domenica 1 novembre 2026

Per capire la rivolta dei ragazzi - Filippo La Porta

 

Proviamo a immaginare il Vogliamo tutto di Balestrini in Millennium people di James G. Ballard, o il “prendiamoci le merci” del ‘77 riletto dall’antropologia dell’eccesso, dalla dépense di Georges Bataille (pure evocata in quell’anno, attraverso il filtro deleuziano).
Un fenomeno così stratificato, indecifrabile, fluido come la “rivolta dei ragazzini” di questi giorni ha bisogno di una molteplicità e fluidità di riferimenti culturali per essere spiegato, non di complottismi o vecchi schemi reiterati.

 

Certo, protestano contro il caro-vita (espressione d’antan tornata curiosamente di moda), ma non è propriamente la rivolta del pane manzoniana: si intrecciano qui povertà relativa e frustrazione da esclusione, disperazione della banlieu e gioiosa profanazione dai nuovi barbari. Il saccheggio dei marchi oscilla tra appropriazione e dissipazione. Il video della merce data al senzatetto è più il “potlacht” (cerimonia in cui si celebra lo spreco) di Bataille che redistribuzione. Un “terrorismo” ludico, e parzialmente distruttivo, rivolto – almeno finora – perlopiù contro i beni e non contro le persone. Certo, rabbia dei giovani verso una società che li priva del futuro, ma anche esplosione di una eccedenza, di un consumo improduttivo di energia dissipativa a lungo compressa (che non trova più le valvole di sfogo tradizionali: feste religiose, carnevali, imprese collettive, mobilitazioni politiche, tifo calcistico: perfino gli ultras milanisti celebrati da Balestrini nei Furiosi non ci sono più, almeno in quelle forme…). Nel Racconto d’inverno Shakespeare fa dire a un vecchio pastore che la gioventù (maschile) dovrebbe dormire tra i dieci e i ventiquattro anni, poiché in quell’intervallo non fa altro che violentare, offendere gli anziani, rubare e fare risse…

 

Certo, violenza “gratuita”, come tutti ripetono, poiché non porta nessun vantaggio materiale né ha motivazioni ideologiche. Ma ne siamo sicuri? Qui la violenza raggiunge invece il suo obiettivo: essere al centro dell’attenzione, al centro del discorso pubblico, al centro della città (dunque un modo per sentirsi protagonisti, per sentirsi più vivi e liberi). Un nichilismo adeguato alla società dello spettacolo. Il Movimento 17 ottobre, comparso il giorno dopo su una pagina Instagram – la rivolta precede chi la rappresenta! -, è un movimento informe, non delimitabile né arginabile, proprio come l’acqua (be water, il taoismo pop di Bruce Lee citato in un comunicato). In Plainwater Anne Carson ci ricordava che l’idea di acqua è incompatibile con quella di confine.

 

Risveglio di coscienza civile? Forse in una parte anche consistente del movimento – nessuno ora può dirlo con precisione, serviranno tempo, inchieste, indagini sul campo… – , ma più verosimilmente il contesto in cui si muovono è quello di un vuoto simbolico, del venir meno di ogni fiducia nel mondo adulto (e nel contratto sociale).
Marx e il lessico del conflitto di classe non bastano per capire. Ma neanche da soli i romanzi di Ballard: lo scrittore inglese parla di una rivolta della classe media – alienata, annoiata, anestetizzata, quasi intronata dal comfort (soprattutto in Condominio) – contro i simboli del consumo (incendiano i centri commerciali). Insomma si tratta per lui una patologia del benessere, prodotta dall’abbondanza (dalla saturazione) e non dalla scarsità. Qui invece si tratta dei figli – certo anche annoiati e anestetizzati! – di una classe media fortemente impoverita e umiliata, che si ribellano contro quei miti del consumo che li hanno ingannati (offrendo una “abbondanza” per loro inaccessibile), e rivendicano sfrontatamente il diritto di avere tutto e subito, beni di prima necessità e beni di lusso, Carrefour e Decathlon (e solo perché Gucci e Prada erano blindati e avevano svuotato le vetrine). È nichilismo contro il consumo e insieme desiderio di consumo. A Londra durante i saccheggi del 2011 si parlò di “consumatori difettosi”: esclusi dal consumo ed educati a desiderarlo.
Ma non solo.

 

A Roma un corteo di studenti cantava allegramente “Se ci va / bruciamo la città”. Qui non c’è da “negoziare” niente, né si tratta di soddisfare delle richieste. Vi è una estetica del fuoco, una “eccedenza”, che non si può regolamentare o razionalizzare. Per Ballard non siamo animali razionali, ma appunto possediamo un surplus di energie psichiche aggressive e immaginative.
In questa eccedenza convivono oggi caoticamente cose molto diverse: denuncia di disuguaglianze sociali scandalose e ricerca di intensificazione dell’esperienza da parte di adolescenti, rifiuto del lavoro e richiesta di reddito nella società del non-lavoro, bandiere palestinesi e bandiere italiane, angoscia per un futuro sempre più incerto e trasgressione come bisogno antropologico, e infine imitazione inconscia di un potere trasgressivo ed “eccedente” come quello attuale (Trump, Putin),che se frega di ogni regola ed esibisce la propria pasoliniana “anarchia”.

Difficile trovare soluzioni o illudersi di poter “parlare” a questi ragazzi – per i quali unica esperienza “autentica” è oggi nella distruzione – senza apparirgli subito moralistici. Ma certo se una società dimentica quella eccedenza, se ritiene solo di reprimerla, se non prova a darle degli sbocchi simbolici (oltre che materiali), allora ritorna in forme patologiche e solo distruttive. Quali sbocchi? Qui è in gioco tutta la nostra residua immaginazione sociologica e culturale. Nè possiamo accogliere il monito del rassegnato pastore di Shakespeare a farli dormire – o a neutralizzarli – per dieci anni.

Intanto proviamo a leggere i romanzi di Ballard e i libri di Bataille, pur con i necessari adattamenti. La rivolta ha origini economiche ma contiene molte più cose (e non sappiamo bene in che ordine): ansia di riconoscimento e bisogno di ascolto, effervescenza collettiva, eccedenza del desiderio dissidente. La “parte maledetta” si sottrae alle classiche teorie del conflitto.

da qui