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domenica 20 settembre 2026

Attacco intimidatorio contro Sensibili alle Foglie per il libro su sionismo e nazismo


(da Osservatorio Repressione)

La richiesta di rimuovere il libro di Francesco Lazzeri mostra il terreno su cui agisce il DDL Romeo: confondere antisionismo e antisemitismo per restringere la critica a Israele e la solidarietà con la Palestina.

Non c’è un decreto di sequestro, non c’è una sentenza che abbia dichiarato illegale il libro e non risulta un provvedimento giudiziario che ne abbia vietato la diffusione. Eppure Sensibili alle Foglie denuncia di aver ricevuto, attraverso il provider che ospita la propria libreria online, una richiesta di rimozione della pagina dedicata a Sionismo e nazismo facce della stessa medaglia di Francesco Lazzeri, pubblicato dalla casa editrice nel 2025. La richiesta, secondo quanto comunicato dall’editore e riportato pubblicamente, proviene dall’Associazione Italiana Avvocati e Giuristi Ebrei e CoDe RTD Srl e segnala il contenuto come incitamento o approvazione della violenza, incitamento all’odio e discriminazione su basi etniche o religiose, con particolare riferimento a narrazioni antisemite, negazione o grave banalizzazione della Shoah e disinformazione capace di contribuire alla diffusione dell’odio o alla giustificazione della violenza.

Accuse pesantissime. Proprio per questo dovrebbero essere sottoposte a un confronto pubblico altrettanto rigoroso, distinguendo ciò che appartiene alla critica storica e politica da ciò che costituisce effettivamente odio antiebraico o negazionismo. Il problema posto dal caso Sensibili alle Foglie non consiste infatti nel pretendere che qualsiasi cosa venga scritta sul sionismo sia per definizione legittima, storicamente corretta o sottratta alla critica. È l’esatto contrario: un libro può essere contestato, demolito attraverso le fonti, accusato di forzature interpretative e sottoposto alla più dura discussione storiografica. Ma chiedere all’intermediario tecnologico che ospita la libreria dell’editore di rimuoverne la pagina introduce un’altra questione, quella della possibilità di rendere materialmente invisibile un’opera senza che un giudice ne abbia stabilito l’illiceità.

Sensibili alle Foglie respinge integralmente le accuse e rivendica trentasei anni di attività editoriale contro la discriminazione etnica e religiosa. Sostiene inoltre che il libro di Lazzeri non neghi affatto la Shoah, ma ricostruisca attraverso documenti, fonti e un’ampia bibliografia i rapporti intercorsi in determinate fasi storiche tra organizzazioni sioniste e Germania nazista, collocandoli dentro la storia dell’emigrazione ebraica verso la Palestina e del progetto coloniale sionista. La stessa casa editrice aveva già presentato pubblicamente il volume come un lavoro volto a mettere in relazione storica sionismo e nazismo, arrivando a formulare giudizi estremamente radicali sulle due ideologie.

Sono tesi che possono e devono essere discusse anche duramente. L’equiparazione tra sionismo e nazismo contenuta fin dal titolo è una tesi storiografica e politica fortissima, che non può essere trattata come un’evidenza indiscutibile semplicemente perché formulata in un libro. Ma altrettanto improprio sarebbe stabilire automaticamente che la comparazione tra due movimenti politici costituisca negazione della Shoah o odio contro gli ebrei. La verifica deve riguardare ciò che il libro effettivamente sostiene, le fonti utilizzate e il modo in cui vengono interpretate. È questo il terreno sul quale una società democratica dovrebbe affrontare anche le opere più controverse.

Il caso assume però un significato politico molto più ampio perché esplode mentre il Parlamento italiano sta discutendo proprio la definizione normativa dell’antisemitismo. Il disegno di legge 1004, presentato originariamente dal capogruppo leghista al Senato Massimiliano Romeo, è stato approvato da Palazzo Madama il 4 marzo scorso con 105 voti favorevoli, 24 contrari e 21 astenuti. Il provvedimento è ora alla Camera con il numero C.2830 e dal 9 settembre è in esame in commissione.

Il testo approvato dal Senato adotta la definizione operativa di antisemitismo elaborata dall’International Holocaust Remembrance Alliance, compresi i relativi indicatori. Allo stesso tempo stabilisce esplicitamente che restano ferme «la libertà di critica politica e di espressione del pensiero e la libertà di riunione e di associazione». Non introduce nuove fattispecie penali e, durante l’esame parlamentare, è stata eliminata anche la disposizione che aveva fatto discutere sulla possibilità di vietare manifestazioni.

Questo va detto, proprio per non attribuire alla legge ciò che nel testo attuale non c’è. Ma non elimina il problema politico. Perché durante lo stesso iter parlamentare è emersa apertamente la preoccupazione che l’adozione legislativa della definizione IHRA possa contribuire a confondere antisemitismo e critica radicale a Israele. Nel resoconto ufficiale del Senato viene ricordato che AVS e Movimento 5 Stelle hanno denunciato il rischio di perseguire come antisemita la critica al governo israeliano, mentre Italia Viva ha sottolineato la necessità di distinguere antisemitismo e antisionismo. Anche esponenti del Partito democratico hanno espresso dubbi sull’opportunità del provvedimento, pur partecipando al confronto parlamentare.

È precisamente questa distinzione che il caso Sensibili alle Foglie rende concreta. L’antisemitismo è odio, discriminazione e violenza contro gli ebrei in quanto ebrei. È una realtà storica e presente che deve essere combattuta senza esitazioni. Il sionismo è invece un movimento politico e storico, nato alla fine dell’Ottocento, articolato nel corso del tempo in correnti diverse e diventato uno dei riferimenti ideologici fondamentali nella costruzione dello Stato di Israele. Come qualsiasi ideologia politica, può essere studiato, sostenuto, contestato oppure radicalmente rifiutato. Un cittadino può essere antisionista senza nutrire alcun odio verso gli ebrei, così come un ebreo può essere antisionista senza cessare evidentemente di essere ebreo.

La sovrapposizione dei due concetti produce quindi un effetto politico enorme. Se l’antisionismo viene fatto coincidere con l’antisemitismo, la critica non riguarda più soltanto determinate decisioni del governo Netanyahu, l’occupazione della Cisgiordania, gli insediamenti o la distruzione di Gaza. Diventa potenzialmente sospetta anche la critica alla natura stessa del progetto politico sionista, alla costruzione dello Stato su base etnico-nazionale, alla Nakba e alle strutture di discriminazione imposte ai palestinesi. Una parte fondamentale della storia contemporanea viene così spostata dal terreno del conflitto politico a quello della devianza morale.

Il punto non è teorico. Negli ultimi anni la solidarietà con la Palestina è stata sempre più spesso trattata in Europa come un problema di sicurezza e ordine pubblico. Manifestazioni vietate o sottoposte a restrizioni, accampamenti universitari sgomberati, attivisti denunciati, iniziative culturali contestate, conferenze cancellate e organizzazioni sottoposte a provvedimenti repressivi hanno progressivamente costruito intorno alla Palestina un’area speciale del discorso pubblico. L’accusa di antisemitismo, quando viene utilizzata indiscriminatamente contro l’antisionismo o contro la denuncia delle politiche israeliane, diventa uno degli strumenti attraverso cui restringere quello spazio.

In Italia questa dinamica incontra un processo più generale di criminalizzazione del dissenso. Il caso di Sensibili alle Foglie arriva dopo l’attacco che ha colpito l’infrastruttura digitale indipendente Autistici/Inventati e dentro un clima nel quale la solidarietà alla Palestina è stata più volte investita da indagini, denunce e misure di polizia. Vicende diverse, che sarebbe sbagliato sovrapporre meccanicamente, ma che indicano un problema comune: una quota crescente della repressione contemporanea non passa necessariamente attraverso il divieto esplicito di un’opinione. Passa attraverso infrastrutture, piattaforme, provider, sistemi di pagamento, procedimenti amministrativi e dispositivi capaci di aumentare progressivamente il costo materiale del dissenso.

È questa la caratteristica più interessante della vicenda denunciata dall’editore. La censura del XXI secolo non ha necessariamente bisogno di poliziotti che entrano in tipografia per sequestrare migliaia di copie. Un libro può rimanere formalmente legale e diventare più difficile da acquistare; un sito può non essere sequestrato da un magistrato ma perdere il proprio hosting; una campagna può non essere proibita e ritrovarsi senza strumenti di pagamento; un contenuto può non violare alcuna legge e scomparire perché un intermediario privato considera troppo rischioso continuare a ospitarlo. Nessuno ha formalmente censurato nulla e tuttavia qualcosa diventa progressivamente invisibile.

È un potere enorme perché oggi lo spazio pubblico dipende da infrastrutture private. Hosting, social network, motori di ricerca, servizi cloud e piattaforme commerciali stabiliscono materialmente quali parole possono circolare. Le garanzie costituzionali sono state costruite principalmente per proteggere il cittadino dall’intervento censorio dello Stato; molto più difficile è affrontare un ecosistema nel quale la restrizione della parola può essere prodotta attraverso una concatenazione di decisioni apparentemente private.

Per questo la vicenda del libro di Francesco Lazzeri riguarda anche chi non condivide affatto le sue conclusioni. La libertà editoriale non consiste nel diritto di pubblicare soltanto libri sui quali esiste un consenso. È precisamente il diritto di pubblicare opere che disturbano, provocano e mettono in discussione le narrazioni dominanti, assumendosi naturalmente la responsabilità di ciò che viene scritto e accettando la critica pubblica più radicale.

Se Sionismo e nazismo facce della stessa medaglia contiene falsificazioni storiche, si dimostrino. Se utilizza impropriamente le fonti, si pubblichino quelle fonti e si contestino le conclusioni. Se banalizza la Shoah, si mostri dove e in quale modo. Se invece commette un illecito, esistono gli strumenti dello Stato di diritto e spetta a un’autorità competente accertarlo. Ciò che non può diventare normale è il principio secondo cui un’associazione possa ottenere la cancellazione di un libro dal suo spazio di vendita semplicemente rivolgendosi all’intermediario che rende tecnicamente possibile quello spazio.

La stessa storia di Sensibili alle Foglie rende particolarmente significativo questo tentativo. La casa editrice ha costruito per decenni il proprio catalogo intorno alle istituzioni totali, al carcere, alla psichiatria, alla marginalità, alle forme della repressione e alle voci espulse dalla narrazione dominante. Il fatto che oggi si trovi costretta a difendere la presenza online di un proprio libro dimostra quanto il conflitto sulla Palestina abbia ormai raggiunto direttamente il terreno della produzione culturale.

C’è poi un elemento che non dovrebbe mai essere rimosso dalla discussione. Mentre in Europa ci si interroga ossessivamente sulle parole utilizzate per descrivere Israele, in Palestina la discriminazione non è un esercizio linguistico. Esistono occupazione militare, insediamenti, demolizioni, espulsioni, segregazione territoriale e sistemi giuridici differenti applicati nello stesso territorio a seconda dell’appartenenza nazionale. Organizzazioni internazionali e israeliane per i diritti umani hanno utilizzato il concetto di apartheid per descrivere questa struttura. A Gaza la questione della qualificazione giuridica delle condotte israeliane è arrivata davanti alle più importanti istituzioni internazionali.

È quindi legittimo chiedersi perché una parte crescente del dibattito occidentale sembri concentrarsi non tanto su ciò che viene fatto ai palestinesi, quanto sui limiti entro i quali è consentito descriverlo.

Combattere l’antisemitismo è necessario proprio perché l’antisemitismo esiste. Esiste nella società europea, nella destra estrema, nelle culture complottiste e può manifestarsi anche dentro ambienti che sostengono la causa palestinese. Negarlo sarebbe irresponsabile. Ma proprio per questo trasformare qualsiasi critica del sionismo in antisemitismo produce un danno enorme anche alla lotta contro l’odio antiebraico: dilata talmente il concetto da rischiare di renderlo indistinguibile dalla controversia politica.

La battaglia dovrebbe essere esattamente opposta: isolare e combattere senza ambiguità l’antisemitismo e contemporaneamente garantire la piena libertà di discutere il sionismo, la storia dello Stato di Israele, la Nakba, l’occupazione e le responsabilità israeliane verso il popolo palestinese. Sono due esigenze perfettamente compatibili. Diventano incompatibili soltanto quando si decide che difendere Israele significhi difendere gli ebrei e che attaccare politicamente il sionismo significhi quindi attaccare gli ebrei.

Sensibili alle Foglie ha annunciato di non voler accettare questa logica e di trasformare l’attacco in un’occasione per far conoscere ancora di più il libro, presentandolo e discutendolo pubblicamente. È probabilmente la risposta più efficace. Perché un libro controverso non deve essere sottratto allo sguardo, ma esposto alla discussione.

Il caso arriva mentre il DDL Romeo ha già superato il Senato e continua il proprio percorso alla Camera. Sarebbe semplicistico sostenere che quella legge abbia già prodotto la richiesta di rimozione: non è ancora legge e il testo approvato contiene esplicite garanzie per la libertà di critica. Ma sarebbe altrettanto ingenuo ignorare il clima politico nel quale le due vicende si incontrano. Mentre il Parlamento cerca di stabilire normativamente come riconoscere l’antisemitismo, fuori dal Parlamento qualcuno sta già provando a stabilire quali forme di critica del sionismo possano essere considerate intollerabili.

È qui che il caso Sensibili alle Foglie diventa un precedente da non sottovalutare. Oggi riguarda la pagina di un libro. Domani può riguardare una conferenza, un film, una ricerca universitaria, un sito, una manifestazione o un’associazione.

Non occorre condividere il libro di Lazzeri per capire quale sia la posta in gioco. Occorre soltanto decidere se vogliamo una società nella quale le tesi storiche vengono confutate attraverso altre tesi e altri documenti oppure una società nella quale, prima ancora che intervenga un giudice, qualcuno possa bussare alla porta del provider e chiedere che quelle tesi diventino invisibili.

da qui




Per dovere civico Sensibili alle foglie segnala la richiesta, pervenutaci tramite il provider che ospita la nostra libreria online, di rimuovere la pagina dedicata al libro Sionismo e nazismo facce della stessa medaglia, di Francesco Lazzeri, da noi edito nel 2025. La richiesta è stata inviata al provider dall'Associazione Italiana Avvocati e Giuristi Ebrei e CoDe RTDSrl con la motivazione che “il contenuto è segnalato come incitamento o approvazione della violenza; incitamento all'odio e contenuti discriminatori su basi etniche o religiose, con particolare riferimento alle narrazioni antisemite; negazione o grossolana banalizzazione della Shoah; disinformazione che contribuisce alla diffusione dell'odio o alla giustificazione della violenza”.

Si tratta con tutta evidenza di una richiesta intimidatoria, intentata strumentalmente da soggetti provocatori, con lo scopo ultimo, probabilmente, di ottenere una causa civile attraverso la quale chiedere aleatori “indennizzi” in denaro.

Come editori siamo impegnati da trentasei anni a combattere l'odio e la discriminazione su basi etniche o religiose, e in questo quadro, il libro “Sionismo e nazismo facce della stessa medaglia” documenta come gli ebrei siano stati, nel corso della storia, vittime  del sionismo oltre che del nazismo (e in generale dei Paesi europei). In un tempo storico in cui la propaganda israeliana viene quotidianamente alimentata per impedire legittime critiche all'operato dello Stato di Israele, e a ridosso della discussione, nel parlamento italiano, del ddl che mira a equiparare l'antisionismo all'antisemitismo, non ci stupisce che venga presa di mira la pagina online del libro di Francesco Lazzeri, con il quale vi invitiamo a organizzare incontri in presenza per parlare della sua preziosa ricerca storica.

Tenuto conto che

a)                  in questo momento storico chi esercita  fisicamente violenza e odio al di fuori di qualsiasi dirittointernazionale è sotto gli occhi di tutti nella cronaca di ogni giorno;

b)                 la discriminazione su base etnica o religiosa in questo momento è in atto fisicamente contro ipalestinesi e gli islamici, peraltro anch'essi provenienti da popolazioni di lingua semitica;

c)                  le radici dell'attuale regime di apartheid, di pulizia etnica e di pratiche genocidarie messe in attoda Israele risalgono all'ideologia sionista;

d)                 non si può considerare disinformato un lavoro che presenta 58 pagine di fonti documentarie e dibibliografia di testi riconosciuti in tutto il mondo come testi di qualità

chiediamo a tutti e tutte di non dimenticare la Palestina e le indicibili violenze di cui sono ogni giorno bersaglio i palestinesi di ogni età e genere, affermando con forza in ogni sede il loro diritto alla resistenza e all'autodeterminazione.

 

 

Spegniamo subito il rogo sionista dei libri  

(da Osservatorio Repressione)

 

Scrittori, docenti, editori e lettori contro l’attacco a Sensibili alle Foglie e il DDL Romeo: difendere la libertà di criticare il sionismo e sostenere la Palestina.

Come scrittori, ricercatori storici, poeti, editori, lavoratori dell’editoria, docenti, lettori esprimiamo il nostro più acceso dissenso e la più forte opposizione possibile al Disegno di legge S. 1004, noto come DDL Romeo.

Questo editto repressivo non è volto soltanto a tacitare ogni critica e mobilitazione dei movimenti sociali e politici nei confronti del colonialismo genocidario israeliano, ma a criminalizzare, rimuovere, cancellare ogni opera d’indagine storica, filosofica, antropologica, letteraria, lirica che avversi l’ideologia sionista fondata su razzismo, apartheid, e scientifico sterminio dei palestinesi e degli arabi che non accettano l’occupazione e l’esproprio della propria terra e delle proprie vite.

Esprimiamo vicinanza e solidarietà all’autore Francesco Lazzeri e a Sensibili alle foglie editore per la comunicazione minatoria di messa all’indice del libro “Sionismo e Nazismo facce della stessa medaglia – Un connubio storico pericoloso dalle nefaste e attuali conseguenze” da parte dell’Associazione Italiana Avvocati e Giuristi Ebrei.

Ci è ben chiaro che questa vicenda rappresenta un primo passo da parte dei poteri sionisti italiani dominanti di estrema destra (area di governo) e di centro (Partito Democratico) per strappare ai lettori e bruciare tutti i libri pubblicati e in pubblicazione che descrivano e raccontino la verità sull’occupazione e il genocidio, dapprima strisciante e da tre anni conclamato e rivendicato, subiti da quasi un secolo dal popolo palestinese da parte dei coloni israeliani.

Sappiamo molto bene che associazioni come quella che ha inviato la missiva intimidatoria a Sensibili alle Foglie dovrebbero definirsi “sioniste” o “amiche d’Israele”. Senza scomodare l’ebraismo che viene utilizzato strumentalmente come scudo per giustificare la risibile accusa di razzismo nei confronti di autori ed editori da sempre impegnati fino all’ultima stilla d’energia contro tutte le discriminazioni etniche, razziali e religiose.

Siamo perfettamente a conoscenza che esistono sulle scrivanie di simili realtà liberticide liste di scrittori, case editrici da denunciare e processare, e soprattutto di libri da mettere al macero per cancellare la memoria storica dei crimini israeliani contro l’umanità in ogni angolo del Vicino Oriente, la memoria storica del popolo palestinese, e di chi sostiene incrollabilmente alle nostre latitudini la sua Causa e la sua liberazione.

Non abbiamo dubbi che questo attacco a Lazzeri e Sensibili alle Foglie rappresenti un’apertura del fuoco ad alzo zero contro la cultura della verità, del dissenso, della resistenza a sostegno degli oppressi e degli ultimi. In modo da annientarla per sempre.

Questo appello per spegnere prontamente il rogo sionista dei libri vuole essere soltanto la prima azione per difendere senza tregua il diritto alla libertà di espressione e di creazione e il diritto di leggere, scrivere, pubblicare parole divergenti e di scontro contro il colonialismo genocidario israeliano e il totalitarismo che intende apertamente instaurare in Italia attraverso le sue dirette diramazioni, con la compartecipazione del governo Meloni e del Partito Democratico.

Prima che sia troppo tardi, invitiamo dunque a sottoscrivere immediatamente l’appello mandando una mail all’account controassedio@gmail.com CON OGGETTO “SPEGNIAMO SUBITO IL ROGO SIONISTA DEI LIBRI” E IL VOSTRO NOME, COGNOME, ATTIVITÀ UMANA (SCRITTORE, RICERCATORE STORICO, POETA, EDITORE, LAVORATORE DELL’EDITORIA, DOCENTE, LETTORE, ECC).

Filippo Kalomenìdis, scrittore e poeta

Silvia De Bernardinis, ricercatrice storica

Gian Andrea Franchi, scrittore, fondatore dell’Associazione Linea d’Ombra e docente

Lorena Fornasir, psicoterapeuta e fondatrice Associazione Linea d’Ombra

Nicoletta Dosio, autrice, militante politico NO-TAV, e docente

Maria Elena Delia, autrice e portavoce italiana Global Sumud Flottilla

Adriano D’Amico, scrittore

Elisabetta Cipolli, scrittrice 

Samantha Comizzoli, regista

Simone Capula, regista teatrale

Juri Di Molfetta, scrittore

Roberta Campagna, attrice e autrice teatrale

Domenico Castaldo, attore e drammaturgo

Alessandra Dell’Atti, attrice

Luana Farina Martinelli, poeta

Anna Leone, poetessa

Anna Emanuele, scrittrice

Maria Grazia Gagliardi, scrittrice

Iain Chambers, scrittore e ricercatore indipendente, già ordinario di Studio Coloniali e Postcoloniali del Mediterraneo, presso Università di Napoli, l’Orientale.

Maria Rita Mancaniello, professore associato in Pedagogia Sociale, presso Università di Siena.

Fabrizia Baldissera, professore associato in pensione

Giovanna Campani, antropologa

Luciano Blasco, antropologo

Vincenzo Morvillo, giornalista e critico

Rete Nazionale “La Scuola per la Palestina”

Ingrid Anastasia Pedrazzini, docente

Daniele Simonelli, docente

Federica Cresci, docente

Fabio Loi, docente

Viviana Faedda, docente

Leonardo Ferrandino, docente

Francesca Frascaroli, docente

Maria Gaia Merra, docente

Maria Saba, ex docente

Maria Antonietta Scanu, lavoratrice dell’editoria

Mattia Uzzau, lettore

Mauro Morello, lettore

Pacifico Saber, lettore

Cristina Fabbri, lettrice

Gabriella Martis, lettrice

Giovanna Pirino, lettrice

Rosa Sallustio, lettrice

Gianluca Venturini, lettore

Luca Servino, lettore

Gaia Marescotti, studentessa Scienze Politiche e Relazioni Internazionali e lettrice

Cinzia Delle Pezze, operatore socio-sanitario e lettrice

Gabriella Fragiotta, lettrice

Giuliana Sponza, lettrice

Maria Teresa Audisio, lettrice

da qui

sabato 12 settembre 2026

DISEGNO DI LEGGE 15051948 (DDL NAKBA) - Lavinia Marchetti

 

«Disposizioni per il contrasto all’antislamismo e al razzismo anti-palestinese e per l’adozione delle relative definizioni operative»

Art. 1. (Finalità). La Repubblica riconosce e contrasta l’antislamismo e il razzismo anti-palestinese quali forme di discriminazione, con gli stessi mezzi e la stessa dignità previsti per il contrasto all’antisemitismo.

Art. 2. (Definizione operativa e indicatori). Ai fini della presente legge costituiscono antislamismo o razzismo anti-palestinese, tra l’altro:
a) attribuire ai musulmani, quale collettività, la responsabilità di atti compiuti da singole organizzazioni islamiste;
b) sostenere che un cittadino musulmano sia presumibilmente meno leale alla Repubblica per la sua appartenenza religiosa;
c) rappresentare il musulmano come naturalmente violento, arretrato o incompatibile con la democrazia;
d) diffondere la teoria della «grande sostituzione» o dell’«Eurabia» quale piano di conquista demografica del continente;
e) negare al popolo palestinese il diritto all’autodeterminazione, ovvero sostenere che debba restare privo di Stato, sotto occupazione o smembrato in bantustan;
f) attribuire ai palestinesi la responsabilità collettiva delle azioni di Hamas;
g) negare la Nakba del 1948, ovvero giustificare l’espulsione della popolazione palestinese;
h) pretendere dai palestinesi standard di condotta non richiesti ad altri popoli sottoposti a occupazione;
i) paragonare i palestinesi, o gli arabi, a bestie, orde o «animali umani».

Art. 3. (Responsabilità personale). La responsabilità penale è personale. La presenza di un’organizzazione armata in un territorio non trasferisce la propria responsabilità ai civili che vi risiedono, quale che ne sia l’età o la condizione. Un bambino, un lavoratore, una neonata non integrano un obiettivo militare.

Art. 4. (Strategia nazionale). È adottata una Strategia nazionale contro l’antislamismo e il razzismo anti-palestinese. È istituito, presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, un Coordinatore nazionale. Sono previsti una banca dati degli episodi, il monitoraggio della diffusione dell’odio in rete e campagne informative nei mezzi radiotelevisivi.

Art. 5. (Istruzione e formazione). Nei programmi scolastici e universitari, nonché nella formazione delle forze dell’ordine, sono introdotti moduli dedicati. La Nakba è oggetto di studio al pari della Shoah.

Art. 6. (Libertà di critica). È fatta salva la libertà di critica politica. Restano lecite la critica dell’Islam come religione, la critica delle organizzazioni politiche e armate palestinesi, ivi compresa Hamas, nonché la critica dei governi dei Paesi a maggioranza musulmana, alle medesime condizioni stabilite per la critica dello Stato di Israele e del sionismo.

Art. 7. (Pari rango). La presente legge ha il medesimo rango, gli stessi strumenti e la stessa dotazione della legge in materia di contrasto all’antisemitismo. Nessuna tutela in meno, nessuna in più.

Art. 8. (Invarianza finanziaria ed entrata in vigore). Dall’attuazione della presente legge non derivano nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica. La presente legge entra in vigore nel medesimo giorno in cui entra in vigore quella sul contrasto all’antisemitismo.

CONSIDERAZIONI

(Un esercizio semplice, Quello che avete appena letto lo conoscete già. Ricalca il disegno di legge contro l'antisemitismo, ho lasciato intatto il suo impianto, la definizione IHRA e anche i suoi indicatori calati per legge, nonché il coordinatore a Palazzo Chigi, la banca dati, il monitoraggio dell'odio in rete, la tutela della critica politica, l'invarianza finanziaria. Ho tenuto in piedi il metodo per intero e ho spostato solo una cosetta, il nome del gruppo che riceve la tutela, ovvero il gruppo che sta, in questo momento, subendo un genocidio: palestinesi al posto degli ebrei, insomma l'Islam e la Palestina al posto di Israele e del sionismo. Niente di più semplice quando si legifera si tende all'universale. All'uguale per tutti.

Anche gli indicatori sono il ricalco dei loro, rovesciati sul nuovo bersaglio. Adesso è più semplice capire cosa succede. Gli stessi che oggi giurano che il ddl antisemitismo serva soltanto a riparare una minoranza dall'odio, sarebbero gli stessi che davanti a questa legge parlerebbero del primo atto della conquista islamica d'Europa. Riscoprirebbero Voltaire, l'articolo 21 della Costituzione, l'impossibilità per uno Stato liberale di far propria una definizione ideologica controversa e di diramarla dentro scuole, atenei, ministeri e questure. Il fastidio che molti proverebbe nel leggerlo è l'esatta misura del doppio standard. Il problema, infatti, non è mai stato il principio, per quello le leggi c'erano già)

da qui

giovedì 10 settembre 2026

Una legge contro il dissenso, non contro l’antisemitismo - Alessandra Algostino*



La definizione IHRA entra nella legge e rischia di trasformare la lotta all’antisemitismo in uno strumento per delegittimare la critica a Israele e colpire le mobilitazioni per la Palestina. Nessuna discontinuità con le politiche razziste contro migranti e diritto d’asilo: prosegue il fil noir del governo Meloni, la repressione del dissenso.

 

Mentre la legge elettorale ondeggia al ritmo dei sondaggi, con l’unico fine di tentare di mantenere il potere e realizzare surrettiziamente il premierato, la camera da oggi vota sul disegno di legge in tema di contrasto all’antisemitismo già approvato al senato.

È questa legge un’anomalia nel governo che si distingue per numerosità e intensità dei provvedimenti razzisti e repressivi?

Assolutamente no. Nessuna discontinuità rispetto al razzismo sottostante la demolizione del diritto di asilo, i provvedimenti disumani nei confronti di chi salva persona in mare, la necropolitica dei confini, ma una distorsione dell’antisemitismo per perseguire il fil noir del governo Meloni, la repressione del dissenso.

Il cardine è l’adozione della Definizione operativa di antisemitismo proposta nel 2016 dall’International holocaust remembrance alliance (Ihra), inclusi i suoi indicatori, al cui interno si annida l’equiparazione fra odio per gli ebrei e critiche ad Israele («negare agli ebrei il diritto dell’autodeterminazione, per esempio sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele è una espressione di razzismo»; «Fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei Nazisti»). Sovrapporre l’«odio verso gli ebrei in quanto tali» a «ostilità nei confronti di Israele in quanto Stato degli ebrei» assicura ad Israele intoccabilità e un surplus di legittimità politica; oltre a veicolare un’altra sovrapposizione impropria, quella fra antisemitismo e antisionismo.

La proposta in discussione attribuisce la forza della legge alla definizione Ihra e, se pur in forme ammorbidite nel passaggio parlamentare (scompare ad esempio un palesemente incostituzionale diniego di autorizzazione alla riunione «antisemita»), introduce misure di prevenzione e contrasto che instaurano un meccanismo di disciplinamento nell’orizzonte di una democrazia identitaria, che delegittima e punisce la critica politica.

Gli incisi sulla salvaguardia della libertà di critica e l’autonomia di scuola e università (oggetto di particolari attenzioni), a fronte della pervasività della definizione Ihra, rischiano di essere mera retorica, mentre misure dal tono soft come monitoraggi, prevenzione, promozione, inducono autocensura ed esercitano effetti deterrenti e dissuasivi; per tacere della figura del Coordinatore nazionale, incardinato nel vertice dell’esecutivo e da esso nominato.

Sia chiaro: esista già una norma, l’art. 604-bis del codice penale, che punisce la propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica, nazionale o religiosa, che menziona altresì esplicitamente la Shoa.

La ridondanza del nuovo disegno di legge manifesta la volontà di neutralizzare le mobilitazioni per la Palestina e, al contempo, costruire un concetto passe-partout per denigrare e reprimere qualsivoglia dissenso scomodo.

La forza culturale del ripudio dell’antisemitismo, pratica e tesi aberrante, diviene una clava per screditare e delegittimare chi oggi critica violenze perpetrate su base razzista e coloniale.

Non di contrasto all’antisemitismo si tratta ma di contrasto al dissenso, in coerenza con il diritto penale del nemico (e dell’amico) e una amministrativizzazione della sicurezza che strangola i diritti con misure di prevenzione e multe.

Paradossalmente, anche attraverso il contrasto all’antisemitismo avanza sotto mentite spoglie il fascismo: la ricontestualizzazione storica dell’antisemitismo funge da revisionismo e si accompagna alla delegittimazione dell’antifascismo (ultimo esempio, le liste di proscrizione di Trump, che hanno appena colpito Autistici/Inventati, nel silenzio complice del governo).

Contro un provvedimento che, sotto mentite spoglie, nasconde controllo e disciplinamento, approvato a larga maggioranza al senato (anche grazie al Partito democratico, fra astensioni e voti a favore), è necessario costruire una mobilitazione sociale, rivendicando il diritto di essere inequivocabilmente contro ogni forma di antisemitismo e di razzismo (islamofobia, disumanizzazione dei migranti) e, insieme, il diritto di criticare e mobilitarsi contro uno Stato, Israele, che pratica politiche coloniali e genocide.


*da il manifesto


da qui

lunedì 30 marzo 2026

L’antisemitismo è un crimine, ma l’antisionismo oggi è un dovere per me - Fabio Marcelli


Mentre sale in tutto il mondo l’indignazione contro lo Stato d’Israele, autore del genocidio contro la popolazione palestinese, occorre fare chiarezza su alcuni concetti per me fondamentali. Se l’antisemitismo è un crimine, ritengo l’antisionismo un dovere incondizionato per chiunque abbia a cuore i valori dell’umanità. Diventa sempre più insopportabile il ricorso alla categoria dell’antisemitismo da parte dei supporter del criminale genocida Netanyahu per avallare lo sterminio per fame e per bombe del popolo palestinese e screditare gli avversari di tale sterminio. Un intollerabile abuso delle categorie storiche che qualche troglodita di estrazione leghista o altra vorrebbe addirittura elevare a rango di legge dello Stato.

In realtà i principali fautori dell’antisemitismo sono proprio Netanyahu e i suoi fan, tra i quali peraltro ritroviamo proprio i discendenti ideologici e storici dell’antisemitismo storico, come del resto vaticinato dal creatore del sionismo Vladimir Jabotinski. Infatti, accollando sconsideratamente gli attuali crimini di Israele agli ebrei in quanto tali sulla base dell’inammissibile equazione tra antisemitismo e antisionismo, i seguaci di Netanyahu fomentano il pregiudizio antiebraico purtroppo ancora presente in settori della società.

Per contrastare tale odioso fenomeno va detto che sono tanti, e in numero crescente, gli ebrei e le ebree che condannano senza riserve i crimini di Netanyahu, questo losco e abominevole personaggio che da troppo tempo ormai regge le sorti dello Stato terrorista di Israele perpetrando crimini orribili contro i Palestinesi a Gaza e in Cisgiordania e si prepara a scatenare guerre sempre più spaventose solo per restare in sella.

Il nazisionismo di Netanyahu, Smotrich, Ben Gvir e simili è il risultato dell’elevazione alla massima potenza del pensiero di Jabotinsky nell’attuale contesto di crisi terminale del dominio occidentale sul pianeta. Israele, d’altronde, è nato come avamposto dell’imperialismo occidentale in una zona strategica per tanti motivi come quella medio-orientale. La tragica novità degli ultimi anni, perfettamente incarnata dal boia Netanyahu, è costituita dal fatto che tale funzione strategica non può essere esercitata senza il crescente ricorso allo sterminio e pulizia etnica, leggasi genocidio, dei palestinesi, e alla repressione fascista nei confronti degli israeliani che non vogliono svolgere il ruolo dei carnefici.

Costoro sono ancora una minoranza, ma svolgono un ruolo d’importanza fondamentale perché sono i portatori dell’unica speranza di sopravvivenza per Israele e i suoi cittadini, quale che ne sia l’identità etnica, religiosa o di altro tipo, che passa attraverso il completo smantellamento delle strutture del suprematismo sionista e dell’apartheid e la costruzione di un futuro comune per tutti gli abitanti della regione nelle forme statuali e di altro genere che decideranno di darsi.

Non bisogna quindi rassegnarsi all’usurpazione di una cultura ricchissima e millenaria come quella ebraica da parte di criminali di mezza tacca come Netanyahu & C. Per combattere costoro occorre però porre fine alle complicità di cui godono nell’élite occidentale. Senza queste complicità i loro crimini, la morte quotidiana, per fame o sotto le bombe di tanti bambini ed altri esseri umani palestinesi non sarebbe possibile.

Le bombe che Netanyahu fa cadere ogni giorno a Gaza e le armi che utilizza per uccidere e per bloccare l’arrivo dei beni di prima necessità, sono bombe ed armi statunitensi, tedesche, italiane e di altri Stati del glorioso Occidente. Il genocidio in corso non è solo made in Israel, ma anche made in US, Germany, Italy, ecc. Un motivo in più per differenziare antisemitismo e antisionismo.

Il sionismo infatti è sempre meno un fenomeno esclusivamente o prevalentemente israeliano o “ebraico”. Proliferano i sionisti “cristiani” e quelli “radicali”, tutta gente cui importa poco o nulla dell’ebraismo e che sono invece fortemente interessati al mantenimento del predominio occidentale sul pianeta, di cui oggi Israele e i suoi crimini costituiscono un meccanismo essenziale. In questo senso l’Israele sionista è oggi più che mai avamposto dell’Occidente che si prepara alla guerra mondiale contro il resto del mondo e scatena la repressione dei migranti al suo interno all’insegna del peggiore razzismo.

Pertanto – a mio avviso – lotta al sionismo e lotta alla guerra sono due facce della stessa medaglia e il genocidio del popolo palestinese non è altro che un’anticipazione del genocidio bellico generalizzato che lorsignori stanno preparando.

Queste complicità, che rendono i governi occidentali, anche qualora facciano finta di riconoscere la Palestina, coautori dei crimini incommensurabili di Netanyahu, vanno colpite, evidenziando e sanzionando di fronte alla giurisdizione interna e quella internazionale le responsabilità personali, come ogni responsabilità penale, di membri del governo e dirigenti d’azienda, sulla base del cristallino testo dell’art. III, lettera e, della Convenzione sul genocidio del 1948, che obbliga a punire la complicità nel genocidio.

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lunedì 5 gennaio 2026

Criticare Israele non è antisemita, è antifascista, ma anche criticare l’Unione Europea è altamente rischioso

 Quando è troppo è troppo! – Alberto Bradanini

1.Nel cosiddetto Regno del Bene il dissenso, proprietà assiologica qualificante del termine Democrazia, non è solo demonizzato, ma ormai criminalizzato. I detentori del potere – da non confondersi col governo, dei quali questo non è altro che un obbediente servitore, pronto a tutto in cambio di un po’ di palcoscenico, carriere e denari – assumono posture radicali contro chiunque si ostini a pensare con la sua testa, senza nemmeno un’eccedenza di apprensione davanti alla realtà fattuale e alla propria coscienza. Per costoro, le nervature strutturali della società non presentano alcuna crepa. Del resto, come dar loro torto se la maggioranza, nel sonno della ragione, si lascia consumare da TV e smartphone. Eppure, ciononostante, il potere resta inquieto: il silenzio dei più, dietro le quinte del palcoscenico, suscita qualche punta di nervosismo, poiché nessun potere potrà mai cancellare l’indomita tensione di ogni essere umano verso un mondo dove regnino pace, giustizia e libertà (non di forma, ma di sostanza).

Oggi, gli usurpatori di democrazia, tra cui occupano un posto d’onore le de-stituzioni europee, Commissione e entità affini, luoghi eterei affollati da privilegiati non-eletti – oltre 60.000 persone, con stipendi stellari, al servizio di corporazioni private, il cosiddetto mercato – decidono finanche chi debbano essere i nostri nemici, in occulta complicità con i governi, senza che cittadini e parlamenti dei paesi membri (almeno quelli) ne siano stati informati e consultati.

In questo drappo funebre, cotanti geni della lampada hanno un giorno decretato lo stato di guerra de facto contro un paese il cui esercito sarebbe schierato alle frontiere e, dopo quattro anni di energico avanzamento nel sud-est dell’Ucraina, sarebbe pronto, secondo tali vaneggiamenti, a sbaragliare la potenza di fuoco (persino atomico) di 32 paesi Nato armati fino ai denti. Nessun cenno, inoltre, alla ragione di tale ipotetica invasione da parte del paese più esteso al mondo, ma fa niente.

È di tutta evidenza che siamo di fronte a una favola per bambini in età prescolare. La decretazione del nemico da combattere, abusiva secondo la nostra Costituzione e quella di molti paesi europei, ci catapulta d’amblée nella schiera dei paesi cobelligeranti a fianco dell’Ucraina, alla quale non ci lega alcun trattato di mutua difesa, che non fa parte della cosiddetta Unione e insignificante per i nostri interessi strategici. L’Italia è infatti circondata da nazioni amiche, che non hanno alcun interesse e capacità di invaderci da terra o dal mare. Insomma, un insieme di insulti giuridici e geopolitici. Si dirà, ma il nostro Paese è legato alla Nato e all’Ue e dunque … dunque cosa? Le medesime ragioni valgono infatti per le citate istituzioni, che sono obsolete, la Nato (che avrebbe dovuto sciogliersi il 1° luglio 1991 insieme al Patto di Varsavia, ma non è mai troppo tardi!) o la Ue (creatura incestuosa e distruttiva sotto il profilo politico, economico, monetario, industriale e via dicendo). Un duplice livello di asservimento che rende vuota la nozione di sovranità popolare di cui all’art. 1 della nostra Carta Fondamentale. Resta un sogno indelebile che la nostra amata Penisola sperimenti l’avvento di una diversa classe dirigente, finalmente libera da ogni infondato sentimento di inferiorità nei riguardi dei paesi nord-euro-atlantici, capace di condurci fuori da questo inferno.

2. Malauguratamente, la Macchina della Distorsione e della Menzogna funziona a meraviglia, anche se milioni di cittadini manifestano l’intento di riappropriarsi dell’uso della ragione, abbandonando i racconti di fantasia. E dunque il martello dell’oppressione torna a colpire.

Le disgrazie che colpiscono Jacques Baud, ex colonnello, membro dei servizi di sicurezza svizzeri e analista strategico della Nato, ne sono una tragica derivata. Vediamo.

Il 15 dicembre scorso la Commissione europea, con il consenso dei paesi membri deve tragicamente sottolinearsi, approva un regolamento che possiede tutti i lineamenti di una sentenza. Tale atto normativo, nel vuoto di etica politica, viola le costituzioni formali e materiali dei paesi dell’Unione, oltre che dei cosiddetti Trattati istitutivi, un groviglio inestricabile, illeggibili come sono da qualsiasi cittadino europeo di intelligenza media. Qui si seguito il dispositivo di tale vomitevole regolamento, che (massimo sopruso!) costituisce come noto fonte normativa superiore alle leggi interne dei paesi membri.

“Jacques Baud, ex colonnello dell’esercito svizzero e analista strategico, è regolarmente invitato a programmi televisivi e radiofonici filorussi. Egli agisce come portavoce della propaganda filorussa e formula teorie del complotto, ad esempio accusando l’Ucraina di aver orchestrato la propria invasione per entrare a far parte della Nato. Di conseguenza, Jacques Baud è responsabile dell’attuazione o del sostegno di azioni o politiche attribuibili al governo della Federazione Russa che compromettono o minacciano la stabilità o la sicurezza di un paese terzo (Ucraina), attraverso la manipolazione delle informazioni e l’interferenza. Questo … regolamento di esecuzione (Ue) 2025/2568 del Consiglio del 15 dicembre 2025 dà attuazione al regolamento (Ue) 2024/2642, sulle misure restrittive relative alle attività destabilizzanti condotte dalla Russia. Il Consiglio dell’Unione Europea, … vista la proposta dell’Alto Rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la sicurezza considerando che … il 18 luglio 2025, l’Alto Rappresentante … ha rilasciato una dichiarazione a nome dell’Unione, in cui ha condannato … le persistenti attività illecite della Russia, che rientrano in campagne ibride più ampie, coordinate e di lunga data volte a minacciare e minare la sicurezza, la resilienza (sic.!) e i fondamenti democratici dell’Unione, degli Stati membri e dei partner…

“L’Alto Rappresentante ha sottolineato che le attività illecite della Russia si sono ulteriormente intensificate dall’inizio della guerra di aggressione contro l’Ucraina ed è altamente probabile che continuino nel prossimo futuro … L’Unione … condanna ancora una volta le attività illecite della Russia contro l’Unione, gli Stati membri, le organizzazioni internazionali e i paesi terzi (quale mirabile sensibilità da parte di tali svaporati nei riguardi di paesi terzi – quali? di grazia! n.d.r.) Data la gravità della situazione, il Consiglio reputa opportuno aggiungere dodici persone fisiche e due entità all’elenco delle persone fisiche e giuridiche, delle entità e degli organismi di cui all’allegato I … Il presente regolamento … entra in vigore il giorno della pubblicazione nella Gazzetta ufficiale … ed è obbligatorio … e direttamente applicabile in ciascuno degli Stati membri. Bruxelles, 15 dicembre 2025, per il Consiglio, la Presidente, K. Kallas”. Fine del testo.

La violenza prevaricatrice delle de-istituzioni europee genera qui un mostruoso amalgama dei tre poteri dello stato, esecutivo, legislativo e giudiziario, un’ingiuria partorita da individui irresponsabili, nella duplice etimologia del termine, poiché delle loro turpi nefandezze essi rispendono esclusivamente alla loro coscienza, vale a dire al vuoto cosmico. Tutto ciò avviene senza che moltitudini di cittadini esprimano la loro profonda indignazione! La sorte ci fa vivere in un tempo davvero moralmente cupo e ci precipita nell’inferno di un’ontologica amarezza.

È ben evidente che, seduti nei loro sontuosi uffici e retribuiti con il nostro lavoro, lorsignori servono gli interessi di “chi – direbbe C. Smitt – dispone del potere nello stato di eccezione”, vale a dire quel sovrano impalpabile che decide a suo piacimento di disattendere impunemente le leggi esistenti, nel perseguimento dei suoi funesti obiettivi, in questo caso la guerra, per riempire le tasche già piene dei produttori di morte.

In termini di peso politico poi, non deve mai dimenticarsi che in Europa nulla vien fatto o disfatto senza che Germania e Francia (le rispettive élite beninteso) siano d’accordo. Chi reputa ingenuamente che in seno all’Ue le decisioni costituiscano l’esito di un compromesso tra i 27, farebbe bene a farsi una doccia rinfrescante.

Non è un caso, infatti, che prima di Jacques Baud, a subire il medesimo trattamento (giugno 2025) sia stata la doppia cittadina svizzera/camerunense, Natalie Yomb, rea di aver criticato le politiche neocoloniali francesi in Africa Orientale. Che il paese della rivoluzione par exellence della storia occidentale, si sia piegato a tale insulto contro la libera espressione del pensiero è solo un’osservazione a margine che qualifica la cupezza dei tempi che stiamo vivendo.

Va tenuto a mente che la sanzione comminata dai citati inqualificabili individui prevede che il sanzionato non possa viaggiare (salvo rientrare nel suo paese, dal quale non potrebbe più muoversi), disporre del proprio conto in banca, essere aiutato da amici/sostenitori ad acquistare di che vivere, raccogliere i fondi per la difesa davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo e altro ancora, poiché in tal caso costoro a loro volta commetterebbero un reato! Insomma, Jacques Baud dovrebbe lasciarsi morire non solo intellettualmente ma persino fisicamente, salvo deroghe di volta in volta generosamente concesse dai suddetti maggiordomi per la spesa al supermercato.

Deve rilevarsi che il crimine di cui sono accusati N. Yomb e J. Baud – individui liberi che hanno osato pensare con la loro testa – non è previsto da alcuna norma europea o dei paesi membri. Siamo invece di fronte al famigerato reato d’opinione, quello che infastidisce il discorso del padrone, ormai fuori da ogni binario e che, messo alle strette dalla ragione e dalla competenza, non vede altra scelta che la repressione.

Secondo la civiltà giuridica nella quale pensavamo di vivere, per sanzionare qualcuno sarebbe necessario raccogliere le prove di un reato la cui fattispecie sia prevista da una legge, condurre l’imputato davanti a un giudice terzo e quindi, dopo i previsti gradi di giudizio, deliberare la sentenza. La classica ripartizione valoriale tra democrazia e autocrazia/dittatura va dileguando: chiunque ormai può essere colpito per il medesimo non-reato. Agghiacciante!

3. Durante la cosiddetta guerra fredda– quando il comunismo sovietico veniva dipinto come una minaccia incombente per la sopravvivenza dell’Occidente capitalistico – era tuttavia consentito dissentire senza rischiare la lapidazione. Se oggi il potere ha acquisito tratti così feroci, la ragione andrebbe ricercata nella hybrisdei potenti, divenuti arroganti come mai davanti a un popolo incapace di opporre un minimo di resistenza. Per altri, tuttavia, la ragione di tale prepotenza– ed è questa l’ermeneutica che preferiamo – si colloca nell’autopercezione di debolezza di chi siede in cima alla piramide e vede il terreno tremare sotto i piedi.

Uno dei maggiori intellettuali viventi, Noam Chomsky, afferma che la propaganda sta alle democrazie come il bastone alle dittature. Nelle cosiddette autocrazie o dittature, la popolazione sa bene quel che è consentito e quel che non lo è, mantenendo dunque un sano scetticismo verso ciò che sente o legge. Per insondabili ragioni, invece, nelle cosiddette democrazie la popolazione ritiene che la verità e la conoscenza scaturiscano in automatico dalla libertà d’espressione, quale esito di un sistema naturalmente rispettoso dell’etica pubblica e dei bisogni dei cittadini. Nel cosiddetto mondo libero resta un mistero insoluto che l’impalcatura mediatica sia considerata intrinsecamente attendibile, salvo qualche indecoroso eccesso, quando la macchina della propaganda richiede invero una sorveglianza più sottile, poiché qui le tentazioni a discostarsi dalle verità rivelate sono maggiori rispetto a quelle in essere nelle autocrazie/dittature.

Ora, se il termine democrazia si limita a operare con delega senza riscontro, precludendo ogni profilo di partecipazione (in specie quando si ha a che fare con pace o guerra!), allora esso diviene strumento di selezione cosmetica della classe politica di servizio, nulla di più.  Dinanzi a tale sciagura, i cittadini onesti di intelletto sono chiamati a opporsi a una ristretta cerchia di valletti indecorosi, tutti destinati alla spazzatura della storia: K. Kallas, Ursula Albrecht in von der Leyen e loro colleghi, insieme a coloro che hanno votato il citato sregolamento.

4. “La maggior parte dell’umanità è predisposta alla sottomissione. È inconsapevole, gestita da altri. Chi ha capito non ha bisogno di consigli, chi non ha capito non capirà mai. Non biasimo costoro, essi sono strutturati per vivere e basta. Respirare, mangiare, bere, recarsi al ristorante il sabato sera, partorire, guardare la TV, assistere a una partita di calcio. Il loro mondo finisce lì. Essi non percepiscono altro. Esiste poi un esiguo gruppo di esseri umani, sfuggiti al controllo qualità della linea di produzione. Essi sono difetti di fabbricazione, sono pochi, sono eretici, sono guerrieri (Carlos Castaneda, scrittore peruviano)”.

Se pertanto tale cerchia di disonorevoli intendono portarci in guerra contro un nemico fabbricato a tavolino, mandando a morire i nostri figli e nipoti, prendiamo allora la libertà di richiamare l’invito di Boris Vian (il Disertore): “Signor Presidente, se è proprio necessario spargere del sangue, si metta lei in prima fila e si senta libero di spargere il suo, insieme a quello dei suoi parenti e amici. Io la guerra l’ho fatta, mi han rubato moglie, figli, lavoro, la vita intera. Se poi vuole farmi arrestare, nessun problema, proceda pure. E anzi dica ai suoi gendarmi che quando mi troveranno sarò disarmato, e che se vogliono possono anche sparare. Signor Presidente, mi ascolti bene: io al fronte non ci vado!”. Come ci ricorda il grande poeta, Pablo Neruda, infatti: “le guerre sono fatte da persone che si uccidono senza conoscersi, per gli interessi di persone che si conoscono, ma non si uccidono”.

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Come inventare un nemico: chi osa condannare Israele – Francesco Maria Tedesco

Qualche settimana fa, il licenziamento di Gabriele Nunziati per una domanda su Gaza ha rinfocolato il dibattito su libertà di parola e antisemitismo. Qualche giorno fa, infine, la questione è tornata d’attualità per il disegno di legge Delrio, che pretende di asserire in sostanza che chi critica Israele è tout court antisemita.

Una china assai discutibile e pericolosa che l’ottimo Guerra all’antisemitismo? uscito nel 2024 per Altreconomia e scritto dalla sociologa Donatella Della Porta aveva analizzato con riferimento al contesto tedesco. Un libro prezioso, che torna ahinoi utile, sullo sfruttamento di quello che l’autrice – sulla scorta di un saggio di Stanley Cohen pubblicato nel 1972 – definisce “panico morale”, quando – scrive Cohen – qualcosa viene definito come “una minaccia ai valori e agli interessi della società”.

La natura di queste minacce viene presentata “in modo stilizzato e stereotipato dai mezzi di comunicazione di massa”, e le barricate morali che ne conseguono “sono presidiate da editori, vescovi, politici e altri benpensanti”. I presunti autori di queste minacce vengono bollati come folk devils (che potremmo tradurre come “nemici della società”), devianti che attentano a un interesse pubblico. Della Porta spiega come questo interesse pubblico in Germania sia rappresentato dalla difesa di Israele. Tutto ciò che sembra minacciare Israele, ma soprattutto tutto ciò che rischia di mettere in questione l’immagine dell’impegno tedesco contro l’antisemitismo e la difesa dello Stato israeliano, deve essere circoscritto, contrastato, censurato, espunto.

Della Porta elenca una serie notevole di casi in cui intellettuali, scrittori, giornalisti, ricercatori, hanno subito forme di ostracismo, censura, stigmatizzazione da parte dell’opinione pubblica, ma anche provvedimenti di natura amministrativa volti a impedire che tenessero conferenze, corsi, lezioni. Masha Gessen, una parte della sua famiglia vittima della Shoah, si è vista annullare la cerimonia di conferimento del premio Hannah Arendt; Ghassan Hage è stato licenziato dal Max Planck Institute; a Moshe Zuckerman, figlio di un sopravvissuto alla Shoah, non è stato permesso di partecipare a un conferenza a Heilbronn. E si potrebbe continuare. Quello che il libro segnala è l’uso, nel caso tedesco, del panico morale per non intralciare il processo di guiltwashing, ovvero di camuffamento degli altri orrori dell’Occidente e della Germania (responsabile in Namibia del primo genocidio del Ventesimo secolo) attraverso l’elaborazione della colpa per la Shoah, descritta come un evento unico e irripetibile (vietato parlare di genocidio a Gaza).

Della Porta getta quindi una luce sul concetto di “nuovo antisemitismo”, etichetta che trasforma le critiche a Israele in opinioni razziste fondata perlopiù sulla working definition dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA). Tale definizione pone un legame troppo stretto tra antisemitismo e antisionismo, rischiando di sovrapporli. In Germania (e non solo) l’accusa di (nuovo) antisemitismo viene rivolta sostanzialmente alla sinistra (e a molti ebrei critici nei confronti di Israele): L’equazione così risulta: propal=antisemiti; ma Della Porta segnala che lì la stragrande maggioranza dei reati a sfondo razzista-antisemita è ufficialmente attribuito alla destra. Così l’equazione è: pro-Israele=antisemiti. Non inganni la saldatura solo apparentemente paradossale tra estrema destra e filosemitismo: essa infatti si struttura attorno alla comune lotta contro la “barbarie islamista”. Per AfD, “la civiltà giudeo-cristiana è chiamata a mobilitarsi in una crociata contro l’Islam”.

Si tratta dello stesso meccanismo all’opera in Italia, dove la destra cerca di bonificare il passato fascista e spesso il presente neofascista con la difesa di Israele, tentando di scaricare l’antisemitismo sulla sinistra.

Anche qui destra ed estrema destra sono paradossalmente filo-sioniste per una presa di posizione che ha a che fare con il loro posizionamento geopolitico e ideologico (oltre che con il guiltwashing). Israele è visto come un baluardo contro i movimenti anticolonialisti e un presidio di difesa dell’ordine politico occidentale, nonché la parte per la quale l’estrema destra parteggia nello “scontro di civiltà” tra valori occidentali, mondo arabo-musulmano, immigrazione.

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Il governo israeliano annuncia il boicottaggio del quotidiano Haaretz accusandolo di appoggiare i ‘nemici’

Per la prima volta dalla fondazione dello Stato di Israele, il governo ha annunciato il boicottaggio del quotidiano Haaretz, accusandolo di supportare i “nemici” durante il tempo di guerra.

Secondo Galei Tzahal [la radio dell’esercito israeliano, ndt.], il governo ha deciso di non avere più rapporti con Haaretz relativamente sia agli annunci pubblicitari sia alle questioni editoriali. Ministri, agenzie di pubblicità e società finanziate dallo Stato hanno avuto indicazioni di interrompere ogni rapporto con il quotidiano.

Nel reportage di una radio israeliana si afferma che il boicottaggio è stato implementato con una decisione del governo presa a novembre del 2024 che ha anche previsto l’isolamento del quotidiano dagli account ufficiali degli uffici stampa di alto grado all’interno dell’esercito israeliano.

In una dichiarazione il governo israeliano ha affermato che durante la guerra a Gaza Haaretz ha pubblicato editoriali che “hanno danneggiato la legittimità dello Stato di Israele nel mondo e il suo diritto all’autodifesa.”

Nella dichiarazione si afferma che il governo “non accetterà una situazione in cui l’editore di un quotidiano ufficiale chieda di sanzionarlo e supporti i nemici dello Stato durante una guerra”. Su questa base ha affermato che tutti i rapporti con il quotidiano verranno interrotti e nessuna dichiarazione ufficiale verrà rilasciata attraverso di esso.

Secondo [il quotidiano, ndt.] Yediot Aharonot il passo arriverebbe dopo che la Knesset [il parlamento israeliano, ndt.] ha approvato in prima lettura una legge che impone nuove restrizioni sulla libertà di opinione e di espressione.

Il quotidiano in lingua ebraica ha riferito che la legge, denominata “Riforma del sistema dei media”, è stata proposta dal ministro delle comunicazioni Shlomo Karhi [del partito di maggioranza, il Likud, ndt.] ed ha passato il voto iniziale della Knesset in seduta plenaria.

La legislazione estende i poteri delle corti rabbiniche a spese dell’autorità della procuratrice generale israeliana, Gali Baharav-Miara, che si è opposta alla legge. Essa ha avvertito che la legge “include misure che aggravano i rischi per l’immagine della libertà di stampa in Israele”.

Essa ha detto che “c’è una vera e propria preoccupazione riguardo ad una significativa influenza e interferenza commerciale e politica nel lavoro dei mezzi di comunicazione”.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)

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