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sabato 4 gennaio 2014

5 gennaio 1935, nasce Forough Farrokhzad

Forugh Farrokhzad nasce nel 1935 a Teheran. Il padre è un militare, la madre si occupa di lei e dei suoi sei fratelli. Smette di studiare a quattordici anni per imparare a cucire e a disegnare come si addice a una donna, si sposa a sedici anni contro la volontà dei genitori e diventa madre a diciassette. Smette di essere madre per potere scrivere le sue poesie, inizia a litigare con il marito; a diciannove anni è già divorziata, viene ripudiata dalla famiglia e le viene tolta la custodia del figlio che rimpiangerà sempre. Pubblica il suo primo libro di poesie, The captive, nel 1955, ed è subito scandalo. I suoi libri vengono bruciati. Parte per l’Europa e studia cinematografia, impara la possibilità di una vita diversa ma sceglie di tornare in Iran. A ventuno anni tenta il suicidio in seguito a una forte depressione. Nel 1962 gira The house is black, un documentario di circa venti minuti sulla vita dei malati in un lebbrosario vicino a Tabriz, nel nord dell’Iran. Accompagna le immagini con la sua voce che recita passi della Bibbia e del Corano, versi delle sue poesie; ci mostra le persone dietro le maschere della malattia, la loro normalità. Insegna la possibilità di una cura e incanta, si fa carico dei peccati non commessi da chi si trova, comunque, a doverli espiare in vita con la morte. Nei dodici giorni di riprese si affeziona a Hossein Mansouri, il figlio di due lebbrosi, lo adotta due anni più tardi. Nel 1963 pubblica Another birth, che la consacra come una delle voci più interessanti della poesia iraniana. Muore a soli trentadue anni in un incidente stradale, lasciando come testamento il poema Let us believe in the beginning of the cold season.

QUI  Forough Farrokhzad racconta di un viaggio in Italia, a 22 anni

La mia morte verrà un giorno
Un giorno di  primavera, luminoso e bello
un giorno di inverno, distante  polveroso,
un vuoto giorno  di autunno, privo di gioia.
La terra mi invita nel suo abbraccio,
La gente mi  raccoglie e mi seppellisce  là
Forse a mezzanotte i miei ammiratori
Poseranno  sopra di  me corone con tante  rose.

Dono
Io parlo dagli abissi della notte.
Dagli abissi dell’oscurità io parlo
Dal profondo della notte.
O amico, se vieni a casa, porta per me una  luce
E unna piccola finestra,
da cui  guardare la gente del vicolo   felice.

Il peccato
Ho peccato, un peccato tutto riempito di piacere
avvolta in un abbraccio, caldo e ardente,
ho peccato tra due braccia
che erano piene di vita, virile, violente.
Nel luogo debole e silenzioso dell’isolamento
ho guardato nei suoi occhi che erano pieni di mistero
il mio cuore ha palpitato nel mio petto anche troppo fremente
per il desiderio che ardeva nei suoi occhi.
Nel luogo debole e silenzioso dell’isolamento
come mi sono seduta accanto a lui tutto l’interno in agitazione
le sue labbra si sono posate sulle mie labbra
ed io ho lasciato cadere i dispiaceri del mio cuore.
Ho sussurrato nel suo orecchio queste parole di amore:
Ti voglio, amico della mia anima
voglio che tu mi stringa tra le tue braccia
voglio che tu ti stringa a me, che sono folle damore per te.
Il desiderio è sgorgato nei suoi occhi
come del vino rosso sgorgato da una coppa
il mio corpo ha volato sopra al suo
nella morbidezza del letto soffice.
Ho peccato, un peccato tutto riempito di piacere
accanto a un corpo ora debole e languido,
sono consapevole di quello che ho fatto
nel luogo indistinto e silenzioso dell’isolamento.
(Traduzione dall’inglese in italiano di Cristina Contilli)

qui e qui e qui alcune poesie

Nell’ansia di sperimentazione che mescola senza confine arte e esistenza, dal 1958 Forough si dedica con passione al cinema collaborando con la casa di produzione cinematografica di Ebrahim Golestan, autorevole scrittore, regista e produttore, al quale sarà legata fino alla morte da un rapporto di intima amicizia. Nel 1960 Forough recitò e collaborò alla produzione del film Il rito del matrimonio in Iran. L’anno successivo realizzò la colonna sonora per il documentario di Ebrahim Golestan Mawj o marjan o khara (Onda, corallo e roccia) e il montaggio di Yek atash (Un fuoco) un documentario girato nel 1959 vicino Ahvaz durante l'incendio di un pozzo petrolifero che brucia per due mesi prima che intervengano i pompieri americani a spegnerlo. Nel 1962 il film ottiene un premio al Festival del cinema di Venezia. L’impegno di Forough nel cinema la porta prima nel 1959 e poi nel 1961 a viaggiare in Inghilterra per studiare produzione cinematografica. Nel 1962 Forough scrive, dirige ed edita Khane siyah ast (La casa è nera), girato nel lebbrosario di Tabriz. La Farrokhzad ne scrive la sceneggiatura adattando versi della Torah e del Corano. Il film, commissionato dalla Associazione per i malati di lebbra, vince il premio come miglior documentario al Festival di Oberhausen nel 1963. Nella primavera del 1962 Forough si era recata nell’istituto per preparare la produzione del film che la consacrerà cineasta di punta della nuova cinematografia iraniana d’autore. Forough si immerse con grande coinvolgimento emotivo nella vita quotidiana dei lebbrosi dell’istituto, cercando di instaurare con loro un rapporto di fiducia e rispetto. Nell’autunno dello stesso anno Forough tornerà a Tabriz con un operatore e due fonici per iniziare le riprese del film che dureranno dodici giorni. Dalle numerose testimonianze della regista su questa forte esperienza umana, prima che professionale, si è appreso che alcuni rapporti instaurati nell’istituto continueranno anche dopo la fine delle riprese (in questa occasione Forough adotterà un bambino dell’istituto e, con il consenso dei genitori, lo porterà con sé a Teheran)
In La casa è nera, la macchina da presa entra in un istituto dove vivono nascosti al resto del mondo uomini, donne e bambini di cui Forough ci restituisce con umana pietas straziati volti, corpi e sorrisi. La regista non risparmia particolari raccapriccianti, senza mai indulgere, grazie ad una fotografia in B&N a luce naturale e ad un montaggio sapiente, nel voyeurismo. Il lebbrosario diventa microcosmo in cui guardare i lati oscuri di una società e il buio dell’esistenza umana senza misérabilisme. «Il mio film si apre con l’immagine di una donna che si guarda allo specchio. Questa donna simboleggia in realtà l’essere umano che osserva la sua vita allo specchio, qualsiasi sia questo specchio» . La casa è nera è un film su una comunità di lebbrosi reclusi in un istituto, ma non solo: è anche un film su quanti si ritrovano imprigionati in una vita da cui non possono sfuggire. «Credo che uno dei motivi per cui gli uomini si dedicano all’arte è l’inconscia necessità di affrontare, resistere alla decadenza»
Jonathan Rosenbaum, sguardo autorevole della critica americana, individua nel percorso artistico di Forough l'origine di quella che sarà la cosiddetta Nouvelle Vague del cinema iraniano, in particolare della produzione di Abbas Kiarostami. Questi ha reso omaggio a Forough dando ad un film il titolo di una sua poesia (Il vento ci porterà via) e facendo recitare ai suoi personaggi le odi della poetessa.
È ormai acclarato che l’unico film diretto dalla Farrokhzad, vincitore di numerosi riconoscimenti internazionali, sia una pietra miliare nella storia del cinema iraniano e abbia fatto scuola per qualità artistica e rilevanza sociale. Una conferma in tale senso viene dalle parole del noto regista iraniano Mohsen Makhmalbaf, il quale afferma: «La casa è nera è il miglior film iraniano ad aver influenzato il cinema iraniano»


ecco il suo film:

https://archive.org/details/khanehsiahastthehouseisblack1963

domenica 25 marzo 2012

Quasi due - Hamid Ziarati

un libro di amicizia e di guerra, di giochi e di ragazzini, di attori e santi, con un ritmo davvero intenso.
succedono molte cose, magari troppe, ma alla fine avrai letto un bel libro, non te ne penti di sicuro - franz 


…Durante un conflitto il mondo si divide sempre in due parti: alleati e nemici. Ma chi sono davvero i nemici? Qual è il vero significato dell’eroismo in guerra? Nel romanzo la vicenda bellica si intreccia a quella di due ragazzi: uno è il protagonista Darioush, iraniano, l’altro un iracheno.Due lingue diverse, due mondi relativamente distanti e una sola cosa in comune: essere due ragazzi, per giunta abituati ad odiarsi. 
Il romanzo coinvolge il lettore in una profonda introspezione psicologica dei personaggi, ma anche in un percorso storico e politico complesso, che ha forgiato il volto di due nazioni dall’importanza strategica: Iran e Iraq. Un libro attuale, consigliato non solo a chi già conosce la storia mediorientale, ma anche a chi vuole scoprire realtà storiche e politiche diverse di Paesi che sembrano lontani, ma in realtà sono molto più vicini di quanto pensiamo…

…Ed è cosí che nella loro testa i martiri bambini di cui parla l'Ayatollah possono prendere il posto degli eroi del cinema. Ma il nemico, alla fine, ha tutta l'aria di uno come loro due, che parla una lingua diversa eppure ha negli occhi la stessa irriducibile vitalità. Con la sua scrittura rapida, vivida, tutta scene, capace di seguire un'esistenza nei suoi ritmi, Hamid Ziarati torna a raccontare l'energia dei ragazzini, restituendone la spensieratezza, l'incoscienza, ma anche lo smarrimento di fronte alla cieca perentorietà dell'integralismo religioso. Aiutandoci a capire con la pura forza della narrazione quanto possa essere superficiale il nostro sguardo sui mondi che non conosciamo…