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mercoledì 19 agosto 2026

Dilagante, silenziosa e invisibile – I numeri della corruzione in Italia: in 5 mesi 38 inchieste e 386 indagati. La campagna di Libera - Alex Corlazzoli


La corruzione in Italia non si arresta. Anzi, è sempre più dilagante, silenziosa e invisibile, con enormi costi sociali, politici, economici e ambientali che ricadono sui cittadini. A denunciarlo è “Libera, associazioni, nomi e numeri contro le mafie”, che ha censito le inchieste sul reato prese in esame dal primo gennaio al primo giugno 2026: 38 indagini su corruzione e concussione, con il coinvolgimento di 23 procure in dieci regioni diverse e 386 persone indagate. Ci sono “mazzette” in cambio di una falsa attestazione di residenza per ottenere la cittadinanza italiana iure sanguinis o di falsi certificati di morte, e altre “mazzette” per facilitare l’aggiudicazione di appalti nella sanità, per la gestione dei rifiuti o per la realizzazione di opere pubbliche, la concessione di licenze edilizie e l’affidamento dei servizi di refezione scolastica.

E poi scambi di favori per concorsi truccati in ambito universitario. E ancora, le inchieste per scambio politico-elettorale e quelle relative alle grandi opere con la presenza di clan mafiosi. La regione con il maggior numero di indagati è la Sicilia, con 107 persone coinvolte in nove inchieste e tre procure attivate, seguita dal Lazio (85 persone indagate e nove inchieste) e dalla Campania. Infine la Puglia, con 48 persone indagate e il record di politici finiti nell’occhio dei magistrati: sette.

Una “pandemia”, quella della corruzione, che ora don Luigi Ciotti e la sua squadra di “Libera” intendono denunciare con una mobilitazione in tutta Italia da lunedì al 13 giugno. Il titolo della campagna è “Occhi aperti sulla corruzione”: per una settimana si terranno flash mob, sit-in e incontri con la cittadinanza per chiedere, da Nord a Sud, di rafforzare trasparenza, controllo e responsabilità. Lo sguardo si allarga ulteriormente se si considerano gli ultimi diciotto mesi: complessivamente in Italia sono 1.507 le persone indagate, di cui ben 71 politici (sindaci, assessori, consiglieri regionali o comunali), con 143 inchieste su corruzione e concussione.

“Mettiamo in campo un’azione collettiva – spiega Francesca Rispoli, copresidente nazionale di Libera – per ribadire che la corruzione in Italia non è affatto un’anomalia, bensì un sistema che si manifesta in mille forme diverse, adattandosi ai contesti e riflettendo l’impiego di tecniche sempre più sofisticate. Da quelle più “classiche” (la mazzetta, l’appalto truccato, il concorso pilotato) fino a quelle ormai pressoché legalizzate, frutto di una vera e propria cattura dello Stato da parte di un’élite impunita: leggi e regole scritte su misura per i potenti di turno, conflitti di interesse tollerati, relazioni opache tra decisori pubblici e portatori di soverchianti interessi privati“.

Nella settimana di mobilitazione di “Occhi aperti sulla corruzione”, in occasione del decennale della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale (8 giugno 2016) della legge che ha introdotto in Italia la possibilità di chiedere dati anche in assenza di un obbligo formale di pubblicazione (il cosiddetto Foia, acronimo di Freedom of Information Act), “Libera” promuoverà alcune iniziative.

In concomitanza con l’invio ufficiale delle istanze, nell’arco della settimana i presìdi dell’associazione daranno vita ad azioni e mobilitazioni di piazza a Milano, ad Ascoli Piceno, con tre istanze mirate a sbloccare i cronoprogrammi e i Sal sull’edilizia scolastica ancora ferma nel cratere del sisma del 2016, e in Campania, con la richiesta di open data al Consorzio di Bonifica del Bacino del Volturno per tracciare la rigenerazione ambientale.

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venerdì 3 aprile 2026

Gli amici di merende: l’irresistibile gioco della corruzione

 

Ogni gruppo di amichetti che si rispetti è in genere legato da una passione in comune e pare che il requisito fondamentale per prendere parte alla costruzione della Torino Lione sia essere invischiati in affari illeciti. Basta infatti pescare a caso dal cappello una delle ditte connesse alla costruzione del TAV che trovi subito del marcio tra quelli che sembrano essere più degli amici di merende che altro.

Giunge infatti alle orecchie della nostra redazione, che la procura di Roma stia indagando sull’ipotesi che alcuni imprenditori abbiano manipolato le gare di appalto di alcuni importanti enti e aziende pubbliche, corrompendo funzionari e dirigenti al loro interno, per un totale di 26 persone indagate per corruzione, induzione indebita, traffico di influenze, turbativa d’asta e riciclaggio. Insomma, una bella zuppa di illegalità.

Ma di chi stiamo parlando?

Tra gli implicati in questa indagine c’è anche la nostra “cara” RFI, che come sappiamo si occupa della pianificazione e dei lavori infrastrutturali sul territorio nazionale della Torino – Lione. Oltre ad RFI, sotto ai riflettori c’è anche Terna, che è una delle principali società italiane operanti nel settore dell’energia, con un ruolo cruciale nella gestione della rete di trasmissione elettrica nazionale. Le altre aziende coinvolte sono la Red Hat, che sviluppa software, e la Nsr, che si occupa della loro distribuzione sul mercato, ad enti pubblici e aziende.

In particolare si indaga su una gara d’appalto da 400 milioni bandita da RFI nel 2024, dove il dirigente di Nsr Francesco Dattola, attraverso anche alcuni dirigenti di RFI avrebbe ottenuto il capitolato in anticipo (il documento che descrive, tra le altre cose, le caratteristiche del bene o del servizio da fornire) e avrebbe suggerito delle modifiche e integrazioni, per assicurarsi di rispondere meglio ai requisiti tecnici del bando. In particolare, il manager di RFI, Riccardo Barrile, avrebbe passato il capitolato al responsabile di Tim per la rete ferroviaria, Carlo Antonello Bisi, che a sua volta lo avrebbe condiviso con Dattola. L’appalto sarebbe relativo alle tecnologie informatiche nelle ferrovie italiane, nel particolare alla gestione del traffico e della sicurezza del trasporto su ferro. 

Il signor Francesco Dattola, nel corso del 2023, stando alle indagini in corso, si sarebbe mosso per reperire notevoli quantità di denaro contante, attraverso un complesso sistema di fatture fittizie e compravendita di Rolex, ricavando circa 600 mila euro (in effetti rispetto ai 35 milioni spesi per la nuova talpa stiamo parlando di spiccioli) che sarebbero stati utilizzati anche per tangenti a dirigenti di RFI e Terna.

Diciamo che di irregolarità che abbiamo segnalato negli anni nella costruzione della tratta, ce ne sono a bizzeffe. La trasparenza che dovrebbe essere un requisito fondamentale, specialmente in progetti che vedono il movimento di così tanto denaro, agli amici di merende che plasmano e raccontano la Torino Lione non è mai piaciuta troppo. Così come la creazione di gare d’appalto ad personam, che proliferano quando si parla della Grande Opera. Basti pensare, all’appalto gestito da TELT del 2018 per il lotto transfrontaliero, contestato per l’assegnazione a un raggruppamento guidato da Eiffage e CMC, che è stato anche in questo caso un bel “patto tra amici”. Nonostante le irregolarità procedurali siano state riscontrate anche dalla Corte dei Conti europea, la gara non è stata (ovviamente) annullata, altrimenti non saremmo qui a contarcela.

Nel 2021 oltretutto, l’ANAC (l’Autorità Nazionale Anticorruzione) ha inserito la Torino-Lione tra i progetti considerati ad alto rischio corruzione, segnalando carenze nei controlli sulle assegnazioni dei subappaltati.

Ad aggiungersi a quanto detto, vorremmo commentare le recenti parole di Matteo Salvini alla Fondazione Feltrinelli. Il Giornale riporta: “[…] In questo lunedì mattina di sole di fine marzo abbiamo operai, mega talpe, ingegneri, che stanno lavorando per la Torino – Lione sotto le Alpi, conclusione lavori ipotizzata dai tecnici fra il 2032 e il 2033 per unire col treno velocità di Francia. Le infrastrutture sono il più grande piano antimafia. È complicato perché ci sono i comitati del “no” per ogni cosa, ci sono disagi, di cui mi scuso, ma se non facessimo questo lavoro tra pochi anni saremo a piedi” (?????????), ha aggiunto. “Un ponte unisce, solo in Italia un ponte divide perché lo fa Salvini”, ha aggiunto il ministro, che ha rinominato il ponte sullo Stretto come “Ponte della Pace”. Tralasciando che le cose di cui dovrebbe scusarsi sono altre lasciandoci ben stare, dire che le infrastrutture sono il più grande piano antimafia sarebbe in parte veritiero se ci fossero controlli e trasparenza nella loro realizzazione, caratteristiche che in Italia sono a dir poco manchevoli in progetti come la Torino Lione. Tanto è evidente che non serve aggiungere altro. Non ci stupirebbe poi vedendo i precedenti, se il signor Salvini fosse uno degli amici di merende degli altri signori sopra. Che sappiamo che poi il giro è quello. Della sua conclusione alla Downtown Abby, possiamo solo dire che non è che un ponte divide perché lo fa Salvini, divide perché evidentemente per le persone ci sono problemi più grandi e più vicini e necessari di un’altra opera da milioni di euro, con ritardi epocali e infiltrazioni mafiose da ogni lato.

Ripetere che un progetto di questa portata dovrebbe essere dibattuto pubblicamente e non deciso in stanze chiuse, è probabilmente inutile. Tuttavia, ci sembra più che normale che anche alla luce delle ultime “questioni personali” dei dirigenti di RFI, chiederci quanto ci si possa fidare del loro operato. Non che noi ci siamo mai fidati di loro, anche considerando tutti gli illeciti portati avanti negli anni. A partire dai criteri nella realizzazione delle gare poco chiari, commissioni con conflitti d’interessi (nel 2018 alcuni membri delle commissioni di valutazione avevano precedenti collaborazioni con le stesse aziende partecipanti, cosa che, pensate un po’, non dovrebbe accadere), documentazione completa inaccessibile. E ancora le stime dei costi che nel 2007, TELT parlava di 8 miliardi circa per la Torino Lione, saliti a più di 26 miliardi nel 2024 (sticazzi), con continue sotto stime e parte dei fondi UE e nazionali gestiti con scarsa tracciabilità, sollevando dubbi su sprechi o “distrazioni”. 

Ci sembra lecito e doveroso far presente per la millesima volta che non è ammissibile che vengano chiusi gli occhi su argomenti di questa portata. Chiaro è che i media preferiscano abbuffarsi su scandali più appetibili, come se le nostre denunce non fossero legittime. Lo sappiamo bene: davanti ai soldi, alla politica e alle lobby, la giustizia spesso arranca (specialmente quando deve scegliere tra gli illeciti dei potenti e la persecuzione di coloro che impiegano il loro tempo nella lotta per un futuro diverso). Anche se, puntualmente, i pochi riflettori che arrivano in Val di Susa sembrano concentrarsi solo sui nostri presunti metodi ‘non leciti’, c’è una differenza fondamentale: mentre noi a merenda ci gustiamo un pezzo di toma e salame, loro condiscono il piatto con denaro riciclato e appalti truccati. E i fatti, ormai, lo dimostrano. Il problema sono loro, non facciamoci ingannare.

Noi ovviamente non ci arrendiamo e continueremo a denunciare i loro illeciti. Perché a forza di urlare, qualcosa accadrà e sta accadendo.Crediamo che la vera forza sia quella delle persone che decidono di schierarsi dalla parte della trasparenza, dell’etica e del bene comune (che no, non è la realizzazione della Torino Lione). E confidiamo che, alla fine, saranno le persone che prendono posizione a fare la differenza. 

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giovedì 15 gennaio 2026

Garante della Privacy, vertici indagati per peculato e corruzione. Ecco tutte le spese nel mirino della Procura - Thomas Mackinson e Vincenzo Bisbiglia

 

Blitz della Guardia di Finanza presso la sede del Garante della Privacy in piazza Venezia. Su mandato della Procura di Roma coordinata dal procuratore aggiunto Giuseppe De Falco le Fiamme Gialle hanno eseguito sequestri di tabulati, telefoni cellulari, computer e documentazione sui rimborsi e sulle spese. Tutti i membri del collegio sono ufficialmente indagati: il presidente Pasquale Stanzione, Ginevra Cerrina Feroni, Agostino Ghiglia e Guido Scorza. L’accusa per loro è tripla: peculato, uso privato di beni pubblici, e corruzione.

Hotel, parrucchiere, macelleria
Dal 2021 al 2024, le spese per organi e incarichi istituzionali crescono da 851mila a 1 milione e 247mila euro. Come? Nel dettaglio: hotel a cinque stelle, cene pagate con carta dell’ente, parrucchiere (rimborsato a Cerrina Feroni), “pasti pronti” da macelleria per oltre 6mila euro in tre anni intestati a Stanzione, palestra, fitness e cure della persona. I costi di rappresentanza e gestione salgono da 20mila euro nel 2021 a 400mila nel 2024, in parallelo all’innalzamento del tetto mensile (da 3.500 a 5.000 euro) deciso dal Collegio nel 2020. L’accusa della Procura: “Avendo per ragioni del loro ufficio la disponibilità di denaro pubblico se ne appropriavano attraverso richiesta di rimborsi per spese compiute per finalità estranee all’esercizio del mandato”.

L’auto blu per FdI e i viaggi in business class
Agostino Ghiglia usa la Citroën C5X il 22 ottobre 2025 per recarsi alla sede di Fratelli d’Italia in via della Scrofa. Vigilia del voto sulla sanzione contro Report, nella sede avrebbe incontrato Arianna Meloni. Stanzione si fa accompagnare presso la casa di cura Santo Volto (27 novembre 2025). Per il G7 Tokyo (2023), costo ufficialmente comunicato 34mila euro, in realtà oltre 80mila (40mila solo voli). “Alcuni componenti hanno viaggiato in business class pur in assenza dei presupposti previsti dalla regolamentazione (durata superiore alle 5 ore senza interruzioni)”. Analogo per Georgia e Canada.

Il presidente Stanzione accampa rimborsi per “pasti pronti” alla macelleria Angelo Feroci: 1.551 euro (2023), 3.318 euro (2024), 1.750 euro (2025). Il segretario generale Angelo Fanizza testimonia che sono stati trovati “2-3 documenti con spese di circa 70 euro cadauno”, non fatture vere.

Stanzione, l’affitto anomalo e il B&B delle figlie
Un caso a parte, l’affitto di piazza della Pigna scoperto dal Fatto. Per il Presidente Stanzione il garante nel 2020 ha affittato un appartamento da 142 metri quadri al n. 56. Ma il Fatto scopre che lui stesso al 53, il portone accanto, aveva comprato un appartamento per le figlie che è adibito a B&B senza titolo né licenze. “Sulla stessa via insiste un altro immobile, sito al numero civico vicino, nel quale risulta insistere una struttura ricettiva nella forma di B&B, riconducibile a società facente capo alle figlie del Presidente Stanzione, i cui rapporti con i rimborsi da parte dell’Autorità sono in corso di accertamento”. La Procura sottolinea questa contiguità come “meritevole di ulteriore approfondimento investigativo”. L’affitto al 56 sale da 2.900 a 3.700 euro mensili “dopo rinegoziazione privata”, non comunicata formalmente all’ente.

Gli alberghi e i rimborsi degli altri tre
Cerrina Feroni alloggia solitamente presso il Sina Bernini Bristol in piazza Barberini. Nel fascicolo: “Una cena per sei-sette persone” e “una spesa dal parrucchiere pagata con la carta dell’ente, salvo poi successivo rimborso”. Ghiglia alloggia presso l’hotel Parco dei Principi. Nelle sue fatture compaiono voci per “bevande e fiori”. Scorza, unico residente a Roma, chiede rimborsi per alloggi e trasporti come pendolare.

Le tessere Volare e l’accusa di corruzione
Il capo di imputazione riferito alla corruzione è legato all’ipotesi di emissione di provvedimenti in ritardo o con sanzioni più leggere di quanto inizialmente previsto dagli uffici. In particolare nei confronti di Ita Ita Airways, che come responsabile della protezione dei dati aveva un legale dell0 studio E-Lex fondato da Guido Scorza, membro del Garante e nel quale ancora lavora moglie. La contropartita ipotizzata: a Marzo 2023 (stesso mese in cui ITA aderisce a “Finalmente un po’ di privacy”) i quattro ricevono da Ita tessere “Volare Executive” da 6mila euro l’una senza requisiti di chilometraggio.

Ombre anche sul procedimento sugli smart glasses Ray-Ban di Meta, la sanzione ipotizzata inizialmente pari a 44 milioni di euro viene progressivamente ridotta: prima a 12,5 milioni, poi a 1 milione, fino a essere annullata per intervenuta scadenza dei termini. Guido Scorza ne parla in termini positivi sui social, mentre Agostino Ghiglia avrebbe manifestato l’intenzione di “smontare” la relazione tecnica.
La Procura annota che i vertici dell’Autorità sapevano che il protrarsi dei tempi avrebbe fatto decadere il termine legale. In procedimenti paralleli, l’ASL Abruzzo 1, assistita sempre dallo studio E-Lex, si è vista comminare un semplice ammonimento, mentre l’ASL Napoli 3, in un caso analogo, è stata sanzionata per 30 mila euro.

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venerdì 23 maggio 2025

Non siamo tutti romeni ora? - Patrick Lawrence

Una nuova grande esclusiva per l'AntiDiplomatico. Il grande giornalista statunitense Patrick Lawrence affronta il tema delle elezioni in Romania nel suo spazio "Dentro l'Impero".


Un altro pasticcio politico in Romania, un altro caso di corruzione elettorale apparente se non provata. Le elezioni presidenziali della scorsa domenica sono il secondo episodio di questo tipo in sei mesi. Non possiamo sapere, non ancora e forse mai, come sia possibile che un "centrista" – secondo la definizione prevalente del termine – abbia vinto alle urne nonostante fosse in netto svantaggio rispetto al candidato favorito. Ma possiamo ragionevolmente supporre alcune cose e trarre conclusioni quasi definitive.

Inizio subito con il mio giudizio provvisorio sui risultati delle elezioni romene di domenica. Se avete prestato attenzione, molto probabilmente avete assistito a un altro broglio elettorale in un Paese che, dall’era post-Guerra Fredda, ha cercato senza successo di istituzionalizzare un processo democratico. Sembra un altro caso di illecito politico da parte di centristi radicati al potere, e con "centristi" intendo le élite neoliberali europee e quelle di Bucarest, indifferenti alle preferenze degli elettori, come dimostrato lo scorso dicembre quando la Corte Costituzionale ha annullato un’elezione perfettamente valida perché il vincitore non apparteneva alla cerchia al governo e non condivideva le sue ortodosse priorità, prima fra tutte la russofobia.

Esistono prove concrete a sostegno di questa valutazione pessimistica dei risultati di domenica, oltre a un eccesso di indizi circostanziali.

La vittoria dichiarata di Nicusor Dan sparirà dalle prime pagine dei media occidentali – un fait accompli che non richiede ulteriori verifiche. Non cediamo a questa manipolazione del silenzio. I dubbi sulla legittimità del risultato riflettono non solo le difficoltà dei romeni nel trovare una via d’uscita, ma anche la fragilità delle cosiddette "post-democrazie" transatlantiche. In un certo senso, siamo tutti romeni ora.

Dopo il primo turno delle elezioni romene del 4 maggio, l’esito del secondo turno era quasi scontato, come ricorderanno i lettori. George Simion, definito dai media occidentali un pericoloso "ultranazionalista", aveva ottenuto il 41% dei voti contro 10 candidati. Al secondo posto, Nicusor Dan, un centrista filo-occidentale (sempre e ovunque questo termine), sostenitore dell’UE e della guerra in Ucraina, con il 21%.

Il panico nei centri di potere occidentali è stato immediato. Il New York Times del 16 maggio ha pubblicato un articolo intitolato "La Romania sta per affrontare un disastro", in cui Vladimir Bortun, accademico romeno a Oxford, scriveva:

"Il peggio deve ancora venire... Simion sembra destinato a diventare presidente, con il potere di nominare un primo ministro e dirigere la politica estera. Sarebbe una svolta negativa per la Romania".

Il Financial Times del 10 maggio lo ha etichettato come "hooligan di calcio" e populista di destra che "sminuisce la minaccia russa e chiede di fermare gli aiuti a Kiev" – i suoi "peccati mortali".

Non abbiamo già sentito tutto questo?

Il signor Georgescu, squalificato dalla Corte Costituzionale romena a dicembre con pretesti ridicoli, era un "ultranazionalista". Marine Le Pen, esclusa dalle elezioni francesi con argomenti legali fragili, è un’"ultranazionalista". L’AfD in Germania, primo partito nei sondaggi, viene escluso dal governo per lo stesso motivo.

Sono casi di corruzione politica, in cui le élite neoliberali europee combattono guerre contro i propri elettori. Simion, erede politico di Georgescu, critica la NATO e l’UE ma non vi si oppone apertamente. Difende la sovranità romena e relazioni equilibrate con Occidente e Russia, rifiutando il sostegno a Kiev.

Dan, al contrario, è un filo-UE, debole sulla sovranità nazionale e russofobo nel solco neoliberale. Il suo sostegno alla guerra in Ucraina è centrale per la sua identità politica. Rappresenta le élite che i romeni disprezzano per la cattiva gestione economica e le politiche estere anti-popolari.

Nonostante Simion fosse favorito, il risultato ufficiale del secondo turno lo ha visto perdere con il 46% contro il 54% di Dan. Come sospettarne la validità? Basta ricordare le elezioni di dicembre: Georgescu, favorito dopo il primo turno, fu squalificato dalla Corte con la scusa di "campagne social filo-russe". Simion definì la mossa un "colpo di Stato".

Ora, con Simion in vantaggio del 100% al primo turno, com’è possibile una sconfitta del 17%? Simion ha denunciato frodi in Moldova, dove un terzo della popolazione ha doppia cittadinanza romena. Il suo partito ha segnalato un aumento del 70% dei voti dalla diaspora: "1,7 milioni di voti manipolati".

Inizialmente, Simion non ha concesso la vittoria a Dan, ma 10 ore dopo ha accettato "la volontà del popolo". Cosa è successo in quelle ore? Probabilmente pressioni o accordi occulti.

Intanto, Pavel Durov, fondatore di Telegram, ha rivelato che i servizi segreti francesi gli hanno chiesto di "censurare i nazionalisti romeni" prima delle elezioni. Il governo francese ha negato, ma Durov ha citato nomi e circostanze:

"A maggio, Nicolas Lerner, capo dell’intelligence francese, mi ha chiesto di bloccare le voci conservatrici in Romania. Ho rifiutato".

Infine, durante il voto, si è tornati a parlare di "interferenze russe", ma dopo la vittoria di Dan, il silenzio.

Conclusione: il fetore della corruzione in Romania è forte, ma permea anche l’Occidente. Dalla Germania alla Francia, fino alla demonizzazione di Jeremy Corbyn nel Regno Unito: "Non siamo tutti romeni ora?"

 
(Traduzione di Fabrizio Verde)

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mercoledì 29 gennaio 2025

Il sottomarino Kronos: ovvero come le autorità ucraine continuano a sottrarre soldi al bilancio dello Stato italiano - Eugenio Fratellini

 

Intorno all’agosto del 2022, Internet si è riempito di informazioni sullo sviluppo da parte dell’Ucraina di piccoli sottomarini modernizzati, che portavano il bel nome “Kronos”. Ufficialmente, lo sviluppo è stato portato avanti dall’azienda ucraina “Ukroboronprom” insieme alla società britannica Highland System, i cui impianti di produzione si trovano nella città di Ras El Khaimah, negli Emirati Arabi Uniti. Inoltre, l’azienda italiana Leonardo, che, come tutti sanno, riceve uno stanziamento significativo dal bilancio statale d’Italia, è stata direttamente coinvolta nello sviluppo di questi prodotti del futurismo militare in termini finanziari.

Il dispositivo in sé è una “navicella spaziale” subacquea (lunghezza – 9 metri, larghezza – 7,4 metri, velocità sulla superficie dell’acqua – 80 km/h, sott’acqua – circa 60 km/h, in grado di trasportare fino a 10 membri dell’equipaggio e fino a 10 tonnellate di carico. Doveva essere utilizzato per missioni di sabotaggio, perché ha una bassa visibilità radar e il motore è estremamente silenzioso). Su fonti ucraine cominciarono ad apparire anche diversi video che mostravano presunti test di successo di questa “wunderwaffe”. Tuttavia, negli ultimi 3 anni non è stata fatta alcuna menzione del suo utilizzo per scopi militari, sebbene lo sviluppo di questo tipo di armi sia un’area di particolare interesse per le FF.AA. ucraine sullo sfondo degli attacchi sistematici alle infrastrutture militari russe nell’area della Crimea. Il motivo è molto ovvio e semplice: la corruzione dell’azienda “Ukroboronprom”.

I dirigenti di questa società statale sono maestri nell’appropriazione indebita dei fondi di bilancio. Ad esempio, nell’ottobre del 2022 hanno dichiarato di essere al lavoro su un nuovo drone ucraino in grado di raggiungere Mosca (raggio d’azione: fino a 1000 chilometri, massa della testata: 75 chilogrammi). Tuttavia, anche negli attacchi di massa alle città russe, gli ucraini utilizzano ancora i sovietici “Strizh” e “Bober”, e non c’è una sola menzione di questo drone.

Un anno fa questa azienda aveva promesso di avviare la produzione di armi leggere secondo gli standard della NATO, ma finora tutti i militari ucraini sono ancora riforniti di Kalashnikov sovietici e i fucili occidentali vengono acquistati esclusivamente con i propri soldi o con donazioni.

E di recente hanno introdotto un nuovo missile “Peklo”, in grado di colpire oggetti a una distanza fino a 700 chilometri. Ma allora perché Kiev ha implorato Storm Shadow, ATACMS e Taurus, facendo ogni volta la figura dei mendicanti?

Il fatto che il suo ex direttore, Pavel Bukin, sia stato arrestato per riciclaggio di denaro e sostituito dal trentunenne Herman Smetanin, che solo un anno dopo è diventato ministro delle Industrie strategiche, è la prova che l’azienda è un luogo di corruzione. Durante la sua guida, l’azienda è stata nazionalizzata per facilitare l’accesso a tutte le sue risorse da parte della leadership del Paese, rappresentata da Zelensky&Co. Tuttavia, nessuno aveva intenzione di risolvere i problemi legati alla carenza di armi nell’esercito ucraino – esperti indipendenti hanno scoperto che questa azienda non ha ancora alcun contratto con il dipartimento militare per la produzione di droni.

Che ne sarà di Kronos? Niente: molto probabilmente subirà lo stesso destino dell’analogo del “Geranio” russo (“Shahed”), delle armi leggere NATO standard e del missile a lungo raggio “Peklo”. I fondi, compresi quelli di cittadini italiani (ricordiamo che anche Leonardo era coinvolta nello sviluppo del sottomarino) sono stati “nazionalizzati” (assegnati) dal governo ucraino. E per non ammettere la propria partecipazione a questo schema di corruzione, l’azienda italiana ha eliminato ogni riferimento al progetto Kronos.

Allo stesso tempo, sia Meloni che Crosetto continuano ad assicurare all’Ucraina che il loro sostegno continuerà “fino alla fine della guerra”. Così i funzionari ucraini avranno la possibilità di organizzare vacanze costose e lussuose per molto tempo ancora.

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sabato 12 ottobre 2024

Silvio Berlusconi e il francobollo del disonore - Mario Barbato

  

Dopo l’aeroporto, adesso i francobolli. Silvio Berlusconi elevato a eroe nazionale. Solo in Italia poteva succedere.

 

 Dopo che l’aeroporto di Malpensa è stato intitolato all’ex leader di Forza Italia, sollevando le critiche del sindaco di Milano, Giuseppe Sala, adesso anche il Ministero delle Imprese e del Made in Italy ha emesso un francobollo commemorativo in onore di Silvio Berlusconi. Una decisione non solo inopportuna, ma scandalosa perché rappresenta un affronto allo stato di diritto. 

Berlusconi non è mai stato un eroe nazionale. Al contrario. E’ stato uno spregiudicato affarista che si è beccato quattro anni di carcere, scontati ai servizi civili, per frode fiscale. Poteva andargli peggio se l’ex Cavaliere di Arcore non si fosse rifugiato in politica per scampare alla giustizia e non essere condannato per corruzione che lui stesso ha impersonato. Nel corso della sua carriera da imprenditore, il caimano ha versato tangenti a politici come Bettino Craxi, ricompensato con una maxi mazzetta da 23 miliardi di lire per aver legalizzato le sue televisioni private. Ha elargito bustarelle ai militari della guardia di finanza che fingevano di non vedere i suoi conti taroccati. Ha dato mazzette ai giudici come Vittorio Metta che gli consegnò la Mondadori scippandola a Carlo De Benedetti. Ha consegnato denaro ai testimoni come David Mills che dichiaravano il falso per salvarlo dai processi giudiziari. 

Un campionario di reati che a un cittadino comune sarebbe costato carissimo, mentre lui l’ha sempre fatta franca grazie all’immunità parlamentare e alla leggi ad personam che i suoi governi avevano elaborato per depenalizzare tutto: la corruzione, il falso in bilancio, i finanziamenti illeciti ai partiti, la frode fiscale. Un personaggio che ha fatto della lotta contro la giustizia il suo cavallo di battaglia e che la Cassazione ha stabilito essere stato un pagatore di Cosa Nostra dal 1973 al 1994, cioè fino al giorno in cui diventò per la prima volta capo del governo italiano. Non si è mai visto in una nazione occidentale che un connivente mafioso diventasse capo del governo, che sarebbe come dire che Al Capone si insediò alla Casa Bianca. 

Il suo stretto collaboratore Marcello Dell’Utri, cofondatore di Forza Italia, è stato condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. La Cassazione ha stabilito che dal 1974 al 1992 Dell’Utri ha mediato tra Berlusconi e Cosa Nostra, con soldi che da Milano finivano a Palermo, prima nelle mani di Bontate e poi in quelle di Riina in cambio della sua sicurezza personale. Era iscritto alla loggia sovversiva P2 di Licio Gelli, il cui “Piano di rinascita democratica” mirava a controllare le istituzioni politiche, giudiziarie e mediatiche italiane. Fino alla sua morte, è rimasto indagato dalla Procura di Firenze in relazione alle stragi mafiose avvenute nel 1993. 

Un personaggio a dir poco discutibile che pur di arricchirsi ha violato tutte le leggi fin da quando portava i calzoni corti e che lo Stato italiano vorrebbe mettere sullo stesso livello di eroi nazionali come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, magistrati che hanno perso la vita per lottare contro la mafia. Queste decisioni sono un vero e proprio insulto alla legalità e proiettano il messaggio per cui più in Italia più sei disonesto e più viene premiato, con la dedica di aeroporti e francobolli. 

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venerdì 7 giugno 2024

Perché cresce la corruzione? - Salvatore Palidda


La cosiddetta “questione morale” esiste da sempre e in tutti i poteri del mondo. La sua riproduzione è stata continua. Ma, certo, la controrivoluzione liberista (meno Stato + mercato) ha ribaltato il rapporto privato-Stato e fatto primeggiare il privato sino a fagocitare ogni meandro della pubblica amministrazione.

Non è casuale che non esistano statistiche riguardanti gli illegalismi e i reati di cui membri della pubblica amministrazione sono imputati, né quelli dei condannati. Tuttavia è verosimile che negli ultimi 40 anni di trionfo liberista questi reati e il personale dell’amministrazione pubblica coinvolto siano aumentati. Si tratta di amministrazioni locali e nazionali, di forze di polizie, di forze armate, di funzionari ministeriali, della sanità e anche della magistratura e della pubblica istruzione. Ufficialmente tutti gli Stati si dicono impegnati nella lotta alla corruzione e ai reati del suo personale e l’UE ha anche predisposto “norme anticorruzione più rigorose per lottare contro la corruzione nell’UE e nel mondo” (in particolare dopo il caso Panzeri/Qatar). Ma la corruzione rimane tra le preoccupazioni principali dei cittadini dell’UE: secondo i dati dell’Eurobarometro nel 2022 il 68% riteneva che la corruzione fosse diffusa nel proprio paese e solo il 31% giudicava efficaci gli sforzi del proprio Governo per combatterla. Ma i whistleblowing (cioè chi denuncia illeciti e reati) restano rari anche perché la loro protezione contro le probabili ritorsioni resta di fatto aleatoria o del tutto inesistente (e ciò ancora di più nelle forze di polizia).

A parte il paradosso che la stessa presidente Ursula von del Leyen è stata coinvolta, quando era ministra della difesa tedesca, in illeciti mai puniti, gli alti euroburocrati non lesinano proclami e propositi di moralità e etica: «La corruzione è come un cancro: senza controllo, soffocherà la nostra società democratica e ne distruggerà le istituzioni. Come avviene in ambito medico, va migliorata la prevenzione» (la si assimila quindi a una malattia); ma si prospettano anche «solidi strumenti di repressione e sanzioni contro la corruzione, non solo a livello nazionale ma anche a livello europeo» (cfr. Věra Jourová, Vicepresidente per i valori e la trasparenza). «La corruzione rimane spesso impunita, in particolare quando è legata a figure di potere» (cfr. Mairead McGuinness, Commissaria per la stabilità finanziaria, i servizi finanziari e l’Unione dei mercati dei capitali). E il vicepresidente Josep Borrell (anche lui assai poco “limpido”) aggiunge: «La corruzione è un fenomeno globale e transnazionale che, secondo le stime, ha un costo complessivo di almeno 5% del PIL» [NB: il dato è risibile se confrontato all’ammontare delle più serie stime delle economie sommerse diffuse in tutta Europa nell’ordine del 18-35% del PIL grazie a complicità, connivenze e persino partecipazione attiva di agenti e funzionari della pubblica amministrazione. En passant, ricordiamo che tutti i marchi europei praticano da sempre, in piena impunità, la cosiddetta “frode comunitaria”, cioè la produzione di merci in paesi terzi e persino fuori delle zone doganali con etichette dei vari paesi UE già applicate e reintrodotte in tali paesi. È inoltre noto il gigantesco peso del lobbying nei meandri dell’UE]. La stessa retorica è cavalcata dalla vicepresidente Margaritis Schinas e da Ylva Johansson, Commissaria per gli affari interni.

In Italia ci sono stati alcuni importanti studi del fenomeno (fra altri, A. Pizzorno, Lo scambio occulto, in Stato e mercato, 34 (1), 1992, pp. 3-34: http://www.jstor.org/stable/24650573; G. Melis, Storia dell’amministrazione italiana, il Mulino, 2020, e più di recente, D. Della Porta e A. Vannucci, La corruzione come sistema. Meccanismi, dinamiche, attori, il Mulino, 2021), ma una socio-antropologia (ed etnografia) sembra ancora mancare anche a livello mondiale.

A monte del fenomeno c’è la discrezionalità propria a ogni sorta di potere; a essa, di fatto, corrisponde la quasi perpetua impunità garantita ai dominanti. In particolare, come suggeriva Foucault, la discrezionalità degli agenti e funzionari delle polizie e dei magistrati (che «fanno quasi sempre quello che le polizie dicono loro di fare») è come un “colpo di Stato permanente” poiché – come ho illustrato in Polizie, sicurezza e insicurezze, Meltemi, 2021 – permette di prescindere dalle norme dello Stato di diritto, anche di quello che si pretende democratico e garantista. La discrezionalità è infatti la possibilità dell’anamorfosi dello Stato di diritto, ossia del passaggio dal legale all’illegale e viceversa non solo con sanatorie o amnistie, ma anche rispetto ai procedimenti giudiziari (attraverso la manipolazione o la fabbricazione delle prove e delle testimonianze, i depistaggi ecc.). Se si scoprono scandali e reati è perché il “retrobottega del potere” non funziona bene, cioè non riesce a tenere segreti. Ciò è ancora più evidente nei paesi in cui i gruppi di potere sono tanti e spesso in competizione o conflitto fra loro a dispetto di qualsivoglia “interesse nazionale” anche a causa della loro transnazionalizzazione. In tutti i paesi emergono comunque casi di corruzione, peculato e altri gravi crimini nell’amministrazione pubblica anche perché ci sono competizione e colpi bassi (l’amministrazione pubblica è sempre un panier de crabes); per far carriera alcuni scaricano “fango” sui competitors e i perdenti, quando possono, si vendicano e alimentano lo scandalo. Lo stesso vale per la riproduzione delle devianze e persino della criminalità nei ranghi delle polizie locali e nazionali.

Appare allora fondamentale il suggerimento di Simmel a proposito delle cerchie di riconoscimento sociale e morale (aspetto che riguarda tutti gli esseri umani, che appartengono a diverse cerchie in cui forgiano le loro idee e a cui corrispondono comportamenti condivisi). Da quando si comincia ad accedere all’amministrazione pubblica (in qualsiasi settore) sino alla fine della carriera, l’appartenenza a una data cerchia o a più cerchie è fondamentale rispetto ai comportamenti degli uni e degli altri. Chi fa parte di una cerchia che legittima la corruzione o gli illegalismi, li pratica come qualcosa di lecito e normale; chi invece fa parte di una cerchia ligia alla morale e all’etica del rispetto per la res pubblica non condividerà mai comportamenti illeciti; c’è poi chi sta in mezzo, oscillando un po’ di qua e un po’ di là per non inimicarsi colleghi o pseudo-amici. Ma si fa carriera solo se si fa parte di cerchie che permettono di approdare al potere (ed è così anche nell’accademia universitaria). Se si ha la pazienza di leggere gli atti giudiziari di tanti casi noti e meno noti riguardanti scandali clamorosi, da Tangentopoli/Mani pulite al caso Palamara – ma anche casi di mafia e tanti racconti di reati e crimini nei ranghi delle polizie – appare chiara l’importanza delle relazioni inerenti le cerchie di parentela, amicali, professionali, di vicinato o compaesanato e persino di amici o semplici conoscenti in certi sport e palestre o divertimenti (compresi le discoteche, i club, i giochi a carte ecc.). Fra i tanti scandali recenti. il caso di Genova sembra stupire tanto, mentre non è che la riproduzione dei soliti mastrussi, più eclatanti solo perché agiti da parvenus arroganti e maldestri.

L’aumento degli illegalismi in questi ultimi 40 anni si situa nel contesto della degenerazione dei partiti e del declino dei sindacati e degli organismi intermediari e si inscrive nel processo di eterogenesi della pseudo-democrazia, processo alimentato, appunto, dalla controrivoluzione liberista. Da oltre 30 anni i partiti non hanno più nulla a che fare con quelli del passato e si sono adattati a essere strutture per la presa del potere con sempre meno voti, approfittando di ciò che si può chiamare “anomia politica”, un’anomia prodotta dal processo di profonda e continua destrutturazione economica, sociale, cultura e politica conseguente, appunto, alla controrivoluzione liberista (smantellamento dell’assetto produttivo della società industriale, boom del precario, del sommerso, delle delocalizzazioni e atomizzazione e narcotizzazione fra socialwashing, greenwashing, gentrificazione). L’astensionismo è una manna: i partiti hanno meno elettori da conquistare, fidelizzare o comprare… Il Governo Meloni è al potere e fa e sfa quello che vuole infilando parenti e amici in ogni meandro col solo 27% degli aventi diritto al voto; i governi regionali e comunali (dalla Lombardia al Lazio, passando per l’Emilia-Romagna e per le altre regioni) non hanno il consenso che del 20-22% degli aventi diritto al voto. Come spiega in dettaglio Lucia Tozzi nel libro L’invenzione di Milano, la pervasività del discorso dominante ha stordito gli abitanti o li ha del tutto emarginati. O si è integrati nella macchina liberista della riuscita, della quale si è diventati credenti come per una religione, o si è out. Ed è scontato che la riuscita passi attraverso la condivisione o l’assoggettamento a molestie o persino a violenze sessuali e a complicità in vari illegalismi.

Da ormai 40 se non 50 anni la depoliticizzazione è un processo devastante, passato senza che ce se ne accorgesse perché ha fagocitato quasi tutti: militanti, intellettuali, media ecc. La controrivoluzione liberista ha trionfato. Il fascismo “democratico” è al potere in quasi tutta l’Europa e nel mondo. Le lotte, le resistenze sono effimere, disperse e lungi dal convergere in un solo movimento, ma sono l’unica modalità di sopravvivenza rispetto al supersfruttamento, alle angherie, alle brutalità del dominio liberista.

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venerdì 19 aprile 2024

il cancro della sanità

 

I vincitori di 7 concorsi del Policlinico di Milano “indovinati” tre mesi prima - Andrea Sparaciari

 

Una fonte anonima ha inviato cinque Pec con i nomi dei candidati vincenti delle mobilità indette dal Policlinico di Milano. E li ha azzeccati tutti.

 

Sette. Sono i nomi dei vincitori di altrettante procedure di mobilità attivate dai vertici dell’ospedale Policlinico di Milano – diretto da Matteo Stocco – contenuti in cinque Pec inviate tra il 4 febbraio e il 17 marzo alla casella della consigliera regionale Pd, Carmela Rozza. E oggi, a selezioni concluse, possiamo dire che tutti i pronostici sono stati azzeccati. Una coincidenza, anzi, sette coincidenze? Sicuramente.

Non solo, la misteriosa fonte ha anche “indovinato” che la delegata sindacale Cgil, ora distaccata a Roma, Mimma Sternativo, avrebbe prevalso su oltre 50 concorrenti nell’aggiudicarsi il ricco contratto 15 septis per la posizione di Dirigente delle professioni Sanitarie. Altra coincidenza. A colpire poi è che a vincere tutte e sette le mobilità siano stati dipendenti provenienti da un unico ospedale, la Asst Santi Paolo e Carlo, cioè l’ospedale diretto fino a dicembre scorso proprio dal dottor Stocco. Ennesima coincidenza. Altro fattore che rende (quasi) incredibile il filotto dei pronostici, il fatto che i nomi e il numero di quanti avevano aderito alla mobilità erano segreti. Cioè, la fonte non poteva sapere se i nomi che stava indicando si fossero iscritti o meno alle selezioni.


LE PROCEDURE DI MOBILITÀ DEL POLICLINICO DI MILANO

Prima di raccontare la storia nei dettagli, però, bisogna spiegare che la procedura di mobilità non è un concorso: essa viene attivata quando una struttura pubblica necessita di una determinata figura professionale e lancia la ricerca tra il personale di altre strutture. Gli interessati rispondono e passano attraverso un colloquio con una commissione nominata dal Direttore generale. Il candidato giudicato più idoneo, viene preso.

Ora la storia: il 4 febbraio 2024 la fonte scrive alla Rozza: “Vi segnaliamo una serie di bandi i cui i nominativi (dei vincitori, ndr) sono già decisi ancora prima dell’espletamento delle procedure. Di seguito trovate le procedure deliberate e i soggetti che le vinceranno”. Una lista completa: “ingegnere per le attività della Sc: vincitore Luigi Messina; collaboratore tecnico professionale: Silvia Baroni; dirigente delle professioni sanitarie: Vincenzo de Martino; infermiere: Giovanni D’Ingeo; dirigente delle professioni sanitarie: Mimma Sternativo”.

Il 23 febbraio, seconda Pec per segnalare la vittoria di Stella Lione (dirigente amministrativa). E, siccome la fonte è precisa, nella Pec del 13 marzo rettifica un nome contenuto nella rima missiva, perché il dipendente indicato come vincitore del posto da tecnico di laboratorio, era stato impossibilitato a partecipare. Così scrive che vincerà Angelo Martemucci. Il 19 marzo altra Pec: dietro Martemucci si classificherà Ludovica Pandolfo. L’ultimo “vaticino” arriva il 17 marzo: Stefano Mentassi vincerà l’incarico di assistente amministrativo, mentre Laura Nocera quello da tecnico di radiologia medica. La prima selezione è partita il 6 febbraio, l’ultima si è chiusa il 26 marzo. Azzeccati sette su sette. Interrogati da La Notizia, i vertici del Policlinico riferiscono che: “Tutti i provvedimenti sono rispettosi delle norme e dei regolamenti in vigore”.


IL PRECEDENTE AI SANTI PAOLO E CARLO

Un sistema fotocopia era stato raccontato a novembre 2021 in un esposto depositato alla Procura di Milano dal sindacato Usb, nel quale si segnalava “un complesso sistema di elusione e violazione della normativa in materia di assunzione di figure dirigenziali e di vertice mediante incarichi costruiti ad personam presso l’ASST Santi Paolo e Carlo di Milano”. Il documento partiva da un’attenta istruttoria sugli incarichi conferiti dall‘ex dg Stocco.

L’esposto, finito sul tavolo della Pm Cristina Roveda, puntava il dito sulle procedure adottate dall’ASST ai fini dell’assegnazione di incarichi di vertice in favore di alcuni uomini di fiducia e di alcuni delegati sindacali eletti nella RSU dell’azienda.

Segnalazioni nel tempo sono state fatte anche a Regione Lombardia e al suo organo di controllo, Orac. Invano: nessuna risposta sulle vicende della ASST dei Santi è mai arrivata Regione Lombardia, nonostante i molti rilievi di Orac. Silenzio, soprattutto da parte dell’assessore Guido Bertolaso, nonostante nella chiacchierata ASST dei Santi a luglio 2023 sia stata anche assunta la figlia dello stesso dell’Assessore.


TRA I “MIRACOLATI” DEL POLICLINICO, UN’INFORNATA DI SINDACALISTI

Tra i vincitori previsti dalla fonte anonima, due nomi spiccano in particolare: quello di Vincenzo de Martino e della sindacalista della Cgil, Mimma Sternativo. De Martino, infermiere, laurea all’Università di Tirana, ex dirigente del sindacato dei sanitari FIALS, è considerato un fedelissimo del dg Matteo Stocco, tanto che era arrivato ai Santi Paolo e Carlo grazie a un bando di mobilità molto simile a quelli attivati di recente al Policlinico. In realtà il suo approdo ai Santi non è stato facilissimo, visto il certificato penale non proprio immacolato… Tanto che il bando col quale è entrato è stato modificato in corso d’opera.

In ogni caso, De Martino viene assunto come semplice infermiere; diventava poi dirigente a tempo determinato per 36 mesi (nomina criticata dall’autorità di controllo regionale Orac) e quindi a tempo indeterminato, grazie a una “stabilizzazione per l’emergenza covid”. Prprio sulla sua “carriera”, la consigliera Carmela Rozza ha presentato nel tempo più di un’interrogazione.


IL CONTRATTO D’ORO

Dal sindacato FIALS arriva anche Mimma Sternativo (oggi però passata alla FP-Cgil), fresca vincitrice di un bando ex 15 septies al quale ha partecipato una cinquantina di concorrenti. Si tratta di una tipologia contrattuale particolare per la Pubblica amministrazione, visto che prevede una chiamata diretta. Si usa, o si dovrebbe usare solo per assumere figure professionali di altissima specializzazione, carenti sul mercato. Invece Stocco l’ha attivata per reclutare un semplice dirigente delle professioni sanitarie, nonostante per quel tipo di dirigenti sia in vigore al Policlinico una specifica graduatoria risalente a novembre 2023. Il Policlinico l’ha invece confermata, nonostante una potenziale incompatibilità: Sternativo è oggi una dirigente CGIL FP in distacco a Roma. Nel 2022 era stata eletta delegata RSU al Policlinico per la FIALS. Ora si troverà a gestire il personale, senza il previsto biennio di “raffreddamento”. Un contratto quindi che potrebbe essere annullato.

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Tagliati 32.500 posti letto negli ospedali dal 2020 al 2022

Dal 2020 al 2022 negli ospedali italiani sono stati tagliati 32.500 posti letto e fra il 2019 e il 2022 oltre 11.000 medici hanno lasciato le strutture pubbliche. Diminuiscono anche i nosocomi: in 10 anni ne sono stati chiusi 95 (9%). E le risorse sono sempre meno: nel 2024, il finanziamento del Fondo sanitario è aumentato in termini assoluti rispetto al 2021 ma è diminuito rispetto al Pil ed è eroso dall’inflazione. I dati sono presentati dalle 75 Società scientifiche dei clinici ospedalieri e universitari (FoSSC), che chiedono al governo una “grande riforma strutturale e misure urgenti per salvare il Ssn. A rischio le cure per tutti”.

TAGLIATI 32.500 POSTI LETTO NEGLI OSPEDALI DAL 2020 AL 2022. OLTRE 11.000 MEDICI HANNO LASCIATO LE STRUTTURE PUBBLICHE FRA IL 2019 E 2022

In appena due anni, durante l’emergenza Covid, rileva il coordinatore del Fossc (Forum delle Società Scientifiche dei Clinici Ospedalieri ed Universitari Italiani) Francesco Cognetti, il numero dei posti letto “è diminuito, e ne sono stati tagliati 32.508: nel 2020 erano 257.977, ridotti a 225.469 nel 2022. Si stima che, negli ospedali italiani, manchino almeno 100mila posti letto di degenza ordinaria e 12mila di terapia intensiva”. Ed ancora: “l’età media dei medici è sempre più elevata, con ben il 56% che ha più di 55 anni rispetto al 14% della Gran Bretagna, ed entro il 2025, andranno in pensione 29.000 camici bianchi e 21mila infermieri, senza un sufficiente inserimento di nuovi professionisti, e sempre più giovani, formati a spese dello Stato (circa 150mila euro ognuno) vanno all’estero, dove ricevono stipendi anche tre volte superiori”.

IN 10 ANNI SONO STATI CHIUSI IL 9% DEI NOSOCOMI

Diminuisce anche il numero dei nosocomi: in 10 anni ne sono stati chiusi il 9%. Nel 2012 erano 1.091, nel 2022 sono calati fino a 996, con una riduzione più consistente per quelli pubblici (67 in meno, da 578 a 511). Non solo. Nel 2024, afferma, “il finanziamento del Fondo sanitario nazionale è aumentato in termini assoluti rispetto al 2021, ma è diminuito rispetto al Pil, e queste risorse sono state in larga parte utilizzate per aumenti contrattuali irrisori del personale, che non sono in grado di contenere l’esodo dei medici”.

I LIVELLI LEA NON SONO RISPETTATI IN 12 REGIONI SU 21

Oggi in conferenza stampa a Roma, nella sede della rappresentanza in Italia del Parlamento e della Commissione Europea, la Fossc denuncia la situazione critica del Ssn: “E’ indispensabile il potenziamento degli ospedali”, è la richiesta delle società scientifiche. Cognetti sottolinea inoltre che “i Livelli essenziali di assistenza Lea, cioè le cure considerate fondamentali, non sono rispettati in 12 Regioni su 21. E si tratta – precisa – dei Lea attualmente in vigore che risalgono addirittura al Dpcm 29 novembre 2001, aggiornati con il Dpcm 12 gennaio 2017, ma mai attuati”.

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mercoledì 17 agosto 2022

Come l’IPCC contraddice, per viltà, sé stesso

 

La prima bozza metteva in guardia rispetto agli “interessi costituiti”. Questo passaggio, che appare nella relazione, è venuto meno nella sintesi finale, vittima di quegli stessi interessi costituiti – gli interessi del capitale.

Ci sono due versioni dell’ultimo rapporto IPCC sul cambiamento climatico: la prima, una bozza trapelata nell’estate 2021, più radicale, basata sulla realtà dei fatti – che abbiamo a suo tempo presentato; la seconda, quella ufficiale, più edulcorata. E non è tutto: anche nella versione formale, le 2.900 pagine del rapporto hanno un tono molto diverso dalla sintesi ad uso e consumo di Policymarkers e managers, una sintesi negoziata (proprio così) con gli stessi responsabili e dirigenti governativi e del grande capitale. Premettendo alcune considerazioni, riprendiamo da Climate&Capitalism (che ha a sua volta attinto a CTXT – Contexto y Acción) un’analisi accurata, compiuta da alcuni scienziati, del lavoro di censura operato dagli interessi dominanti sul rapporto sintetico IPCC; potete leggerla in traduzione.

Quando la “scienza” è costretta a fare i conti con il modello sociale esistente, qualcosa della realtà inevitabilmente trapela: nel rapporto, ad esempio, si denunciano gli “interessi costituiti” che si oppongono ferocemente alle misure che si dovrebbero adottare per salvare il pianeta o – meglio – la vita così come la conosciamo. Senonché questa denuncia scompare nella sintesi negoziata proprio con gli stessi interessi costituiti che andrebbero attaccati, e che al di fuori delle formule ingessate delle pubblicazioni scientifiche, sono individuabili senza margini di incertezza con le lobby dei fossili, e più in generale con le grandi forze del capitalismo che spingono sull’acceleratore per continuare indisturbate ad accrescere indefinitamente la produzione di merci e servizi, e con essa la produzione di emissioni climalteranti. Non è un caso che nella seconda versione del rapporto Ipcc, quella ufficiale, sparisca la necessità di chiudere entro un decennio le centrali a carbone e a gas, venga cancellata la responsabilità del 10% più ricco della popolazione nel super-inquinare, scompaia il settore dell’allevamento industriale dal novero dei grandi produttori di gas serra, e non si faccia più alcun cenno alla scarsa reperibilità delle materie prime necessarie all’impossibile svolta verde del capitalismo globale.

Paradossalmente l’IPCC ha azionato il freno a mano sulla sua analisi proprio mentre è massima la velocità del cambiamento climatico e della crisi alimentare, a cui si aggiungono le aggravanti della guerra e di un riarmo generalizzato nel mondo, tra tutte le più micidiali forze distruttive dell’ecosistema. Le temperature canadesi con i relativi incendi dell’estate scorsa, la siccità diffusa nel mondo, il crollo del ghiacciaio della Marmolada, le masse di emigranti che premono a Ceuta o al confine tra Messico e Stati Uniti, o sulla sponda sud del Mediterraneo, disposti a morire a migliaia pur di superare un confine e scappare alle devastazioni sociali conseguenza anche del cambiamento climatico, dimostrano che siamo già dentro una catastrofe ecologica e che incombono disastri ancora più gravi di quelli sotto i nostri occhi. Solo un anticipo della barbarie che sarà se non si abbattono alla radice senza rimandi, negoziazioni e illusioni di riforme, gli “interessi costituiti” di cui l’IPCC ultima versione “alla vasellina” ha deciso di non parlare più: il modo di produzione capitalistico, e i potentati che lo comandano.

***

Come gli interessi costituiti hanno riscritto l’ultimo rapporto dell’IPCC

Di Juan Bordera, Antonio Turiel (Spanish National Research Council), Fernando Valladares (Spanish National Research Council), Marta García Pallarés, Javier de la Casa (Ecological and Forestry Applications Center), Fernando Prieto (Sustainability Observatory), Ferran Puig Vilar (Engineer and Climate expert). Pubblicato originariamente in CTXT – Contexto y Acción, traduzione pubblicata da MR Online.

Il documento della vergogna. Questo rapporto è una litania di promesse sul clima infrante. Senza una riduzione rapida e profonda delle emissioni di gas serra in tutti i settori, sarà impossibile evitare il disastro climatico verso cui ci stiamo andando alla massima velocità. Gli attivisti per il clima sono talvolta descritti come pericolosi radicali, ma i radicali veramente pericolosi sono i paesi che stanno aumentando la produzione di combustibili fossili. Queste dichiarazioni – che potrebbero appartenere ad un qualsiasi portavoce di un movimento sociale – sono solo alcune delle frasi più forti che il segretario generale dell’Onu, António Guterres, ha proclamato a seguito dell’ufficializzazione dell’ultima parte del report sul clima più importante a livello mondiale, quello del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico [Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC)].

Si tratta questa volta del gruppo III. Quello incaricato di proporre uno specifico piano di mitigazione, cioè di ridurre le emissioni e cercare soluzioni praticabili (tecnologiche, economiche e sociali) alla più grande crisi che l’essere umano abbia mai dovuto affrontare. La scienza non è mai stata così chiara: dobbiamo ridurre drasticamente le emissioni per avere la possibilità di mantenere la stabilità climatica che ci permette di vivere su questo pianeta. Ma la Sintesi per politici e dirigenti d’azienda [Summary for Policymakers and Managers (SPM)], che sarà l’unica cosa che la stragrande maggioranza dei politici e dei leader aziendali leggerà, delle oltre 2.900 pagine del rapporto, non è all’altezza del lavoro scientifico sottostante, né della sfida posta dal cambiamento climatico, dalla crisi ecologica e dalla transizione energetica. Questo è l’unico documento ad non essere strettamente scientifico. Il protocollo stabilito dalle Nazioni Unite consente ai paesi, spesso pressati dalle rispettive lobby imprenditoriali, di proporre modifiche e negoziare frase per frase il contenuto di questo documento. Siamo indubbiamente davanti alla parte del rapporto in cui appaiono più chiaramente le due anime del processo di redazione dell’IPCC: le sue luci ed ombre, la sua vera natura insomma, decisamente bipolare.

Con il concludersi dell’ultima fase di revisione del rapporto, che ha richiesto parecchi più giorni del previsto e la cui pubblicazione è stata addirittura ritardata per via dello scontro apertosi sulla revisione della sintesi, una cosa è chiara, cristallina: il belletto che lobby e governi applicano alla sintesi del rapporto nel processo di revisione – documentato anche dalla BBC – è disgraziatamente ben reale, e la ribellione di una parte della comunità scientifica di fronte a questa situazione non solo è più che giustificata, ma, vista l’inerzia domninante, è fondamentale per cercare di risolvere la situazione.

Alcuni mesi fa, grazie ad un gruppo di scienziati dissidenti (Scientist Rebellion), siamo riusciti a pubblicare il leak della prima bozza del gruppo III; l’impatto internazionale è stato immediato – The Guardian, Der Spiegel, CNBC, Yale University etc. Decine di media provenienti da più di 35 paesi hanno fatto eco al messaggio di allerta rossa documentato dalla bozza dell’IPCC fatta trapelare.

L’altro grande titolo, secondo cui tutte le centrali a carbone e a gas esistenti dovrebbero chiudere entro circa un decennio, è scomparso del tutto dalla sintesi.

Per intitolare i propri articoli i giornalisti perlopiù sceglievano tra due delle perle contenute questa bozza, su cui c’era la mano dei soli scienziati. La prima, secondo cui le emissioni dovrebbero raggiungere il picco nel 2025 e diminuire rapidamente, rimane intatto nella versione finale di questa sintesi per i politici. L’altro grande titolo, secondo cui tutte le centrali a carbone e a gas esistenti dovrebbero chiudere entro circa un decennio, è scomparso del tutto dalla sintesi.

Ma non è l’unica cosa ad essere cambiata. Confrontando le due versioni si hanno delle sorprese davvero notevoli. Abbiamo trovato una sfilza di esempi di modifiche che ammorbidiscono una relazione che, se di suo pecca per qualcosa, è proprio per la grande moderazione. Soprattutto, qualcos’altro è cambiato, ed è il mondo. I lavori analizzati nel compendio conclusivo sono stati pubblicati entro una data stabilita: ottobre 2021. Da allora abbiamo subito i primi gravi shock di una crisi, insieme energetica e delle catene di approvvigionamento, che veniva preparandosi da anni. È scoppiata una guerra che ha cambiato forse per sempre la politica e l’economia e sempre più voci avvertono che siamo sull’orlo di una grave crisi alimentare. Quando tutto accelera, la validità delle analisi diventa ancora più effimera.

Questo è probabilmente l’ultimo lavoro corposo dell’IPCC che arriva in tempo per guidare le nostre società nell’affrontare ed evitare il disastro. Alcuni credono che la direzione delineata nel rapporto sia chiara, ma leggendo il riassunto rivolto ai responsabili politici, la sensazione è piuttosto quella di una civiltà che vacilla e sbanda anzi pericolosamente. Una civiltà che si regge su un petrolio sempre più scarso, che deve essere progressivamente abbandonato – come un ghiacciaio che si scioglie sempre più rapidamente. Sia la stabilità climatica che quella energetica dipendono dalla nostra capacità di accettare questa situazione.

Nel processod di revisione, tra la versione della sintesi trapelata ad agosto e quella infine pubblicata, i cambiamenti più notevoli sono i seguenti:

– Scompare il passaggio relativo alla chiusura delle centrali a gas e a carbone entro un decennio. Le lobby dell’industria fossile sono riuscite a smorzare il tono generale della sintesi diretta contro la loro stessa industria. È noto che il ritardo nella pubblicazione del rapporto è dovuto principalmente a questo motivo. I paesi interessati – spicca il ruolo dell’Arabia Saudita – hanno insistito per eliminare questa raccomandazione.

– Si smorzano i toni circa le responsabilità del 10% più ricco. Nella sintesi trapelata ad agosto è stato sottolineato che inquinano 10 volte di più del 10% più povero.

– Molti dei riferimenti alle emissioni dirette dell’aviazione, dell’industria automobilistica e del consumo di carne scompaiono. Di fatto la parola “carne” scompare dal nuovo riassunto. Queste emissioni vengono trattate nel rapporto di recente pubblicazione in associazione ad altre emissioni proprie di questo settore; la loro importanza viene quindi attenuata.

La prima bozza metteva in guardia rispetto agli “interessi costituiti”. Questo passaggio, che appare nella relazione, è venuta meno nella sintesi finale, vittima di quegli stessi interessi costituiti, che esercitano pressioni sui governi. Chi dice che non c’è poesia nelle relazioni scientifiche?

– Viene eliminata una delle frasi che più entravano in contrasto con l’ottimismo tecnologico che pervade il rapporto: “i costi, le prestazioni e l’adozione di molte singole tecnologie sono progrediti, ma i tassi di diffusione e attuazione globali del cambiamento tecnologico sono attualmente insufficienti per raggiungere gli obiettivi fissati in ordine al clima. Un’affermazione che si scontrava nettamente con la logica dei mercati volontari del carbonio e delle grandi aziende.

– Circa il meccanismo di cattura e stoccaggio del carbonio [Carbon Capture and Sequestration]: l’Arabia Saudita, anche qui, insieme ad altri Paesi come il Regno Unito, si è battuta perché venisse conferita forza a questo punto controverso, che permette loro di continuare come se nulla fosse, con assoluta leggerezza. L’ottimismo tecnologico imperante vuole che una tecnologia ancora da sviluppare verrà magicamente in soccorso e consentirà addirittura di “continuare a utilizzare combustibili fossili”. Molto materiale è stato introdotto riguardo a queste tecnologie per giustificare l’idea di emissioni nette pari a zero, idea che ha un fondamento scientifico piccolo, o nullo, e su sui si regge tuttavia la tesi centrale del rapporto.

– Scompare dal riassunto ogni timido accenno ai problemi riscontrati con i materiali necessari alla transizione energetica, indispensabili per lo sviluppo delle rinnovabili, delle batterie o dell’auto elettrica. Nella prima bozza era presente.

– Scompare anche l’accenno alla democrazia partecipativa come uno dei principali strumenti per sbloccare e accelerare una transizione per compiere la quale non c’è quasi più tempo.

– Scompare del tutto il punto secondo cui “gli obiettivi ambiziosi di mitigazione e sviluppo non possono essere raggiunti attraverso cambiamenti graduali”. Sono stati imbellettati i passaggi in cui si cerca di evidenziare come i cambiamenti individuali e graduali non sono sufficienti.

Fortunatamente, se analizziamo il rapporto per intero – immune da pressioni esterne –, possiamo invece trovare un percorso che ci porta, né più né meno, alla necessità di una rivoluzione dei nostri sistemi energetici e socio-economici, lasciando intravedere l’emergente impegno di parte della comunità scientifica verso l’obiettivo della decrescita. È l’unico modo che ci resta per affrontare le molteplici emergenze in cui sono sprofondate le nostre società. La parola “decrescita” – sempre meno tabù – è citata 28 volte nel rapporto completo, contro le zero volte della sintesi per i politici. Viene mantenuta anche la frase che si riferiva alla natura insostenibile della società capitalista, a dimostrazione della genuinità del rapporto.

Per la prima volta l’IPCC fa eco a ciò su cui la società civile richiama da anni l’attenzione, e nei suoi capitoli 14 e 15 denuncia l’ostacolo posto dal Trattato sulla Carta dell’energia [Energy Charter Treaty (ECT)] e dal suo meccanismo di risoluzione delle controversie tra investitori e Stati (ISDS ) per lo sviluppo di politiche di mitigazione dei cambiamenti climatici. Il fatto è che, dopo essere passato inosservato per tre decenni, oggi questo accordo internazionale per il settore energetico continua a tutelare gli investimenti nei combustibili fossili e permette a investitori e multinazionali – proprio quelli che ci hanno condotto a questo bivio – di citare in giudizio gli Stati quando ritengano che essi abbiano legiferato contro i loro interessi economici, presenti o futuri. I numeri parlano da soli: nella sola Europa le infrastrutture fossili protette dal trattato ammontano a 344,6 miliardi di euro.

La domanda è: possiamo abbandonare i combustibili fossili senza prima abbandonare l’ECT? E perché ciò non è stato inserito nella sintesi per i politici?

Arrivati a questo punto, non basta più inserire citazioni audaci in rapporti i cui riassunti vengono poi annacquati dai lobbisti. Non è solo normale che una parte della comunità scientifica si ribelli e agisca: è più che auspicabile. È proprio ciò di cui abbiamo bisogno per suscitare un dibattito che sembriamo evitare. La questione da dibattere, l’elefante nella stanza, è che dobbiamo cambiare il modello socio-economico, e in fretta. Dobbiamo agire, correre rischi e così stimolare – speriamo – la società a mobilitarsi di nuovo. Dobbiamo abbandonare i combustibili fossili prima che essi abbandonino noi [sotto terra, N.d.E.].

https://pungolorosso.wordpress.com/2022/07/30/come-lipcc-contraddice-per-vilta-se-stesso/