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venerdì 26 dicembre 2025

A Roma le vesciche piangono, è allarme bagni pubblici - Fulvio Abbate

A Roma è quasi impossibile trovare un bagno pubblico quando serve (figuriamoci uno funzionante e minimamente accessibile). Un problema che rischia di peggiorare in maniera esponenziale in vista del Giubileo nella Capitale. Per questo Fulvio Abbate lancia il Comitato per il ritorno dei vespasiani e fa un appello quasi fisiologico, nel nome della vescica collettiva del popolo: “Fate presto”

Ridateci i vespasiani! Esattamente i cessi pubblici. E fate presto, rimetteteli prima possibile. Mancano al paesaggio cittadino, così come le edicole. Sono le nostre stesse vesciche, i nostri stessi sfinteri a pronunciare con urgenza questo “civile” appello politico. La richiesta, sappiatelo, muove da Roma. Può essere tuttavia estesa con altrettanto vigore fisiologico all’intero territorio nazionale, l’intero Stivale ove tale servizio si mostri assente o abbattuto; isole comprese, anche le minori.

Restando nel particolare cittadino a noi più prossimo, occorre sapere che nella prospettiva davvero imminente del prossimo Giubileo, pensando infatti alle nostre persone, sempre avendo cura delle vesciche, degli sfinteri minacciati dall’assenza di bagni pubblici adeguati, nei giorni scorsi, chi scrive, residente romano quarantennale, ha così deciso di dare vita al Cprv. Leggi: Comitato per il ritorno dei vespasiani. Bene pubblico, bene comune, tra più necessari e “urgenti” – ripeto: urgenti - tra i cosiddetti diritti minimi di cittadinanza.

Da decenni l’Urbe ne è infatti sprovvista. Se ne intuisce drammaticamente l’assenza, non necessariamente dalla prospettiva, in bermuda, dei turisti temporanei: borraccia, zaino e, pensando ai visitatori delle meraviglie monumentali venuti dall’estero: “bonnie hat” tattico per ripararsi dal sole e la calura, come già le truppe canadesi che liberarono l’Italia, tra gli altri, dai nazifascisti.

L’ultimo pubblico ricordo che trattengo, sempre in tema di vespasiani, ne mostrava sicuramente due, troneggianti, rassicuranti, ciclopici, di cemento precompresso d’epoca littoria, razionalismo non meno precompresso, una forma assimilabile agli elmetti “Mod. Adrian” della Grande Guerra che campeggiano nel simbolo delle associazioni combattentistiche e dei reduci e ancora nello stemma di Sabaudia, laggiù nell’“Agro redento”; sovranismo vescicale, appunto. Presenti sul lungotevere in corrispondenza del “Palazzaccio”. Dove ora ha sede la Cassazione, un tempo era il tribunale cittadino, costruzione spettrale, concepita fin nelle sue lesene e nel corredo di statue notarili come sentinelle per incutere timore al vero o presunto reo. In entrambi i manufatti, tracciata con vernice notturna, figurava una scritta ingiuriosa contro un presunto avvocato e le sue presunte abitudini intime.

Parole ignobili, delittuose, che tuttavia facevano parte dell’insieme segnaletico, decisamente letterario, cittadino. Insieme al volto all’ignoto avvocato Roma ha perso traccia negli ultimi decenni d’ogni necessario vespasiano, orinatoio, pubblico cesso o cacat*io, o che dir poeticamente si voglia.

Ripeto, ignoriamo la sorte del vilipeso avvocato, se davvero costui sia mai esistito, se davvero abbia sempre costui mai indossato davvero una toga con scarsi profitti, condannando per imperizia i clienti a pene inclementi, l’unica certezza rimasta, tuttavia, lo si è detto, mostra semmai l’assenza dei vespasiani, svaniti, abbattuti, cancellati, forse per ragioni igieniche, forse per dare credito e ristoro al decoro pubblico, salvare le narici del passante dal fetore, per impossibilità da parte dell’azienda preposta alla monnezza di averne cura, ritenuti magari luoghi, tane, antri maleodoranti destinati ad atti peccaminosi imperdonabili, irricevibili sotto il cielo che un passo oltre inquadra la cupola della basilica di San Pietro. Un’operazione di polizia-pulizia che evidentemente non ha mai fatto caso ai versi orfici del poeta Sandro Penna che così li riassumeva: “Nel fresco orinatoio della stazione sono disceso dalla collina ardente. Sulla mia pelle polvere e sudore m'inebbriano. Negli occhi ancora canta il sole. Anima e corpo ora abbandono fra la lucida bianca porcellana”.

Ora, a dispetto d’ogni plausibile bisogno di igiene, nel tempo, lo stimolo di orinare e defecare è rimasto intatto, immutato nel cuore della razza umana. Altrettanto intatti, richiedenti e pressanti gli organi che consentono le funzioni fisiologiche.

Il premio Nobel Dario Fo, in un suo spettacolo assai applaudito un tempo, attribuiva l’esistenza “tecnica” d’ogni sfintere al malumore, peggio, al risentimento dell’Altissimo dinanzi all’osceno peccato originale. Se solo Adamo ed Eva non avessero malauguratamente colto la mela dall’albero delle origini, forse, il c*lo non recherebbe un foro, così come, idem, il caz*o; sarebbero rimaste superfici sferica piene, e la vescica stessa mai stata creata.

Un forum presente in rete prova a dare risposte circa la loro assenza. Gatto Magico, qualificatosi come ex operaio, ritiene di conoscere le ragioni della loro scomparsa: “Li hanno fatti chiudere i proprietari dei bar per obbligare la gente a fare le consumazioni”. Gli fa eco il signor Corrado Gorla, pronto a sottolineare il risvolto repressivo, la minzione negata: “È anche vietato pisciare nei fossi o dietro gli alberi, condannabile da norme giuridiche. In pratica è vietato aver voglia di urinare”.

Anni fa, su una bancarella nei pressi del Pantheon, ho avuto modo di trovare una pubblicazione, un libricino di modesto formato, senza indicazione editoriale né data, che li censiva tutti, proprio i vespasiani di Roma, così come il compositore Ottorino Respighi ha fatto con i pini, quartiere per quartiere, zona per zona, perfino Ostia, oltre i suoi bomboloni alla crema, poteva vantarne certamente alcuni. Vi erano citati anche quelli che hanno avuto evidenza cinematografica. In piazza degli Zingari, rione Monti, non lontano da via Panisperna, celebre per la scuola di fisica teorica che negli anni Trenta raccoglieva intorno a Enrico Fermi un gruppo di scienziati italiani, quasi tutti molto giovani, la cui principale scoperta riguardava la proprietà dei neutroni lenti che diede avvio infine alla realizzazione della bomba atomica, c’era modo di ammirare un esempio di vespasiano che appare anche in una scena del film “La banda degli onesti” con Totò, così come a Trastevere, in via San Michele, Pasolini ha mostrato un vespasiano, in ghisa, accostato al muro perimetrale della Manifattura tabacchi: è una scena di “Accattone” dove Balilla, coadiuvato dal Cartagine finge di orinare adocchiando un camion di salumi di cui presto impossessarsi.

Il tentativo lodevole eppure insufficiente di introdurre altri vespasiani, modelli più moderni, futuristici, automatizzati, accessoriati, attraverso i quali accedere introducendo una moneta nell’apposita fessura, si è rivelato infine fallimentare, forse per assenza di risorse, cura o indifferenza all’intera questione da parte dell’amministrazione pubblica, in questo caso capitolina.

Tra il quartiere Testaccio e l’Aventino, in viale Manlio Gelsomini, c’era modo di ammirarne un modello di forma cilindrica, d’acciaio, simile all’org*smometro che appare nel film “Il dormiglione” di Woody Allen. Il rischio di rimanere prigionieri, impossibilitati a uscirne dopo averne fatto uso lo abbiamo provato sulla nostra stessa pelle, per non citare l’assenza di un necessario rotolo di carta igienica.

Il Comitato, innalzando l’antico libricino come fosse vangelo, attende con urgenza una risposta dirimente. Fate presto: l’urgenza chiama, impossibile trattenersi oltre.

da qui

martedì 23 dicembre 2025

Ad Atreju Giorgia Meloni mette in mostra “il presepe degli intellettuali”. E la sinistra glielo lascia fare…- Fulvio Abbate

Giorgia Meloni sembra detestare chiunque non le somigli. E, si sappia ancora, non è l’unica a provare risentimento, se non proprio livore, per tutti noi che, per semplici ragioni di eleganza e stile, non possiamo perdonarle di non avere mai mostrato discontinuità rispetto a una sua, interamente sua, matrice neofascista, temo ostentata come fosse un peluche festivo. Altrettanto meschini, anzi, “rosiconi” risultiamo agli occhi dei suoi molti instancabili sostenitori, cioè in chi ha votato il suo miracoloso partito che, fin dal nome, mostra pretese familiari, forse anche familistiche, quasi fossimo in presenza di un patto tra consanguinei, sorta di prima comunione e cresima identitarie: Fratelli d’Italia. Implicitamente, assodata la narrazione da rotocalco popolare e populista, perfino “sorelle”, in questo caso non meno italiane, cristiane, convinte che prima d’ogni altri debbano essere gratificati i nostri dirimpettai connazionali, implicito disprezzo verso l’immigrati, concepiti come immondizia umana, indesiderabili.

Giorgia Meloni, come molti fanno inutilmente notare, dimentica, forse strumentalmente, di trovarsi da tre anni in una posizione apicale, addirittura alla presidenza del Consiglio, ciononostante tutto ciò non le impedisce di attribuire agli altri, ai cosiddetti, sempre parole sue, “rosiconi” e “sinistri”, “residenti delle ZTL”,  appunto, i propri limiti, i doverosi compromessi che realismo politico impone; d’altronde il vittimismo risentito è tra le armi principali di chi, notava il liberale Ennio Flaiano, vive in uno stato di perenne profondo senso di inferiorità culturale, oltre che politico. Non si dimentichi che agli occhi di molti il luogo ideale di chi non abbia mai marcato distanza dalla memoria dell’orbace mussoliniana prende il nome di “fogna”. Per antifrasi, gli stessi “camerati”, anni addietro, ritennero giusto chiamare una loro fanzine altrettanto identitaria proprio “La voce della fogna”. Non sembra che, diversamente da Gianfranco Fini, abbiano mai definito il fascismo “male assoluto”. Quanto ai rapporti con la “comunità” non si sono mai interrotti.  

Accanto al vittimismo temperato di rabbia mal trattenuta, il Minculpop intestato a una creatura fantasy di Giorgia Meloni da settimane ormai lavora ad ampliare le sale del proprio pantheon già prossimo scenograficamente a una cripta, includendo accanto all’immaginario già sufficientemente citato – “Il Signore degli Anelli” di J. R. R. Tolkien, e ancora “La storia infinita” di Michael Ende: da cui trarre il “logo” Atreju per le proprie manifestazioni-vetrina-showroom – figure del tutto improprie rispetto al patrimonio genetico iniziale.

L’appropriazione di Antonio Gramsci, in funzione della legittimazione di una propria egemonia venata di revanchismo tuttavia non meno nibelungico come già nelle premesse “non conformi”, è in questo senso esemplare, ed essendo condotta in un contesto segnato dalla post-verità dell’Intelligenza artificiale che tutto concede e consente appare in definitiva irrilevante che storicamente non possano esserci punti di contatto da il promotore dell’“Ordine Nuovo” nei giorni dell’occupazione armata delle fabbriche torinesi, Gramsci, e chi giunge invece dal “bunker” di Colle Oppio, alle cui pareti figuravano semmai i ritratti votivi di Corneliu Codreanu, leader ultranazionalista e ideologo antisemita romeno de la “Guardia di Ferro” o di Léon Degrelle, quest’ultimo un politico belga, fondatore del rexismo, movimento nazionalista di ispirazione ultra-cattolica, pronto a virare ideologicamente verso il fascismo, combattente nella seconda guerra mondiale nel contingente vallone delle Waffen-SS. Oppure, in un caso più “colto” ed estetizzante nel controluce mortuario della destra “sublime”, suggerendo quindi temperature eroiche, Robert Brasillach, scrittore francese collaborazionista e come tale fucilato nel febbraio 1945 al forte di Montrouge. Sorge perfino il dubbio che il culto di Ezra Pound cui molta destra fa riferimento, come fiore all’occhiello al posto delle “cimice” del trascorso Pnf, non ne riguardi con esattezza l’opera poetica straordinaria, si pensi alla complessità immaginifica dei “Cantos”, semmai l’immagine ben più prosaica e vittimistica del “prigioniero in gabbia”, catturato dai partigiani italiani e consegnato ai militari statunitensi che lo internarono nel campo di prigionia di Coltano, nei pressi di Pisa.

C’è anche il caso del non meno improbabile tentativo di appropriazione di Pier Paolo Pasolini, poeta, scrittore, cineasta, critico letterario, semiologo civile, intellettuale (anzi, “intelletuale”, così come scrisse un anonimo segretario di sezione friulana sulla sua tessera di militante comunista del 1947), polemista “corsaro” e “luterano” e legato “sentimentalmente” all’epica resistenziale. Basterebbe in questo caso leggere la sua dichiarazione di voto del giugno 1975 per abbattere ogni dubbio: “Voto comunista perché ricordo la primavera del 1945, e poi anche quella del 1946 e del 1947. Voto comunista perché ricordo la primavera del 1965 e anche quella del 1966 e del 1967. Voto comunista, perché nel momento del voto, come in quello della lotta, non voglio ricordare altro”.

Rispetto a un possibile Pasolini “conservatore”, se non “reazionario” o addirittura “fascista e delatore”, come ha suggerito Federico Mollicone, deputato di Fratelli d’Italia e presidente della commissione Cultura alla Camera – “Sì, in pochi lo sanno. E tuttavia è un fatto. Non certo una mia opinione” – ritengo che basti citare un remoto “comunicato stampa” della Giovane Italia, organizzazione juniores del Msi, stilato intorno al 1968, per “manifestare contro il clima di sporcizia morale che ha invaso il cinema italiano servo del P.C.I. e dei preti del dialogo”, dove Pasolini viene indicato come “vate dei porci” per rispondere nel merito senza fatica alcuna. Evidentemente anche in questo caso “le radici non gelano”, semmai si prova a rimuoverle.  

Ma è forse ciò che definiremo “presepe familiare” è ciò che più di ogni altra cosa restituisce il nucleo del consenso che la Meloni riesce a ottenere: come ho avuto modo di notare nei giorni scorsi anche altrove, l’apparizione della madre di “Giorgia”, Anna Paratore, tra il pubblico di Atreju è in questo senso rivelatorio ed esemplare, Anna Paratore ci consegna infatti sia l’immagine di una Madre Coraggio capitolina sia, per postura e stazza (e non sembri “body shaming”, semmai un dato oggettivo) la sagoma di Sora Lella che accompagna Mimmo al seggio elettorale in “Bianco rosso e Verdone”, così in un paese mai pienamente pervenuto alla convinzione che Dio Patria e Famiglia, categorie queste presenti nella pochette meloniana, siano valori regressivi, proprio di un’angustia piccolo-borghese soffocante proprio di un tempo antecedente le più significative conquiste civili. Temo invece che, al contrario, l’immagine della Ur-Madre Anna nel caso di “Giorgia” sembra essere un sigillo ulteriore di verace “autenticità”. In verità, ci sarebbe da citare altrettanto, sempre lì ad Atreju, la presenza tra il pubblico dell’ex compagno, nonché padre della figlia Ginevra, Andrea Giambruno… Irrilevante che la piccina sia nata fuori dal vincolo matrimoniale. La Destra non sottilizza molto in tema di morale confessionale quando si tratta di sé stessa; il peso del sentire clericale lo riserva infatti ad altri, magari evocando l’uso del “Maalox” per questi ultimi.

Peccato che a dispetto di questo deposito di retorica populista da sottoscala, a Sinistra prevalga il timore di pronunciare parole che possano indispettire, o ancora peggio amareggiare, i perbenisti, lasciando agli altri il monopolio di una presunta irrefrenabile libertà, così Donald Trump potrà letteralmente continuare a “cacare in testa” in effigie a chiunque – testuale come da video postato tempo addietro – tra i sorrisi impliciti della cara “Giorgia”. 

da qui




giovedì 4 febbraio 2016

canta Franco Trincale



qui moltissime canzoni di Franco Trincale

qui il sito di Franco Trincale

qui 37 canzoni di Franco Trincale


Trincale, ecco il mandante - Fulvio Abbate

Trincale, il cantastorie Franco Trincale, abbracciato alla sua immancabile chitarra tutta scarabocchiata, lo ricordo popolare, quasi un Beatles o il santo patrono, sul finire degli anni Sessanta.

A Trincale, pensandoci bene, personalmente, devo perfino qualcosa. Certo, gli devo una bella lezione di stile e di civiltà. E' il 1971: e ci troviamo a Palermo durante la festa meridionale dell'Unità. Ed eccolo, Trincale, sta in piedi sotto il palco del comizio, vestito come un autentico blouson noir, o piuttosto un operaio che sta per tornarsene definitivamente in paradiso. A un certo punto, un ragazzino gli chiede un autografo. Trincale lo squadra e sbotta.: "Ma a che ti serve l'autografo?". Non c'è cattiveria, né falsa modestia nella sua reazione, Trincale sta semplicemente spiegando al ragazzetto che il tempo dei divi stronzi che se la tirano è per sempre morto grazie alla nascita di un nuovo tipo d'artista: tipo lui, insomma.

D'altronde, in quel contesto, Trincale ha tutte le carte in regola per essere trattato perfino dai piccoli come un protagonista, un beniamino, meglio, come un papa. Un anno prima, infatti, durante il "Festival di Palermo Pop 70", il nostro, per il solo fatto di aver cantato la sua ballata sulla guerra del Vietnam, se l'è vista brutta. I suoi versi contro "Nixon boia" hanno reso idrofobo il questore che, dapprima gli ha staccato il volume, poi, sempre più gonfio di livore, ha ringhiato così: "Farò di tutto per dargli delle noie!".

Trincale non ci ha fatto caso e, qualche anno dopo, in un libro che documenta tutte le sue imprese canore e militanti, ha incollato anche il ritaglio de "L'Ora" dove quella vicenda viene raccontata nei particolari. Il testo che inviperì il questore? Ah, sì, eccolo: "Per ogni Coca Cola che tu bevi/un proiettile all'America hai pagato". Il fatto è che la stessa canzone non piacque a Giancarlo Pajetta, all'epoca direttore del "L'Unità", che infatti prese carta e penna e gli scrisse: "Mi pare eccessivo dire a chi beve (del resto molto innocentemente) la Coca Cola o a chi mangia una banana, che aiuta a pagare una pallottola per uccidere un vietnamita...". Non è tutto, se infatti sfogli ancora la sua autobiografia del 1979, Dieci anni in piazza, scopri ancora una storia di militanza che affastella la Ballata di Pinelli, le lotte, operaie, l'emigrazione, lo scandalo Lockeed, la vita in famiglia senza molte lire, la sua uscita dal Pci.

Trincale, il cantastorie Franco Trincale, in questo nostro fiammante 2002, pensavo che esistesse ormai soltanto nel magazzino irreale del ricordo di certi tempi politici scaduti, quelli appunto in cui i militanti più fortunati potevano esibire al dito un prestigioso anello realizzato nel paese di Ho Chi Minh, grazie al metallo ricavato dai B-52 abbattuti dalla contraerea vietcong. E invece? Invece, Trincale me lo sono ritrovato pochi giorni fa di nuovo stampato sul giornale più contemporaneo che mai. E' successo che Trincale, il cantastorie Franco Trincale, come già era accaduto con quel questore più di trent'anni prima, stavolta è riuscito a far incazzare addirittura Berlusconi o piuttosto qualche suo aiutante di campo. In questo modo, Trincale, è proprio il caso di dirlo, è entrato di diritto nella contemporaneità della seconda repubblica.

I fatti? Facciamoceli raccontare da lui stesso, da un Trincale quasi settantenne con barba bianca natalizia e sito internet – www.trincale.com – che nel frattempo canta così: "Vanna Marchi qua e là, Bruno Vespa bla bla bla...". "Ho bisogno di voi!" denuncia infatti il cantastorie: "Quello che mi sta accadendo è una cosa che non mi aspettavo. Una cosa volgare, di basso profilo politico e morale. Berlusconi coinvolge anche me nel suo contesto di bugie e allarmismo per fare spostare da Milano il processo a carico suo e di Previti. Il 10 febbraio scorso mentre mi esibivo nei pressi di piazza Duomo a Milano mi è accaduto un fatto...". Insomma, prosegue Trincale, "nelle 66 pagine del Dossier-Denuncia, che Berlusconi ha presentato al Tribunale di Milano, per dimostrare che Milano è una sede "inquinata" ed influenzata da fatti, tra i quali anche quello di questo semplice e "povero" cantastorie. Il 10 di febbraio scorso, mentre cantavo nei pressi di piazza Duomo, tra l'altro una ballata di satira non su Berlusconi, ma sul matrimonio di Monsignor Milingo, un giovane ed una giovane del pubblico smorfiavano continuamente ed esageratamente la mia musica, facendo balletti e rivolgendomi parole offensive, io li ho invitati più volte ad allontanarsi, perché distraevano il pubblico, ma la loro insistenza ha richiesto l'intervento della polizia, chiamata da alcuni cittadini, poiché nel mentre quel giovane che continuava ad offendermi, mi aveva aggredito, causandomi anche ferite sanguinanti alla fronte, alla gamba destra, e una contusione al costato sinistro, come appunto hanno potuto constatare i cittadini presenti e successivamente l'ambulanza e la volante intervenuta".

Il resto è cosa nota, un uomo poco incline alla commozione come Francesco Merlo, sul "Corriere della Sera", è addirittura intervenuto in sua difesa, segno che qualcosa non va proprio per il verso giusto, segno che la preoccupazione di un cantastorie nato a Militello Val di Catania, che alle elementari fu compagno di classe di uno che ce l'ha fatta come Pippo Baudo, non sono poi così campate in aria, se poi tieni conto che gli amici de "Il Giornale" si sono messi invece lì a dargli addosso perfino su una storia di licenza per cantare sul suolo pubblico, vuol dire forse che nuove nubi si addensano sul cielo della repubblica.

Trincale, alla fine, ne approfitterà per scrivere nuove implacabili ballate da intonare nella sua Milano. Sempre lì, davanti alla Rinascente. Lo confesso senza nessuno disagio: mi sono divertito, ho provato gioia e perfino un senso di lugubre leggerezza ritrovando, come se non fosse trascorso neppure un anno, la sagoma di Trincale. Dico lugubre perché le sue storie, spesso e volentieri, parlano di miseria e di calci presi sui denti dai più sfigati, da chi lavora, da chi non ha neppure una casa che non sia di quelle che vengono occupate nottetempo, ma parlo anche di leggerezza perché in fondo in fondo i giorni di lotta trascorsi tutti insieme, magari davanti a un braciere, davanti a una fabbrica altrettanto occupata danno comunque l'idea dell'esserci al mondo, di stare lì a fare qualcosa che serva a potersi dire "compagni". Fra le foto, fra i ritagli, fra i "retablo", ovvero i cartelloni, fra i trafiletti che Trincale ha tenuto da parte in tutti questi anni ce ne sono alcuni, anzi, molti che parlano di stragi, di misteri di stato, di cose oscure che nonostante il tempo, come diceva il suo conterraneo Sciascia, aggiungono "nero su nero". Storie di ieri, ma anche storie di oggi, se è certo che anche quest'ultimo delitto oscuro di Bologna assai presto troverà posto nell'infinita ballata civile di Trincale Francesco, il cantastorie, il mandante.

Fulvio Abbate – L'UNITA' – 26/03/2002


Da "Umanità Nova" n. 10 del 17 marzo 2002
Beffeggiare il potere
A colloquio con Franco Trincale, il cantastorie che infastidisce Berlusconi
La libertà d'espressione subisce di questi tempi forti attacchi da parte del potere.
Pubblichiamo in merito un'intervista a Franco Trincale, denunciato da Berlusconi per la sua attività di cantastorie e l'appello di Indymedia per la manifestazione del 16 a Roma "Reclaim your media!".
Abbiamo incontrato Franco Trincale, cantastorie siciliano attivo da quarant'anni, vive a Milano ed è molto conosciuto dai compagni. Silvio Berlusconi, a causa delle sue canzoni, lo ha citato come elemento di disturbo per lo svolgimento del processo SME
Per motivi di spazio, abbiamo dovuto sintetizzare la conversazione che abbiamo avuto con lui.
Tu che sei l'ultimo dei cantastorie, in cosa consiste il tuo ruolo?
Il cantastorie è colui che nelle piccole comunità portava le notizie che altrimenti non sarebbero giunte: il suo compito era fondamentale. Nel suo lavoro è più importante il testo che la musica. Io oggi non ho notizie nuove da raccontare, perché questo è compito di altri tipi di informazione. Allora cosa faccio? Avendo maturato una coscienza comunista/libertaria, nella notizia colgo l'essenza critica da rimarcare. Cioè quello che i giornali non dicono.
Berlusconi dice di te: ".... Francesco Trincale che si porta presso la piazza del Duomo ogni fine settimana per vendere materiale diffamatorio, altresì arringando i numerosi presenti con ulteriori diffamatorie prospettazioni....." e ti considera uno dei motivi per cui il suo processo debba essere spostato da Milano. Tu che ne pensi?
Io credo che se al posto di Berlusconi ci fosse D'Alema le cose non cambierebbero.
Il cantastorie beffeggia il potere ed io ho fatto sempre questo. Ancora adesso, come ho fatto con Craxi, D'Alema, beffeggio Berlusconi: se lui ha una serie di processi in ballo non è certo colpa mia. Io canto le "berlusconate": nel 1994 ho fatto il "berluschino", cioè il bambinello apprendista, preso per la manina da Craxi che lo porta nell'orto della politica.
"Berluschino piccolin,
già attaccato al cadreghin,
già muovevi i primi passi,
attaccato all'orto Craxi....."
Io canto qualsiasi notizia: nel '69 ho cantato la morte di Pinelli ed oggi canto contro la guerra, canto la morte di Carlo Giuliani a Genova...
Uno dei pericoli è quindi, secondo te, quello di togliere spazi di libertà?
Questo è molto importante: adesso diranno che la zona del Duomo è "sacra". Già ora vengono i vigili varie volte al giorno a cercare di farmi smettere o intimidirmi.
L'arte di strada è molto importante: ho ricevuto solidarietà da tutte le parti del mondo.
Io canto le notizie mentre accadono... Io sono con la classe operaia....e sono stato dovunque fosse necessario cantare contro il potere: ho cantato Piazza Fontana, ho cantato per Pinelli sotto la questura, per Ustica.
Per adesso voi siete l'unico giornale che è venuto ad intervistarmi: nessun altro ha considerato importante venire a parlare con me.
In questo momento io ho bisogno che venga riconosciuto il ruolo dei cantastorie, un valore culturale.
Io sono dalla parte della gente che lotta per la libertà, questo vorrei che fosse chiaro. L'attacco alla mia figura è un attacco alla libertà di espressione. Questo fatto va chiarito e denunciato perché è un fatto politico grave.
Io credo che il fatto politico è grave perché si attacca un cantastorie che è impegnato da sempre ed è, in qualche modo, la cattiva coscienza del potere.
Il tuo modo di esprimerti piace alla gente e questo è pericoloso.
È fondamentale quindi esprimerti in questo momento una forte solidarietà.
Insieme possiamo quindi concludere che la cosa più importante è difendere tutti gli spazi di libertà, lottare affinché la strada, le piazze siano luoghi liberi in cui ognuno possa esprimere il proprio pensiero.
Intervista a cura di Antonio e Rosaria


A rivista anarchica n47 Maggio 1976 Aspettando l’espulsione. Intervista con Franco Trincale di P. F.

23 ottobre 2011
Il noto cantautore sociale, ancora iscritto al P.C.I., contesta la linea del partito e si dichiara fautore dell’autogestione – Fino a quando Berlinguer & C. saranno disposti a tollerarlo?
Due grandi A cerchiate e la scritta “La casa è di chi l’abita” tracciate sul muro, davanti al quale lui sta in piedi con la sua fida chitarra: questa la copertina dell’ultimo l.p. di Franco Trincale, intitolato “canti libertari”.
Allora – chiedo subito a Trincale, venutoci a trovare in redazione – si può ormai parlare di Franco Trincale anarchico? No, non si può ancora parlare di me come di un anarchico, e questo per due motivi: innanzitutto per il fatto che io sono e resto tuttora iscritto al P.C.I. per il fatto opportunistico (ma questo tipo di “opportunismo” mi sembra giustificato) che il P.C.I. egemonizza di fatto quegli spazi di espressione culturale che bene o male ti permettono di sbarcare il lunario. Ma questo è pur sempre un fatto secondario; ciò che veramente conta per me è la coscienza che il termine “anarchico” è ancora qualcosa di troppo grande per chi, come me, ha avuto si una sua maturazione in senso libertario, ma resta pur tuttavia limitato da tante contraddizioni nella vita pubblica e privata. Sono poi convinto che gli anarchici pensano – ed io sono d’accordo con loro – che al di là dell’etichetta conta che quel che si fa sia consono agli interessi delle masse. Una domanda mi sorge spontanea: allora, perché questa copertina così chiaramente anarchica? Alla base della mia scelta – spiega Trincale – vi è una valutazione dell’attuale situazione politica italiana. In primo luogo, il P.C.I. si avvia oggi in fretta verso quel compromesso storico che altro non è se non una pura e semplice spartizione del potere con socialisti, democristiani, repubblicani, ecc. Di fronte a questa politica del P.C.I. vi sono continuamente frange che si staccano dal partito e si organizzano alla sua sinistra, pronte però a ripercorrerne le tappe di avvicinamento al potere, innanzitutto con l’abbandono del terreno extra-parlamentare per quello parlamentare. Il che è logico, poiché sappiamo che il potere inquina. A questo punto io ritengo che l’unica alternativa a questo ripetersi della storia, che vede i partiti egemoni della classe operaia tendere continuamente al potere, sia l’autogestione, autogestione in tutti i campi della società. E poiché sono convinto che anche all’interno del P.C.I. vi siano tanti compagni di base che sentono le mie stesse esigenze, considero il mio disco (con la sua copertina) come uno degli strumenti validi per far crescere anche in loro quella maturità di coscienza libertaria che io ho, seppur contraddittoriamente, già raggiunto.
È cosa nota che il centralismo democratico del P.C.I. non ammette che i militanti del partito sgarrino e si permettano di criticare in pubblico le scelte ufficiali di organi direttivi. Lo faccio osservare a Trincale, che pure queste cose le sa meglio di me avendo militato per tanto tempo nel P.C.I. e che, per esperienza, sa quante volte i burocrati gli hanno censurato o vietato canzoni, perché ritenute “troppo estremiste”, inopportune, ecc. Io mi rendo conto che la copertina del mio ultimo disco assume per il P.C.I. un valore provocatorio: infatti io sono preparato, bene o male, a ricevere l’espulsione ufficiale dal partito o perlomeno l’emarginazione da quegli spazi di espressione culturale che, come ho detto prima, sono egemonizzati dal P.C.I. A questo proposito, permettimi di fare i miei complimenti a quella compagna Claudia V. per il suo ottimo articolo sull’A.R.C.I. (c.f.r. “A” 44).
A questo punto il discorso cade sulla validità della musica e del canto quali strumenti di intervento sociale sulla attuale realtà italiana. Trincale ha una sua opinione ben precisa, che gli deriva dalla sua ventennale esperienza nel contempo artistica e sociale. Ha infatti cominciato a cantare fin da ragazzo nella sua terra di Sicilia, andando in giro per le strade ad interpretare canzoni tradizionali incentrate sui temi dell’amore, del tradimento, della nostalgia, ecc. La sua maturazione culturale e sociale, iniziatasi già in quegli anni a contatto con la cultura delle classi subalterne siciliane (delle quali Trincale è fiero di essere un componente e, in un certo senso, un interprete), si è andata consolidando dopo la sua venuta al Nord, con i relativi problemi comuni a tutti gli immigrati. Impostosi all’attenzione del mondo musicale per le sue tre vittorie consecutive alla sagra dei cantastorie italiani (a Piacenza), Trincale si è sempre più buttato sulla tematica sociale, verificata quotidianamente a contatto con i lavoratori, con il popolo. I suoi “teatri” sono stati infatti per lo più le strade, le piazze, le fabbriche, le dimostrazioni; il suo pubblico (ed i suoi critici più validi) sono sempre stati i lavoratori, gli studenti, tutti coloro che nelle loro lotte lo hanno ritrovato a fianco della comune battaglia di emancipazione sociale. Le “noie” con l’autorità giudiziaria non sono mancate: basti qui citare il clamoroso episodio di Palermo, quando, nel corso del I Festival Pop (1971), il suo spettacolo fu bruscamente interrotto dall’intervento del vice-questore che bloccò l’impianto microfonico, trattenne per un’ora Trincale nel suo camerino e successivamente lo denunciò. La sua grave colpa era stata quella di cantare due sue canzoni particolarmente sgradite ai signori questurini: “La ballata di Pinelli” e “L’orologio del dottor Guida” . Un mese fa si è tenuto il processo e Trincale è stato assolto.
Non c’è che dire: Trincale è un cantautore sui generis, uno di quelli per cui l’impegno sociale non è un comodo alibi da esibire nelle discussioni salottiere. Quel è la sua opinione sulla cosiddetta musica alternativa?Secondo me – risponde Trincale – non si può parlare di “musica alternativa” o di “alternativa musicale” come se si trattasse di novità: essa è sempre esistita, infatti, e si identifica con tutta quella musica che il sistema ha sempre escluso dai suoi canali di diffusione. Pensiamo un attimo a quando non c’era ancora nemmeno la radio: il padrone si rompeva i coglioni perché le mondine cantavano le loro canzoni, canzoni di protesta e di lotta, e cercava già allora di imporre un’altra musica, di “far passare” altre canzoni (quelle d’amore, tanto per intenderci). Le canzoni delle mondine, in quella situazione, erano così strumento ed azione di lotta dei lavoratori, non riuscendo i padroni a monopolizzare il “mondo della canzone”. È il sistema che ha imposto la credenza secondo la quale per cantare sarebbe necessario studiare, servirsi di strumenti, ecc., mentre la realtà è che la voce – strumento umano che ci ha dato madre natura – non abbisogna di niente per essere utilizzata nel canto. Facendo credere, invece, che c’è bisogno di tutto un apparato “tecnico”, il sistema non ha voluto far altro che crearsi i suoi interpreti, al suo servizio, strozzando così la voce diretta del popolo che è l’unica vera “musica alternativa”. È proprio per difendere i loro interessi che i padroni hanno sempre escluso e combattuto la libera espressione delle masse. Il discorso si fa attuale: Trincale mette in luce l’illusione di quei giovani che credono di “fare” della musica alternativa solo perché si recano ad ascoltare i nuovi idoli della musica pop, senza accorgersi della nuova manovra dei grossi discografici che, fiutando il guadagno, stanno cavalcando la tigre di questa musica pseudo-alternativa e pseudo-impegnata che, in sostanza, non scalfisce di certo i loro interessi e non contribuisce a far maturare la coscienza delle masse.
Le ultime battute del mio colloquio con Trincale riguardano il suo ultimo disco. Gli faccio osservare che mal si conciliano con il titolo del disco (“Canti libertari”) almeno due punti: l’inno “Bandiera rossa” (intonato al termine di una bella canzone sui morti di Reggio Emilia) e soprattutto “Le quattro bandiere”, che si apre con un perentorio Bandiera nera la vogliamo no!: quale militante di un gruppo richiamantesi esplicitamente alla “Bandiera nera” e, più in generale, quale militante del movimento anarchico non posso certo apprezzare che venga salutata la bandiera rossa dei bolscevichi e venga rifiutata quella nera di Machno e degli anarchici in genere. È pur vero che la bandiera nera cui la canzone fa riferimento è quella dei fascisti, ma proprio in disco libertario andava prolungato quest’odioso equivoco sul quale – ce n’ha fornito testimonianza lo stesso Trincale – più di una volta hanno speculato i burocrati comunisti per confonderci con i fascisti? Trincale riconosce la contraddittorietà dei pezzi citati con il titolo e lo spirito del disco. Una contraddizione in più, a mio avviso, in questo “compagno libertario” ancora iscritto al P.C.I.