventati nelle liste dei soggetti “antifa” e quindi terroristi da parte del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti d’America. C’è qualche (ancora) modo per aggirare il blocco. Ma il punto non è questo. Il punto è politico. Perché tutta l’internet mondiale funziona in questo modo da quando è nata, quasi 60 anni fa. E fa in modo che chiunque utilizzi la rete non debba preoccuparsi di digitare correttamente indirizzi, inserire impostazioni tecniche di cui ignora il significato o sapere su quale server sta accedendo per ottenere quello che cerca. Almeno fino ad oggi. Perché quello che è successo è l’ennesimo colpo all’internet libera come l’abbiamo conosciuta. Quella dei pionieri insofferenti a stati e confini che hanno costruito una infrastruttura come bene comune dove non ci fossero filtri. Quella dove DNS, server, nodi internet fossero neutrali. Perché non dovevano occuparsi di sapere chi li utilizzava e per cosa. È grazie a questa infrastruttura che per anni si è potuto aggirare barriere e censure. E che piaceva negli USA e tra gli accoliti fin quando gli stati che censuravano erano gli altri. E quindi da tempo datata. Ma che, per dire, ancora dieci anni fa Stefano Rodotà ha voluto ribadire nella “Dichiarazione dei diritti in Internet” presentata in parlamento quando cominciavano le prime avvisaglie della forte pressioni finanziarie e commerciali (i social erano agli inizi, l’AI di là da venire) e degli interessi di stato.

Per essere chiari: nulla di nuovo sotto il sole recente. Già oggi in Italia se si vuole far sparire un sito si utilizza lo stesso meccanismo. Succede con i siti di scommesse, quelli dello streaming pirata, ecc. Ma appunto è confinato al nostro paese, per chi vuole accedervi da una connessione in Italia. Qui c’è un salto di qualità determinato dalla dipendenza dai monopoli di fatto, dalla concentrazione dei servizi essenziali in un unico luogo: gli USA. Una situazione che ha molte analogie con quello che succede ancora oggi a Francesca Albanese a cui si impedisce di avere un conto corrente perché sanzionata dall’amministrazione Trump o quello che è successe quando il governo USA decise di fare la guerra a Julian Assange e Paypal impedendo di fare donazioni a Wikileaks. Paypal fondata da Elon Musk e Peter Thiel, giusto per la cronaca.

Se questa è la premessa le conseguenze sono più importanti. Di fronte a questa escalation non è più possibile pensare che partiti, sindacati, movimenti progressisti, soggetti della società civile possano continuare a utilizzare in rete servizi dei quali dipendono da soggetti esterni che possono decidere di spegnere o chiudere semplicemente con un click. E se questo ora è conclamato anche per quello che pensavamo al riparo, i siti web, da tempo dovrebbe essere evidente per i social sui quali tra algoritmi tarati su interessi sovranisti, bot, censure e rimozioni è in corso una partita a carte truccate.

Insomma oggi è toccato ad Inventati ed Autisti e a qualcuno/a potrà interessare poco perché magari neanche sa che ruolo hanno avuto nei movimenti degli ultimi venticinque anni. Ma quanto tempo ancora potrebbe passare dal prossimo giro di vite per un servizio ed un diritto alla rete e alla sicurezza dei nostri dati che in mano ad altri che non possiamo più dare per scontati?

https://comune-info.net/2026/08/28/si-e-rotta-internet/

Medioceania, il nome segreto dell'Italia - Lucio Caracciolo

 

venerdì 28 agosto 2026

Cisgiordania: la banalità del Terrore - Claudia Carpinella

Quando non ci sono morti ammazzati, dai coloni o dall’esercito israeliano, quella sì che è una giornata tranquilla in Cisgiordania. La soglia di ciò che, per i palestinesi della West Bank, può essere considerato normale è ormai arrivata a tanto.

Un palestinese ha raccontato ad Haaretz che il suo villaggio, Beit Duqqu, a nord-ovest di Gerusalemme, “aveva subito pochi danni” da un recente attacco. Così il giornale israeliano ha voluto capire cosa intendesse per “pochi danni”. Decine di chilometri quadrati di terra rubati per costruire insediamenti israeliani. Qualche saltuaria razzia dei coloni nel villaggio. Pochi palestinesi feriti. Questo, per i palestinesi, è riassumibile con “pochi danni”. 

Ed è questo, annota il giornale israeliano, “lo standard a cui la vita palestinese in Cisgiordania è stata ridotta”. Un villaggio è considerato relativamente fortunato quando Israele ha preso solo una parte della sua terra e i coloni vi hanno fatto irruzione “solo occasionalmente”. “Un giorno tranquillo è quello cui la violenza rimane al di sotto della soglia della morte, della demolizione o dell’espulsione.”

Nell’ultima settimana i media si sono accorti delle violenze in Cisgiordania per via dell’assedio di Qusra. Quindici coloni hanno assediato tre case di palestinesi, sequestrando di fatto quindici persone, tra cui due bambini, e tagliando loro acqua ed elettricità. Fatto così grave da meritare, per una volta, qualche menzione. L’ennesimo attacco, che si aggiunge agli oltre tremila registrati da gennaio 2025 a giugno 2026. Sei aggressioni di coloni al giorno: questa è la media di tale impunita violenza.

Barbarie non certo casuale, ma frutto di una politica che Human Rights Watch, nel suo ultimo rapporto, descrive così: “I coloni sparano, attaccano ed espellono i palestinesi dalla loro terra, mentre lo Stato fornisce le armi, la copertura legale e il budget per farlo”. Del resto, si legge ancora nel rapporto, “il governo israeliano e i coloni condividono lo stesso obiettivo di ‘prendere più terra possibile e ridurre al minimo la presenza palestinese’”.

L’apartheid in Cisgiordania

Sui media locali e internazionali fanno notizia solo i picchi di violenza, gli episodi eclatanti, come quanto avvenuto nei giorni scorsi a Qabatiyah, dove i palestinesi arrestati sono stati marchiati con dei numeri, riecheggiando, come hanno scritto in tanti, quanto avveniva nei campi di sterminio nazisti (i soldati si sono poi scusati, tutto perdonato, come non fosse successo nulla; ma il simbolismo rimane).

Ma maggior parte degli episodi di violenza e sopraffazione restano sottotraccia. Sono parte del quotidiano, di una brutale routine. La segregazione razziale nella Cisgiordania, ad esempio, passa anche per le stazioni di servizio. Pompe di benzina separate: una per gli israeliani e una per i palestinesi, rigorosamente con prezzi maggiorati, ovviamente, per questi ultimi. Lo racconta un tassista palestinese ad Haaretz, senza sdegno, quasi fosse una delle tante incombenze della giornata.

L’occupazione è più visibile quando i soldati invadono un villaggio o quando i coloni danno fuoco alle case dei palestinesi. Eppure, continua Haaretz, gran parte dell’apartheid viene esercitato in modalità meno vistose: “Decidere chi può comprare carburante, chi può usare una strada, quale villaggio può essere chiuso e quanto tempo di un palestinese può essere rubato senza attirare l’attenzione”.

Un altro episodio spiega bene lo stato di apartheid che regna in Cisgiordania. Le strade per i palestinesi sono poche e scorrono a singhiozzo. Sono oltre 900 i checkpoint, tra fissi e mobili, che frammentano la regione, impedendo il naturale scorrere delle giornate degli abitanti (palestinesi, si intende). Andare al lavoro o raggiungere un ospedale non è un diritto. Dipende da chi presiede i posti di blocco, dalla sua etica o, come spesso accade, dall’umore del momento.

Non solo: “Una lunga fila di auto era ferma sulla strada che porta ad Atara”, si legge nell’articolo di Nagham Zbeedat. Ma a bloccare il traffico non erano i soldati israeliani o un checkpoint. “Era un colono che, in piedi, in mezzo alla strada, ne impediva il passaggio”. Le famiglie palestinesi hanno aspettato diverse ore nelle loro auto perché quel colono aveva deciso che non potevano passare. E nessuno poteva dire o fare nulla, coscienti che rischiavano l’intervento dell’esercito, con tutte le conseguenze del caso.

Nessun media ha riportato l’accaduto. D’altronde, “non c’erano morti né feriti, una situazione classificata come ‘pacifica’”. In Cisgiordania la vivibilità non la si misura in base ai criteri che valgono per le democrazie. La si misura in base al numero di persone uccise, arrestate, ferite, malmenate e alle demolizioni delle case. Ecco perché Beit Duqqu, il villaggio di cui parlavamo all’inizio, può dirsi abbastanza tranquillo. A parte qualche razzia dei coloni e la terra rubata, nessuno è stato ucciso.

Lo stesso non può dirsi di Tal, al-Mughayyir, Mukhmas, Nablus, Jenin, Tulkarm, Ramallah e via dicendo: la lista sarebbe fin troppo lunga. Per ora, niente morti né bulldozer a Beit Duqqu. Secondo gli standard imposti ai palestinesi, “è stato un fine settimana tranquillo”. La normalizzazione del Terrore.

Fonti

UNWRA: https://www.unrwa.org/resources/reports/unrwa-situation-report-232-humanitarian-crisis-gaza-strip-and-occupied-west-bank

OCHA: https://www.ochaopt.org/content/movement-and-access-west-bank-april-2026

HAARETZ: https://www.haaretz.com/israel-news/haaretz-today/2026-08-17/ty-article/.highlight/settlers-only-raid-us-occasionally-what-palestinian-life-has-been-reduced-to/000001a0-10a9-de4a-afe7-5aeb598e0000

HUMAN RIGHTS WATCH: https://www.hrw.org/news/2026/08/20/west-bank-israel-backed-settler-violence-drives-displacement

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l'unità dell'Occidente

 

…La presidente ha aggiunto infatti che questa è la sua linea:

“Continuo a credere che l'unità dell'Occidente sia molto importante".

Si scrive: unità dell’Occidente, ma si legge: unità della razza bianca dominatrice.

L’unità dell’Occidente è l’unità dei colonialisti, degli schiavisti, in nome dei nazionalisti come Hitler e come Churchill, come Stalin e come Putin.

Anche oggi la razza bianca dominatrice è in preda a una crisi di demenza senile, e si precipita verso la guerra.

Da quale parte (con Zelenski o con Putin?) poco importa. Purché guerra sia, purché l’occidente si copra di gloria, nel prossimo, (forse imminente) 8 Settembre.

Non è la prima volta che succede, e neppure la seconda. Ma questa volta potete starne certi: non avrete il tempo di ripensarci.

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giovedì 27 agosto 2026

ricordando Fortebraccio

Fortebraccio scrisse una volta sull’Unità: “Si aprì la portiera dell'auto. Non scese nessuno. Era Antonio Cariglia.”

Oggi potrebbe scriversi lo stesso di Piantedosi, ministro della Paura del governo Meloni.

Piantedosi sarà ricordato per quattro motivi:

 1 per i suoi sforzi per conferire la cittadinanza agli extracomunitari:

Andy Diaz  ha ottenuto la cittadinanza italiana nel 2023 su proposta del ministro Matteo Piantedosi dopo che era stata avviata la procedura dal presidente del Coni Giovanni Malagò per i risultati conseguiti nel salto triplo.

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 2 per i suoi sforzi di accrescere l’occupazione in Italia (per storie di letto, naturalmente)

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 3 per gli straordinari risultati ottenuti dalla chiusura delle frontiere con la Spagna

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 4 il Caronte del mar Mediterraneo a protezione delle milizie assassine libiche ostacola oltre la decenza le ONG che salvano i naufraghi

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come sarebbe bello un naufragio del governo italiano, con figli e nipoti, in una tempesta nel mar Mediterraneo, senza nessun soccorso, se non quello delle ONG, così, per vedere l’effetto che fa.

 

Fortebraccio scriverebbe “Si aprì la portiera dell'auto. Non scese nessuno. Era Matteo Piantedosi, che a differenza di Antonio Cariglia, ha un sacco di morti nel suo curriculum e nella fogna della storia ha un posto assicurato”.


Giorgia Meloni, il fascismo e la miseria umana - Lavinia Marchetti

Nell’intervista al New York Times la presidente del Consiglio evita ancora la parola antifascista, elogia Almirante e tratta la dittatura come una faccenda difficile da giudicare.

Il New York Times le offre il tempo di una lunga intervista. Che cosa pensa del fascismo? Giorgia Meloni potrebbe rispondere ricordando un po’ di storia, tipo il regime che sciolse i partiti e tolse la libertà alla stampa. O che la repressione venne affidata anche al Tribunale speciale e a una polizia politica, le guerre sbagliate, le leggi razziali. Invece sceglie due parole, le più vili che si possano esprimere, insomma il fascismo sarebbe stato un periodo: «particolarmente complesso». Anche la meccanica quantistica è complessa. Il fascismo italiano presenta una serie di caratteristiche e scelte politiche perfettamente comprensibili. Non ci vuole molto a ricordarsi le squadracce che devastarono le Camere del lavoro e le sedi socialiste mentre una parte delle classi dirigenti finanziava la violenza. O che il pavido Re affidò il governo a Mussolini dopo la marcia su Roma. Che la legge Acerbo alterò la rappresentanza parlamentare così che le elezioni del 1924 si svolsero fra aggressioni e intimidazioni, e che un certo Giacomo Matteotti denunciò tutto questo alla Camera prima di essere rapito e assassinato. Ma anche che fra il 1925 e il 1926 le leggi fascistissime abolirono le libertà politiche e consegnarono al capo del governo poteri incompatibili con qualsiasi democrazia. A me sembra chiaro come l’olio di ricino.

Ma andiamo all’intervista. Meloni comincia infatti dal proprio “eroismo”:

«Credo che ciò che mi ha condotto fin qui», fino al suo ufficio a Palazzo Chigi, «sia stato il coraggio di stare dalla parte scomoda della storia». «Scegliere di andare controcorrente».

La «parte scomoda della storia» è una formula interessantissima e oscena allo stesso tempo, specie pronunciata da una che si professa erede politica di una comunità che ha scelto Giorgio Almirante come padre. A me scomodi sembrano gli oppositori percossi. Come lo fu la vita di Matteotti mentre seguiva i conti delle violenze elettorali comprendendo il rischio che correva. Scomodo era Antonio Gramsci a morire, malato, in un carcere fascista, o Piero Gobetti che morì a Parigi dopo le aggressioni subite. La militanza neofascista della Roma repubblicana stava ai margini del governo coi piedi dentro le staffe di una costituzione che li ripudiava e che, però, godeva del diritto di organizzarsi e di stampare giornali. Poteva anche candidarsi e parlare. Tutti diritti che il fascismo aveva cancellato ai suoi avversari. Meloni si confonde tra impopolarità e persecuzione, ma i fascisti ci sono abituati.

Nel 1996, a diciannove anni, dichiarò alla televisione francese che «Mussolini era un bravo politico» e che «tutto ciò che ha fatto, lo ha fatto per l’Italia». Cohen riprende entrambe le frasi. Interessante se si pensa a quando il 28 dicembre 1935 Mussolini autorizzò Pietro Badoglio a impiegare «anche su vasta scala» qualunque gas nella guerra d’Etiopia e il 29 marzo 1936 autorizzò Rodolfo Graziani a usare gas «di qualunque specie et su qualunque scala». In Cirenaica, già all’inizio degli anni Trenta, la deportazione della popolazione aveva riempito campi di concentramento nei quali fame e malattie accompagnavano una politica di dominio coloniale. Ah L’«Italia» quel bellissimo nome nazionalpopolare dietro cui nascondere quasi un milione di morti etiopi, colpiti dall’iprite e massacrati, nonché gli italiani mandati a morire per l’impero.

Però ha dichiarato «la nostra opposizione a tutti i regimi totalitari e autoritari». Mh. C’è di che perplimersi. A meno che i totalitarismi non nascano solo in periodi complessi e quindi, in fondo in fondo, prevalgano le sfumature.

Arriva poi la frase più assurda e anche commentata dell’intervista:

«Chiaramente, se guardiamo questa storia oggi è una cosa. Se l’avessimo osservata mentre ci trovavamo nel mezzo, probabilmente l’avremmo vista in modo diverso, no?». Non saprei, non c’ero, però moltissime persone la videro con lucidità mentre accadeva e pagarono molto per averla vista. Matteotti, ma anche Benedetto Croce chepubblicò il Manifesto degli intellettuali antifascisti nel 1925. I fratelli Rosselli organizzarono Giustizia e Libertà durante l’esilio, finché furono assassinati in Francia da uomini della Cagoule assoldati dai servizi fascisti. La persecuzione entrò poi nel lavoro delle famiglie, trasformando cittadini italiani in presenze indesiderabili. Il carattere criminale del regime era già visibile ai contemporanei.

La domanda finale, «no?», è più rivelatrice della frase dissennata. Cerca l’assenso dell’interlocutore per rendere relativo ciò su cui la storia non ha dubbi. In mezzo al fascismo vivevano anche i fascisti, certo. Erano «nel mezzo» anche gli etiopi bombardati e gli operai privati del sindacato. Vedevano cose diverse perché occupavano posti diversi nei rapporti di forza. Se eri fascista indubbiamente stavi meglio. La filosofia della storia questa differenza la coglie

Cohen ricorda che Meloni ha rifiutato di definirsi antifascista e riporta una frase tratta dai suoi scritti:

«Conosco il nome e la storia di tutti i ragazzi sacrificati sull’altare dell’antifascismo».

Ecco che l’antifascismo diventa una religione sanguinaria e la giovane povera destra appare come vittima sacrificale. La strage di Piazza Fontana e quella alla stazione di Bologna causarono insieme centodue morti, ricorda Cohen. L’«altare» di Meloni ha una memoria molto selettiva.

Poi compare Giorgio Almirante. Il 22 maggio Meloni ha scritto che egli visse la politica «con passione, dignità e rispetto» e ha promesso che sarebbe stato ricordato da una destra pronta ad agire «con coraggio». Durante l’intervista aggiunge:

«Ci ha insegnato qualcosa di molto importante sul piano dei valori». «Che si può combattere la propria battaglia con dignità anche partendo da una posizione molto marginale».

Quei meravigliosi valori, e soprattutto il rispetto. Ricordiamo, en passent, che Almirante fu segretario di redazione della Difesa della razza. Nel 1942 scriveva che «il nostro razzismo deve essere quello del sangue che scorre nelle nostre vene» e paventava un’Italia in mano «ai meticci e agli ebrei». Durante la Repubblica sociale italiana fu capo di gabinetto al ministero della Cultura popolare. Un bando del maggio 1944, firmato da lui, minacciava la fucilazione alla schiena dei militari sbandati che non si fossero presentati entro il termine fissato. La documentazione è stata esaminata anche in sede giudiziaria e la sua attribuzione ad Almirante ha retto.

Quale parte di questa biografia esprime «rispetto»? Bah. Verso chi si esercita la «dignità»? La marginalità del Movimento sociale italiano derivava dalla nascita di una Repubblica che aveva appena conosciuto l’occupazione tedesca e il collaborazionismo di Salò. Fu una scelta democratica di difesa dopo vent’anni di dittatura e guerre in alleanza con quel brav’uomo di Hitler. Chiaramente, almeno di non aver perso completamente il senno, l’elogio di Almirante toglie credibilità perfino alla condanna delle leggi razziali. Le due affermazioni possono convivere perché la memoria meloniana funziona compartimentalizzando. Le leggi razziali vengono condannate tenendo al riparo Mussolini e Almirante viene onorato separandolo dai suoi articoli e dal servizio prestato a Salò.

Il fascismo fu un progetto di potere, uno dei più cruenti della Storia. Usò la violenza squadrista per distruggere le organizzazioni popolari, una volta entrato nello Stato ne cancellò le libertà. Cercò prestigio imperiale attraverso una guerra coloniale condotta anche con armi chimiche. Nel 1938 trasformò il razzismo in legge. Due anni dopo portò l’Italia nella guerra mondiale accanto alla Germania nazista. Dopo il 1943 la Repubblica sociale collaborò alla persecuzione degli ebrei e combatté contro la Resistenza sotto tutela tedesca. Non c’è nessuna complessità. Solo infamia e disonore…

Gaia Pianigiani ha contribuito alla redazione dell’articolo da Roma e Piombino.

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mercoledì 26 agosto 2026

Sabbie – Gianni Caria

dopo La badante di Bucarest Gianni Caria racconta una storia dalla parte degli ultimi.

questa volta i protagonisti sono Pape, un venditore senegalese che lavora nelle spiagge del nord Sardegna, e Lu, una ragazza adottata dal Vietnam, anche lei lavora in spiaggia.

le loro vite sono piene di problemi, che mica si vedono con un ciao ciao in spiaggia.

Gianni Caria ci fa conoscere Pape e Lu, e non ce li fa dimenticare.

buona lettura (non solo in spiaggia)

 

 

All’apparenza non potrebbero darsi due persone più diverse tra loro, unite solo dal fatto di percorrere avanti e indietro la stessa spiaggia, per lavoro. Ma l’apparenza, si dice, inganna: e Pape e Lu, i protagonisti di questa storia, hanno tanto da condividere. Pape, nato e cresciuto in Senegal in un quartiere povero della grande città, quand’era venuta al mondo la sorellastra Binette aveva deciso di fare qualcosa per sollevarla dal misero futuro cui era destinata, come le altre donne della famiglia e del loro ceto sociale. E si era arruolato nelle Guardie presidenziali per darle un’istruzione di alto livello e farle poi frequentare la facoltà di Medicina. Binette ha seguito solo in parte il percorso tracciato per lei da Pape, il quale, ormai da anni in Italia come ambulante, non conosce o finge di non conoscere le menzogne che la ragazza gli racconta da Dakar, facendosi passare per medico mentre in realtà lavora in un fast-food. Lu è nata in Vietnam, è diventata Lucia Enrica: cittadina italiana grazie a un’adozione internazionale.
Adesso è studentessa universitaria in crisi di identità e incapace di trovare un suo posto nel mondo. Si spaccia per cinese, convinta di saper effettuare massaggi rilassanti dopo aver sbirciato qualche video in rete. I segni del tragico passato di guerra del Paese d’origine che Lu porta fin nel corpo menomato e un viaggio in Vietnam con il padre adottivo le ricordano costantemente, come una condanna, da dove viene. Ma non l’aiutano a capire chi è, né cosa vuole davvero per sé. Cosa succederà quando queste due esistenze, così lontane e insieme così vicine, si incroceranno nella spiaggia lungo cui si trascinano giorno dopo giorno?

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Attraverso l’uso dell’analessi, o flashback, le vite di entrambi, di cui non diciamo nulla per lasciare il piacere dello svelamento alla lettura, vengono messe a nudo. Scopriamo, così, che l’equilibrio e la trasparenza degli incipit, scelta dei termini che dimostra la precisione stilistica dell’autore, hanno a che fare con la verità e le bugie, con la fiducia e i tradimenti; che l’onestà e la coerenza non sono caratteristiche etniche; che l’uomo, nel senso di umanità, prova le medesime emozioni a prescindere dalla latitudine di nascita e che non sempre è in grado di controllare i sentimenti; che la comprensione della propria identità non è limitata ai tratti somatici o al luogo di origine. Scopriamo soprattutto che le relazioni all’interno della famiglia oltre a segnare per la vita possono portare a scelte radicali e decisioni irrevocabili, nel bene e nel male. Muoversi in equilibrio sulle dune sabbiose dell’esistenza e vedere oltre l’opacità dell’apparenza…

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L’Africa è sovrappopolata? Sbagliato: di abitanti ne ha troppo pochi - Paolo Mossetti

 

Capire l’economia di un continente intero non è un’impresa semplice, ma se c’è una cosa che abbiamo imparato leggendo la saggistica divulgativa degli ultimi anni è che certe narrazioni sono dure a morire. Sull’Africa, ad esempio, la storia che ci raccontiamo da decenni è quasi sempre fatta di emergenze demografiche, terre aride e una crescita della popolazione definita insostenibile. Ma se la prospettiva fosse del tutto rovesciata? Se il problema principale dell’Africa non fosse l’eccesso di persone, bensì la loro scarsità rispetto alla superficie e alle necessità di uno sviluppo industriale moderno?

A sollevare la questione con rinnovata decisione è l’ultimo lavoro di Joe Studwell, economista e giornalista britannico noto al grande pubblico per aver spiegato il miracolo economico dell’Estremo Oriente nel suo celebre saggio del duemilatredici dedicato allo sviluppo asiatico. Nel suo nuovo libro intitolato How Africa WorksStudwell affronta i luoghi comuni sullo sviluppo del continente africano e mostra come molte delle ricette economiche calate dall’alto dalle istituzioni internazionali abbiano ignorato la realtà materiale dei fatti.


La tesi centrale che emerge dalle analisi più recenti è che l’idea di un’Africa sovrappopolata sia in gran parte un mito. Considerata la vastità del territorio, la densità abitativa di molte aree africane è storicamente rimasta molto bassa. Questa frammentazione territoriale ha reso incredibilmente costoso costruire infrastrutture basilari, creare mercati interni connessi e sviluppare reti di trasporto efficienti. Senza una concentrazione adeguata di persone, far partire l’industria manifatturiera diventa un percorso in salita. Per decenni gli esperti europei e americani hanno suggerito politiche di contenimento o interventi focalizzati esclusivamente sulle materie prime, trascurando quello che gli Stati asiatici avevano capito molto tempo prima: lo sviluppo passa dal sostegno alla piccola agricoltura familiare, dalla protezione temporanea delle industrie nascenti e da un intervento statale pragmatico orientato all’esportazione.

In Paesi come l’Etiopia, il Ruanda, il Botswana o Mauritius si sono visti risultati straordinari proprio quando i governi locali hanno seguito strategie autonome, talvolta in aperto contrasto con i precetti del libero mercato ortodosso promossi dall’Occidente. La crescita demografica africana, spesso descritta come una minaccia sociale, rappresenta in realtà la più grande opportunità per creare un dividendo demografico, a patto che ci siano le condizioni politiche per valorizzare il lavoro locale.

Guardare all’Africa con le lenti del catastrofismo demografico rischia di farci prendere lucciole per lanterne. Le dinamiche in corso sul continente raccontano una storia molto diversa, fatta di trasformazioni strutturalisfide enormi e opportunità che richiedono prima di tutto di liberarsi dei vecchi pregiudizi.

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martedì 25 agosto 2026

Chiude Rai scuola e nasce ITALIANA! - Matteo Saudino

 


Chiude Rai Scuola: da ottobre verrà sostituito da “Italiana”. La protesta: “Parlare di identità territoriale nel 2026 sembra una barzelletta” - Alex Corlazzoli

Dopo 27 anni di trasmissioniRai Scuola, il canale educational della TV di Stato chiude tra le polemiche delle opposizioni, del mondo dell’istruzione e di molti autori che hanno lavorato al progetto. Dal primo ottobre al suo posto, sul Canale 57, andrà in onda “Italiana”, un format “interamente dedicato al racconto dell’identità del Paese sui territori“. I contenuti dedicati agli studenti finiranno solo su Rai Play e su una piattaforma digitale.

La decisione – presa dal Consiglio d’amministrazione sulla base degli ascolti – ha stupito soprattutto gli insegnanti che hanno promosso una petizione online che in poche ore ha raccolto oltre 36mila firme. Tra i più sorpresi c’è il professore Enrico Galiano che durante la pandemia, su Rai Scuola, aveva partecipato alla trasmissione la “Banda dei fuori classe”, una sorta di grande aula virtuale: “Sembra una barzelletta parlare di identità territoriale nel 2026 sacrificando una risorsa come Rai Scuola che con i suoi contenuti, documentari, interviste ha contribuito ad accrescere la cultura degli italiani”, spiega il noto scrittore a IlFattoQuotidiano.it.

A scendere in campo contro la Rai è anche la senatrice Barbara Floridia del Movimento 5 Stelle che sul suo profilo Facebook ha scritto: “Il problema nasce quando il servizio pubblico smonta un presidio educativo e culturale per sostituirlo con una narrazione identitaria decisa da un governo che da anni ci ha abituato al revisionismo storico. Il servizio pubblico dovrebbe fare esattamente ciò che il mercato non ha interesse a fare: dettare l’agenda anziché inseguirla, aprire spazi, educare, formare, elevare”. L’ex presidente della Commissione parlamentare di Vigilanza Rai (dal 2 luglio l’opposizione in blocco ha rassegnato le dimissioni ndr) aggiunge: “Assistiamo al tentativo di una certa parte politica di costruire una società nella quale pochi decidono cosa deve essere raccontato, quali idee devono avere spazio, quali parole devono essere considerate legittime e quali invece devono essere marginalizzate”.

Dura anche la responsabile Scuola del Partito DemocraticoIrene Manzi che al nostro giornale spiega: “Rai Scuola è stata uno strumento di arricchimento non limitato alla comunità scolastica. Ora andrà in onda la TV del Made in Italy. La dirigenza Rai con questo modello sta impoverendo il servizio pubblico. Lo share non può essere l’unico strumento di giudizio”.
Sul caso il Pd ha presentato anche un’interrogazione ai ministri delle Imprese e del Made in Italy e dell’Istruzione e del Merito senza avere per ora risposte. Anzi. Giuseppe Valditara, sentito da IlFattoQuotidiano.it, ha preferito non commentare.

Intanto, il Cda della Rai è intervenuto per dare la sua versione: “Non è prevista alcuna cancellazione dell’offerta editoriale di Rai Scuola. La sua funzione educativa e divulgativa viene preservata e valorizzata attraverso un’evoluzione delle modalità di distribuzione e fruizione e una presenza più forte su RaiPlay. La scelta, che s’inserisce nel più complesso progetto di rivisitazione dei canali specializzati atteso da anni e finalmente in via di attuazione, nasce dalla necessità di adeguare il servizio pubblico alla fruizione delle nuove generazioni“.

A viale Mazzini si fanno forti dello share: “I dati di ascolto confermano che il canale lineare di Rai Scuola raccoglie un ascolto molto contenuto: 0,14% di share medio nel 2024, 0,13% nel 2025 e circa 0,09-0,10% nei primi mesi del 2026. Si tratta di dati che evidenziano i limiti della televisione lineare come strumento per raggiungere in modo ampio e sistematico il pubblico scolastico”. Una lettura contestata da Silvia Bencivelli, una delle autrici che ha collaborato con la TV di Stato. La giornalista che per prima ha sollevato il caso attraverso i social spiega su Facebook: “Rai scuola negli ultimi due anni è vissuta quasi solo di repliche. Ed è così che muore un canale tv, anche prima che il suo posto venga preso da altre programmazioni”.

Addio, quindi, a una parte della storia della televisione italiana: nata nel 1999 con il nome di Rai Educational Sat, dal 2002, dopo lo sdoppiamento del canale, aveva cambiato nome in Rai Edu 1 e nel 2009 in Rai Scuola. Da ottobre anziché parlare di scienza, storia, libri e innovazione i telespettatori vedranno “un racconto emotivo dell’Italia. Il concept – spiega il comunicato ufficiale della Rai – valorizza un “mosaico” di persone, paesaggi, tradizioni e trasformazioni, con focus su luoghi/borghi, artigianato e impresa, made in Italy, natura/ambiente, enogastronomia, turismo del patrimonio, eventi/folklore, innovazione e sostenibilità, musica/cultura popolare”.

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