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domenica 21 giugno 2026

Tibi e Tàscia - Saverio Strati

un libro che racconta la storia dell'amicizia di Tibi e Tàscia, ma anche di tutti gli altri bambini e bambine del loro villaggio.

e però raccontando quella storia Saverio Strati racconta anche una storia di povertà estrema, ai limiti della sopravvivenza, di ricconi che sono i padroni delle terre, e di tutto, che sfruttano e insieme fanno i buoni, una storia politica, insomma, in una Calabria che non sembra uscire dal feudalesimo.

a Tibi e Tàscia (diminutivi di Tiberio e Teresa) non potrai non affezionarti, se ancora ti scorre il sangue nelle vene.

Tibi e Tàscia è un libro imperdibile, per grandi e non solo, dovrebbe essere un libro di testo per i bambini delle medie, come I promessi sposi e La Divina Commedia lo sono alle scuole superiori, finchè non saranno sostituiti da Il signore degli anelli.



 

Prefazione di Goffredo Fofi:

"C'è forse un altro romanzo italiano così fitto di dialoghi, così impastato di un presente diretto, di concreta quotidianità, di infantile (e dunque assoluta) verità? Ritorna Tibi e Tàscia di Saverio Strati, fitto di cose piccole e necessarie, uno dei più significativi romanzi del nostro Novecento e della letteratura che ha raccontato il mondo com'era, in particolare il mondo contadino. Quel che Tibi e Tàscia apprendono dell'esistenza - la natura e il lavoro, la terra e il paese, i simili e i diversi, i servi e i padroni, la fame e la festa, la prepotenza e l'amore, il femminile e il maschile - non è qualcosa che appartiene solo a loro, riguarda anche i loro coetanei e riguarda l'interezza dell'uomo, nello specifico dell'età del gioco e della scoperta. Ben pochi romanzi italiani sono paragonabili a questo, nella sua capacità di aprirci a un paesaggio completo e complesso, e però affrontato con la balda capacità dei bambini di farlo proprio, di acquisirlo ed esperirlo giorno per giorno, nel variare delle stagioni e nella costanza dei confronti. Questo «romanzo dell'infanzia» scritto da un giovane calabrese che ha potuto accedere agli studi (e all'emigrazione come scoperta e come possibilità) difficilmente chi oggi lo scopre potrà dimenticarlo. Questa scoperta sarà per lui qualcosa di più che la scoperta di un buon romanzo, bensì quella di uno dei più bei romanzi sull'infanzia che si conoscano, degno dei più grandi, ma con una sua diversità tutta nostra, tutta italiana".

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…Nell’interstizio tra l’infanzia e l’adolescenza, i bambini che non vanno a scuola restano soli tutto il giorno e s’incontrano a giocare nella piazzola. Tascia, ovvero Teresa Ventura, è vivace e linguacciuta, in perenne polemica con la madre e il fratello maggiore e sempre protetta dal padre, che ha un debole per lei. Le pesa accudire il più piccolo dei suoi fratelli, Ciccio, di due anni, e dover fare piccoli servizi, come prendere l’acqua alla fontana e accendere il fuoco per cuocere i legumi per la sera, ma i suoi doveri non le impediscono di passare buona parte del suo tempo a giocare a nocciole. Quando accumula castelli («un castello è composto di quattro nocciole»; e lei arriva anche a cento) si sente «la più ricca di tutte le ragazze del mondo». Tibi, ovvero Tiberio Fideli, orfano di padre, è andato a scuola «sino alla terza, sino a due anni fa. Poi mia madre non mi ha più mandato a scuola, perché non aveva i soldi per i libri e per la tessera. I libri costano molto, lo sai tu? E per la tessera il maestro pretendeva cinque lire e mia madre mai aveva da darmele.» L’incontro tra Tascia e Tibi apre la solitudine dei due ragazzini ad una condivisione non solo di giochi e di piccoli lavori ma di pensieri ed emozioni: «Andavano alla fontana assieme e parlavano di tante cose: di Dio, del cielo, delle stelle, degli uccelli e del mare, dei loro amici, parlavano.».

La loro voglia di giocare e ancora giocare è attraversata dalla consapevolezza, venata di malinconia, che, questo, sarà il loro ultimo Natale spensierato: si appresta per entrambi il tempo del lavoro: che è sì, diventare grandi, ma, anche e forse soprattutto, essere sotto il giogo di una fatica senza respiro…

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martedì 9 giugno 2026

Il selvaggio di Santa Venere - Saverio Strati

nel 1977 Il selvaggio di Santa Venere vinse il premio Campiello. 

è un libro che racconta storie di poveri di Calabria, dopo la seconda guerra mondiale c'è solo povertà e le sirene delle città incantano i giovani, destinati a una vita di fatiche, dappertutto.

resistere nella propria regione è molto difficile, la 'ndrangheta alza la testa e le armi contro le vittime che provano a resistere.

le storie raccontate nel libro non possono lasciare indifferenti, è un libro vivo, necessario per capire il sud dell'Italia e i suoi drammi.

pare che un libro di poveri non sia stato accolto bene dai giurati del premio, forse speravano nella vittoria di qualche noioso romanzo sulla borghesia.

Saverio Strati è uno scrittore da riscoprire, la casa editrice Rubbettino ha meritoriamente ristampato i libri dello scrittore, ormai introvabili.

 

 

 

…Il romanzo è a tre voci. Tra queste, la più interessante è quella di Dominic, figlio di Leo e nipote di don Mico. Lui è il giovane che fugge dalla Calabria, che vede la sua terra come una fossa antiquata nella quale si muore, verso cui prova rabbia e rancore, in cui l’arretratezza culturale e la ‘ndrangheta sono dei tumori inestirpabili. Lui è fuggito al Nord, qui lavora, qui progredisce e vede che il mondo è diverso. Qui i contadini sanno sfruttare la tecnologia per produrre di più e per lavorare di meno, perché non di solo lavoro vive l’uomo; qui non esiste la criminalità organizzata, qui si campa indubbiamente meglio, eppure Dominic è sempre attratto dalla Calabria, la nostalgia per la terra natia è forte. Leo, il padre, il selvaggio di Santa Venere, aveva saputo vivere in armonia con la natura aspra, aveva anche fatto delle fesserie, ma poi si era redento. Come don Mico aveva iniziato a zappare e a lavorare senza sosta, a pensare in grande, ma rispettando quella terra generosa e protettiva. Leo è quindi un candido selvaggio, un buono che crede nell’intelligenza e alla volontà, ma agli occhi del figlio Dominic, appare come una mosca bianca, un eroe solitario e stolto, un uomo che combatte contro i mulini a vento e che prima o poi deporrà le armi…

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…Senza salti spettacolari, ma con gli occhi sempre all’altezza dello sguardo attanziale, Il selvaggio di Santa Venere racconta una storia del sud che ha frammenti in comune con tante altre storie narrate da Melville come da Verga, da Pirandello come da Tozzi, da quei suoi personaggi di Con gli occhi chiusi, in cui il tutto o niente della cattiva letteratura lascia il posto alle infinite sfumature di una vita arcaica che può conoscere lo sprofondamento nella violenza ancestrale oppure la salvezza nel coraggio di diventare, non solo predicare, un nuovo uomo, senza luccichii o trionfalismi, dalla parte stessa di una vita che è quella di ciascuno di noi. Semplicemente. E magistralmente; dono di un grande scrittore da non lasciare oscurare dalle mode e dai tic mediatici, che ha avuto il coraggio di scrivere unicamente ciò che sapeva e aveva vissuto di persona.

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… Le più interessanti sono Il selvaggio di Santa Venere, romanzo che vinse il Premio Campiello ma che venne ignorato dalla critica, e I cari parenti. “So bene che il mio successo ha dato fastidio a molti letterati di potere” – dirà Strati in una sua intervista del settembre del 1977 concessa a Stefano Lanuzza – “Una vera beffa che, tramite il loro premio borghese, io abbia avuto il modo di farmi conoscere dal grande pubblico. I giudici del Campiello non avevano immaginato che il mio libro potesse vincere il premio: altrimenti non lo avrebbero ammesso nemmeno nella cinquina finalista. Ho visto il disappunto e la contrarietà dipingersi sul viso di tanti notabili del mondo letterario. Questo come puntuale conseguenza del paternalismo imbarazzato che può accompagnare il non poter fare a meno di mettere nella rosa finale l’opera d’uno scrittore proletario del Sud, pubblicato da un grosso editore. Nessuno dei signori suddetti si è degnato, dopo l’assegnazione del premio, non dico di complimentarsi con me, ma anche solo di dichiarare la propria adesione al mio libro. Con divertimento, ho assistito al ridicolo mimetismo di gente che evitava di salutarmi per non compromettersi…”.

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…Proviene da una famiglia molto umile: i genitori sono «mastri-massari », come egli li definisce, il padre muratore e la madre sarta. Dopo vent'anni passati a lavorare a fianco del padre, nel 1945 intraprese gli studi tanto amati tramite un maestro elementare del paese.  
Nel 1946 comunicò ai genitori di volersi preparare per conseguire la maturità  classica; ebbe un primo insuccesso come privatista, ma grazie all'aiuto economico di uno «zio d'America » riuscì a continuare i suoi studi presso il Liceo Galluppi di Catanzaro.  
Nel 1949 si iscrisse all'università  di Messina; prima in Medicina, ma dopo due mesi ottenne il passaggio a Lettere. Sono anni fondamentali: ha modo di conoscere il critico letterario Giacomo Debenedetti e di seguire le lezioni su Verga, Pascoli e Svevo.
Nel giugno del 1953 a Caraffa del Bianco avvenne il primo incontro con Corrado Alvaro, fortemente voluto da Strati e che portò a un rapporto di stima e curiosità  reciproca; in occasione di una visita a Roma, nel 1955, lo scrittore lo incoraggiò a inviargli alcuni articoli per una rivista sulla Calabria, e solo per calabresi, che aveva intenzione di fondare. Il progetto non vide mai la luce poiché Alvaro morì nel giugno 1956.
Nel settembre del 1953 si fermò a Roma ospite di Debenedetti. Partì subito dopo per Firenze per preparare la sua tesi di laurea sulle riviste fiorentine del primo Novecento. Una tesi che non verrà  mai completata perché preferì dedicarsi, soprattutto, a correggere il suo primo romanzo,  La teda,  e  ad affermarsi come scrittore. Nel febbraio del 1954 entrò in contatto con i principali esponenti della cultura fiorentina, tra cui Corrado Tumiati, redattore de «Il Ponte », su cui apparve il suo primo racconto,  La quercia. Continuò a collaborare per questa e altre riviste come «Il Nuovo corriere » e «Paragone ». Nel 1956 la Mondadori pubblicò  La Marchesina, la sua prima raccolta di racconti, proposta da Debenedetti allo stesso Alberto Mondadori. Nel 1957 fu data alle stampe  La teda…

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domenica 7 giugno 2026

La strage di Amendolara



“Strage di Amendolara: pulire e dimenticare” - Martino Ciano

Cosa vuoi che siano quattro extracomunitari bruciati in un’auto perché chiedevano un trattamento da lavoratori e non da bestie. È successo in Calabria, nel cosentino. È accaduto l’uno giugno 2026, vigilia dell’ottantesimo compleanno della Repubblica italiana, quella Repubblica che si dice sia fondata sul lavoro.

Capito che beffa è avvenuta. E le telecamere hanno ripreso tutto. Si vedono due tizi, anche loro extracomunitari, che tengono le portiere dell’autoveicolo per evitare che quelli dentro escano. Hanno dato dimostrazione di come allestire velocemente una camera a gas. Ma tranquilli, si sono soffermati poco su certi aspetti. Tutti hanno condannato la strage di Amendolara senza condannare per davvero. È stato un po’ come il gioco delle tre carte: c’è sempre quello che pensa di vincere facile, di indovinare stando attento, invece è il primo a restare ipnotizzato dai movimenti fluidi del prestigiatore.

Alcuni hanno commentato che «se importi il Terzo Mondo, diventi come il Terzo Mondo». In questo modo pensavano di spostare la questione sulla solita necessità di reimigrare. Ma che dite, qui è sempre stato il Terzo Mondo, solo che, a tanti, non interessa emancipare né gli immigrati né gli autoctoni, perché quello che è avvenuto sulla costa jonica, in una stazione di servizio sulla Statale 106, all’altezza del comune di Amendolara, è una cosa che appartiene anche a un tribalismo nostrano.

E poco importa se questi extracomunitari abbiano raccolto fragole nella vicina Basilicata e che risultassero contrattualmente in regola. Qui parliamo di metodi conosciuti e molte volte accettati, quindi appartengono a una forma mentale.

Non se ne parla perché dobbiamo fare passare tutto come qualcosa di «non italiano», di importato da terre selvagge. Invece non c’era regione migliore della Calabria in cui questo episodio potesse avvenire. Si è assistito a un rito ancestrale, ben conosciuto, sepolto in qualche archetipo. Ma non scomodiamo i Totem e i Tabù di Freud, basta infatti rifarsi alla necessità di negare che questa cosa sia anche nostra. E più lo neghiamo, più riemerge.

Quanti innocenti mangiati dai porci, fatti a pezzi, infilati in pilastri di cemento? Quanti ammazzati per sete di giustizia o per aver chiesto dignità?

Ma certo, noi dobbiamo difendere gli onesti imprenditori agricoli, quelli che mettono in regola chiunque. C’è una parte di Calabria che davvero prova orrore, che si dissocia, che non farebbe male a una mosca, che protegge l’immigrato, che accoglie senza remore. Ma c’è anche quella parte che liquida la strage di Amendolara con frasette da semplice lotta tra civiltà. Invece, ciò che dimentichiamo in fretta è che “questa civiltà” di cui ci vantiamo è presente solo in alcune zone e se ne parla come se fosse un privilegio.

Ecco, nel Terzo Mondo calabrese la normalità è un privilegio. Il lavoro a norma è fortuna per pochi. E pensare che un discorso del genere qualcuno lo addita come la solita “autopunizione” che siamo abituati a somministrarci, invece è chiaro, perché molti hanno sperimentato certi tipi di sfruttamento e non ne fanno mistero. Anzi, molti sono morti senza conoscere nulla di diverso.

Allora, il Terzo Mondo calabrese è più di una realtà, ma addirittura uno degli incubi più vividi che si possono ancora vivere. Ma come tutte le cose brutte si tende a dimenticare. Chiedete alla politica, sia essa di destra che di sinistra; nessuno sa dare risposte. O sei un privilegiato o te ne vai altrove.

Ecco, quell’esecuzione pubblica, avvenuta davanti alle telecamere, forse proprio per essere immortalata, è stata solo una delle tante facce di una Calabria che vive quotidianamente di peggio… a telecamere spente, però, e senza scene eclatanti.

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Amendolara, è fuorviante parlare di ‘mafia del caporalato’: così si esclude la responsabilità dei padroni - Davide Mattiello

È “mafia” certamente quella che fa da cornice alla strage di Amendolara, ma chiamarla “mafia del caporalato” può essere depistante e riduttivo.

Quattro persone, quattro lavoratori, bruciati vivi per punizione perché hanno avuto l’ardire di chiedere il dovuto dopo tanto sfruttamento non dovrebbero essere segregate anche da morte attraverso il linguaggio che si sceglie per descriverne il destino. “Mafia del caporalato” è una definizione che rischia, al di là delle intenzioni di chi adopera queste parole, di indurre in chi legge una rappresentazione falsante della realtà, come se la questione fosse riconducibile ai rapporti violenti interni alla popolazione straniera, immigrata in Italia per cercare opportunità di lavoro. Stranieri che sfruttano altri stranieri, punto.

Torna in mente quello che si usava dire qualche decennio fa parlando delle mafie nostrane: “Tanto si ammazzano tra di loro”. Anche questa affermazione era riduttiva e falsificante, serviva infatti a chi la adoperava per contenere l’allarme sociale, per rassicurare l’opinione pubblica: non temete, alle persone per bene non può succedere niente di male. La storia devastante degli anni ’80 e ’90 del secolo scorso si è poi incaricata di sgombrare il campo da questa ipocrita anestesia delle coscienze: la violenza mafiosa non ha risparmiato nessuno, né servitori dello Stato, né inermi cittadini, arrivando a mettere in pericolo la tenuta stessa delle Istituzioni.

In modo non del tutto diverso anche parlare di “mafia del caporalato” serve a rassicurare, serve a lasciare tranquille le coscienze dei più, per la verità già sollecitate oltre modo da dosi massicce di violenza feroce, con l’idea che questa atrocità non abbia nulla a che fare con le persone per bene. Una definizione che rischia addirittura di fare il gioco dei razzisti nostrani, confermandoli nei loro pregiudizi grotteschi, quelli buoni a fomentare le piazze al grido di “Remigrazione, remigrazione!”.

È dunque certamente “mafia” nella misura in cui, secondo l’articolo 416 bis del Codice Penale, il reato-fine – ovvero il profitto illecito – viene consumato da una organizzazione criminale capace di ottenere omertà e assoggettamento attraverso la forza di intimidazione del vincolo associativo, ma non è “mafia dei caporali”: è “mafia dei padroni” che utilizzano i caporali. Ne ero già convinto più di dieci anni fa quando da deputato, membro della Commissione parlamentare antimafia e presidente del Comitato Testimoni di Giustizia, proposi di audire alcuni braccianti che avevano denunciato gli sfruttatori. Proposta accolta non senza qualche riserva: a qualcuno sembrò impropria come iniziativa, dal momento che non risultava il coinvolgimento diretto delle organizzazioni mafiose, formalmente qualificate come tali.

Ma, si sa, il “metodo mafioso”, rilevante di per sé pure sul piano giudiziario, ha molti adepti che non ostentano coppole e lupare. Il punto è che la “mafia del caporalato” non potrebbe esistere se non ci fossero i “padroni italiani” che si avvalgono di quelle braccia schiavizzate, nella migliore delle ipotesi facendo finta di non sapere e nella peggiore contribuendo direttamente al sistema di sfruttamento, talvolta anche sostituendosi al “caporale” straniero e organizzandolo in proprio.

Niente di nuovo, si potrebbe dire: l’attuale rapporto criminale tra padroni e caporali ricorda molto quello che ci fu tra i latifondisti e i campieri nelle campagne meridionali di un secolo fa. Quei “campieri” divennero poi il braccio armato e capillare di Cosa Nostra (i cui capi già allora si confondevano nell’alta borghesia palermitana). Lo avevamo capito bene dieci anni fa quando approvammo in Parlamento una buona legge, la 199 del 2016, che ebbe il merito di riformare l’articolo 603 bis del Codice Penale, che pure era stato “infilato” nel codice soltanto nel 2011. Nel 2011, in risposta a tragedie analoghe, il Parlamento aveva finalmente (!) introdotto il reato di intermediazione illecita di manodopera, escludendo però dal perimetro della condotta illegale il mandante di questa intermediazione e cioè il “padrone” (difficile stupirsene).

Nel 2016, dopo altre tragedie, il Legislatore riparò l’errore: il nuovo 603 bis considera responsabile tanto il caporale quanto il padrone, considera consumato il delitto di sfruttamento nel momento stesso in cui si accerti che padrone e caporale abbiano approfittato delle condizioni di vulnerabilità del lavoratore, infatti considera la minaccia o la violenza nello sfruttamento una aggravante della condotta, punisce il padrone anche in assenza del caporale quando sia provato che abbia approfittato delle condizioni di vulnerabilità del lavoratore, prevedendo anche la confisca dell’azienda agricola.

La 199 del 2016 aveva poi una seconda parte non penale, che serviva a premiare il lavoro agricolo di qualità, cioè a valorizzare la filiera agro-alimentare che certificasse il rispetto dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici. Che fine ha fatto? Allora ebbe scarso rilievo. Forse perché ieri come oggi c’è un capitalismo spudorato che semplicemente considera lo sfruttamento una componente fondamentale e irrinunciabile del profitto, generando un sistema economico anticostituzionale e quindi tanto più illegale, che dovrebbe essere severamente contrastato dalla Repubblica. Quale altro “ordine” dovrebbe infatti essere tutelato dalle nostre forze di polizia?

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Bruciati vivi perché si sono ribellati ai caporali: vite a perdere, storia dei fantasmi che raccolgono le fragole - Lucio Musolino

“Mafia, capito? Mafia”. Nella tragedia immane che si è consumata ieri ad Amendolara, in provincia di Cosenza, dove quattro braccianti agricoli pakistani sono stati bruciati vivi, la lezione morale la dà a tutti un altro bracciante, questa volta afgano. Taj Mohammad Alamyar era a bordo del minivan assieme alle vittime ed è l’unico scampato alla furia dei due “caporali” che, stando al suo racconto ai microfoni della Rai, gli hanno lanciato benzina addosso per poi tentare con un accendino di trasformarlo in una torcia umana. In parte ci sono riusciti, ma nonostante le ustioni al braccio e in altre zone del corpo, Taj ha rotto il finestrino e si è messo in salvo mentre gli assassini si allontanavano dalla scena del delitto. Oggi è l’unico superstite, il testimone chiave dell’omicidio plurimo consumato nella Sibaritide dove la storia è quella di cinque braccianti che si sono ribellati al sistema dei caporali e quattro di loro hanno pagato con la vita.

Lo sfruttamento e la punizione

Il filmato, registrato dalle telecamere di videosorveglianza della stazione di servizio, ha inchiodato i responsabili consentendo alla Procura di Castrovillari di emettere nei loro confronti un provvedimento di fermo. Ai magistrati, invece, il movente lo ha spiegato Taj che ai giornalisti ha mostrato pure la casa di Villapiana dove abita assieme ad altri dieci migranti, tra cui fino a ieri c’erano anche i quattro pakistani carbonizzati alla stazione di servizio. Poche stanze prese in affitto a 500 euro al mese. Soldi pagati con i quattro spicci racimolati raccogliendo le fragole. Delle 50 euro che prendevano al giorno lavorando nei campi, erano costretti a darne 5 a testa ai caporali per il trasporto da una campagna all’altra dell’alto jonio cosentino. Non ci stavano più a percepire buste paga fittizie da 350 euro al mese. Volevano un contratto regolare e per questo si sono lamentati con i connazionali che gestivano la manodopera nei campi di proprietà degli italiani. Caporali che prima li hanno minacciati con coltelli e pistole per farli continuare a lavorare alle loro condizioni. E poi li hanno puniti, bruciandoli vivi e senza mostrare un minimo di pietà.

Il buco nero tra Sibaritide e Metapontino

“Mafia, capito? Mafia”. Anche se probabilmente Taj non si riferiva alla criminalità organizzata calabrese (la ‘ndrangheta), le sue parole pronunciate in un italiano stentato hanno reso bene l’idea dell’inferno vissuto dai braccianti agricoli tra la Sibaritide e la Piana del Metapontino, nel materano. Un inferno che tutti conoscono e che tutti ignorano. Fantasmi nelle mani di altri fantasmi. Vite a perdere, arrivate dall’altra parte del mondo con la speranza di migliorare le proprie condizioni, che finiscono a stare con la schiena piegata tutto il giorno per pochi euro l’ora. Non è la prima volta e non sarà l’ultima: da decenni il fenomeno del caporalato è lì a scandire le stagioni della Sibaritide e del Metapontino e riaffiora solo quando le tragedie riempiono le colonne dei giornali. Come quella di Amendolara dove i pakistani la fanno da padroni. Quattro di loro sono stati arrestati a dicembre al termine di un’indagine iniziata il 4 ottobre 2025 quando un tragico incidente stradale, avvenuto a Scanzano Jonico, ha portato alla luce un sistema di sfruttamento nei campi agricoli della Basilicata.

I precedenti: stesso canovaccio

Dieci braccianti stranieri viaggiavano stipati in un’auto sulla statale 598 dove il mezzo si è scontrato con un autocarro. Il bilancio è stato di quattro indiani morti. L’inchiesta della Procura di Matera ha svelato che i braccianti venivano reclutati per la raccolta di fragole nei vari comuni lucani. La storia è simile a quella dei pakistani carbonizzati ad Amendolara i cui nomi ancora nessuno conosce perché a nessuno interessano. Così come quelli degli indiani morti a Scanzano Jonico, braccianti che dormivano in alloggi sovraffollati, senza condizioni igieniche adeguate e costretti dai caporali a turni massacranti (anche nei giorni festivi) con paghe da fame che non rispettavano i minimi contrattuali. Nel 2023 una vicenda simile si verificata nel Metapontino dove i carabinieri, oltre a sette caporali, hanno arrestato due italiani titolari di un’azienda agricola dove i migranti venivano pagati cinque euro l’ora per lavorare fino a oltre 10 ore al giorno compresa la domenica. Un “privilegio”, quello di essere sfruttati, che i braccianti africani ottenevano solo dopo aver pagato circa 6mila euro ad altri connazionali i quali ricevevano anche 3 euro al giorno dai migranti per avere diritto ad un posto dove dormire, di solito in una struttura fatiscente.

“Intrappolati in un sistema”

Ritornando al plurimo omicidio di Amendolara e ai pakistani carbonizzati lunedì nella piazzola della stazione di servizio, in una nota il segretario generale della Cgil Calabria Gianfranco Trotta chiede “alle forze dell’ordine chiarezza e soprattutto un supporto maggiore alla politica, con azioni più concrete, legate anche ai progetti finanziati che siano sempre più di aiuto, affinché si contrasti l’abominio della quotidianità che vivono i lavoratori, spesso migranti, nelle nostre campagne: precarietà, trasporto, insicurezza e vulnerabilità estrema, ricatto e violenza”. “Non si può più tollerare – scrive il sindacato – che la piana di Sibari sia continuamente segnata da sfruttamento lavorativo e caporalato”. Per la segretaria generale della Uila Enrica Mammucari, “nella giornata in cui celebriamo gli 80 anni della nostra Repubblica democratica, fondata sul lavoro, i drammatici eventi accaduti nel cosentino emergono con un contrasto tanto stridente quanto doloroso, restituendo l’immagine di una rottura del patto sociale che dovrebbe tenere insieme sviluppo economico e tutela dei diritti dei lavoratori”. Per questo, secondo la Uil, c’è “la necessità dell’introduzione di un permesso di soggiorno per attesa occupazione per quei lavoratori che, entrati regolarmente in Italia con i precedenti decreti flussi, sono rimasti intrappolati in un sistema che li ha resi irregolari alla scadenza del contratto, esponendoli al rischio dello sfruttamento”.

“Oltre le fiaccolate: serve una mobilitazione civile”

Più duro il commento del vescovo di Cassano allo Jonio Francesco Savino secondo cui l’omicidio dei quattro braccianti pakistani è una “ferita morale, sociale e spirituale che squarcia il velo d’ipocrisia su una terra intera. Una striscia di Calabria dove il mare, il lavoro povero, la migrazione e la violenza criminale finiscono troppo spesso per sovrapporsi, diventando un’unica ferita aperta”. Secondo il vescovo, “non bastano il cordoglio, la pietà, la commozione di circostanza. Qui bisogna pronunciare una parola sola, nuda, cristiana, necessaria: basta. Basta con una terra che piange i morti e poi torna troppo in fretta alle proprie abitudini. Basta con una coscienza pubblica che si indigna al mattino e dimentica alla sera. Basta con un’economia che, in troppi luoghi, continua a reggersi sulla schiena piegata degli ultimi, sulla fatica invisibile dei migranti, sulla solitudine dei braccianti, sulla paura di chi lavora senza tutele, senza voce, senza protezione. Ci sono fenomeni che non nascono dal nulla. Il caporalato non è una deviazione marginale, non è una stortura folkloristica, non è un residuo antico dimenticato nei campi. È un sistema. È una struttura di dominio. È una forma moderna di schiavitù che prospera dove il lavoro diventa carne da spremere, dove il bisogno si trasforma in catena, dove la fragilità dei migranti viene convertita in profitto. Chiedo allo Stato di esserci con tutta la sua forza, non soltanto dopo il sangue, ma prima nelle campagne, nelle filiere agricole, nei luoghi di reclutamento della manodopera, negli alloggi indegni, nei trasporti opachi, nei rapporti di lavoro irregolari, nelle sacche di vulnerabilità dove il caporalato mette radici”. Proprio per questo, monsignor Savino auspica una mobilitazione civile che vada oltre le fiaccolate. Il vescovo parla di “una “rivolta delle coscienze perché la Calabria non può continuare a essere raccontata solo dopo che il male ha già lasciato i suoi morti sull’asfalto”.

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giovedì 16 gennaio 2025

Sul ponte si è detto, ma qualcosa no - Giovanni Carbone

 

A parlare del ponte argomenti se ne trovano, da una parte, dall'altra. Quanto legittimi gli uni, tanto gli altri, con taluni che paiono di buon senso ed altri che invece s'inabissano con la ragione nelle profondità del mare di Scilla e Cariddi. Ma a parlare degli uni per stoltezza manifesta, o degli altri come cosa di buon senso, senza dire quali siano e per quali propendo, francamente mi venne a noia. Che a me preme assai, invece, puntare indice d'attenzione su altro aspetto assai meno frequentato e che riguarda un dato preciso: se l'isola è attaccata con tale legaccio cementante al continente, essa non è più tale, al massimo si fece isola al guinzaglio, meglio, escrescenza ectoplasmica di continente, derubricata a promontorio, non ci si riconosce più in quella come fu da che l'uomo vi abitò. Certo, “là dove domina l’elemento insulare è impossibile salvarsi. Ogni isola attende impaziente di inabissarsi. Una teoria dell’isola è segnata da questa certezza. Un’isola può sempre sparire. Entità talattica, essa si sorregge sui flutti, sull’instabile. Per ogni isola vale la metafora della nave: vi incombe il naufragio”. (Manlio Sgalambro) E se questo è vero, quell'incombenza immanente del naufragio appartiene all'isola, pure a chi vi nacque. Ne rappresenta sempre l'archetipo illustrativo, incontrovertibile, esattamente come dato anagrafico con tanto di firma del sindaco. Negarsi detto dato, ancorché a tratti ed a taluno poco avvezzo ad i-solitudini possa apparire luttuoso, è come piombarsi in dimensione da smemorato, privarsi d'un io irripetibile, divenire altra cosa che pare piuttosto io indistinto. Questo mi dice l'argomentazione sghemba e desueta sul legaccio continentale. Me lo dice pure che quando vado via io stesso dall'isola, a valigie non ancora pronte, già mi struggo, prima ancora, anzi, a pensiero solo di farle.

Aveva voglia Nisticò di classificare i siciliani in siciliani di scoglio e di mare, gli uni abbarbicati al substrato come cozza, dattero, riccio spinoso, incuranti della natura claustrofobica dell’appartenenza. Gli altri, con la valigia in mano, fermi non ci stanno, e appena la prima brezza lo consente, prendono il largo a vele gonfie. Ma tutti si portano dentro la stessa insularità, che è condanna di viaggio e nostalgia struggente per il porto di partenza. Solo che ai primi arriva subito, ci soffrono di più, basta che si mettano poco fuori l’uscio di casa, si vadano a sbrigare un documento nel capoluogo. I secondi, al più, con la lacerazione del distacco si sono abituati a convivere. Ma tanto tornano, prima o poi vedi se tornano e non passa minuto che con la testa non si organizzano per farlo. Mi pare che questo desiderio di ritorno sia proprio il risultato della paura atavica che l’isola non la ritrovi più, che qualcuno, mentre ti allontani giusto un attimo, se la possa portare via. Forse lo tsunami o li turchi, anche se – ed è evento inconfutabile -, qualunque cosa arriva, dopo un primo attimo di sgomento, gli si apre la porta di casa e, passati al più cinque minuti, ti scordi che è arrivata allora allora, ti pare che sia lì da sempre, ci fai l’abitudine, la lasci accanto a te. Tuttavia, per consapevolezza di tale innata abiezione d'accoglienza, poiché non si sa mai ed a scanso di equivoci, metti in giro strane voci, che lì ci sono i Lestrigoni, i Lotofagi, forse Circe, che giù per lì Scilla e Cariddi hanno un brutto carattere, quei sassi, isole essi stessi, li lanciano Ciclopi a basso tasso di socievolezza, le figlie di Kokalos avvelenano gli ospiti. È come mentire a se stessi, innanzitutto, che si finisce per crederci più noi che gli altri. Gli altri se ne accorgono della natura mendace della difesa e, consapevoli e avversi alle i-solitudini con quel vezzo di farsi porto sicuro, ibride per oscure provenienze, preferiscono tendere guinzagli, meglio se a robusta campata. L'isolano, invece, se per ragioni di modernità se ne deve andare solo per qualche giorno, che ne so, a Poggibonsi, San Giovanni in Persiceto o a Cormano, saluta parenti e amici, fazzoletto in mano, si sente mancare il terreno sotto i piedi, s'avvede d'allontanamento da porto sicuro come stesse andando a sfidare cannibali nel Borneo. Posto che nel Borneo di cannibali ce ne siano, che quella pure è isola con tanto di isolani che potrebbero averlo fatto credere, sempre a scanso d'equivoco, per timore di visita di continentale.

Ad ogni buon conto, uno che nasce su un’isola sta già viaggiando. Perché il mare, tutto intorno, fermo non ci sta, e si muove di correnti e flutti, in definitiva viaggia conto terzi. Non merita citare chissà chi per comprendere che il viaggio è una precisa connotazione antropologica, e pure se ha talune accezioni di ingegneria nautica, non è solo uno spostamento da e per. Alla fine “basta aprire la finestra e si ha tutto il mare per sé. Gratis. Quando non si ha niente, avere il mare – il mediterraneo – è molto. Come un tozzo di pane per chi ha fame”. (Jean Claude Izzo)

Pure per questo nell’insularità è connaturata la pigrizia più atavica, quella persino trascendente che si fa connotazione definitiva ed archetipo illustrativo di genti. E del resto che ti agiti a fare se sei proprio dentro il gorgo più gorgo, il tutto che si muove permanentemente? Fatica sprecata. Per altri quella è ignavia, pigrizia, in realtà è saggia contemplazione del mondo che non sta fermo, dunque perché inseguirlo nell’apoteosi dell’operatività? Il mare vortica così tanto che ti fa dono ora del primato di paradiso terrestre, ora d’inferno in terra, né fu creato per compiacere chi vi si trova in mezzo, circondato senza scampo; inutile cercare di opporvisi. Se serve qualcosa, servissero tre secoli e più, prima o poi un’onda bislacca te la schiaffa davanti, spiaggiata a pancia rivolta al sole. Né si tratta d’un fiume che scorre in quell'unico verso, cosicché sai già cosa t’arriva a valle se conosci il monte. Il turbinio è pluridirezionale, dipende dalle stagioni, talora dall’umore nero della burrasca e talaltra dall'accondiscendenza d’un venticello virato a bonaccia. Sfidare quel tutto che si muove per provare a spostarsi in altra direzione è atto temerario. In tutto quel bailamme agitato meglio star fermi giacché, prima o poi, da qualche parte arrivi, e se non arrivi – quella data parte, intendo – presto o tardi, t’arriva lei. Ma l’isola, quella, da dentro non te la togli nemmeno se ti metti a pizzo di montagna. Non c’è niente da fare, t’entra in valigia, col sale e tutto il resto. Salvo che qualcuno, da qualche altra parte, non voglia mettergli il guinzaglio, per guidarla come gli pare, a dispetto del mare. Se non bastasse c'è all'orizzonte progetto di museruola.

domenica 28 marzo 2021

Le mafie, la guerra e il giusto processo - Emilio Sirianni

Ero indeciso se scrivere di nuovo sull’argomento. La sensazione di inutilità, di prendersela contro i mulini a vento è forte, come pure la voglia di dire: «ma chi me lo fa fare». 

Però, in questo Sud io ci sono nato e ci vivo, l’oppressione e pervasività di “quel” potere le conosco bene e conosco bene la rassegnazione alla sconfitta. E i relativi volti. Quelli di chi, letteralmente, ti rappresenta la fine della vita tua e di chi ti è vicino, pur non facendolo in modo esplicito, ma sempre con ragionamenti ellittici, dal suono amichevole, persino e proprio per questo più terrorizzanti. Quelli di quanti stanno dietro o a fianco ai primi, ma mai nei luoghi della gente normale e che indossano toghe, siedono in consigli di amministrazione, presiedono enti, casse, partiti, fondazioni, frequentano le stanze di compensazione degli interessi che contano e decidono le sorti di queste terre da generazioni. Infine quelli dagli occhi bassi e i pugni stretti, che mordono le labbra e cedono e cedono e pare non debbano mai smettere di farlo. Ma io, per il mestiere che faccio, sono in grado di comprendere e svelare e, proprio perché conosco quei volti, sento di dover continuare a parlare. Prima di tutto a chi fa il mio stesso mestiere e ha la mia stessa possibilità e capacità di comprendere.

Ieri l’altro su Rai3, nella trasmissione Presadiretta, si è parlato del noto processo Rinascita-Scott, che ha per oggetto fatti di ‘ndrangheta e che proprio in questi giorni muove i primi passi nella nuovissima aula bunker costruita in tempo record a Lamezia Terme. In verità si è parlato delle indagini, perché il processo non è ancora neppure alle fasi preliminari. Ed è proprio questo il punto sul quale vale la pena di riflettere insieme. Anche se, prima di farlo sento il bisogno di dire quanto questa riflessione mi costa. 

Mi costa molto, per tante ragioni che prima ho solo accennato. Perché ho riconosciuto nei molti filmati dei ROS i volti di cui dicevo. Perché ho riconosciuto, nelle parole intercettate, parole che mi suonano in testa e mi pesano sul cuore da una vita. Di più, mi costa molto perché, da tecnico, ho ben percepito – come chiunque di voi abbia visto la trasmissione ‒ il valore e l’importanza di quegli elementi di prova. Il loro peso dirompente laddove vanno a incidere l’empireo degli intoccabili, squarciando la pesante coltre dietro cui si nascondono. Mi costa moltissimo perché sento sulla mia pelle la rabbia e il dolore di quei genitori che hanno perso i figli per mano di un potere criminale, di tutte quelle donne e quegli uomini che manifestavano a sostegno dell’indagine sotto le finestre dei carabinieri all’indomani degli arresti, invocando finalmente giustizia. 

Ma al tempo stesso, proprio per questo, non posso tacere.

La stampa – lo sappiamo bene ‒ fa il suo mestiere. Cerca notizie d’interesse pubblico e le diffonde e il valore di un giornalista si misura sulla sua capacità di trovare le notizie e di esporle. Il giornalista di cronaca le scova muovendosi fra segreti istruttori e fasi di discovery, fra prove nascoste e prove esibite, fra indiscrezioni carpite e indiscrezioni fatte filtrare. Del resto anche la polizia giudiziaria e gli organi inquirenti fanno il loro di mestiere. Cercando prove, custodendole gelosamente, coltivandole affinché, al momento giusto, germoglino e diano frutti. Ma anche in questo caso, in un gioco di specchi e di parti che è antico quanto il processo stesso, praticando sovente l’arte dell’indiscrezione veicolata e del consenso. Spesso utili anche per le sorti delle ipotesi d’accusa, ma altrettanto spesso per quelle delle carriere personali. In America ci hanno costruito, da sempre, un genere letterario e cinematografico che non conosce crisi. 

Nella trasmissione di ieri, però, abbiamo assistito a una sorta di smascheramento. Tutto si è svolto alla luce del sole, anzi sotto la luce delle telecamere. Negli studi televisivi e in esterni, letteralmente sul luogo del reato. Niente segreti pazientemente carpiti o sapientemente filtrati nell’ombra del lavoro d’indagine giornalistica o investigativa, ma ufficiali dei carabinieri che illustrano il contenuto di intercettazioni telefoniche e video, indicano i luoghi in cui si sono appostati per eseguire le riprese, illustrano le storie criminali dei vari protagonisti e gli organigrammi delle rispettive cosche. E in alto su tutti, ovviamente, l’Inquirente.

Tralascio gli aspetti personali che ognuno è libero di valutare come meglio crede (penso ai reiterati riferimenti a concetti quali «codardia/vigliaccheria» o ai dialoghi interiori con “compagna morte” [intervista alla Gazzetta del Sud del 16 marzo]). Quel che mi allarma ‒ e che dovrebbe allarmare tutti ‒ è che, proprio alla vigilia di un delicatissimo processo, si ritenga normale che il pubblico ministero partecipi, in veste di protagonista assoluto (pur se affiancato, come detto, da spalle di prim’ordine), al processo mediatico-televisivo che precede e affianca quello che s’avvia nell’aula bunker. Un processo nel quale tre giovanissime magistrate, che assieme non arrivano a sommare dieci anni di anzianità, dovranno affrontare, oltre all’ordinaria pressione che accompagna un processo di queste dimensioni e complessità, anche la pressione mediatica, enorme, che una delle parti processuali oggettivamente contribuisce a determinare. So che sapranno farlo, che resistere a simili pressioni è la parte di bagaglio professionale che alle nostre latitudini si acquisisce più celermente, ma è giusto ed accettabile che ciò accada?

Infine, noi, che siamo cresciuti alle lezioni di garantismo di Luigi Ferrajoli e di tanti altri maestri, abbiamo fermo in mente il loro insegnamento che ci ricorda come il soggetto da tutelare nel processo penale sia sempre l’imputato, a difesa dei cui fondamentali diritti sono predisposte tutte le regole e garanzie che ne scandiscono l’incedere. La prima delle quali è quella che stabilisce che la prova si forma nel processo. Non nelle indagini e ancor meno nella rappresentazione mediatica delle stesse. Una regola, questa, che esprime anche un fondamentale principio epistemologico del processo penale accusatorio, che individua nel contraddittorio e nella dialettica paritaria tra le parti del processo il miglior criterio per giungere all’accertamento della verità.

E a me, a noi tutti che in queste terre disgraziate ci troviamo o abbiamo scelto di vivere, quello che interessa, prima d’ogni altra cosa, è la verità. Per questo, principalmente, vorrei invitare chiunque indaghi sulla criminalità mafiosa, con toga sulle spalle o stellette sul petto, a non arruolarsi in quella guerra che il Procuratore Gratteri ha evocato in TV, continuando, molto più banalmente, a fare ciascuno la cosa più difficile: il proprio mestiere.

da qui

lunedì 23 novembre 2020

come se in Calabria non ci fosse la 'ndrangheta

 

Morra, la Santelli e l’antimafia: chiedo aiuto – bortocal


io non so se valga più la pena di occuparsi della minuta cronaca politica per sotto-sviluppati mentali di cui sono infarciti i nostri media, ma la vicenda tuttora in corso di Morra, il presidente della Commissione parlamentare antimafia, supera ogni mia capacità di comprensione e credo anche di immaginazione.

viene arrestato il presidente del Consiglio Regionale della Calabria, fatto eleggere da Forza Italia nonostante fosse stato già segnalato tra gli impresentabili; e lo arrestano con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa e scambio elettorale politico mafioso perché pensano che abbia aiutato la cosca Grande Aracri a costituire una società per la distribuzione di prodotti medicinali e sia stato ricambiato con il sostegno alle elezioni regionali del 2014.

una cosetta da niente, vero?, in una Regione commissariata più volte proprio per la totale inefficienza in campo sanitario, e commissariata da questo governo e dal precedente (Salvini ministro dell’Interno!) con persone la cui assoluta incompetenza è emersa alla luce del sole in un modo tragico, se non fosse anche grottesco; al punto che, per provare a venirne fuori, si ricorre a Gino Strada, uno che gli ospedali finora andava a costruirli nel Terzo Mondo e nelle zone di guerra.

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qualcuno pensa allora di intervistare il presidente della Commissione antimafia, e lui dice il minimo indispensabile sulla situazione.

a questo punto l’esercito dei professionisti della distrazione di massa, a torto chiamati giornalisti, che deve cancellare dalla testa della gente il fatto enorme di quell’arresto, si scatena su una frasetta incidentale che Morra dedica alla presidente della Regione, Santelli, candidata sempre da Forza Italia e fatta eleggere, nonostante si sapesse che era gravemente malata di un cancro, che infatti l’ha stroncata e costringe oggi a nuove elezioni.

così funziona l’informazione: la vera notizia diventa che Morra ha infangato la Santelli, povera morta.

 

ha detto Morra: “Era noto a tutti che la presidente della Calabria Santelli fosse una grave malata oncologica. Umanamente ho sempre rispettato la defunta Santelli, politicamente c’era un abisso. Se però ai calabresi questo è piaciuto, è la democrazia, ognuno dev’essere responsabile delle proprie scelte: hai sbagliato, nessuno ti deve aiutare, perché sei grande e grosso”.

sono dichiarazioni un po’ vaghe, come succede nel parlare a braccio, ma qualcuno saprebbe dirmi dove sta l’offesa alla memoria della Santelli? la critica a me pare tutta a Forza Italia, che l’ha candidata, non a lei, e soprattutto ai calabresi.

ma forse il vero delitto di Morra è appunto di avere aggiunto poco dopo quello che molti pensano: che la Calabria è irrecuperabile.

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Salvini, da che pulpito!, ha parlato di parole vomitevoli; si è subito aggiunto al coro il vice della Santelli, Spirlì, che ne esercita attualmente le funzioni, in via provvisoria, quello diventato famoso – in una campagna di sdegno da cretini, analoga, ma rovesciata -, per avere detto: Per poter dire negro io parlo calabrese e dico ‘mamma passa u nigru’ e sapendo che in dialetto calabrese ‘u nigru’ è ‘u nigru e non c’è altro modo per dirlo. Così come nessuno può venirmi a dire che non posso utilizzare la parola ‘ricchione’ perché sei omofobo. Io lo dico e guai a chi me lo vuole impedire! Per cui “dirò ‘negro’ e ‘frocio’ fino all’ultimo dei miei giorni; libera opinione in uno che peraltro ha reso pubblica la sua omosessualità, figurarsi.

ma perfino nei 5Stelle c’è chi ha criticato Morra con toni sdegnati; giuro, io non riesco più a capirci una mazza.

non lo faccio per finta: davvero, qualcuno sa spiegarmi dov’è il terribile errore di Morra?

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invece io penso che questo sia invece tutto uno sdegno per deficienti, che ha lo scopo di nascondere il fatto che Forza Italia è un partito di delinquenti, a cominciare dal suo fondatore – ma ora si decide ad appoggiare il governo, visto che questo gli offre uno scudo per mantenere Mediaset, con la scusa dell’interesse nazionale.

come se la proprietà di Mediaset avesse qualcosa a che fare con questo; anzi, personalmente penso che, se dovesse controllarla uno straniero, forse certe manipolazioni politiche dell’opinione pubblica diminuirebbero.

e dunque non si può più parlare male di lui, di Forza Italia o di Mediaset, che sono una cosa sola.

questo lo capisco, sono nato ben prima dell’altroieri.

ma, perdio, non c’è qualche modo meno idiota di fare propaganda? oppure dobbiamo pensare che gli italiani sono oramai un popolo di dementi, politicamente parlando, e si lasciano manovrare da questi giochini puerili?

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anzi: colgo l’occasione per dire una cosa che mi sta sul gozzo da tempo: quando un esponente politico così importante viene coinvolto in episodi di malaffare e corruzione politica, una volta provata definitivamente l’accusa, non dico di fucilarlo, come si faceva in Cina fino a non poco tempo fa, ma non sarebbe giusto pensare a mettere fuorilegge quel partito politico che era complice dell’azione delittuosa?

risorgerà sotto altro nome? probabile: ma stabiliamo allora la perdita dei diritti politici per i dirigenti di quel partito.

introduciamo almeno un principio di responsabilità politica collettiva: se tu candidi un mafioso e questo viene condannato, come organizzazione politica ti assumi la responsabilità di un errore così fondamentale che logicamente ti vieta di continuare a svolgere azione politica: ma non solo al tuo nome astratto, anche ai tuoi dirigenti che si sono resi complici.

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però se sono io oramai, che non capisco più il presente come un garibaldino rincoglionito al tempo del trasformismo di Depretis, e Morra ha davvero offeso la Santelli, e Berlusconi è un padre della patria, ora che per qualche settimana e fino a che gli conviene appoggia un governo che non ha più una linea politica, c’è qualcuno che gentilmente me lo spiega?

da qui

 

 

L’«affaire» Morra e i calabresi

 

Quanta ipocrisia per le parole del Presidente della Commissione Antimafia. Da calabresi noi non ci sentiamo offesi dalle sue dichiarazioni, perché ad esserlo lo dovrebbero essere solo quei corregionali che per anni hanno contribuito, insieme alla maggioranza dei politici nazionali e locali, a inserire la Calabria agli ultimi posti in Europa per qualità di vita. E non ci si venga a dire che le cause della sua arretratezza vadano individuate solo nella “struttura” del potere finanziario-liberista, perché non si dimentichi che anche la “sovrastruttura” delle idee e delle istituzioni ha la sua forza. I comportamenti individuali non nascono solo per la lunga e oppressiva durata del potere padronale. Amiamo la nostra terra, di vera straordinaria bellezza, ma ci sono anche troppi luoghi lasciati all’incuria con boschi spesso colmi di rifiuti, con cemento ovunque, con coste degradate dall’urbanizzazione selvaggia e dai mari sporchi, con centri storici a pezzi. Troppi calabresi hanno chiuso gli occhi lasciando fare a politici incapaci o corrotti. La sanità regionale è qui a dimostrarlo. Se la ‘ndrangheta pre-domina in intere aree della regione, lo può fare per gli spazi vuoti che la (mala)-politica le ha lasciato. E’ necessario invertire lo stato delle cose, non semplicemente recriminare sul grande capitale che affama i sud del mondo, di cui a pieno titolo fa parte la Calabria, o prendersela con lo Stato assente o complice delle risorse sottratte ai meridionali fin dai tempi dell’unità d’Italia. E’ necessaria anche l’assunzione di responsabilità personali più forti. Ecco, noi crediamo, appunto, che il cuore della questione vada oltre le dure parole di Morra, che pur ci costringono a guardarci dentro. Al di là della canea montata contro il senatore pentastellato dai politici di ogni colore, compresi quelli del suo stesso movimento (che quasi nessuno di noi ha mai votato prima), colpisce un classico espediente che serve a sviare l’attenzione dalla sostanza delle sue parole. Giustapporre i fatti per capovolgerne il senso costituisce una tecnica ben collaudata per il controllo sociale e attraversa da sempre la politica italiana. Cancellare con un rimpianto consolatorio quanto sentenziato e propagandato precedentemente mina dalle fondamenta le ambizioni di una rivoluzione dei costumi civili. Piangere per la prematura scomparsa di una giovane vita non esonera dall’evidenziare la contraddittorietà tra vita privata e contesto politico in cui si è rimasti incagliati. Impressiona che a fare questo non siano solo i politici ma anche molta stampa locale e nazionale che si è concentrata sulla presunta offesa alla Santelli malata e poi defunta, sottolineando la presunta figura ambigua di Morra, la sua personalità, le beghe interne a Cinque Stelle, piuttosto che la centralità del suo messaggio. La Rai, addirittura, si è permessa di cancellare la partecipazione di una figura come la sua, comunque istituzionale, a un programma televisivo. Nell’articolo Vietato pensare? lo storico Angelo D’Orsi nel mostrarsi preoccupato per le sorti della libertà d’espressione in Italia scrive tra l’altro: «Ebbene che cosa ha dichiarato Morra? Ha ricordato che l’ultimo arrestato, Domenico Tallini, era stato inserito nella poco onorevole lista degli “impresentabili” dalla Commissione Antimafia. Naturalmente Forza Italia l’ha candidato e il soggetto ha fatto il pieno di voti, pare sia stato il più votato nell’intera regione, di sicuro della Provincia di Catanzaro. E che tra i suoi sostenitori vi era stata la berlusconiana (accanitamente tale, devo rammentare) Jole Santelli, divenuta poi presidente della Giunta Regionale, morta qualche tempo fa». Morra (come D’Orsi) non punta l’indice su tutti i calabresi ma solo su quelli che negli anni hanno delegato – per necessità, rapporti amicali e altro – il potere a rappresentanti politici indegni. Lo scarso senso politico e morale di moltissimi conterranei sta nelle condotte quotidiane. Non ci può essere miglioramento senza una presa di coscienza individuale. La legalità non riguarda solo la lotta alla mafia, ma innanzitutto il rispetto delle regole civili, poiché sono le diffuse abitudini all’intrallazzo, alla raccomandazione, alla clientela ad impedire la costituzione di una vera e giusta polis. Il virus sta scoperchiando ogni contraddizione personale e collettiva e oggi appare paradossalmente una imperdibile occasione per la rinascita della nostra regione. Abbiamo bisogno di calabresi diversi per una nuova Calabria.

“Perdona chi è sepolto” (Parce sepulto) siamo adusi seguire, non dimentichi però del motto di Plauto: “Non è facile soffiare e bere nel medesimo tempo” (Simul flare sorbereque haud facile factu est).

(seguono le firme)

da qui

lunedì 2 dicembre 2019

Africo - Corrado Stajano

mentre guardavo Aspromonte mi sono ricordato di un libro di Corrado Stajano, l'ho trovato e l'ho letto d'un fiato.
è come un romanzo, ma non lo è, è un'indagine sulle storie di quel paese, che nel 1951 era stato spostato a valle, gli abitanti e le loro poche cose.
i tempi sembrano quelli del feudalesimo, ma dalla pubblicazione del libro è passato solo mezzo secolo.
e molte zone d'Italia sono ancora così, e noi andiamo a portare la nostra civiltà in Afghanistan.
chi vive in quei posti dello stivale deve scegliere fra fuggire, o combattere, a rischio di morire, o di essere emarginato, oppure subire in silenzio, ammalandosi dentro.
c'è un'altra scelta, aderire al sistema e sostenerlo.
interessante il ruolo delle scuole private, puro malaffare.
leggere questo libro, fa soffrire, ma serve.
buona lettura,




Africo di Corrado Stajano è un libro paradigma: senza Africo non ci sarebbe stato Gomorra ha detto Roberto Saviano. Perché? Provo anch’io a dare una risposta. Certo perché ha inaugurato un certo tipo di letteratura di denuncia mafiosa. Non solo. Direi piuttosto perché ha inventato quello che Italo Calvino nelle sue quarte di copertina avrebbe potuto definire un Libro-paese (qui, a proposito, nella riedizione per il Saggiatore è riportata quella che nella edizione einaudiana del 1979 è firmata da Giulio Bollati).
Un libro-mondo che a un paese emblematico del Sud più misero – abbandonato nel 1951 in seguito a una violenta alluvione e poi ricostruito in un’area anonima del territorio di Bianco sulla costa calabra col nome di Africo Nuovo – Stajano ha ridato una forma, un volume storico, volti e parole. Tutti aperti al dubbio. Ambivalenti. Così che Africo, questa la forza dirompente del libro ancora a tanti anni di distanza, assurge, si può dire, a emblematico equivoco italiano. Un paese-mondo fuori dal mondo si può dire (“out of Joint”, fuori dai cardini, è l’espressione che Zanotti Bianco, il grande meridionalista, oltre che archeologo, trae da Amleto per definire Africo in cui risiedette alla fine degli anni Venti e a cui dedicò uno scritto appassionato Tra la perduta gente). “Ricorderò sempre – confessa lui stesso – la sensazione paurosa più che la morte di quelle vite perdute”…
  
Se fossi un libraio, non saprei se mettere i libri di Corrado Stajano tra gli scaffali del giornalismo, della storia o della narrativa. Perché certamente Stajano è un narratore, ma altrettanto certamente non è un romanziere: in tutti i suoi libri ha avuto bisogno di partire dalla realtà e di restarvi fedele fin nei minimi dettagli, con maniacale precisione.
Un autore anomalo che ha fatto sue le forme, le regole e gli intenti dell’inchiesta giornalistica, o “microstorica”, pur non avendo il dna di un giornalista o di uno storico. E i suoi libri – quale che sia l’argomento scelto – sono quelli di uno scrittore dal respiro manzoniano: come romanzi storici privati completamente dell’elemento finzionale (romanzi senza romanzo, in un certo senso).
Anche in Africo, il suo libro del 1979, è chiaro questo carattere ibrido di “giornalismo letterario” (o di “letteratura giornalistica”). Africo è infatti un paese realmente esistente sull’Aspromonte, in provincia di Reggio Calabria, come è reale l’alluvione che lo ha distrutto nel 1951, e come sono reali tutti i personaggi e i fatti ricostruiti da Stajano.
L’autore – originario di Cremona – si è recato all’epoca in questo poverissimo e sconosciuto borgo della Calabria, e vi è rimasto per diversi mesi, intervistandone gli abitanti, assorbendone l’aria e il modo di vivere, subendone anche gli atteggiamenti chiusi fino all’ostilità…

…Questo libro ­ storia politica, narrazione, testimonianza, documento, inchiesta ­ non è soltanto un nuovo importante libro dedicato alla Calabria, al Mezzogiorno, alla mafia. Non è soltanto il racconto corale di un paese che sembra inventato e invece è minuziosamente vero, denso di drammi e di conflitti, popolato di personaggi che sembrano romanzeschi: preti, ribelli, capimafia e uomini faticosamente maturati alla politica. É anche una metodica insistente lettura di segni che decifrati e disposti in un discorso coerente tracciano un disegno più vasto, quello dell’intera Italia malata, tradita, impedita di essere se stessa, provocata alla lotta o a un tenace e responsabile, ma sfibrante, esercizio di pazienza”.

Si resti arrinesci: dalla Sicilia, contro l’emigrazione - Lanfranco Caminiti



Dice Vito Teti, che insegna Antropologia Culturale all’università di Cosenza, che «fra vent’anni la Calabria avrà perso cinquecentomila abitanti e diventerà un deserto, come lo fu nel periodo aragonese». Per la verità, cinquecentomila abitanti li ha già persi la Sicilia, fra il 2002 e il 2017 – praticamente come se una città come Catania fosse stata inghiottita nel nulla, scomparsa dalla geografia. Teti ha scritto qualche anno fa Pietre di pane. Un’antropologia del restare – un titolo che veniva da Corrado Alvaro, il grande scrittore calabrese a cui le pietre di fiumara sembravano forme di pane e le pagnotte di pane duro sembravano pietre, dove si intrecciavano la fatica e il rito, il radicamento e l’asprezza – in cui si ragionava sulla restanza, un concetto preso in prestito da Derrida. Dice ancora Teti: «Restare non è un fatto di pigrizia, di debolezza: dev’essere considerato un fatto di coraggio. Una volta c’era il sacrificio dell’emigrante e adesso c’è il sacrificio di chi resta. Una volta si partiva per necessità ma c’era anche una tendenza a fuggire da un ambiente considerato ostile, chiuso, senza opportunità. Oggi i giovani sentono che possano esserci opportunità nuove, altri modelli e stili di vita, e che questi luoghi possono essere vivibili. L’etica della restanza è vista anche come una scommessa, una disponibilità a mettersi in gioco».
Io non so se padre Garau della parrocchia di San Paolo Apostolo a Borgo Nuovo – il quartiere popolare conficcato nel cuore della città di Palermo – abbia mai sentito parlare di Vito Teti e in fondo poco conta, ma è attorno a lui che è cominciata la lotta per la restanza, la mobilitazione contro l’emigrazione, quella giovanile in particolare. Padre Garau con i suoi parrocchiani fa i flash-mob al Politeama o le fiaccolate di notte al teatro Massimo, nel cuore della movida, e ha messo in piedi il movimento delle “valigie di cartone”. Pian piano, le iniziative hanno raccolto l’attenzione e la partecipazione di decine di associazioni e centinaia di giovani – con mobilitazioni nelle università di Palermo, Catania, Messina e la sensibilizzazione delle istituzioni. Sono decine i comuni, grandi e piccoli, che hanno approvato una delibera di orientamento, in cui la questione dell’emigrazione è posta come un problema enorme su cui intervenire: Contessa Entellina, Balestrate, Giuliana, Salemi, Lercara Friddi, Palazzo Adriano, Santo Stefano Quisquina, Ciminna, Bolognetta, Milazzo, Cinisi, Bagheria, Corleone, Piana Degli Albanesi, Partanna, Santa Cristina Gela, Ventimiglia di Sicilia, Palermo, Messina – e l’AnciSicilia. E decine e decine sono state le iniziative di mobilitazione, che va coinvolgendo anche intellettuali, artisti. E ieri, a Palermo, s’è tenuta una nutrita manifestazione per le vie della città, da piazza Verdi fino alla cittadella universitaria di Viale delle Scienze.
Sul sito di antudo, associazione per l’indipendenza che ha partecipato all’evento, si legge: «Prima del 1861 gli emigrati siciliani erano alcune decine: piccoli gruppi di contadini o di esiliati politici. I primi partivano alla ricerca di terre da coltivare, i secondi dovevano lasciare l’isola per sottrarsi alla repressione borbonica o perché condannati all’esilio. In quegli anni non esisteva l’emigrazione “economica”, come oggi si intende. I trasferimenti avvenivano solo all’interno dell’isola: ci si spostava dalla campagna ai centri urbani, dalle terre demaniali a quelle baronali o viceversa, dall’entroterra alle aree costiere. Lo scenario si capovolse nel 1861. Nel quadro mutato dei rapporti nazionali e internazionali un gran quantità di siciliani divenne merce di scambio tra le nuove potenze. Lo storico Renda parla di una “esplosione migratoria”, in considerazione dei numeri raggiunti e mai registrati prima del 1861. Nell’ultimo ventennio del secolo emigrarono in America oltre centomila siciliani. La migrazione si legava tanto alla crisi economica degli anni ’60 e ’70 del XIX secolo, quanto alla repressione seguita ai moti popolari, che continuarono anche dopo la cosiddetta “unificazione nazionale”. Come scrive Enrico Deaglio in Storia vera e terribile della Sicilia: “Avvenuta senza fanfare e poco compresa, allora come oggi, quella siciliana verso la Louisiana e il Mississipi fu una deportazione di esseri umani concepita tra governi, allo scopo di realizzare uno dei più foschi progetti dell’era moderna. La Sicilia aveva aumentato di un milione e mezzo i suoi abitanti dai tempi dell’Unità d’Italia. I siciliani erano troppi, tra loro circolavano strane idee, volevano la terra, si ribellavano. I padroni americani si trovavano alle prese con un problema analogo. La guerra aveva affrancato quattro milioni di schiavi che ora non volevano più lavorare sotto la frusta. Bisognava liberarsene, trovare nuovi schiavi”. Li trovarono in Sicilia».
Oggi, ogni 12 mesi ventimila persone abbandonano la Sicilia. Il calo di residenti – come emerge dal rapporto La demografia delle aree interne della Sicilia a cura del Servizio Statistica e Analisi Economica della Regione Siciliana – riguarda principalmente cinque aree interne dell’Isola: Sicani, Madonie, Nebrodi, Calatino e Simeto-Etna. Queste aree contano un totale di 65 comuni. In essi dal 1951 a oggi la popolazione si è ridotta di 147.479 unità. Solo negli ultimi anni, dal 2011 al 2019, 14mila abitanti in meno. Sono numeri da esodo.
Se si analizzano i grafici che tengono conto dell’età, al momento della partenza, di chi emigra, ci si rende facilmente conto che il fenomeno riguarda principalmente una popolazione giovane e qualificata. Ad esempio, all’interno delle anticipazioni del rapporto Svimez 2019 – che prende in esame non solo la Sicilia, ma tutto il Mezzogiorno – ritroviamo questi dati: nel periodo compreso tra il 2002 e il 2017 le persone emigrate dal Sud Italia verso il Nord sono state oltre 2 milioni, di cui 132.187 nel solo 2017. Di queste ultime 66.557 sono giovani (50,4%, di cui il 33,0% laureati, cioè 21.970).
Il tessuto produttivo siciliano è inefficiente, l’economia in grande stallo, i settori principali per l’Isola, primo fra tutti quello agricolo, sono in crisi. La Sicilia è nelle primissime posizioni in Europa per tasso di disoccupazione giovanile con l’allarmante quota di 53,6 giovani (di età compresa fra i 15 e i 24 anni) ogni cento in cerca di un’occupazione.
C’è un detto antico in Sicilia: «Cu nesci, arrinesci» – per avere fortuna nel mondo, per arrinesciri, devi uscire, partire. Non so se si possa comprendere in questo “motto” l’emigrazione degli anni Cinquanta e Sessanta, quando dalla Sicilia, dal Sud, con le valigie di cartone, si partiva per le fabbriche del triangolo industriale – Miano, Torino, Genova – o verso il nord-Europa dove c’era bisogno di braccia per l’industria. Quel detto antico ora si ribalta: Si resti arrinesci – perché le cose cambino, per fermare l’emigrazione, per potere creare opportunità nuove, per continuare a amare e trasformare i luoghi delle proprie radici, bisogna restare. E lottare.