Proviamo a
immaginare il Vogliamo tutto di Balestrini in Millennium people
di James G. Ballard, o il “prendiamoci le merci” del ‘77 riletto
dall’antropologia dell’eccesso, dalla dépense di Georges Bataille (pure
evocata in quell’anno, attraverso il filtro deleuziano).
Un fenomeno così stratificato, indecifrabile, fluido come la “rivolta dei
ragazzini” di questi giorni ha bisogno di una molteplicità e fluidità di
riferimenti culturali per essere spiegato, non di complottismi o vecchi schemi
reiterati.
Certo,
protestano contro il caro-vita (espressione d’antan tornata curiosamente di
moda), ma non è propriamente la rivolta del pane manzoniana: si intrecciano qui
povertà relativa e frustrazione da esclusione, disperazione della banlieu
e gioiosa profanazione dai nuovi barbari. Il saccheggio dei marchi oscilla tra
appropriazione e dissipazione. Il video della merce data al senzatetto è più il
“potlacht” (cerimonia in cui si celebra lo spreco) di Bataille che
redistribuzione. Un “terrorismo” ludico, e parzialmente distruttivo, rivolto –
almeno finora – perlopiù contro i beni e non contro le persone. Certo, rabbia
dei giovani verso una società che li priva del futuro, ma anche esplosione di
una eccedenza, di un consumo improduttivo di energia dissipativa a lungo
compressa (che non trova più le valvole di sfogo tradizionali: feste religiose,
carnevali, imprese collettive, mobilitazioni politiche, tifo calcistico:
perfino gli ultras milanisti celebrati da Balestrini nei Furiosi non ci
sono più, almeno in quelle forme…). Nel Racconto d’inverno Shakespeare
fa dire a un vecchio pastore che la gioventù (maschile) dovrebbe dormire tra i
dieci e i ventiquattro anni, poiché in quell’intervallo non fa altro che violentare,
offendere gli anziani, rubare e fare risse…
Certo,
violenza “gratuita”, come tutti ripetono, poiché non porta nessun vantaggio
materiale né ha motivazioni ideologiche. Ma ne siamo sicuri? Qui la violenza
raggiunge invece il suo obiettivo: essere al centro dell’attenzione, al centro
del discorso pubblico, al centro della città (dunque un modo per sentirsi
protagonisti, per sentirsi più vivi e liberi). Un nichilismo adeguato alla
società dello spettacolo. Il Movimento 17 ottobre, comparso il giorno dopo su
una pagina Instagram – la rivolta precede chi la rappresenta! -, è un movimento
informe, non delimitabile né arginabile, proprio come l’acqua (be water,
il taoismo pop di Bruce Lee citato in un comunicato). In Plainwater Anne
Carson ci ricordava che l’idea di acqua è incompatibile con quella di confine.
Risveglio di
coscienza civile? Forse in una parte anche consistente del movimento – nessuno
ora può dirlo con precisione, serviranno tempo, inchieste, indagini sul campo…
– , ma più verosimilmente il contesto in cui si muovono è quello di un vuoto
simbolico, del venir meno di ogni fiducia nel mondo adulto (e nel contratto
sociale).
Marx e il lessico del conflitto di classe non bastano per capire. Ma neanche da
soli i romanzi di Ballard: lo scrittore inglese parla di una rivolta della
classe media – alienata, annoiata, anestetizzata, quasi intronata dal comfort
(soprattutto in Condominio) – contro i simboli del consumo (incendiano i
centri commerciali). Insomma si tratta per lui una patologia del benessere,
prodotta dall’abbondanza (dalla saturazione) e non dalla scarsità. Qui invece
si tratta dei figli – certo anche annoiati e anestetizzati! – di una classe
media fortemente impoverita e umiliata, che si ribellano contro quei miti del
consumo che li hanno ingannati (offrendo una “abbondanza” per loro
inaccessibile), e rivendicano sfrontatamente il diritto di avere tutto e
subito, beni di prima necessità e beni di lusso, Carrefour e Decathlon (e solo
perché Gucci e Prada erano blindati e avevano svuotato le vetrine). È
nichilismo contro il consumo e insieme desiderio di consumo. A Londra durante i
saccheggi del 2011 si parlò di “consumatori difettosi”: esclusi dal consumo ed
educati a desiderarlo.
Ma non solo.
A Roma un
corteo di studenti cantava allegramente “Se ci va / bruciamo la città”. Qui non
c’è da “negoziare” niente, né si tratta di soddisfare delle richieste. Vi è una
estetica del fuoco, una “eccedenza”, che non si può regolamentare o
razionalizzare. Per Ballard non siamo animali razionali, ma appunto possediamo
un surplus di energie psichiche aggressive e immaginative.
In questa eccedenza convivono oggi caoticamente cose molto diverse: denuncia di
disuguaglianze sociali scandalose e ricerca di intensificazione dell’esperienza
da parte di adolescenti, rifiuto del lavoro e richiesta di reddito nella
società del non-lavoro, bandiere palestinesi e bandiere italiane, angoscia per
un futuro sempre più incerto e trasgressione come bisogno antropologico, e
infine imitazione inconscia di un potere trasgressivo ed “eccedente” come
quello attuale (Trump, Putin),che se frega di ogni regola ed esibisce la
propria pasoliniana “anarchia”.
Difficile trovare soluzioni o illudersi di poter “parlare” a questi ragazzi – per i quali unica esperienza “autentica” è oggi nella distruzione – senza apparirgli subito moralistici. Ma certo se una società dimentica quella eccedenza, se ritiene solo di reprimerla, se non prova a darle degli sbocchi simbolici (oltre che materiali), allora ritorna in forme patologiche e solo distruttive. Quali sbocchi? Qui è in gioco tutta la nostra residua immaginazione sociologica e culturale. Nè possiamo accogliere il monito del rassegnato pastore di Shakespeare a farli dormire – o a neutralizzarli – per dieci anni.
Intanto proviamo a leggere i romanzi di Ballard e i libri di Bataille, pur con
i necessari adattamenti. La rivolta ha origini economiche ma contiene molte più
cose (e non sappiamo bene in che ordine): ansia di riconoscimento e bisogno di
ascolto, effervescenza collettiva, eccedenza del desiderio dissidente. La
“parte maledetta” si sottrae alle classiche teorie del conflitto.