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mercoledì 26 gennaio 2022

Yemen, un conflitto sempre più cruento, irregolare, irrazionale e un solo obiettivo: l’eliminazione fisica totale dell’altro - Laura Silvia Battaglia

 

Bombardare una prigione e fare 70 morti. Sapere che, tra questi prigionieri, la maggioranza ha combattuto al tuo fianco, ed era detenuta proprio per questo dal nemico. Nonostante questo, decidere di bombardare lo stesso, costi quel che costi. Il risultato delle ultime 48 ore di guerra in Yemen – una guerra che è ormai entrata nel suo settimo anno di vita – rende bene l’idea dell’extrema ratio in cui il conflitto è entrato: un tutti contro tutti, un Armageddon finale senza logica, senza buon senso (ammesso che in guerra ce ne possa essere), senza una strategia che non sia l’eliminazione fisica totale dell’altro. 

I fatti più recenti ci dicono che nelle ultime 48 ore la Coalizione a guida saudita che combatte a fianco del governo centrale del presidente Mansour Hadi  contro le milizie del Nord Yemen, gli Houthi, sostenute economicamente e logisticamente dall’Iran, ha scatenato il bombardamento più intenso su città, zone abitate e obiettivi civili del nuovo anno: sono state colpite la capitale Sana’a, la città portuale e strategica Hodeida e la città di Sa’ada, a Nord, roccaforte degli Houthi. Secondo lo Yemen Data Project, una eccellente raccolta di dati sui bombardamenti della Coalizione dal 2015, curata dalla giornalista Iona Craig, i dati sugli ultimi tre mesi del 2021, con 648 raid, avevano già mostrato una crescita numerica del 43%, se comparati con tutti i dati disponibili dal 2018 a oggi. Quel che è successo, è stato, da un lato, l’inizio dell’ultima fase – probabilmente la più sanguinosa della guerra – che vede gli Houthi avanzare alla conquista dei governatorati centrali di al-Jawf e Marib, ricchi di idrocarburi (petrolio soprattutto e gas) ancora non pienamente utilizzati, e, contemporaneamente, il fallimento della risoluzione delle Nazioni Unite sui risultati delle investigazioni del gruppo di eminenti esperti (GEE), che per anni ha lavorato sulle violazioni del diritto umanitario nel Paese, su tutte le parti in conflitto. È la prima volta nella storia del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite che una risoluzione venga cassata; di sicuro cade l’unica speranza degli yemeniti di trovare ascolto internazionale sull’identificazione delle responsabilità degli attori in guerra.

Da questo momento, il conflitto si è fatto più cruento, irregolare, irrazionale. Nei bombardamenti degli ultimi due giorni i target non sono stati solo militari o infrastrutturali (porti, aeroporti): nel conteggio ci sono centri abitati, strutture ospedaliere e la prigione di Sa’ada. Non è la prima volta che la Coalizione colpisce una prigione, ma in passato, come nei bombardamenti del settembre del 2019 nel governatorato del Dhamar, la giustificazione era data dal fatto che la prigione era attaccata a un quartier generale militare degli Houthi, nei capannoni abbandonati della ex tv di Stato. Stavolta, si parla del cuore di una città e di una prigione che conteneva sia mercenari stranieri, soprattutto sudanesi, che rappresentanti delle tribù locali al confine tra Yemen e Arabia Saudita – area della cosiddetta battaglia della valle Jabara – catturate dagli Houthi in più di un raid su quelle colline, nell’agosto del 2019, perché alleatisi con i sauditi.  In questo tutto per tutto, dunque, anche i propri prigionieri di guerra vengono sacrificati come agnelli pur di infliggere una perdita strutturale al nemico.

Del resto, anche da parte opposta, non prevale la saggezza. Gli Houthi non hanno una visione politica sul lungo periodo, se non limitata da una parte al saldo possesso del Nord del Paese, in funzione di rivendicazione tribale e identitaria (sono originari del luogo, si sentono protettori e possessori di esso, vennero messi all’angolo negli anni della dittatura di Ali Abdullah Saleh, osteggiati, combattuti con ogni mezzo) e in funzione strategica ed anti-saudita. Nella loro comunicazione propagandistica, per spingere i giovani yemeniti a combattere al loro fianco contro l’invasore esterno, prevale sempre questa narrativa apocalittica dove – usando animazioni in 3D – si immagina l’ingresso delle truppe Houthi a La Mecca e la presa di possesso della piazza della kaaba, la pietra nera sacra a tutti i musulmani del mondo e meta di pellegrinaggio. Il loro canale di informazione ufficiale, al Masirah, ne contiene parecchi. In questa visione, anche l’appoggio dell’Iran non guida scientemente tutte le loro scelte strategiche, esterne al Paese, la cui principale funzione è quella di dimostrare la debolezza dell’Arabia Saudita e degli Emirati e trovare falle e brecce nel loro sistema di sicurezza. Così, l’evoluzione ingegneristica di tutto il sistema dei droni armati che gli Houthi in parte organizzano home made con l’assemblaggio di prodotti disponibili – come fanno molte altre milizie, si pensi a Isis – in parte grazie a componentistica e tecnologia iraniana, la cui applicazione è stata appresa in anni di scambi e viaggi culturali e diplomatici, ha un chiaro obiettivo: dare noia a UAE e KSA, farli sentire deboli ed accerchiati. Peccato che questa scelta strategica equivalga a delle fastidiose punture di calabroni sul corpo di una coppia di grossi felini. 

Le due monarchie del Golfo, non potendo permettere un’offesa simile, anche se essa possa avere causato, come l’ultimo attacco con drone armato all’aeroporto di Abu Dhabi negli Emirati, la morte di tre operai pakistani (dunque esistenze che contano davvero poco nell’economia del Paese), reagiscono come leoni feriti: pretendono dagli Stati Uniti la difesa del loro territorio, rinsaldano questa alleanza più che decennale, chiedono sostegno e approvazione alla loro reazione militare, organizzano una campagna di bombardamenti sul Nord dello Yemen in grande stile. Hanno piena mano libera e non hanno nessuna responsabilità, perché trattasi tecnicamente di legittima difesa. A questo punto, con centinaia di attacchi bomba sferrati contemporaneamente su tre città, gli Houthi possono rigiocare – sul piano internazionale – il ruolo delle vittime e, su quello locale, continuare a rinsaldare il loro legame con i cittadini del Nord, dimostrando che il nemico esterno è sempre più assetato del sangue yemenita. 

Ma nella fase finale di questa guerra, del tutto per tutto, questo gioco sta funzionando meno: l’ultima settimana le chat dei cittadini yemeniti del Nord e del Sud, e degli espatriati, sono state assai più ricche di ragionamenti che di accuse faziose tra il Nord e il Sud, tra i sostenitori degli Houthi e gli yemeniti vicini a un governo debole che si fa spalleggiare dalle due monarchie del Golfo: sempre più persone ritengono questo gioco di provocazioni tra le parti sia un suicidio su tutta la linea e che l’invio di un drone armato sull’aeroporto di Abu Dhabi sia stata la peggiore idea strategica possibile.

Questa guerra, combattuta con armi sempre più sofisticate e con una tecnologia raffinata nella precisione, sia che si tratti di bombe che di droni armati, si combatte anche con le armi della comunicazione online. Per evitare la diffusione sui social e sui siti delle emittenti degli Houthi immagini di bombardamenti, distruzioni, vittime, la Coalizione si è affrettata a bombardare le infrastrutture di comunicazione nella città di Hodeida per azzerare i collegamenti online, e impedire ai giornalisti locali presenti di inviare testimonianze dirette dell’accaduto. La maggior parte della popolazione dello Yemen, infatti, accede a Internet tramite un cavo sottomarino che parte dal Mar Rosso e collega il Paese tramite la struttura di telecomunicazioni di Hodeida, gestita dal monopolio delle telecomunicazioni TeleYemen. Sia la città di Hodeida che TeleYemen sono sotto il controllo degli Houthi. Oltre che da 48 di tentativi degli yemeniti all’estero che tentano disperatamente di raggiungere i loro parenti, per verificarne lo stato, la certezza che ciò sia accaduto è confermato da Netblocks, il gruppo di monitoraggio dell’internet globale, di proprietà del tecnologo e attivista Alp Tocker.

Netblocks ha dimostrato una caduta verticale di tutti i servizi di collegamento del Paese, da più di 48 ore, ormai, ed è stato anche in grado di catturare, servendosi di fonti aperte Osint, confermate dal profilo Twitter Aleph, che il palazzo di TeleYemen a Hodeida è stato completamente distrutto.

La Coalizione ha negato di avere colpito questi obiettivi, come anche l’intensità di questi bombardamenti. In questa guerra che diventa sempre più tecnologica si continua a non tenere conto della potenza della Rete e soprattutto di chi sa utilizzarla ai fini della ricostruzione di ogni responsabilità.

da qui      

venerdì 5 marzo 2021

Repubblica Democratica del Congo, un posticino tranquillo


Repubblica Democratica del Congo senza pace: dalla Grande Guerra alle guerriglie del terrore - Antonella Sinopoli


Repubblica Democratica del Congo, un paese dove la parola pace è legata a una sigla, MONUSCO, la Missione delle Nazioni Unite che mira a portare stabilità in un’area dove invece regna il caos. Si tratta di una delle più lunghe missioni al mondo di questo genere, cominciata nel 1999 e ancora in corso. Perché la pace non c’è. Perché la pace qui non vuol dire molto. Forse non vuol dire nulla. Soprattutto in quel luogo lussureggiante e maledetto che è l’area orientale del paese. Quel luogo lussureggiante e maledetto dove lunedì scorso – ai bordi del parco Virunga - è stato ucciso l’ambasciatore italiano, Luca Attanasio. E con lui il carabiniere e uomo di scorta, Vittorio Iacovacci e l’autista congolese, Mustapha Milambo.

Tentativo di rapimento andato male? Azione dimostrativa? Ancora non è chiaro. Quello che è chiaro è che in questa parte del mondo la violenza è sistematica. Sono oltre 130 i gruppi armati attivi nel Nord e Sud Kivu e nella provincia dell’Ituri. Una rete complessa che rende complicata anche l’analisi dei fattori che la caratterizzano e che a volte si intrecciano. Motivazioni politiche, di controllo del territorio e dei suoi beni preziosi, odi fratricidi e tribali, vecchie questioni perse nelle varie leadership. C’è una cosa che le varie sigle condividono, la voglia di distruzione. Distruzione dei luoghi – il parco del Virunga, i suoi gorilla e i ranger sono costantemente sotto attacco – distruzione della dignità delle persone. Basta rileggere il discorso di Denis Mukwege, il ginecologo vincitore del Nobel per la pace nel 2018: quelle storie di donne e bambini violentati e massacrati, per capire il grado di orrore e di barbarie che circola nell’aria, che può attendere ad ogni angolo, sostare dietro un semplice fruscio.

Ecco perché appare così assurdo – oggi a tragedia conclusa – che un ambasciatore e un convoglio dell’ONU potessero viaggiare in quell’area senza auto blindata, senza protezione e misure adeguate.

Attanasio e il suo staff avrebbero dovuto verificare un progetto del PAM (Programma alimentare mondiale) nel territorio di Rutshuru. Una missione umanitaria, in un contesto che da tempo sembra aver perso i limiti della ragione. Perché mentre sicurezza e pericoli sembrano essere stati sottovalutati da chi è lì per occuparsene, la violenza continua a crescere e così la paura.

Le popolazioni locali molte volte hanno denunciato l’incapacità dei caschi blu di essere nel posto giusto al momento giusto, l’incapacità di proteggerli, insomma. E a volte è andata anche peggio, quando sono stati gli stessi militari ONU a essere accusati di nefandezze e violenze sessuali, anche nei confronti di bambini. E poi accuse – rigettate dalle investigazioni interne – di fare affari con gruppi ribelli. Singoli casi certo, che trovano terreno fertile in una società compromessa e senza regole.

Ma cosa accadrebbe se gli oltre 18.000 caschi blu dall’oggi al domani lasciassero quelle zone? Quali altre strade prenderebbe quella che da molti osservatori è stata definita la “Grande Guerra dell’Africa”? Una guerra che ha fatto già sei milioni di vittime, uccise dalle violenze dei gruppi armati, ma anche da malattie e malnutrizione.

Le origini dei conflitti nella RDC risalgono al 1994 e al genocidio del Rwanda. Sì perché una delle caratteristiche del paese è quella di essere circondato da nazioni con forti crisi interne, per fermarci solo alla parte nord-orientale: Repubblica Centrafricana, Sud Sudan, Uganda, Burundi, Rwanda, appunto.

Quando le forze del Fronte patriottico ruandese guidato da Paul Kagame entrarono nel paese ponendo fine a un massacro durato quasi tre mesi, gli hutu genocidari si riversarono in massa oltre i confini. Pensavano che restare nel loro paese, dove avevano fino al giorno prima massacrato a colpi di bastoni e machete i propri vicini tutsi, li avrebbe condannati a morte.

Il Governo congolese non fu in grado da subito di contrastare quelli che - una volta in salvo nel paese confinante – avevano cominciato a costituire gruppi ribelli (e armati) che minacciavano stavolta la popolazione locale. Il più rilevante rimane l’FDLR, Forze democratiche di liberazione del Rwanda. Nel 1996 nella RDC scoppiò il primo grande conflitto (la prima Grande Guerra d’Africa), il secondo durò dal 1998 al 2003.

Nel frattempo, le forze in campo si sono moltiplicate, aggiungendo terrore a terrore. Tra i gruppi armati i più attivi e pericolosi rimangono il CODECO (Cooperativa per lo sviluppo del Congo), l’NDC-R (Nduma difesa del Congo, considerato un alleato non ufficiale dell’esercito congolese), gruppi burundesi ma anche l’ADF (Forze democratiche alleate) ugandese e di matrice jihadista.

Questo è un altro aspetto che ha aggiunto tensione nel paese e sconforto tra gli analisti che non sembrano intravedere una via d’uscita in questo marasma che vede intrecciati violenza e profitto. La Repubblica Democratica del Congo è infatti uno dei paesi più ricchi al mondo. Uno “scandalo geologico” come è stato definito. Nelle sue caverne, nei suoi anfratti si nascondono i minerali di più alto valore: rame, diamanti, oro, piombo, germanio, manganese, argento e il coltan, quel minerale indispensabile per realizzare condensatori per smartphone, laptot e altri dispositivi elettronici. Indispensabile sì, ma anche questo fonte di drammi per quegli schiavi, spesso bambini, che lavorano nelle miniere estrattive. Dietro tutto questo le multinazionali, ma sul fronte caldo uomini armati, spesso mediatori per quotazioni che poi si svolgono in lussuose stanze d’albergo.

Lo scandalo vero è che in questo enorme paese, con una superficie equivalente a quella dell’Europa occidentale, il 72% della popolazione vive con meno di due dollari al giorno. Un dato che risale a prima della pandemia che, insieme con l’ebola (2.200 morti in due anni proprio nelle zone del Nord e Sud Kivu e Ituru) sta incidendo sulle condizioni già estremamente precarie di comunità lontane dalla vita politica di Kinshasa, ma al centro di fuochi incrociati delle varie milizie e delle forze governative (FARCD, Forze armate congolesi) che di tanto in tanto riportano qualche successo sul terreno.

Un altro dato può aiutare a capire le condizioni di vita di popolazioni così ai margini: solo il 23% delle famiglie che vivono nelle aree rurali ha accesso a fonti di acqua potabile, e solo il 20% ai servizi sanitari (dati World Bank). In questi contesti di emarginazione e di bisogno la violenza prospera.

Una sintesi accurata delle forze in campo, dei vari gruppi operanti sul terreno e delle forme di conflitto in quello che viene da molti definito come l’epitome di uno Stato al collasso, la fornisce l’UCDP, l’Università svedese di Uppsala, che “contabilizza” le vittime dei conflitti nel mondo. Per tornare all’attività jihadista su territorio congolese, secondo l’archivio di Uppsala sono 6.300 le vittime civili dell’ADF dal 1996, anno di inizio delle attività. Capo storico di questo gruppo era Jamil Mukulu, cattolico ugandese convertitosi all’Islam. Un altro tassello nella complessità della rete dei gruppi criminali operanti nel paese.

Tutto questo non si è placato con l’elezione di Félix Tshisekedi diventato presidente nel gennaio 2019 dopo 18 anni di Governo guidato dal padre-padrone Joseph Kabila. Ecco perché la visita del capo di Stato di qualche settimana fa a Goma, capitale del Nord Kivu, è stata accolta da decine di attivisti che a muso duro gli hanno chiesto di mantenere le promesse fatte in campagna elettorale. Perché le cose, a dirla tutta, dall’elezione di Tshisekedi sono rimaste inalterate, anzi se possibile peggiorate, come dimostrano i dati del barometro della sicurezza del Kivu.

A questi dati va aggiunto un Rapporto delle Nazioni Unite pubblicato nell’agosto 2020 secondo il quale sul territorio congolese il 43% delle violazioni dei diritti umani è stato commesso da agenti dello Stato. Nel mirino non solo vittime civili senza nessuna voce né autorità – quelle che tutti i giorni subiscono atrocità da una parte e dall’altra, atrocità spesso neanche documentate – ma attivisti, avvocati, giornalisti. La denuncia di Human Rights Watch è evidente. Da una serie di interviste condotte tra gennaio 2020 e gennaio 2021 sono emersi almeno 109 casi di arresti arbitrari. E non si contano le intimidazioni, le minacce, gli attacchi fisici. In molti di questi casi responsabile è l’Agenzia nazionale di intelligence. Ricordiamo che nel 2020 il World Press Freedom Index riportava la RDC tra i trenta peggiori paesi al mondo per violazioni dei diritti di informazione e di espressione.

Oggi la Repubblica Democratica del Congo conta 5.5 milioni di sfollati interni, quasi un milione di rifugiati sparsi in almeno 20 nazioni, una delle peggiori crisi umanitarie al mondo, migliaia di civili uccisi (solo lo scorso anno almeno 2.000 nell’area orientale) migliaia di donne e bambini violentati. Venticinque anni di violenze.

A questo scenario infernale si aggiunge la dolorosa immagine di un ambasciatore e del carabiniere che lo scortava trascinati nella foresta, colpiti a sangue freddo e lasciati morire senza pietà. Intanto la rassegna stampa dei giornali locali, pubblicata su Radio Okapi, la Radio delle Nazioni Unite nata con la Missione MONUSCO, riporta lo shock e lo sconcerto della politica nazionale. Dal ministero dell’Interno il dito accusatorio è puntato sull’FDRL (il Fronte di Liberazione del Rwanda), che dal canto suo smentisce queste accuse e chiede l’apertura di un’inchiesta indipendente sull’accaduto. Ma ciò che colpisce è l’affermazione – riportata da un altro media locale - secondo la quale i servizi di sicurezza interni non sapevano della presenza del convoglio ONU, non potevano garantire nessuna misura specifica, né venire in aiuto del convoglio (ricordiamo che sono stati i guardiani del Virunga a intervenire e mettere in fuga gli assalitori). “Si tratta di una zona instabile, preda dell’attività di gruppi armati ribelli nazionali e stranieri”. Sembra che la resa dei conti tra lo Stato e le decine e decine di gruppi armati ribelli operanti nell’est del paese assomigli, di fatto, a una resa.

da qui


Ambasciatori e droni italiani in Congo- Comidad

 

Una delle scadenze più significative della società “occidentale” è il cosiddetto “dibattito”, a cui ognuno a modo suo sente di dover partecipare; finché forse un giorno non gli si svela l’orribile segreto, e cioè che di quello che dice, o non dice, non gliene frega niente a nessuno. Il “dibattito” è infatti un rituale che ha una sua viziosa circolarità: sembra partire da determinate premesse, procedere e acquisire nuove posizioni, salvo poi ritrovarsi puntualmente di nuovo al punto di partenza. In “democrazia” il finto ascolto e la fittizia apertura alle critiche sono cerimoniali che servono a ribadire le gerarchie comunicative tra i “superiori” e gli “inferiori”. Attraverso un contorto sentiero dialettico, si arriva persino a denunciare le malefatte dei ricchi e dei potenti, per poi alla fine concludere che è sempre colpa dei poveri e dei deboli. Questo inesorabile paradigma comunicativo può essere verificato anche tutte le volte che si parla di Africa.

L’assassinio dell’ambasciatore italiano, del suo carabiniere di scorta e del suo autista nella Repubblica Democratica del Congo ha riportato all’evidenza il paradosso dell’ex Congo belga, uno dei Paesi più ricchi di materie prime al mondo, ma anche uno di quelli economicamente più poveri. Sulla rivista online dell’Aspen Institute italiano, fondata da Giuliano Amato, si trova un articolo che, in alcuni punti, risulta sorprendente, se si considera che l’Aspen è una filiazione del Dipartimento di Stato USA. Si delinea il percorso del saccheggio delle risorse minerarie del Congo Kinshasa, constatando le responsabilità di compagnie come Volkswagen, Apple, Microsoft e Huawei. Non si risparmiano i dettagli crudi, specialmente per ciò che riguarda l’estrazione della materia prima fondamentale per la tecnologia degli ultimi decenni: il cobalto. L’elenco dei crimini comprende lo sfruttamento della manodopera minorile, i numerosi incidenti sul lavoro e le morti bianche. (1)

Nell’articolo si osserva anche che il saccheggio è stato favorito dal Fondo Monetario Internazionale, il quale ha imposto per decenni al governo congolese di applicare una tassa di solo il 2% sul minerale estratto, una quota troppo piccola per favorire una redistribuzione del reddito alla popolazione. Ma ora che l’aliquota  della tassa è stata portata al 10%, la mancata redistribuzione andrebbe addebitata alla corruzione locale. Quindi, se le cose continuano ad andare male, è dovuto al fatto che i Congolesi sono corrotti. (1)

Che i Congolesi siano corrotti è indicato anche dal fatto che pare siano riusciti a corrompere persino l’integerrimo FMI. Per rientrare nelle grazie del FMI, il governo di Kinshasa ha dovuto infatti accordare un ricco contratto alla Baker McKenzie, la società privata di consulenza finanziaria in cui lavorava (guarda la combinazione) Christine Lagarde prima di andare a dirigere il FMI, ed ora la BCE. L’intreccio della gestione pubblica con gli affari privati se riguarda i poveri si chiama corruzione, ma se riguarda i ricchi si chiama “competenza”. Uno degli elementi ideologici più importanti delle attuali gerarchie imperialistiche è proprio l’etichetta di “corrotto” riservata ai Paesi inferiori. La superiorità in termini di potenza materiale si mistifica come gerarchia morale e antropologica: la super-razza dei “competenti” e la sotto-razza dei “corrotti”. (2)

Ora è diventato frequente  mettere in dubbio l’idea che i fallimenti economici dell’Africa siano colpa del colonialismo. Già l’uso della parola “colpa” risulta abbastanza subdolo, dato che spostando la questione sul piano morale, si può dimostrare qualsiasi cosa. La domanda seria sarebbe invece chiedersi se il colonialismo ci sia ancora. In effetti vige tuttora in Africa un dominio coloniale, mediato però da istituzioni sovranazionali ufficialmente “imparziali”. Non c’è solo il FMI, che è già di per sé un’agenzia ONU, ma anche la stessa ONU in prima persona, impegnata in operazioni di “peace keeping”, cioè di occupazione militare del territorio congolese. In questa opera di “pace”, le truppe ONU si servono di aerei droni “Falco”, prodotti dalla ex Finmeccanica, che ora si fa chiamare Leonardo. (3)

Il quotidiano “La Stampa” nel 2015 diede anche una rappresentazione entusiasticamente truculenta sull’uso di questi droni italiani in Congo, narrando di guerriglieri che, pur ammoniti, non si erano lasciati intimidire dalla sorveglianza h24 da parte dei droni “Falco”, pagando così un duro prezzo di sangue. In Congo quindi l’Italia non è solo presente con operazioni umanitarie, ma anche come fornitrice di armi per la repressione interna. (4)

Finmeccanica è organica ai servizi segreti italiani, e la commistione è evidenziata da un sistema di porta girevole, che ha visto avvicendarsi al vertice dell’azienda prima Gianni de Gennaro e poi l’ex direttore dell’AISE, Luciano Carta, tuttora in carica. Persino l’ex ministro Marco Minniti, anche lui proveniente dai servizi, è andato ad occupare una poltrona dirigenziale in una società del gruppo Finmeccanica. (5)

La porta girevole non è corruzione, è “competenza”. Non si tratta  di un comportamento esclusivamente italiano, poiché la osmosi tra aziende produttrici di armi (e non solo di armi) con i servizi segreti e con gli alti gradi militari, riguarda tutto il sistema internazionale.

Ora, possibile che Finmeccanica ed i servizi non si siano resi conto del pericolo a cui esponevano l’ambasciatore italiano? In effetti era logico pensare che il ruolo dell’Italia nella vendita di armi all’ONU, rendesse Luca Attanasio un bersaglio per ritorsioni, sia da parte della guerriglia, sia da parte di eventuali concorrenti nel business degli armamenti.

In questa vicenda le responsabilità di Finmeccanica e dei servizi segreti nostrani sono abbastanza evidenti. I media però preferiscono non toccare gli interessi del grande business e mettono invece sotto accusa il ministero degli Esteri ed il suo attuale occupante, lo zimbello di professione Luigi Di Maio, messo lì apposta per fare da parafulmine in situazioni del genere.

4 marzo 2021

1)  https://aspeniaonline.it/congo-miniere-di-cobalto-e-grandi-interessi-internazionali/

2)  https://zoom-eco.net/a-la-une/rdc-les-trois-evidences-du-partenariat-etat-congolais-baker-mckenzie/

3)  https://www.lastampa.it/esteri/2020/04/15/news/congo-dove-i-predoni-fanno-piu-paura-del-covid-tre-droni-italiani-a-supporto-delle-nazioni-unite-1.38720424

4)  https://www.lastampa.it/esteri/2015/07/17/news/i-droni-di-pace-italiani-che-danno-la-caccia-ai-miliziani-del-congo-1.35242728

 

(*) ripreso da http://www.comidad.org

 

da qui


giovedì 26 novembre 2020

nel paradiso afgano e in quello libico assassinano i migliori

 

Afghanistan, ucciso il giornalista Ilyas Dayee: “Narrava al mondo la speranza e il dolore della sua gente” - Roberta Aiello

 

Mohammad Ilyas Dayee aveva 33 anni, e ha dedicato tutta la sua vita a raccontare le storie della terra dove è nato e viveva, l'Afghanistan.

Il 12 novembre è rimasto ucciso a Lashkar Gah, capitale della provincia meridionale di Helmand, nell'esplosione di un ordigno posizionato sulla sua auto, mentre portava la madre in ospedale. Il fratello di Dayee, ex giornalista di Deutsche Welle, e altre due persone, tra cui un bambino, sono rimasti feriti nell'attentato.

Il giornalista, che lavorava per Radio Free Europe/Radio Liberty (RFE/RL), lascia la moglie e una figlia di un anno e mezzo.

Dayee è l'ultima vittima della crescente violenza in Afghanistan, dove i giornalisti sono presi sempre più di mira dai talebani che hanno intensificato le loro minacce.

Secondo quanto riportato da Human Rights Watch molti professionisti dell'informazione sono stati esplicitamente avvertiti di non raccontare le attività dei talebani, come è accaduto a Dayee.

A ottobre l'uomo aveva confidato ad alcuni suoi colleghi che i talebani gli avevano intimato di non parlare delle recenti operazioni condotte nella provincia di Helmand, né di qualsiasi loro perdita in termini di territorio e di vite umane e di non riportare nessuna notizia su presunte violazioni dell'accordo firmato con gli Stati Uniti che prevede il ritiro delle truppe straniere dal paese.

Colleghi di Dayee hanno detto che nelle settimane precedenti l'attacco, i talebani avevano perquisito la sua casa e interrogato i vicini di casa sui suoi movimenti chiedendo di riferirne i comportamenti.

La notte prima di essere ucciso, Dayee aveva inviato un'e-mail a un collega scrivendogli di ritenere che la sua vita fosse in pericolo.

Nello stesso giorno in cui è stato ucciso, i talebani hanno rilasciato una dichiarazione in cui hanno accusato i media afghani di impegnarsi nella "propaganda nemica" e nella diffamazione contro di loro.

«Siamo scioccati e rattristati per la perdita di Mohammad Ilyas Dayee, un collega coraggioso e impegnato che non ha mai esitato nella sua determinazione di riportare le notizie della provincia in cui è nato, Helmand», ha detto Daisy Sindelar, presidente ad interim di RFE/RL.

Sindelar ha definito l'omicidio di Dayee "un atto vile e spregevole che devasta una giovane famiglia e lascia l'Afghanistan senza un giornalista di talento che ha testimoniato i cambiamenti del suo paese", aggiungendo che "la crescente minaccia di violenza contro i giornalisti dovrebbe preoccupare profondamente tutti coloro che hanno investito in un futuro sicuro e pacifico per l'Afghanistan".

Qadir Habib, proprietario di Radio Free Afghanistan, ha definito devastante la notizia dell'uccisione di Dayee. «Era un giornalista di talento, impegnato, imparziale e coraggioso. Voleva essere la voce della sua gente ed era instancabile nel farne conoscere al mondo il dolore e la sofferenza», ma narrandone anche la speranza.

Quando è entrato a far parte di Radio Free Afghanistan, nel 2008, Dayee ha mostrato subito una grande dedizione nei confronti del lavoro, ha raccontato Habib. I suoi reportage si occupavano non solo della pericolosa situazione della sicurezza a Helmand, dove i talebani e le forze governative combattono una battaglia quasi permanente, ma anche dell'impatto che tutto ciò determina sulla vita dei civili nella provincia che confina con il Pakistan ed è vicina all'Iran.

Tra i suoi lavori più importanti un racconto sul traffico di droga. La maggior parte dell'oppio illegale del mondo viene infatti coltivato a Helmand prima di essere trasformato in eroina.

Salih Mohammad Salih, giornalista di Radio Free Afghanistan e carissimo amico di Dayee, ricorda di averlo incoraggiato a far parte di una sua associazione nel 2008. Oltre a essere un giornalista pieno di risorse Dayee aveva sempre il desiderio di aiutare gli altri.

«Aveva un cuore grande e generoso», ha raccontato Salih. «Il mese scorso Dayee ha ospitato molti parenti e conoscenti nella sua casa quando i combattimenti li hanno costretti a fuggire dalle loro abitazioni». Un'offensiva talebana poi fallita volta a invadere la città aveva costretto migliaia di famiglie a fuggire da Helmand per cercare rifugio nei quartieri più sicuri di Lashkar Gah.

Il 14 ottobre il giornalista aveva infatti pubblicato la foto di una tenda montata nel suo cortile. «Oggi abbiamo eretto un'altra tenda per una famiglia di sfollati perché non c'era più spazio nelle camere della nostra casa».

Dayee ha trascorso la sua infanzia a Helmand controllata dai talebani. Diventato giornalista nel 2006 ha lavorato per un'emittente di Stato afghana, per l'Institute of War and Peace Reporting e per l'emittente radiofonica Salam Watandar.

L'omicidio di Dayee, diffusamente condannato in Afghanistan, non è stato ancora rivendicato. Zabiullah Mujahid, un presunto portavoce talebano, ha detto a Radio Free Afghanistan che il gruppo indagherà sull'omicidio.

Le associazioni dei giornalisti della capitale, Kabul, e di tutto l'Afghanistan hanno chiesto al governo di indagare sulla morte del collega e di punire gli autori del crimine.

Anche il presidente afghano, Ashraf Ghani, ha condannato l'attentato. «I gruppi terroristici non possono limitare la libertà di espressione e la voce della stampa con questi attacchi criminali», ha detto in una dichiarazione. «Il governo si impegna a proteggere e a rafforzare questo diritto, che il nostro popolo, la stampa e i giornalisti hanno ottenuto attraverso sforzi e sacrifici incessanti».

Nonostante le parole del capo dello Stato, l'Afghanistan non ha punito quasi nessuno dei responsabili degli omicidi degli oltre 50 giornalisti uccisi in Afghanistan dal 1992, secondo quanto registrato dal Committee to Protect Journalists (CPJ), l'organizzazione che promuove la libertà di espressione nel mondo.

«Elyas Dayee, come altri giornalisti in Afghanistan, stava semplicemente facendo il suo lavoro cercando di informare il pubblico e non avrebbe mai dovuto temere per la sua vita», ha dichiarato Aliya Iftikhar, ricercatrice senior sull'Asia di CPJ. «Le autorità afghane devono porre fine alle uccisioni di giornalisti dimostrando che i responsabili saranno trovati e chiamati a rispondere dei crimini commessi».

da qui

 

 

 

Libia: uccisa Hanan al-Barassi, avvocata e attivista per i diritti delle donne - Roberta Aiello

 

Hanan al-Barassi, nota avvocata libica e attivista per i diritti delle donne soprannominata “Azouz Barqua”, la signora della Cirenaica, è stata uccisa nella sua auto martedì 10 novembre da tre colpi di arma da fuoco sparati da alcuni uomini col volto coperto in pieno giorno a Bengasi.

Qualche giorno prima del suo omicidio al-Barassi aveva dichiarato di aver ricevuto numerose minacce di morte.

Gli aggressori hanno inizialmente tentato di rapire la donna in un negozio finendo poi per spararle e ucciderla, secondo quanto dichiarato dalla Direzione della sicurezza di Bengasi che ha promesso l'apertura di un'indagine.

Nella dichiarazione si legge che gli uomini sono poi fuggiti in due auto con i vetri oscurati.

Il governo di accordo nazionale libico sostenuto dalle Nazioni Unite ha condannato la barbara uccisione.

«L'assassinio di difensori dei diritti umani e di chi esprime opinioni e il mettere a tacere voci è un crimine atroce e una forma vergognosa di tirannia oltre che un tentativo disperato di distruggere la speranza di creare uno Stato civile e democratico», ha affermato il ministro degli Interni libico, Fathi Bashagha.

La morte di al-Barassi a Bengasi è avvenuta il giorno successivo la pubblicazione di un post sui suoi profili social in cui la donna aveva annunciato che avrebbe diffuso un video di denuncia su Saddam Haftar, figlio del generale militare e leader dell'Esercito nazionale libico (LNA) Khalifa Haftar che controlla la regione orientale della Libia, compresa la città di Bengasi.

Secondo la Missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia (UNSMIL), al-Barassi era “una voce critica della corruzione, dell'abuso di potere e delle violazioni dei diritti umani".

«La sua tragica morte spiega cosa devono affrontare le donne libiche quando si permettono di parlare», si legge nel comunicato di UNSMIL.

In vari video pubblicati sul suo profilo Facebook, al-Barassi ha più volte espresso critiche nei confronti di figure fedeli all'LNA accusando membri di gruppi armati di aggressione e stupro di donne.

In una diretta sui social del 7 novembre aveva raccontato che la figlia era sopravvissuta a un tentativo di omicidio.

Ancora su Facebook al-Barassi aveva divulgato nomi e numeri telefonici delle persone che l'avevano minacciata a causa delle sue critiche esplicite, attirando ulteriori attacchi e minacce.

Come racconta la CNN nella diretta condivisa il giorno precedente alla sua uccisione, al-Barassi aveva detto che non si sarebbe fatta intimidire dalle minacce.

«Non mi arrenderò, solo i proiettili mi potranno fermare e se morirò, così sia. Solo la morte potrà zittirmi. Domani condividerò diverse sorprese, diverse sorprese», aveva comunicato.

Elham Saudi, direttrice di Lawyers for Justice in Libya, un'organizzazione che difende e promuove i diritti umani nel paese tormentato dal conflitto, ha definito l'attacco "un ricordo spaventoso e doloroso della realtà sul campo" per le donne libiche.

L'uccisione di Al-Barassi segue una serie di attacchi contro chi critica le forze allineate all'LNA.

Ad oggi non si hanno ancora notizie della parlamentare libica Seham Sergewa rapita il 17 luglio 2019 da alcuni uomini armati apparentemente affiliati all'LAAF (Forze armate arabe libiche) nella sua casa di Bengasi.

Sergewa aveva espresso forti critiche nei confronti degli attacchi armati di Haftar a Tripoli.

Nel 2014 Salwa Bugaighis, rinomata avvocata e attivista libica per i diritti umani, è stata uccisa a colpi d'arma da fuoco nella sua casa a Bengasi da uomini non identificati. Le autorità non hanno indagato o perseguito nessuno per il suo omicidio.

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