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mercoledì 20 maggio 2020

Turchia: digiuno e morte. Mobilitiamoci ora - Franco Corleone


Davvero grazie a Roberto Vecchioni che su la Repubblica di domenica 10 maggio ha scritto un pezzo straziante sulla morte di un musicista del Grup Yorum dopo uno sciopero della fame di 323 giorni per protestare contro il divieto di tenere concerti, di suonare, di cantare che durava da cinque anni.
La libertà fa paura alle dittature e la Turchia di Erdogan vive sulla costruzione di complotti e di nemici perfetti. Ibrahim Gokcek, il bassista del gruppo musicale accusato di essere contiguo a movimenti di opposizione ha lasciato un messaggio tremendo di accusa:«Ci avevano lasciato solo i nostri corpi per combattere».
Prima di lui erano morti Helin Bolek e Mustafa Kocak, dopo mesi di digiuno.
Sono sconvolto, come è possibile che io, persona mediamente informata, non sapessi nulla di questa tragedia incombente? Ha ragione Vecchioni, il nostro Occidente è vile, indifferente e ora si culla nello spot demenziale del «tutto andrà bene». Ma ha torto a scrivere che «nessuno, ma proprio nessuno ne ha parlato». Il manifesto lo ha fatto due volte.
Preziosi dunque gli articoli sul manifesto di Chiara Cruciati, che lui a quanto pare non ha letto. Non sa, o finge di non sapere, che questo non è un caso isolato, poiché la Turchia negli ultimi anni è diventato un grande carcere, dove si può finire senza aver commesso alcun reato. Basta la generica accusa di «terrorismo», che lì (ma è lo stesso in tanti altri paesi) viene appioppata a migliaia di insegnanti, giornalisti, sindaci, parlamentari di opposizione. E chi non finisce in prigione viene estromesso dagli impieghi pubblici.
Dopo il tentato golpe del 2016 sono stati licenziati anche 4.279 magistrati, 3.000 di loro arrestati. È così che, come riferisce nell’ultimo numero il magazine internazionale Global Rights, che da anni denuncia e informa anche sui diritti umani nel regno di Erdogan, secondo i dati dello stesso governo, a gennaio vi erano ben 298.000 persone nelle 355 prigioni del paese, che però dispongono di soli 218.000 posti. Vi sono almeno 1.334 prigionieri malati di cui 457 in gravi condizioni. Vi si trovano persino 780 bambini, in prigione con le loro madri (globalrights.info).
Del resto, basterebbe avere un po’ di memoria per sapere delle condizioni delle carceri e dei diritti in quel Paese, dove troppo spesso lo sciopero della fame sino alle estreme conseguenze è l’unica possibilità di protestare.
Come avvenne, ad esempio, nel 2001, con decine di reclusi morti a seguito di un lungo digiuno e altre decine uccisi dall’assalto dei militari alle prigioni in lotta. Ne scrisse su Fuoriluogo nel gennaio 2001 il compianto Sandro Margara – per un troppo breve periodo a capo delle nostre carceri – dopo essersi recato in Turchia con una delegazione di osservatori internazionali. Quella testimonianza si può leggere nell’antologia dei suoi scritti «La giustizia e il senso di umanità (carcere, opg, droghe e magistratura di sorveglianza)» che ho curato nel 2015, edito da Fondazione Michelucci Press. Ora dunque sappiamo. Si può morire anche di indifferenza.
La prima cosa da dire, forte, è che la prima manifestazione che si organizzerà a Roma con uomini e donne in carne e ossa, dovrà essere davanti alla Ambasciata della Turchia con il fazzoletto giallo del Grup Yorum al collo. Un silenzio agghiacciante dovrà far crollare i muri dell’intolleranza e della violenza. E solo allora come chiedeva Ibrahim potremo cantare «Bella ciao».
Per prepararci a quell’appuntamento potremmo iniziare una catena umana, di 323 persone di cuore, tante quanti sono stati i giorni del digiuno mortale, per uno sciopero della fame collettivo. Ma da subito bisogna continuare a denunciare quel che succede. Proprio oggi si terrà un’udienza contro Sultan Gokçek, moglie di Ibrahim, e Bergun Varan entrambe di Grup Yorum, accusate di propaganda di organizzazione illegale.
Occorre dare corpo alla speranza di giustizia e libertà. Una democrazia non può vivere a lungo senza diritti, senza sorrisi, senza amore, senza fraternità. Covid o non Covid.
(*) pubblicato oggi su fuoriluogo.it  e nella rubrica di Fuoriluogo sul quotidiano «il manifesto»

Una nota di db (Daniele Barbieri)
Ha ragione Franco Corleone: appena possibile dobbiamo uomini e donne in carne e ossa andare davanti all’ambasciata della Turchia con il fazzoletto giallo del Grup Yorum al collo. E intanto iniziare la catena umana (323 persone) di un simbolico sciopero della fame collettivo.
Bisogna però che qualcuno organizzi. Può essere «Fuoriluogo» da solo o con il quotidiano «il manifesto»? Oppure possono essere i Giuristi Democratici che proprio oggi hanno rinnovato un appello a denunciare gli orrori di Erdogan? Chiunque sia faccia una proposta, al più presto: chiedendo adesioni e concordando – con le reti solidali che anche in Italia sono impegnate contro Erdogan – le modalità di queste due iniziative.
La prima – cioè il simbolico digiuno – potrebbe partire in pochi ore o in pochi giorni, a staffetta per città e in luoghi pubblici (almeno dove ciò è possibile, rispettando le misure di sicurezza anti Covid).
Due iniziative importanti, urgenti che potrebbero essere il primo passo di un coordinamento stabile a livello italiano contro il boia Erdogan.

domenica 3 maggio 2020

Ibrahim Gökçek in sciopero della fame sino alla morte




Trecentosedici giorni di sciopero della fame. Il bassista del Grup Yorum, il popolare gruppo musicale turco – noto in Italia soprattutto per la sua splendida esecuzione davanti a una folla oceanica di Bella Ciao – è arrivato oltre il limite di ogni umana possibilità di resistenza. Ha incredibilmente trovato la forza di scrivere ancora una lettera a l’Humanite, che l’ha pubblicata domenica scorsa. Non possiamo non pubblicarla anche noi, ringraziando per questo, in modo tutt’altro che formale, il quotidiano francese. Ibrahim racconta in prima persona le ragioni di una lotta straordinaria vissuta insieme, fino alle estreme conseguenze, a Helin Bölek e Mustafa Kocak, i due altri giovanissimi componenti del gruppo che sono stati lasciati morire nei giorni scorsi. Ibrahim ha il diritto e sente il dovere di farlo, per questo le sue parole devono arrivare ovunque sia possibile, perché quello che si sta consumando in questo mese in Turchia, all’ombra della pandemia, è un atto di barbarie. Un atto che può lasciare esterrefatto solo chi abbia scarsa dimestichezza con la conoscenza dei livelli raggiunti dalla repressione del regime di Erdogan. Quel regime accusa tutto il Grup Yorum di “terrorismo” ma le note e le parole di Ibrahim hanno un altro profumo, quello inconfondibile di un uomo che usa il corpo come uno strumento per esprimere un disperato desiderio di libertà. Un desiderio per il quale quest’uomo e i suoi compagni sono disposti a morire. Non vanno lasciati soli. Scrivete a comitatosolidalegrupyorum@gmail.com e seguite la lotta nei prossimi giorni qui: https://www.facebook.com/freegrupyorum/






La lettera di Ibrahim Gökçek


Dalla mia camera da letto, in una delle baraccopoli di Istanbul, guardo fuori dalla finestra il giardino. Uscendo, potevo vedere il Bosforo di Istanbul un po’ più lontano. Ma ora sono a letto e peso solo 40 chili. Le gambe non hanno più la forza di trasportare il mio corpo. Al momento, posso solo immaginare il Bosforo.
Sono sul palco, con la cinghia della chitarra attaccata al collo, quella con le stelle che mi piace di più…Di fronte a me, centinaia di migliaia di persone, con i pugni alzati, cantano “Bella Ciao”. La mia mano batte le corde della chitarra come se fosse la migliore del mondo…Le gambe sono forti… Potrei fare avanti e indietro da Istanbul.
Queste due affermazioni sono reali … Entrambe sono mie, sono la nostra realtà. Perché vivo in Turchia e faccio parte di un gruppo che produce musica politica. E così, la mia storia rappresenta la grande storia del mio Paese… Oggi sono passati 310 giorni (adesso diventati 316, ndt) da quando non mangio. Diciamo che “Mi esprimo per fame” o che “Mi hanno tolto il basso e per esprimermi uso il mio corpo come strumento“.
Mi chiamo Ibrahim Gökçek …Per 15 anni ho suonato il basso nel “Grup Yorum”. Il Grup Yorum, creato 35 anni fa da 4 studenti, ha una storia a scacchi come quella della Turchia. Questa storia ci ha portato fino ad oggi ad uno sciopero fino alla morte per potere fare di nuovo concerti.
Una di noi, la mia cara compagna Helin Bölek, è morta il 3 aprile, il 288 ° giorno di sciopero della fame illimitato. Sono io che ho raccolto il testimone. Forse ti chiederai: “Perché i membri di un gruppo musicale fanno uno sciopero della fame fino alla morte? Perché preferiscono un mezzo di lotta tanto spaventoso come lo sciopero della fame illimitato? ”.
La nostra risposta è nella realtà bruciante che ha portato Helin a sacrificare la vita a 28 anni e che mi spinge a dissolvermi ogni giorno di più:
Siamo nati nelle lotte per i diritti e le libertà iniziate in Turchia dal 1980. Abbiamo pubblicato 23 album per riunire cultura popolare e pensiero socialista. 23 album venduti in totale per oltre 2 milioni di copie. Abbiamo cantato i diritti degli oppressi in Anatolia e in tutto il mondo. In questo paese, tutto ciò che vivevano coloro che combattevano per i loro diritti, gli oppositori, coloro che sognavano un paese libero e democratico e anche noi che cantavamo le loro canzoni, vivevamo le stesse cose: eravamo guardati a vista, imprigionati, i nostri concerti erano proibiti, la polizia ha invaso il nostro centro culturale e fracassato i nostri strumenti. E per la prima volta con l’AKP al governo della Turchia, siamo stati inseriti nella lista dei “ricercati terroristi”.
Questo è il motivo per cui oggi ho deciso, anche se ti sembrerà folle, di smettere di mangiare. Perché, nonostante la qualifica che mi è stata data, non mi sento assolutamente di essere un terrorista.
Il motivo per cui siamo stati inseriti in questo “elenco terroristico” è il seguente: nelle nostre canzoni parliamo di minatori costretti a lavorare sotto terra, di lavoratori assassinati da incidenti sul lavoro, di rivoluzionari uccisi sotto tortura, di abitanti dei villaggi il cui ambiente naturale viene distrutto, di intellettuali bruciati, di case distrutte nei quartieri popolari, dell’oppressione del popolo curdo e di quelli che resistono. Parlare di tutto ciò in Turchia è considerato “terrorismo”. Coloro da 30 anni pensano che non è più tempo di socialismo internazionalista e che un’arte come la nostra non abbia pubblico si sbagliano.
Abbiamo tenuto concerti che hanno raccolto il pubblico più vasto nella storia della Turchia e ospitato artisti provenienti anche da fuori della Turchia. Nello stadio Inönü di Istanbul, 55.000 spettatori hanno cantato all’unisono canzoni rivoluzionarie. Dal palco ho accompagnato con la chitarra un coro straordinario formato da 55.000 persone durante l’ultimo dei nostri concerti dal titolo “Turchia indipendente”, con ingresso gratuito: c’era quasi un milione di persone. Per 4 anni consecutivi, abbiamo invitato progressisti e artisti dalla Turchia sul nostro palco. In uno dei nostri concerti, Joan Baez è salita sul palco con una delle chitarre che la polizia ha distrutto nel nostro centro culturale.
Da sempre il Grup Yorum è da sempre stato vittima della repressione in Turchia. Ma dopo la proclamazione dello stato di emergenza dichiarato dall’AKP nel 2016 e la crescente repressione di tutte le categorie, giornalisti, progressisti, accademici, abbiamo capito che ci aspettava una repressione ancora più feroce. Una mattina, al risveglio, abbiamo scoperto che 6 di noi erano stati inseriti nella “lista dei terroristi”. Il mio nome era in questo elenco. Un chitarrista che 5 anni fa aveva partecipato a un concerto che aveva raccolto più di un milione di spettatori era diventato un terrorista ricercato e sulla sua testa era stata posta una taglia. L’AKP al governo, ad ogni crisi, intensifica le sue aggressioni e reprime fasce sempre più numerose della popolazione.
Dopo la pubblicazione di questo elenco, in due anni, il nostro centro culturale ha subito nove attacchi dalla polizia. Quasi tutti i nostri membri sono stati imprigionati e si è arrivati al punto che non ci sono più membri del Grup Yorum. Siamo stati obbligati ad assumere nuovi musicisti per continuare a esibirci nei concerti. Abbiamo dovuto organizzare concerti con i giovani dei nostri cori popolari. Nello stesso tempo, per contrastare gli attacchi, abbiamo rilasciato comunicati stampa e petizioni. Ma tutto ciò non ha fermato la repressione.
Nel febbraio 2019, durante una riunione nel nostro centro culturale, sono stato arrestato e nel maggio 2019, abbiamo iniziato lo sciopero della fame per “fare revocare il divieto dei nostri concerti, fermare le aggressioni al nostro centro culturale, per fare rilasciare tutti i membri incarcerati del nostro gruppo e cancellare i processi avviati contro di loro e perché venissero cancellati i nostri nomi dall’elenco dei terroristi”. Successivamente, con Helin Bölek, abbiamo trasformato la nostra azione in uno sciopero della fame illimitato. Ciò significava che non avremmo rinunciato a questo sciopero della fame fino a quando le nostre richieste non fossero state accettate. Al prezzo, se necessario, della nostra stessa morte.
Durante i nostri processi, Helin e io fummo rilasciati, ma nonostante il diffondersi del sostegno popolare, di quello di artisti e di membri del Parlamento, il governo si è rifiutato di ascoltare le nostre richieste. Helin ai parlamentari che la visitarono disse: “Se ci prometteranno di permetterci di fare un concerto, interromperò lo sciopero della fame illimitato”. Ma anche questa promessa ci è stata negata. Di più: il governo ci ha impedito di organizzare il suo funerale secondo i desideri di Helin. Helin riposa in un cimitero di Istanbul, coperta da un lenzuolo bianco.
Ora la stanza accanto alla mia è vuota, quanto a me, che da qualche tempo vivo dentro un letto, non so come finirà il mio viaggio. La battaglia che si sta impegnando nel mio corpo si concluderà con la morte? Oppure con la vittoria della vita?
Quel che so con maggior forza in questa lotta, è che, fino alla soddisfazione delle nostre rivendicazioni, mi aggrapperò alla vita anche in questo cammino verso la morte.
(*) testo ripreso da Comune-info
In “bottega” vedi L’assassino si chiama Erdogan e Helin Bölek: Bella Ciao per sempre (di Doriana Goracci)


#FREEGRUPYORUM #FREEPEOPLESLAWYERS #ONEDAYHUNGERSTRIKE #2MAGGIO

Appello a partecipare numerosi allo sciopero della fame europeo di un giorno in solidarietà con Grup Yorum e gli Avvocati del popolo – OGNI SABATO
Come aderire?
Manda una tua foto con un cartello con scritto:
«In sciopero della fame per un giorno in solidarietà con Grup Yorum e gli Avvocati del popolo.
Vogliamo che le giuste richieste siano accettate!
Free Grup Yorum! Free People’s Lawyers 2 Maggio»
Sosteniamo le richieste di #GrupYorum:
– La fine delle incursioni della polizia nel Centro Culturale İdil
– La cancellazione dalla lista dei ricercati dei membri del Grup Yorum
– La rimozione del divieto dei concerti di Grup Yorum
– La cessazione delle accuse contro i membri di Grup Yorum
– Il rilascio di tutti i membri di Grup Yorum attualmente in carcere
Sosteniamo le richieste degli #Avvocati del popolo che chiedono di poter difendere i loro clienti!
Lo scorso sabato 25 aprile in Europa hanno aderito allo sciopero della fame circa 1200 persone


QUI il canale youtube di Grup Yorum