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venerdì 4 settembre 2020

Lettera ultima – Giorgio Todde

una storia sorprendente, con una lettera ultima chiarificatrice e risolutiva.

una banda di assassini condominiali, per far rispettare la legge di un pazzo, si macchia di una serie di crimini, anche quello della famiglia di Pambira, di cui è innamorato Ermanno Dick.

cercate questo libro, non potrà non piacervi, promesso.



 

 

 

…Romanzo brillante, intelligente, intricante fin dalle prime battute. Giorgio Todde ci porta in uno scenario al limite tra il maniaco e il quotidiano, tra il folle e il giusto. Personaggi pieni di vizi, con poche virtù consumate dalla vita, e una ossessione comune : la giustizia. Una giustizia limitata ad un condominio dove la difesa, l’inutile difesa, è sita al piano terra e più su la cancelleria e poi l’accusa fino ad arrivare all’ attico, sede del giudice unico di un falso processo dove gli imputati, in quanto tali, sono già condannati. Il racconto è in terza persona ma si alterna a pagine di diario di Ermanno Dick scritte, naturalmente, in prima persona.

Un romanzo che si legge tutto di un fiato, che lascia spazio a fantasie e riflessioni, mai banale, mai scontato, con massime da ricordare, dove ogni perché ha una sua risposta :” Solo gli sciocchi credono al caso” (CIT). Complimenti a Giorgio Todde, considero questo tra i romanzi più interessanti e “divertenti” che io abbia letto negli ultimi mesi. Romanzo vivamente consigliato.

da qui

 

Romanzo con uno stile e una struttura particolari che, anche se l'atmosfera è cupa e inquietante, è anche ricco di intuizioni illuminanti. La storia sembra animata da personaggi dominati dalla follia, ma poi leggendo le pagine di cronaca nera dei giornali, ci accorgiamo che questa follia fa parte della quotidianità. Anche se indirettamente, il romanzo ci fa riflettere sull'assurdità e la mostruosità della pena di morte. A pagina 122 leggiamo: "Vitale è un uomo logico e sa che la sua logica è miserabile. Però pensa che la realtà è miserabile e che non serve una logica nobile".

da qui

 

…Lettera ultima è un romanzo che racconta di personaggi irreali che conducono una vita paradossale e fin troppo estrema. Chi legge si ritrova catapultato in una trama a cui non vuole credere, pensando fino all’ultimo che non possa essere vero ciò che sta leggendo. La sete di giustizia, la voglia incondizionata di amore, l’insoddisfazione personale ma soprattutto la pazzia possono trasformare un uomo in una belva spietata che è capace di tutto, anche di trasformare un condominio in un giustiziere impunito. E allora viene da chiedersi se quei personaggi così perfettamente delineati non siano altro che lo specchio della nostra società, che di bizzarro ha tante cose.

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sabato 24 giugno 2017

Cagliari è malata di “servitù turistica”: chi arriva è più importante di chi ci vive - Giorgio Todde

“Cagliari, che vuole diventare città modernissima, ha distrutto e distrugge l’antico ed è al presente qualcosa di ibrido, di scomposto…”.Raffa Garzia (1917)

A Cagliari abbiamo annientato le cose più belle. Senza nessuna cognizione del valore che distruggevamo. Accade spesso con le cose e le persone amate.                                                                       E ora alla città mancano tanti “pezzi”, ma rimane la meraviglia del sito naturale, anche se alterato da azioni sciagurate.
Credevamo, sino a pochi decenni fa, di essere invisibili. Sbagliavamo. E qualcuno sentiva la città – l’intera isola, si può dire – come inadeguata al mondo che c’appariva al cinema, in tivvù o passando il mare.
Poi ci siamo accorti che qualcuno ci guardava. Allora agitazione, apprensione, panico.
Beh, quest’ansia ha causato molti guai.
Ci siamo concessi l’attestato di vivere in relazione con il mondo solo quando la nostra esistenza è stata riconosciuta da altri. Siamo arrivati ad essere ossessionati dalla visibilità. Ma ne è derivata una preoccupazione da inadeguatezza che si è manifestata in tanti modi.
E questa angoscia, tra altre conseguenze, ci ha condotto in pochi anni alla malattia da servitù turistica per la quale la città non è importante per chi la abita ma assume un valore solo se c’arriva qualcuno. Anche se sbarca involontariamente, come capita ai croceristi dirottati qui perché l’Africa fa paura.
Nei nostri giornali e nella solitudine dei cosiddetti social il rovinoso turismo croceristico di mezza giornata – descritto come dannoso in molta letteratura – viene raccontato con toni epici. Ci hanno visto, ci hanno visto! Arrivano! Gridano giornali ed eremiti della tastiera. Panico. Attraccano, attraccano!
Ed esiste perfino qualcuno che, per la cosiddetta visibilità, moltiplicherebbe i moli, farebbe saltare con la dinamite i fondali per accogliere altre navi e altri croceristi sgomenti che spesso chiedono in che città si trovano.
Tra le conseguenze di questo stato d’ansia c’è anche un indimenticabile consigliere comunale che ha perfino proposto di far trovare ai turisti un uomo e un asinello come infopoint. Altri non volevano gli asinelli e hanno proposto gruppi folk oppure mamuthones. Tale è la gratitudine nei confronti di chi ci guarda anche solo per qualche oretta.
Per questa nuova e antica malattia prevale un’idea meschina di città che deve essere in ordine e imbellettata perché arrivano gli ospiti “illustri”, mica perché la abitiamo noi. Contegno, decoro, non facciamoci riconoscere, una messa in scena di Miseria e nobiltà. E il decoro, si sa, è l’inizio di una china molto scivolosa.
Insomma, vince l’idea infantile e sottomessa che noi siamo qui per essere guardati da qualcuno.
Beh, ci deve essere accaduta qualcosa da bambini, magari la mamma non ci guardava e il desiderio di essere visti ci ha trasformato in narcisi al contrario, disposti a specchiarsi non in sé ma in altri. Si vede che la madre città, la madre isola ci trascuravano.
Ed esiste anche un sintomo opposto della stessa malattia. Qualcuno che va a vedere i poveri croceristi quando sbarcano e si sparpagliano nelle vie. Qualcuno che si emoziona, li fotografa perfino. Insomma, i turisti guardano la città e noi guardiamo i turisti, studiamo trepidanti le reazioni, aspettiamo pagelle.
Ma l’essere monocellulare che è il turista, quello immaginato nelle BIT – borsa italiana per il turismo – si comporta come i presentatori che ovunque vadano declamano “sono contento di essere in questa bellissima città”. Allora gli indigeni festanti applaudono.
Aspettavamo uno sguardo, un segno di considerazione. E ora che altri “certificano” la bellezza della città abbiamo preso pure una certa baldanza.
Così siamo passati dall’idea pericolosa di inadeguatezza all’idea, ancora più pericolosa, di essere unici, centrali, capitale del mare nel quale pensavamo di essere naufragati sino a qualche decina di anni fa.
Il passaggio da una considerazione di sé come carenti e arretrati a uno smisurato orgoglio è una condizione sociale bipolare pericolosa.
Però adesso cosa mostriamo se la bellezza l’abbiamo mezzo cancellata?
La spiaggia luminosa del Poetto trasformata in un campo grigio. Tuvixeddu invisibile, da un lato inaccessibile, dall’altro nascosta da una palazzata orrenda. L’anfiteatro romano danneggiato più in quattro legislature che in due millenni. Ci accingiamo a distruggere il bastione della Santa Croce scavandoci un parcheggio. Il centro storico governato dall’urbanistica dei bar e dalla filosofia della birretta. Il Bastione di Saint Remy trasformato in box doccia perché hanno sollevato il pavimento e montato un parapetto di vetro sennò i turisti precipitano mentre si fanno l’ultimo selfie.
Certo, paesaggi deformati e comportamenti scimmiottati intossicano sino alla cancellazione di ogni identità perché si finisce con l’assumere l’identità dell’altro – essere umano o paesaggio – elevato a modello.
Però lo spirito della città resiste all’orgoglio, figlio pericoloso del complesso di inadeguatezza. E trova i suoi rimedi. La nostalgia, sentimento nobile, la conservazione rispettosa dei luoghi e un loro uso coerente con il passato, custodiscono e rendono forte l’identità che sennò si discioglie in una dozzinale brodaglia. E quando attraccano basterà essere quello che siamo, evitando di trasformarci nei nativi davanti al capitano Cook.

venerdì 25 novembre 2016

Bene gli scambi commerciali con la Cina. Ma non dimentichiamo Weiwei - Giorgio Todde


Molto ricche le riflessioni del sinologo Gian Luca Atzori. Ho imparato molto dal suo ottimo scritto.
Però lo ritengo amnesico, addirittura monco sul tema grande delle libertà fondamentali in Cina, forse perché – ho riflettuto – lo stesso Gian Luca, il quale campa a Pechino, potrebbe avere qualche difficoltà dall’affrontarlo apertamente.
Noi qua, invece, difficoltà non dovremmo averne.
Compreso chi con la Cina combina affari leciti e onesti.
Non compreso, al contrario, chi stabilisce rapporti politici, anche questi ovviamente legittimi. Nella relazione politica è insito l’obbligo di ricordare alcuni aspetti drammatici di quella realtà sconfinata.
Ognuno di noi dovrebbe ricordare il dovere di difendere chi diritti non ne ha e magari è stato perfino convinto di non possederne.
È impossibile dimenticare – lo cito tra tutte le dolorose invocazioni cinesi – il grido metaforico di “Ai Weiwei libero” che arriva da tante parti del pianeta.
La condizione dell’eroico Weiwei è una metafora perfetta di quella realtà orientale di cui nessuno in questi giorni ha parlato in Sardegna. Tutti presi da menù, dolci sardi, latte da esportare e turisti da importare. Attività, s’intende, legittime e, con misura, augurabili.
In tutto il pianeta le mostre e i filmati del valoroso Weiwei, che ha fuso con perfezione orientale vita e arte, raccontano orrori. Perseguitato con crudele precisione dal regime sin dal 1989. Ottantun giorni di carcere nel 2011 in un luogo segreto, il tentativo di deprogrammazione cerebrale con mezzi atroci, una guardia presente sempre, anche nei momenti più intimi. Il suo studio abbattuto con le ruspe e molti altri sistemi di persecuzione. Sorveglianza continua. Infinite forme quotidiane di tortura.
E Weiwei viene in mente, almeno per assonanza, quando si legge che un rappresentante del Governo della nostra isola va nella sede di Huawei – tanto più che privata non è ma, a forte partecipazione dello Stato – per procurare affari.
Una cosa legittima e trasparente e grande occasione di collaborazione tramite il nostro CRS4.
D’altronde si sa che il denaro non ha un odore riconoscibile. Ma si sa pure che Shenzhen è una città fenomenale cresciuta in modo per noi incomprensibile nell’arco di 30 anni. Da borgo di pescatori con poche decine di migliaia di abitanti ad area industriale di oltre dieci milioni di persone. Altro che lo spaesamento di cui parlano gli antropologi, altro che shock sociale. Una migrazione biblica decisa dal governo nel 1978, un mondo anche simbolico non decriptabile.
E ancora, insieme a Weiwei – che è perseguitato nella sua terra dove resiste al supplizio con sublime pazienza buddista e lo volge in bene – vengono alla mente i giornali cinesi censurati e diretti dal Dipartimento della Propaganda. Il web controllatissimo. L’assenza di giornali stranieri nella distribuzione. Padroni dell’informazione, il sogno di ogni regime.
In Italia non va bene sotto questo aspetto, ma in Cina va peggio.
Viene alla mente l’inquinamento intollerabile e privo di regole – ah, quanto ricorda l’intolleranza alle regole di tanti altri Paesi, il nostro compreso – che crea una nube perenne sulla Cina. E chissà quando e come si stabilirà il limite.
Viene alla mente l’acquisto di milioni di chilometri quadri da coltivare in base al principio che chi è padrone del cibo è padrone del mondo. Lo chiamano Landgrabbing ed è l’accapparramento di suoli agricoli da parte di multinazionali. Nella nostra isola ne abbiamo un assaggino. Le serre fotovoltaiche di Narbolia per coltivare roba che crescerebbe da sola sono di proprietà cinese.
Viene alla mente la negazione di molti diritti umani. Viene alla mente un paese dove la pena di morte è mostruosamente praticata. Un paese dove le donne ricevono trattamenti intollerabili come la sterilizzazione forzata.
Ora, questo premesso e mai, ma proprio mai dimenticato, si sa che parliamo di un grande popolo e di una complessità alla quale non possiamo forse accedere con le nostre teste dure. Oltretutto la presenza cinese intorno a noi è prevalentemente produttiva e operosa. E una vaghissima idea di quanto differente sia l’etica del lavoro cinese ce la siamo fatta, nel nostro piccolo, anche noi.
Però la Foxconn con i suoi ritmi di lavoro e i dipendenti suicidi è una realtà incancellabile. Il lavoro a Prato è una realtà. Che i cinesi “non muoiano mai” perché il sistema è misterioso e incontrollabile è un’altra inquietante realtà.
In breve, dimenticare oppure omettere, non esercitare la critica e il dubbio e immaginare un mondo fatto solo dagli affari e non anche da diritti, rappresenta un modo parziale e colpevole di considerare le cose e la vita.
Così l’invocazione Weiwei libero, la sua allegorica persecuzione e la sua reazione titanica all’oppressione e alle torture riemergono continuamente. La richiesta di libertà del grande artista rimane senza risposta e senza risposta rimane anche la domanda di chiarezza a chi intrattiene rapporti politici con quell’immenso Paese.
Chiarezza significa – in questo caso – la separazione tra legittimo scambio commerciale (anche quando è così smisuratamente impari) e il giudizio su un sistema inflessibile. Un organismo che sta sovrastando tutti gli altri ma con forme di sfruttamento e di privazione, con un prezzo all’avvelenamento del pianeta che non possiamo ignorare.
Almeno parliamone. Obiettiamo. Dubbi. Domande. Non omissioni e silenzio.