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lunedì 14 marzo 2022

Sorvegliati speciali - Eddi Marcucci, Franco Palazzi

 

Una discussione su giustizialismo, repressione del dissenso, cultura forcaiola. Per capire come il neoliberalismo ci ponga tutti e tutte sotto controllo

Maria Edgarda (Eddi) Marcucci, trentenne romana che ha trascorso molti degli ultimi anni a Torino, è una delle persone che nel 2017 sono partite dall’Italia per unirsi alla resistenza curda contro l’avanzata del cosiddetto Stato Islamico nella Siria del nord. Nello specifico, ha combattuto nelle fila dell’Ypj, l’unità di difesa delle donne curde in Rojava. A seguito di un’ordinanza del tribunale di Torino, recentemente confermata dalla Cassazione, Marcucci, che è incensurata, è sottoposta a un regime di sorveglianza speciale in quanto ritenuta «socialmente pericolosa». In virtù di tale provvedimento, le sono stati ritirati il passaporto e la patente, deve notificare in commissariato qualunque spostamento al di fuori del comune di residenza, non può trovarsi fuori casa fra le 21 e le 7, avvicinarsi a locali pubblici dopo le 18 o prendere parte a pubbliche riunioni. In occasione della presentazione del libro La politica della rabbia che si è tenuta lo scorso 8 dicembre alla fiera Più Libri Più Liberi, Marcucci ha deciso di violare il regime di sorveglianza e di partecipare a una discussione con l’autore del libro Franco Palazzi e il giornalista di Vice Leonardo Bianchi.

Il dialogo che segue, tra Marcucci e Palazzi, riprende alcune delle tematiche dell’incontro.

FP: Cara Eddi, grazie per aver accettato questo scambio. Nel mio libro mi sono occupato di criminalizzazione del dissenso e della conflittualità sociale che si muove dal basso verso l’alto, criticando alla radice i sistemi di oppressione presenti nella nostra società. La tua vicenda mi sembra paradigmatica di questi fenomeni. Vorrei iniziare questo nostro dialogo con una domanda di contesto, che provi in qualche modo a zoomare all’indietro rispetto alle tue traversie giudiziarie, cui pure arriveremo. Pensi che ci sia un nesso tra la palese incomprensione del tuo impegno in Rojava da parte delle autorità italiane e la collocazione geografica di quella tua esperienza? Mi spiego meglio: per anni in Europa abbiamo vissuto con il terrore dell’Isis, ma anche con l’incapacità di pensare lo scenario geopolitico in cui si è potuto sviluppare e le nostre responsabilità in proposito. La tua esperienza con l’Ypj, che pure comportava il combattere a viso aperto e a rischio della vita la stessa minaccia che qui ci angosciava, sembra collocarsi dall’altro lato di una di quelle frontiere invisibili di esclusione, cognitiva prima ancora che politica, che Sousa-Santos chiama linee abissali. In altre parole, quanto credi abbia contato, al netto del prendere parte a un’esperienza bellica, il fatto che si sia svolta in un contesto «altro» per uno sguardo eurocentrico, e per giunta di radicale sperimentazione democratica come quello del nord della Siria?

EM: Credo che una prima questione sia legata proprio al contesto di guerra – che in un paese come l’Italia non viviamo di fatto dalla fine del secondo conflitto mondiale. Nell’Italia di oggi è difficile persino immaginare come ci si senta in una situazione simile. Non a caso il paragone più usato rispetto all’internazionalismo che si è osservato in Rojava è quello con le Brigate Internazionali durante la guerra civile spagnola. Si tratta di un accostamento che senza dubbio ha delle ragioni, ma d’altra parte la sua (parziale) appropriatezza deriva proprio dalla mancanza di esperienze temporalmente più vicine cui fare riferimento in territorio europeo. Tenendo conto di ciò, senza lanciarci in interpretazioni delle carte giudiziarie con cui è stata richiesta la sorveglianza speciale per me e altr*, credo risulti abbastanza evidente che da parte dell’autorità giudiziaria non ci sia stata una vera percezione del contesto geopolitico, anzi ha cercato di squalificarlo completamente, di ridurlo a ciò che era rilevante per la Procura. Quando si nomina la Siria o il Kurdistan le carte sono superficiali, imprecise: solo da una prospettiva eurocentrica e orientalista il Rojava poteva apparire come l’«ennesimo pasticcio mediorientale», in cui bande armate contrapposte si fronteggiavano per una qualche volontà di dominio. In realtà lo scenario che si stava delineando in quell’area ha iniziato ben presto a emergere, malgrado la poca finezza di analisi dei media mainstream, nella sua unicità: c’era una mobilitazione che prendeva parola con forza e avanzava un’alternativa democratica tanto allo Stato Islamico quanto alla Siria del dittatore Assad. Dietro a questa miopia di fondo vedo l’idea squisitamente europea che la giustizia sia meramente una procedura da applicare in un modo supposto neutrale. Detto questo, il fattore dirimente per la criminalizzazione che è seguita è ciò che hai fatto prima di un’esperienza come quella del Rojava, e cosa farai al ritorno. Non tutte le persone italiane che sono andate a combattere al fianco della popolazione curda si sono viste presentare una richiesta di sorveglianza speciale. Ciò che accomuna me e gli altri cinque per cui questo è avvenuto è il nostro coinvolgimento in una serie di conflitti sociali – coinvolgimento che pure uno stato sedicente democratico dovrebbe essere in grado di gestire diversamente. La privazione di libertà a cui sono sottoposta è in antitesi con tutti i principi costituzionali che dovrebbero garantire quella libertà di pensiero e di dissenso che, in una tipica visione eurocentrica, attribuisce una superiorità del nostro modello di società rispetto ad altri. Sembra essere sfuggita la continuità essenziale fra misure di «sicurezza» che si può vedere applicate pur senza aver commesso alcun crimine e l’ordinamento del regime fascista – non a caso ci sono sentenze sia della Corte Costituzionale che della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che vanno in questa direzione, la mia su questo punto non è certo una voce che grida nel deserto.

FP: Proprio le misure preventive con cui devi fare i conti sono state recentemente descritte dalla sociologa e giurista Xenia Chiaramonte come «armi bianche». Scrive Chiaramonte nel suo libro Governare il conflitto: «solo apparentemente più deboli delle pene, [queste misure] in verità sono straordinariamente afflittive in quanto ampiamente restrittive della libertà individuale, tanto da porre questioni di legittimità costituzionale. Sono più subdole poi, se si pensa alla difficoltà di impugnarle. Esse si fondano sul sospetto». Chiaramonte fa poi un passaggio secondo me fondamentale nel tracciare un nesso tra questi strumenti giuridici e la permanenza nel nostro sistema di assunti della vecchia criminologia positivista della scuola lombrosiana (gli studi di fine Ottocento sul «delinquente politico» ecc.).

EM: Infatti è importante ricordare che il fascismo si trovò in un certo senso la sorveglianza speciale già pronta, concepita dallo stato liberale. Stiamo parlando di elementi che hanno a che fare con la storia della formazione dello stato moderno, al netto della forma di stato o di quella di governo (che si tratti di stato totalitario, liberale o repubblicano).

FP: Qui peraltro stiamo sfiorando un tema di cui scrivo ne La politica della rabbia e che ti sottopongo: l’immagine della folla delinquente e irrazionale, in cui si diffondono come per contagio passioni incontrollabili e intenzioni sovversive. Ho l’impressione che queste due eredità avvelenate lasciateci, tra gli altri, dal lavoro di Lombroso e Sighele, siano fra loro connesse: è per essere separato dal contesto della folla che chi è giudicato pericoloso deve divenire oggetto di misure repressive, fungendo al contempo da monito e da deterrente per tutti gli altri componenti di quel gruppo che fa così paura al potere costituito. Detto altrimenti, non mi pare che si provi a colpire te e altre cinque persone con l’idea che siate dei dinamitardi isolati, ma proprio in quanto appartenenti a certi movimenti sociali e militanti per determinate cause politiche. L’intenzione è fare di voi un esempio.

EM: Quel che dici è vero per noi come per molte altre persone e la dinamica è anche abbastanza manifesta. Penso al caso di Dana Lauriola, alla quale sono state rifiutate le misure alternative al carcere anche per «la sua scelta di risiedere a Bussoleno» dove, scrive il tribunale «potrebbe proseguire la propria attività di proselitismo e di militanza ideologica»: è evidente che anche qui, un caso in cui la misura non è preventiva, ma penale, a venire attenzionata non sia la condotta della persona, ma la persona stessa, non per quel che fa ma perché – la militanza politica fa parte di chi è, di come vive. C’è una mentalità punitiva, che non ha nulla a che fare con la giustizia nella società, ma è molto legata alla sanzione di chi lotta e mette in discussione una sua certa visione e organizzazione. Infatti, in contesti come quello del movimento No-Tav, gli arresti riguardano sia persone con lunghe storie di militanza alle spalle e che svolgono ruoli importanti nella comunità, sia individui che sono magari a una delle loro primissime manifestazioni. L’idea è quella di dimostrare che una partecipazione anche episodica sia già di troppo, che per incappare in misure repressive e di criminalizzazione dimostrare la propria adesione in una singola occasione sia sufficiente. Di fronte a questa strategia però il movimento ha trovato ogni volta le sue strategie di autodifesa. La rabbia che esplode di fronte a queste prevaricazioni, intesa come ne parli tu nel tuo libro, quindi come il sentimento che si produce quando si ha la sensazione che si sia superato un limite invalicabile, è sempre stata trasformata in motore per agire, di fronte a ogni ostacolo si sono trovate nuovi modi di agire che lo superassero.

FP: Visto che hai citato espressamente il movimento No-Tav di cui fai parte, credo sia interessante soffermarci un attimo sul fatto che, nell’ordinanza che dispone la tua sorveglianza speciale, la tua presunta «pericolosità» è sostenuta mettendo insieme l’impegno in Rojava con l’esperienza appunto in Val Susa e con la tua militanza nel movimento femminista Non Una di Meno. Sia a prima vista che in un’ottica più approfondita, si tratta di mobilitazioni fra loro assai eterogenee, che richiedono forme di adesione molto diverse e mettono in campo repertori d’azione che, al netto di una pur riscontrabile condivisione di alcuni ideali, differiscono nettamente. Vorrei chiederti in proposito se ritieni che una di queste esperienze abbia svolto un ruolo preminente rispetto alle altre – se ad esempio credi che puntare i riflettori anche sulla militanza femminista e quella internazionalista sia meramente strumentale rispetto all’attenzione sproporzionata che la procura torinese ha prestato nell’ultimo decennio al movimento valsusino, o se siamo davvero al punto in cui anche la riappropriazione dello spazio pubblico largamente pacifica svolta da Non Una di Meno viene percepita come problematica dalle autorità.

EM: Credo si tratti chiaramente della seconda ipotesi. La tua domanda ci permette anche di comprendere come il potere giudiziario, che non è che una componente di quello statuale, si articola a sua volta in modalità anche disomogenee sul territorio. Una procura come quella di Torino si distingue per un interventismo «politico» maggiore di molte altre – e il tribunale tende ad assecondarla. In tribunale per quel che ho osservato io il corpo collettivo è sempre minaccioso, cattivo. L’essere tante persone insieme è sempre un’aggravante, quella collettiva è una situazione che diventa attaccabile dallo Stato, nelle sue varie componenti, in quanto tale.

FP: Mi sembra interessante a questo punto ritornare dal livello dell’applicazione delle norme a quello della loro creazione, per evidenziare come, pur all’interno di dinamiche di criminalizzazione del dissenso di lungo corso, gli ultimi anni abbiano visto una congiuntura particolarmente drammatica, durante la quale persino una parte della società sedicente «progressista» è arrivata a porsi in continuità con le peggiori destre. Penso ad esempio a uno strumento come il «Daspo urbano», introdotto con l’allora decreto Minniti-Orlando (poi convertito in legge) da una maggioranza nominalmente di centrosinistra. Grande sostenitore del ricorso al Daspo urbano contro le persone senzatetto era fra l’altro Massimo Adriatici, l’ex assessore comunale di Voghera in quota Lega al momento sotto processo per l’omicidio di Youns El Boussettaoui. Una vicenda a suo modo analoga riguarda la criminalizzazione di chi salva e accoglie le persone migranti, dai sequestri delle navi delle Ong che operano nel Mediterraneo al procedimento a carico di Mimmo Lucano – vicenda che ancora una volta mostra plasticamente convergenze bipartisan. A fronte di questo retroterra recente, mi pare che la pandemia abbia prodotto un forte spiazzamento, facendo diffondere in breve tempo la convinzione che le uniche forme di dissenso e di conflitto nel paese siano (e siano state nel recente passato) quelle agite dal fronte no-vax, con le caratteristiche che conosciamo (egemonizzazione crescente da parte della destra fascista, derive irrazionalistiche eccetera). Qui emerge da un lato la tentazione, da parte delle istituzioni, di assumere i no-vax come raffigurazione di comodo di qualunque istanza di protesta sociale; dall’altro la tendenza preoccupante dell’opinione pubblica ad accettare misure para-autoritarie in virtù della convinzione che possano esserne bersaglio soltanto coloro che si oppongono alle vaccinazioni (l’astio con cui è stato accolto il recente sciopero generale non è in tal senso incoraggiante). Dal tuo punto di vista, come facciamo a smarcarci da questo doppio movimento, che pare tarpare le ali a manifestazioni di dissenso sociale che vadano in una direzione egualitaria e democratica nel senso più alto del termine?

EM: Il rischio di non riuscire a tornare indietro rispetto a una certa mentalità «forcaiola» esiste. Penso al dibattito sul Ddl Zan. Salto tutte le considerazioni ovvie su come questa vicenda ci parli di una classe politica insulsa e crudele e parlo del dibattito pubblico che era molto positivo e favorevole. Io di questo sono contenta, però mi è mancata, a parte poche eccezioni di esperienze di lotta come Non Una di Meno, qualche considerazione sui limiti dell’approccio punitivo a un problema strutturale come quello della violenza maschile e di genere. Se vogliamo mettere in discussione una società patriarcale non possiamo accontentarci degli strumenti dello Stato. Penso al movimento per l’aborto in Argentina: una lotta forte perché si articola su tanti livelli, usando tutti gli strumenti a disposizione, ma soprattutto trovandone di nuovi, autonomi e collettivi che innescano processi diversi nella società, cambiandola.

FP: Queste tue considerazioni ci riportano dove eravamo partit*, se possibile alzando ulteriormente la posta in gioco: si tratta di difendere la critica sociale come, etimologicamente, prassi della distinzione, della separazione – ma senza operare demarcazioni poliziesche, senza sfociare in quella che Foucault chiamava una «morale da stato civile», buona per i burocrati e i questurini. Mi torna in mente in questo senso una delle definizioni di polizia che dà Jacques Rancière ne Il disaccordo: «un disciplinamento dei corpi che definisce la pluralità tra i modi del fare, i modi dell’essere e i modi del dire, che fa sì che determinati corpi siano assegnati per via del loro nome a un determinato posto e a una determinata funzione; è un ordine del visibile e del dicibile che fa sì che un’attività sia visibile e un’altra non lo sia, che una certa parola venga intesa come discorso e un’altra come rumore». Polizia dunque, secondo la sua fortunata espressione, come partizione del sensibile: col rumore non ci si ferma a discutere, al massimo lo si reprime in quanto disturbo della quiete pubblica. Mi pare che si presenti qui la necessità di criticare, insieme a quel cosiddetto sapere di polizia di cui le carte dei processi contro i movimenti sociali sono pieni, una ragione poliziesca che arriva a estendersi anche dentro di noi. Il neoliberalismo non è del resto quella razionalità che vorrebbe fare di ognuno di noi un sorvegliato speciale?

EM: Esattamente, oggi tanto l’ideologia neoliberale quanto quella della destra reazionaria si basano su una nozione di colpa – da un lato interiorizzata («è colpa tua se sei povera, significa che non ti sei impegnata abbastanza»), dall’altro esternalizzata verso bersagli di comodo («è colpa dei migranti che ti rubano il lavoro»). Che si tratti di guardare allo specchio o alla finestra, è comunque la colpa quella di cui si va alla ricerca. A queste ideologie per prosperare non occorre neppure un’adesione attiva, ma una mera acquiescenza – appunto, per tornare alla questione centrale, un’assenza di conflitto, di critica. Per chi prova a opporsi attivamente, del resto, le autorità si scomodano volentieri. Di qui la necessità di immaginare modelli diversi, non punitivi di giustizia, de-naturalizzando quelli esistenti. È questo quello che tento di fare nel mio piccolo.

*Eddi Marcucci, attivista, nel 2017 è andata in Siria per unirsi alle milizie curde e combattere lo Stato Islamico. Franco Palazzi è dottorando in filosofia all’Università di Essex e autore di Tempo presente. Per una filosofia politica dell’attualità(o mbre corte, 2019) e La politica della rabbia (Nottetempo, 2021). Ha scritto, tra gli altri, per Doppiozero, Effimera, Il Tascabile, Jacobin Italia, Le parole e le cose, OperaVivaMagazine e Public Seminar.

da qui

lunedì 14 dicembre 2020

Accademia e depressione - Franco Palazzi

Nel 2009 la sociologa britannica Rosalind Gill firmava un saggio inusuale, i cui dati – ammetteva in uno dei primissimi paragrafi – mancavano del tutto di scientificità. L’autrice affermava anche, in una postilla finale, che il testo era andato vicino al non essere scritto affatto, dal momento che aveva temuto a lungo che il suo contenuto potesse venire giudicato non solo irrilevante, ma addirittura “osceno” e “narcisistico”. C’erano insomma elementi più che sufficienti per considerarlo un contributo alquanto inusuale al volume accademico nel quale si inseriva, pubblicato da un prestigioso editore. Perché mai un’affermata studiosa avrebbe dovuto mettere a rischio la propria reputazione per dare alle stampe un saggio del genere? Il titolo ricordava più l’incipit di una confessione che quello di una ricerca per addetti ai lavori – recitava, testualmente: “Rompere il silenzio. Le ferite nascoste dell’università neoliberale”. 

L’aggettivo neoliberale, come tutte le parole di fronte alle quali si inizia ad annuire nervosamente perché chiunque sembra usarle ma nessuno pare conoscerne l’esatto significato, potrebbe facilmente suscitare delle perplessità. Negli ultimi decenni il neoliberalismo è stato definito, tra l’altro, come un progetto politico per accrescere il potere delle élite economiche, una corrente intellettuale, un regime di governo, un tipo di discorso, una tecnica di potere o un assetto istituzionale. Sarebbe tuttavia errato subordinare la riflessione sul testo di Gill all’intricato dibattito specialistico sul neoliberalismo – il suo contributo si concentra infatti su un ambito ben più circoscritto: l’accademia neoliberale. 

Paradossalmente, nonostante il disaccordo anche aspro sul termine più generico, sembra esserci un sostanziale consenso sulla realtà da far corrispondere all’università neoliberale. Con tale espressione possiamo infatti intendere, piuttosto genericamente, una situazione in cui il mercato è ritenuto il principio organizzativo ideale della formazione e della ricerca universitarie, con tutte le ripercussioni che ne derivano – l’importanza crescente attribuita dagli atenei ai finanziamenti privati; la precarizzazione sistematica dei lavoratori e delle lavoratrici del settore; la rappresentazione di studentesse e studenti come consumatori potenzialmente disposti all’indebitamento per finanziare i propri studi e delle università stesse come imprese in competizione le une con le altre, le cui performance vengono valutate tramite indicatori quantitativi standardizzati. 

Ad un tale livello di generalità, la nozione di università neoliberale può applicarsi facilmente (quantomeno) a buona parte dei sistemi educativi dei paesi cosiddetti occidentali. Tenendo a mente questa definizione, possiamo iniziare a comprendere quanto Gill affermava all’inizio della propria analisi – che nelle sue parole toccava 

molte cose: sfinimento, stress, sovraccarico di lavoro, ansia, vergogna, violenza, dolore, senso di colpa – e i sentimenti di alienazione, disonestà e paura di venire smascherati nell’accademia contemporanea. Tali stati d’animo (…) sono da un lato ordinari e quotidiani, ma al tempo stesso rimangono ampiamente segreti o messi a tacere negli spazi pubblici delle università. Vengono articolati in un registro linguistico differente, meno privilegiato; sono materiale per le chiacchierate in corridoio, le pause caffè e le conversazioni personali tra amici, ma non per le  prolusioni alle conferenze o le pubblicazioni accademiche o financo le riunioni di dipartimento.

Se gli accademici sono diventati essi stessi soggetti neoliberali – lavorando potenzialmente 24/7 tramite contratti spesso precari e con l’imperativo costante di dover essere più produttivi ed efficienti (non senza la paradossale richiesta aggiuntiva di apparire al contempo felici della propria condizione) – le conseguenze negative che scaturiscono dal loro ambiente di lavoro, le “ferite” che esso comporta, tendono a rimanere nascoste, per una serie di ragioni. Anzitutto, le caratteristiche delle attività svolte in università e centri di ricerca sono particolarmente esposte a rappresentazioni distorcenti, che trasfigurano quello che è a tutti gli effetti un lavoro in una missione (gratuita o sotto-retribuita). In tal modo l’insegnamento e la ricerca vengono descritti come attività svolte per passione, soddisfacenti in se stesse e perciò – secondo una logica perversa che concepisce il lavoro salariato come mera sofferenza – non degne di essere regolarmente pagate. Si avverte qui una chiara eco di ciò che negli anni ’70  le femministe chiamavano labour of love nella loro critica serrata del lavoro domestico gratuito – e tale riferimento ci rimanda alla vulnerabilità intersezionale di alcuni segmenti del personale accademico, con le donne e le persone razzializzate esposte ad una mole anche maggiore di “ferite nascoste”.

In secondo luogo, come notava la stessa Gill, l’attitudine a tenere costantemente sotto controllo i propri ‘privilegi’ (check-your-privilege) tanto comune in alcuni ambienti universitari finisce a volte con il generare inavvertitamente una forma di silenziamento, consentendo alle persone che li popolano di mettere a fuoco unicamente casi estremi di ingiustizia e sofferenza – come se il semplice fatto che altre persone se la passino peggio privasse di ogni margine per criticare la propria situazione. Così facendo, la vita all’interno dell’accademia neoliberale non viene solitamente ritenuta un argomento degno di indagine scientifica – lasciando i pochi che hanno sia la possibilità che la volontà di parlarne nella posizione di condurre unicamente ricerche che saranno bollate, nei termini di Gill, come completamente carenti di scientificità.

Per quanto tali esperienze siano senz’altro più frequenti in alcuni comparti della forza-lavoro universitaria (ricercatori e ricercatrici con incarichi precari, docenti a contratto, dottorande e dottorandi), la loro rilevanza complessiva non può in alcun modo essere ignorata. Nel 2017, Gill cominciava un follow-up del saggio precedente con le seguenti osservazioni:

Negli anni trascorsi [dalla pubblicazione del primo testo] ho passato difficilmente una sola settimana senza ricevere almeno due o tre email da persone che mi scrivevano come e perché erano state toccate dal mio scritto. Molte volte si trattava di espressioni di gratitudine e sollievo per il non sentirsi più così sole. (…) Il mio archivio di lettere e messaggi ammonta ormai a circa duemila documenti – un autentico catalogo di racconti di esperienze tossiche all’interno dell’accademia neoliberale che accresce la mia sensazione che una crisi profonda, al livello tanto affettivo quanto somatico, stia avendo luogo.

Il bilancio formulato in questo secondo contributo è complesso e ambivalente. Gill notava che “il silenzio è stato rotto” e che si è registrato negli ultimi anni uno spostamento del dibattito sulla trasformazione degli atenei e le condizioni di vita al loro interno – un processo che sta lentamente avviandosi anche in Italia. D’altro canto, in anni recenti la neoliberalizzazione delle università si è ulteriormente velocizzata – al punto che negli Stati Uniti tre quarti dei docenti di college lavorano senza nessuna possibilità di assunzione a tempo indeterminato, mentre nel Regno Unito un accademico deve affrontare in media tredici ore di lavoro straordinario a settimana.

In questo scenario, molte delle risposte istituzionali alla neoliberalizzazione hanno riprodotto le medesime tendenze individualizzanti che autrici come Gill tentano di contrastare. Così i servizi di counselling e assistenza sanitaria interni alle università tentano di rispondere con corsi, sessioni di training, yoga, meditazione, eventi su come ottimizzare il tempo o “avere a che fare con persone difficili” – vale a dire attività incentrate più sul diventare resilienti di fronte ad un contesto lavorativo percepito come immodificabile che a produrre un qualche cambiamento profondo.

Nell’abbozzare una serie di proposte per far progredire il dibattito, Gills rivendicava l’urgenza di un’analisi più approfondita del “devastante aumento di cattive condizioni di salute come effetto somatico dell’accademia neoliberale” – è in tal senso che è specialmente significativo considerare il caso della depressione. Nel medesimo anno in cui il saggio di Gill veniva pubblicato un altro accademico britannico, Mark Fisher, dava alle stampe un popolare pamphlet in cui tracciava una prima connessione tra la crescente diffusione della depressione e quanto chiamava realismo capitalista – “la sensazione diffusa che il capitalismo non costituisca soltanto l’unico sistema politico ed economico sostenibile, ma che sia al momento impossibile persino immaginare un’alternativa coerente ad esso”. La narrazione parzialmente autobiografica di Fisher contiene molti riferimenti all’università neoliberale, al suo contributo nel contrastare qualunque forma di uguaglianza sociale ed alla sua ossessione per procedure di valutazione altamente burocratizzate – e ha nel racconto della propria depressione di uomo e accademico uno snodo centrale.

La depressione maggiore occupa un posto singolare fra le ferite dell’università neoliberale. Codificata come una patologia mentale, favorisce in chi ne è affetto una tendenza individualizzante persino più di altre condizioni ‘tradizionali’ – quali lo stress da lavoro o la cronica mancanza di sonno. Dar voce alla propria depressione, notava Fisher, è poi particolarmente difficile, perché essa “è in parte costituita da una beffarda voce ‘interiore’ che ti accusa di autoindulgenza – non sei depresso, sei solo dispiaciuto per te stesso, rimettiti in sesto – e questa voce è suscettibile di essere innescata dal rendere pubblica la propria condizione”.

Negli ultimi anni, una crescita esponenziale dell’evidenza aneddotica sulla diffusione di sintomi depressivi nelle università è stata affiancata da un numero incredibilmente basso di studi accademici sul fenomeno.

Come se non bastasse, la depressione può diventare ancora più insidiosa in ambito universitario: essa sembra scardinare la stessa immagine dell’accademico come persona credibile ed affidabile alla luce della sua (presunta) superiore conoscenza di una determinata materia. Non a caso, nel senso comune la persona depressa è ritenuta affetta da una sorta di disturbo di percezione, una tendenza ad accentuare gli aspetti negativi di qualunque circostanza a scapito di una sua più equilibrata interpretazione – rappresentazione tanto più invalidante se riferita a ricercatrici e ricercatori di cui si presume l’avalutatività. L’accademico depresso troverà pertanto difficile parlare della sua condizione, che resta ammantata da un tabù tanto maggiore in contesti dove la produttività viene incoraggiata (o estorta) incessantemente e l’“eccellenza” misurata senza tregua. 

Negli ultimi anni, una crescita esponenziale dell’evidenza aneddotica circa la diffusione di sintomi depressivi nelle università è stata affiancata da un numero incredibilmente basso di studi accademici sul fenomeno. Per fare un esempio, nel marzo 2014 un articolo scritto da una ricercatrice anonima apparso sul sito del Guardian denunciava sia il diffondersi di numerose forme di malessere psichico nel personale accademico sia il clima di tacita accettazione e silenzio istituzionale che previene l’emersione del problema. Il testo è stato condiviso più di centomila volte, dimostrando il bisogno di canali di espressione per quello che è spesso ritenuto il prezzo da pagare per avere successo nell’università. Da allora, un numero pressoché incalcolabile di racconti più o meno personali è stato affidato a blog e riviste. Nondimeno, mentre centinaia di studi hanno documentato, in un ampio ventaglio di paesi diversi, livelli elevati di sintomi depressivi tra gli studenti universitari, al momento si registrano pochissime analisi analoghe che prendano in esame dottorandi, ricercatori e docenti – per quanto i loro risultati siano nel complesso preoccupanti.

La discrepanza tra il verosimile aumento dei casi di depressione nell’accademia neoliberale e la mancanza di indagine scientifica dell’argomento solleva questioni che sono, inestricabilmente e allo stesso tempo, epistemiche e politiche. Parlare di “ferite neoliberali” espone infatti a una facile obiezione: non c’è nessun modo immediato per mostrare che la depressione (o qualunque altra forma di disagio psichico) sia causata dall’ambiente definito università neoliberale – mancano, tanto per cominciare, fattori causali unitari e misurabili che possano corrispondere a tale nozione. Anche se provassimo a scomporre il concetto (riconducendolo alle variabili menzionate all’inizio di questo articolo), resterebbe quantomeno difficile separare l’influenza dei diversi fattori – ad esempio stabilendo se la precarizzazione contrattuale sia più dannosa per il benessere di ricercatrici e ricercatori delle invasive tecniche di valutazione della ricerca attualmente in voga.

In una sorta di circolo vizioso, queste difficoltà iniziali e la natura politicamente problematica del tema lo rendono un candidato improbabile per l’ottenimento di fondi di ricerca ed una scelta penalizzante per progetti scientifici individuali o collettivi – lasciando così oscillare la depressione accademica tra l’assoluta irrilevanza e la rappresentazione semiclandestina in studi occasionali, condotti per lo più da studiosi che hanno una qualche connessione personale con l’argomento. Emblematicamente, l’unica volta che la depressione accademica si è fatta strada sulle pagine di una pubblicazione accademica di grande notorietà, Nature, è stata confinata nella sezione degli editoriali, invece che ai contributi di ricerca veri e propri.

La conversazione sul rapporto tra capitalismo e salute mentale è stata interrotta o relegata in circoli ristretti.

Poiché il metodologico è politico (e in questo contesto in maniera specialmente evidente), interrogarsi sull’impasse del discorso accademico sulla depressione non è un mero esercizio di stile, ma rappresenta un passaggio ineludibile di una mobilitazione politica in merito. Le difficoltà che abbiamo registrato nel caso specifico della depressione accademica non costituiscono un unicum, ma si inseriscono nella più ampia problematica del rapporto tra capitalismo e salute mentale. Dall’antipsichiatria britannica alla Scuola di Francoforte, da alcuni filoni del marxismo al femminismo radicale passando per l’opera irriducibile alle etichette di Deleuze e Guattari, soltanto alcuni decenni fa tale relazione era oggetto di intense elaborazioni teoretiche e politiche – sia dentro che fuori dall’università. Al giorno d’oggi, tuttavia, la popolarità clamorosa perché inattesa di scritti come quelli di Fisher e Gill testimonia il fatto che quella conversazione era stata interrotta – o perlomeno relegata in circoli ristretti, dove il suo potenziale politico è spesso sopravvissuto alle spese di ogni rigore analitico e capacità di influenzare la discussione pubblica. 

Ciò che è accaduto nel frattempo è che la psichiatria – oggi il principale produttore di sapere sul disagio psichico – ha oltrepassato quella che potremmo chiamare, seguendo Foucault, una soglia di scientificità. Questo implica che, lasciando foucaultianamente da parte ogni critica del sapere psichiatrico che si accontenti di ricondurlo ad una qualche semplicistica nozione di ideologia, la psichiatria dell’età neoliberale dovrà essere fatta oggetto di un tipo di indagine critica differente da quella volta a evidenziare la struttura disciplinare del manicomio (i cui resti pure sono giunti strisciando sino a noi). Diversi concetti accattivanti, come psicopolitica (Byung-Chul Han) e narcocapitalismo (Laurent de Sutter) sono stati proposti recentemente proprio per mappare tanto un riassetto del capitalismo – dal fordismo al neoliberalismo – quanto uno spostamento interno alla stessa psichiatria – dai vecchi ospedali psichiatrici alla nuova, biopolitica (o post-biopolitica) psicofarmacologia – con le sue relative controindicazioni. 

Tuttavia, nessuno di essi sembra fornirci strumenti analitici adeguati: entrambi mostrano una tendenza a ridurre il neoliberalismo ad un unico fattore principale – che si tratti del passaggio dal corpo alla mente come principale sito di produzione o di un certo tipo di narcosi come tecnologia utilizzata per accrescere la produttività economica. Invece che porre effettivamente in dialogo capitalismo e salute mentale, tali nozioni (e altre analoghe) confondono le molteplici dinamiche che intervengono sull’uno e sull’altra per un’unitarietà fittizia, in una sorta di ansia di smascheramento per la quale affermare la verità sulla sofferenza psico-fisica che si accompagna al neoliberalismo coinciderebbe integralmente con la critica radicale di quest’ultimo.

L’approccio volutamente tranchant di questi lavori teorici – che in modo solo apparentemente sorprendente si combina ad un pressoché totale disinteresse per le prassi che già interrogano radicalmente il nesso capitalismo-salute mentale – finisce con il renderli potenzialmente ciechi alla natura complessa e sfaccettata del capitalismo neoliberale, che lungi dal limitarsi ad un semplice intreccio di economia politica ed economia libidinale si presenta come un vero e proprio ordine sociale istituzionalizzato. Parallelamente, a tale visione riduzionistica del neoliberalismo ne corrisponde una del sapere psichiatrico che non tiene conto del suo statuto epistemico attuale. 

Contributi come quelli di Han e de Sutter, al netto delle ottime intenzioni, non costituiscono quindi delle eccezioni alla difficoltà di sviluppare un discorso sull’intersezione di capitalismo e disagio psichico – ma confermano anzi la fatica del sapere accademico (entrambi gli autori sono docenti universitari) di riposizionarsi a sua volta nel rapporto tra i due elementi. L’accademia, come illustrano le riflessioni precedenti, non è più un ambiente privilegiato dal quale muovere cupe profezie su problemi sociali rispetto a cui studiose e studiosi possano conservare una qualche ovattata distanza – ma è una parte rilevante del campo di battaglia dove le trasformazioni sociali vengono attuate.

L’accademia non è più un ambiente privilegiato, è una parte rilevante del campo di battaglia dove le trasformazioni sociali vengono attuate.

Occorre pertanto riprendere la lezione – per nulla meno radicale – di un intellettuale come Basaglia o di Fanon: una denuncia efficace dei possibili effetti di dominazione del sapere psichiatrico e della sua complicità con lo sfruttamento capitalistico (e non solo) passa dal prendere sul serio e dal maneggiare quel medesimo tipo di sapere – rivolgendolo all’occorrenza contro se stesso.  È la strada percorsa negli ultimi decenni dalla cosiddetta critical psychiatry, oggi alle prese con il difficile compito di combinare un’analisi che includa il disagio psichico in una più ampia riflessione sulle conseguenze del neoliberalismo in termini di salute con il rifiuto di assimilare positivisticamente le patologie psichiatriche a quelle ‘fisiche’ in senso forte. Non mancano del resto anche in Italia tentativi virtuosi di rilanciare il dibattito in chiave interdisciplinare – vengono in mente ad esempio il dialogo tra marxismo e psicanalisi lacaniana promosso da studiosi come Federico Chicchi, la notevole serie di interventi firmati recentemente da Francesca Coin sulle intersezioni fra accademia neoliberale, depressione e nuove tecnologie – o ancora la fruttuosa commistione di etnopsichiatria e antropologia tipica dell’opera di Roberto Beneduce. 

Rispetto agli anni ’60 o ’70, tuttavia, questo rinnovato fermento intellettuale e le sue prolifiche contaminazioni con la riemersione di pratiche politicamente radicali non sono ancora arrivati a lambire il senso comune neoliberale – prova ne è che esso risulta dominante nella stessa accademia in cui si è ripreso ad elaborare un pensiero alternativo in materia di capitalismo e salute mentale. La depressione si ripresenta qui in tutta la sua carica emblematica, incarnando la cifra di un’epoca, la nostra, che a differenza di quella in cui fiorì l’antipsichiatria ha perso una visione positiva del proprio avvenire: così come la persona depressa non riesce a proiettarsi nel futuro, il neoliberalismo ha tarpato ogni ambizione di un futuro migliore e drasticamente differente – facendoci navigare a vista in un eterno presente che è la negazione stessa della temporalità. 

La depressione accademica, in questo contesto, è sia una piccola parte di un quadro più ampio che un caso rilevante in sé. Ritrarre un certo tipo di disagio mentale come “ferita neoliberale” di un gruppo specifico di persone che rappresenterebbe una sorta di avanguardia nello sfruttamento capitalistico del lavoro cognitivo non sarebbe corretto: la circostanza per cui, appartenendo ad un gruppo (relativamente) privilegiato di lavoratori intellettuali, gli accademici sono in una posizione migliore di altri per inquadrare alcuni fenomeni come i sintomi depressivi, offusca il fatto che il malessere psichico è oggi un fenomeno di massa sotto il neoliberismo. Negli Stati Uniti, per citare una statistica fra le tante, una donna bianca su cinque assume antidepressivi – e l’identificazione razzializzata è rilevante non perché le donne nere o latine siano meno depresse, ma perché hanno in media meno accesso all’assistenza sanitaria. Questo significa che, come ho provato ad argomentare diffusamente altrove, la depressione all’interno del mondo accademico neoliberale deve essere provincializzata, situata in un più ampio contesto sociale ed economico, affinché il suo rapporto con il capitalismo sia adeguatamente districato. 

Nondimeno, dal punto di vista di una politica della conoscenza, analizzare tale rapporto all’interno delle università sembra avere anche un peso specifico, almeno se siamo pronti a riconoscere l’accademia come luogo chiave per la produzione di conoscenza critica.  Se la sfida alle narrazioni neoliberali individualizzanti è un primo passo necessario per un’indagine sui potenziali inneschi socio-economici del malessere mentale, gli accademici sono probabilmente in una posizione meno svantaggiata per compiere questo passo. Del resto l’università neoliberale è, per quanto ne sappia, l’unico ambiente dove può capitare di essere costretti a prendere psicofarmaci per consegnare in tempo un articolo sull’abuso di psicofarmaci in ambito accademico – un’esperienza tragicomica che è stata davvero raccontata a chi scrive. Il metodologico, alla fine, non è solo politico – ma anche personale. 

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