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domenica 13 novembre 2016

Hanno vinto anche per Abdelsalām - Gianluca Solera


ʿAbdelsalām non era un sindacalista, né un semplice operaio. «Era un attivista sindacale» tengono a precisare gli amici del sindacato USB (Unione Sindacale di Base), di cui faceva parte. Quando ho sentito quella definizione, sono stato portato a concludere che esistano anche i sindacalisti inattivi; siccome un sindacalista che non si attiva per la difesa dei diritti dei lavoratori o dei disoccupati non è un sindacalista, ho allora parafrasato quella definizione, e tra me e me ho coniato il termine di «passivista sindacale». Lo scorso lunedì 31 ottobre, la sera, ho incontrato alcuni operai della SEAM, amici di ʿAbdelsalām, venuti a Firenze per parlare della loro lotta. Questi, hanno raccontato che non erano nati sindacalisti, né attivisti, ma che lo sono diventati per causa di forza maggiore, anche perché i primi sindacati a cui si erano rivolti avevano risposto che non potevano fare molto, perché temevano il ricatto occupazionale (eccoli, i «passivisti sindacali»).
Poi, grazie all’energia di ʿAbdelsalām, hanno cominciato a bussare ad altre porte, finché hanno trovato chi li ascoltasse chez USB. ʿAbdelsalām aveva trasformato questi ragazzi, molti di loro egiziani come lui. Era un amico, prima che un compagno. «Ci ha insegnato il valore della solidarietà» riferiscono i ragazzi in un buon italiano. «Ci diceva sempre: “Dobbiamo stare uniti,  siamo qui per tutti”». Chiedevano contratti di assunzione a tempo indeterminato per una trentina di operai precari. La vertenza era esplosa già in febbraio, quando l’azienda aveva licenziato otto lavoratori, tra cui alcuni «attivisti sindacali». Altri ventisei operai avevano contratti a termine, e allo scadere degli stessi non tutti erano stati richiamati in servizio, pur in assenza di una reale contrazione delle attività[1]. La logistica è un settore dove lavorano molti stranieri, in condizioni incerte, disposti a stare in un capannone tutta la notte per pochi soldi. Al posto degli egiziani, l’azienda voleva impiegare dei neri africani perché meno costosi. Una vera e propria guerra tra poveri. «Eravamo abituati a lavorare dalle nove di sera alle sei del mattino, senza pausa» rivela uno degli operai egiziani.
Sono giovani, hanno lasciato il loro Paese per farsi una vita migliore, molti hanno anche attraversato il mare illegalmente, e non sono certo le condizioni imposte da una azienda a spaventarli; portano con loro una carica rivendicativa che molti nostri connazionali non conoscono più, la loro determinazione è ormai sconosciuta ai più; è una determinazione pacifica, ma ferma, non distruttiva ma indistruttibile, non antagonista, ma vigilante. ʿAbdelsalām veniva da un villaggio del governatorato di Daqahliya. Il villaggio, chiamato Mait al-Kuramā’, «il borgo dei Generosi», è stato soprannominato Mait al-Ghuraqā’, «il borgo degli Annegati», a causa del numero elevato di compaesani scomparsi in mare. Poi è arrivata l’emigrazione regolare, e le cose sono diventate più facili. Si contano in quattromila le persone partite per l’Italia da quel villaggio. Anche ʿAbdelsalām era partito nel 2001 con regolare permesso. ʿAbdelsalām, oltre che determinato, era anche solidale ed amato da tutti gli operai. Pur aderendo al picchetto, non era tra quelli minacciati di licenziamento, ma voleva dare l’esempio, e si era dunque mobilitato con gli altri sessanta operai.

Forse anche per questo ʿAbdelsalām Ahmed el-Danaf è morto. I ragazzi che incontro a Firenze sono venuti per dire che non si è trattato di un incidente stradale. Era il 15 settembre scorso, periferia di Piacenza. Gli operai stavano davanti ai cancelli della SEAM, azienda di logistica che opera in appalto per conto della GLS, bloccavano da tre giorni l’uscita dei trasportatori, bloccavano le attività dell’azienda. Ad un certo punto, un autotrasportatore, forse un padroncino incazzato, ha premuto sull’acceleratore ed ha messo sotto ʿAbdelsalām. L’autotrasportatore dice di non averlo visto. «Non è possibile» mi spiega uno degli operai «ʿAbdelsalām era proprio davanti». L’unica spiegazione plausibile, ritengono, è che abbia fatto finta di non vederlo. Gli operai vogliono la verità, USB pure, ma nel frattempo, anche se un’indagine è in corso, l’autotrasportatore è a piede libero. Avrà bestemmiato mentre premeva l’acceleratore? Avrà mandato al diavolo un qualche «clandestino islamico»? Avrà pensato in dialetto, tirando fuori il meglio del proprio orgoglio italico? Difficile provarlo. Quel che è certo è che ʿAbdelsalām è stato ammazzato durante la «Festa del sacrificio», ʿEid al-Adhā, quando si ricorda la disponibilità di Abramo a sacrificare il figlio Ismaele su richiesta di Dio, la festa più importante tra i musulmani insieme al periodo di Ramadan.
ʿAbdelsalām aveva cinquantatre anni e  cinque figli, come in quella canzone di Francesco de Gregori, e lavorava alla GLS da tredici anni. Non era più rientrato in Egitto da quel giorno in cui lo aveva lasciato.
«di cinquant’anni e di cinque figli,
venuti al mondo come conigli,
partiti al mondo come soldati
e non ancora tornati[2]».
I suoi figli sono già partiti, hanno già abbandonato il Paese baciato dal Nilo, e un giorno, forse, vi torneranno. Il loro padre, non più. Secondo molti, il conducente del camion è stato invitato a forzare il picchetto da un addetto vicino all’azienda. Oltre ai soprusi di un settore caratterizzato da disinvoltura e spregiudicatezza, è arrivata la morte. Uno degli operai egiziani che incontro ha gli occhi velati, siamo al CPA, un centro sociale fiorentino posto in Oltrarno. Bandiere rosse e poster di donne combattenti curde. Proclami rivoluzionari e elaborazioni ideologiche, ma anche qualche disattenzione umana, quando, alla cena di raccolta fondi per la moglie di ʿAbdelsalām, cena che segue l’intervento degli operai, si offrono polpette di carne di maiale. Operaio, immigrato, musulmano, peggio di così, appunto, si muore.
La logistica nasce come servizio proprio agli esercizi militari, e oggi è il nervo della vita moderna basata sulla disponibilità di merci che vengono da altrove, a partire dal caffè che beviamo la mattina, fino al dentifricio con cui ci laviamo i denti la sera. Non c’è forse una singola operazione della nostra giornata che non dipenda dalla logistica, il vero sistema nervoso del Capitalismo, e dove dunque la forza lavoro possiede ancora i connotati dell’immaginario proletario: fatica fisica, velocità delle operazioni, turni pesanti, padronato, precarietà. La logistica è infatti l’insieme delle attività organizzative, gestionali e strategiche che governano nell’azienda i flussi di materiali e delle relative informazioni dalle origini presso i fornitori fino alla consegna dei prodotti finiti ai clienti e al servizio post-vendita[3]. Bloccare o picchettare un nervo del sistema di distribuzione delle merci significa colpire il circuito del commercio, l’anima del Capitalismo. In un settore in cui la maggioranza dei lavoratori sono stranieri, il picchettaggio è dunque una pratica da estirpare, perché se si diffonde, rischia di paralizzare l’intero Paese. C’era forse anche questa considerazione dietro chi ha suggerito al camionista di premere l’acceleratore, se così è veramente stato? Gli operai egiziani ne sono convinti, e studiano ricorsi anche a livello internazionale.

Il sito di GLS dichiara: «Persone di diversa origine etnica, cultura, religione e convinzione lavorano in e per GLS. Apprezzamento, rispetto e comprensione nell’interazione con i dipendenti e i collaboratori sono alcuni dei principi più importanti del Gruppo. […] Lo sviluppo delle risorse umane è la chiave fondamentale per garantire il successo a lungo termine per l’azienda e i suoi dipendenti.»[4] Che sia un ambiente multiculturale, è una certezza, ma non dimentichiamoci che ciò è dovuto al fatto che quelle condizioni lavorative non sono più accettate da molti italiani, che si possono ancora permettere di non lavorare a qualsiasi condizione. Così non è per gli stranieri. Uno degli operai che incontro è di al-Mansoura, una città importante posta sul delta del Nilo. Anche lì, una micidiale miscela di corruzione, autoritarismo, degrado urbano e crisi economica spinge i giovani a cercare fortuna altrove.
E le autorità egiziane, si sono fatte sentire? Sì, ma non quanto avrebbero potuto. Forse per neutralizzare un possibile «effetto Regeni bis»?  Perché gli attivisti democratici egiziani presenti in Italia non sono stati zitti ed hanno contribuito a parlare del caso nel loro Paese, mostrando la grande solidarietà che ʿAbdelsalām aveva raccolto pubblicamente tra i piacentini e in altre realtà sociali e politiche, a differenza di quanto è successo con Giulio Regeni al Cairo. C’è da dire di più: il console generale egiziano di stanza a Milano si è recato sul luogo dell’accaduto solo tre giorni dopo la tragedia. Non vi sembra un poco tardi? Secondo me, per come trattano i loro concittadini in Egitto, il pensiero di dover difendere un eroe sindacalista non ha destato molte simpatie negli ambienti governativi, ed hanno sperato che quegli operai egiziani piegassero la testa e si rassegnassero. Insomma, non volevano un Giulio Regeni egiziano. Pensate a quello che hanno recentemente fatto con gli operai dei cantieri navali di Alessandria d’Egitto. Nel maggio di quest’anno, gli operai alessandrini hanno cominciato a protestare per il peggioramento delle condizioni remunerative e lavorative. La dirigenza ha licenziato l’intero corpo di duemila e quattrocento operai, e poiché i cantieri appartengono al Ministero della Difesa, sotto il nome di Alexandria Shipyard Company, 26 operai sono stati deferiti alla corte militare. Sono in galera dal mese di maggio, in attesa di un processo. Da notare che una corte militare non prevede il diritto di appello! Dei licenziati, solo seicento sono stati reintegrati, e questo anche grazie alle campagne locale e internazionale di solidarietà[5].

#ammazzatecitutti è l’hashtag che venne creato dagli attivisti egiziani che vivono in Italia dopo la vicenda el-Danaf. A questo, è seguita la campagna USB Schiavi mai!, lanciata il 21 ottobre scorso. Intervistata da Aswat Masriya, la sorella germana di ʿAbdelsalām ha dichiarato: «È forse il sangue di Regeni più prezioso di quello di mio fratello? È forse la determinazione del governo italiano più grande di quella del governo egiziano?»[6].
Di un altro eroe non c’è bisogno. È certo che questo caso costituirà un precedente, comunque si concluda. Nascondere le verità significa per il nostro Paese colpire sindacalismo e lotta oltre i confini linguistici e culturali, impedire che si creino alleanze transnazionali. In questo, Egitto e Italia paiono intendersi bene. È una piccola storia, certamente non così meritevole di attenzione proprio mentre aspettiamo i risultati delle elezioni americane, ma ve la volevo raccontare. Agli occhi di molti è passata inosservata. Non vorrei che lo fosse, perché ne va del futuro dei nostri diritti e dell’impunità di cui potrebbero godere coloro che ne abuseranno. La buona notizia, è che addì, 7 novembre 2016, quei ventisei lavoratori hanno vinto la vertenza e firmato un contratto a tempo pieno e indeterminato. ʿAbdelsalām non è morto per nulla.

[1] Come denuncia USB. Cfr. Redazione, «Logistica, incontro in prefettura sui licenziamenti alla SEAM », in Il Piacenza, 5 febbraio 2016.
[2] Generale (1978) è la canzone di de Gregori.
[3] Definizione di AILOG, l’Associazione Italiana di Logistica e di Supply Chain Management. Fonte: ailog.it
[4] Cfr.: gls-italy.com/it/azienda/vision-valori/sostenibilita/responsabilita-sociale?Itemid=113
[5] «Special report: How the Alexandria Shipyard workers’ defiance of the generals sparked a new solidarity movement», in egyptsolidarityinitiative.org, 14 settembre 2016.
[6] In un articolo firmato da Mohammad Bāzīd, pubblicato il 19 settembre 2016.

martedì 20 settembre 2016

Pieta' l'è morta: Nel ricordo di Ahmed, ammazzato perché guidava una lotta sindacale - Giorgio Cremaschi

Abd Elsalam Ahmed Eldanf per la Procura di Piacenza era in gita notturna davanti al magazzino GLS e colto da improvvisa follia si è gettato sotto un camion, uccidendosi.  Lui, operaio egiziano con 5 figli,  assunto da anni  con contratto a tempo indeterminato e in  lotta  per gli altri come militante della USB.

La procura non ha visto nessuna azione sindacale in corso dopo le  23 del 14 settembre e nulla hanno visto le forze di polizia presenti ai cancelli del magazzino. Dove era in corso una drammatica vertenza sindacale, perché l'azienda si era rimangiati gli impegni sulla regolarizzazione dei precari. Ahmed non era precario, ma rispondendo alle richieste degli altri lavoratori, disperati perché stavano per finire in mezzo ad una strada, e seguendo la  sua coscienza di militante sindacale, stava ai cancelli. Qui, quando dall'azienda è giunto l'ordine di far partire comunque i camion con le merci,  si è mosso insieme ad altri militanti sperando che quei camion, di fronte ai pianti di chi perdeva il lavoro, si fermassero. Invece è stato investito in pieno e schiacciato e trascinato per metri e metri sotto le ruote del TIR. È un omicidio volontario,  ma per i poliziotti e la procura di Piacenza è un incidente stradale il cui autore è gia libero.

Quello di Ahmed è giudicato quasi come  un suicidio, e sui suicidi degli operai c'è ben poco da fare. Forse che per la povera Maria Baratto, operaia discriminata, deportata, ridotta in miseria e disperazione  dalla FIAT, c'è qualche indagine per procurato suicidio? No a processo ci vanno gli operai licenziati, perché volevano esprimere la loro indignazione per la morte dell'operaia di Nola. E quante volte oramai le stragi sul lavoro vengono ridotte a tragica fatalità, ad errore umano e alla fine gli unici colpevoli diventano le vittime?

Ahmed è stato ammazzato perché guidava una lotta sindacale contro la precarietà e il supersfruttamento.
E non è morto nei campi governati dai caporali, ma in una delle città più ricche del ricco Nord. E di fronte ai cancelli di una di quelle modernissime aziende della logistica che tanta pubblicità fanno sulle TV, perché ti consegnano subito a casa qualsiasi merce tu abbia ordinato per internet.

Decine di migliaia  di facchini sono alla base della piramide in cima alla quale c'è il pacco che arriva velocemente ovunque. E questi facchini hanno lavorato per anni in condizioni di schiavitù, anche perché molti di loro subivano il doppio ricatto della precarietà e della condizione di migrante sempre a rischio di espulsione. Poi si sono ribellati, hanno cominciato ad organizzarsi sindacalmente soprattutto con il SiCOBAS e la USB e hanno cominciato a migliorare la loro condizione. Ma a prezzo di lotte durissime e ora anche di un omicidio. Oggi è un lavoratore egiziano  a subire la sorte passata degli operai italiani di Modena, Melissa, Reggio Emilia. La storia riparte da dove era iniziata, dalla lotta contro lo sfruttamento del lavoro, senza barriere etniche o religiose.

Quello che colpisce il lavoro e  tutta la società è un ritorno agli anni 50. Quando le imprese avevano sempre ragione e gli operai sempre torto. E se si ribellavano e per questo venivano uccisi, colpa loro. Allora era soprattutto la polizia che ammazzava chi scioperava. Oggi è il sistema di sfruttamento con la sua violenza quotidiana e le sue diffuse complicità. Nell'Italia del jobsact guidata da Renzi e Marchionne per il lavoro c'è una legislazione speciale. Un codice particolare per i luoghi ove si lavora per il profitto, grazie al quale gli omicidi diventano incidenti e gli incidenti suicidi. Mentre le tecnologie ci fanno vedere il futuro, i rapporti di sfruttamento ci hanno precipitato indietro e indietro. E come una volta, pietà l'è morta.

giovedì 15 settembre 2016

Abdesselem travolto e ucciso durante lo sciopero



Stamattina appena svegli abbiamo appreso una terribile notizia: un operaio, durante un picchetto fuori alla GLS di Piacenza, è stato travolto e ucciso da un tir che voleva forzare il blocco.
Una morte che ci fa rabbia perché mostra plasticamente cosa conti davvero per chi comanda: il profitto.
Un obiettivo che viene prima di ogni cosa: che ci chiede di essere flessibili, di lavorare la notte, i festivi, a chiamata, di essere più produttivi, di lavorare 20 ore di cui la metà non retribuite (situazione piuttosto diffusa proprio nei magazzini della logistica), che spinge il governo Renzi a ridurre i poteri delle ispezioni INAIL e sostituire le regole sulla sicurezza con delle semplici autocertificazioni da parte dell’azienda.
Quella sete di profitto che arriva a schiacciare le persone, se queste si organizzano per difendere quel briciolo di diritti che ci sono rimasti sui posti di lavoro.
E’ quello che è successo questa notte ad un operaio egiziano di 53 anni, Abdesselem el Danaf, che stava scioperando insieme ai colleghi davanti alla Seam di Piacenza, azienda in appalto alla GLS, uno dei colossi della logistica dove le lotte di questi anni hanno dimostrato il contrasto insanabile tra gli interessi di multinazionali sempre più ricche e quelli di lavoratori sempre più sfruttati. Ma anche dove tanti lavoratori si son organizzati per rispondere a questa situazione, per strappare condizioni di lavoro più umane.
La situazione della GLS è comune a tante aziende e cooperative che si occupano di logistica, ma purtroppo anche a tante altre aziende, fabbriche: i lavoratori stavano protestando per la regolarizzazione di 13 contratti.
Contratti che sarebbero già dovuti essere regolarizzati ma, ovviamente, i padroni sono venuti meno agli accordi.

Per questo ieri USB aveva indetto un’assemblea tra tutti i lavoratori per discutere del mancato rispetto degli accordi raggiunti a maggio sul reintegro dei lavoratori a t
ermine. A causa dello scorretto atteggiamento della Seam, i lavoratori hanno deciso di entrare immediatamente in sciopero, bloccando l’ingresso dello stabilimento piacentino.
Come abbiamo spesso visto in queste occasioni la tensione è palpabile, perché gli scioperi nella logistica fanno male ai padroni, toccano direttamente le loro tasche. Quante volte abbiamo visto queste scene? La lunghissima fila di camion fermi all’ingress
o. Le provocazioni dei crumiri vicini all’azienda e gli incitamenti agli autisti a forzare i blocchi, le grida “schiacciali, schiacciali”.
Tante volte è andata bene. Talvolta si è scampata la tragedia per un soffio, come accaduto ai mercati generali di Torino dove l’anno scorso una solidale finì all’ospedale investita da un furgoncino.
Questa volta purtroppo la tragedia si è verificata. Come riferisce il comunicato dell’USB, il camionista è stato a lungo incitato da un responsabile vicino all’azienda che lo spronava: “Vai, vai”. Così alla fine il tir ha investito il lavoratore che è deceduto e le forze dell’ordine hanno salvato il camionista dal linciaggio degli altri facchini.
Una morte che aggiungiamo alle migliaia che ogni giorno perdono la vita sul lavoro perché i padroni vogliono risparmiare sulla sicurezza, sulla prevenzione, vogliono imporre ritmi insostenibili. Ma questa volta ci fa anche più male perché quel lavoratore è stato ucciso proprio mentre stava lottando per cambiare questa situazione, per ottenere condizioni di lavoro più dignitose.
Per questo l’hanno ucciso. Perché il profitto di padroni e multinazionali non è compatibile con il rispetto della vita delle persone. Perché vale più il loro guadagno della vita umana. Ma è veramente possibile vivere in un costante clima di terrore, violenza fisica e psicologica solo perché si chiede il rispetto dei propri diritti? E’ possibile morire perché si pretende un lavoro dignitoso?
Come questa notte hanno gridato i facchini di Piacenza “ammazzateci tutti”, e anche se lo state già facendo con i limiti al diritto di sciopero, gli stipendi da fame, i carichi di lavoro insostenibili noi e nessuno mai si lascerà intimidire o fermare.
(*) Tratto da clashcityworkers.org.
Le iniziative:
La USB ha dichiarato lo SCIOPERO IMMEDIATO di tutto il settore della logistica a livello nazionale dalle 05 del 15 settembre alle 05 del 16 settembre.
Venerdì 16 rsu USB Piaggio dichiara 1 ora di sciopero alla fine di ogni turno lavorativo per tutto lo stabilimento.
Sciopero alla  Same, Motovario, Ferrari e GKN.
SABATO 17 ORE 12 MANIFESTAZIONE A PIACENZA.

da qui o da qui



per non sfigurare con Nizza, anche noi abbiamo un camion killer, con autista ignoto, salvato dalla polizia.
ma alla fine Abdesselem el Danaf risulterà morto di incidente stradale, non di terrorismo, nè di capitalismo selvaggio - franz