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martedì 29 dicembre 2020

Dino e il respiro del mondo - Annamaria Rivera

Frisullo, insieme con l’egualmente rimpianto Eugenio Melandri, ex-missionario saveriano e a suo tempo europarlamentare per Democrazia Proletaria, ha voluto dedicare uno dei suoi seminari di formazione per il Servizio Civile, al ruolo di Dino rispetto al movimento antirazzista italiano. Ne riporto la mia relazione introduttiva, integrata e ampliata.

Per essere quanto più sintetica possibile, mi soffermerò solo su alcuni tratti della personalità politica di Dino e su alcuni passaggi importanti della storia del movimento antirazzista in Italia, in particolare sulla Rete Antirazzista nazionale. 

Molto si è scritto della figura politica di Dino, del suo impegno militante senza limiti e freni, totale e assoluto, generoso quasi fino all’autodistruzione: una “folle staffetta mozzafiato”, così Dino parlava di sé nella sua poesia-testamento. Poco, invece, si è detto delle qualità personali che ingentilivano quell’impegno, sottraendolo alla durezza e al settarismo: la mitezza e la tolleranza, ma anche il profondo amore “per le moschee di Gerusalemme e gli ulivi di Puglia e per ogni roccia, pianta, finestra, stella, che i miei occhi hanno accarezzato nel cammino”, com’egli scriveva nella medesima poesia; ma anche − potremmo aggiungere − per le albe e i tramonti, e per ogni cucciolo, umano e non umano, in cui egli s’imbattesse.

Conviene aggiungere che a rendere la sua figura politica alquanto peculiare v’era, fra l’altro, l’attitudine di Dino a non dissipare, anzi a coltivare il patrimonio di cultura e conoscenza che buoni studi e una famiglia colta gli avevano lasciato in eredità; e a esercitare  la scrittura in tutte le sue forme, con un’ammirevole capacità di passare, con la medesima padronanza, dal registro del volantino a quello della poesia, dal racconto letterario all’articolo politico.

Uno dei tanti, grandi meriti di Dino fu l’aver colto perfettamente che il senso della “grande storia” può essere colto attraverso le “piccole storie” (solo in apparenza tali) di dominazione, oppressione, discriminazione, umiliazione di una popolazione, di una minoranza, di un gruppo di migranti o rifugiati/e, ma anche nell’infelicità e nei drammi di ciascuno/a dei suoi membri, di ogni migrante, di ogni oppresso/a, di ogni umiliato/a: la vicenda “minore” (si fa per dire) di un profugo o di una profuga, mort* annegat* o soffocat* nella stiva di una nave, può dirci del mondo attuale più di un freddo saggio di geopolitica. Conferire senso e valore politico generale a queste “storie minori”, solo in apparenza tali, equivale, insomma, a cogliere il significato più profondo del presente, dei processi di globalizzazione e di sfruttamento, del neocolonialismo e del razzismo.

Insomma, a caratterizzare Dino era anche, forse soprattutto, la capacità d’immedesimarsi nell’altro/a assumendo lo sguardo della persona palestinese, curda, migrante, profuga, rom…

Così il suo impegno politico assoluto si è sempre intrecciato con la pietas ed è per questo che egli è stato tanto spietato con te stesso, fino alla dissipazione.

Per Dino l’impegno militante era inseparabile dalla sfera esistenziale, la razionalità si sposava con il sentimento e così il linguaggio poetico spesso prendeva il posto del prosaico linguaggio della politica: tante volte, di fronte a eventi drammatici (una strage di profughi, un sopruso poliziesco, un crimine razzista), in luogo del comunicato o del volantino che ci aspettavamo ci accadeva di ricevere da Dino una poesia o un racconto.

 

Io ho avuto la fortuna di conoscere Dino fin dagli anni ’70, quando entrambi vivevamo a Bari, entrambi impegnati nella Nuova Sinistra, sia pure in gruppi diversi: lui in Avanguardia operaia, poi divenuta Democrazia proletaria. E a Bari egli fu anche tra i fondatori dell’associazione Italia-Palestina.

Così io potei constatare da vicino fino a qual punto il suo impegno politico (che era anche solidarietà attiva) fosse tutt’uno con la sua sfera esistenziale e con l’intransigenza etica. Ricordo quando, ancora a Bari, egli fece di tutto per farsi licenziare dalla Biblioteca Nazionale − un posto di lavoro ambitissimo − per il fatto che esso sottraeva troppo tempo al suo impegno politico.

Ma, per soffermarci sul tema centrale, conviene anzitutto ricordare che in Italia un movimento antirazzista in senso proprio si delinea dopo l’assassinio, a Villa Literno, in provincia di Caserta, del bracciante sudafricano Jerry Essan Masslo, ucciso il 20 agosto 1989: in realtà un profugo che, pur fuggito dal Sudafrica dell’apartheid, per la legislazione dell’epoca non aveva diritto all’asilo. Il suo omicidio suscitò grande emozione e indignazione, sicché il 7 ottobre successivo ebbe luogo a Roma una grande manifestazione nazionale antirazzista, cui parteciparono almeno 200mila persone. Il che portò alla riforma della legislazione sull’asilo, fino allora riservato ai cittadini dei Paesi dell’Est.

Il 1989 fu anche l’anno della nascita dell’Associazione SenzaConfine, grazie all’impegno dello stesso Dino e del già citato Eugenio Melandri. D’allora in poi l’impegno antirazzista di Dino fu senza limiti. E SenzaConfine si rinnovò profondamente allorché, nel 1992, entrò in contatto con l’esperienza dell’ex-Pantanella, la fabbrica che fu occupata e autogestita per un anno da migliaia di persone immigrate, fino a duemilacinquecento, sembra.

E fu lui il primo a denunciare e a documentare rigorosamente la vicenda del naufragio di Portopalo, accaduto la notte di  Natale del 1996 e per molto tempo denegato, in cui persero la vita ben 283 migranti. Fu lo stesso Dino, insieme a molt* di noi, a svelare e additare le gravi responsabilità italiane nell’affondamento della nave Katër i Radës, proveniente dall’Albania, il cui speronamento, il 28 marzo del 1997,  da parte di una corvetta della Marina Militare italiana, provocò 108 vittime.  

Una delle cosiddette carrette del mare arrivata a Brindisi con il nome di Dino, scritto in modo impreciso probabilmente dai profughi kurdi, sulla fiancata. La testimonianza esemplare di una speranza di accoglienza fraterna che da decenni viene tradita.

Inoltre, fu anche grazie a Dino se riuscimmo a creare la Rete Antirazzista nazionale, che, per quanto di breve durata (1995-1998), resterà l’unica esperienza, in Italia, di coordinamento fra un gran numero di associazioni di dimensione regionale, provinciale, cittadina, in svariate parti d’Italia.

Ne eravamo portavoce Dino, io e Udo Enwereuzor (che sarebbe stato poi sostituito da Andrea Morniroli). Inizialmente alla Rete aderirono perfino grandi organizzazioni quali la Cgil e l’Arci, le quali, prevedibilmente, se ne allontanarono allorché il “governo amico” (il Prodi-uno) si apprestava a varare la famigerata legge, detta Turco-Napolitano (la n. 40 del 6 marzo 1998) che, tra l’altro, con i CPTA (nominati, con un assurdo eufemismo, Centri di permanenza temporanea e assistenza),  istituiva, per la prima volta in Italia, la detenzione amministrativa per persone immigrate “non regolari”: quale strumentoordinario, non convalidato dall’autorità giudiziaria, dunque, in aperta violazione della Costituzione.

Sin dalla loro apertura i CPT  avrebbero ucciso i loro “ospiti”. A partire dalla notte di Natale del 1999, ne morirono sette in tre giorni, tutti cittadini tunisini: uno, Mohamed Ben Said nel CPT  di Ponte Galeria, dove non avrebbe dovuto essere internato; gli altri arsi vivi nel corso di un incendio  nel CPT   “Serraino Vulpitta”, a Trapani.

Già due anni prima, nel 1997, la Rete antirazzista, prevedendo che la Turco-Napolitano non sarebbe stata quella meraviglia di cui si favoleggiava, elaborò tre proposte di legge d’iniziativa popolare, il cui contenuto ancor oggi appare assai avanzato. Ne elenco sinteticamente i punti essenziali: il trasferimento ai Comuni delle competenze in materia di soggiorno; il riconoscimento del diritto di voto a tutti/e i/le cittadini/e stranieri/e residenti in Italia da almeno cinque anni; la riforma del regime giuridico relativo alla cittadinanza italiana.

Quest’ultima era così concepita: “È cittadino italiano per nascita chi è nato nel territorio italiano, anche se figlio di genitori ignoti, apolidi o stranieri, senza distinzione tra comunitari ed extracomunitari”; “Può acquisire la cittadinanza italiana l’apolide o lo straniero, comunitario o extracomunitario, che risieda ininterrottamente da 5 anni nel territorio italiano”; “Chi ottiene la cittadinanza italiana può conservare quella d’origine'”.

Inutile dirlo: anche grazie alla defezione degli amici/che del “governo amico” (Arci e Cgil, ma anche Rifondazione comunista fu alquanto tiepida) non riuscimmo a raccogliere le firme necessarie; e dunque a impedire il varo di una legge che avrebbe aperto la strada alle aberrazioni della Bossi-Fini.

Dino, intanto, fra i molti impegni politici, aveva sposato anche la causa della liberazione del popolo curdo. A tal punto che quando, tra il 1996 e il 1997, cominciarono ad arrivare sulle coste del Sud d’Italia barconi pieni di profughi curdi, due di essi riportavano sulle fiancate il suo cognome, sia pure scritto in modo impreciso.

Sicché, da membro e fondatore di Azad e di SenzaConfinenel 1998 fu arrestato in Turchia allorché si apprestava a festeggiare con i curdi la festa nazionale del Newroz: cosa che era loro fermamente proibita.

Nelle pagine dedicate al proprio coinvolgimento nelle vicende curde, Dino parla di se stesso in terza persona, usando un tono distaccato, uno stile neutro e oggettivo: “Dino Frisullo è rinchiuso nel carcere speciale di Diyarbakir. Dopo quattro giorni d’isolamento, l’italiano ottiene d’essere trasferito nell’unica grande cella dei detenuti ‘comuni’, comunque tutti kurdi. Ma nonostante due settimane di sciopero della fame non gli sarà consentito di entrare nelle celle che da vent’anni seppelliscono vivi i detenuti politici”.

Incredibilmente (o indegnamente, sarebbe più giusto dire), nel 1998, giusto mentre Dino era recluso nel carcere speciale di Diyarbakir, con l’imputazione di “istigazione alla rivolta per motivi linguistici, religiosi o etnici”, alcun* della Rete Antirazzista pensarono bene di convocarne un’assemblea nazionale: stranamente a Lecco, nel profondo Nord leghista. E lì l’assemblea decise a maggioranza lo scioglimento dell’unico coordinamento antirazzista ampio e unitario che vi sia mai stato in Italia. Il quale aveva praticato un antirazzismo colto, radicale e militante, che riuscì a unificare il massimo di ciò che poteva essere unito, che anticipò di molti anni temi che solo oggi qualcuno scopre come fossero novità assoluta: i migranti quali soggetti esemplari del nostro tempo e la cittadinanza transnazionale, solo per fare un paio di esempi.

Nonostante questo, Dino (con non pochi/e di noi della defunta Rete Antirazzista), tornato in Italia, avrebbe ripreso, con la pervicacia e la generosità di sempre, la sua militanza antirazzista. Il 25 aprile 2003 − poco prima della sua morte, che sarebbe sopraggiunta  il 5 giugno del 2003 − da un letto d’ospedale scriveva un documento contro i CPT, soffermandosi in particolare sull’ignobile vicenda del Regina Pacis, diretto da don Cesare Lodeserto, lui e altri indagati dalla magistratura pugliese per malversazioni e lesioni. Tra gli altri orrori Dino ricorda

quando apprendemmo con orrore che nell’agosto 2001 dodici kurdi erano stati riconsegnati dal Regina Pacis, via Malpensa, ai loro torturatori turchi. Nella primavera successiva riuscimmo a fermare il rimpatrio di altri cento kurdi, ma non di sessanta srilankesi respinti nell’inferno della guerra civile. Ma quant’altre vite sono passate dai centri di Lecce, Foggia, Bari e Brindisi per essere aggregate in un charter o su un traghetto e rispedite indietro, in violazione di leggi e convenzioni e spesso nel totale disprezzo del diritto alla vita?

Ricordo che, nel corso del tempo, almeno fino al 2005, Lodeserto è stato condannato, perfino arrestato, per violenza privata e lesioni aggravate, sequestro di persona e abuso dei mezzi di correzione nei confronti di persone immigrate, recluse in CPT pugliesi.  

Oggi, di fronte allo stillicidio quotidiano di esodi che hanno come epilogo la morte in mare di centinaia di profughi/e o il forzato ritorno alle tragedie e alle persecuzioni da cui hanno tentato la fuga, ci  sorprendiamo a pensare: certo, il frenetico attivismo di Dino non riuscirebbe, da solo, ad aver ragione della nostra debolezza politica e della rozza e feroce arroganza degli imprenditori politici del razzismo.

Eppure quanto ci mancano e quanto ci sarebbero preziosi, proprio in questo momento, i suoi dieci comunicati al giorno e i suoi tanti articoli che arrivavano in ogni redazione e in ogni angolo d’Italia, la sua inflessibile e irritante caparbietà cui nessuno riusciva a sfuggire, il suo ostinato lavoro da vecchia talpa che scova, porta alla luce e denuncia ingiustizie e crimini contro i dannati della terra, la sua capacità di opporre dati, cifre, fatti alle pataccate degli specialisti della xenofobia. Insomma, ciò che può dire chi ha frequentato Dino e con lui ha vissuto fertili stagioni di lotta è che la sua assenza brilla, definitiva e spietata, come un terribile sole senza tramonto, per parafrasare una poesia di Jorge Luis Borges.

 

“Se morissi adesso o fra due giorni o un anno, ecco il mio testamento, il testamento di un comunista.

Avido di conoscenza e d’amore, vissuto e morto povero e curioso.

Lascio tutto il mio disprezzo a chi mi ha usato.

Lascio tutto il mio odio a chi mi ha dato un mondo senza gioia, da attraversare a denti e pugni stretti.

Lascio la nostalgia per le moschee di Gerusalemme e gli ulivi di Puglia ed ogni roccia, pianta, finestra, stella, che i miei occhi hanno accarezzato nel cammino

Lascio fiumi di dolcezza alle donne che ho amato.

Lascio fiumi di parole dette e scritte spesso con rabbia, raramente con saggezza, in malafede mai, un mare di parole che già evapora al vento rovente del tempo.

Lascio a chi vorrà raccoglierlo, il testimone del mio entusiasmo, nella folle staffetta mozzafiato -volgendomi indietro dopo vent’anni non so più se ho corso da solo.

Lascio il mio sorriso a chi sa ancora sorridere

E le mie lacrime a chi sa piangere ancora.

Non è poco. In cambio, voglio essere sepolto senza cippi e lapidi fra le radici di un albero grande in piena nuda terra rossa e grassa perchè il mondo con me respiri ancora e si nutra con me di ogni mia fibra.

Con me (non vi sembri retorica) solo una bandiera rossa

E la nave del Ritorno intagliata con le unghie nella pietra di un prigioniero assetato di vita nel deserto del Neghev”.

da qui






mercoledì 30 ottobre 2019

Armi alla Turchia: l’Italia continua a fare affari con la vendita di armamenti – Giorgio Beretta




Lo scorso 16 ottobre, il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio ha firmato l’atto interno alla Farnesina per bloccare le «vendite future di armi alla Turchia» e per «avviare un’istruttoria sui contratti in essere».
La misura decisa dal governo italiano, però, non corrisponde alla nota ufficiale emessa nei giorni precedenti: la presidenza del Consiglio aveva comunicato di voler promuovere una moratoria (cioè la sospensione) delle forniture di armi alla Turchia anche in sede europea.
Stop armi alla Turchia: la richiesta di Rete italiana per il Disarmo
Per questo, la Rete italiana per il Disarmo – che fin dall’inizio dell’offensiva turca contro le popolazioni curde nel nord-est della Siria aveva sollecitato il nostro governo a «sospendere con effetto immediato tutte le forniture di armamenti e sistemi militari al Governo di Ankara», ha chiesto che tutti i contratti e le forniture siano bloccati fino al completamento dell’istruttoria.
«Una decisione di blocco totale e immediato, senza quindi dover mettere in campo istruttorie e verifiche sul passato, si sarebbe già potuta e dovuta prendere nel rispetto del dettato Costituzionale (art. 11), della legge 185/1990 che regolamenta le esportazioni di armamenti e delle norme internazionali (Posizione Comune UE e Trattato sul commercio di armi) sottoscritte dall’Italia», esplicita la nota di Rete Disarmo.
Armi alla Turchia: la posizione dell’Italia in ambito Ue
https://www.osservatoriodiritti.it/2019/10/28/armi-turchia-vendita-italia/
Anche in sede europea, l’Italia – nonostante gli annunci – ha proposto misure alquanto deboli nei confronti della Turchia. La richiesta presentata dal nostro paese al consiglio degli Affari esteri dell’Ue non è stata, infatti, una «moratoria» delle forniture in corso, bensì, come ha dichiarato il ministro degli Esteri, Luigi di Maio, solamente di «bloccare nel futuro l’export per gli armamenti verso la Turchia».
Una posizione  molto più blanda rispetto a quella di diversi paesi dell’Unione  – come Svezia, Finlandia e Paesi Bassi – ma sostanzialmente simile a quelle annunciate da Germania e Francia.

Basta armi alla Turchia: l’Europa non vara l’embargo
Il consiglio degli Affari esteri dell’Ue del 14 ottobre scorso, pur rammentando «la decisione presa da alcuni Stati membri di bloccare immediatamente il rilascio delle licenze di esportazione di armi alla Turchia», ha deciso  di impegnare gli Stati membri solamente «in ferme posizioni nazionali in merito alla politica di esportazione di armi alla Turchia».
Una scelta che – come si evince dalle dichiarazioni dell’Alto rappresentante per gli Affari esteri, Federica Mogherini – è stata giustificata dalla necessità di consentire «l’assunzione di decisioni immediate che possono essere prese a livello nazionale e coordinate a livello  europeo».
https://www.osservatoriodiritti.it/2019/10/28/armi-turchia-vendita-italia/
È evidente la volontà del Consiglio non solo di evitare di decretare un embargo di armi verso un paese della Nato come la Turchia, ma anche di non compromettere, con una sospensione formale di tutte le licenze in essere, gli affari con Ankara e le forniture di sistemi militari in corso.
Chi vende armi alla Turchia: le esportazioni europee
I paesi dell’Unione europea sono, infatti, nel loro insieme, i maggiori fornitori di armamenti alla Turchia dopo gli Stati Uniti. Secondo i dati dello Stockholm International Peace Research Institute (Sipri), nell’ultimo decennio i paesi europei hanno esportato sistemi militari ad Ankara per quasi 2,3 miliardi di dollari, una cifra inferiore solo agli Stati Uniti (3,8 miliardi).
Nell’ultimo decennio l’Italia, con 736 milioni di dollari, risulta il terzo fornitore di armamenti per Ankara, preceduta da Stati Uniti e Corea del Sud, che però ha esportato armamenti soprattutto nel quinquennio 2009-2013.
Non va dimenticata inoltre la recente fornitura da parte della Russia di sistemi missilistici antiaerei S-400, un contratto del valore di oltre 2 miliardi di dollari che ha sollevato le proteste degli Stati Uniti.
Armi italiane alla Turchia: ecco chi fornisce Ankara
La maggiore commessa di sistemi militari italiani alla Turchia ha riguardato la licenza nel 2007 rilasciata dalla Agusta-Westland per la produzione ad Ankara di 51 elicotteri da combattimento AW129, tipo Mangusta, denominati T129 Atak: una commessa da quasi 1,2 miliardi di euro, con l’opzione per la produzione di altri 32 elicotteri.
A seguito delle operazioni militare della Turchia nel 2007 per colpire le popolazioni curde in Iraq, la Rete italiana per il Disarmo con un comunicato chiese al governo italiano di «valutare le opportune azioni per porre termine ad ogni tipo di forniture militari alla Turchia».
Nel comunicato, Rete Disarmo riportava un’ampia serie di sistemi militari esportati o da prodursi in Turchia in quegli anni, tra cui la fornitura da parte di Alenia Aeronautica di dieci aerei militari ATR 72 ASW del valore complessivo di 219 milioni di dollari (pari a circa 180 milioni di euro), l’esportazione di 16 cannoni navali compatti della Oto Melara per i pattugliatori turchi per un valore di oltre 52 milioni di euro e gli ordinativi per cinque elicotteri Agusta AB412 modificati militari del valore di 45,6 milioni euro.
Negli anni successivi, l’Italia ha autorizzato nel 2009 a Telespazio (primo contraente) e a Thales Alenia Space la produzione per il ministero della Difesa turco del satellite di osservazione terrestre Göktürk-1, una commessa del valore di circa 262 milioni di euro: il satellite è stato lanciato nel dicembre 2016 dallo spazioporto europeo di Korou nella Guyana francese.
Nel 2010 si sono aggiudicati contratti anche Simmel Difesa, per fornire al ministero della Difesa turco 10.500 bombe da mortaio cal. 60mm. illuminante per un valore di oltre 3, 3 milioni di euro. E Rheinmetall Italia, per fornire 16 mitragliere C/A da 25mm. tipo KBA da 3 milioni di euro.
Affari militari con Erdogan
Nell’ultimo quadriennio, cioè da quando Recep Tayyip Erdoğan è stato eletto presidente della Repubblica di Turchia (agosto 2014), l’Italia ha autorizzato esportazioni di armamenti ad Ankara per un valore complessivo di oltre 890 milioni di euro e ha effettuato consegne per quasi 464 milioni di euro.
In particolare, secondo i dati della Relazione governativa, nel 2018 sono state concesse 70 licenze di esportazione definitiva, per un valore di oltre 360 milioni di euro, che fanno della Turchia il primo acquirente di sistemi militari italiani tra i paesi dell’Ue e della Nato.
Tra i materiali di cui è stata autorizzata l’esportazione figurano armi o sistemi d’arma di calibro superiore ai 19.7mm, munizioni, bombe, siluri, razzi, missili, oltre a strumenti per la direzione del tiro, aeromobili e software.
Le aziende italiane in Turchia
La principale azienda militare italiana a controllo statale, Leonardo (ex Finmeccanica), è da anni presente in Turchia non solo con i suoi uffici di rappresentanza, ma anche con le sue filiali tra cui “Leonardo Turkey Havacılık, Savunma ve Güvenlik Sistemleri” (Leonardo Turchia Aviation, Defence and Security Systems Inc.) e la “Selex ES Elektronik Turkey”, una consociata interamente controllata di Selex ES nel campo dell’elettronica globale e delle tecnologie dell’informazione. Per Leonardo «la Turchia rappresenta – già dai tempi di Finmeccanica – non solo un semplice mercato potenziale, ma soprattutto un partner industriale».
Leonardo è inoltre in gara in Turchia col suo aereo multi-missione C-27J Spartan e con l’elicottero multiruolo medio-pesante AW101, un mezzo in grado di essere impiegato in una vasta gamma di operazioni, sia terrestri sia marittime.
Non va inoltre dimenticato che l’azienda Beretta dal 2002 ha acquisito la Stoeger di Istanbul, costruendo una nuova fabbrica, e dal 2005 produce su licenza del ministero della Difesa turco non solo per il mercato interno ma, come si legge sul sito, esportando le proprie armi, di tipo comune, per forze di sicurezza e la difesa in 40 Paesi.
Vendita di armi alla Turchia: l’Italia continua il business
L’Italia sta continuando a fornire armi e munizioni di tipo militare alla Turchia. Nei primi sei mesi del 2019, secondo i dati forniti dal commercio estero dell’Istat, l’Italia ha esportato una cifra record di oltre 46 milioni di euro di armi e munizioni di tipo militare ad Ankara. Per la gran parte (oltre 39 milioni di euro) si tratta di armi e munizionamento militare prodotti nella provincia di Roma, ma figurano anche quasi 5 milioni di euro dalla provincia di Brescia, soprattutto per componenti di armi come canne e caricatori (3,7 milioni di euro) che possono essere sia di tipo comune sia militare.



Nel luglio scorso, la #Turchia è il secondo paese al mondo a cui l'Italia ha esportato #armi e munizioni: per la Turchia sono quasi tutte di tipo militare. Nuove armi sono pronte per essere spedite. Min. @LuigiDiMaio il suo atto sospende queste forniture o no?#StopArmiTurchia


Nel primo semestre del 2019, l'Italia ha esportato in #Turchia un record di quasi € 46,7 milioni di #armi e munizioni. A differenza di quelle per gli USA, sono sopratutto di tipo militare. Il Parlamento chieda conto di queste forniture e di prossime forniture.#StopArmiTurchia
  
Nel mese di luglio (ultimo disponibile), sono state esportate in Turchia armi e munizionamento, anche queste di tipo prevalentemente militare, per un valore di quasi 17,8 milioni di euro.
Non solo. Come ha rivelato una recente inchiesta di Repubblica, proprio in questi giorni l’azienda Rheinmetall di Roma sta per spedire ad Ankara un mitragliere da 25 mm. tipo KBA completo di accessori che è parte di un lotto di 12 mitragliere autorizzato nel 2016, di cui finora ne sono stati inviati solo otto. Altri tre sarebbero pronti ad essere imbarcati.
Secondo le agenzie, l’atto interno alla Farnesina firmato dal ministro Di Maio – che non è stato reso pubblico – non prevede di sospendere queste forniture. Le nuove armi made in Italy potranno perciò essere utilizzate dai militari di Erdoğan contro le popolazioni curde. Spedizioni che vanno subito fermate. Siamo ancora in tempo.
PS. Ieri, domenica 27 novembre, è morto p. Eugenio Melandri. Un protagonista dell’impegno per la pace, il disarmo, il controllo degli armamenti (ne ho parlato nel mio primo articolo per questo blog). Ma soprattutto un amico, un compagno di strada. Grazie p. Eugenio!