Visualizzazione post con etichetta Olimpiadi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Olimpiadi. Mostra tutti i post

lunedì 9 febbraio 2026

Valanga azzurra e valanga rosa? Macchè, nelle gare dell’indecenza stavolta trionfa la Valanga Marrone - Daniele Barbieri


Nella prima giornata l’Italia vince tre (mi pare) medaglie. Una d’oro è nel pattinaggio: di Francesca Lollobrigida che è parente alla lontana del ministro Francesco Lollobrigida… ma è il suo unico difetto. Lei corre con la forza delle sue gambe, il ministrello (sposo della sorella de il presidente Meloni) ferma i treni con l’arroganza delle sue meningi.

Gli statistici diranno che tre medaglie per iniziare è un buon auspicio e bla-bla. Ma a fare bene i conti le medaglie italiane sono già quattro. Infatti ancor prima dell’inizio ufficiale delle gare il “nostro” Paese ha vinto una medaglia d’oro a squadre nel «Vergogna dal trampolino», una nuova disciplina riservata ai grandi media. In effetti questa inedita Valanga Marrone ci ha raccontato, con toni epici, che un noto evasore fiscale ha occupato un vecchio tram per accompagnare alle gare un mattarullo o un Mattarella, Che tutti piangevano quando Laura Pasini ha cantato «Fratelli d’Italia». E che nessun ciglio è rimasto asciutto per le belle parole sulle Olimpiadi di pace del presidente (omonimo del suddetto Mattarella?). O che un ragazzino di 5 anni, chissà chi era, scende dal bus ma sale al cielo, senza pagare il biglietto. Eccetera.

Sono stati i giochi della sostenibilità ambientale e dei conti in regola hanno cantato i campioni della Vergogna dal Trappolino: tutti i dati li smentiscono ma che importa. Ah, quante altre belle imprese per la Valanga Marrone. Uh, come volteggiavano fra le nuvole: sempre più lontani dalle terrestri verità.

Cantavano Enzo Jannacci e Dario Fo: «E sempre allegri bisogna stare / che il nostro piangere fa male al re…».

Tante nuove “discipline” in queste Olimpiadi. Devo accennare almeno al politlon, volgarmente detto pestaggio contro chi manifesta (ieri sera le cariche a Milano sono state assai violente). Con la parallela “Corri per la pelle” che è ovviamente divisa fra juniores e seniores. Spero che la mia amica Sandra – over 60 – ieri abbia corso più veloce degli inseguitori (a squadre, anzi a squadracce).

(*) Dedico questo articolo a Erremme (Riccardo Mancini) con il quale – troppi anni fa – scrissi il libro – per la scuola – «E lo sport si fece mondo» che incontrò molti ostacoli, a partire dalla casa editrice che lo aveva chiesto. Dovunque oggi sia Riccardo, lo immagino sorridente: ricordando a chiunque incontri che un altro sport è possibile. A fatica, quasi sempre dal basso, le Utopiadi si affacciano, scompaiono ma ritornano: fra noi e la libertà c’è un mondo da rovesciare.

da qui

martedì 17 agosto 2021

Jesse Owens e l'amico ritrovato - Gino Cervi

  

Mio caro Hans, ti scrivo questa lettera dalla prigione di Spandau il 10 settembre 1944, tre giorni prima di essere assassinato come i miei amici: Schulenburg, Stauffenberg, Moltke che, come me, hanno preso parte al complotto per uccidere Hitler. Non so se riceverai mai questa lettera.

Mi aiuterebbe in un certo senso a morire; perché affronterei la morte con la coscienza più leggera, sapendo che essa può aiutarti a perdonarmi e a capire perché ho trattato te, l'unico vero amico, che abbia mai avuto e amato, in modo così sleale e vigliacco.

Da Fred Uhlman, L’amico ritrovato (1971)

 

Gela, Sicilia, 13 luglio 1943

 

Jesse, amico mio, 

qui intorno a me sembra non esserci altro che sabbia, polvere e sangue. 

Ho paura, Jesse, ho paura di morire. Non rivedrò più mia moglie e il mio bambino. Non ho fatto quasi in tempo a conoscerlo e lui non avrà nulla da ricordare di suo padre. 

Sento che questa potrebbe essere l’ultima lettera che ti scrivo. 

Se così fosse, una cosa voglio chiederti. A guerra finita – perché prima o poi io spero che tutto questo orrore potrà finire – ti prego di andare un giorno a casa mia, ad Amburgo. Cerca di mio figlio e raccontagli di me, di chi sono stato. E raccontagli della nostra amicizia più forte della guerra. 

Il tuo amico Luz

 

Trovai la lettera nella cassetta della posta molti anni dopo. Era una mattina di settembre, la fine dell’estate del ’45. La lettera era datata 13 luglio 1943. Arrivava a Cleveland, dopo due anni di non so quale giro del mondo, da un posto che non sapevo neppure esistesse, Gela, Sicilia, Italia. 

Mi sedetti sul gradino della soglia di casa, l’aprii. Era il mio amico Luz. E capii subito quello che c’era da capire. Quel posto, la Sicilia, l’Italia, erano lontani migliaia e migliaia di chilometri da casa mia, dall’altra parte dell’Oceano. Sapevo cosa era successo laggiù. La guerra. La guerra mondiale. Sapevo che ci aveva combattuto la US Army. Era sbarcata in Sicilia dall’Africa. Molti soldati afroamericani come me erano passati dalla terra dei nostri padri per andare a uccidere e a morire per una guerra lontana. L’Italia, gli italiani. Amici o nemici, in quell’estate del 1943 ancora non si capiva. I tedeschi, sì, lo sapevamo. Loro erano i nemici. Hitler, i nazisti: erano loro ad aver scatenato l’inferno. 

 

Luz, il mio amico Luz. Anche lui era tedesco, e a me era sempre parso impossibile pensarlo come un nemico, uno da distruggere, il male del mondo. Eppure lui era lì, sul fronte siciliano, sergente maggiore di fanteria della divisione Hermann Göring, a combattere contro gli Alleati, contro i miei fratelli neri che avevano attraversato prima l’Oceano Atlantico e poi, dall’Africa, dalla nostra Africa, quel breve pezzo di Mediterraneo per combattere nella polvere, nella sabbia. Forse proprio uno di loro aveva sparato al mio amico Luz.

Doveva essere successo qualche giorno dopo che aveva spedito quella lettera. Molti anni dopo ad Amburgo, me lo raccontò Aki, il figlio di Luz. Alla fine ero riuscito ad andarlo a trovare, a mantenere la promessa. La promessa che avevo fatto al mio amico Luz, lì, seduto sul gradino di casa, con la lettera tra le mani. “Contaci, Luz. Lo farò. Non so né quando né come, ma lo farò”.

 

Arrivai ad Amburgo alla fine dell’estate del 1951. Erano passati anni, ma alla fine ce l’avevo fatta. Era la mia promessa a Luz. Non erano stati anni facili. Non lo furono mai per me. Vent’anni prima ero “Lampo d’ebano”, l’uomo più veloce del mondo. Ma quattro medaglie d’oro alle Olimpiadi non erano bastate per fare di me un cittadino americano con gli stessi diritti dei bianchi. Immaginatevi allora tutti gli afroamericani come me che di quelle medaglie non avevano neppure il nastro.
Finiva sempre così. Noi neri vincevamo sulle piste di atletica, ma in America continuavamo ad arrivare ultimi nella vita di tutti i giorni. Quando tornai da Berlino, la Federazione di atletica mi cacciò. Avevo accettato di firmare un contratto di pubblicità per indossare delle scarpe da corsa. Me lo fece firmare un tedesco, un certo Adi Dassler,  uno che poi fece con quel marchio a tre bande una fortuna milionaria. Beato lui. A me quel contratto, e quei pochi soldi che mi portai a casa, mi costarono la fine della mia carriera di atleta. La Federazione mi squalificò. Mi accusavano di avevo infranto le regole del dilettantismo, quelle che dicevano che lo sport non doveva essere un mestiere. Ma io avevo bisogno di soldi per vivere.

 

Avevo vinto quattro medaglie alle Olimpiadi, al ritorno mi avevano festeggiato per le strade di New York come se fossi il nuovo presidente d’America, con la banda che suonava a piene note e con una fitta neve di coriandoli di carta che scendeva tra i grattacieli. Poi era tutto finito. Roosevelt, il presidente, non aveva avuto neanche il tempo di stringermi la mano. E io mi ritrovai a dover inventarmi un altro modo di sbarcare il lunario. Correre e saltare: quello era il mio mestiere, altro che sport. 

Diventai un professionista, ma era come lavorare al circo. Mi facevano correre per tutta l’America, ma erano meeting che assomigliavano più a fiere che a incontri sportivi: dovevo correre contro gente che partiva 20, 30 metri davanti a me, e che io superavo regolarmente prima di tagliare il traguardo. C’era pure chi ci scommetteva sopra. E qualche volta fui pure obbligato a correre più piano per far vincere chi era più conveniente che vincesse. Altre volte mi fecero gareggiare contro levrieri, contro cavalli – ma quelli li battevo sempre forse perché si spaventavano sempre allo sparo dello starter ... – e anche contro delle motociclette. Insomma, ero diventato un fenomeno da baraccone. Ed era una vita grama. Ma mi toccava farlo. Dovevo tirar su le mie due figlie, Marlene e Beverly. Erano nate poco prima di Aki, il figlio di Luz.

 

Luz aveva continuato a scrivermi dopo Berlino, alle Olimpiadi del 1936. Era lì che lo avevo conosciuto, sulla pedana del salto in lungo. Carl Ludwig Long era bellissimo. Alto, biondo, sorridente. Era il campione di Germania, e i tedeschi si aspettavano grandi cose da lui in quella gara di salto per via di tutte quelle storie sulla superiorità della razza ariana. 

Il giorno prima, era il 3 agosto, io, Jesse Owens, afroamericano dell’Ohio, con la canottiera degli Stati Uniti d’America addosso, avevo vinto la finale dei 100 m. Ai nazisti non andava a genio che noi afroamericani vincessimo tutte quelle medaglie, soprattutto nelle corse e nei salti. Per l’atletica leggera, il gigantesco Olympiastadion, che per l’occasione Hitler aveva fatto costruire a tempo di record, era affollato fino all’inverosimile. Per il Führer noi eravamo solamente, sprezzantemente «gli ausiliari negri americani». I nazisti pensavano che fosse una vera vergogna che gli americani acconsentissero che «tutti quei negri vincessero quelle medaglie per conto loro».  

 

La mattina del 4 agosto mi trovai sulla pedana del salto in lungo, per le prove di qualificazione della finale, in programma nel pomeriggio. Ho sempre fatto fatica a gareggiare di mattina. Non avevo realizzato che la gara fosse iniziata: presi la rincorsa come per fare un ultimo salto di riscaldamento e feci un nullo. Un giudice capì che ero in confusione, si avvicinò e mi spiegò che quella era la prima delle tre prove che avevo a disposizione per superare i 7,15, la misura minima richiesta, e qualificarmi per la finale. Non sarebbe dovuto essere un gran problema: l’anno prima avevo saltato 8,13, il primato del mondo. Però quel primo nullo m’innervosì. Mentre tornavo a testa bassa verso l’area di attesa, vidi un tedesco biondo prendere la rincorsa, correre come un fulmine, battere sulla riga, alzarsi in volo e atterrare nella vasca di sabbia. Oltre 7 metri e mezzo. Era Luz Long e ce l’aveva fatta al primo colpo. 

Io ero sempre più nervoso. Toccò di nuovo a me. Presi la rincorsa con più rabbia, ma arrivai ancora lungo: il piede superò la striscia di gesso e con la coda dell’occhio vidi il giudice alzare la bandierina rossa. Altro nullo. Non mi restava che una prova.

 

Con stizza gettai per terra la manciata di sabbia che stringevo nel pugno. Fu allora che vidi Luz venirmi incontro. Mi sorrideva. Si avvicinò e mi prese sotto braccio. Mi parlò in un inglese corretto. 

«Prendi mezzo metro di rincorsa in più, e anticipa la battuta. Guarda. Devi staccare qui.» 

E appoggiò una maglietta nel punto a fianco della pedana dove avrei dovuto staccare il piede di battuta. Lo guardai. Sorrisi anch’io, più che altro per sciogliere la tensione. Fissai il punto di battuta che mi aveva indicato. E tornai in fondo alla pista. Feci un mezzo passo indietro, abbassai il tronco, e partii. Corsa, progressione, accorciare la falcata, stacco, volo, sabbia. Salto valido. 7 metri e 80 centimetri. Ero in finale. Mi rialzai e corsi incontro a Luz. Se ce l’avevo fatta, credo, era per merito suo. Glielo dissi. Mi strinse la mano e ci sorridemmo.

 

Al pomeriggio, prima della finale, corsi e vinsi il quarto di finale dei 200 m. Arrivai alla pedana dei salti pochi minuti dopo. Oltre a me e a Luz, c’erano altri due atleti che fecero misure abbondantemente superiori ai 7 metri e mezzo. C’era un forte vento a favore. La gara si fece subito emozionante. Il pubblico dell’Olympiastadion ne seguiva appassionato lo svolgimento, facendo il tifo per Luz. Ero un po’ stanco per la corsa sui 200, ma, anche grazie ai consigli di Luz nelle qualificazioni, quella pedana non aveva più segreti per me. Balzai in testa fin dalla prima serie di salti: dietro al mio 7,74 c’erano il giapponese Tajima, Luz e l’italiano Maffei. Al secondo salto migliorai di dieci centimetri, ma Luz saltò anche lui a 7,74. Al terzo e al quarto giro, la tensione, o forse la stanchezza, mi combinarono un brutto scherzo e infilai due nulli di fila. Luz intanto non mollava: prima arrivò a 7.81, a soli tre centimetri dal mio primo posto, e, poi al penultimo salto, il quinto, addirittura mi superò con uno straordinario 7,87 m, suo primato personale. L’Olympiastadion era in delirio. Erano eccitati per quella fantastica gara a colpi di centimetri. Quando mi preparai per il mio salto, non sentii l’ostilità del pubblico tedesco, ma soltanto la grande, emozionata tensione di quelle decine di migliaia di spettatori.

 

Presi la rincorsa, saltai e toccai terra a 7,94: ero ancora primo. Ormai la vittoria era una questione tra me e Luz. Nell’ultimo salto Luz tentò il tutto per tutto: doveva andare ben oltre i suoi limiti e ci provò forzando la rincorsa e cercando di rubare anche l’ultimo millimetro al punto di battuta. Ma non bastò. Il giudice alzò la bandierina del nullo. Luz si rialzò dalla sabbia, salutò il pubblico con le mani e tornò al suo posto. A quel punto ero certo della mia vittoria: però volevo onorare quella finale e cercai col mio ultimo salto di migliorare ancora. Avrei voluto regalare il record del mondo a quel pubblico, e soprattutto a Luz. Partii deciso, staccai di mezzo piede prima della linea di gesso, volai sulla sabbia e sullo stadio e atterrai: 8,06. Sette centimetri in meno del record del mondo. Non ce l’avevo fatta. Ce l’avevo fatta invece a conquistare la stima e la simpatia dei tedeschi dell’Olympiastadion, che si alzarono in piedi ad applaudire. E applaudirono ancora di più quando videro Luz corrermi incontro e abbracciarmi. Molti fotografi intorno scattarono delle foto. Ci chiesero di metterci in posa. Ricordo che quella più bella ci ritrae sdraiati a terra, uno vicino all’altro, con le facce sorridenti. L’amicizia e il sorriso di Luz erano più splendenti della medaglia d’oro.

 

Non credo che tutto questo facesse piacere a Hitler e ai suoi gerarchi. Ma sta di fatto che le cose andarono davvero così quel giorno. Non è vero che Hitler si rifiutò di stringermi la mano nel corso della cerimonia di premiazione. Hitler non c’era e basta. Non so se avrebbe dovuto esserci e preferì andarsene, ma non mi interessa saperlo. Mi sarebbe invece più interessato sapere il perché il presidente Roosevelt nel 1936, dopo le mie quattro medaglie a Berlino, non venne a stringermi la mano.

 

Tutto questo lo raccontai ad Aki Long, il figlio di Luz. Era l’estate del 1951. In quegli anni avevo trovato da vivere facendo il preparatore atletico degli Harlem Globetrotters. Fu in occasione di una delle loro trasferte in Europa che arrivai in Germania. A Berlino mi avevano chiesto di tornare all’Olympiastadion e di correre ancora su quella pista. Accettai e mi sorpresi davvero quando vidi cinquantamila berlinesi che aspettavano quel momento. Poi riuscii finalmente a mantenere la mia promessa e andai ad Amburgo. Non fu semplice trovare lui, e sua madre. Mi trovai davanti un ragazzino di dieci anni. Aveva la stessa faccia di Luz, lo stesso sorriso. Passammo qualche ora insieme, a passeggiare lungo i canali della Fleet. La madre gli aveva raccontato di Luz e della nostra amicizia nata all’Olympiastadion, tanti anni prima, e poi continuata nelle lettere che ci mandavamo. Avevo portato con me l’ultima lettera di Luz. Aki mi disse di non ricordarsi nulla del padre: era troppo piccolo quando partì per il fronte. Ma mi disse di aver capito che cosa avevo voluto dire quando un giornalista, alla fine del mio giro di pista d’onore a Berlino, mi chiese quanto tenessi alle mie medaglie olimpiche. Risposi allora che le vere medaglie sono le amicizie: le medaglie col tempo si consumano, le amicizie no.  

 

James Cleveland Owens (Oakville 1913 – Tucson 1980) è stato uno dei più celebri atleti della storia delle Olimpiadi. Scoperto da un insegnante di ginnastica di Cleveland, che prese a chiamarlo Jesse, nomignolo derivato dalla pronuncia delle due iniziali del nome JC, Owens arrivò ai Giochi Olimpici di Berlino del 1936 già famoso. Il 25 maggio del 1935, nel corso di un meeting di atletica ad Ann Arbor, nel Michigan, stabilì sei nuovi primati del mondo nell’arco di soli 35 minuti: nelle 220 iarde, nelle 220 iarde a ostacoli – record che valevano anche per la misura inferiore dei 200 metri piani e ad ostacoli –, nelle 100 iarde e nel salto in lungo, dove ottenne una straordinaria misura, 8,13 metri, record che rimase imbattuto per ben venticinque anni, fino al 1960. Ma fu la conquista di quattro medaglie d’oro – 100 e 200 m, staffetta 4x100 e salto in lungo – a consacrarlo alla fama. I suoi successi assunsero un particolare significato: un atleta afroamericano vinceva al cospetto di Hitler e delle teorie naziste sulla purezza della razza ariana e dell’inferiorità di popoli come gli ebrei e i neri.

 

Carl Ludwig “Luz” Long (Lipsia 1913 – S. Pietro di Clarenza 1943) saltatore in lungo tedesco. Arrivò secondo alle Olimpiadi di Berlino, alle spalle del grande Jesse Owens. Proprio sulla pedana dell’Olympiastadion nacque l’amicizia tra i due. Chiamato alle armi alla fine del 1942 e inviato sul fronte italiano che in Sicilia doveva opporsi allo sbarco degli angloamericani, morì a seguito delle ferite riportate in una battaglia nei pressi di Gela. Luz Long è sepolto presso il cimitero di guerra di Motta Sant’Anastasia, in provincia di Catania.

da qui

martedì 20 marzo 2018

Olimpiadi2026 a Torino? Come si sta muovendo la nuova «Grosse Koalition» del massacro sociale (e perché) - Maurizio Pagliassotti



«Ci sono momenti in cui è necessario gettare il cuore oltre l’ostacolo. Come diceva XYZ, e pensando anche quelle parole lontane, ma oggi così vicine, noi diciamo sì. Lo facciamo non a cuor leggero, consapevoli degli errori che sono stati commessi nel passato. Ma è proprio per dimostrare che si può fare bene ciò che è stato fatto male in passato che noi diciamo sì. Perché vogliamo dimostrare che la sostenibilità ambientale ed economica è qualcosa che si può fare. A coloro che dicono “no”, legittimamente, noi rispondiamo: stiamo lavorando anche per voi, per far ritornare la fiducia anche in coloro che l’avevano persa. Daremo tutta la nostra passione e il nostro coraggio per costruire insieme un evento bello, forte, sostenibile, ecologico. Noi trasformeremo gli errori del passato in lavoro, crescita, sviluppo. Quindi Torino [ma forse ci sarà anche Milano, N.d.R.] dice “Sì” alla candidatura per le Olimpiadi di Torino 2026.»
Probabile la deriva «noi ci mettiamo la faccia». Applausi, pagine sul giornale di famiglia, il «coraggio del pragmatismo», «il senso di responsabilità e la visione di futuro», oppure «Torino rilancia la sfida», «ripartenza». Campagna mediatica già ampiamente in corso.
Con ogni probabilità tutto questo, tra pochi giorni, verrà pronunciato dal centro del cratere olimpico di Torino. Città che elegge ogni cinque anni un commissario fallimentare, figura indispensabile per ripianare il maxidebito lasciato dalle Olimpiadi, quelle del 2006.
Dall’uno vale uno, all’uno vale l’altro.
La Stampa di lunedì 30 ottobre 2017, a proposito della difficile situazione finanziaria del Gruppo Trasporti Torinesi e di conseguenza del Comune di Torino:
«…È Stefano Lo Russo, oggi capogruppo del PD in Consiglio comunale, ma fino alla precedente legislatura uomo chiave della squadra di Fassino intercettato il 4 novembre del 2016 mentre era al telefono con un giornalista. In realtà l’intercettazione è stata effettuata per un’altra inchiesta ma finisce nel faldone GTT perché le dichiarazioni dell’ex assessore sono da considerare eloquenti. Gli inquirenti, che stanno lavorando sul disallineamento dei conti del Comune e sulle Partecipate, vengono colpiti dalla fermezza con cui Lo Russo spiega che i problemi dei conti di Torino sono nati con le Olimpiadi e che poi hanno cercato di nascondere le cose.»
È veramente un peccato dover associare la parole del filosofo tedesco a queste cosine ridicole della storia, e chi volesse avere un quadro completo della tragedia, stadio originario della farsa prossima, può leggere qui.

Le cose, contano solo le cose
Il costo preventivo delle Olimpiadi invernali di Torino 2006, non «low cost», fu pari a 550 milioni di euro.
Il preventivo, informale, delle Olimpiadi invernali di Torino 2026, «low cost», è pari a 975 milioni di euro.
Potremmo fermarci qui, stappare un bottiglia di vino forte affinché, come cantava il poeta, «ci sia allegria anche in agonia.» Ma dato che la vicenda deborda nel grottesco vale la pena di spenderci qualche parola.

Curiosa locuzione, «low cost»: ben conosciuta in Valsusa, perché la Torino – Lione, non è più Tav, ma Tav «Low cost»: ribatezzata così da Graziano Delrio, costa appena 4.7 miliardi di euro. I sostenitori del Tav come quelli delle Olimpiadi hanno in comune la voluta distorsione della realtà economica, nonché un uso spregiudicato, e vagamente ridicolo, delle locuzioni. Ma perché sono poi «low cost»?
Il Cio chiede con nuove norme di rendere sostenibili i giochi e dà vaghe indicazioni in merito. Quindi, par di capire, è necessario svenare le casse pubbliche dello Stato per riutilizzare, per altri quindici giorni, impianti abbandonati al termine dei precedenti Giochi del 2006. I proponenti, con ampio uso retorico, sostengono che verranno riutilizzati gli impianti abbandonati: questo processo viene definito, niente meno, «il sogno». Intendono quindi rimettere in sesto:
§  la pista di bob di Cesana Torinese;
§  il trampolino di Pragelato;
§  e probabilmente il Villaggio Olimpico di Torino.
I primi due marciscono da circa dieci anni, il terzo è diventato l’alloggio di circa 1400 migranti in cerca di un tetto.
«Il sogno» – ricicliamo – non tiene conto di cosa fare di questi impianti dopo le Olimpiadi: lo schema sarebbe ovviamente quello del 2006, ancor più sicuro perché questa volta non ci sarebbero – se veramente si vogliono tagliare i costi – fondi necessari per il riutilizzo successivo. Certo, giureranno che dopo la cerimonia di chiusura sarà un florilegio di attività, di cittadelle dello sport, di «Coverciano della neve»: l’hanno già fatto i predecessori nel 2006, dilapidando miliardi, mentre si chiudono gli ospedali. Quanto costerebbe quindi la ristrutturazione pro tempore? Nessuno al momento può dirlo, nemmeno coloro che sostengono il principio del «riciclo».

Per quanto riguarda il Villaggio Olimpico, la situazione è ancora più pericolosa e ridicola. In esso vivono circa 1400 migranti, fantasmi della città che hanno trovato in questi palazzi un luogo dove ripararsi. Si dovrebbe quindi buttarli fuori e sparpagliarli per la città, dato che il processo di «sgombero dolce» organizzato da Comune, fondazioni bancarie e curia, è ormai fallito. Le casette inoltre, costate oltre 140 milioni di euro, risultano devastate, non dalla presenza dei migranti, bensì dalla loro debolezza infrastrutturale. Si dovrebbero rifare da cima a fondo, quindi. Un vecchio adagio torinese dice così «a volte costa più la corda del sacco»: ma ovviamente si punta ai soldi per la corda con i grandi eventi. Se gli atleti verranno ospitati a Torino, è molto probabile un nuovo villaggio olimpico.
Anche perché ci sono appetiti da soddisfare, la corrente cementizia della città già scalpita, e non si accontenteranno di ridare il bianco a qualche muro. Sono in molti ad avere «sogni» e «vision» a Torino, in questi giorni.
In generale, inoltre, tutti gli impianti olimpici che potrebbero essere utilizzati, oggi sono «gestiti» da privati. il Parco Olimpico era interamente di proprietà della Fondazione XX marzo 2006. Nel 2009 il 70% delle azioni è stato affidato ai privati. La gara è stata vinta dalla società americana Live Nation, in collaborazione con la società torinese Set Up.
Vi è inoltre un costo non comprimibile della spesa, e non ammortizzabile, in geometrica espansione dato il contesto storico: quello afferente alla sicurezza. Organizzare le Olimpiadi è come organizzare una guerra: e il Cio, su questo punto, non vuole sentir parlare di risparmi o «low cost». Torino, dopo il disastro di Piazza san Carlo, dovrebbe aver imparato la lezione.
Il riciclo degli impianti, quindi, inciderà minimamente sul piano della spesa finale, è solo fumo gettato negli occhi. In realtà, come sempre accade, nessuno in questo momento può neanche immaginare quanto si spenderà. Nel 2012 il Guardian fece un’analisi di questo fenomeno mettendo sotto la lente le Olimpiadi di Londra. Le sfortunate Olimpiadi parigine del 2024, anch’esse ribattezzate «low cost», si stanno rivelando – come tutte quelle del passato – una voragine senza fine.

Innsbruck – che ha gli impianti a disposizione, e in funzione, su un territorio molto meno vasto – si è ritirata dopo un referendum, e nemmeno Stoccolma ha superato la fase iniziale. L’idea di organizzare giochi olimpici invernali sembra non piacere neanche agli svizzeri. In base a un sondaggio realizzato a quattro mesi dal cruciale voto sul progetto di candidatura di Sion 2026, i pareri contrari raggiungono il 59% degli interpellati, mentre i favorevoli solo il 36%. Decideranno a giugno.
Il direttore del Cio, relativamente ai dubbi svizzeri sulla cosiddetta «garanzia limitata del deficit» ha precisato che a rispondere di un eventuale disavanzo saranno gli organizzatori: «A fare stato sono le firme sul contratto con l’ente ospitante». Ma quali sono i conti degli svizzeri per le loro Olimpiadi del 2026? Come riporta Ticinoonline:
«Gli organizzatori hanno messo in preventivo spese complessive per 1,98 miliardi di franchi ed entrate per 1,15 miliardi. Da più parti è tuttavia stato osservato che si tratta di previsioni troppo ottimistiche e che la sicurezza potrebbe fare lievitare i costi. L’ultima parola sulla candidatura olimpica spetta comunque ai cittadini vallesani.»
Gli svizzeri hanno già detto che da loro ci sarà un buco minimo di 850 milioni di euro. In Svizzera. Noi qui, a trombe politiche unificate, suoniamo la grancassa del «low cost». E siamo tutti entusiasti.
Entusiasta il Partito Democratico, coerentemente con la sua storia.
Entusiaste le banche, entusiasti i costruttori, entusiasta – suppongo– la criminalità organizzata che ancora sta digerendo con fatica l’abbuffata pantagruelica dell’altra volta.
Entusiasti Lega, Forza Italia, destra, tutti. È la Grande Colazione che si avvicina, a Torino e in Italia.
Entusiasti quelli di adesso, i pentastellari torinesi. Ondivaghi, hanno aperto la valvola della protesta anti sistema per poi trasformarla, nell’attimo della vertigine del non-potere che hanno, nel più compiaciuto conservatorismo. Bigotti del bilancio e dell’austerità, ma pronti a cercare la salvezza laddove vi è la rovina della città. I dissidenti della maggioranza pentastellare in Comune sono quattro e mezzo, gli altri sono impiegati della politica che un tempo sbraitavano contro le grandi opere/eventi, e oggi sbraitano di «sogni» e «vision».

Entusiasta «Beppe», che telefona in diretta durante un’assemblea come nelle migliori tradizioni del cabaret: e Beppe dice a «Chiara» che le Olimpiadi sono «un’occasione», così Chiara si sente forte, e la dissidenza interna viene tacitata per qualche ora.
Costoro affrontano allegramente la candidatura olimpica senza tener conto che il sistema bancario in essere, l’assenza di una banca pubblica – per cortesia nessuno tiri in ballo la Cdp – le regole di bilancio nazionali e sovra nazionali, nonché la dimensione del debito pubblico, la svalutazione del lavoro con il dilagare di impieghi non retribuiti spacciati per volontariato, tutto questo rende impossibile l’organizzazione di una Olimpiade che non sia un massacro sociale.
Ostacoli strutturali, incontrovertibili, a cui i proponenti rispondono con la retorica del lowcost/sogno/vision/facciamo a modo nostro. Il vecchio arnese della fuffa gettata negli occhi, affinché la pietrosa materia risulti invisibile. Vivono, i proponenti, nella allucinata ed egoriferita convinzione che il loro magico tocco possa trasformare in oro il marciume: la sindrome di Re Mida.
Contrario brutalmente – perché consapevole di tutto quanto sopra elencato – il Movimento No Tav, che in un durissimo comunicato stampa contesta la narrazione tossica relativa al principio «low cost” nonché l’intera impalcatura ideologica legata ai grandi eventi. Anche perché, se il Tav non sarà fermato – da chi? Dai pentastellari di governo? – negli anni antecedenti alla cerimonia di apertura i cantieri olimpici si sommeranno  al maxicantiere del tunnel di base a Chiomonte e al maxi cantiere di Salbertrand, ove verrà stoccato lo smarino. La Valsusa, ancora una volta, utilizzata da tutti come un territorio da saccheggiare.

Ma perché rifare le Olimpiadi? Le vere ragioni
Premessa: in linea teorica esiste un articolo della Carta Olimpica, Cap. 5 art. 37 comma 7, che così recita:
«L’elezione riguardante la designazione della Città Ospitante si svolge in un Paese che non presenti nessun candidato all’organizzazione dei Giochi Olimpici in questione, dopo attento esame del rapporto stilato dalla Commissione di valutazione delle città candidate.»
Ovvio conflitto di interessi. Il presidente del Coni Giovanni Malagò, il sindaco di Milano Giuseppe Sala e il Governatore della Lombardia Roberto Maroni hanno sottoscritto tale impegno, anche se poi hanno dichiarato di «non volersi precludere nulla». Anche perché, e questo è lo scenario più probabile, Torino, o Torino-Milano, potrebbe rimanere l’unica città candidata in Europa nel caso in cui Sion si ritirasse.
Alla dolce tentazione leopardiana del prevaler del riso fuori posto o del pianto consolatorio, è bene contrapporre la massima spinoziana «Non piangere, non ridere, comprendere»: le Olimpiadi si vogliono rifare a Torino per le stesse ragioni dell’altra volta.

La Città sta andando verso la fase finale della deindustrializzazione, il cratere sta per eruttare nuovamente conflitto. Soprattutto quelle periferie che brulicano di malessere. Serve un grande evento – non ci sono differenze tra grandi opere e grandi eventi – che distragga, che porti via l’attenzione. Niente più panem, solo circenses: poi tanto da queste parti – mai dimenticare la teoria dei vasi comunicanti quando si parla di debito pubblico e grandi opere – per recuperare denaro chiudiamo due ospedali: Molinette e Sant’Anna. Al loro posto un ospedale più piccolo, la Città della Salute.
«Il privato – si può leggere sul quotidiano di Confindustria – sosterrà il 70% della spesa di realizzazione degli edifici, 306 milioni di euro, e sarà remunerato grazie al canone ottenuto dai risparmi sui costi della gestione corrente.»
È il famoso Project Financing, il meccanismo estrattivo principe – utilizzato sempre più per grandi eventi e grandi opere – per la creazione del debito pubblico e la privatizzazione dei servizi. Ovviamente nella nuova struttura sanitaria privata affittata al pubblico i posti letto saranno tagliati, i pentastellari regionali sostengono addirittura della metà: da 2000 a 1000. Progetto della giunta regionale Chiamparino, fatto proprio dai Cinque Stelle di Torino dopo un repentino cambio di opinione.
Ma torniamo alla deindustrializzazione. Il «Polo del lusso» di Torino, quello che doveva arrivare dopo il referendum di Mirafiori del 2011, si sta rivelando non solo insufficiente, ma inadeguato. La famiglia è sempre più lontana da Torino, volutamente. La Fiat si prepara a lunghe sospensioni produttive a Mirafiori e a Grugliasco. L’ombra dell’Imbraco si allunga sugli ultimi rimasugli, ma ancora sostanziosi, della Fiat a Torino. In questo contesto economico sociale regressivo, l’unica legge che vale è quella dell’antropologo David Graeber:
«più i processi di redistribuzione della ricchezza dal basso verso l’alto sono iniqui, più necessitano di eventi spettacolari e autocelebrativi.»
Nella speranza che queste parole possano fermare la stoltezza di un tempo buio e spensierato, sipario.