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lunedì 16 febbraio 2026

L’idea di Meloni: i migranti fuori dalla razza umana

 

Perquisizioni all’ospedale di Ravenna: che soffi il vento dal Minnesota? - Vito Totire

Storicamente la “medicina” è stata molto spesso ridotta ad un ruolo ancillare del potere economico e politico. Ovviamente ci sono state significative eccezioni e notevoli fenomeni di resistenza: fino ai medici incarcerati, nel 500 e nel 600, «per aver dichiarato peste il morbo corrente». La diagnosi di peste ostacolava commerci e profitti e dunque occorreva negare la natura del morbo incarcerando il medico che aveva osato porre la diagnosi; queste incarcerazioni favorirono le epidemie più catastrofiche…

C’erano state avvisaglie di quanto accaduto a Ravenna, e anche numerose. La più recente: una assessora della giunta comunale di Ferrara ha attaccato alcuni medici dell’ospedale di Cona per le loro dichiarazioni di incompatibilità sanitaria. In verità il medico che fa una dichiarazione di incompatibilità risponde a un suo basilare dovere deontologico: tutelare la speranza di vita e di salute della persona.

Chiedere ai medici una valutazione di compatibilità alla detenzione in un CPR è come se un sequestratore di persona domandasse a un medico il via libera a imprigionare la sua vittima. Può un medico dare il suo nulla osta e garantire che la «detenzione amministrativa» cioè la privazione della libertà e la detenzione in un lager (questo sono oggi i CPR) sia “sopportabile” da parte di una persona che ha commesso il supposto reato di immigrazione clandestina ?

I CPR hanno dimostrato un grandissimo potere morbigeno sia fisico che psicologico che ha avuto come effetto un altissimo numero di suicidi, un numero elevatissimo di condotte cosiddette autolesioniste (cosiddette in quanto si tratta di autolesionismo indotto dalle condizioni di disperazione in cu vivono gli internati).

Il tentativo “neocoloniale” del governo Meloni di portare lo strazio dei CPR in Albania risponde solo alla logica ipocrita dell' “occhio non vede cuore non duole”. In verità nonostante i tentativi di occultamento in Italia ci sono occhi che vedono e cuori che dolgono per il trattamento bestiale che gli internati nei CPR subiscono.

La storia parte da lontano: quando esistevano i CIE/CP (e noi eravamo contrari) sollevammo comunque il problema della vigilanza da parte delle Ausl, in analogia a quella che dovrebbe essere svolta nelle carceri. Appunto: dovrebbe visto che per esempio la Ausl Romagna si ostina a non rispondere alla nostra istanza di accesso ai rapporti semetrali delle carceri di Ravenna, Forlì e Rimini.

Tornando ai CIE-CP allora la Regione Emilia-Romagna RESPINSE QUELLA NOSTRA SOLLECITAZIONE sostenendo che il Cpt-Cie non è un carcere. Poi i “decisori politici” hanno maneggiato norme e princìpi costituzionali fino a definire (dopo una serie di eventi luttuosi) procedure per l’ammissibilità della detenzione nel CPR. Significativamente queste procedure non sono state elaborate dal ministero della Salute ma dal ministero degli Interni ; che un problema di tutela sanitaria venga gestito dal ministro “di polizia” ricorda i tempi in cui i manicomi, in Spagna, erano appunto sotto la suddetta gestione. Problema dunque non di salute ma di “ordine pubblico”; forse nel tentativo di prevenire qualcuno degli eventi più clamorosi. Si è insistito sulla prassi della valutazione di idoneità utile, in caso di alcuni eventi infausti, per lavarsene le mani.

Ma la Federazione nazionale degli ordini dei medici ha parlato chiaro: il potere politico non può chiedere ai medici «prestazioni professionali» che violano gli elementari doveri deontologici.

La magistratura ha il diritto (o meglio il compito) di indagare su abusi e condotte illegittime. E veniamo a caso di Ravenna. Al momento l’argomento “forte” dei soliti bene informati riguarderebbe un cittadino senegalese che prima sarebbe stato dichiarato «incompatibile» e poi avrebbe commesso molestie sessuali. Quale sia la fonte di questa “notizia” non è dato sapere e quindi non intendiamo commentarla; anche se non è detto che la “cura” per chi ha fatto molestie (provate o ipotizzate?) debba essere il CPR. Impossibile peraltro che tutti i certificati “non idonei” rilasciati a Ravenna siano stati per molestatori.

Riteniamo che la magistratura avrebbe potuto e dovuto usare un approccio meno plateale: la condotta medica può essere monitorata con ben altri strumenti che non le perquisizioni in ospedale e a domicilio. Se sono stati commessi “errori” questi vengono benissimo a galla con mezzi non invasivi, visto che le cartelle cliniche non si possono né manipolare né distruggere. Non c’era bisogno di mostrare i muscoli ma se una parte del ceto politico chiede ai medici di fare i carcerieri il discorso cambia.

Seguiremo con la massima attenzione la vicenda di Ravenna perché l’entrata a gamba tesa nell’ospedale pone dubbi sulla tenuta dell’assetto democratico nel nostro Paese.

 

Casi di “morbo k” a Ravenna? E anche a Ferrara? O in tutta Italia? - Vito Totire

Per facilitare le indagini e la loro chiusura veloce, “confesso”: io sono complice della SIMM, cioè la Società Italiana di Medicina delle Migrazioni. E posso documentarlo.

Intanto per i medici di Ravenna sotto inchiesta, a mio parere nessun addebito, piuttosto UN ENCOMIO.

E’ evidente che un certo ceto politico abbia sempre tentato di asservire i cittadini ma anche la magistratura e la classe medica.

Al momento noi vogliamo aprire una nostra inchiesta su quello che è accaduto a Ravenna. Come abbiamo già detto c’era stata un evento sentinella a Ferrara: critiche ai medici dell’ospedale di Cona per aver redatto, secondo l’accusa, certificati «ideologici». Che le divergenze ideologiche tra accusati e accusatori siano enormi non abbiamo dubbi; che una delle parti in causa usi strumenti repressivi, peraltro così rozzi, non ci sta bene.

Stiamo cercando di comprendere la dinamica che ha portato alle perquisizioni di Ravenna. Qualcuno forse avrà pensato all’episodio di Roma nel 1943 quando alcuni coraggiosi medici inserirono nella nosografia ufficiale il MORBO DI K ; una malattia inesistente ma supposta contagiosa e pericolosa che tenne lontani i nazisti da un reparto ospedaliero dell’isola Tiberina (dove erano ricoverati anche ebrei). Chiunque conosca quella storia deve rendere omaggio ai medici Giovanni Borromeo e Adriano Ossicini che inventando il morbo di K riuscirono a salvare un centinaio di ebrei dalla furia genocida dei nazisti. Noi che abbiamo sempre salutato quell’evento con entusiasmo ed ammirazione ci siamo trovati negli ultimi anni ad essere accusati di sentimenti antiebraici … spesso dai nipotini politici di fascisti, negazionisti e collaborazionisti!

Sarà successo che a qualcuno sia sorto il dubbio della riproposizione a Ravenna di una strategia analoga a quella di Roma del 1943? Come abbiamo già detto i magistrati hanno il diritto/dovere di indagare. Devono però accantonare il dubbio di trovarsi di fronte a casi del Morbo di K. Se hanno dubbi possono acquisire la documentazione o anche sentire i medici ma come «persone informate sui fatti» e non come indagati. In corso d’opera poi potremo confrontarci pubblicamente su cosa significhi «salute psicofisica» e su cosa occorra garantire per evitare una riduzione della speranza di salute e di vita delle persone, migranti o stanziali che siano.

Non abbiamo dubbi che la condotta dei medici di Ravenna sia stata deontologicamente corretta e che meritino encomi piuttosto che vicissitudini giudiziarie in qualità di indagati. Prevenire malattie, disagio, suicidi e autolesionismi è dovere del medico e a questo obiettivo tutti, per quanto possibile, devono collaborare senza ostruzionismi.

Infine una sottolineatura. Un organo di stampa ha sussurrato: si cercano contatti con la SIMM, la società di medicina delle migrazioni. Personalmente, per facilitare le indagini, mi dichiaro complice della SIMM. Non c’è bisogno di ricerche o interrogatori: come soci della SIMM sui diritti umani e della salute abbiamo un’idea diversa a quella del governo in carica e, in particolare, di certi suoi ministri. Lo confessiamo.

Auspichiamo che si chiuda velocemente questa “inchiesta” magari anche porgendo le scuse ai medici indagati.

 

Ravenna: il governo vuole arrestare anche Ippocrate? - Vito Totire

Cosa chiede il governo in carica ai medici: credere, obbedire e…internare.

Abbiamo già riscontrato che qualche organo di informazione è andato a “ravanare” attorno ai documenti elaborati dalla SIMM, una meritoria associazione medica che da molti decenni si occupa di salute dei migranti e della quale anche io faccio parte.

Le indicazioni della SIMM sono utili per chi ha a cuore il diritto alla vita e alla salute degli “ultimi”. Ma alcuni astuti gendarmi e alcuni giornalisti “con l’elmetto” vanno alla ricerca forse di occulte indicazioni sovversive; nei loro sforzi di interpretazione e di esegesi del testo rischieranno però scompensi ed ernie cerebrali da sforzo.

La situazione è chiara. Simm (e una vasta serie di soggetti e associazioni di volontariato) hanno un semplice e dichiarato obiettivo: contribuire a garantire a tutte le persone viventi sul pianeta la stessa speranza di salute e di vita.

Altri sono invece i fini del governo in carica e di qualche settore della magistratura. PIANTEDOSI E MELONI RINCHIUDEREBBERO IN UN LAGER ALBANESE ANCHE IPPOCRATE.

Dal 1968 in poi non siamo stati apologeti acritici di Ippocrate ma un conto è la critica su alcuni aspetti della medicina “ippocratica” un conto è criminalizzare il nocciolo positivo della deontologia medica.

IL GOVERNO IN CARICA VUOLE MILITARIZZARE LA SANITA’ PUBBLICA COME STA CERCANDO DI MILITARIZZARE TUTTI I COMPARTI DELLA SOCIETA’ dalla scuola ai settori “produttivi” come conferma la denuncia nei confronti di operai metalmeccanici per una recente manifestazione a Bologna.

In ogni caso la questione dei CPR parte da lontano ed evidenzia anche crepe recenti; la posizione del cosiddetto centrosinistra sui CPR è meno “cruenta” ma nel migliore dei casi “pilatesca”.

§  All’epoca dei CPT/CIE la regione Emilia-Romagna ha sostenuto non potersi estendere le visite (almeno) semestrali ai CPT perché “non sono carceri”. Analoga la posizione, sia pure più sofferta, del Comune di Bologna; dunque un luogo nel quale si viene trattenuti contro la propria volontà non sarebbe un carcere…

§  Certe linee-guida per la gestione sanitaria dei CPR sono state emanate dalla signora ministra LUCIANA LA MORGESE che fa parte dell’area politica del cosiddetto “campo largo”: cme si suol dire “stiamo freschi”…NESSUNO DEI FINI GIURISTI ITALIANI HA CONTESTO L’ASSURDO DI UNA LINEA GUIDA PER LE VALUTAZIONI MEDICHE EMANATE DAL MINISTERO DEGLI INTERNI… facendo tornare alla memoria la Spagna franchista in cui i manicomi erano appunto sotto la giurisdizione del miinistero degli Interni anziché della Salute.

§  Il sindaco di Milano sul CPR in città ha sempre assunto una posizione di consenso (un sì tecnico…che vuole dire?)

§  Nessuno dei sindaci dei territori che “ospitano” CPR ha mai risposto alla nostra proposta di includere questi lager nelle visite semestrali delle USL (e diversi sindaci appartengono al cosiddetto centrosinistra)

§  Se parliamo poi di altre istituzioni totali: da giugno attendiamo il rapporto semestrale sulle carceri romagnole e dal 18.6.2025 la AUSL ROMAGNA…NON RISPONDE; per non parlare di quella di Parma che impone la “tassa sul buon samaritano” ai medici che entrano come volontari a visitare una persona privata delle libertà; e per ora la Regione Emilia-Romagna su questa incresciosa “tassa” tace e…acconsente

§  Inquietante anche la posizione possibilista assunta dall’attuale presidente della Regione E-R su eventuali cpr in Emilia; ha preso le distanze dalla posizione più negativa del sindaco di Bologna che comunque non va enfatizzata in quanto è diverso dire «non qui» dal dire – come è giusto – «no da nessuna parte»; anche la destra ferrarese pare non “gradisca” un CPR e in fondo l’operazione neocolonialista della signora Meloni in Albania un po’ si ispira alla politica “occhio non vede cuore non duole”…

In sostanza la lotta per la demolizione delle istituzioni totali – che ebbe una punta di eccellenza con la abolizione dei manicomi – è ancora lunga e in salita molto ripida a causa delle politiche di militarizzazione, clausura e repressione nei confronti di chi si oppone allo stato di cose presenti.

Gli effetti delle politiche carcerarie sono la violazione dei diritti umani, i “suicidi”, gli omicidi, l’autolesionismo, una perdita drammatica della speranza di vita e di salute.

Sulla vicenda di Ravenna :

§  Prendiamo atto della mobilitazione indetta per il 16 febbraio 2026 (alle ore 16) presso l’ospedale e aderiamo

§  Che ai medici “indagati” vengano porte scuse pubbliche; non abbiamo contestato a priori l’indagine contestiamo vivacemente il “metodo”

§  Che l’indagine venga comunque velocemente chiusa con un non luogo a procedere

§  Esprimiamo ancora una volta ai medici indagati : sostegno morale e materiale, supporto legale e medico-legale ovviamente pro-bono

§  La medicina al servizio della persona non ha niente a che fare con i diktat del governo ispirati alla prassi del “credere, obbedire e…internare”

(*) Vito Totire è medico del lavoro/psichiatra, portavoce del Centro Francesco Lorusso di Bologna e della Rete Nazionale Lavoro Sicuro.

 

«LA CURA NON E’ UN REATO»

APPELLO-DENUNCIA URGENTE A SUPPORTO DEI MEDICI INDAGATI A RAVENNA

si può firmare qui: https://c.org/xPRPSG7CxP

La gravità estrema dei fatti relativi alla perquisizione presso il Reparto di Infettivologia di Ravenna “a caccia” de* medic* che avevano certificato la inidoneità di alcune persone destinate al CPR, ora indagati, ci impone con urgenza una presa di posizione collettiva.

QUI il nostro post sui fatti

Abbiamo pensato di raccogliere la solidarietà di chiunque abbia a cuore il tema della detenzione amministrativa con un appello-denuncia, in difesa dell’autonomia medica e del diritto alla salute in questo campo, rivolto:
– ai Presidenti degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri,
– alla Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e Odontoiatri (FNOMCeO),
– al Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale,
– alle società scientifiche e alle associazioni di soccorso e cura delle persone migranti
– all’opinione pubblica

Firma anche tu in solidarietà de* medic* indagati e per gli altri che come loro rivendicano la libertà di valutare in scienza e coscienza se inviare qualcuno in uno dei centri di detenzione amministrativa, pacificamente psicopatogeni, in ragione di innumerevoli evidenze oggettive e dello stesso parere dell’OMS.

https://c.org/xPRPSG7CxP

Testo ripreso dalla newsletter di «Mai più Lager No ai Cpr»

da qui

giovedì 8 febbraio 2024

Partito l’assalto alla medicina di base. Padova fa da apripista col medico di famiglia a pagamento - Giulio Cavalli

La sanità privata lancia il Family doc, partito l’assalto alla medicina di base. Padova fa da apripista col medico di famiglia a pagamento, approfittando dei buchi del Sistema sanitario nazionale

L’ultimo boccone a cui aspira la famelica sanità privata è il medico di base. Prima terra di conquista è il Veneto, dove la BMed Me.di.ca Group, un centro di sanità privata, ha deciso di lanciare a Mestrino, un Comune in provincia di Padova, il Family doc che altro non è che il vecchio caro medico di famiglia a pagamento. Si legge sul sito: “Si chiama Family Doc, ed è un servizio di medicina interna in regime privato, con un tocco di simpatia e calore familiare. Con noi, sentirsi a proprio agio è la norma, al costo di 50 euro”.

“Si tratterebbe di un medico ‘simpatico’ che fornisce prestazioni specialistiche a prezzi contenuti. Può prescrivere farmaci a pagamento – spiegano Manuela De Paolis, segretaria confederale Cgil Padova, Stefania Botton, segretaria territoriale Ust Cisl Padova e Rovigo, e Massimo Zanetti, coordinatore provinciale Uil Padova – visite e prestazioni specialistiche a pagamento e non si sostituisce al medico di medicina generale”.

“Non si capisce perché i cittadini, – spiegano le tre organizzazioni sindacali, unitariamente – che già pagano le tasse per la sanità pubblica, dovrebbero preferire questo servizio a quello del medico di medicina generale convenzionato. Questa nuova e pericolosa tendenza a offrire servizi simili, ma non alternativi alla medicina generale convenzionata, inserisce il diritto alla salute in una logica di mercato. La persona che si trova in una situazione di fragilità non deve diventare strumento di profitto d’impresa”.

DERIVA PERICOLOSA

La Presidente del gruppo BMed Me.di.ca Group, Cristina Sinigaglia, in una nota spiega che “molti dei nostri clienti non hanno un medico di famiglia. Basti pensare a soggetti extracomunitari o comunque stranieri residenti in provincia. Altri invece si lamentano di non riuscire ad accedere ai servizi di medicina generale”. Dove il Sistema sanitario nazionale è in affanno ancora una volta sono i privati a intervenire. Si calcola che solo in Veneto mancano 748 medici di famiglia, 35 pediatri di libera scelta, 635 nella Guardia Medica e 59 dell’emergenza.

In tutto, 1.513 medici. Gli utenti del Ssn che rimangono senza medico di famiglia sono quindi un milione e 400 mila su una popolazione totale di 5 milioni. Più di un abitante su 5. Ma il Family doc non potrà in nessun modo, almeno per ora, sostituire il medico di base nonostante l’accattivante messaggio promozionale. Anche la legge regionale veneta infatti prevede tre distinti canali: il servizio pubblico, il servizio convenzionato e il servizio privato. L’ingresso al canale privato fin dalla medicina di base quindi costringe gli utenti a continuare sullo stesso regime: qualsiasi visita specialistica, qualsiasi farmaco e qualsiasi approfondimento terapeutico costerà parecchio nelle tasche di chi si illude di poter ovviare la carenza di medici con gli studi privati.

Per il capogruppo del M5S in Commissione Affari sociali alla Camera, Andrea Quartini, si tratta “dell’ennesimo colpo alla sanità pubblica, l’ennesima strizzata d’occhio al sistema privato” mentre Enrico Cappelletti, parlamentare veneto del M5S, ha sottolineato come questa pratica rappresenti “un passo indietro nel garantire un sistema sanitario equo e accessibile per tutti i cittadini. La Destra del nostro Paese continua a mettere in discussione il diritto alla salute, considerandolo un bene di lusso a carico degli italiani”. È vero, il Family doc non ha il ricettario del Ssn e quindi non può essere un componente aggiuntivo e a pagamento del servizio pubblico. Ma facciamo un esercizio di memoria? In quanti altri campi sanitari l’ingresso del privato è avvenuto esattamente così?

da qui

sabato 30 dicembre 2023

Due notizie (non fra le altre) - Giorgio Agamben

 

L’autorevole rivista «Nature» ha pubblicato i risultati di una ricerca di un gruppo di scienziati dell’Università di Cambridge guidati da Anne Willis che dimostra che i vaccini a mRNA, come quelli usati nella recente pandemia, producono proteine non volute, i cui effetti sull’organismo possono essere dannosi. Anche se la casistica delle patologie spesso gravi e persino letali in cui sono incorse le persone vaccinate era già per noi un’evidenza sufficiente, la ricerca ne offre per la prima volta una dimostrazione scientifica.
La seconda notizia è che vi è un notevole aumento rispetto agli anni precedenti di soggetti ammalati per le sindromi influenziali e il Covid (circa 2.552.000 dall’inizio della stagione). Non ci pare illegittimo suggerire che questo aumento potrebbe essere messo in rapporto con i risultati della ricerca appena citata.
È poco probabile che, malgrado sarebbe doveroso farlo, i medici, i politici e gli esperti che hanno incautamente di fatto obbligato alla vaccinazione la maggioranza della popolazione si interroghino su questi due fatti.
da qui

sabato 9 dicembre 2023

IL PAZIENTE ZERO DI WUHAN ERA FINANZIATO DAL NIAID – Anthony Bellotti

 

Nuovi documenti ottenuti tramite FOIA rivelano che il paziente zero Ben Hu, uno dei primi ricercatori di Wuhan ammalatisi di Covid nell’autunno 2019, era finanziato dal USAID e dal NIAID di Anthony Fauci. L’origine del Covid potrebbe, dunque, essere assai più vicina a dove i “complottisti” ritenevano fosse

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Fonte: Covid origin: WCW investigation proves U.S. govt funded “Patient Zero”, Anthony Bellotti, White Coat Waste Project, 17 giugno 2023

Se Ben Hu è il paziente zero, allora quest’indagine del WCW basata su FOIA ci rivela l’origine del Covid.

Le autorità scientifiche e di intelligence e la maggior parte degli americani oggi credono che il COVID sia stato causato da una fuga dal laboratorio di Wuhan. Tuttavia, trovare il paziente zero rimane la chiave per determinare in modo conclusivo che cosa ha provocato la pandemia.

Un’indagine del WCW basata su documenti ottenuti tramite Freedom of Information Act (FOIA) e una causa legale del 2021 , insieme ad altre informazioni di intelligence statunitensi appena trapelate, forniscono ulteriori indicazioni che il laboratorio per animali di Wuhan è stato il vero ground zero. 


ECCO IL DOCUMENTO: NIAID e USAID hanno inviato porzioni di oltre $ 41 milioni in sovvenzioni finanziate dai contribuenti allo stesso laboratorio di animali in cui il paziente zero, ora identificato come Ben Hu, era l’investigatore capo che eseguiva pericolosi esperimenti sul guadagno di funzione. A causa delle contrastanti informazioni fornite da EcoHealth e delle lacune nelle segnalazioni, non è ancora chiaro esattamente quanto del denaro dei contribuenti sia stato spedito a Hu per i suoi pericolosi esperimenti sugli animali a Wuhan. Hu sarebbe stato finanziato dal NIH [National Institute of Health, ndt] fino al 2024 se WCW non avesse smascherato e annullato la sovvenzione all’inizio del 2020.

Come abbiamo già scritto in passato, nel gennaio 2021, il Dipartimento di Stato ha riferito che i camici bianchi del laboratorio di Wuhan che stavano lavorando agli esperimenti sugli animali con coronavirus si sono ammalati nel novembre 2019 con sintomi simili a COVID, prima ancora che fosse segnalato il primo caso di COVID . Pochi mesi dopo, alcuni articoli hanno illustrato in dettaglio che nel novembre 2019 tre ricercatori del laboratorio di Wuhan si sono ammalati al punto da dover essere ricoverati in ospedale. Un altro articolo ha indicato che la moglie di un camice bianco di Wuhan è morta nel dicembre 2019 per una malattia simile al COVID.

Nel gennaio 2021, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha riferito che alcuni ricercatori che eseguivano esperimenti su animali nel laboratorio di Wuhan sono stati ricoverati in ospedale con una malattia simile al COVID nell’autunno 2019. Le loro identità sono rimaste classificate… fino ad ora.

L’identità del personale del laboratorio per animali di Wuhan ammalatosi è stata tenuta segreta dalle autorità statunitensi e del PCC… fino ad ora.

Un nuova informativa basata su una fonte del governo statunitense identifica i tre membri dello staff del laboratorio di Wuhan ammalatisi come Ben Hu, Yu Ping e Yan Zhu. La fonte ha confermato le loro identità con certezza del “100%”.

Un video del 2017 della TV statale cinese mostra Ben Hu, Shi Zhengli (la famigerata “Bat Woman” del laboratorio di Wuhan) e altri che maneggiano pipistrelli e campioni di laboratorio senza un adeguato equipaggiamento protettivo.

Abbiamo i documenti che lo dimostrano! I registri contabili federali recentemente ottenuti dal WCW attraverso una causa del Freedom of Information Act del 2021 contro il NIH confermano che Ben Hu era uno sperimentatore capo dei pericolosi esperimenti di guadagno di funzione finanziati dai contribuenti tramite il National Institutes of Allergy and Infectious Diseases del Dr. Fauci ( NIAID) e l’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale (USAID).

In base ai documenti che abbiamo ottenuto, gli esperimenti sugli animali di Hu sono stati finanziati con i fondi dei contribuenti statunitensi provenienti dalle sovvenzioni NIAID e USAID e hanno ricevuto oltre 41 milioni di dollari! L’importo totale versato al laboratorio di Hu non è stato reso noto dal governo. Il suo infido laboratorio di animali avrebbe continuato a ricevere finanziamenti dai contribuenti dal NIAID fino al 2024 se il WCW non avesse smascherato e annullato la sovvenzione all’inizio del 2020.

 

Ricapitolando: i camici bianchi di Wuhan finanziati dai contribuenti statunitensi raccolgono coronavirus selvatici dai pipistrelli in grotte remote in Cina senza adeguati dispositivi di protezione, trasportano i virus in un laboratorio in una grande area metropolitana, eseguono esperimenti sugli animali con guadagno di funzione per rendere i virus più contagiosi e letali per gli esseri umani, poi si ammalano di sintomi simili a COVID e le loro identità e storie mediche vengono nascoste.

Grazie alle indagini e alla difesa della WCW e al lavoro con i legislatori tra cui Waste Warrior Sen. Roger Marshall (R-KS), ci stiamo avvicinando a trovare la pistola fumante che stabilisce l’origine del COVID. La prossima settimana, l’amministrazione Biden dovrebbe declassificare anche ulteriori informazioni sulle origini di COVID.

Mentre continuiamo ad andare a fondo su ciò che è accaduto a Wuhan, stiamo lavorando per fare in modo che i dollari dei contribuenti non vadano mai più a pagare esperimenti sul guadagno di funzione o laboratori sugli animali in Cina.

da qui

mercoledì 16 agosto 2023

Clamoroso: la Fda ora dice di aver sbagliato sull’ivermectina - Alberto Capece


Questo stampone è comparso a suo tempo sul sito della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e Odontoiatri, che in realtà è un organo dello Stato, dunque più sensibile ai dettami politici dei governi che non alla scienze

Credo che il titolo vero di questo pezzo sarebbe: facce da culo. Ma siccome questa frase potrebbe presuppore una sorta di odio verso qualcuno e sappiamo quanto Facebook ci tenga che l’odio verso l’umanità vada in una sola direzione, dirò svergognati assassini. Come espressione è ancora più forte, ma chissenefrega di fronte a ciò a cui assistiamo: pensate che la Fda ha cambiato totalmente il suo pare sull’ivermectina: “La Fda riconosce esplicitamente che i medici hanno l’autorità di prescrivere l’ivermectina per curare il Covid”,  ha detto Ashley Cheung Honold, un avvocato del Dipartimento di Giustizia che rappresenta la Fda la quale dunque gode dell’appoggio del governo, durante le discussioni  dell’8 agosto presso la sesta Corte d’Appello degli Stati Uniti. Senza entrare nei particolari di questa causa legale viene fuori che la Fda ha agito in modo scorretto sconsigliando nel modo più assoluto l’uso dell’ivermectina contro il Covid, svolgendo una funzione ” medica” che non le compete, una volta che ha autorizzato il farmaco. E l’ivermectina era stata già approvata da decenni e inserita dall’Oms nell’elenco delle 100 medicine assolutamente necessarie.

Poi con l’arrivo del covid  che potremmo tranquillamente considerare la prima malattia artificiale della storia, occorreva a tutti i costi vietare i farmaci che potevano ridurre il problema e salvare vite, affinché fosse possibile creare il clima di paura necessario a  rendere obbligatori de facto i sieri a nRna contro la malattia  ( che invece hanno contribuito a diffondere). La posta era enorme non si trattava solo di realizzare colossali guadagni ma  anche, anzi soprattutto, permettere di imporre, grazie alla paura, i sistemi di controllo di una tirannia che da sanitaria sta passando ad essere totale. Sebbene decine di studi (ora riconosciuti dalla Fda) indicassero l’efficacia dell’ivermectina contro i virus questo assieme ad altri  famaci è stata immediatamente demonizzate  e sono state trovate reazioni avverse mai segnalate prima in un farmaco che in numerose aree del globo è di uso intensivo,  mentre i medici che hanno osato utilizzarla tra l’altro con notevolissimo successo, sono stati colpiti da scomunica da parte degli ordini dei medici, ormai diventati niente più che la squallida Gestapo di Big Pharma, Bisogna ricordare questa vergogna. Quanta gente che poteva essere salvata è morta soffocata dall’ossigeno sparato nei polmoni mentre il problema era altro o semplicemente ha pazientemente atteso la morte fidandosi della formula tachipirina e vigile attesa? Uno sarebbe anche troppo, ma qui siano di fronte a una strage. E poi perché un farmaco totalmente inutile in questo frangente quando invece , tanto per dire, l’aspirina sarebbe stata più efficace in quanfo antinfiammatorio ?  Va a sapere … però  la tachipirina che gira nella sanità è davvero anomala così come quella che gira anche in altri settori pubblici , come per esempio le carceri per comprende come questo sia stato un affaruccio dentro un grande affare.

Adesso che anche i più idioti dentro la specie umana occidentale hanno mangiato la foglia riguardo ai cosiddetti vaccini, che la propensione a iniettarsi nuove dosi è crollata, che le azioni di Moderna e BionTech  stanno calando a vista d’occhio, che gli enormi danni fatti contro la salute umana stanno emergendo con prepotenza nonostante i tentativi di mettere tutto sotto il tappeto,  gli ignobili complici della strage quelli che dovevano controllare e non l’hanno fatto, innestano la marcia indietro  e ammettono  che l’ ivermectina è  utile o quanto meno i medici hanno tutto il diritto di prescriverla  E non basta perché la Fda vorrebbe – o almeno sta tentando di farlo nel contesto di questa vicenda giudiziaria  da cui sono partite le clamorose dichiarazioni citate – sostenere che il bando dell’ivermectina lanciato nel 2020 sia sostanzialmente il frutto di un equivoco. Ma in realtà se qualcosa di equivoco c’è è proprio la Fda uno degli esempi delle porte girevoli che impediscono la creazione di meccanismi di controllo reali e dunque di difesa dei cittadini,  In queste burocrazie sanitarie basta mettere un po’ di soldi che approverebbero anche l’arsenico.

da qui

martedì 8 agosto 2023

Come privatizzare la Sanità, vivere felici ed essere rieletti

Riceviamo e pubblichiamo da “DocD”, medico di pronto soccorso di un importante nosocomio pubblico italiano. Buona lettura


Alcuni anni fa, all’epoca del Governo Renzi, in una serie di rapporti e/o di interventi promossi dall’Ania (acronimo di Associazione Nazionale per le Imprese Assicuratrici) e dal Censis, si evidenziava come il comparto della sanità in Italia fosse un potenziale mercato multimiliardario, sottosfruttato, per esempio, dal ramo assicurazioni in quanto a copertura delle spese sostenute dai cittadini italiani nel sistema sanitario privato (1). Quei rilievi e/o moniti ebbero scarsa risonanza nel mainstream e, comunque, furono condannati da più parti rimarcando come, la privatizzazione del Servizio Sanitario Nazionale (SSN), sarebbe stato il più grande suicidio politico per chiunque avesse anche solo pensato di intestarsela.

Allora, come si risolve la questione? Si rinuncia alla grana? Giammai!!! Si tratterebbe di convincere i cittadini che l’SSN sia una spesa superflua, dannosa, inutile, che sia solo sperpero di denaro.

Il problema è che tutti noi siamo stati male almeno una volta nella vita, con patologie più o meno gravi, e abbiamo effettuato anche solo un banale accesso in Pronto Soccorso (PS), per cui risulta difficile convincere che si possa fare a meno di tutto ciò.

Come approdare, quindi, nella configurazione in cui siano gli stessi cittadini ad invocare la privatizzazione dell’SSN? Semplice! Basta renderlo talmente disfunzionale, insufficiente, povero di risorse ed operatori che apparirà un tale carrozzone inutile e pericoloso da costringere tutti a recarsi comunque in privato per ottenere le “cure del caso”. Questo processo è ormai in moto da anni, provocato ad arte da mancate assunzioni, da pensionamenti non sostituiti, da chiusure di servizi territoriali (i punti nascita, le urologie decentrate, ecc.) che si giustificano invocando, o l’assenza di personale qualificato, o volumi di lavoro esigui in periferia, di modo che tutto possa rimanere tale.

Sempre più spesso i cittadini sono costretti a muoversi lontano da casa, ad andare in ospedali maggiori, quando non a fissare appuntamenti in giro per la ragione onde non aspettare mesi. Inoltre, questo sistema sradica il paziente dal territorio ed impedisce un rapporto medico specialista-paziente nel tempo, spingendo così, chi può, a rivolgersi al privato, anche solo per essere visto sempre dalla stessa persona. Chi ha potuto, e può tutt’ora, si rivolge al privato, convenzionato o meno che sia, per ottenere prestazioni singole (risonanze magnetiche, visite specialistiche, tac, endoscopia, ecc.) che pagherà di tasca propria o stipulando assicurazioni mediche più o meno legate al contratto di lavoro.

Tuttavia, queste storture indotte non sono state sufficienti per far collassare il sistema, pertanto si è rilanciato oltre, si è escogitato qualcosa di più subdolo, come trovare il modo di far demordere gli operatori sanitari stessi calcandogli la mano. Si è evitato di aggiornare gli stipendi, reso aleatorio lo sblocco di carriera, così come si è praticamente tagliata la valorizzazione delle performance, con valutazioni fittizie o riguardanti briciole dello stipendio. Non è mancato neanche il blocco dell’intramoenia (i.e. attività privata intraospedaliera) per alcune categorie di specialisti (rianimatori, medici di pronto soccorso, ecc.).

Inoltre, contribuisce all’avvelenamento della situazione il tasso di litigiosità che si lascia dilagare per vie legali, senza freno. È bene ricordare che, sebbene negli ultimi anni sia stato invertito l’onere della prova, non essendo più il medico a dover provare di aver agito bene, ma il querelante a dover dimostrare il dolo, ciò vale solo per le cause civili. Perché in ambito penale, unici in questo insieme a Polonia e Messico (2), si mietono vittime di continuo, con costi elevatissimi per il medico, anche solo per la difesa in tribunale, che le polizze di tutela legale non sempre coprono integralmente e che, in caso di assoluzione, non consentono alcun indennizzo statale.

Ma, a tutto questo, la categoria ha retto fermamente, perché esisteva un’assurda regola che vincolava il dipendente SSN al sistema stesso fino alla pazzia. Infatti, si richiedeva, per la maturazione di anzianità e scatti di stipendio, la continuità di lavoro nell’SSN. Di per sé, tale principio può apparire corretto, ma negli anni ha portato ad impensabili storture. Per esempio, se un professionista, nel semplice trasferirsi da una ASL ad un’altra, per avvicinarsi a casa o per qualsiasi altro motivo, perdeva anche solo un giorno di continuità del contratto, si vedeva privato per sempre di stipendio, anzianità di servizio e possibilità di carriera.

Ovviamente, ciò appare insensato, cosicché l’ultima revisione del contratto nazionale di lavoro (2016-2018), approvato nel 2019, ha previsto di correggere tali aberrazioni disponendo però, non una discontinuità di 1 o 2 mesi, bensì di ben 5 anni, aprendo in tal modo le porte alla fuga nel privato dei medici dell’SSN. Fuga che si è materializzata con le folli cifre pagate per il covid da enti privati, a fronte dell’assenza di alcun aumento di bonus o di sostanziale vantaggio per chi rimaneva nell’SSN, in condizioni via via peggiori. Ad onor di cronaca, solo con il decreto bollette dell’ultimo Governo si è potuto arginare questa pratica (3), ma solo rivolta a chi lascia l’SSN per le cooperative, con un divieto assoluto e permanente di rientro nell’SSN, la cui efficacia e costituzionalità sarei curioso di testare dinnanzi ad un giudice.

Allo stato attuale delle cose, i servizi di emergenza sono vuoti, molti si sono licenziati rientrando con le cooperative e guadagnando cifre precedentemente impensabili, ma con la conseguenza inevitabile di un peggioramento della qualità del servizio per turni effettuati, stanchezza e scarsa conoscenza delle organizzazioni interne dei singoli ospedali. A chi è fuori da questa realtà può sembrare demenziale, ma due ospedali relativamente vicini, ma afferenti a due ASL diverse, hanno ambulatori, percorsi interni e divisioni dei compiti completamente differenti, che, se non conosciuti, possono peggiorare radicalmente le prestazioni.

Inoltre, i criteri per essere assunti in PS, o per poterci “semplicemente lavorare”, sono assai diversi. Ad un non specialista semplicemente laureato, è consentito di lavorare in un PS tramite cooperativa o alcuni bandi dell’ASL, ma non potrebbe essere assunto in quello stesso ruolo per mancanza di requisiti fondamentali. Ovviamente, credo che ciò appaia folle tanto a me quanto al lettore!

E, quindi, avremo strutture fatiscenti, pochi medici nel pubblico, per giunta di qualità inferiore e sconnessi dalla realtà locale. Con tali presupposti, quanto tempo dovrà passare prima che il sistema collassi, e che ci si senta obbligati dai fatti ad andare nel privato con l’assicurazione? Quando quel giorno avverrà, il popolo chiederà a gran voce di risparmiare i soldi delle tasse buttati per questo carrozzone. I politici, loro malgrado, li accontenteranno ed il giorno dopo aumenteranno di 10 volte i premi delle polizze sanitarie, la marchetta sarà pagata, alla lunga l’aspettativa di vita diminuirà ed i politici, come moderni Ponzio Pilato, potranno svicolare dicendo: “avete scelto voi la chiusura ed io vi ho accontentati!”.


NOTE

(1) Per un’analisi di quei rapporti e/o interventi, vedi Francesco Carraro e Massimo Quezel, Salute S.p.A. La sanità svenduta alle assicurazioni. Il racconto di due insider, Milano, Chiarelettere, 2018, in particolare i paragrafi Una prateria tutta da conquistare e Game over.

(2) L’errore del medico non sarà più reato, così il Governo combatte la medicina difensiva – Il Sole 24 ORE.

(3) Si tratta dell’art.10, comma 6, inserito nel DL n. 34 del 30 marzo 2023, successivamente convertito in legge il 26 maggio.

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mercoledì 26 luglio 2023

De Luca: L’iscrizione a Medicina è un marchettificio, una porcheria - Angelo Vitolo


 “Oggi l’iscrizione alle facoltà di Medicina è diventata un marchettificio, è una porcheria. Non solo per i test, i quiz e le palle. Abbiamo ragazze e ragazzi che, per affrontare i test di accesso, vanno a fare i corsi di formazione a 5mila euro l’uno. E’ una vergogna. I figli della povera gente non possono più andare a Medicina, non va bene”. A dirlo il presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, incontrando il personale dell’Asl Napoli 3.

 

Il governatore, ribadendo la sua idea che occorra abolire il numero chiuso per accedere al corso di laurea, ha aggiunto: “Preferisco ingolfare la facoltà di Medicina, poi la selezione si fa sul campo se il ragazzo ha voglia di studiare, ha passione, allora andrà avanti. Ogni volta abbiamo una motivazione demenziale. Ma come è possibile? Un povero cristo di ragazzo che viene da una famiglia di povera gente, ma dove li trova i 5mila euro per fare il corso per partecipare ai quiz? E poi ne facciamo due l’anno, ti dicono il risultato dopo sei mesi. Ma questo è un manicomio, non è un Paese civile”.

 

E ancora, con dichiarazioni che non mancheranno di sollevare polemiche: “Preferisco fare la selezione sul merito e non sulla condizione economica dei ragazzi perché, tra l’altro, avere migliaia di ragazze e di ragazzi che vanno a fare i test e non li superano sta determinando una valanga di ragazzi depressi, frustrati, in crisi perché quando vai a fare il test una volta, due volte e non lo superi, cominci ad avere problemi psicologici, senso di inferiorità e questo non è vero, non è così”, ha concluso De Luca.

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mercoledì 23 novembre 2022

L’abbandono sommesso dei giovani medici - Michela Chiarlo

 

In questi mesi mi sono fermata: all’inizio in modo forzato e con un po’ di horror vacui, vuoto che in realtà non c’è mai stato, perché subito assorbito dalle mille incombenze di un trasloco e di una nascita in immediata successione; poi per adeguare obbligatoriamente i miei ritmi a quelli di una nuova vita.

Così qualche settimana fa, mentre spingevo un passeggino al Valentino, ho incrociato L., una compagna di università che non vedevo da tempo, munita di analogo attrezzo a quattro ruote. Ci siamo raccontate a vicenda gli ultimi mesi, tumultuosi per entrambe, ma per lei particolarmente difficili. Qualche anno fa, infatti, al termine dell’apposito percorso accademico, L. ha aperto uno studio di medicina di famiglia, mestiere spesso oggetto di invidia da parte degli ospedalieri (e degli urgentisti in particolare). Ho perso il conto delle volte in cui in questi anni ho sentito dire: «Tornassi indietro farei il medico di medicina generale! 5000 euro al mese, due ore di studio al giorno, a casa tutti i prefestivi e i festivi, mica come noi che lavoriamo un fine settimana sì e uno no e non passiamo mai il Natale con la nostra famiglia». Peccato che, se a causa di una programmazione scellerata (e nota da anni) la carenza di medici è grave e diffusa, trovare un sostituto per malattia, maternità o ferie sia un’impresa impossibile. L. ha lavorato fino all’ottavo mese di gravidanza, anche da malata, perché non c’erano sostituti e se si trovavano pretendevano di essere pagati ben di più del tariffario regionale. D’altro canto, se fossi un neolaureato e potessi scegliere tra lavorare in un centro vaccinale dal lunedì al venerdì per 40 euro all’ora o sostituire un medico di famiglia per 100 euro al giorno con telefonate alle ore più improbabili, studio, domiciliari, visite alle case di riposo e burocrazia varia non esiterei a scegliere la prima possibilità. Non a caso quasi metà dei medici di famiglia andati in pensione a Torino non sono stati sostituiti e molti dei nuovi medici formati, come L., stanno già abbandonando il campo. Silent quitting si chiama in inglese, ma io preferisco di gran lunga il suono rotondo della sua traduzione letterale italiana: abbandono sommesso. È un fenomeno che investe tutta la società ed è diffuso nel mondo, al punto da destare qualche preoccupazione.

Tanti durante il lockdown si sono accorti di avere una famiglia e, nonostante le difficoltà del lavoro da remoto, delle videochiamate interrotte da bimbi che piangono, dei tre figli in DAD in contemporanea su dispositivi diversi, alla fine si sono chiesti: come facevamo prima? Quando si partiva da casa alle 7 del mattino, ci si immergeva nel traffico per un’ora e mezza e si tornava, se va bene, alle 7 di sera dopo un’altra ora del medesimo traffico? In fondo in lockdown non si stava male, chi ha scoperto il giardinaggio, chi la cucina, chi ha iniziato a studiare una nuova lingua, chi ha ritrovato il tempo per leggere o per imparare una nuova attività manuale, chi ha riscoperto il piacere di stare con i propri familiari, quelle persone semi-sconosciute con le quali prima si condivideva al massimo, se va bene, il week end. E per il pronto soccorso? E per chi in smart working non c’è mai stato, anzi, ha vissuto la parte peggiore dell’epidemia in prima linea? Il combinato disposto dello stress pandemico con conseguente iperlavoro e della disillusione post-pandemica con carichi di lavoro ulteriormente incrementati, carenza di personale sempre più grave e perdita anche del minimo riconoscimento sociale associato alla retorica degli eroi ha generato una tempesta perfetta.

La carenza di personale in pronto soccorso e l’incremento d’uso (spesso improprio) dei percorsi di emergenza dovuto al vertiginoso aumento delle liste d’attesa, rendono il lavoro ancora più usurante e non c’è da meravigliarsi se medici e infermieri provati da due anni di ondate pandemiche cercano di fuggire. La risposta dell’amministrazione con offerte generosissime di rimborso orario per singoli turni (i cosiddetti “gettoni”) lungi dal fermare l’emorragia di personale genera ulteriori malumori. A nessun dipendente piace lavorare sapendo che nella stanza a fianco un gettonista guadagna il quadruplo, nessun paziente vorrebbe essere curato in un pronto soccorso il cui personale cambia di continuo, lavora oggi a Torino e domani a Napoli, non conosce nessuno dei propri colleghi e ignora l’organizzazione dell’ospedale. La mia amica S., che lavora in un altro grande pronto soccorso cittadino, mi racconta che tutti vogliono scappare. Un suo collega si è licenziato per lavorare a gettone, in questo modo guadagna l’equivalente dello stipendio precedente in sei turni diurni e una notte contro i 17 diurni e 5 notti mensili che spettano ai dipendenti. S. farà il concorso per lavorare in reparto (stesso stipendio ma una sola notte al mese e rischio legale almeno dimezzato). La crisi, peraltro, investe tutti i livelli e non ha prospettive di miglioramento a breve. Ben consci della situazione attuale, pochissimi tra i neolaureati ambiscono a fare gli urgentisti. Nell’ultimo concorso di specialità alla prima assegnazione sono rimaste vacanti più di metà delle borse bandite (52,9%), con un tasso di occupazione inferiore perfino a specialità storicamente neglette come statistica sanitaria (41,7%) o farmacologia e tossicologia (50,9%): fonte: ALS fattore 2A: https://als-fattore2a.org/news/analisi-abbandoni-e-tentativi%EF%BB%BF/.

Anche L. cambierà lavoro, mi confessa mentre passeggiamo tra gli alberi. «Ho chiamato tutti i miei compagni di università e, a dieci anni dalla laurea, ho chiesto loro che lavoro fanno, se sono soddisfatti professionalmente e personalmente e se tornassero rifarebbero lo stesso percorso». Quasi nessuno ha risposto in modo affermativo a tutte le domande, ma, dalla sua limitata statistica, i più soddisfatti sembrano essere i fisiatri. L. ha fatto il concorso di specialità quest’anno e si è iscritta a “medicina fisica e riabilitativa”. Spera che questo le garantisca da qui a quattro anni del tempo di qualità da trascorrere con sua figlia, che, ignara, ci fissa dal passeggino e sorride.

Per approfondire suggerisco questa analisi puntuale di M. Gabanelli per il Corriere della Sera: https://www.corriere.it/dataroom-milena-gabanelli/sanita-ospedali-mancano-medici-ecco-chi-ha-sbagliato-cosa-ci-aspetta/b5ad5816-5837-11ed-9e79-0ca6cc80307a-va.shtml

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giovedì 30 dicembre 2021

"Media e scienza sono al servizio di Big Pharma e politica" - Vittorio Agnoletto

 

Lorenzo Zacchetti intervista Vittorio Agnoletto

Dura presa di posizione del medico: "Al di là dei conflitti di interesse, c'è dietro l'idea che i cittadini siano bambini incapaci di decidere"

La scienza si è messa al servizio della politica e i media mainstream assomigliano a megafoni delle case farmaceutiche. Una presa di posizione molto dura, che non arriva da un alfiere del fronte No Vax, ma da un medico molto stimato come Vittorio Agnoletto, docente di Globalizzazione e Politiche della Salute all’Università degli Studi di Milano. Già presidente nazionale di LILA (Lega Italiana per la Lotta contro l’AIDS), nonché portavoce del Genoa Social Forum al G8 del 2001, Agnoletto è anche conduttore di “37, 2°”, che va in onda su Radio Popolare.

Proprio nel corso di una diretta sull’emittente milanese, Agnoletto ha parlato del complesso rapporto tra politica, scienza e informazione nell’era del Covid-19: “Il primo errore è stato confondere le aree di intervento dell’informazione, della scienza e della politica. La scienza è importante, ma deve rimanere nel suo ruolo.

Deve dire: ‘Fino a qui abbiamo delle certezze, da qui in poi abbiamo delle ipotesi da verificare, oltre abbiamo dei punti di domanda ancora da esplorare totalmente’. A quel punto la comunicazione deve fare un lavoro molto complesso: trasformare queste informazioni tecnico-scientifiche in un linguaggio comprensibile da tutti, stabilendo certamente quali sono le notizie da dare per prime, quelle in secondo e quelle in terzo piano, ma cercare di passare tutte quelle fondamentali. La politica, di fronte a quei dati scientifici, deve assumersi le responsabilità, il diritto e dovere di decidere senza piegare la scienza ai propri desiderata. E la scienza non deve farsi piegare ai desiderata della politica”.

 

Gli errori su Astrazeneca, vaccini e immunità di gregge

Alla domanda se effettivamente la scienza si sia piegata alla politica dallo scoppio della pandemia ad oggi, Agnoletto ha risposto: “Totalmente! È questo il punto: la scienza (in gran parte, poi ci sono sempre le eccezioni) si è lasciata andare a dire quello che la politica in quel momento voleva sentirsi dire”. Agnoletto ha citato anche alcuni casi nei quali ciò è successo: “Ad esempio dicendo che saremmo arrivati all’immunità di gregge, oppure che con il vaccino avremmo potuto tutti fare una vita tranquilla, oppure ancora l’esaltazione degli Open Day di Astrazeneca. Per chiunque si occupi di sanità pubblica, gli Open Day di Astrazeneca sono un controsenso, perché gli interventi di sanità sono rivolti alla singola persona: per ognuno bisogna valutare se un vaccino va bene oppure no, che patologie pregresse abbia, che allergie abbia e via dicendo. Non sono una festa popolare nella quale la gente si mette in coda, ‘avanti uno e dietro quell’altro’! In più: è vero che avevamo dei residui forti di Astrazeneca, ma questo non era sufficiente per dire che andavano utilizzati su una popolazione rispetto alla quale erano già uscite delle ricerche che dicevano che non era il vaccino più adatto. E la scienza su tutto questo ha taciuto, è stata zitta, e questo non va assolutamente bene”.

 

“I media mainstream sono dei megafoni di Big Pharma”

Nel corso della trasmissione “Prisma”, Agnoletto ha aggiunto che “la politica aveva bisogno di dire che avevamo un vaccino che con una sola somministrazione risolveva tutto (Johnson & Johnson) e la scienza le è andata dietro. Ma questo è un punto molto molto importante: la divisione dei ruoli. Non parliamo dei media mainstream: sono ormai diventati dei megafoni dei comunicati-stampa delle aziende farmaceutiche! Non c’è nessun tentativo di approfondimento, di scavare. Ma dietro – a parte i problemi di dipendenza e di conflitti di interesse col potere delle Big Pharma – c’è un’idea: considerare i cittadini e le cittadine italiane un po’ come bambini, come incapaci di assumersi delle responsabilità. Si tende sempre a semplificare il messaggio e così si rischia anche di dire delle stupidate che poi vengono smentite (…). Abbiamo avuto dichiarazioni di EMA che dopo due o tre settimane sono state smentite, basti pensare a Johnson&Johnson o ad Astrazeneca che inizialmente si era detto che non andasse assolutamente utilizzata con le persone anziane e poi esattamente il contrario. Qui c’è il ruolo di EMA: l’ente regolatorio europeo non ha un’autonomia finanziaria, per cui non può andare direttamente a verificare dei trial ed eventualmente a rifarli, ma lavora solo e unicamente sulla documentazione presentata dalle aziende farmaceutiche. In più c’è una porta girevole, per cui a volte ai vertici di EMA si trova chi prima era in azienda farmaceutica e viceversa. EMA va riformata. Deve avere maggiore autonomia e quindi maggiore credibilità scientifica”.

 

Quanti silenzi sugli effetti collaterali dei vaccini

“Io non credo che sia un’opera utile che i grandi media tacciano degli effetti collaterali delle vaccinazioni. L’ultima puntata di ’37,2°’, proprio su questo tema, sarebbe potuta durare altre due ore. Abbiamo risposto a domande che in genere vengono eluse dagli infettivologi. Gli effetti collaterali ci sono. Alcuni sono banali, semplici, che si risolvono in 48 ore, ma ci sono anche effetti collaterali più pesanti che possono durare per settimane e mesi. Se questo non viene detto, quando uno fa un vaccino e poi dopo sviluppa degli effetti collaterali, si preoccupa moltissimo perché pensa di essere un caso quasi unico e la prima cosa che fa è dire a chi gli sta intorno di aspettare a fare il vaccino. Se invece gli effetti collaterali sono spiegati, relativizzandoli anche nella loro numerosità (cioè nell’incidenza che hanno sulle persone vaccinate), spiegando anche che il rapporto tra rischio e beneficio è comunque favorevole a quest’ultimo, se si spiega che chi ha certe patologie pregresse è bene che faccia il vaccino in ospedale e che si consulti prima con un medico, ecc., non solo ridurremmo gli effetti collaterali, ma manderemmo un messaggio più corretto, che in qualche modo tranquillizza le persone, ma soprattutto stabilisce un rapporto di verità. A quel punto, andremmo a togliere un’arma fondamentale ai No Vax, che altrimenti dicono: ‘Vedete, la gente si infetta anche se vaccinata’. Se non hai detto prima che i vaccini servono soprattutto a bloccare l’evoluzione della malattia, sei preso in contropiede. E lo stesso vale per gli effetti collaterali, se non ne hai parlato prima”.

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