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mercoledì 7 febbraio 2024

Ci chiamano terroristi perché difendiamo la vita - Raúl Zibechi

C’è un fiume che nasce dallo scioglimento dei ghiacciai del versante argentino della cordigliera andina, lo arricchiscono le acque di altri venti fiumi e torrenti che alimentano un’arteria azzurra, meravigliosa e importante, per oltre 800 chilometri. E poi c’è il progetto di aprire una nuova miniera di piombo, molto vicino alla sua sorgente, che lo avvelenerà. Il fiume si chiama Chubut, che nella lingua amerindia tehuelche-chupat significa “trasparente”, e dà il nome all’intera provincia del sud dell’Argentina, grande poco meno di quattro quinti dell’Italia. Nell’intervista di Raúl Zibechi con Mauro Millan si racconta perché gli indigeni mapuche hanno organizzato un grande incontro itinerante dalla sorgente fino alla foce di quel fiume, nell’oceano Atlantico. Chiamano trawn quel viaggio della parola, in cui discuteranno a lungo e prenderanno decisioni in modo collettivo, senza bisogno di votare, su come resistere a una minaccia che è molto più di un attentato ambientale. È un’aggressione alla vita. Alla gente che vive lungo il fiume ma anche al fiume stesso, agli alberi, alle pietre che, nella cosmovisione non antropocentrica dei Mapuche, sono un dono vivo della natura e un soggetto dei diritti. È l’estrattivismo, un modello bellico di società cui corrisponde un regime politico, uno Stato, un’ideologia, un tipo di relazioni sociali e, naturalmente, anche un sistema economico. Nel Chubut ha consegnato buona parte delle straordinarie terre situate lungo il corso del fiume in mano agli Emirati Arabi Uniti, al Qatar, a Israele, alla Benetton… “con la complicità di tutti i governi argentini, statali e locali, in violazione degli accordi e della Costituzione stessa”, che prevederebbe una certa protezione della Patagonia. Tutto questo racconta Mauro, lonko – ruolo tradizionale della cultura politica dei Mapuche che si è chiamati ad assumere in modo per noi assai poco convenzionale – di una delle comunità più combattive di quel territorio. Un territorio che loro, da secoli, chiamano Wallmapu, la terra di un popolo che della terra è: mapu è la terra e che sono le donne e gli uomini che la abitano. Noi di Comune lo ricordiamo bene, Mauro, quando vent’anni fa – insieme ai coniugi Curiñanco – venne a Roma, nella nostra redazione del settimanale Carta, a raccontarci di come avevano rifiutato – scandalizzando il sindaco Veltroni, il premio Nobel Perez Esquivel e Gianni Minà che avevano promosso un incontro “pacificatore” molto “riservato” – l’offerta indecente della Benetton. Per questo, vent’anni dopo, siamo certi che il tentativo di avvelenare alla sorgente quel fiume che rappresenta la vita – un autentico atto di violenza terroristica, per restituire al mittente i termini mediatici di quel conflitto – non avrà vita facile

 “Camminare e difendere la vita” è lo slogan essenziale del Trawn Itinerante che percorrerà il fiume Chubut, dalla sorgente andina fino alla foce nell’Oceano Atlantico tra il primo e il 10 febbraio. Il popolo mapuche-tehuelce della Patagonia, Wall Mapu nella lingua indigena, sottolinea che la sua storia è intimamente legata al fiume che oggi è minacciato dalla contaminazione prodotta dalle imprese minerarie e dalle grandi multinazionali che si stanno appropriando di aree sempre più estese nella regione. “Esistiamo come società e come società diverse, a seconda dei legami e delle alleanze che stabiliamo con le sue acque”, si legge nel testo che invita al trawn.

Per comprendere le ragioni della convocazione e le caratteristiche di questo grande forum chimato trawn, al quale parteciperanno in primo luogo coloro che vivono sulle sponde del fiume, siano essi mapuche o contadini, abbiamo parlato a lungo con il lonko Mauro Millán. Lo avevamo conosciuto mesi fa nel suo lof (1) Pillán Mahuiza, nel cuore della cordigliera andina, dove le acque del fiume sfociano già nel Pacifico. Ci siamo incontrati di nuovo a Bariloche, nello scorso gennaio, e adesso abbiamo chiesto a Mauro di raccontarci meglio la sua visione del mondo e la sua spiritualità, ma anche le ragioni della necessità di resistere al capitalismo predatorio e i percorsi dell’autonomia mapuche.

Lui si presenta così: “Sono un lonko mapuche. Si tratta di un ruolo che non si sceglie volontariamente. Nel mondo mapuche noi diciamo che ci si ammala da lonko, oppure da machi (ruolo più spirituale in genere affidato alle donne, ndt). È lo spirito di un antenato che ti chiede di alzarti così, di diventarlo. È la forma con cui storicamente il popolo mapuche mette in piedi le sue autorità ancestrali. Ho deciso di accogliere questa richiesta dei miei antenati e adesso sono un lonko della comunità Pillán Mahuiza. Il lonko è qualcuno che orienta la comunità in termini politici e spirituali, filosofici e ideologici. Nel corso della vita si continua a imparare e bisogna essere molto permeabili, nella cultura del proprio popolo, per avere la capacità di essere un punto di riferimento per le generazioni future”.

Come sta vivendo il tuo popolo l’insediamento del governo di estrema destra di Milei?

Quello che sto cercando di capire adesso, un po’ come se si trattasse di leggere nel futuro, è quanto tempo impiegherà il bieco progetto che questo governo di Milei, un governo di estrema destra, razzista e suprematista, a privatizzare i territori di questo Paese chiamato Argentina e, in particolare della Patagonia, la terra che noi chiamiamo Puelmapu. Però va detto subito che questa situazione di vulnerabilità in materia di diritti, dal punto di vista giuridico e nella criminalizzazione permanente del popolo mapuche, non è certo nuova, così come non lo sono gli assassinii di giovani fratelli mapuche.

Anche la perpetua presenza di alcuni funzionari delle istituzioni, come Patricia Bullrich (2), è chiaramente in linea con il racconto della storia di questo Paese. I Bullrich, i Pueyrredón, sono la vera casta che è nella genesi dell’Argentina. Loro sono diventati milionari con questo Stato, così come lo stanno diventando adesso i nuovi ricchi, e hanno insinuato nella testa della gente l’idea che il principale male di questo Paese sono i poveri e gli indigeni.

Il peronismo dei molti governi “progressisti” precedenti ha favorito questa situazione e ha creato le condizioni perché il terribile scenario attuale si presentasse. Non dobbiamo dimenticare cosa hanno significato quegli anni per i Mapuche, e soprattutto per quelli di noi che hanno costruito, proprio a partire dal cuore del popolo mapuche-tehuelche, un progetto di vita autonoma fuori dallo Stato. Per noi, per esempio, si è trattato di essere discriminati nella vita politica perché non appartenevamo ad un partito. La repressione del governo che ha preceduto Milei, quello di centrosinistra di Alberto Fernández, ha creato per esempio il Comando Unificato Patagonico, così come il kirchnerismo progressista aveva mantenuto la legge liberticida antiterrorismo. È stato tutto questo a creare le condizioni per la crescita improvvisa e devastante di personaggi come Milei.

Perché proponete il Trawn Itinerante? Di cosa si tratta?

Un trawn è una sorta di parlamento, così lo chiamavano i cronisti che arrivarono in Patagonia, intorno al 1500, cioè in un territorio popolato e controllato da popolazioni indigene, tra le quali c’erano i Mapuche. I cronisti rimasero sorpresi di come migliaia di indigeni discutevano a lungo, fino a raggiungere degli accordi, e consideravano quegli incontri come sessioni di un parlamento. Tutte le strategie commerciali ed economiche, così come la resistenza e la guerra, venivano discusse collettivamente nel trawn e gli incontri erano anche itineranti, perché molti lonko provenivano da altre comunità. Per costruire un pensiero unificante bisognava andare avanti per parecchio tempo.

È quello che proveremo a rifare anche oggi con l’intenzione di difendere un fiume che è una delle arterie principali della provincia del Chubut e di Puelmapu (3). Il fiume nasce dallo scioglimento dei ghiacciai della cordigliera andina ed è alimentato da più di 20 fiumi e torrenti che alimentano l’arteria fluviale per oltre 800 chilometri. La storia del mio popolo si è sviluppata come prodotto di questa bontà della natura. Oggi è in pericolo perché le sorgenti sono state privatizzate e gran parte del corso del fiume Chubut è in mano agli Emirati Arabi Uniti, al Qatar, a Israele, alla Benetton, con la complicità di tutti i governi argentini statali e locali in violazione degli accordi e della Costituzione stessa, che prevede una certa protezione della Patagonia.

Per questo siamo partiti con questa grande carovana, per collegare dodici o tredici comunità mapuche che ospiteranno le altre che arriveranno, oltre alla gente dei paesi e delle città. Viaggeremo dalle sorgenti alla foce, connettendoci e discutendo su come continuare a resistere ed a essere custodi di queste acque. La prima linea di difesa del fiume sono naturalmente le persone che vivono lungo le sue sponde.

Oltre ai governi, a chi stanno resistendo quelle comunità?

La difesa delle acque implica anche l’identificazione del nemico principale, ovvero l’industria mineraria, alla quale resistono da tempo anche molti paesi e città, anzi l’hanno respinta in maniera massiccia. La provincia del Rio Negro, dove nasce il fiume Chubut, ha abrogato le leggi che proteggevano l’ambiente e le acque a favore di queste compagnie minerarie. Il governo Milei ora distruggerà le protezioni fatte per i ghiacciai, le acque e il territorio stesso. A pochi chilometri dalla sorgente del fiume intendono aprire una miniera di piombo.

Il popolo mapuche ha una moltitudine di espressioni ma noi abbiamo consolidato soprattutto una scelta che ci caratterizza come popolo, ovvero difendere la natura e il territorio. Questa difesa ha un quadro di pensiero e filosofico e ha un’espressione politica che è antagonista al capitalismo estrattivista. I governi, quello precedente e quello attuale, hanno favorito i processi di investimenti esteri e di distruzione delle risorse del territorio che per noi sono vita.

Quali difficoltà e avanzamenti state riscontrando in quanto gruppi autonomi?

C’è un lascito che abbiamo ricevuto dal nostro popolo: la capacità di sostenere un principio di società orizzontale che sia regolato a partire dalle autorità e dagli anziani, ma anche dai giovani e dai bambini, in perfetto equilibrio e armonia affinché la società abbia la possibilità di prosperare. Questa è l’eredità dei nostri antenati. Gli spagnoli non riuscirono a sconfiggere il popolo mapuche perché non aveva un dio sole, un re o un monarca mentre loro adottavano strategie militari basate sulla guerra alle società piramidali come quelle europee. Le sconfitte degli spagnoli hanno permesso al popolo mapuche di vivere in libertà per più di 300 anni.

Questo è un lascito che possiamo trasferire anche ai nostri tempi nonostante la complessità di muoversi come gruppi autonomi più orizzontali. Qui nel Chubut abbiamo mantenuto la forma del trawn e del parlamento senza “cabine di regia” per coloro che hanno il potere e senza direzioni politiche centralizzate. Siamo comunità autonome che si riuniscono quando la situazione lo richiede. A volte l’articolazione su distanze grandi come quelle della Patagonia è molto difficile. I fratelli che vengono da Ngulumapu (Cile) ci dicono: “Essere mapuche in Patagonia è molto difficile”. Abbiamo infatti auto-finanziato questo trawn con non poche difficoltà.

Ti dice qualcosa la recente celebrazione del 30° anniversario della sollevazione zapatista?

Lo zapatismo mi ha ispirato. Ero molto giovane quando c’è stato il levantamiento e sono sempre stato molto attento a ciò che accade nel mondo zapatista. Lo sono ancora.

Alla fine di gennaio un enorme incendio ha devastato una parte del Parco Nazionale Los Alerces, nella provincia patagonica del Chubut. Il governatore della Provincia, Ignacio Torres, ha pubblicamente e scandalosamente accusato del terricidio Moira Millan, sorella gemella di Mauro e molto nota, anche a livello anche internazionale, come figura di spicco della resistenza indigena e del femminismo tra i Mapuche in Argentina. L’accusa serve a sostenere la militarizzazione e l’immagine mediatica del nemico interno “terrorista”, ma è quantomai paradossale perché quelle pratiche sono tradizionalmente portate avanti dal capitale immobiliare, che brucia le foreste e poi impone le sue iniziative di speculazione fondiaria.

 

Per concludere, vorrei che mi dicessi ancora qualcosa sulla spiritualità mapuche

È bene che si sappia che esistono società come la nostra che non sono né monoteiste né politeiste. Sono società che hanno interagito intensamente con la natura, che hanno saputo decodificare il messaggio della natura così come lo facevano i nostri antenati. Loro decodificarono il modo di comunicare con ciascuno degli elementi della natura, ed è così che è nata la nostra lingua. Noi siamo parte di questo infinito mondo dello spirito. La natura non interviene nella moralità umana, ci dà cibo e acqua ma esige piena reciprocità ed è per questo che dobbiamo difenderla e onorarla, ma anche perché è la nostra Mapu (terra natale) e lì ci sono i nostri antenati.

Ecco perché combattiamo contro la predazione, contro le mega-opere estrattive e le dighe, contro l’estrattivismo. Questo sistema così perverso ci ha stigmatizzato come terroristi, perché lottiamo in difesa della vita.


Note

1. Nella nostra lingua, il Lof è una comunità, una delle basi dell’organizzazione sociale del popolo mapuche, ma anche in questo caso il concetto di comunità differisce radicalmente da quello cui siamo abituati in Occidente. Ed è curioso, e allo stesso tempo poetico, che fosse proprio l’idea di comunità una delle prime che abbiamo dovuto reimparare. Perché è in questo concetto tanto familiare e imprescindibile nel mondo Occidentale contemporaneo, base di tante rivendicazioni sociali e culturali nate all’insegna della lotta al sistema capitalistico, che il popolo mapuche riconosce una delle prime grandi differenze. È diverso dal concetto occidentale di comunità come gruppo di esseri umani che condividono alcuni elementi, come un luogo geografico, una lingua, dei costumi e dei valori.

I mapuche riconoscono come membri del Lof tutti gli esseri che abitano il territorio. Anche quelli che secondo la nostra visione occidentale del cosmo cataloghiamo come inanimati, come privi di vita: dai fiumi alle cascate, dai boschi alle montagne, dagli animali alle pietre, annullando così la visione antropocentrica che separa l’essere umano, sempre superiore e sempre perfetto, dagli elementi che in Occidente chiamiamo natura. Quelli che vediamo come una serie di elementi, a noi estranei, a cui non riconosciamo il diritto all’esistenza senza la mediazione umana (tratto da www.tbqvoices.com/anche-le-pietre)

2. Attuale Ministro degli Interni, appartiene ad una famiglia che partecipò alla “Conquista del Deserto” (1878-1885) quando gli indigeni Pampa, Ranquel, Mapuche e Tehuelche furono espropriati dei loro territori.

3. Territorio mapuche ad est delle Ande, cioè nell’attuale Argentina.

Versione originale in lingua castigliana: Desinformémonos

Traduzione per Comune-info: marco calabria

da qui

sabato 18 novembre 2023

Lettera di una donna mapuche a una donna palestinese

La weychafe mapuche Moira Millán scrive una lettera indirizzata alle sue sorelle palestinesi (1)


Dall’impotenza della distanza e la certezza della resistenza.

Cara sorella palestinese, ti scrivo da terre molto lontane, dal mio territorio di Puelmapu, Territorio Mapuche, nel sud della Patagonia, sotto l’amministrazione dello stato argentino.

Sono figlia di una nazione anch’essa invasa, il popolo-nazione mapuche, un popolo che ancora ricorda i giorni in cui era libero, quando percorrevamo senza frontiere e senza filo spinato la nostra Wallj Mapu. Così come il tuo popolo, cara sorella, anche il mio conosce l’ingiustizia della spogliazione, il dolore del genocidio, la desolazione di essere schiavi nella propria terra, le deportazioni, la morte, i trasferimenti forzati.

Abbiamo toccato con mano l’indolenza del mondo, e ancora oggi subiamo l’imposizione di due stati coloniali, Argentina e Cile, che continuano a perseguitarci, ad arrestarci e ucciderci.

La mia famiglia è sopravissuta in modo miracoloso a campi di concentramento, tortura e sterminio.

Da lì provengo, da un lignaggio radicato nel profondo della memoria tellurica di questi territori, un popolo nazione, coraggioso e di grande dignità.

Il popolo palestinese abita il mio cuore da qualche anno, da quando ho saputo che là - nel lontano e allo stesso tempo così vicino Medio Oriente - stava accadendo una storia simile alla nostra: un popolo originario, il Popolo Palestinese, era invaso da uno stato coloniale, Israele. Una situazione molto somigliante alla nostra con qualche decade di differenza, poiché la campagna genocida dello stato argentino finì alla fine del 1800 con l’insediamento definitivo del loro Stato in Puelmapu agli inizi del 1900.

Attraversa il mio corpo ogni pallottola che uccide la vita delle mie sorelle e dei miei fratelli palestinesi.

Torno a vivere il genocidio con ogni bomba che cade sopra Gaza, con ogni bambino ammazzato, col dilagare della morte d’innocenti lungo tutto il territorio palestinese, di mano dello stato israeliano.

Ho ricevuto dai miei antenati un insegnamento molto molto antico nella filosofia del mio popolo mapuche, il nostro kuifikimvn. Mi parlano dello YERPUN, attraversare la notte, per essere persona, alzando il nostro ESSERE come umanità. Dobbiamo attraversare ostacoli, dolori, pene profonde, attraversare la notte più oscura per nascere a un nuovo giorno, luminoso e pieno.

Mi domando: quando attraverseremo la notte? Che cosa è successo con il popolo ebreo che ha avuto anche lui la sua notte lunga e profonda? Forse è rimasto nel buio? O sono stati sequestrati da quelli che governano le notti inoculando i peggiori incubi? Forse i mostri della notte hanno preso il controllo del mondo addormentando i nostri sensi con sonniferi carichi di bugie. Avremo molti YERPUN, cara sorella. Ma prima o poi noi, popoli tellurici, attraverseremo la notte, e le forze militari coloniali dovranno arrendersi di fronte all’unità dei popoli, alla solidarietà e la forza della giustizia e fratellanza di un’umanità che oltre tutti i confini continuerà a uscire per strada, convinta che finché non ci sarà giustizia per i criminali non ci sarà la pace.

Da sempre le forze di occupazione agiscono mettendo in marcia un apparato di propaganda che cerca di silenziare la coscienza dei popoli e di giustificare i loro aberranti crimini davanti al mondo. La narrativa coloniale comincia segnalando le vittime come terroristi, e gli stati terroristi come giustizieri.

La nazione mapuche conosce molto bene tale perverso racconto, che funziona a favore degli oppressori perché il razzismo, che struttura la dottrina delle democrazie “dell’odio”, non è contestato dalla stragrande maggioranza della popolazione mondiale.

Una piccola parte dell’umanità che concentra il potere è suprematista, razzista e ha deciso che la vita dei popoli razzializzati non importa. Ho saputo che una parte della popolazione ebrea subisce la repressione della tirannide dei genocidi che governano lo stato di Israele.

So che donne e uomini ebrei hanno alzato valorosamente la voce per vociferare la loro rabbia e chiarire che non permetteranno che nel loro nome si continui a uccidere un popolo. Molte di queste valorose persone hanno sofferto maltrattamenti, tortura e carcerazione da parte delle forze repressive del governo di estrema destra sionista e fascista israeliano. Quella frazione di sorelle e fratelli ebrei antisionisti sono perseguitati perché sentono e assumono la loro profonda umanità, provando vergogna per gli assassini che dicono di rappresentarli. Estendo il mio abbraccio anche a loro.

Mi fanno ricordare le argentine e gli argentini che valorosamente sono usciti a denunciare lo stato accanto al popolo mapuche, quando le pallottole del comando unificato argentino erano sparate sulla nostra infanzia, solo un anno fa. Ovviamente il ripudio a quella caccia di bambini e donne mapuche, non fu massiccia, erano solo una manciata di esseri consapevoli e solidari. Ci sarà sempre una voce che emergerà saggia e valorosamente per dire “basta!”.

In questi giorni penso a Hannah Arendt, ebrea, sionista in un principio e in un contesto molto differente da quello di adesso e tuttavia perseguitata e odiata dai suoi, che non permisero il suo revisionismo, le sue critiche e interpellanze di fronte a un nazionalismo coloniale e razzista che si profilava così crudele come i suoi persecutori nazisti. Lei riuscì a vedere cosa sarebbe diventata quella forza politica che si articolava, per sostenere un’occupazione con la forza, sanguinaria e crudele.

Desidero tanto, cara sorella palestinese, che le donne del mondo si uniscano in una chiamata a uno sciopero mondiale contro il genocidio, per fermare la guerra forse sarebbe necessario fermare il mondo, e voi che lucrate con la guerra, gli autentici beneficiari di questo massacro, sappiate che siamo decise a strapparvi il nostro diritto alla giustizia e alla pace.

Credo fermamente nella nostra forza, nella nostra capacità di ordire consensi, nel nostro discernimento per vedere al disopra di tutte le differenze l’importanza di sostenere la VITA.

Mia cara sorella palestinese, abbraccio il tuo popolo con tutto il mio essere pieno d’amore. Mi vergogno per i miei limiti e la mia impotenza di fronte a ciò che state attraversando. Credimi che vorrei essere lì ad aiutare. Come donna mapuche io so cosa vuol dire la carenza di tutto, e quanto è meraviglioso quando in mezzo alla disperazione si allunga una mano amica per dare l’aiuto di cui abbiamo bisogno.

Desidero la libertà del tuo popolo così come sogno la libertà del mio.

Weayiñ lamngen Palestina. Vinceremo sorella palestinese.

Dalla cordigliera sud Puelwillimapu, per territorio, giustizia e libertà, marici weu!!

Moira Millan- Weychafe Mapuche (2)

NOTE

1. Fonte: Agencia Presentes - Riportato in Resumen Latinoamericano, 14 novembre, 2023

https://www.resumenlatinoamericano.org/2023/11/14/feminismos-carta-de-una-mujer-

2. Moira Millán indigena mapuche, attivista femminista, lotta da una vita per la difesa delle donne e della terra. In "bottega" gli ultimi articoli dove si parla di lei: https://www.labottegadelbarbieri.org/sapienze-di-genere-in-abya-ayala/ labottegadelbarbieri.org/felice-giorno-dellinfanzia-in-argentina-ma-per-chi/ 

https://www.labottegadelbarbieri.org/estrattivismo-culturale-in-america-latina/

mercoledì 24 agosto 2022

I Mapuche e la Costituzione - Mapuexpress

 


Il 4 settembre, a Ngulumapu (il territorio abitato dai mapuche a ovest della Cordigliera andina, qui per estensione s’intende il Cile, ndt) attraverso un plebiscito, si deciderà se approvare o respingere la Nuova Costituzione, che è stata redatta da 155 elettori costituenti, 17 dei quali in rappresentanza dei Popoli Indigeni. 

I costituenti, nei seggi riservati agli indigeni, provenivano dal Popolo Aymara: Isabella Mamani e Luis Jiménez; del popolo Atacameño: Félix Galleguillos; dal Popolo di Chango Fernando Tirado; dal Popolo Colla: Isabel Godoy; dal popolo Diaguita: Eric Chinga; del popolo Kawashkar: Margarita Vargas. Dal popolo Mapuche: Adolfo Millabur, Alexis Caiguan, Elisa Loncón, Francisca Linconao, Natividad Llanquileo, Rosa Catrileo e Victorino Antilef; dal popolo Rapa Nui: Tiare Aguilera, dal popolo Quechua: Wilfredo Bacian e dal popolo Yagán: Lidia González.

Si tratta di un processo storico e senza precedenti, che si presenta come una soluzione istituzionale di fronte alla crisi sociale e politica, alle mobilitazioni sociali iniziate nell’ottobre 2019, alla successiva repressione statale e alle sistematiche violazioni dei diritti umani del governo di Sebastián Piñera: omicidi, torture, stupri, carcerazioni politiche e le oltre 400 mutilazioni oculari compiute dai Carabineros de Chile, crimini che attualmente restano impuniti. 

Tutto questo ha origine dopo le storiche mobilitazioni e la loro uscita istituzionale: l’Accordo di Pace, e il successivo plebiscito nazionale, nel contesto della pandemia di Coronavirus, che ha visto una partecipazione storica di oltre 7 milioni di persone che hanno votato a favore della realizzazione di una nuova Costituzione redatta dai cittadini. 

Le mobilitazioni del 2019, avviate principalmente dagli studenti delle scuole superiori di Santiago, e poi divenute di massa nella stragrande maggioranza dei territori, denunciavano l’aumento delle tariffe della metropolitana, nonché le disuguaglianze e le ingiustizie sociali, la segregazione, la povertà, la corruzione, l’accesso limitato a beni di prima necessità come salute, educazione, pensioni. Più in generale, la mobilitazione ha evidenziato il malessere collettivo rispetto al modello neoliberista in Cile e in Wallmapu (la terra dei Mapuche, ndt). 

Per quanto riguarda le Popolazioni Indigene, e in particolare nel territorio mapuche, da molti anni prima dell’esplosione sociale, varie comunità e organizzazioni mapuche avevano denunciato e si erano mobilitate di fronte all’usurpazione e all’espropriazione del territorio, all’installazione di megaprogetti estrattivi, alla persecuzione giuridico-poliziesca della protesta sociale Mapuche, alla repressione e alle violazioni dei diritti umani, alle detenzioni politiche, alle montature, al razzismo e alla discriminazione, tra le altre cose.

È stato così che è nata la proposta collettiva per la realizzazione di un’Assemblea Costituente, che ponesse fine, da un lato alla Costituzione entrata in vigore durante la dittatura civico-militare (di Pinochet, ndt), e che, dall’altro lato, gettasse le basi per una nuova forma di relazioni tra la società/comunità e le istituzioni, un rapporto gravemente segnato e condizionato dai vizi della classe politica che detiene l’amministrazione dello Stato in alleanza con i gruppi economici.

L’imposizione di un modello neoliberista e di un progetto di società della dittatura civico-militare è stata fonte di grandi disuguaglianze sociali e della privatizzazione dei servizi più elementari per la popolazione, ha disarticolato il tessuto sociale per mettere al centro la privatizzazione e l’economia di mercato, l’individualismo e il consumismo come valori principali per la società. Questo modello è stato amministrato e approfondito dai governi neoliberisti della Concertación, ma ha prodotto anche un terreno fertile affinché i popoli del Cile potessero gridare la loro indignazione contro gli abusi della classe politica alleata con i gruppi che hanno fatto dello Stato il proprio business.

Come organizzazioni mapuche, abbiamo sperimentato quello che è stato lo smembramento e la riduzione del nostro territorio e della nostra cultura, come conseguenza dell’espansione dello Stato cileno, dall’arrivo di coloni alla privatizzazione del territorio da parte di aziende e individui, all’estrattivismo. L’emarginazione del popolo mapuche in diverse aree si è verificata storicamente anche nell’ambito costituzionale, dove si stabiliscono le linee guida per la società e le istituzioni. 

Nelle questioni indigene, alcune rivendicazioni sollevate dal percorso istituzionale indigeno, tra le altre, sono: il riconoscimento costituzionale dei Popoli Indigeni come nazioni preesistenti attraverso uno Stato plurinazionale e plurilingue; il riconoscimento di propri ordinamenti giuridici; il diritto alla cultura, all’identità, alla cosmovisione, all’educazione, alla salute e alla lingua; il diritto all’autodeterminazione, all’autonomia e all’autogoverno; il riconoscimento e la tutela della terra e del territorio; il diritto, se lo si desidera, alla piena partecipazione alla vita politica, culturale, sociale ed economica; la fine della militarizzazione e la libertà dei prigionieri politici in territorio mapuche.

A livello latinoamericano, nel caso degli Stati nazionali, questi erano costituiti da un potere creolo, nell’ambito di un patto sociale che non considerava affatto i popoli indigeni (Villoro, 1998). Nel caso del popolo mapuche, si può osservare una situazione molto simile al resto delle comunità indigene del continente, rispetto al “riconoscimento” dei diritti, perché ciò che ha storicamente caratterizzato il rapporto dello Stato cileno con i Mapuche è l’indifferenza totale, la negazione, il razzismo e la segregazione. 

Ne è prova il fatto che in nessuna delle costituzioni scritte fino a quella attualmente in vigore non ci sia nemmeno un concetto, una parola, una frase, un’idea relativa al tema menzionato. Non sia mai stata riconosciuta la preesistenza delle nazioni-popoli originari, né, ancor meno, siano state recepite le nostre legittime rivendicazioni. Infine, che nella stesura delle precedenti costituzioni vi sia mai stata la partecipazione di rappresentanze dei popoli indigeni attraverso seggi specifici riservati ad esse. 

È per questo che in questo nuovo testo costituzionale vediamo un’opportunità storica, una possibilità di stabilire una presenza all’interno di uno spazio che storicamente ci è stato negato. Si tratta dunque di un mezzo per avanzare verso livelli più elevati di riconoscimento, garanzie e rispetto da parte della Stato e della società cilena verso i popoli delle nazioni indigene.

Siamo naturalmente consapevoli che la proposta di una nuova Costituzione, per quel che riguarda il riconoscimento dei nostri diritti, non soddisfa pienamente tutte le nostre aspirazioni, e anche del fatto che non possiamo restare a guardare quel che accade, in attesa della sua applicazione e prima della sua eventuale approvazione. 

D’altra parte, riteniamo invece che lo stato di eccezione e la militarizzazione cresciuta con il governo Piñera e, attualmente, con il governo Boric nelle province di Biobío, Arauco, Cautín e Malleco, non facciano altro che approfondire la legittima sfiducia nel rapporto tra lo Stato e il Popolo Mapuche, per questo rivolgiamo un appello a porre fine alle loro estensioni, che rispondono esclusivamente a una logica di violenza istituzionalizzata. 

Da parte del gruppo di comunicazione mapuche Mapuexpress, nel rispetto di tutte le posizioni mapuche sul processo costituente e sul rapporto tra lo Stato e i Popoli delle Nazioni Indigene, riteniamo essenziale aggirare la barriera in termini di diritti collettivi e individuali dei Popoli Indigeni, quindi, nel plebiscito del 4 settembre, chiamiamo a votare “Approvo”.

In materia indigena, votare “Rifiuto” significherebbe riaffermare la costituzione entrata in vigore nella dittatura di Pinochet e concordare con i settori ultraconservatori che considerano pericoloso orientarsi verso definizioni di autonomia territoriale e autogoverno, plurinazionalità e/o giustizia indigena, protezione e restituzione dei territori. Allo stesso modo, riteniamo che le organizzazioni indigene e mapuche che chiedono un voto di “Rifiuto” siano incoerenti rispetto alle rivendicazioni indigene e di fronte all’urgente necessità di promuovere politiche pubbliche che riconoscano e garantiscano i nostri diritti umani. 

Facciamo anche un appello a essere vigili e ripudiare gli atti e i discorsi di alcuni media e organizzazioni di estrema destra associati al rifiuto, per fermare la loro escalation di disinformazione, bugie, attacchi e violenze, di fronte alle giuste richieste delle organizzazioni indigene, sociali, ambientali e dei diritti umani. 

Infine, apprezziamo e riconosciamo il lavoro dei 17 rappresentanti dei seggi riservati, persone delegate a livello di comunità e organizzazioni mapuche per il loro lavoro di promozione dei diritti collettivi, che, consapevoli dei problemi e della realtà che il nostro popolo sta vivendo, hanno cercato di sollevare le questioni, aprendo nuovi spazi e possibilità nelle istanze in cui siamo stati storicamente emarginati.

La proposta di Costituzione

da qui

lunedì 6 settembre 2021

Lo Stato cileno contro i mapuche - David Lifodi

 

 

Proseguono le operazioni per arrestare la presunta presenza del narcoterrorismo in Wallmapu, uno dei tanti escamotage utilizzati da Santiago del Cile per proseguire nella militarizzazione e nell’occupazione del territorio tramite i carabineros e le bande paramilitari di cui si servono le multinazionali minerarie, forestali e l’oligarchia terriera.

 

Lo scorso 9 luglio, un membro dei carabineros cileni ha ucciso Pablo Marchant Gutiérrez nel Fundo Santa Ana dell’impresa Forestal Mininco. Il giovane, di 29 anni, era un militante dell’Órgano de Resistencia Territorial della Coordinadora Arauco Malleco ed un simpatizzante della causa mapuche grazie alle origini della sua nonna.

Pablo Marchant Gutiérrez aveva vissuto con lo storico militante mapuche Héctor Llaitul e la sua morte, avvenuta a seguito di uno scontro con i carabineros sui terreni di cui si è impossessata Mininco, rappresenta solo uno dei tanti esempi della progressiva militarizzazione di Wallmapu, oltre che una sinistra intimidazione nei confronti dello stesso Llaitul, a cui i carabineros, in un primo momento, avevano detto che ad essere ucciso era stato suo figlio.

L’omicidio di Marchant, seppellito con il rito funebre mapuche, era avvenuto a poche ore dall’approvazione, da parte della Convenzione costituzionale, di una richiesta formulata da Frente Amplio, comunisti e socialisti affinchè fosse concesso l’indulto ai prigionieri della rivolta iniziata nel 2019 e deliberata una progressiva smilitarizzazione di di Wallmapu.

A seguito dell’omicidio del comunero Camilo Catrillanca, avvenuto il 14 novembre 2018 ancora ad opera dei carabineros, è cresciuta sia la lotta delle comunità mapuche sia la repressione da parte dello Stato cileno, per il quale ogni scusa è buona pur di attaccare o diffamare le comunità, ma anche per distruggerne il suo tessuto sociale tramite aperte attività di cooptazione nelle zone di conflitto.

Da un lato, lo Stato tenta di dividere i comuneros cercando di far accettar loro veri e propri diktat o le false promesse delle imprese multinazionali presenti sul territorio, dall’altro propaganda la necessità di condurre operazioni di contrainsurgencia a causa del presunto dilagare del narcoterrorismo nelle comunità mapuche.

Ad esempio, la scorsa primavera, un’imboscata contro una troupe di Televisión Nacional de Chile che si stava recando ad intervistare Héctor Llaitul, portavoce della Coordinadora Arauco Malleco, è stata attribuita immediatamente ai mapuche che, grazie ad una rapida attività di controinformazione hanno invece smascherato i veri responsabili, legati a Mininco. Tra loro vi erano sia mapuche sia non mapuche, ma comunque al servizio dell’impresa, la quale riveste un ruolo di primo piano sia nella cooptazione delle comunità sia nella militarizzazione del territorio tramite l’aperto sostegno alle bande paramilitari: è in questo scenario che è maturata la morte di Pablo Marchant Gutiérrez, assassinato da un colpo alla testa esploso da un carabinero che prestava servizio presso il Fundo Santa Ana-Tres Palos (Regione della Araucanía) della Forestal Mininco.

Tutto ciò non sorprende, basti pensare alle campagne condotte nel XIX secolo quali “Conquista del Desierto” in Argentina, “Pacificación de la Araucanía” e “Colonización de las Provincias de Valdivia y Llanquihue” in Cile.

È per questi motivi che, di fronte alla crescente spoliazione del territorio mapuche e al furto delle risorse naturali promossa da una classe politica in gran parte legata all’oligarchia terriera, dalle multinazionali minerarie, dalle imprese turistiche interessate solo a produrre speculazioni immobiliari e dalle transnazionali del settore energetico, giunte soprattutto nel Bio Bio e in Araucanía da Cina, Stati uniti, Europa e Canada, assume particolare importanza il lavoro della Convenzione costituzionale per cercare nuove forme di convivenza tra uno Stato cileno escludente e razzista e la Nazione mapuche.

Promossa dalla dittatura pinochettista, la costituzione della proprietà privata forestale è cresciuta nel corso degli anni grazie all’acquisizione statale, a basso prezzo, di ampie parti del territorio mapuche, avallata peraltro anche dai governi democratici che sono seguiti ed anch’essi estremamente accondiscendenti verso Arauco e Mininco, le principali imprese forestali.

La restituzione delle terre, dell’acqua e il diritto di utilizzare il mapuzungun, la lingua mapuche, rispetto a quella spagnola dei colonizzatori, sono state più volte rivendicate, tra gli altri, dalla machi Francisca Linconao di fronte ad uno Stato che continua a definire i mapuche come “terroristi”.

Proprio la Convenzione costituzionale sembra essere il terreno preferito dalla destre per proseguire negli attacchi ai mapuche. Tempo fa hanno fatto scalpore le parole di Teresa Marinovic Vial, una delle esponenti di ultradestra della Costituente che ha accusato una mapuche democraticamente eletta all’interno dello stesso organo di essere una “dittatrice” e di aver montato uno “show mediatico” solo per essersi espressa nella propria lingua originale e non in spagnolo.

A questo proposito l’Observatorio Ciudadano ha rivolto un nuovo appello affinché siano garantiti i diritti territoriali e collettivi dei mapuche stigmatizzando la logica di guerra alimentata dallo Stato cileno e da alcuni settori della società cilena legati al mondo imprenditoriale.

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lunedì 5 luglio 2021

Elisa Loncón presidente dell'Assemblea Costituente - Tonio Dell’Olio




Oggi, mentre da noi era notte, nell'aula del Congresso del Cile sono risuonate forti e chiare le parole nella lingua dei Mapuche.

Le ha pronunciate Elisa Loncón, appena eletta presidente dell'Assemblea Costituente. Si tratta dell'assise votata dal popolo per scrivere la nuova Costituzione che andrà a cambiare quella entrata in vigore nel 1980 con la dittatura di Augusto Pinochet. Ma il primo ed entusiasmante segnale di cambiamento è che su 155 membri di quell'organismo, ben 96, in seconda votazione, hanno votato per Elisa Loncón. Elisa è una donna mapuche che, pur essendosi laureata in lettere, essere riconosciuta come linguista di valore e docente universitaria a Londra, non ha mai tagliato il cordone ombelicale con la sua gente. Dice che con questa elezione ha realizzato il sogno degli antenati ma, soprattutto, vuole scrivere la Carta di uno Stato plurinazionale che riconosca e valorizzi le diversità. "La Costituente sarà partecipativa" - ha detto - ed ha annunciato che per questo si è deciso che gli organi direttivi siano a rotazione per dare spazio a tutte le componenti rappresentate. 

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giovedì 10 settembre 2020

se sei mapuche ti tirano le pietre, e non solo

La guerra contro i mapuche - Raúl Zibechi

 

Negli ultimi giorni, l’offensiva militarista dello Stato cileno contro il popolo nazione mapuche s’è intensificata con attacchi razzisti e fascisti alle comuneras e ai comuneros che continuano la resistenza pacifica in appoggio agli scioperi della fame, scatenata dalla grave situazione del machi (leader religiosi tradizionali, ndt) Celestino Córdova che si avvicina al raggiungimento dei 100 giorni di digiuno.

La direttrice dell’Istituto nazionale per i diritti umani con Celestino durante il precedente lunghissimo sciopero della fame (102 giorni) nell’aprile del 2018.

I fatti recenti mostrano una svolta profonda che si può riassumere parlando di escalation della guerra contro il popolo mapuche. Nella notte del primo e del due di agosto, gruppi di civili armati hanno attaccato i mapuche che occupavano i municipi di Curacautín, Ercilla, Victoria e Traiguén. Si tratta di “militanti dell’Associazione di Pace e Riconciliazione nell’Araucanía (APRA), un’organizzazione suprematista bianca di ultradestra, composta da latifondisti e padroni di imprese transnazionali, che “hanno usurpato le terre nella Wallmapu (il nome indigeno dell’Araucanìa, ndt)”, come denunciano in un comunicato ben 21 organizzazioni.

Le organizzazioni denunciano, inoltre, che il corpo dei carabineros ha lasciato agire impunemente i civili violenti che hanno colpito i mapuche, hanno bruciato i loro veicoli e hanno intonato grida di odio e razzismo, giungendo perfino a collaborare con gli aggressori razzisti.

Ricordiamo che l’attuale crisi si è scatenata con lo sciopero della fame di Celestino Córdova, che chiede l’applicazione dell’articolo 169 dell’OIL, quello che permette di scontare la pena detentiva decisa dalla giustizia cilena nella comunità del condannato. Allo sciopero della fame del machi Celestino si sono aggiunte più di 20 persone imprigionate nelle carceri di Temuco, Angol e Lebu.

Man mano che la salute degli scioperanti si andava deteriorando in più di tre mesi di digiuno, diversi lof (comunità) hanno cominciato a mobilitarsi, in particolare nel triangolo compreso tra Tirúa-Temuco-Ercilla.

Verso la fine di novembre il governo di Sebastián Piñera ha deciso una svolta a destra, causata dal profondo logoramento seguito alla rivolta cilena iniziata nell’ottobre del 2019, che continua con molteplici forme, dall’insuccesso nel contenimento della pandemia di coronavirus e da una sconfitta parlamentare nel provvedimento che permette di ritirare dai fondi pensione il 10% dei risparmi. Questo è stato possibile per la divisione nella base di appoggio parlamentare del governo.

Questa svolta si è concretizzata nella nomina di un sostenitore di Pinochet a capo del Ministero degli Interni, Víctor Pérez. La sua prima iniziativa pubblica è stato un viaggio a Wallmapu, dove ha tenuto un discorso di ordine e sicurezza senza lasciare il minimo margine al negoziato. Non è affatto un caso che dopo il viaggio del ministro si siano attivati i gruppi razzisti di ultradestra. Il governo di Piñera è molto debole, incalzato dalla protesta di strada e dalla destra, e alla fine ha messo da parte ogni ipotesi di dialogo per ricomporre la propria base di sostegno aprendo il governo ai sostenitori di Pinochet.

Pochi giorni fa, il Centro di Ricerca Giornalistica (CIPER) ha diffuso un rapporto di intelligence dei carabinieri, stilato nel 2015, in cui si individuano proprietari di tenute agricole che stavano formando dei gruppi di autodifesa a carattere paramilitare in zone di alta conflittualità con i mapuche, ma non è stato preso alcun provvedimento per arrestarli e fermarne lo sviluppo.

 

Malgrado la brutalità della repressione e una escalation del terrorismo di Stato, le principali organizzazioni mapuche hanno riaffermato il proprio cammino storico: “Questi attacchi, invece che intimorirci, ci confermano nella nostra lotta per la riappropriazione dei nostri diritti territoriali e politici, per l’autonomia e l’auto-determinazione per il Paese Mapuche”.

Domenica 9 agosto c’è stata una grande manifestazione di diverse comunità nella piazza di Curacautín, dov’è stato letto un documento che riafferma la solidarietà con i prigionieri in sciopero della fame e denuncia le imprese forestali e multinazionali chiedendo che “i tre milioni di ettari delle imprese forestali siano ripartiti attraverso il recupero del territorio mapuche”.

Alla fine, il documento fa appello all’organizzazione dei mapuche della città e delle campagne affinché recuperino la propria lingua (il mapuzugun i mapudungun), la cosmovisione e le usanze tradizionali, “perché quanto è mapuche non è una razza ma un modo di intendere la vita di tutti gli esseri e le cose”.

I prossimi mesi saranno molto duri per il popolo mapuche mobilitato, per lo meno fino alle elezioni dei membri del Congresso di aprile, passando per il plebiscito del 25 ottobre. La destra si sta unendo intorno alla difesa della Costituzione del 1980, quella dell’epoca di Pinochet. Il popolo nazione mapuche, tuttavia, ben al di là dell’attuale offensiva militarista, continuerà nelle sue lotte e rivendicazioni. Lo sta facendo da quattro secoli.


Traduzione per Comune-info: marco calabria

Qui la versione in lingua originale su Desinformémonos


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Pura dignità - Raúl Zibechi

Le comunità mapuche si stanno mobilitando a sostegno dei loro prigionieri politici che stanno facendo lo sciopero della fame nelle prigioni di Temuco, Lebu e Angol. Chiedono il rispetto della Convenzione 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, che consente loro di scontare la pena nelle loro comunità, cosa fondamentale in tempi di pandemia; chiedono inoltre una revisione della detenzione preventiva e denunciano le condizioni degradanti nelle carceri.


Il machi Celestino Córdova ha fatto lo sciopero della fame per 80 giorni e ha dovuto essere trasferito all’ospedale che porta il nome inadeguato di Ospedale Pluriculturale di Nueva Imperial, perché la sua salute è peggiorata e le sue condizioni sono critiche. Nella cultura mapuche, il machi è un’autorità spirituale e un guaritore con un grande ascendente nelle sue comunità.

Nel carcere di Angol ci sono anche altri otto detenuti scioperano da 80 giorni avanzando le stesse richieste, oltre a undici detenuti nel carcere di Lebu che sono in sciopero da 17 giorni e altri sette che scioperano da quattro giorni in quello di Temuco.

Jakelin Curaqueo, presidente della Comunità di Storia Mapuche, spiega che la mobilitazione è molto difficile durante una pandemia fuori controllo che in Cile conta più di 17.000 contagiati per milione di abitanti, uno dei tassi più alti del mondo. Nonostante le difficoltà, si riscontrano manifestazioni e dimostrazioni nel nord, nel centro e nel sud del Cile. “La pandemia non ha rallentato la repressione e la guerra contro le comunità mapuche e la repressione dei loro leader, con un dispiegamento di artiglieria pesante a Wallmapu”, spiega Jakelin all’altro capo del telefono.

Il machi Celestino, un uomo robusto e di grande spiritualità che ho conosciuto durante una visita al carcere di Temuco poco più di un anno fa, ha dovuto essere trasferito in ospedale a causa del suo precario stato di salute. L’ultima volta che l’hanno visitato, mercoledì 22, i medici hanno detto che il suo stato di salute era “critico”. Non ha potuto nemmeno assistere alla cerimonia eseguita da altri machis a causa delle sue condizioni, che gli danno vomito e vertigini.

Decine di uomini e donne delle comunità mapuche si sono riuniti davanti all’ospedale lo stesso giorno in cui Celestino ha deciso di iniziare uno sciopero della fame e della sete, che ha sospeso quella stessa sera per riprendere lo sciopero dei liquidi. Il timore della famiglia e dello stesso Celestino è che venga sottoposto all’alimentazione forzata, per cui ha messo per iscritto che non permetterà nessun tipo di iniezione o di somministrazione di cibo o acqua con la forza.

Gli scioperi della fame intendono denunciare anche la repressione che i mapuche stanno subendo in tutto il Paese. L’esempio più lacerante è la persecuzione delle venditrici di verdura e di cochayuyo, un’alga marina che vendono nei mercati.

Nel dicembre 2018, un’ordinanza del sindaco di Temuco ha vietato il commercio ambulante stabilendo un perimetro di interdizione intorno al mercato. La particolarità è che l’ordinanza impone multe sia ai venditori che a chi compra i loro prodotti.

Il divieto e la successiva repressione ricadono su due settori: un collettivo di 750 piccoli orticoltori di alcune zone vicine a Temuco e i venditori di cochayuyo, uno degli alimenti più apprezzati in Cile. In diverse occasioni i venditori e i compratori si sono uniti per contrastare la repressione della polizia.

Jakelin sottolinea la forza spirituale di Celestino Córdova nonostante le sue precarie condizioni fisiche. Le comunità mapuche non potranno dimenticare una frase del loro punto di riferimento spirituale: “Se muoio, chiedo al mio popolo che continui a lottare”.

Fonte: “A pura dignidad. Veintisiete presos mapuche en huelga de hambre”, in desInformémonos, 23/07/2020.

Traduzione a cura di Camminardomandando

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Annientare i Mapuche - Edgars Martínez Navarrete (*)


Come è già successo davanti alla resistenza dei popoli indigeni e durante la rivolta popolare di ottobre, che ha posto Piñera nel mirino degli organismi internazionali in quanto artefice di una crisi dei diritti umani, siamo testimoni di come il governo stia per macchiarsi di nuovo le mani con sangue mapuche

Non tutti i detenuti in Cile valgono allo stesso modo. Mentre ad un terzo della popolazione penale del paese (13.321 reclusi su un totale di 39.677) è stata concessa la modifica della misura cautelare o del compimento della condanna, che ha portato i reclusi ad uscire di prigione per decreto giudiziale dal 18 marzo di quest’anno, lo Stato ha deciso di mantenere in carcere più di 30 detenuti politici mapuche in diversi centri penitenziari. Alcuni di questi, nel pieno della crisi dovuta alla pandemia, sono in sciopero della fame da più di tre mesi. Come se non fosse abbastanza, tra i beneficiari della misura c’è anche Carlos Alarcón Molina, un poliziotto che si trovava in custodia cautelare perché accusato dell’omicidio di Camilo Catrillanca nel novembre del 2018.

Il governo di Sebastián Piñera è rimasto indifferente alle richieste dei prigionieri mapuche in sciopero della fame, anche se queste riguardano l’apertura di un tavolo delle trattative e il rispetto del Convegno 169 dell’Ilo (organizzazione internazionale del lavoro) che si riferisce alla prigione indigena. Nonostante questi siano dei punti stipulati nell’ambito di base della legge, il governo preferisce fare finta di niente aggravando le condizioni di salute dei comuneros nelle carceri cilene.

Oltre ad un’eccessiva perdita di peso dovuta allo sciopero della fame, i detenuti mapuche sono estremamente esposti al contagio per il Covid-19, dato l’indebolimento che ha sofferto il loro sistema immunitario.

Lontani dai loro territori e impossibilitati a vedere le loro autorità culturali, lo stato di salute dei prigionieri in sciopero della fame corre un rischio vitale imminente. Un caso estremo è quello del machi (autorità spirituale mapuche) Celestino Córdova, al quale è stato proibito di tornare al suo spazio sacro (Rewe) per rinnovare le forze spirituali di cui ha bisogno un’autorità come lui.

Oltre a questa indifferenza, un’altra delle strategie di frammentazione che il governo ha esercitato per indebolire il movimento di sostegno ai prigionieri è quella dei trasferimenti arbitrari che puntano a deviare certi imputati verso centri penitenziari lontani dai loro territori di origine. La custodia cautelare che sta scontando Tomás Antihuen Santi a Concepción, a più di 150 km dalla sua casa, e le minacce di trasferire gli 11 detenuti mapuche dal carcere di Lebu a Concepción (stessa distanza) sono un esempio concreto di questa strategia divisoria, considerando che le famiglie e le comunità sono i principali sostegni spirituali, morali e materiali degli scioperanti.

Nonostante ciò, davanti a tale situazione i prigionieri mapuche e le loro famiglie non sono soli. Nel mezzo dell’attuale crisi dovuta alla pandemia, nelle ultime settimane in tutto il territorio nazionale si sono moltiplicate le diverse dimostrazioni in supporto alle loro richieste.

Occupazione delle strade, manifestazioni nelle principali città del paese, atti di sabotaggio al capitale forestale nel sud del Cile e occupazione di diverse strutture governative e regionali sono state parte del repertorio della protesta articolato dalle comunità e dalle organizzazioni mapuche che insistono nel chiedere al governo di aprire una via democratica di comunicazione per risolvere le richieste dei prigionieri in sciopero. Durante queste azioni donne, bambine e bambini mapuche sono stati fortemente repressi da parte della polizia cilena, arrivando a trascorrere giornate intere trattenuti in diversi centri penitenziari.

Ma non solo la polizia o l’esercito – che sono ancora dispiegati nel Wallmapu, teoricamente a causa della “crisi pandemica” – si sono incaricati di reprimere il movimento di sostegno ai prigionieri. Di fronte all’occupazione da parte delle comunità e lov mapuche dei comuni di Curacautín, Victoria, Ercilla, Traiguén e Collipulli nella IX regione, come misura per fare pressione, durante la notte del 1° agosto di quest’anno decine di persone, convocate da proprietari terrieri e dirigenti dei settori forestale e agro-esportatore della zona, hanno picchiato le famiglie, incendiato i loro veicoli e sgomberato violentemente le strutture con la complicità della polizia. Per di più, hanno distrutto gli spazi sacri che le comunità mapuche mantenevano nelle città per incontrarsi e svolgere varie attività. Evidentemente, questi livelli di violenza non sono stati criminalizzati dal governo con la stessa mano dura con cui vengono trattati il mapuche o il povero. Tali atti sono stati persino giustificati sui media dalla destra nazionale e dai gruppi complici del neoliberismo, rimanendo finora impuniti di fronte alla giustizia.

I responsabili politici di tale scenario e coloro che traggono profitto da questi atti razzisti non sono esattamente gli esecutori diretti, che agiscono come complici consapevoli della violenza padronale, ma le élite economiche e suprematiste bianche che hanno mantenuto la loro accumulazione di capitali, lo sfruttamento e l’espropriazione a partire da un sistema coloniale che ha storicamente minato le condizioni di vita sia del popolo mapuche che dei settori popolari cileni, alimentando le gerarchie razziali, la violenza tra gli oppressi e affrontando settori costruiti sull’immaginario eurocentrico. Una guerra tra poveri, travestita da conflitto “etnico”, a vantaggio dei potenti.

Non è un dato minore che tali livelli di violenza si siano verificati pochi giorni dopo la visita nella zona del ministro dell’Interno Víctor Pérez Varela, viaggio in cui, oltre a delineare le nuove misure di controinsurrezione e repressione contro il movimento mapuche, ha offerto il suo sostegno a diverse corporazioni economiche della regione. Sono stati proprio i settori organizzati di queste corporazioni, famosi per le loro politiche anti-mapuche, e di estrema destra – come la Asociación de Agricultores de Malleco o la Agrupación Paz y Reconciliación en la Araucanía (Apra) – che, secondo l’audio in circolazione sui social network, hanno convocato i civili a riunirsi la notte del 1° agosto per linciare le famiglie mapuche che stavano occupando i comuni dell’Araucanía.

Nonostante questo contesto di violenza, che mostra la reale profondità del problema nel sud del continente, si è manifestato a livello mondiale il sostegno alle giuste richieste dei prigionieri politici mapuche.

Le diverse reti di solidarietà nazionali e internazionali hanno inviato messaggi di solidarietà ai detenuti e alle loro famiglie, chiedendo che lo Stato del Cile applichi le disposizioni contenute nella Convenzione 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, e hanno esposto il pericolo che corrono i membri della comunità quando sono imprigionati in dure condizioni di sovraffollamento. Attraverso la pagina mapuche Aukin sono stati raccolti e riprodotti decine di comunicati e video inviati da diverse parti del mondo, tra cui i messaggi del Congresso Nazionale Indigeno (Messico), del comune autonomo di Cherán (Messico), dell’Ongi Etorri Errefuxiatuak Araba (Paesi Baschi), del popolo Nasa (Colombia), di organizzazioni popolari in Argentina, Italia e Cile, del movimento internazionale di solidarietà con il Kurdistan e dei collettivi femministi comunitari in Bolivia, insieme a molti altri.

Ogni ora che passa è terribile per lo stato di salute dei prigionieri politici mapuche. A quasi tre mesi dall’inizio dello sciopero della fame, l’indolenza di Sebastián Piñera dimostra il carattere razzista e repressivo dello Stato cileno. Come è già successo davanti alla resistenza dei popoli indigeni e durante la rivolta popolare di ottobre, che ha messo Piñera nel mirino degli organismi internazionali come artefice di una crisi dei Diritti Umani, siamo testimoni di come il governo stia per macchiarsi di nuovo le mani con sangue mapuche.


(*) Fonte: DINAMOPress

Articolo originariamente pubblicato sul portale Mapuexpress.org; traduzione dal castigliano di Alessandra Cristina e Susanna De Guio per l’America Latina

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Brutale repressione in Cile contro il popolo Mapuche - Pilar Paricio

 

Beatriz Aurora Castedo, pittrice e attivista sociale, ha consegnato il 1° settembre una lettera al viceconsole del Cile a Barcellona, chiedendo solidarietà con il popolo Mapuche e i prigionieri in sciopero della fame.

 

Beatriz Aurora Castedo Mira è nata in Cile da madre catalana e padre madrileno esiliato dalla guerra civile spagnola. Dopo un anno di lotta contro la dittatura di Pinochet è stata arrestata e torturata, ma la sua famiglia è riuscita a farla portare in Spagna, dove ha vissuto gli ultimi anni della dittatura di Franco e il passaggio alla democrazia. In seguito si è stabilita in Messico, ha vissuto le rivoluzioni centroamericane in Guatemala, El Salvador e Nicaragua. Dopo un periodo di disincanto, è rimasta affascinata dalla causa zapatista. Ora vive in Chiapas e lavora per la giustizia e la libertà dei popoli nativi dell’America.

 

Lei ha consegnato una lettera al Consolato cileno di Barcellona. Qual è il contenuto della lettera?

È una lettera molto semplice che chiede solidarietà urgente con il popolo Mapuche:

“Al presidente Sebastián Piñera, al governo del Cile, al popolo Mapuche, ai popoli del mondo.

Di fronte alla brutale repressione scatenata dal governo cileno contro il popolo Mapuche e le sue terre, noi, artisti, scienziati, intellettuali e organizzazioni cilene e mondiali chiediamo la fine immediata delle violenze, il ritiro totale delle forze repressive dal loro territorio e il rilascio incondizionato di tutti i prigionieri politici, alcuni dei quali hanno fatto uno sciopero della fame per più di 100 giorni mettendo in serio pericolo la loro vita. I Mapuche non sono soli e lo stato neocoloniale e neoliberale non potrà distruggere il loro ecosistema o la loro cultura millenaria.

MARICHIWEU !!!!

MILLE VOLTE VINCEREMO!

Si conclude con l’adattamento della seguente poesia di Violeta Parra:

Arauco ha un dolore

che io non posso tacere

sono ingiustizie di secoli

che tutti vedono fare,

nessuno vi ha posto rimedio

pur potendo rimediare

Alzati Huenchullán…

Violeta Parra

La lettera è accompagnata da uno dei miei disegni, in cui Violeta Parra, su una luna, canta “Arauco ha un dolore”.

Ho scritto la lettera un mese fa e ho iniziato a chiedere agli amici, che ho incontrato in tutto il mondo attraverso le diverse lotte per un mondo migliore, di firmarla. In un mese abbiamo raccolto 3.792 firme da persone e organizzazioni in più di 60 paesi. Hanno firmato molti accademici, artisti e scienziati europei e statunitensi. Tra i firmatari ci sono persone conosciute come Manu Chau, Lluis Llac, Paco Ibáñez, Naomi Klein, ecc. Abbiamo contato quasi 2.000 firmatari dal Cile, 800 dal Messico, 400 dalla Spagna, 150 dall’Argentina e 50 dagli Stati Uniti. Questa attività si è sviluppata a partire da Barcellona ed è stata possibile grazie al sostegno di molte persone. Si è aggiunta la solidarietà storica di tutte le lotte degli ultimi cento anni. Ora, se vogliamo prendere d’assalto il futuro, questo è un momento in cui la solidarietà è più necessaria che mai. Abbiamo anche fatto una petizione su change.org.

La mattina del 1° settembre ho consegnato la lettera al viceconsole del Cile a Barcellona. Il popolo Mapuche e i prigionieri sono oggi un simbolo che riflette la brutalità del sistema. L’interesse di questa lettera è far sapere al popolo Mapuche che non è solo, che ha la solidarietà della brava gente del mondo.

Ci può spiegare chi sono i Mapuche?

Il popolo Mapuche (che vuol dire uomini della terra) è un popolo originario del Sud America che comprende gli abitanti della regione di Araucania di lingua mapudungun. Quando i conquistadores spagnoli arrivarono nel XVI secolo, questo popolo viveva nella Valle dell’Aconcagua e nel centro dell’isola di Chiloé, in quello che oggi è il Cile. È l’unico popolo originario dell’America che la corona spagnola non è riuscita a dominare. La Spagna ha dovuto riconoscere il loro territorio e la loro indipendenza dall’impero spagnolo, stabilendo confini e accordi di pace.

Ma alla fine del XIX secolo, dopo l’indipendenza del Cile e dell’Argentina dalla corona spagnola, il popolo Mapuche fu sottomesso dai governi di questi due paesi attraverso campagne militari che massacrarono migliaia di persone. I Mapuche furono trasferiti in piccole riserve, mentre il resto delle loro terre fu occupato. Negli ultimi decenni le loro terre sono state allagate da bacini idroelettrici, le aziende di legname hanno distrutto le foreste e le risorse marine sono finite nelle mani di grandi aziende che schiacciano i pescatori artigianali. Si tratta di un modello economico estrattivo neoliberale che distrugge gli ecosistemi, aumenta l’inquinamento e l’impronta ecologica e porta la popolazione alla povertà.

Qual è il motivo per cui i prigionieri mapuche stanno facendo lo sciopero della fame?

Nel maggio 2020, 26 detenuti mapuche hanno iniziato uno sciopero della fame, di cui 16 stanno facendo lo sciopero della fame e della sete. La maggior parte di questi 16, ricoverati in ospedale, è in punto di morte.

I prigionieri chiedono di essere uguali davanti alla legge e di avere il diritto agli arresti domiciliari per la durata della pandemia Covid-19. Il governo ha applicato questo diritto a più di 4.000 prigionieri, compresi i principali violatori dei diritti umani, ma lo ha negato a tutti i prigionieri Mapuche.

Il governo dovrebbe applicare la Convenzione 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) riguardante le condizioni speciali di detenzione per le persone dei popoli indigeni, compresa la giustizia riparativa in accordo con la loro cultura, che include la possibilità di visitare le loro case e comunità di tanto in tanto.

Con questa lettera chiedo solidarietà con il popolo Mapuche e con i prigionieri in sciopero della fame. Sostengo la loro richiesta di conformità alla Convenzione 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) sui popoli indigeni e tribali nei Paesi Indipendenti, che il Cile ha ratificato nel 2009.

Quali progetti avete per il futuro?

Stiamo lavorando con Marco Aparicio, giurista e professore di Diritto Costituzionale all’Università di Girona e presidente dell’Osservatorio per i Diritti economici, Sociali e Culturali (DESC) che ci sta aiutando a creare una commissione internazionale a sostegno dei prigionieri politici Mapuche.

Per maggiori informazioni: http://www.beatrizaurora.net

Traduzione dalle spagnolo di Thomas Schmid. Revisione: Silvia Nocera

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Celestino ha sospeso lo sciopero - Claudia Fanti

 

La vita del machi Celestino Córdova è salva. Dopo un lungo negoziato con un governo che ha giocato fino all’ultimo con la sua vita e con quella degli altri detenuti mapuche, l’autorità spirituale ha annunciato martedì di aver messo fine a 107 giorni di sciopero della fame.

Una bella notizia appena offuscata dal contenuto dell’accordo raggiunto, molto distante dalle rivendicazioni iniziali: il machi potrà sì recarsi al suo rewe (l’altare mapuche che simboleggia la connessione con il cosmo), ma solamente per 30 ore, anziché per i sei mesi richiesti. E potrà anche richiedere il trasferimento a uno dei centri di educazione e lavoro previsti dall’ordinamento penitenziario per il reinserimento sociale dei detenuti.

Riguardo agli altri prigionieri politici in sciopero della fame, l’accordo stabilisce che non potranno essere oggetto di sanzioni disciplinari e prevede facilitazioni per il loro ingresso nei programmi di studio e lavoro, la creazione di «moduli speciali» nelle carceri per i rappresentanti dei popoli originari, la possibile revisione delle misure cautelari (con gli arresti domiciliari in sostituzione della carcerazione preventiva), la continuità dei «Dialoghi interculturali» mirati a una modifica dei regolamenti carcerari per i popoli indigeni.

«Ho apportato il mio umile granello di sabbia alla lotta del popolo mapuche», ha dichiarato Celestino Córdova in un comunicato letto dalle sue portavoce Cristina Romo e Giovanna Tafilo. L’autorità spirituale riconosce che i risultati ottenuti «non sono soddisfacenti nella loro totalità», ma, prosegue, «ho assunto lo sciopero della fame con dignità, ponendo la mia vita a disposizione della nostra lotta, allo scopo di avanzare un passo alla volta». Con ciò, conclude, «la lotta non è terminata, né quella dei prigionieri politici, mapuche e non mapuche, né quella del nostro popolo, né quella di tutti i popoli oppressi del mondo».

Soddisfazione per l’accordo raggiunto è stata espressa dal presidente Piñera, il quale ha persino rivendicato il rispetto della sempre calpestata Convenzione 169 dell’Organizzazione internazionale del lavoro sui popoli indigeni. E ciò benché il suo articolo 10, che raccomanda sanzioni penali alternative per i rappresentanti dei popoli originari, in considerazione delle loro caratteristiche economiche, sociali e culturali, non sia mai stato applicato dai tribunali nei 12 anni passati dalla sua ratifica.

Fonte: il manifesto

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Cile: i detenuti mapuche in sciopero della fame e della sete - Claudia Fanti

 

Il ministro della Giustizia cileno non rispetta l’accordo trovato con i prigionieri politici, che riprendono la loro lotta in carcere. Contro di loro, in campo scendono anche i camionisti “anti-indigeni”

È una corsa contro il tempo quella per salvare gli otto detenuti mapuche del carcere di Angol che, già in sciopero della fame da 117 giorni, hanno smesso da lunedì anche di ingerire liquidi.

Una misura estrema – a cui si sono uniti nei giorni successivi anche otto mapuche del carcere di Lebu – adottata per protestare contro l’assenza di risposte da parte dello Stato cileno rispetto all’applicazione effettiva al codice penale della Convenzione 169 dell’Organizzazione internazionale del lavoro sui popoli indigeni.

IL 9 AGOSTO IL MINISTRO della Giustizia Hernán Larraín si era impegnato a dare risposta, entro 12 giorni, alla richiesta dei mapuche di un dialogo di alto livello mirato a individuare una soluzione per i detenuti già condannati e per quelli in custodia cautelare, in cambio di un’assoluta riservatezza sui negoziati e della sospensione dello sciopero della sete che i prigionieri politici avevano appena intrapreso.

Al solito, a fronte del rispetto da parte mapuche delle condizioni dell’accordo, il ministro non ha mantenuto la parola: scaduti i 12 giorni, nessuna risposta è giunta dal governo. Da qui la decisione dei detenuti, tutti in condizioni assai critiche, di riprendere lo sciopero della sete.

Grande preoccupazione per la sorte dei 16 mapuche (e anche degli altri 11 in sciopero della fame) è stata espressa dal machi Celestino Córdova che il 18 agosto, dopo 107 giorni, aveva terminato lo sciopero della fame dopo aver raggiunto un accordo, benché parziale, con il governo.

Esigendo dallo Stato il rispetto degli accordi, l’autorità spirituale ha ringraziato il popolo mapuche e quello non mapuche per la solidarietà espressa, invitando a promuovere marce e atti di protesta in appoggio ai prigionieri politici.

NELLA CRISI SONO ENTRATI a gamba tesa anche i camionisti, che giovedì hanno iniziato uno sciopero per esigere la rapida approvazione, in funzione prevalentemente anti-mapuche, dei progetti di legge repressivi varati dal governo Piñera durante le proteste dei mesi scorsi: dalla cosiddetta legge «anti-incappucciati» a quella sulla presenza di militari a guardia della «infrastruttura critica», fino a un inasprimento della già severa legge antiterrorismo promulgata durante la dittatura di Pinochet.

Uno sciopero che – malgrado la minaccia di paralizzare il paese in piena pandemia e con la disoccupazione alle stelle grazie alla contestatissima legge di «protezione» dell’impiego – ha incontrato la totale comprensione del governo che, descrivendo i potenti camionisti come vittime dei disordini provocati dai mapuche nell’Auracanía, ha già fatto sapere che lunedì «sarà trovata una soluzione». E si può star certi che in questo caso manterrà fede ai propri impegni.

È così, con minacce e pressioni a favore del pugno di ferro contro ogni dissenso, che la destra si sta preparando al plebiscito sull’elaborazione di una nuova Carta costituzionale del prossimo 25 ottobre, non risparmiando alcuno sforzo per blindare lo status quo: non solo attraverso il potere di veto garantito dalla trappola della maggioranza dei due terzi, ma anche limitando il più possibile la portata della discussione, a partire dal divieto di modificare i trattati internazionali e dalla pretesa di impedire anche il dibattito sul modello economico.

SI MOBILITA TUTTAVIA anche il movimento di protesta, che – pur continuando a indicare come vera soluzione la realizzazione di uno sciopero generale continuato e a oltranza per ottenere la caduta di Piñera e imporre un’Assemblea costituente libera e sovrana – è deciso a buttarsi nella mischia, prendendo parte al voto, al fine di aprire quante più crepe possibili nel muro di contenimento innalzato dalle forze politiche per bloccare ogni cambiamento reale. Magari, chissà, creando una forza politica alternativa per presentare i propri candidati al processo costituente.


(da il manifesto)

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