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mercoledì 5 novembre 2025

paradisi fiscali e nebbie

Il rapporto di Tax Justice Network: Italia rapinata dai paradisi fiscali. Saccheggio da 22 miliardi – Chiara Brusini

Il sistema. L’elusione fiscale delle multinazionali ha tolto 1.700 miliardi ai Paesi. Con Trump gli Usa sono diventati la meta dei colossi a suon di favori

 

Tra il 2016 e il 2021 l’Italia ha perso 22,3 miliardi di dollari di tasse che sarebbero dovute entrare nelle casse pubbliche. Soldi rimasti invece nei bilanci di grandi multinazionali che hanno registrato i propri profitti in Paesi dove le imposte sono più leggere: non solo Irlanda, Paesi Bassi e Lussemburgo, ma anche – e per una fetta importante – Stati Uniti. Il nuovo rapporto State of Tax Justice 2025 di Tax Justice Network, rete internazionale che da anni analizza l’elusione delle imprese e dei super-ricchi, aggiorna le stime sul costo globale degli abusi delle grandi imprese. E arriva alla conclusione che il mancato gettito sia ammontato solo in quei sei anni all’astronomica cifra di 1.700 miliardi di dollari, poco meno del Pil della Spagna, di cui 495 miliardi (il 29% del totale) per effetto delle strategie fiscali delle sole multinazionali statunitensi. Soldi che avrebbero potuto essere utilizzati per finanziare sanità, istruzione e altri servizi pubblici…

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Paradisi fiscali, capitalismo estrattivo e democrazia derubata - Mario Sommella

In sei anni l’Italia si è vista sfilare 22,3 miliardi di dollari che dovevano finire in scuole, ospedali, trasporti, sostegno alla non autosufficienza. Non sono spariti per magia. Hanno semplicemente preso la strada che la finanza globale e le grandi corporation hanno apparecchiato da anni: registrare i profitti dove si pagano meno tasse, anche se quei profitti sono stati generati qui. È la fotografia che emerge dal rapporto di Tax Justice Network che hai riportato, e che combacia con l’andamento globale del fenomeno: le multinazionali spostano centinaia di miliardi di utili ogni anno in giurisdizioni amichevoli, lasciando i conti pubblici dei Paesi reali a fare i salti mortali. Su scala mondiale parliamo di oltre mille miliardi di profitti spostati e di centinaia di miliardi di gettito bruciati ogni anno.

Questo non è un incidente tecnico della fiscalità internazionale. È l’effetto logico di un capitalismo che si è fatto politica, che ha trasformato gli Stati in contenitori da cui estrarre rendita fiscale, e che usa la concorrenza tra Paesi come arma per pagare sempre meno. È la famosa corsa al ribasso. E quando le imprese pagano meno del dovuto, non è che il costo scompare: viene scaricato sulla collettività, cioè sui cittadini che pagano l’Irpef, sull’Iva, sui piccoli imprenditori che non possono aprire una controllata in Delaware.

Il ruolo degli Stati Uniti dopo il taglio Trump

La parte più interessante e più scandalosa del quadro è il comportamento degli Stati Uniti dopo il Tax Cuts and Jobs Act del 2017. Quella riforma, presentata come leva per riportare investimenti in patria, ha in realtà trasformato Washington in un rifugio fiscale per le proprie multinazionali e per molte straniere: imposta federale sulle società più bassa, regole più morbide, e soprattutto la possibilità di far atterrare negli USA profitti prodotti altrove pagando aliquote effettive molto più basse. Risultato: tra il 2016 e il 2024 gli utili dichiarati in patria sono saliti, ma le tasse effettivamente pagate sono scese. Non è un paradosso, è un disegno. 

Così gli USA sono diventati un nuovo polo di attrazione per i profitti sottratti ai Paesi dove sono stati davvero generati, scalzando perfino paradisi fiscali europei più tradizionali. E nello stesso momento Washington ha sabotato o rallentato tutti i tentativi internazionali di far pagare una quota equa alle big tech e alle altre multinazionali, dal fragile accordo OCSE sulla minimum tax fino ai tentativi di tassare i servizi digitali. Perché? Perché quando hai reso il tuo Paese un magnete del profitto altrui non hai alcun interesse a far tornare quei soldi a casa d’altri. 

Europa e Italia: le casse bucano, i servizi arretrano

Dentro questo quadro l’Italia sta nel gruppo dei Paesi che perdono senza avere strumenti adeguati per reagire. La cifra che hai riportato, 22,3 miliardi di dollari tra 2016 e 2021, va letta così: è come se avessimo lasciato aperto un rubinetto fiscale verso l’estero proprio negli anni in cui si diceva che “non ci sono risorse” per scuola, sanità, disabilità, politiche abitative. È una sottrazione silenziosa, perché non passa dal Parlamento, non richiede un decreto, non ha opposizione: avviene nelle note integrative dei bilanci delle multinazionali.

I dati europei confermano che non è un problema solo nostro: Francia e Germania perdono ancora di più in valore assoluto, la Spagna vede evaporare una quota di gettito pari a più del 5 per cento della spesa sanitaria di quegli anni. Vuol dire che i sistemi pubblici stanno pagando la concorrenza fiscale decisa altrove. E vuol dire che quando ci dicono che bisogna “aziendalizzare” la sanità, o aumentare i ticket, o privatizzare pezzi di welfare perché “mancano i soldi”, stanno in realtà scaricando sui cittadini il conto di un trasferimento di ricchezza verso i board delle corporation. 

Le multinazionali si sono fatte politica

Qui sta il punto politico che va detto con chiarezza. Il problema non è solo il Lussemburgo che fa il furbo o l’Irlanda che offre aliquote basse. Il problema è che le grandi imprese hanno conquistato negli anni un potere di interlocuzione diretto con i governi, tale da far scrivere le regole fiscali in modo compatibile con le loro strutture societarie. Non si limitano a usufruire delle norme: le orientano. E siccome sono transnazionali e gli Stati no, la trattativa è sempre sbilanciata.

Questa è la forma aggiornata della subalternità politica al capitale: non più solo lobbying, ma vera e propria co-scrittura delle regole contabili, fiscali e di trasparenza. A livello OCSE si è deciso che i dati che mostrano dove le multinazionali fanno profitti e dove pagano le imposte restano in gran parte riservati, quindi i cittadini non possono vedere chi paga e chi no. Gli USA, già nel decennio scorso, hanno voluto che la rendicontazione paese per paese non fosse pubblica. Senza trasparenza non c’è neppure conflitto democratico. 

La partita ONU e l’astuzia del Nord globale

Per questo è importante che all’ONU sia partita la trattativa per una Convenzione fiscale internazionale, cioè per spostare dal club dei Paesi ricchi al sistema multilaterale la regia sulla tassazione delle multinazionali. È una richiesta che arriva da anni dal Sud globale, perché sono proprio i Paesi a medio e basso reddito quelli che, in proporzione, perdono di più rispetto alle loro entrate complessive. Ma i Paesi guida del capitalismo occidentale hanno già fatto muro e continueranno a farlo, perché un vero registro pubblico e una vera tassazione dove si genera il valore taglierebbero le gambe alle loro stesse imprese e alle loro piazze finanziarie. 

Se la Convenzione ONU riuscisse a introdurre la rendicontazione pubblica paese per paese e il principio che il profitto si tassa dove si produce, secondo le stime di Tax Justice si potrebbero recuperare ogni anno centinaia di miliardi. È esattamente ciò che oggi manca ai bilanci pubblici per finanziare i diritti sociali senza doverli trasformare in servizi a pagamento.

Un problema di modello, non di furbetti

Qui è utile togliere di mezzo la retorica dei singoli evasori. Non stiamo parlando del professionista che non emette una fattura. Stiamo parlando di un’architettura pensata per permettere a gruppi con fatturati da Stato medio di sottrarsi alla progressività fiscale. È un problema sistemico, prodotto dall’aziendalizzazione della politica: gli Stati hanno interiorizzato l’idea che per essere “attrattivi” bisogna costare poco alle imprese. Il risultato è che si compete al ribasso, e chi vince sono i soggetti globali che possono muovere una riga di bilancio da un continente all’altro con un clic.

Ed è un problema che rompe la democrazia fiscale. Perché se i grandi non pagano, i piccoli pagano di più. Se i grandi portano fuori 22 miliardi in sei anni, lo Stato deve recuperarli altrove: tagliando spesa sociale, vendendo patrimonio, aumentando la pressione su chi non può spostarsi in Irlanda. È la socializzazione delle perdite e la privatizzazione degli utili, la cifra di questo capitalismo.

Cosa dire, allora

Primo, che i paradisi fiscali non sono un’anomalia distante, sono incorporati nel funzionamento del capitalismo occidentale. Secondo, che l’Italia non può continuare a presentare come inevitabili i tagli a sanità, scuola e disabilità finché non mette al centro la lotta al drenaggio di base imponibile. Terzo, che la battaglia per la trasparenza fiscale internazionale è oggi una battaglia democratica: sapere chi paga le tasse è un diritto politico, non un vezzo di tecnici.

E soprattutto va detto che questo drenaggio non è neutro. Ogni miliardo che esce per compiacere una multinazionale è un miliardo sottratto alla vita quotidiana delle persone, ai territori, ai servizi. È un trasferimento dal basso verso l’alto reso possibile da regole scritte dall’alto. Finché non spezziamo questo circuito, continueremo a discutere di micro-bonus, di privatizzazioni necessarie e di austerità “inevitabile”, mentre i veri soldi, quelli che potrebbero cambiare la vita delle persone, seguiranno la rotta invisibile dei paradisi fiscali.

da qui

venerdì 6 giugno 2025

Gli Usa primi nella classifica della segretezza finanziaria. La Ue? “Metà dei Paesi membri aiuta gli evasori fiscali stranieri” - Chiara Brusini


La ong Tax Justice network ha aggiornato il suo Financial Secrecy Index, che valuta il grado di complicità degli Stati nell'aiutare individui e società a nascondere capitali. L'Italia tra i Paesi che rifiutano di applicare la Convenzione sulla reciproca assistenza amministrativa quando a chiederla è uno Stato extra Ue

 

Gli Stati Uniti restano al primo posto, davanti alla Svizzera e a Singapore, nella classifica dei Paesi che più favoriscono l’occultamento di capitali illeciti e l’evasione fiscale. La Germania sale al sesto dal settimo del 2022, piazzandosi prima dei Paesi Bassi, e la Francia scala nove posizioni ed è ventunesima, subito dietro le isole Cayman e la Gran Bretagna. Nel complesso oltre la metà dei Paesi Ue usa scappatoie giuridiche che consentono agli evasori di nascondere denaro all’interno dei loro confini e rendono più facile la circolazione di denaro sporco. La ong Tax Justice network ha aggiornato il suo Financial Secrecy Index, che a partire dal 2009 valuta il grado di complicità degli Stati nell’aiutare individui e società a nascondere fondi. E a differenza di quasi tutte le liste nere dei paradisi fiscali misura l’effettivo ruolo di ogni giurisdizione nell’offrire a chi lo chiede un “servizio” di segretezza finanziaria. I risultati dimostrano, secondo l’organizzazione, la necessità di sostenere i negoziati in corso alle Nazioni Unite per arrivare a una riforma della tassazione globale più equa e partecipata di quella negoziata da 140 Paesi in sede Ocse.

Gli Usa si confermano appunto il principale fornitore globale di opacità finanziaria, con il 25% della quota mondiale e un “punteggio di segretezza” che peggiora passando da 67,4 a 68,6 su 100. Non solo: in parallelo il Polity project del Center for Systemic Peace, in seguito al ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump, ha declassato il Paese da democrazia ad “anocrazia”, una forma di governo che presenta in parte caratteristiche proprie della democrazia ma in parte somiglia a una dittatura. Washington ha infatti già smantellato strumenti cruciali per la trasparenza fiscale come i poteri dell’Internal revenue service, spiega l’analisi, e minacciato la sovranità fiscale di altri Paesi rinnegando l’accordo sulla tassazione minima delle multinazionali e minacciando pesanti contromisure nei confronti di chi ha adottato misure mirate a far pagare qualcosa a Big tech.

Intanto l’Unione Europea è un vero e proprio “dottor Jekyll e mister Hyde”, accusa il Network. Si propone come “leader nella trasparenza fiscale” ma quel primato vale solo sulla carta, visto che gli Stati dell’Ue offrono il 21% della segretezza finanziaria globale (è la quota regionale cresciuta di più) e il 56% fa resistenza quando si tratta di applicare la Convenzione sulla reciproca assistenza amministrativa, strumento fiscale attraverso cui i Paesi possono aiutarsi nella riscossione delle imposte dovute da evasori fiscali accertati quando il patrimonio non tassato viene nascosto all’estero. Ai Paesi extra Ue quell’assistenza viene spesso negata, mentre tra Paesi membri è obbligatoria: un doppio standard strettamente legato al fatto che “solo una ristretta cerchia di Paesi ricchi, inclusi i Paesi dell’Ue, ha avuto voce in capitolo nella progettazione dello strumento”. L’Italia è tra i Paesi che hanno negato cooperazione, in buona compagnia visto che la lista comprende anche Austria, Cipro, Germania, Croazia, Irlanda, Lussemburgo, Lettonia, Malta, Polonia, Portogallo, Slovenia e Slovacchia.

“Molti Stati Ue applicano regole severe solo ai propri cittadini, mentre offrono rifugio ai capitali illeciti provenienti da fuori Europa”, commenta Moran Harari, vicedirettrice delle politiche di Tax Justice network. Che ricorda come la Ue stia continuando nel frattempo a ostacolare il processo di riforma delle regole fiscali internazionali in corso all’Onu con l’alibi che il sistema non ha bisogno di aggiustamenti. “I nostri dati dimostrano che il sistema è rotto eccome, e che i Paesi dell’Ue hanno avuto un ruolo significativo nel romperlo”.

La ong ha calcolato che gli abusi fiscali di multinazionali e individui facoltosi comportano per gli Stati la rinuncia a 492 miliardi di dollari di gettito l’anno: poco meno di 348 per effetto dello spostamento di profitti all’estero per pagare meno imposte e 145 come conseguenza dell’occultamento di ricchezza offshore. La convenzione Onu punta a ribaltare la situazione. La Ue si è astenuta mentre otto Paesi si oppongono. In testa gli Usa, con loro Regno Unito, Giappone, Corea del Sud, Israele, Canada, Australia, Nuova Zelanda e Argentina.

da qui

domenica 6 ottobre 2024

La rete dei paradisi fiscali britannici “ruba” agli altri paesi 169 miliardi di dollari ogni anno - Mauro Del Corno

 

La Gran Bretagna, tramite i suoi satelliti, continua a dominare la galassia globale dell’elusione/evasione fiscale. Isole Vergini Britanniche, Isole Cayman e Bermuda occupano le prime tre posizione dalla classifica aggiornata dei paradisi fiscali stilata da Tax Justice Network (Tjn). Le tre ex colonie mantengono stretti legami con Londra e la City da cui, nella sostanza, dipendono per i loro assetti tributari. Sono utili all’Inghilterra per fare le “cose sporche” fuori dai propri confini. A seguire nella classifica ci sono altri vecchi domini britannici come Singapore (4a) ed Hong Kong (6a).

In quarta posizione compare invece la Svizzera che, nonostante gli accordi, rimane un bastione dell’occultamento delle grandi ricchezze. Settima è l‘Olanda, una sorta di hub da cui i patrimoni “spiccano il volo2 verso giurisdizioni segreti d’oltre oceano. Poi di nuovo un appendice di Londra, ovvero Jersey, Irlanda e Lussemburgo. Fuori dalla top ten Bahamas, isola di Man, Guernsay, Cipro, Mauritius.

Tjn sottolinea come alla rete britannica di paradisi fiscali sia riconducibile un terzo degli abusi fiscali attuati dalle aziende. Eppure è stata classificata come “non dannosa” dall’Ocse. Moran Harari, vicedirettore di Tax Justice Network e uno dei curatori del rapporto ha ricordato che “Ogni secondo, perdiamo lo stipendio annuale di un’infermiera per colpa dei paradisi fiscale. Il Corporate Tax Haven Index aiuta a identificare i paradisi fiscali maggiormente responsabili di questo danno e le leggi che i governi possono adottare per proteggersi. L’abuso fiscale aziendale deruba i governi di denaro pubblico e deruba le persone di un futuro migliore”.

Sul sito missingprofits.world, realizzato dall’economista Gabriel Zucman è possibile rendersi facilmente conto di quanto questi sistemi danneggino i singoli paesi. L’Italia, ad esempio, perde ogni anno 7 miliardi di gettito di tasse sugli utili aziendali (il 18% del totale) a causa dello spostamento dei ricavi nei paradisi fiscali. Solo in Lussemburgo spariscono 3 miliardi di tasse, in Irlanda 1,5 miliardo, in Olanda un altro miliardo, in Svizzera, mezzo miliardo di euro.

Quanto alla rete inglese su cui insiste Tnj, “risucchia” 28 miliardi di gettito dagli Stati Uniti, 20 miliardi dalla Cina, 6,5 miliardi dall’Australia, 6,6 miliardi dal Brasile, 5 miliardi dal Canada, 2,7 miliardi dalla Russia, 1,3 miliardi dal Sudafrica e via a decrescere.

La rete di paradisi fiscali britannici, dove Londra ha il potere di imporre o vietare norme fiscali, è ciò che viene spesso definito il “secondo impero” del Regno Unito. Insieme sono responsabili di un terzo (33%) dei rischi di abuso fiscale aziendale, il 31% in più rispetto alla rilevazione del 2021. Si stima che i paesi del mondo perdano 84 miliardi di dollari all’anno in imposte sulle società a causa delle multinazionali che usano il Regno Unito e i suoi paradisi fiscali per pagare meno tasse. Questa perdita sale a 169 miliardi di dollari se si includono le perdite di gettito riconducibili ad individui facoltosi.

da qui