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mercoledì 6 agosto 2025

Modello Milano? Due miliardi di euro regalati ai costruttori: così il Comune ha rinunciato a pretendere oneri e servizi - Gianni Barbacetto

 

Il Comune ha rinunciato a 107 milioni di oneri e a 1,3 miliardi di terreni per realizzare servizi Persi 500 milioni anche negli scali ferroviari

 

C’è voluto un non-architetto e non-milanese come l’accademico dei Lincei Salvatore Settis per raccontare impietosamente (su La Stampa) il Sistema Milano: “Un totale capovolgimento delle ragioni della pianificazione. A dettare le regole era l’interesse privato dei pochi speculatori edilizi, e non quello di tutti i cittadini che il Comune dovrebbe far proprio”.

Questo metodo, glorificato da molti come scorciatoia per lo sviluppo della città, genera disuguaglianze, lede la democrazia che vorrebbe i cittadini tutti uguali di fronte alla legge. Ma ha anche un pesante costo economico, pagato dai milanesi in mancati servizi. Almeno 2 miliardi di euro. Proviamo a fare qualche calcolo.

Nell’ultimo decennio, Milano ha perso innanzitutto 107 milioni di euro, perché dal 2007 al 2023 l’amministrazione non ha fatto gli adeguamenti triennali degli oneri d’urbanizzazione previsti da una legge dalla Regione. Gli oneri sono quanto gli operatori immobiliari devono versare, per legge, alle casse del Comune per realizzare i servizi (fognature, marciapiedi, verde, asili nido…) resi necessari dall’arrivo di nuovi abitanti in una determinata zona della città. Il calcolo, provvisorio, è stato fatto dall’ingegnere e architetto Gabriele Mariani e dall’ex consigliera comunale del Movimento 5 Stelle Patrizia Bedori (un’attivista generosa e instancabile, recentemente scomparsa, a cui Milano dovrebbe riconoscenza): l’hanno inserito in un ricorso alla Corte dei conti, perché appuri se è stato arrecato un danno erariale (per la precisione di 107.631.483,32 euro) alle casse del Comune.

Ai 107 milioni di mancati oneri di urbanizzazione si aggiungono altri 100 milioni non incassati di oneri “a scomputo”, cioè quelli che per legge dovrebbero essere pagati direttamente dagli operatori immobiliari realizzando opere e servizi.

La molla è quella della “attrattività”: per attirare investimenti immobiliari, Milano ha tenuto bassi gli oneri, che sotto la Madonnina sono i più bassi d’Europa. In più, ha quasi azzerato le norme urbanistiche, considerando – contro la legge – “ristrutturazione” l’edificazione di grattacieli residenziali al posto di piccoli fabbricati che erano laboratori o uffici: così scatta uno sconto fino al 60% degli oneri. Difficile calcolare la perdita per la città, in mancanza del dato da cui partire: quante nuove costruzioni sono state fatte passare per “ristrutturazioni”, e per quale valore totale? Lo sanno solo gli uffici comunali.

Ma c’è comunque un’altra voce, e perfino più pesante, nella casella delle perdite: quella delle “monetizzazioni degli standard”. Chi costruisce deve cedere al Comune, per legge, una quota di aree per realizzare servizi per la città. A Milano, l’amministrazione non le ha pretese, accontentandosi di “monetizzarle”, cioè incassando denaro invece che aree. Ma – hanno scoperto i consulenti tecnici della Procura – gli operatori hanno pagato le “monetizzazioni” a prezzi di saldo, un quarto del loro valore. Con un accesso agli atti, Gabriele Mariani è riuscito a sapere che negli anni dal 2011 al 2023 la direzione Rigenerazione urbana del Comune di Milano “per monetizzazioni relative a interventi edilizi-urbanistici” ha incassato 440 milioni. Se davvero, come ritiene la Procura, sono un quarto del dovuto, l’incasso avrebbe dovuto essere 1,760 miliardi, con una perdita per il Comune di 1,320 miliardi non incassati.

Sommando dunque questa cifra di 1,320 miliardi ai 107 milioni di mancati oneri e ai 100 di oneri “a scomputo” non incassati, si ottiene un totale di 1,527 miliardi persi dalla città e regalati ai costruttori.

È un miliardo e mezzo che Milano ha lasciato agli operatori e ai fondi immobiliari, e che il Comune ha rinunciato a incassare. Quanti servizi si sarebbero potuti realizzare con quei soldi? Quanti asili nido si sarebbero potuti costruire? Quante piscine si sarebbero potute ristrutturare (a Milano sono inagibili quasi tutti i centri balneari comunali, per mancanza di soldi)? Quante abitazioni si sarebbero potute rendere abitabili, dei 2.500 alloggi popolari fuori uso che oggi non possono essere assegnati a chi ne ha diritto?

Il conto cresce se a questo miliardo e mezzo si somma la cifra che è stata scontata agli operatori facendo passare come “ristrutturazioni” le nuove costruzioni di grattacieli: una cifra di difficile calcolo per noi, ma che gli uffici comunali possono certamente ricostruire. Ma anche senza questa x che il sindaco potrebbe far calcolare ai suoi uffici, si arriva comunque ai 2 miliardi, se si aggiunge il mezzo miliardo a cui il Comune ha rinunciato dall’operazione scali ferroviari. Sono sette grandi aree che Fs ha “valorizzato” vendendole come fosse un immobiliarista privato, mentre un tempo erano state concesse dal Demanio alle Ferrovie dello Stato per sviluppare un servizio pubblico, quello dei trasporti. Il Comune ci ricaverà comunque solo una cinquantina di milioni, invece dei 500 che sarebbero dovuti, considerando il valore dell’operazione immobiliare. In più, Milano perderà la sua circle line: “L’edificazione delle aree ferroviarie”, ricorda l’ex assessore milanese ai Trasporti Giorgio Goggi, “era stata concessa in cambio dell’impegno di Fs a investire i proventi nel secondo passante ferroviario”. Cioè la linea ferroviaria metropolitana che avrebbe completato i collegamenti pubblici milanesi. Promessa dimenticata.

Naturalmente questi 2 miliardi e più sono calcolati sulla base di quanto è stato costruito a Milano nelle condizioni di estremo vantaggio per gli operatori garantite dal “Rito ambrosiano”, in nome dell’“attrattività”. Milano è la città prima in Europa per investimenti immobiliari, davanti a Monaco di Baviera e Amsterdam. Se le condizioni fossero state diverse, gli oneri d’urbanizzazione più alti, le monetizzazioni a prezzi di mercato e non di saldo, si sarebbe costruito di meno, con relativo calo delle entrate per le casse comunali. Ma quello che un buon amministratore avrebbe potuto e dovuto fare è una mediazione tra attrattività e servizi da assicurare ai cittadini, trovando un bilanciamento tra quanto concedere agli operatori per attirare investimenti e quanto pretendere da loro per offrire servizi alla città. Invece ha vinto la bulimia. Si è affermato il Sistema Milano, con suoi patti segreti tra costruttori, progettisti e dirigenti comunali. E un paio di miliardi, o almeno uno, che avrebbero davvero reso Milano più bella e vivibile, e meno diseguale.

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domenica 21 aprile 2024

Addio intercettazioni: è un’amnistia permanente - Gianni Barbacetto e Antonella Mascali

COSÌ LA DESTRA SALVA I COLLETTI BIANCHI – Guerra ai pm. Ascolti vietati, inutilizzabili o a tempo, paletti ai sequestri degli smartphone: il governo scuda di fatto i delitti contro la PA

Togliere, limitare, circoscrivere, ridurre ogni strumento che possa servire alle indagini sui politici e sui colletti bianchi. Lasciare i pubblici ministeri a mani nude davanti ai reati eccellenti, soprattutto quelli contro la Pubblica amministrazione. È l’amnistia permanente: perché impedisce, a monte, di indagare sui delitti che non siano quelli di strada. In un mondo interconnesso come il nostro, lo strumento principale d’indagine è l’intercettazione telefonica e ambientale, e il suo sviluppo tecnologico: il trojan che capta voci e contatti. Contro la possibilità d’intercettare e di usare i programmi-spia da anni si sono moltiplicate le iniziative di legge per ridurli fin quasi ad azzerarli. L’ultimo segnale è arrivato due giorni fa dalla sentenza della Corte di Cassazione che ha messo a rischio la possibilità di salvare decine di processi in corso, utilizzando (come permesso finora dalla legge Bonafede) le intercettazioni realizzate in un procedimento diverso. Una lunga storia, quella di rendere difficile o impossibile l’utilizzo delle captazioni telefoniche, che si è intensificata con il governo Meloni.

Basta “strascico”.
Già approvate e in vigore alcune norme che depotenziano lo strumento investigativo delle intercettazioni. Stop a quelle “a strascico”, cioè divieto di usarle per un procedimento diverso da quello per cui sono state autorizzate, anche se offrono elementi di prova di un nuovo reato, a meno che non sia un reato per il quale sia previsto l’arresto in flagranza. Esclusi così molti crimini dei colletti bianchi. E ancora: vietato inserire nel verbale di trascrizione delle intercettazioni quelle considerate “irrilevanti” ai fini dell’indagine. Anche se queste potrebbero, nel corso dell’inchiesta, divenire importanti: e non solo per l’accusa, ma anche per la difesa. Il pm dovrà anche scrivere quanto ha speso per ogni intercettazione. Norme inserite nel decreto Omnibus approvato in via definitiva dal Senato il 9 ottobre 2023.

Sequestro cellulari e chat.
Il 10 aprile, al Senato, approvato il ddl che dispone una stretta sul sequestro degli smartphone e degli altri apparecchi elettronici. Prevede un meccanismo talmente farraginoso per poter sequestrare e utilizzare nelle indagini le chat e la messaggistica informatica, che sarà inevitabile la perdita di tempo utile per le indagini. Come già per le intercettazioni, le chat e il materiale informatico sequestrato non potrà essere utilizzato per muovere un’altra accusa, anche se si dimostrasse un elemento stringente di prova. Per il sequestro di cellulari o pc o tablet dovrà intervenire un giudice. Entro cinque giorni, il pm deve avvisare tutte le persone coinvolte nel sequestro: gli indagati, i difensori, le persone offese. Con una sorta di udienza per la duplicazione del contenuto degli apparati elettronici sequestrati, di cui viene prodotta una copia forense. Poi sarà obbligatoria una seconda autorizzazione del gip per poter utilizzare il materiale sequestrato. Il testo approvato al Senato ora passerà alla Camera.

Niente trojan.
Una settimana fa, l’assalto all’utilizzo dei trojan. Enrico Costa, ex Forza Italia passato ad Azione di Carlo Calenda, davanti alle commissioni Affari costituzionali e Giustizia della Camera ha sventagliato ben 23 emendamenti al ddl sulla cybersicurezza. Tra questi, il divieto di usare il trojan nelle indagini per reati contro la Pubblica amministrazione.

Solo 45 giorni d’ascolto.
Quattro giorni fa, la commissione Giustizia del Senato ha approvato l’emendamento proposto dalla senatrice Erika Stefani (Lega) che introduce per la prima volta nel nostro Codice di procedura penale un tetto alla durata delle operazioni di ascolto: 45 giorni, eccetto per mafia e terrorismo.

No salva-intercettazioni.
Giovedì scorso le sezioni unite della Cassazione sono intervenute sulla legge Bonafede salva-intercettazioni del 2020. Le intercettazioni autorizzate per un determinato reato potranno essere utilizzate anche per un altro reato soltanto se il fascicolo originario e quello nuovo siano stati iscritti entrambi dopo l’entrata in vigore della legge (31 agosto 2020). La Bonafede, in ogni caso, è stata superata dalla norma sul divieto delle intercettazioni a strascico. Dunque, anche con i limiti stabiliti ora dalla Cassazione, si potrà applicare solo per reati iscritti dopo il 31 agosto 2020 e prima del 9 ottobre 2023.

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sabato 3 settembre 2022

A Salaland cacciano la preside di scuola che ha detto di “no” - Gianni Barbacetto

 

Milano, si sa, è il migliore dei mondi possibili. E il suo sindaco è il migliore degli amministratori. Dunque è difficile trovare osservazioni critiche su ciò che accade nel meraviglioso mondo di Salaland. Scippano ai cittadini la possibilità di decidere la sorte dello stadio di San Siro, dichiarando inammissibili due referendum chiesti dai comitati milanesi per salvare il Meazza e impedire la super-speculazione da 1,2 miliardi di euro su aree comunali: e (quasi) nessuno protesta contro questo furto di democrazia. Adesso cacciano la preside che si era opposta al trasferimento di sede della Scuola di via Vivaio: e (quasi) nessuno s’indigna.

Milano è un luogo speciale, una marca a democrazia limitata, ma continua a essere raccontata dal mainstream (presuntamente) progressista come il migliore dei mondi possibili. Della Vivaio avete già letto su queste pagine. La “Scuola media statale per ciechi di via Vivaio” – questo il suo nome completo – è una eccellenza di Milano, una riuscita esperienza di scuola pubblica che offre a tutti i suoi ragazzi una formazione scolastica incentrata sull’inclusione. Accoglie ragazze e ragazzi vedenti, non vedenti e con altre disabilità. Offre il tempo pieno, la piena integrazione con chi ha qualche disabilità, molto lavoro di gruppo e un’ottima formazione musicale, che è la sua specialità. Lo fa anche grazie al suo genius loci: è parte dell’Istituto dei Ciechi di via Vivaio e da sempre ospitata nei suoi locali.

Il Comune di Milano ha però imposto il trasloco per risparmiare i soldi dell’affitto, benché l’Istituto dei ciechi abbia rinunciato all’aumento del canone inizialmente richiesto e abbia proposto un affitto addirittura inferiore a quello pattuito nel 2010. Niente. Il sindaco Giuseppe Sala, così presente quando si tratta di Olimpiadi, stadio di San Siro e grandi affari immobiliari, è completamente assente da questa partita che riguarda l’educazione dei ragazzi. La sua amministrazione ha deciso il trasferimento della scuola Vivaio in una sede considerata non adatta dai genitori, dagli insegnanti e anche dalla dirigente scolastica, che si è schierata con i suoi ragazzi, con gli insegnanti e con i genitori, invece che strizzare l’occhio all’amministrazione comunale. Il trasloco rischia di far deperire, se non morire, un’esperienza scolastica pubblica unica a Milano e forse in Italia. Per questo i genitori si sono opposti presentando due ricorsi al Tar e avviando in Tribunale una causa civile per discriminazione. Il Comune, che ha tanti soldi pubblici da spendere per mille cose, non ne ha da investire nel futuro dei suoi ragazzi.

La dirigente che ha detto no si chiama Laura Corradini. E ieri è stata punita: non è più la reggente della Vivaio. La dirigente scolastica regionale, Augusta Celada, ha cambiato i criteri di assegnazione per la reggenza delle scuole: ha sostituito il principio di continuità (per il bene della scuola e dei suoi alunni, è meglio che il preside non cambi continuamente) con il principio della rotazione degli incarichi (tutti i dirigenti che ne fanno richiesta devono poter avere una scuola da reggere). E poi, proprio il giorno prima di andare in pensione, come suo ultimo atto ha cacciato Laura Corradini, sostituendola con Lorenzo Alviggi (che, alla faccia della rotazione, ha reggenze da otto anni).

Corradini ha salutato i genitori, i docenti e il personale della Vivaio con una lettera d’addio: “Si chiude il mio percorso di dirigente scolastica presso la scuola Speciale di via Vivaio ed è per questo che vi scrivo con una grande tristezza nel cuore. Avrei voluto poter continuare con voi questo viaggio consapevole dell’anno difficile che dovrete affrontare, ma, nonostante la mia richiesta, la reggenza è stata affidata ad altri. Vi saluto nella speranza che il destino unisca nuovamente le nostre strade”.

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venerdì 20 maggio 2022

La Francia dimentica il Tav Torino-Lione. E ora l’Europa minaccia di non finanziarlo - Gianni Barbacetto

 


Ripubblichiamo, in attesa di un ulteriore approfondimento sulla vicenda, questo articolo a firma apparso sul Fatto quotidiano di ieri. Mentre i fanatici italiani del TAV continuano ad assicurare che ormai è fatta, oltralpe si dice senza peli sulla lingua che la grande mala opera per eccellenza rischia di diventare ciò che i valsusini hanno sempre annunciato: un buco con il niente intorno. Tra quanto ci si accorgerà che sarà impossibile recuperare le faraoniche quantità di CO2 che sono state emesse per costruire il maxitunnel e che il solo effetto del TAV  sarà quello di un nuovo aumento del termometro del riscaldamento globale? Quando il consumo di suolo e i danni alle nappe freatiche saranno ormai irreversibili, con buona pace delle cassandre no tav?

 

“Il Tav riparte”, annuncia il commissario del governo Draghi, Calogero Mauceri. Ma l’annuncio, ripetuto troppe volte negli ultimi 10 anni, mostra esattamente il contrario, che il progetto è fermo. E ora rischia addirittura di naufragare. A dirlo non sono i no-Tav ma, in Francia, la lobby del Tav e, in Italia, l’ex commissario Paolo Foietta.

Il comitato La Transalpine, che in Francia raggruppa i sostenitori istituzionali e imprenditoriali della nuova linea Torino-Lione, il 9 maggio ha lanciato un allarme drammatico (ripreso dal quotidiano l’Opinion e poi rilanciato in Italia dal Foglio sotto il titolo: “Ora a fermare la Tav è la Francia”).

Parigi non si sta impegnando a realizzare la tratta della linea sul suo territorio, anzi sembra aver di fatto abbandonato il progetto. “Assistiamo a una costernante impasse francese”, ha dichiarato il delegato generale di La Transalpine, Stéphane Guggino. Niente nuova linea: “A oggi, la priorità dello Stato rimane la modernizzazione della linea storica Digione-Modane, per raggiungere una capacità di trasporto merci di 10 milioni di tonnellate all’anno e meno di 100 treni al giorno”.

Ha aggiunto l’Opinion: “Poiché dal punto di vista politico nessuno ha trovato il modo di trarre beneficio dal progetto e il ministero dell’Economia dice che ci vorrà molto tempo per trarne benefici economici, lo Stato ha scelto di fregarsene”. Dalla Francia arriva dunque la notizia di uno stop di fatto; e la conferma della sostanziale inutilità del Tav, privo di benefici economici visto che sulla tratta Torino-Lione i passeggeri scarseggiano e le merci trasportate, tanto su treno quanto su strada, negli anni diminuiscono.

Dall’Italia, per i tifosi del Tav arriva un segnale ancora peggiore. Nella riunione riservata dell’Osservatorio Torino-Lione del 1 aprile 2022, l’ex commissario Foietta, oggi capo della delegazione italiana nella Conferenza intergovernativa Italia-Francia (Cig), ha detto che la nuova linea porterà la capacità della tratta italiana a 256 treni al giorno. Del tutto inutile, visto che poi la vecchia linea francese, rinnovata, avrà “capacità di trasporto di meno di 100 treni al giorno”.

Un’assurdità che deve essere stata da tempo colta anche dall’Unione europea. Lo rivela lo stesso Foietta: “La Commissione europea ha formulato a fine 2020 la richiesta a Italia e Francia di adozione di una ‘Decisione di esecuzione’ concernente il Tunnel di base Torino-Lione, che includa anche le relative vie d’accesso, quale passo indispensabile per l’attuazione (e il co-finanziamento) dell’opera”. Tradotto: l’Europa, per sganciare i soldi promessi per finanziare il 50 per cento dei costi del Tav, vuole che Francia e Italia firmino insieme una “Decisione di esecuzione”, cioè il documento ufficiale che stabilisca “gli interventi, le misure, gli impegni, i vincoli, la governance, le coperture economiche e le tappe operative” – attenzione – che riguardino, spiega Foietta, “la progettazione dell’intera opera (e quindi anche delle vie d’accesso nazionali italiana e francese) come condizione per accedere ai finanziamenti europei”.

“Dell’intera opera”: cioè non soltanto del super-tunnel sotto le Alpi (di cui finora sono stati scavati solo 10 chilometri, tutti in territorio francese, dei 115 chilometri totali). Ma anche delle due vie d’accesso nazionali: la tratta St. Jean de Maurienne-Lione sul versante francese e la Susa-Torino su quello italiano. La Francia, ci spiegano ora i lobbisti di La Transalpine, sembra aver abbandonato l’idea di costruire la sua tratta nazionale, per mancanza di benefici economici, ripiegando sull’ammodernamento della linea esistente. Se questo sarà confermato, salterà la “Decisione di esecuzione” e dunque i finanziamenti europei. Sarebbe la morte definitiva del Tav Torino-Lione.

L’Italia intanto fa finta di niente e cerca di rilanciare i lavori – mai iniziati – della sua tratta nazionale. I cantieri sono ancora lontani: il commissario straordinario di governo, Calogero Mauceri, il 5 maggio 2022 ha firmato un’ordinanza che dovrebbe obbligare Rfi, cioè le ferrovie di Stato italiane, a sviluppare il progetto definitivo della nuova linea Avigliana-Orbassano e degli interventi di adeguamento dello scalo di Orbassano.

Si tratta di una piccola parte della nuova linea Tav che da Avigliana dovrebbe proseguire fino a Susa-Bussoleno, per poi entrare nel super-tunnel sotto le Alpi. Il progetto chiesto dal commissario dovrebbe comprendere anche un piccolo tunnel di 14 chilometri che sventrerebbe una collina morenica. Contrari non soltanto i no-Tav, ma anche numerosi amministratori locali, tra cui il sindaco (Pd) di Rivalta di Torino, Sergio Muro, che propone che anche l’Italia utilizzi la linea storica. Addio “Dichiarazione di esecuzione”, addio soldi europei.

Il progetto Torino-Lione, già passato da linea ad alta velocità (passeggeri) a linea ad alta capacità (merci), viaggia da 10 anni a velocità bassissima. Ora rischia di tramontare. E il ricordo dell’ormai abbandonato da anni “Corridoio 5” Lisbona-Kiev, di cui doveva far parte, oggi mette addirittura i brividi.

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martedì 1 giugno 2021

Rider: Candido, ovvero del conflitto impossibile. Dialogo tra uno scrittore e un giudice - Gianni Barbacetto

 

L’uno è uno scrittore, autore di romanzi di successo, che nella vita si occupa di finanza e investimenti. L’altro è il procuratore della Repubblica a Milano. Entrambi hanno affrontato il tema dei rider, i fattorini che ci portano il cibo a casa correndo in bicicletta per le strade delle città. Il primo, Guido Maria Brera, ha raccontato il mondo dominato dagli algoritmi della “sharing economy” nel romanzo Candido (La nave di Teseo). Il secondo, Francesco Greco, ha aperto indagini innovative sui colossi dell’economia digitale (Glovo, Deliveroo, Uber Eat, Amazon, Google, Facebook…) imponendo il pagamento delle imposte in Italia e l’equiparazione dei rider ai lavoratori dipendenti. Qui Brera e Greco si confrontano su un futuro distopico, narrato nel romanzo, che è già in larga parte il nostro presente.

Barbacetto: Il rider Candido, protagonista del romanzo di Brera, è convinto di vivere “nel migliore dei mondi possibili”, come il Candido del romanzo di Voltaire. Ma l’autore ha voluto scrivere un romanzo filosofico oppure un romanzo realistico, sul futuro che ci aspetta?

Brera: Io volevo fare entrambe le cose. Mi ha aiutato il collettivo di scrittura dei “Diavoli”: la prima metà del libro segue il Candido di Voltaire, poi a metà libro, quando il protagonista prende coscienza di non vivere “nel migliore dei mondi possibili”, cambiamo registro il libro diventa un romanzo realista, critico e crudo.

Barbacetto: Il realismo sfocia in un futuro distopico, con droni, guerra, morti, distruzioni… Il migliore dei mondi possibili diventa il peggiore.

Brera: Giusto. Ma quel futuro distopico, a parte le distruzioni finali dopo lo sciopero dei rider andato male, è già il presente, per esempio in Cina. Il sistema di capitalismo della sorveglianza è già presente nel nostro mondo. Insomma: è “il futuro tra 5 minuti”.

Greco: La mia generazione, quella del ’68, è cresciuta con lo slogan: “Ribellarsi è giusto”. Nel libro c’è la ribellione finale, che non so se sia un’utopia auspicabile. Ma nella realtà di oggi la ribellione non c’è.

Brera: Il nostro auspicio è di tornare al conflitto, perché è proprio l’assenza di conflitto che ha massacrato tutti in questa fase. Il conflitto però in questo caso è impossibile. Il lavoratore oggi è un individuo solo e non sa più nemmeno contro chi ribellarsi.

Barbacetto: La Procura di Milano è intervenuta sull’economia digitale con più indagini giudiziarie. Come e perché?

Greco: Siamo partiti da una serie di incidenti stradali in cui erano coinvolti i rider. Ci siamo posti il problema sulla sicurezza sul lavoro. Poi ci siamo mossi per capire quali fossero le condizioni di lavoro e anche l’organizzazione del comando e della governance di questi rider. Parallelamente avevamo aperto un’altra indagine che riguardava una di queste società che si rivolgeva a “caporali digitali” per trovare manodopera. Tenete presente che nel mondo (in Australia, in Spagna, a Palermo…) ci sono già state sentenze che hanno riconosciuto che quello dei rider è un rapporto di lavoro subordinato. La giurisprudenza è un po’ altalenante, anche perché c’è poca conoscenza delle dinamiche effettive di questo lavoro. Quello che colpisce, è che l’interlocutore del rider non è un “padrone”, ma un software di intelligenza artificiale. Oggi ci troviamo di fronte non a un problema morale, ma a una questione giuridica. O gli Stati impongono delle regole, oppure la partita è vinta da quello che viene chiamato il capitalismo delle piattaforme digitali. Noi abbiamo creato un mondo che per la prima volta è privo di regole. Il mondo della connessione non ha regole: non sul fisco, non sull’antitrust, non sulla tutela della privacy, non sulla manipolazione. Quando gli americani si accorsero che le loro corporation erano più forti dello Stato, introdussero la responsabilità delle persone giuridiche. E questo è servito per l’economia reale. Ma oggi l’economia reale non c’è più, c’è l’economia connessa: bisogna darsi dunque regole nuove.

Brera: Sì, il 2000 è stato un anno veramente strano, dovremmo riscrivere la storia del mondo partendo dalla presidenza Clinton: nel 2000 scatta la deregulation sulle piattaforme digitali e, dall’altra parte del mondo, la Cina entra nel Wto. Saltano le regole: tu puoi andare in Cina a produrre e puoi fare quello che vuoi, inquinare, copiare i brevetti, non pagare i lavoratori. La Cina diventa il luogo – e questo è grave – dove l’Occidente può fare quello che la “rule of law” in Occidente non gli consente di fare.

Barbacetto: La Cina, formalmente Stato comunista, diventa territorio libero per il capitalismo dell’Occidente.

Brera: La Cina è una fusione tra neoliberismo e capitalismo di Stato. E ci dimostra che il capitalismo di per sé funziona benissimo, purché sia senza regole. In Cina lo Stato decide che cosa si può fare e che cosa no. Per ritornare a Clinton: parte con le platform, fa la deregulation, apre alla globalizzazione senza regole e abolisce la legge che imponeva alle banche d’investimento di non fondersi con le banche commerciali: così crea un regime di tassi d’interesse bassi e decrescenti. Che permettono ai privati di indebitarsi con poco: libera la belva che è in noi, l’individualismo spinto. Partono i prestiti ai poveri per comprare la casa, agli studenti per andare a studiare dove vogliono, ma questi prestiti poi ti incatenano a vita, i debitori non hanno più i soldi da restituire alle banche, e le banche saltano. In questa follia di deregulation, trionfa la narrativa che tutto è bello e che il mondo è piatto. Così nascono i mostri. Ora regolare le platform è come rimettere il dentifricio dentro il tubetto.

Greco: C’è una strana idea per cui il mondo della connessione sia il mondo della libertà. Nella presentazione dell’iMac fatta da Steve Jobs, erano richiamati tutti i simboli della sinistra americana, radicale e non radicale: Martin Luther King, Bob Kennedy, John Lennon. Si è creata l’illusione della libertà e il trionfo della disintermediazione.

Brera: Siamo allo scambio merci contro diritti, che Ezio Tarantelli chiamava “scambio politico masochista”, in cui le classi deboli si fanno male da sole, rinunciando ai diritti sociali per avere merci a basso costo. Sostanzialmente è stato smantellato lo Stato, e senza che ciò sia passato da un voto parlamentare.

Barbacetto: Greco non teme che gli interventi della Procura in questi campi siano bollati, come al solito, come intrusione dei magistrati nell’economia, a frenare lo sviluppo e “gettare fango” sui campioni nazionali e internazionali?

Greco: Vecchia storia. I Paesi del terzo e quarto mondo, pieni di risorse, sono stati prima colonizzati e oggi vittime di un neocolonialismo fatto o di interventi alla cinese, o di tangenti e di sostegno a regimi più o meno corrotti. Ma la storia ci ha insegnato che quando hai un’economia sana, alla fine hai un’economia migliore. Agli attacchi siamo abituati e abbiamo le spalle larghe, però la gente dovrebbe capire che lo sviluppo distorto dell’economia poi torna indietro come un boomerang. Quanto ci costa poi il flusso migratorio, o una situazione di guerriglia continua in certi Paesi?

http://www.giannibarbacetto.it/2021/03/28/il-conflitto-impossibile-del-rider-candido-il-dialogo-tra-il-procuratore-e-lo-scrittore/