A Roma è quasi impossibile
trovare un bagno pubblico quando serve (figuriamoci uno funzionante e
minimamente accessibile). Un problema che rischia di peggiorare in maniera
esponenziale in vista del Giubileo nella Capitale. Per questo Fulvio Abbate
lancia il Comitato per il ritorno dei vespasiani e fa un appello quasi
fisiologico, nel nome della vescica collettiva del popolo: “Fate presto”
Ridateci i vespasiani! Esattamente i cessi
pubblici. E fate presto, rimetteteli prima possibile. Mancano al paesaggio cittadino, così come le
edicole. Sono le nostre stesse vesciche, i nostri stessi sfinteri a pronunciare
con urgenza questo “civile” appello politico. La richiesta, sappiatelo, muove
da Roma. Può essere tuttavia estesa con altrettanto vigore fisiologico all’intero
territorio nazionale, l’intero Stivale ove tale servizio si mostri assente o
abbattuto; isole comprese, anche le minori.
Restando nel particolare cittadino a noi più prossimo, occorre sapere che
nella prospettiva davvero imminente del prossimo Giubileo, pensando infatti
alle nostre persone, sempre avendo cura delle vesciche, degli sfinteri
minacciati dall’assenza di bagni pubblici adeguati, nei giorni scorsi, chi
scrive, residente romano quarantennale, ha così deciso di dare vita al Cprv.
Leggi: Comitato per il ritorno dei
vespasiani. Bene pubblico,
bene comune, tra più necessari e “urgenti” – ripeto: urgenti - tra
i cosiddetti diritti minimi di cittadinanza.
Da decenni l’Urbe ne è infatti sprovvista. Se ne intuisce
drammaticamente l’assenza, non necessariamente dalla prospettiva, in bermuda,
dei turisti temporanei: borraccia, zaino e, pensando ai visitatori delle
meraviglie monumentali venuti dall’estero: “bonnie hat” tattico per ripararsi
dal sole e la calura, come già le truppe canadesi che liberarono l’Italia, tra
gli altri, dai nazifascisti.
L’ultimo pubblico ricordo che trattengo, sempre in tema di vespasiani, ne
mostrava sicuramente due,
troneggianti, rassicuranti, ciclopici, di cemento precompresso d’epoca littoria,
razionalismo non meno precompresso, una forma assimilabile agli elmetti “Mod.
Adrian” della Grande Guerra che campeggiano nel simbolo delle associazioni
combattentistiche e dei reduci e ancora nello stemma di Sabaudia, laggiù
nell’“Agro redento”; sovranismo vescicale, appunto. Presenti sul lungotevere in corrispondenza del
“Palazzaccio”. Dove ora ha sede la Cassazione, un tempo era il tribunale
cittadino, costruzione spettrale, concepita fin nelle sue lesene e nel corredo
di statue notarili come sentinelle per incutere timore al vero o presunto reo.
In entrambi i manufatti, tracciata con vernice notturna, figurava una scritta
ingiuriosa contro un presunto avvocato e le sue presunte abitudini intime.
Parole ignobili, delittuose, che tuttavia facevano parte dell’insieme
segnaletico, decisamente letterario, cittadino. Insieme al volto all’ignoto
avvocato Roma ha perso traccia negli ultimi decenni d’ogni necessario
vespasiano, orinatoio, pubblico cesso o cacat*io, o che dir poeticamente si
voglia.
Ripeto, ignoriamo la sorte del vilipeso avvocato, se davvero costui sia mai
esistito, se davvero abbia sempre costui mai indossato davvero una toga con
scarsi profitti, condannando per imperizia i clienti a pene inclementi, l’unica
certezza rimasta, tuttavia, lo si è detto, mostra semmai l’assenza dei
vespasiani, svaniti, abbattuti, cancellati,
forse per ragioni igieniche, forse per dare credito e ristoro al decoro pubblico, salvare le narici del passante dal fetore, per impossibilità da parte
dell’azienda preposta alla monnezza di averne cura, ritenuti magari
luoghi, tane, antri maleodoranti destinati ad atti peccaminosi imperdonabili,
irricevibili sotto il cielo che un passo oltre inquadra la cupola della
basilica di San Pietro. Un’operazione di polizia-pulizia che evidentemente non
ha mai fatto caso ai versi orfici del poeta Sandro Penna che così li
riassumeva: “Nel fresco orinatoio della stazione sono disceso dalla collina
ardente. Sulla mia pelle polvere e sudore m'inebbriano. Negli occhi ancora
canta il sole. Anima e corpo ora abbandono fra la lucida bianca porcellana”.
Ora, a dispetto d’ogni plausibile bisogno di igiene, nel tempo, lo stimolo di orinare e defecare è
rimasto intatto, immutato nel cuore della razza umana. Altrettanto
intatti, richiedenti e pressanti gli organi che consentono le funzioni
fisiologiche.
Il premio Nobel Dario Fo, in un suo spettacolo assai applaudito un tempo,
attribuiva l’esistenza “tecnica” d’ogni sfintere al malumore, peggio, al
risentimento dell’Altissimo dinanzi all’osceno peccato originale. Se solo Adamo
ed Eva non avessero malauguratamente colto la mela dall’albero delle origini,
forse, il c*lo non recherebbe un foro, così come, idem, il caz*o; sarebbero
rimaste superfici sferica piene, e la vescica stessa mai stata creata.
Un forum presente in rete prova a dare risposte
circa la loro assenza. Gatto Magico, qualificatosi come ex operaio, ritiene di conoscere le
ragioni della loro scomparsa: “Li hanno fatti chiudere i proprietari dei bar
per obbligare la gente a fare le consumazioni”. Gli fa eco il signor Corrado
Gorla, pronto a sottolineare il risvolto repressivo, la minzione negata: “È
anche vietato pisciare nei fossi o dietro gli alberi, condannabile da norme
giuridiche. In pratica è vietato aver voglia di urinare”.
Anni fa, su una bancarella nei pressi del Pantheon, ho avuto modo di
trovare una pubblicazione, un
libricino di modesto formato, senza indicazione editoriale né data, che li
censiva tutti, proprio i vespasiani di Roma, così come il compositore
Ottorino Respighi ha fatto con i pini, quartiere per quartiere, zona per zona,
perfino Ostia, oltre i suoi bomboloni alla crema, poteva vantarne certamente
alcuni. Vi erano citati anche quelli che hanno avuto evidenza cinematografica.
In piazza degli Zingari, rione Monti, non lontano da via Panisperna, celebre
per la scuola di fisica teorica che negli anni Trenta raccoglieva intorno a
Enrico Fermi un gruppo di scienziati italiani, quasi tutti molto giovani, la
cui principale scoperta riguardava la proprietà dei neutroni lenti che diede
avvio infine alla realizzazione della bomba atomica, c’era modo di ammirare un
esempio di vespasiano che appare anche in una scena del film “La banda degli
onesti” con Totò, così come a Trastevere, in via San Michele, Pasolini ha
mostrato un vespasiano, in ghisa, accostato al muro perimetrale della Manifattura
tabacchi: è una scena di “Accattone” dove Balilla, coadiuvato dal Cartagine
finge di orinare adocchiando un camion di salumi di cui presto impossessarsi.
Il tentativo lodevole eppure insufficiente di introdurre altri vespasiani,
modelli più moderni, futuristici, automatizzati, accessoriati, attraverso i
quali accedere introducendo una moneta nell’apposita fessura, si è rivelato
infine fallimentare, forse per assenza di risorse, cura o indifferenza
all’intera questione da parte dell’amministrazione pubblica, in questo caso
capitolina.
Tra il quartiere Testaccio e l’Aventino, in viale Manlio Gelsomini, c’era
modo di ammirarne un modello di forma cilindrica, d’acciaio, simile
all’org*smometro che appare nel film “Il dormiglione” di Woody Allen. Il rischio
di rimanere prigionieri, impossibilitati a uscirne dopo averne fatto uso lo
abbiamo provato sulla nostra stessa pelle, per non citare l’assenza di un
necessario rotolo di carta igienica.
Il Comitato, innalzando l’antico libricino come
fosse vangelo, attende con urgenza una risposta dirimente. Fate presto:
l’urgenza chiama, impossibile trattenersi oltre.
Giorgia
Meloni sembra detestare chiunque non le somigli. E, si sappia ancora, non è l’unica
a provare risentimento, se non proprio livore, per tutti noi che, per semplici
ragioni di eleganza e stile, non possiamo perdonarle di non avere mai mostrato
discontinuità rispetto a una sua, interamente sua, matrice neofascista, temo
ostentata come fosse un peluche festivo. Altrettanto meschini, anzi, “rosiconi”
risultiamo agli occhi dei suoi molti instancabili sostenitori, cioè in chi ha
votato il suo miracoloso partito che, fin dal nome, mostra pretese familiari,
forse anche familistiche, quasi fossimo in presenza di un patto tra consanguinei, sorta
di prima comunione e cresima identitarie: Fratelli d’Italia. Implicitamente,
assodata la narrazione da rotocalco popolare e populista, perfino “sorelle”, in
questo caso non meno italiane, cristiane, convinte che prima d’ogni altri
debbano essere gratificati i nostri dirimpettai connazionali, implicito
disprezzo verso l’immigrati, concepiti come immondizia umana, indesiderabili.
Giorgia
Meloni, come molti fanno inutilmente notare, dimentica, forse strumentalmente,
di trovarsi da tre anni in una posizione apicale, addirittura alla presidenza
del Consiglio, ciononostante tutto ciò non le impedisce di attribuire agli
altri, ai cosiddetti, sempre parole sue, “rosiconi” e “sinistri”, “residenti
delle ZTL”, appunto, i propri limiti, i doverosi compromessi che realismo
politico impone; d’altronde il vittimismo risentito è tra le armi
principali di chi, notava il liberale Ennio Flaiano, vive in uno stato di
perenne profondo senso di inferiorità culturale, oltre che politico. Non si
dimentichi che agli occhi di molti il luogo ideale di chi non abbia mai marcato
distanza dalla memoria dell’orbace mussoliniana prende il nome di “fogna”. Per
antifrasi, gli stessi “camerati”, anni addietro, ritennero giusto chiamare una
loro fanzine altrettanto identitaria proprio “La voce della fogna”. Non
sembra che, diversamente da Gianfranco Fini, abbiano mai definito il fascismo
“male assoluto”. Quanto ai rapporti con la “comunità” non si sono mai
interrotti.
Accanto al
vittimismo temperato di rabbia mal trattenuta, il Minculpop intestato a una
creatura fantasy di Giorgia Meloni da settimane ormai lavora ad
ampliare le sale del proprio pantheon già prossimo scenograficamente a
una cripta, includendo accanto all’immaginario già sufficientemente citato
– “Il Signore degli Anelli” di J. R. R. Tolkien, e ancora “La storia
infinita” di Michael Ende: da cui trarre il “logo” Atreju per le proprie
manifestazioni-vetrina-showroom – figure del tutto improprie rispetto al
patrimonio genetico iniziale.
L’appropriazione
di Antonio Gramsci, in funzione della legittimazione di una propria
egemonia venata di revanchismo tuttavia non meno nibelungico come già nelle
premesse “non conformi”, è in questo senso esemplare, ed essendo condotta in un
contesto segnato dalla post-verità dell’Intelligenza artificiale che tutto
concede e consente appare in definitiva irrilevante che storicamente
non possano esserci punti di contatto da il promotore dell’“Ordine
Nuovo” nei giorni dell’occupazione armata delle fabbriche torinesi, Gramsci, e
chi giunge invece dal “bunker” di Colle Oppio, alle cui pareti figuravano
semmai i ritratti votivi di Corneliu Codreanu, leader
ultranazionalista e ideologo antisemita romeno de la “Guardia di Ferro” o
di Léon Degrelle, quest’ultimo un politico belga, fondatore
del rexismo, movimento nazionalista di ispirazione ultra-cattolica, pronto a
virare ideologicamente verso il fascismo, combattente nella seconda guerra
mondiale nel contingente vallone delle Waffen-SS. Oppure, in un caso più
“colto” ed estetizzante nel controluce mortuario della destra “sublime”,
suggerendo quindi temperature eroiche, Robert Brasillach, scrittore francese
collaborazionista e come tale fucilato nel febbraio 1945 al forte di Montrouge.
Sorge perfino il dubbio che il culto di Ezra Pound cui molta
destra fa riferimento, come fiore all’occhiello al posto delle “cimice” del
trascorso Pnf, non ne riguardi con esattezza l’opera poetica straordinaria, si
pensi alla complessità immaginifica dei “Cantos”, semmai l’immagine ben più
prosaica e vittimistica del “prigioniero in gabbia”, catturato dai partigiani
italiani e consegnato ai militari statunitensi che lo internarono nel campo di
prigionia di Coltano, nei pressi di Pisa.
C’è anche il
caso del non meno improbabile tentativo di appropriazione di Pier Paolo Pasolini, poeta, scrittore, cineasta,
critico letterario, semiologo civile, intellettuale (anzi, “intelletuale”, così come scrisse un anonimo
segretario di sezione friulana sulla sua tessera di militante comunista del
1947), polemista “corsaro” e “luterano” e legato “sentimentalmente” all’epica
resistenziale. Basterebbe in questo caso leggere la sua dichiarazione di voto
del giugno 1975 per abbattere ogni dubbio: “Voto
comunista perché ricordo la primavera del 1945, e poi anche quella del 1946
e del 1947. Voto comunista perché ricordo la primavera del 1965 e
anche quella del 1966 e del 1967. Voto comunista, perché nel momento del voto,
come in quello della lotta, non voglio ricordare altro”.
Rispetto a
un possibile Pasolini “conservatore”, se non “reazionario” o addirittura
“fascista e delatore”, come ha suggeritoFederico Mollicone,
deputato di Fratelli d’Italia e presidente della commissione Cultura alla
Camera –“Sì, in pochi lo sanno. E tuttavia è un fatto. Non certo
una mia opinione” – ritengo che basti citare un remoto “comunicato
stampa” della Giovane Italia, organizzazione juniores del Msi, stilato
intorno al 1968, per “manifestare contro il clima di sporcizia morale che ha
invaso il cinema italiano servo del P.C.I. e dei preti del dialogo”, dove Pasolini
viene indicato come “vate dei porci” per rispondere nel merito
senza fatica alcuna. Evidentemente anche in questo caso “le radici non gelano”,
semmai si prova a rimuoverle.
Ma è forse
ciò che definiremo “presepe familiare” è ciò che più di ogni altra cosa
restituisce il nucleo del consenso che la Meloni riesce a ottenere: come ho avuto modo di
notare nei giorni scorsi anche altrove, l’apparizione della madre di “Giorgia”,
Anna Paratore, tra il pubblico di Atreju è in questo senso rivelatorio ed
esemplare, Anna Paratore ci consegna infatti sia l’immagine di una Madre
Coraggio capitolina sia, per postura e stazza (e non sembri “body shaming”,
semmai un dato oggettivo) la sagoma di Sora Lella che accompagna Mimmo al
seggio elettorale in “Bianco rosso e Verdone”, così in un paese mai
pienamente pervenuto alla convinzione che Dio Patria e Famiglia, categorie
queste presenti nella pochette meloniana, siano valori regressivi, proprio di
un’angustia piccolo-borghese soffocante proprio di un tempo antecedente le più
significative conquiste civili. Temo invece che, al contrario, l’immagine della
Ur-Madre Anna nel caso di “Giorgia” sembra essere un sigillo ulteriore di
verace “autenticità”. In verità, ci sarebbe da citare altrettanto, sempre lì ad
Atreju, la presenza tra il pubblico dell’ex compagno, nonché padre della figlia
Ginevra, Andrea Giambruno…Irrilevante che la piccina sia nata
fuori dal vincolo matrimoniale. La Destra non sottilizza molto in tema di
morale confessionale quando si tratta di sé stessa; il peso del sentire
clericale lo riserva infatti ad altri, magari evocando l’uso del “Maalox” per
questi ultimi.
Peccato che
a dispetto di questo deposito di retorica populista da sottoscala, a Sinistra
prevalga il timore di pronunciare parole che possano indispettire, o
ancora peggio amareggiare, i perbenisti, lasciando agli altri il monopolio di
una presunta irrefrenabile libertà, così Donald Trump potrà letteralmente
continuare a “cacare in testa” in effigie a chiunque – testuale come da video postato
tempo addietro – tra i sorrisi impliciti della cara “Giorgia”.
qui il sito di Franco
Trincale qui37 canzoni di Franco Trincale
Trincale,
ecco il mandante - Fulvio Abbate
Trincale, il cantastorie Franco Trincale,
abbracciato alla sua immancabile chitarra tutta scarabocchiata, lo ricordo
popolare, quasi un Beatles o il santo patrono, sul finire degli anni Sessanta.
A
Trincale, pensandoci bene, personalmente, devo perfino qualcosa. Certo, gli
devo una bella lezione di stile e di civiltà. E' il 1971: e ci troviamo a
Palermo durante la festa meridionale dell'Unità. Ed eccolo, Trincale, sta in
piedi sotto il palco del comizio, vestito come un autentico blouson noir, o
piuttosto un operaio che sta per tornarsene definitivamente in paradiso. A un
certo punto, un ragazzino gli chiede un autografo. Trincale lo squadra e
sbotta.: "Ma a che ti serve l'autografo?". Non c'è cattiveria, né
falsa modestia nella sua reazione, Trincale sta semplicemente spiegando al
ragazzetto che il tempo dei divi stronzi che se la tirano è per sempre morto
grazie alla nascita di un nuovo tipo d'artista: tipo lui, insomma.
D'altronde,
in quel contesto, Trincale ha tutte le carte in regola per essere trattato
perfino dai piccoli come un protagonista, un beniamino, meglio, come un papa.
Un anno prima, infatti, durante il "Festival di Palermo Pop 70", il
nostro, per il solo fatto di aver cantato la sua ballata sulla guerra del
Vietnam, se l'è vista brutta. I suoi versi contro "Nixon boia" hanno
reso idrofobo il questore che, dapprima gli ha staccato il volume, poi, sempre
più gonfio di livore, ha ringhiato così: "Farò di tutto per dargli delle
noie!".
Trincale
non ci ha fatto caso e, qualche anno dopo, in un libro che documenta tutte le
sue imprese canore e militanti, ha incollato anche il ritaglio de
"L'Ora" dove quella vicenda viene raccontata nei particolari. Il
testo che inviperì il questore? Ah, sì, eccolo: "Per ogni Coca Cola che tu
bevi/un proiettile all'America hai pagato". Il fatto è che la stessa
canzone non piacque a Giancarlo Pajetta, all'epoca direttore del
"L'Unità", che infatti prese carta e penna e gli scrisse: "Mi
pare eccessivo dire a chi beve (del resto molto innocentemente) la Coca Cola o
a chi mangia una banana, che aiuta a pagare una pallottola per uccidere un
vietnamita...". Non è tutto, se infatti sfogli ancora la sua autobiografia
del 1979, Dieci anni in piazza, scopri ancora una storia di militanza che
affastella la Ballata di Pinelli, le lotte, operaie, l'emigrazione, lo scandalo
Lockeed, la vita in famiglia senza molte lire, la sua uscita dal Pci.
Trincale,
il cantastorie Franco Trincale, in questo nostro fiammante 2002, pensavo che
esistesse ormai soltanto nel magazzino irreale del ricordo di certi tempi
politici scaduti, quelli appunto in cui i militanti più fortunati potevano
esibire al dito un prestigioso anello realizzato nel paese di Ho Chi Minh,
grazie al metallo ricavato dai B-52 abbattuti dalla contraerea vietcong. E
invece? Invece, Trincale me lo sono ritrovato pochi giorni fa di nuovo stampato
sul giornale più contemporaneo che mai. E' successo che Trincale, il
cantastorie Franco Trincale, come già era accaduto con quel questore più di
trent'anni prima, stavolta è riuscito a far incazzare addirittura Berlusconi o
piuttosto qualche suo aiutante di campo. In questo modo, Trincale, è proprio il
caso di dirlo, è entrato di diritto nella contemporaneità della seconda
repubblica.
I fatti?
Facciamoceli raccontare da lui stesso, da un Trincale quasi settantenne con
barba bianca natalizia e sito internet www.trincale.com che nel
frattempo canta così: "Vanna Marchi qua e là, Bruno Vespa bla bla
bla...". "Ho bisogno di voi!" denuncia infatti il cantastorie:
"Quello che mi sta accadendo è una cosa che non mi aspettavo. Una cosa
volgare, di basso profilo politico e morale. Berlusconi coinvolge anche me nel
suo contesto di bugie e allarmismo per fare spostare da Milano il processo a
carico suo e di Previti. Il 10 febbraio scorso mentre mi esibivo nei pressi di
piazza Duomo a Milano mi è accaduto un fatto...". Insomma, prosegue
Trincale, "nelle 66 pagine del Dossier-Denuncia, che Berlusconi ha
presentato al Tribunale di Milano, per dimostrare che Milano è una sede
"inquinata" ed influenzata da fatti, tra i quali anche quello di
questo semplice e "povero" cantastorie. Il 10 di febbraio scorso,
mentre cantavo nei pressi di piazza Duomo, tra l'altro una ballata di satira
non su Berlusconi, ma sul matrimonio di Monsignor Milingo, un giovane ed una
giovane del pubblico smorfiavano continuamente ed esageratamente la mia musica,
facendo balletti e rivolgendomi parole offensive, io li ho invitati più volte
ad allontanarsi, perché distraevano il pubblico, ma la loro insistenza ha
richiesto l'intervento della polizia, chiamata da alcuni cittadini, poiché nel
mentre quel giovane che continuava ad offendermi, mi aveva aggredito,
causandomi anche ferite sanguinanti alla fronte, alla gamba destra, e una
contusione al costato sinistro, come appunto hanno potuto constatare i
cittadini presenti e successivamente l'ambulanza e la volante intervenuta".
Il resto
è cosa nota, un uomo poco incline alla commozione come Francesco Merlo, sul
"Corriere della Sera", è addirittura intervenuto in sua difesa, segno
che qualcosa non va proprio per il verso giusto, segno che la preoccupazione di
un cantastorie nato a Militello Val di Catania, che alle elementari fu compagno
di classe di uno che ce l'ha fatta come Pippo Baudo, non sono poi così campate
in aria, se poi tieni conto che gli amici de "Il Giornale" si sono
messi invece lì a dargli addosso perfino su una storia di licenza per cantare
sul suolo pubblico, vuol dire forse che nuove nubi si addensano sul cielo della
repubblica.
Trincale,
alla fine, ne approfitterà per scrivere nuove implacabili ballate da intonare
nella sua Milano. Sempre lì, davanti alla Rinascente. Lo confesso senza nessuno
disagio: mi sono divertito, ho provato gioia e perfino un senso di lugubre
leggerezza ritrovando, come se non fosse trascorso neppure un anno, la sagoma
di Trincale. Dico lugubre perché le sue storie, spesso e volentieri, parlano di
miseria e di calci presi sui denti dai più sfigati, da chi lavora, da chi non
ha neppure una casa che non sia di quelle che vengono occupate nottetempo, ma
parlo anche di leggerezza perché in fondo in fondo i giorni di lotta trascorsi
tutti insieme, magari davanti a un braciere, davanti a una fabbrica altrettanto
occupata danno comunque l'idea dell'esserci al mondo, di stare lì a fare
qualcosa che serva a potersi dire "compagni". Fra le foto, fra i
ritagli, fra i "retablo", ovvero i cartelloni, fra i trafiletti che
Trincale ha tenuto da parte in tutti questi anni ce ne sono alcuni, anzi, molti
che parlano di stragi, di misteri di stato, di cose oscure che nonostante il
tempo, come diceva il suo conterraneo Sciascia, aggiungono "nero su
nero". Storie di ieri, ma anche storie di oggi, se è certo che anche
quest'ultimo delitto oscuro di Bologna assai presto troverà posto nell'infinita
ballata civile di Trincale Francesco, il cantastorie, il mandante.
Beffeggiare il potere
A colloquio con Franco Trincale, il cantastorie che infastidisce Berlusconi
La libertà d'espressione subisce di questi tempi forti attacchi da parte
del potere.
Pubblichiamo in merito un'intervista a Franco Trincale, denunciato da
Berlusconi per la sua attività di cantastorie e l'appello di Indymedia per la
manifestazione del 16 a Roma "Reclaim your media!".
Abbiamo incontrato Franco Trincale, cantastorie siciliano attivo da
quarant'anni, vive a Milano ed è molto conosciuto dai compagni. Silvio
Berlusconi, a causa delle sue canzoni, lo ha citato come elemento di disturbo
per lo svolgimento del processo SME
Per motivi di spazio, abbiamo dovuto sintetizzare la conversazione che
abbiamo avuto con lui.
Tu che sei l'ultimo dei cantastorie, in cosa consiste il tuo ruolo?
Il cantastorie è colui che nelle piccole comunità portava le notizie che
altrimenti non sarebbero giunte: il suo compito era fondamentale. Nel suo
lavoro è più importante il testo che la musica. Io oggi non ho notizie nuove da
raccontare, perché questo è compito di altri tipi di informazione. Allora cosa
faccio? Avendo maturato una coscienza comunista/libertaria, nella notizia colgo
l'essenza critica da rimarcare. Cioè quello che i giornali non dicono.
Berlusconi dice di te: ".... Francesco Trincale che si porta presso la
piazza del Duomo ogni fine settimana per vendere materiale diffamatorio,
altresì arringando i numerosi presenti con ulteriori diffamatorie
prospettazioni....." e ti considera uno dei motivi per cui il suo processo
debba essere spostato da Milano. Tu che ne pensi?
Io credo che se al posto di Berlusconi ci fosse D'Alema le cose non
cambierebbero.
Il cantastorie beffeggia il potere ed io ho fatto sempre questo. Ancora
adesso, come ho fatto con Craxi, D'Alema, beffeggio Berlusconi: se lui ha una
serie di processi in ballo non è certo colpa mia. Io canto le
"berlusconate": nel 1994 ho fatto il "berluschino", cioè il
bambinello apprendista, preso per la manina da Craxi che lo porta nell'orto
della politica.
"Berluschino piccolin,
già attaccato al cadreghin,
già muovevi i primi passi,
attaccato all'orto Craxi....."
Io canto qualsiasi notizia: nel '69 ho cantato la morte di Pinelli ed oggi
canto contro la guerra, canto la morte di Carlo Giuliani a Genova...
Uno dei pericoli è quindi, secondo te, quello di togliere spazi di libertà?
Questo è molto importante: adesso diranno che la zona del Duomo è
"sacra". Già ora vengono i vigili varie volte al giorno a cercare di
farmi smettere o intimidirmi.
L'arte di strada è molto importante: ho ricevuto solidarietà da tutte le
parti del mondo.
Io canto le notizie mentre accadono... Io sono con la classe operaia....e
sono stato dovunque fosse necessario cantare contro il potere: ho cantato
Piazza Fontana, ho cantato per Pinelli sotto la questura, per Ustica.
Per adesso voi siete l'unico giornale che è venuto ad intervistarmi: nessun
altro ha considerato importante venire a parlare con me.
In questo momento io ho bisogno che venga riconosciuto il ruolo dei
cantastorie, un valore culturale.
Io sono dalla parte della gente che lotta per la libertà, questo vorrei che
fosse chiaro. L'attacco alla mia figura è un attacco alla libertà di
espressione. Questo fatto va chiarito e denunciato perché è un fatto politico
grave.
Io credo che il fatto politico è grave perché si attacca un cantastorie che
è impegnato da sempre ed è, in qualche modo, la cattiva coscienza del potere.
Il tuo modo di esprimerti piace alla gente e questo è pericoloso.
È fondamentale quindi esprimerti in questo momento una forte solidarietà.
Insieme possiamo quindi concludere che la cosa più importante è difendere
tutti gli spazi di libertà, lottare affinché la strada, le piazze siano luoghi
liberi in cui ognuno possa esprimere il proprio pensiero.
Il noto
cantautore sociale, ancora iscritto al P.C.I., contesta la linea del partito e
si dichiara fautore dell’autogestione – Fino a quando Berlinguer & C.
saranno disposti a tollerarlo?
Due grandi A
cerchiate e la scritta “La casa è di chi l’abita” tracciate sul muro, davanti
al quale lui sta in piedi con la sua fida chitarra: questa la copertina
dell’ultimo l.p. di Franco Trincale, intitolato “canti libertari”.
Allora – chiedo
subito a Trincale, venutoci a trovare in redazione – si può ormai parlare di
Franco Trincale anarchico?No,
non si può ancora parlare di me come di un anarchico, e questo per due motivi:
innanzitutto per il fatto che io sono e resto tuttora iscritto al P.C.I. per il
fatto opportunistico (ma questo tipo di “opportunismo” mi sembra giustificato)
che il P.C.I. egemonizza di fatto quegli spazi di espressione culturale che
bene o male ti permettono di sbarcare il lunario. Ma questo è pur sempre un
fatto secondario; ciò che veramente conta per me è la coscienza che il termine
“anarchico” è ancora qualcosa di troppo grande per chi, come me, ha avuto si
una sua maturazione in senso libertario, ma resta pur tuttavia limitato da
tante contraddizioni nella vita pubblica e privata. Sono poi convinto che gli
anarchici pensano – ed io sono d’accordo con loro – che al di là dell’etichetta
conta che quel che si fa sia consono agli interessi delle masse.Una domanda mi sorge spontanea:
allora, perché questa copertina così chiaramente anarchica?Alla base della mia scelta– spiega Trincale –vi è una valutazione dell’attuale
situazione politica italiana. In primo luogo, il P.C.I. si avvia oggi in fretta
verso quel compromesso storico che altro non è se non una pura e semplice
spartizione del potere con socialisti, democristiani, repubblicani, ecc. Di
fronte a questa politica del P.C.I. vi sono continuamente frange che si
staccano dal partito e si organizzano alla sua sinistra, pronte però a
ripercorrerne le tappe di avvicinamento al potere, innanzitutto con l’abbandono
del terreno extra-parlamentare per quello parlamentare. Il che è logico, poiché
sappiamo che il potere inquina. A questo punto io ritengo che l’unica
alternativa a questo ripetersi della storia, che vede i partiti egemoni della
classe operaia tendere continuamente al potere, sia l’autogestione,
autogestione in tutti i campi della società. E poiché sono convinto che anche
all’interno del P.C.I. vi siano tanti compagni di base che sentono le mie
stesse esigenze, considero il mio disco (con la sua copertina) come uno degli
strumenti validi per far crescere anche in loro quella maturità di coscienza
libertaria che io ho, seppur contraddittoriamente, già raggiunto.
È cosa nota che
il centralismo democratico del P.C.I. non ammette che i militanti del partito
sgarrino e si permettano di criticare in pubblico le scelte ufficiali di organi
direttivi. Lo faccio osservare a Trincale, che pure queste cose le sa meglio di
me avendo militato per tanto tempo nel P.C.I. e che, per esperienza, sa quante
volte i burocrati gli hanno censurato o vietato canzoni, perché ritenute
“troppo estremiste”, inopportune, ecc.Io
mi rendo conto che la copertina del mio ultimo disco assume per il P.C.I. un
valore provocatorio: infatti io sono preparato, bene o male, a ricevere
l’espulsione ufficiale dal partito o perlomeno l’emarginazione da quegli spazi
di espressione culturale che, come ho detto prima, sono egemonizzati dal P.C.I.
A questo proposito, permettimi di fare i miei complimenti a quella compagna Claudia
V. per il suo ottimo articolo sull’A.R.C.I.(c.f.r. “A” 44).
A questo punto
il discorso cade sulla validità della musica e del canto quali strumenti di
intervento sociale sulla attuale realtà italiana. Trincale ha una sua opinione
ben precisa, che gli deriva dalla sua ventennale esperienza nel contempo
artistica e sociale. Ha infatti cominciato a cantare fin da ragazzo nella sua
terra di Sicilia, andando in giro per le strade ad interpretare canzoni
tradizionali incentrate sui temi dell’amore, del tradimento, della nostalgia,
ecc. La sua maturazione culturale e sociale, iniziatasi già in quegli anni a
contatto con la cultura delle classi subalterne siciliane (delle quali Trincale
è fiero di essere un componente e, in un certo senso, un interprete), si è
andata consolidando dopo la sua venuta al Nord, con i relativi problemi comuni
a tutti gli immigrati. Impostosi all’attenzione del mondo musicale per le sue
tre vittorie consecutive alla sagra dei cantastorie italiani (a Piacenza),
Trincale si è sempre più buttato sulla tematica sociale, verificata
quotidianamente a contatto con i lavoratori, con il popolo. I suoi “teatri”
sono stati infatti per lo più le strade, le piazze, le fabbriche, le
dimostrazioni; il suo pubblico (ed i suoi critici più validi) sono sempre stati
i lavoratori, gli studenti, tutti coloro che nelle loro lotte lo hanno
ritrovato a fianco della comune battaglia di emancipazione sociale. Le “noie”
con l’autorità giudiziaria non sono mancate: basti qui citare il clamoroso
episodio di Palermo, quando, nel corso del I Festival Pop (1971), il suo
spettacolo fu bruscamente interrotto dall’intervento del vice-questore che
bloccò l’impianto microfonico, trattenne per un’ora Trincale nel suo camerino e
successivamente lo denunciò. La sua grave colpa era stata quella di cantare due
sue canzoni particolarmente sgradite ai signori questurini: “La ballata di
Pinelli” e “L’orologio del dottor Guida” . Un mese fa si è tenuto
il processo e Trincale è stato assolto.
Non c’è che
dire: Trincale è un cantautore sui generis, uno di quelli per cui l’impegno
sociale non è un comodo alibi da esibire nelle discussioni salottiere. Quel è
la sua opinione sulla cosiddetta musica alternativa?Secondo me– risponde Trincale –non si può parlare di “musica
alternativa” o di “alternativa musicale” come se si trattasse di novità: essa è
sempre esistita, infatti, e si identifica con tutta quella musica che il
sistema ha sempre escluso dai suoi canali di diffusione. Pensiamo un attimo a
quando non c’era ancora nemmeno la radio: il padrone si rompeva i coglioni
perché le mondine cantavano le loro canzoni, canzoni di protesta e di lotta, e
cercava già allora di imporre un’altra musica, di “far passare” altre canzoni
(quelle d’amore, tanto per intenderci). Le canzoni delle mondine, in quella
situazione, erano così strumento ed azione di lotta dei lavoratori, non
riuscendo i padroni a monopolizzare il “mondo della canzone”. È il sistema che
ha imposto la credenza secondo la quale per cantare sarebbe necessario
studiare, servirsi di strumenti, ecc., mentre la realtà è che la voce –
strumento umano che ci ha dato madre natura – non abbisogna di niente per
essere utilizzata nel canto. Facendo credere, invece, che c’è bisogno di tutto
un apparato “tecnico”, il sistema non ha voluto far altro che crearsi isuoiinterpreti, al suo
servizio, strozzando così la voce diretta del popolo che è l’unica vera “musica
alternativa”. È proprio per difendere i loro interessi che i padroni hanno
sempre escluso e combattuto la libera espressione delle masse.Il discorso si fa attuale:
Trincale mette in luce l’illusione di quei giovani che credono di “fare” della
musica alternativa solo perché si recano ad ascoltare i nuovi idoli della
musica pop, senza accorgersi della nuova manovra dei grossi discografici che,
fiutando il guadagno, stanno cavalcando la tigre di questa musica
pseudo-alternativa e pseudo-impegnata che, in sostanza, non scalfisce di certo
i loro interessi e non contribuisce a far maturare la coscienza delle masse.
Le ultime
battute del mio colloquio con Trincale riguardano il suo ultimo disco. Gli
faccio osservare che mal si conciliano con il titolo del disco (“Canti
libertari”) almeno due punti: l’inno “Bandiera rossa” (intonato al termine di
una bella canzone sui morti di Reggio Emilia) e soprattutto “Le quattro
bandiere”, che si apre con un perentorio Bandiera nera la vogliamo no!: quale
militante di un gruppo richiamantesi esplicitamente alla “Bandiera nera” e, più
in generale, quale militante del movimento anarchico non posso certo apprezzare
che venga salutata la bandiera rossa dei bolscevichi e venga rifiutata quella
nera di Machno e degli anarchici in genere. È pur vero che la bandiera nera cui
la canzone fa riferimento è quella dei fascisti, ma proprio in disco libertario
andava prolungato quest’odioso equivoco sul quale – ce n’ha fornito
testimonianza lo stesso Trincale – più di una volta hanno speculato i burocrati
comunisti per confonderci con i fascisti? Trincale riconosce la
contraddittorietà dei pezzi citati con il titolo e lo spirito del disco. Una
contraddizione in più, a mio avviso, in questo “compagno libertario” ancora
iscritto al P.C.I.