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lunedì 21 settembre 2026

La figlia del custode - Susan Abulhawa

 

(NdT: Mi è sembrato importante riprendere e tradurre questo articolo sull’increscioso episodio capitato a Rula Jebreal (ampiamente sfruttato anche dai giornali sionisti italiani) , scritto dalla scrittrice Susan Abulhawa, perchè è un caso di scuola di come la propaganda israeliana usa qualsiasi mezzo per screditare la voce del dissenso distogliendo l’attenzione dal genocidio in corso)

 

In difesa di Rula Jebreal

Conoscevo il padre di Rula Jebreal prima di conoscere lei. Lei e io eravamo entrambe bambine e vivevano nello stesso orfanotrofio di Gerusalemme, Dar El-Tifel, fondato da Hind al-Husseini per i bambini che Israele aveva reso senzatetto, indigenti, squattrinati o orfani nelle sue infinite guerre. Non la conoscevo bene in quegli anni (lei si trovava in un altro edificio), ma tutti noi conoscevamo suo padre.

Ammou Othman Jebreal era un imam sufi e il gentile custode della Moschea di Al-Aqsa, uno dei tre luoghi più sacri della nostra patria e della storia della Palestina: gli altri due sono la Chiesa del Santo Sepolcro e la Basilica della Natività. Ammou Othman teneva le tasche piene di dolci per i bambini che spesso lo circondavano e ogni giorno metteva cibo e acqua per gli uccelli e i gatti che vivevano nei cortili del nobile santuario. Tutte le piccole creature affamate di Al-Aqsa, alate, a quattro zampe e umane, erano sotto la sua tutela e cura. Per per tutta la mia infanzia vissuta vicino a lui e per quello che sentivo su di lui , posso testimoniare che era un uomo profondamente gentile.

Penso a lui ora, perché sua figlia viene fatta a pezzi in pubblico, e nessuno di coloro che la mettono alla gogna sembra sapere la minima cosa su chi sia o da dove venga.

 

Cosa è successo veramente

Il 4 settembre Rula — giornalista, autrice e una delle voci più implacabili nel chiedere al potere americano di rendere conto per Gaza — ha denunciato che Hakeem Jeffries deve la sua vita politica al denaro. Nel podcast di Wajahat Ali, lo ha definito una “scimmia comprata e pagata dall’AIPAC” e un “fattorino”, aggiungendo: “con tutto il rispetto — e non lo intendo in modo razzista”. Ha affermato che si riferiva alla vecchia immagine delle “tre scimmie sagge: non vedere il male, non sentire il male, non parlare male”, non a un insulto razziale.

Nel giro di poche ore — spontaneamente e senza pressioni — si è scusata senza riserve: “Sono disgustata e inorridita dal fatto che Hakeem Jeffries stia accettando denaro dall’AIPAC nel bel mezzo del genocidio di Israele in Palestina. Detto questo, il termine che ho usato per descriverlo era inappropriato e offensivo e non avrebbe mai dovuto essere usato. Mi scuso incondizionatamente”. Questa non è una persona che evita di assumersi le proprie responsabilità, e la faccenda sarebbe dovuta finire lì.

 

Un’indignazione molto conveniente

Nel giro di poche ore (il tempo necessario perché l’AIPAC potesse diffondere i punti chiave da utilizzare attraverso il Congresso e i media per utilizzare l’episodio a fini propagandistici), è stato lanciato un coro di condanna.

Persino il Congressional Black Caucus (CBC) ha rilasciato una dichiarazione, seguito da una sfilata di deputati democratici, emittenti radio televisive e personaggi noti. Sorprendentemente, sembravano tutti recitare quasi le stesse battute: non esiste un “modo non razzista” di usare quella parola, questo è razzismo, “punto e basta”. È come se stessero leggendo dallo stesso promemoria di istruzioni dell’AIPAC.

E’ certo che la parola ha in sé una storia che tutti conosciamo , e Rula intendeva usarla diversamente, come ha detto, facendo riferimento alle scimmie che “non vedono il male, non sentono il male”.

Ma i membri del Congresso, che non riescono a formulare una singola frase di cordoglio per le migliaia di bambini mutilati, bruciati vivi o colpiti dai cecchini israeliani, hanno all’unisono trovato improvvisamente e miracolosamente una immediata chiarezza riguardo a una scelta lessicale in un podcast.

 

Una parola, soppesata selettivamente

L’incredibile accanimento contro Rula Jebreal non quadra con le reazioni ad altre parole fuori luogo rivolte a funzionari o persone nere. In effetti, esiste un lungo elenco di casi simili e, in tutti quelli che ho controllato, il Black Caucus non si è mai espresso. Ecco un elenco parziale:

. L’insulto “tar baby” — un’espressione dispregiativa con una documentata storia razzista molto meno ambigua di “non vedere il male” — è stato usato nei confronti di Obama da John McCain, Mitt Romney, Michele Bachmann e dal deputato Doug Lamborn. Ognuno di loro si è scusato. Nessuno ha dovuto affrontare una dichiarazione organizzata del Black Caucus e nessuno ha perso il proprio seggio.

. Nel 2010, il leader della maggioranza al Senato Harry Reid descrisse privatamente Obama come “dalla pelle chiara” e “senza dialetto negro, a meno che non volesse usarne uno”. Obama accettò le sue scuse nel giro di un giorno e finì lì: “il fatto è chiuso”. Il Black Caucus rimase in silenzio. Reid mantenne il suo incarico di leadership.

. Nel 2007, Joe Biden definì Obama “il primo afroamericano mainstream ad essere eloquente, brillante e pulito”. Al Sharpton criticò l’affermazione; Biden si scusò. Non seguì alcuna condanna da parte del Black Caucus e, un anno dopo, Obama lo scelse come suo compagno di corsa.

Ora guardiamo alle voci di Neri che hanno un vasto seguito che hanno detto cose molto peggiori sulle persone Nere.

§  Kanye West ha dichiarato a TMZ che 400 anni di schiavitù «sono state una scelta». Nessuna dichiarazione della CBC. Nessuna condanna congressuale: solo un brutto episodio che però ha continuato a difendere davanti alle telecamere anni dopo.

§  Nei suoi primi anni, Candace Owens ha affermato che i cinque di Central Park scagionati «NON erano innocenti» e ha detto al Congresso che il nazionalismo bianco «non è una minaccia per i neri». Il Congressional Black Caucus non ha mai rilasciato una dichiarazione su di lei.

L’asimmetria attraversa anche lo schieramento politico.

§  La senatrice Kirsten Gillibrand ha accusato falsamente Zohran Mamdani, reduce dalla sua vittoria alle primarie, di «riferimenti al jihad globale». Nessun democratico ha organizzato un rimprovero.

§  Laura Loomer, consigliera e alleata di Trump, ha definito Ayanna Pressley, Ilhan Omar, Cori Bush e Angie Nixon «puttane… dei ghetti» . Non è seguita alcuna dichiarazione democratica unificata, nemmeno da parte delle colleghe della Pressley, le stesse colleghe che, sorprendentemente, hanno trovato un linguaggio unificato per Rula nel giro di poche ore.

Nessuno tra coloro che hanno trovato il tempo di condannare Rula — il Congressional Black Caucus e i rappresentanti Shontel Brown, Ayanna Pressley, Luz Rivas, Joe Neguse, Nikema Williams e Pete Aguilar, oltre a Ritchie Torres e Symone Sanders — ha mai rilasciato alcunché di paragonabile su Kanye, su Candace Owens, su Gillibrand o sull’attacco di Loomer ai loro stessi colleghi.

Non è certo la parola usata il problema. Dì qualcosa di veramente orrendo sulle persone nere — per anni e ripetutamente al Congresso — e avrai al massimo una brutta settimana. Usa una frase ambigua mentre difendi i palestinesi, scusati nel giro di poche ore e verrai distrutto. Ciò che guida questa differenza non è l’offesa della parola. È l’essere palestinese di Rula, è la lobby che non può tollerare che lei ritenga Hakeem Jeffries responsabile del genocidio perchè prende soldi dall’AIPAC. Così hanno radunato i loro lacchè, di tutte le etnie, per fare a pezzi pubblicamente una donna palestinese nera.

 

Una memoria corta

Vale la pena notare quanto possano essere comprensivi alcuni dei critici più accesi di Rula, quando la persona che necessita di perdono non è palestinese. Nel 2017, Bill Maher usò il peggior insulto razziale, non un modo di dire, ma la parola stessa, gravata da 400 anni di schiavitù e terrore. Lo disse in diretta, nel suo stesso programma.

L’ex presidente del Democratic National Committee (DNC), Donna Brazile, rispose con garbo e senza nessuna irritazione: “Bill Maher si scusa per l’uso di un insulto razziale al ‘Real Time’. Accettiamo la sua contrizione e andiamo avanti”, scrisse.

Confrontalo con la sua reazione amara e implacabile di oggi alle scuse di Rula Jebreal: “Il bigottismo in tutte le sue forme vili deve essere condannato: misoginia, omofobia, antisemitismo, xenofobia, abilismo e altro ancora. Tutte le forme di bigottismo sono radicate nell’odio e dobbiamo fermare questa follia. Meritiamo tutti di meglio.”

Metti a confronto queste due reazioni e chiediti il perché di tale disparità. Non è la gravità della parola, perché Bill Maher è effettivamente vile e ciò che ha detto era infinitamente peggio. La differenza è il potere, vale a dire da quale parte della questione di Israele si trovasse l’offensore.

 

Ciò che non dicono

Una delle cose cruciali che viene cancellata è il fatto che Rula Jebreal stessa sia nera. Suo padre, Ammou Othman Jebreal, era nato in Nigeria, parte della comunità afro-palestinese di Gerusalemme, discendente di musulmani dell’Africa occidentale e orientale che hanno fatto la guardia alle porte di Al-Aqsa fin dal dominio ottomano, e lo fanno ancora. È cresciuta nera in Palestina e ha vissuto la sua identità, completa degli attacchi razzisti anti-neri che ne derivano, quando viveva in Italia. Più in particolare, un ministro italiano si è riferito a lei con un insulto anti-nero in diretta televisiva. Lo stesso ministro ha poi paragonato una collega nera a un orangotango.

E molto prima di questa controversia, è stata lei a suonare pubblicamente l’allarme sul fatto che Israele “ha ammesso di aver sterilizzato forzatamente donne ebree etiopi israeliane… perché lo Stato non voleva troppe persone ebree nere.” Non è una persona che considera le persone nere al di sotto della sua attenzione. È una donna che ha vissuto la sua identità sia come nera che come palestinese. È rimasta ferma come donna afro-palestinese in un mondo, che ha raramente fatto spazio a una delle due metà di quell’identità, tanto meno a entrambe contemporaneamente.

Ho chiesto a Rula una foto di suo padre, ma le vecchie foto non le ha più sul telefono e mi ha mandato queste, delle sue due sorelle e nipoti, e di suo cugino Musa Qudous, scomparso due anni fa mentre sua figlia Shadin era detenuta nelle prigioni israeliane a causa di un post sui social media.

Mi rifiuto

Non pretenderò di difendere la scelta delle parole di Rula , ma la conosco abbastanza bene da sapere che non intendeva ciò che viene spacciato dalla folla pro-Israele. Ha già fatto il lavoro più difficile di ammetterlo senza riserve, senza scuse, e più velocemente di quanto questa propaganda furiosa meritasse.

Ciò che mi rifiuto di fare è lasciare che un genocidio in corso — un genocidio che ha affamato bambini, bruciato e sepolto intere famiglie vive, un genocidio che Hakeem Jeffries continua a finanziare con i suoi voti al congresso— venga ripulito in una settimana dalle polemiche sulla sua scelta di parole, mentre l’atrocità stessa scompare dalla conversazione.

Questo è il piano sionista. È sempre così, perché non hanno altra difesa se non sfruttare ogni occasione per distrarre l’opinione pubblica dalle atrocità che i sionisti stanno commettendo.

Penso ad Ammou Othman che si riempie le tasche di caramelle prima di uscire a dare da mangiare agli uccelli e ai gatti ad Al-Aqsa. Penso a come un uomo simile abbia cresciuto una figlia che si rifiuta di distogliere lo sguardo, dalla Palestina, da ciò che le è stato fatto in Italia, dall’anti-Blackness presente ovunque.

E penso a questa settimana. Il 6 settembre, a poche ore di distanza l’una dall’altra durante il cosiddetto “cessate il fuoco”, le bombe israeliane hanno colpito due volte a Gaza, mentre i genitori erano ancora fuori a raccogliere i resti dei propri figli.

Non vi farò vedere le immagini atroci dei video che stanno girando in rete dopo gli attacchi del 6 settembre. Dirò solamente che una bambina che si era vestita elegante per il suo primo giorno di scuola, appare nel filmato con il suo corpicino senza vita reso irriconoscibile dagli attacchi di missili finanziati con i soldi votati da Hakeem Jeffries.

È lì che l’attenzione del mondo sarebbe dovuta rimanere. Invece è stata reindirizzata, su input dell’AIPAC, a discutere le parole che usiamo per i demoni che perpetrano questo genocidio e i mostri a Washington che continuano a finanziarli. Una singola parola imperfetta da parte di una donna palestinese nera genererà più indignazione politica americana rispetto a una bambina palestinese assassinata lo stesso giorno, e da più di tre anni decine di migliaia di bambini sono morti come lei.

Tutti coloro che dirigono questo gioco sporco lo sanno.

Ma ciò che è più deludente sono tutte le personalità nere che mettono pubblicamente alla gogna una donna nera in modi in cui non hanno mai fatto prima in momenti simili. L’unica spiegazione per questa disparità sta nell’altra metà della sua identità, quella palestinese.

Rula Jebreal non ha bisogno di me per difendere la sua integrità. Il suo passato lo fa per lei. Ma io ho conosciuto suo padre e so da dove viene, e non starò a guardare mentre persone che non hanno mai pianto per un bambino palestinese usano il razzismo anti-nero — reale, generazionale, mai guarito — come arma per proteggere una lobby e un leader che non riesce a pronunciare la parola genocidio.

Sono loro che devono vergognarsi. Non è lei.

(Traduzione digitale ricorretta da g.l.)

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sabato 5 settembre 2026

Contro un mondo senza amore - Susan Abulhawa

un romanzo che parte piano piano, poi cresce a livelli altissimi, intensi, indimenticabili.

una storia di amore e resistenza (inalienabile diritto/dovere), pubblicata nel 2020, quando la situazione della Palestina era insostenibile.

oggi il genocidio, la pulizia etnica e l'occupazione fanno sembrare la situazione di un decennio fa, già insostenibile, quasi invidiabile.

Nahr sta in una cella "tecnologica", in una di quelle prigioni israeliane dove si tortura col plauso del mondo occidentale, e ricorda e ripercorre tutta la sua vita avventurosa e innamorata.

un libro da non perdere, Susan Abulhawa non delude mai.



 

Nahr è rinchiusa nel Cubo: tre metri quadrati di cemento armato levigato, privata di ogni riferimento di tempo, con i suoi sistemi di alternanza luce e buio che nulla hanno a che vedere con il giorno e la notte. Vanno a trovarla dei giornalisti, ma vanno via a mani vuote, perché Nahr non condividerà la sua storia con loro. Il mondo lì fuori chiama Nahr una terrorista e una puttana; alcuni forse la chiamerebbero una rivoluzionaria o un esempio. Ma la verità è che Narh è sempre stata molte cose e ha avuto molti nomi. Era una ragazza che ha imparato, presto e dolorosamente, che quando sei un cittadino di seconda classe l'amore è un solo tipo di disperazione; ha imparato, sopra ogni cosa, a sopravvivere. Cresciuta in Kuwait, è una ragazza arrivata in Palestina con le scarpe sbagliate e che, senza andare a cercarseli, trova scopi, passione politica, amici. E trova un uomo dagli occhi scuri, Bilal, che le insegna a resistere; che prova a salvarla ma quando è già troppo tardi. Nahr si mette seduta nel Cubo e racconta la storia a Bilal. Bilal che non è lì, che forse non è più neanche vivo, ma che è la sua unica ragione per uscire fuori.

da qui

 

Come già prima, Ogni mattina a Jenin, questo libro resta nel cuore. La storia della Palestina, terra antica e martoriata, non può non farci riflettere su questa ingiustizia che da tanti anni non conosce risoluzione. Nello stesso tempo la forza e la dignità di questo grande popolo con antichissime tradizioni e grandi valori non può non commuovere. Israele, appoggiato dal mondo intero con un esercito fortissimo appare come un mostro irragionevole e ottuso, la continua privazione dei diritti umani sotto gli occhi del mondo intero, le tante risoluzioni dell'Onu di condanna non hanno ancora prodotto dei risultati efficaci. E un libro da leggere che fa riflettere molto, davvero toccante, consigliatissimo.

da qui

 

…Con un uso magistrale di flashback vividi e struggenti, non ho potuto sottrarmi nel seguire la storia di Nahr: nata in Kuwait da una famiglia palestinese profuga dal 1948, costretta a fuggire da un paese all’altro (Iraq, Giordania, Palestina) alla ricerca di un luogo da poter chiamare casa… Abbandonata dal marito e spinta in un mondo di feste clandestine e sfruttamento sessuale, trova (ed è commovente) nella relazione con Um Buraq, figura controversa ma profondamente umana, un legame che le insegna la sopravvivenza. E nella danza, il suo rifugio e la sua identità più profonda.

La violenza subita, le etichette imposte (“terrorista”, “prostituta”), il carcere senza processo: tutto si stratifica nella voce di Nahr, che Abulhawa rende intensa e vibrante.

Non c’è sentimentalismo, ma una lucidità feroce che ci obbliga a guardare in faccia la disumanizzazione, senza mai perdere di vista la speranza…

Nahr è una donna da non dimenticare.

Contro un mondo senza amore è un romanzo che scuote, denuncia, ma soprattutto commuove. Una lettura necessaria per chi vuole comprendere non solo un conflitto, ma il prezzo intimo e personale della sopravvivenza in un mondo che sembra voler cancellare l’amore…

Lo consiglio alle donne, lo consiglio agli uomini, lo consiglio ai ragazzi.

Non si può vivere senza il cuore pulsante di Susan Abulhawa.

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…Il tema principale di “Contro un mondo senza amore” è il popolo arabo, con la sua storia, la sua cultura, le sue particolarità e anche le sue contraddizioni: lo scopriamo attraverso le labbra della protagonista, Nahr, esponente prescelta di un universo complicato e misterioso che lei stessa decide di rivelarci solo a sprazzi.

Sembra rappresentativo infatti l’incipit stesso del romanzo: Nahr è chiusa in una prigione di massima sicurezza, condannata per terrorismo. I giornalisti occidentali entrano in punta di piedi nella sua realtà per farle domande scabrose e rubarle un pezzo della sua storia: è vista come una creatura pericolosa e incomprensibile.
Se Nahr è il mondo arabo, il Cubo è la scatola dove l’Occidente tende a rinchiudere l’Oriente, fatta di pregiudizi e preconcetti fondati dalla propaganda di determinate potenze internazionali e dalla paura del diverso.

E infatti poi Nahr inizia il suo monologo interiore, raccontando la sua storia (a se stessa, alle pareti del Cubo, ai fantasmi del suo passato) e ci svela le sue mille sfaccettature: non è una terrorista, e nemmeno una povera vittima, lei è molto di più.
È una danzatrice innamorata delle melodie orientali, che conosce e ama in profondità; è una rifugiata fin dalla nascita, di sangue palestinese, cresce in Kuwait circondata da persone di origini disparate, egiziani, yemeniti, iracheni, siriani e iraniani; è stata una figlia, una sorella, una moglie, una prostituta, un’amante, un’attivista, e tutte queste identità sono parti di lei senza definirla completamente…

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Il romanzo è una testimonianza sconvolgente delle violenze subite dal popolo palestinese e, allargando l'orizzonte, di quanto il mondo sia stato incapace di gestire questa tragedia. Sospendendo il giudizio sulla scelta di creare lo stato di Israele, si resta comunque attoniti di fronte alle atrocità commesse nei confronti di gente che viene ogni giorno minacciata nella sua incolumità, nel suo quotidiano, nei diritti più sacri che nei paesi democratici non vengono messi in discussione da decenni. Questo modo di convivere non può che generare odio, terrorismo, rancori inestinguibili, portando anche l'altra parte a commettere atrocità. La protagonista, costretta a spostarsi di terra in terra in un continuo esilio, sente di non avere radici da nessuna parte e finisce per aderire alla lotta nei confronti di uno stato che è nemico. Imprigionata per anni nel "cubo", una cella ad alta tecnologia, subisce un trattamento inumano per sedici anni, isolata dal mondo, senza più la cognizione del tempo. A tenerla in vita sono i ricordi di un'esistenza che fin dalla prima giovinezza si è rivelata durissima, in una parte dellaTerra in cui è ancora problematico essere donna. Davvero risulta inspiegabile come un popolo che ha attraversato il tunnel spaventoso della Shoah possa replicare metodi assai simili a quelli di chi ha tentato di sterminarlo su un altro popolo nella cui terra si è insediato: la storia, ancora una volta, sembra essere stata assai poco maestra di vita.

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Un romanzo potente, che ricostruisce il ritratto unico di una donna palestinese che, anche imprigionata in una gabbia senza sbarre, rifiuta di essere una vittima.
Nahr è rinchiusa nel Cubo: nove metri quadrati di cemento armato levigato, con sistemi di alternanza di luce e buio che nulla hanno a che vedere con il giorno e la notte. Trascorre le sue giornate in isolamento, e il mondo fuori la chiama terrorista e puttana; alcuni forse la definiscono una rivoluzionaria o un esempio. Ma la verità è che Nahr è sempre stata molte cose e ha avuto molti nomi. È una ragazza che ha imparato, presto e dolorosamente, che quando sei un cittadino di seconda classe l’amore è solo un tipo di disperazione; ha imparato, sopra ogni cosa, a sopravvivere. Cresciuta in Kuwait da rifugiati palestinesi, arriva con le scarpe sbagliate in un paese, la Palestina, che conosce a malapena e lì trova obiettivi, passione politica, amici. Sogna di incontrare l’uomo perfetto, crescere il loro figlio e aprire un salone di bellezza. Incontra invece gli occhi scuri di Bilal, che le insegna a resistere, che prova a salvarla ma quando è già troppo tardi, quando l’occupazione è ovunque e da quella vita Nahr non vede via di fuga.

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mercoledì 8 gennaio 2025

Messaggio di inizio anno di Susan Abulhawa

Gaza sta crollando e la Palestina ha bisogno di solidarietà. Di seguito proponiamo il messaggio della neuroscienziata Susan Abulhawa, nata da una famiglia palestinese in fuga dopo la Guerra dei Sei giorni, che ha vissuto i suoi primi anni in un orfanotrofio di Gerusalemme. Adolescente, si è trasferita negli Stati Uniti, dove si è laureata in Scienze biomediche e ha avuto una brillante carriera nell’ambito della medicina. Autrice di numerosi saggi sulla Palestina, per cui è stata insignita nel 2003 del premio Edna Andrade, ha fondato l’associazione Playgrounds for Palestine, che si occupa dei bambini dei Territori occupati. I suoi articoli sono apparsi su numerose testate, tra le quali “The Huffington Post”, il “Chicago Tribune” e “The Christian Science Monitor”. Feltrinelli ha pubblicato Ogni mattina a Jenin (2011), il suo primo romanzo, Nel blu tra il cielo e il mare (2015) e Contro un mondo senza amore (2020).

Se i palestinesi avessero trascorso gli ultimi 80 anni rubando le case degli ebrei, cacciandoli, opprimendoli, imprigionandoli, avvelenandoli, torturandoli, ammazzandoli.

Se i Palestinesi avessero ucciso circa 300.000 ebrei in un anno, preso di mira i loro giornalisti, i loro intellettuali, i loro operatori sanitari, i loro atleti, i loro artisti.

Se avessero bombardato ogni ospedale israeliano, ogni università, biblioteca, museo, sinagoga e costruito delle torrette di osservazione per lasciare che la loro gente osservasse i massacri, come un’attrattiva turistica.

Se i Palestinesi avessero radunato centinaia di migliaia di ebrei in misere tende, se li avessero bombardati nelle cosiddette “zone sicure”, bruciandoli vivi, tagliandogli cibo, acqua e medicine.

Se i Palestinesi mandassero i figli degli ebrei in giro a piedi nudi a mendicare con delle scodelle vuote.
Se li costringessero a raccogliere i brandelli dei propri genitori in sacchetti di plastica, a seppellire i propri fratelli, cugini e amici.
Se gli facessero desiderare di morire, solo per riunirsi alla loro famiglia e non dover restare soli in questo mondo terribile.

Se i Palestinesi usassero dei camion carichi di farina per attirare ebrei affamati per poi aprire il fuoco su di essi.
Se un palestinese ammettesse alla CNN di aver inseguito centinaia di ebrei col suo carrarmato, ritrovandosi brandelli di carne nei cingoli.

Se una donna ebrea fosse obbligata a partorire nella sporcizia, a subire un cesareo o l’amputazione di una gamba senza anestesia.
Se noi Palestinesi disintegrassimo i loro bambini e poi decorassimo i nostri carrarmati coi loro giocattoli.
Se ammazzassimo le loro donne e poi posassimo con la loro lingerie addosso.

Se il mondo stesse guardando in diretta tv il sistematico annientamento degli ebrei in tempo reale, non ci sarebbe alcun dibattito sul fatto che si trattasse di terrorismo o genocidio.

Quanto a voi sionisti. Vi abbiamo accolti nelle nostre case quando i vostri Paesi hanno tentato di ammazzarvi e tutti gli altri vi hanno respinto. Vi abbiamo nutriti, vestiti, dato un riparo e condiviso la generosità della nostra terra. E quando è arrivato il momento ci avete cacciati dalle nostre case e dalla nostra patria.
Poi avete ucciso, rubato, bruciato le nostre vite. Ma il mondo sta finalmente aprendo gli occhi sul terrore che abbiamo subito da voi per così tanto tempo. Guardano esterrefatti il sadismo, la gioia, il gusto con i quali vi compiacete quotidianamente nel distruggere i nostri corpi, le nostre menti, il nostro futuro e il nostro passato.

Non importa cosà succederà, non importa quali favole vi raccontiate e raccontiate al mondo. Non apparterrete mai realmente a quella terra. Non capirete mai la sacralità degli olivi che avete tagliato e bruciato per decenni solo per cattiveria, solo per spezzare ancora un po’ i nostri cuori.

Nessun nativo di quella terra oserebbe mai fare una cosa simile agli alberi di olivo.
Nessun nativo di quella terra bombarderebbe o distruggerebbe mai un patrimonio così antico, come avete distrutto i nostri cimiteri. Nessun nativo di quella terra dissacrerebbe mai i morti. Per questo la mia famiglia è stata per secoli custode del cimitero ebraico sul Monte degli olivi. Come opera di fede e cura per ciò che sappiamo essere parte della nostra stirpe e della nostra storia.

I miti e i folclori di quella terra vi saranno sempre estranei. Non conoscerete mai il linguaggio sartoriale delle vesti che indossiamo, scaturito dalla terra e tramandato nei secoli attraverso le nostre antenate. Ogni motivo, ogni disegno, ogni progetto racconta di segreti delle tradizioni locali, di flora, uccelli, fiumi e natura.

Ciò che i vostri agenti immobiliari definiscono, nelle loro costose inserzioni, il “fascino delle antiche case arabe”, custodirà per sempre nelle sue pietre le storie e i ricordi dei nostri antenati che le hanno costruite.
Negli antichi dipinti e nelle foto della terra non ci sarà mai spazio per voi.

Non saprete mai cosa voglia dire sentirsi amati e sostenuti da chi non ha nulla da guadagnare da voi e unicamente da perdere nel farlo.
Non conoscerete mai i sentimenti delle masse di tutto il mondo che si riversano nelle strade e negli stadi per cantare e reclamare a gran voce la vostra libertà.
E questo non perché siete ebrei, come volete far credere a tutti. Ma perché siete colonizzatori violenti, convinti che la vostra ebraicità vi dia diritto alla casa che mio nonno e i suoi fratelli hanno costruito con le loro mani su una terra che appartiene alla nostra famiglia da secoli.
E perché il Sionismo è una piaga per il Giudaismo e una frattura nell’umanità.

Potete cambiare i vostri nomi per sembrare più radicati nella regione e potete fingere che i falafel, l’hummus e lo zaatar siano vostre antiche ricette. Ma nei meandri del vostro essere sentirete sempre il morso di questa epica falsificazione.

Non ci cancellerete. Non importa quanti di noi ucciderete e ucciderete e ucciderete, ogni giorno, tutti i giorni. Non siamo le pietre dalle quali Chaim Weizmann pensava di poter liberare la terra. Siamo noi stessi la terra. Noi siamo i suoi fiumi, i suoi alberi e le sue storie.

Perché tutto questo è stato nutrito coi nostri corpi e con le nostre vite nell’arco di millenni, abitando ininterrottamente sul quel fazzoletto di terra tra il fiume Giordano e le acque del Mediterraneo. Dal tempo dei nostri antenati cananei, ebrei, filistei e fenici a ogni conquistatore, pellegrino che è venuto ed è andato via, che ha sposato, violentato, amato, colonizzato o schiavizzato o si è convertito o ha pregato in quella terra, lasciando pezzi di sé nei nostri corpi, nella nostra eredità.

Le leggendarie e tumultuose storie della terra fanno letteralmente parte del nostro DNA.
Non potrete cancellarle uccidendoci o usando la propaganda, non importa quale tecnologia di morte usiate o quale arsenale hollywoodiano o mediatico dispiegherete.

Un giorno, la vostra impunità e la vostra arroganza finiranno. La Palestina sarà libera e tornerà alla sua gloria multi-religiosa, multietnica e pluralista. Ripristineremo e amplieremo i treni che viaggiano dal Cairo a Gaza, Gerusalemme, Haifa, Beirut, Damasco, Amman, Kuwait City, ecc.

Metteremo fine a questa macchina da guerra sionista-americana che domina, si espande, che sfrutta, inquina, saccheggia.
E voi potrete andarvene o imparare finalmente a convivere con gli altri come pari.




sabato 7 dicembre 2024

Il mio intervento al dibattito dell’Oxford Union* - Susan Abulhawa

 

*[antica e prestigiosa associazione universitaria britannica indipendente il 28 novembre ha votato che “Israele è uno stato di apartheid responsabile di genocidio”, n.d.t.]

Non risponderò alle domande finché non avrò finito di parlare, quindi, per favore, astenetevi dall’interrompermi.

Al Congresso Mondiale Sionista del 1921 Chaim Weizman, un ebreo russo, in merito al problema di cosa fare degli abitanti indigeni del territorio, disse che i palestinesi erano simili alle “rocce della Giudea, ostacoli che devono essere eliminati come su un difficile sentiero”.

David Gruen, un ebreo polacco che cambiò il suo nome in David Ben Gurion per sembrare appartenere alla regione disse: “Dobbiamo espellere gli arabi e prendere il loro posto”.

Ci sono migliaia di conversazioni di questo tipo tra i primi sionisti che pianificarono e attuarono la colonizzazione violenta della Palestina e l’annientamento del suo popolo nativo. Ma ci riuscirono solo in parte, assassinando o epurando etnicamente l’80% dei palestinesi, il che significa che il 20% di noi è rimasto, un ostacolo resistente alle loro fantasie coloniali che divenne oggetto delle loro ossessioni nei decenni successivi, soprattutto dopo aver conquistato ciò che restava della Palestina nel 1967.

I sionisti si lamentano della nostra presenza e dibattono pubblicamente in tutti i circoli (politici, accademici, sociali, culturali) cosa fare di noi, cosa fare del tasso di natalità palestinese, dei nostri bambini che loro definiscono una minaccia demografica.

Benny Morris, che originariamente avrebbe dovuto essere qui, una volta espresse rammarico per il fatto che Ben Gurion “non avesse finito il lavoro” di sbarazzarsi di tutti noi, il che avrebbe evitato quello che loro chiamano il “problema arabo”. Benjamin Netanyahu, un ebreo polacco il cui vero nome è Benjamin Mileikowsky, una volta si lamentò dell’occasione mancata, durante la rivolta di piazza Tienanmen del 1989, di espellere ampie fasce della popolazione palestinese “mentre l’attenzione mondiale era concentrata sulla Cina”.

Alcune delle loro argomentate soluzioni per il fastidio provocato dalla nostra esistenza includono la politica di “rompergli le ossa” negli anni ’80 e ’90, ordinata da Yitzhak Rubitzov, ebreo ucraino che cambiò il suo nome in Yitzhak Rabin (per le stesse ragioni).

Quella politica orribile che ha reso disabili generazioni di palestinesi non è riuscita a farci andare via. E, frustrati dalla resilienza palestinese, è emerso un nuovo discorso, soprattutto dopo che un enorme giacimento di gas naturale è stato scoperto al largo della costa settentrionale di Gaza del valore di trilioni di dollari.

Questo nuovo discorso è riecheggiato nelle parole del colonnello Efraim Eitan, che nel 2004 ha affermato: “dobbiamo ucciderli tutti”. Aaron Sofer, un cosiddetto consigliere intellettuale e politico israeliano, ha insistito nel 2018 sul fatto che “dobbiamo uccidere, uccidere e uccidere. Tutto il giorno, tutti i giorni”.

Quando ero a Gaza ho visto un bambino di non più di 9 anni le cui mani e parte del viso erano state spazzate via da una scatola di cibo esplosiva che i soldati avevano lasciato per i bambini affamati di Gaza. In seguito ho scoperto che avevano anche lasciato cibo avvelenato per le persone a Shujaiyya e che negli anni ’80 e ’90 i soldati israeliani avevano lasciato giocattoli esplosivi nel Libano meridionale che esplodevano quando i bambini emozionati li raccoglievano.

Il danno che fanno è diabolico e tuttavia si aspettano che si creda che le vittime sono loro. Invocando l’olocausto europeo e urlando all’antisemitismo si aspettano una sospensione della basilare ragione umana per credere che il cecchinaggio quotidiano dei bambini con i cosiddetti “colpi per uccidere” e il bombardamento di interi quartieri che seppelliscono vive le famiglie e spazzano via intere stirpi di parentela sia autodifesa.

Vogliono farti credere che un uomo che non mangia niente da oltre 72 ore, che continua a combattere anche quando ha solo un braccio funzionante, che quest’uomo è motivato da una ferocia innata e da un odio o una gelosia irrazionale verso gli ebrei piuttosto che dall’indomabile desiderio di vedere il suo popolo libero nella propria patria.

Per me è chiaro che non siamo qui per discutere se Israele sia uno Stato di apartheid o genocida. Questo dibattito riguarda in ultima analisi il valore delle vite palestinesi, il valore delle nostre scuole, dei nostri centri di ricerca, dei nostri libri, della nostra arte e dei nostri sogni, il valore delle case che abbiamo costruito per tutta la vita e che contengono i ricordi di generazioni, il valore della nostra umanità e della nostra capacità di agire, il valore dei corpi e delle ambizioni.

Perché se i ruoli fossero invertiti, se i palestinesi avessero trascorso gli ultimi ottant’anni a rubare le case degli ebrei, espellendoli, opprimendoli, imprigionandoli, avvelenandoli, torturandoli, violentandoli e uccidendoli,

se i palestinesi avessero ucciso circa 300.000 ebrei in un anno, preso di mira i loro giornalisti, i loro pensatori, i loro operatori sanitari, i loro atleti, i loro artisti, bombardato ogni ospedale, università, biblioteca, museo, centro culturale, sinagoga israeliano e contemporaneamente allestito una piattaforma di osservazione dove la gente veniva a guardare il loro massacro come se fosse un’attrazione turistica,

se i palestinesi li avessero radunati a centinaia di migliaia in fragili tende, bombardati in zone cosiddette sicure, bruciati vivi, bloccato cibo, acqua e medicine,

se i palestinesi avessero fatto vagare i bambini ebrei a piedi nudi con pentole vuote, se avessero fatto loro raccogliere la carne dei loro genitori in sacchetti di plastica,

se avessero fatto loro seppellire i loro fratelli e cugini e amici, li avessero fatti uscire di nascosto dalle loro tende nel cuore della notte per dormire sulle tombe dei loro genitori, li avessero fatti pregare di morire solo per unirsi alle loro famiglie e non essere più soli in questo mondo terribile, e li avessero terrorizzati così tanto che i loro bambini avessero perso i capelli, perso la memoria, perso la testa e fatto morire di infarto bambini di 4 e 5 anni, se costringessimo senza pietà i loro bambini ricoverati in terapia intensiva neonatale a morire da soli nei letti d’ospedale piangendo fino a non poterne più, morendo e decomponendosi nello stesso posto,

se i palestinesi avessero usato camion di aiuti con farina di grano per attirare ebrei affamati e poi avessero aperto il fuoco su di loro quando si erano radunati per raccogliere pane per un giorno, se i palestinesi avessero finalmente permesso una consegna di cibo in un rifugio con ebrei affamati e poi avessero dato fuoco all’intero rifugio e al camion degli aiuti prima che qualcuno potesse assaggiare il cibo,

se un cecchino palestinese si fosse vantato di aver fatto saltare 42 rotule di ebrei in un giorno come ha fatto un soldato israeliano nel 2019, se un palestinese avesse ammesso alla CNN di aver investito centinaia di ebrei con il suo carro armato con la loro carne schiacciata impigliata nei cingoli del carro armato,

se i palestinesi avessero sistematicamente violentato dottori ebrei, pazienti e altri prigionieri con barre di metallo rovente, bastoni seghettati ed elettrificati ed estintori, a volte violentandoli a morte, come è successo al dottor Adnan alBursh e ad altri, se le donne ebree fossero state costrette a partorire nella sporcizia, a subire tagli cesarei o amputazioni di gambe senza anestesia, se avessimo abbattuto i loro bambini e poi decorato i nostri carri armati con i loro giocattoli, se uccidessimo o cacciassimo le loro donne e poi posassimo con la loro lingerie…

se il mondo guardasse in diretta streaming l’annientamento sistematico degli ebrei in tempo reale non ci sarebbe alcun dibattito se ciò costituisca terrorismo o genocidio.

Eppure due palestinesi, io e Mohammad el-Kurd, ci siamo presentati qui per fare proprio questo sopportando l’umiliazione di discutere con coloro che pensano che le nostre uniche scelte di vita dovrebbero essere quella di lasciare la nostra patria, sottometterci alla loro supremazia o morire educatamente e in silenzio.

Ma sbagliereste a pensare che io sia venuta per convincervi di qualcosa. La risoluzione della Camera [vedi nota sotto il titolo], sebbene ben intenzionata e apprezzabile, ha poca importanza nel mezzo di questo olocausto del nostro tempo.

Sono venuta con lo spirito di Malcolm X e Jimmy Baldwin, entrambi presenti qui e a Cambridge prima che io nascessi, di fronte a mostri ben vestiti e ben parlanti che nutrivano le stesse ideologie suprematiste del sionismo: nozioni di diritto e privilegio, di essere favoriti, benedetti o eletti da Dio.

Sono qui per amore della storia. Per parlare a generazioni non ancora nate e per le cronache di questo periodo fuori dall’ordinario in cui il bombardamento a tappeto di società indigene indifese è legittimato.

Sono qui per le mie nonne, entrambe morte come profughe senza un soldo mentre ebrei stranieri vivevano nelle loro case rubate.

E sono anche venuta per parlare direttamente ai sionisti qui e ovunque.

Vi abbiamo fatto entrare nelle nostre case quando i vostri paesi hanno cercato di assassinarvi e tutti gli altri vi hanno respinto. Vi abbiamo nutrito e vestito, vi abbiamo dato un riparo e abbiamo condiviso con voi la generosità della nostra terra, e quando il momento è stato maturo ci avete cacciati dalle nostre case e dalla nostra patria, poi avete ucciso, derubato, bruciato e saccheggiato le nostre vite.

Ci avete lacerato il cuore perché è chiaro che non sapete come vivere nel mondo senza dominare gli altri.

Avete oltrepassato tutti i limiti e nutrito i più vili degli impulsi umani, ma il mondo sta finalmente intravedendo il terrore che abbiamo sopportato per mano vostra per così tanto tempo e sta vedendo chi siete in realtà, chi siete sempre stati. Osservano con assoluto stupore il sadismo, la felicità, la gioia e il piacere con cui conducete, osservate e applaudite i dettagli quotidiani della distruzione dei nostri corpi, delle nostre menti, del nostro futuro, del nostro passato.

Ma non importa cosa accadrà da qui in poi, non importa quali favole raccontate a voi stessi e al mondo, non apparterrete mai veramente a quella terra. Non capirete mai la sacralità degli ulivi, che avete tagliato e bruciato per decenni solo per farci dispetto e per spezzarci un po’ di più il cuore. Nessuno nativo di quella terra oserebbe fare una cosa del genere agli ulivi. Nessuno che appartenga a quella regione bombarderebbe o distruggerebbe mai un’eredità antica come Baalbak o Battir, o distruggerebbe antichi cimiteri come voi distruggete i nostri, come il cimitero anglicano a Gerusalemme o il luogo di riposo degli antichi studiosi e guerrieri musulmani a Maamanillah.

Coloro che provengono da quella terra non profanano i morti, ecco perché la mia famiglia per secoli è stata custode del cimitero ebraico sul Monte degli Ulivi, come atto di fede e cura per ciò che sappiamo essere parte della nostra discendenza e della nostra storia.

I vostri antenati saranno sempre sepolti nelle vostre terre d’origine, in Polonia, Ucraina e altrove nel mondo da cui siete venuti. Il mito e il folklore della terra vi saranno sempre estranei.

Non sarete mai alfabetizzati al linguaggio sartoriale dei thobe che indossiamo, derivato dalla terra attraverso le nostre antenate nel corso dei secoli: ogni motivo, disegno e modello parla dei segreti della tradizione locale, della flora, degli uccelli, dei fiumi e della fauna selvatica.

Ciò che i vostri agenti immobiliari chiamano nei loro costosi annunci “vecchia casa araba” conterrà sempre nelle sue pietre le storie e i ricordi dei nostri antenati che le hanno costruite. Le antiche foto e i dipinti di quella terra non vi conterranno mai.

Non saprete mai cosa si prova a essere amati e sostenuti da coloro che non hanno nulla da guadagnare da te e, in effetti, tutto da perdere. Non conoscerete mai la sensazione delle masse in tutto il mondo che si riversano nelle strade e negli stadi per cantare e inneggiare alla vostra libertà, e non è perché siete ebrei, come cercate di far credere al mondo, ma perché siete dei colonizzatori violenti e depravati che pensano che la vostra ebraicità vi dia diritto alla casa che mio nonno e i suoi fratelli hanno costruito con le loro mani su terre che sono state della nostra famiglia per secoli. È perché il sionismo è una piaga per l’ebraismo e in effetti per l’umanità.

Potete cambiare i vostri nomi per farli suonare più attinenti alla regione e potete fingere che falafel, hummus e zaatar siano vostre antiche ricette, ma nei recessi del vostro essere sentirete sempre il pungiglione di questa pazzesca falsificazione e furto, ecco perché persino i disegni dei nostri figli appesi alle pareti dell’ONU o in un reparto di ospedale mandano i vostri leader e avvocati in crisi isteriche.

Non ci cancellerete, non importa quanti di noi ucciderete e ucciderete e ucciderete, tutto il giorno, tutti i giorni. Non siamo le rocce che Chaim Weizmann pensava avreste potuto spazzare via dalla terra. Siamo il suo stesso suolo. Noi siamo i suoi fiumi, i suoi alberi e le sue storie, perché tutto ciò è stato nutrito dai nostri corpi e dalle nostre vite nel corso di millenni di continua e ininterrotta abitazione di quel pezzo di terra tra il Giordano e le acque del Mediterraneo, dai nostri antenati cananei, ebrei, filistei e fenici, da ogni conquistatore o pellegrino che è venuto e se n’è andato, che si è sposato o ha violentato, amato, ridotto in schiavitù, si è convertito, insediato o ha pregato nella nostra terra lasciando pezzi di sé nei nostri corpi e nella nostra eredità.

Le storie leggendarie e tumultuose di quella terra sono letteralmente nel nostro DNA. Non potete ucciderlo o portarvelo via con la propaganda, non importa quale tecnologia di morte usate o quali arsenali di Hollywood e società di media schierate. Un giorno la vostra impunità e arroganza finiranno. La Palestina sarà libera, sarà restaurata alla sua gloria multireligiosa, multietnica e pluralistica, ripristineremo ed estenderemo i treni che vanno dal Cairo a Gaza, a Gerusalemme, Haifa, Tripoli, Beirut, Damasco, Amman, Kuwait, Sanaa e così via, porremo fine alla macchina da guerra sionista-americana di dominazione, espansione, estrazione, inquinamento e saccheggio.

… e voi o ve ne andrete, o imparerete finalmente a vivere con gli altri come pari.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)


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venerdì 29 marzo 2024

La storia riconoscerà che Israele ha commesso un olocausto

                  

video e articoli di Susan Abulhawa, Piero Bevilacqua, Francesca Albanese, Amira Hass, Eric Salerno, Norberto Albano, Chris Hedges, Jason Burke, Peter Oborne, Mohammed El Kurd, Antoine Raffoul, Norman Finkelstein, Eman Hillis



La storia riconoscerà che Israele ha commesso un olocausto – Susan Abulhawa

In questo momento a Gaza e in Palestina sono le 20:00: è la fine del mio quarto giorno a Rafah e il primo momento in cui ho potuto sedermi in un posto tranquillo per riflettere.

Ho provato a prendere appunti, foto, immagini mentali, ma questo è un momento troppo grande per un taccuino o per la mia memoria in difficoltà. Niente mi aveva preparato a ciò a cui avrei assistito.

Prima di attraversare il confine tra Rafah e l’Egitto ho letto tutte le notizie provenienti da Gaza o su Gaza. Non ho distolto lo sguardo da nessun video o immagine inviata dal territorio, per quanto fosse raccapricciante, scioccante o traumatizzante.

Sono rimasta in contatto con amici che hanno riferito della loro situazione nel nord, nel centro e nel sud di Gaza – ciascuna area soffre in modi diversi. Sono rimasta aggiornata sulle ultime statistiche, sulle ultime mosse politiche, militari ed economiche di Israele, degli Stati Uniti e del resto del mondo.

Pensavo di aver capito la situazione sul campo. Ma non è così.

Niente può veramente prepararti a questa distopia. Ciò che raggiunge il resto del mondo è una frazione di ciò che ho visto finora, che è solo una frazione della totalità di questo orrore.

Gaza è un inferno. È un inferno brulicante di innocenti che boccheggiano in cerca di aria.

Ma qui anche l’aria è bruciata. Ogni respiro irrita la gola e i polmoni e vi si attacca.

Ciò che una volta era vibrante, colorato, pieno di bellezza, possibilità e speranza contro ogni aspettativa, è avvolto da un grigiore di sofferenza e sporcizia.

Quasi nessun albero

Giornalisti e politici la chiamano guerra. Gli informati e gli onesti lo chiamano genocidio.

Quello che io vedo è un olocausto, l’incomprensibile culmine di 75 anni di impunità israeliana per i ripetuti crimini di guerra.

Rafah è la parte più meridionale di Gaza, dove Israele ha stipato 1,4 milioni di persone in uno spazio grande quanto l’aeroporto di Heathrow a Londra.

Scarseggiano acqua, cibo, elettricità, carburante e provviste. I bambini sono privati della scuola: le loro aule sono state trasformate in rifugi di fortuna per decine di migliaia di famiglie.

Quasi ogni centimetro dello spazio precedentemente vuoto è ora occupato da una fragile tenda che ospita una famiglia.

Non è rimasto quasi nessun albero poiché le persone sono state costrette ad abbatterli per produrre legna da ardere.

Non ho notato l’assenza di verde finché non mi sono imbattuta in una bouganville rossa. I suoi fiori erano polverosi e soli in un mondo deflorato, ma ancora vivi.

La discrepanza mi ha colpito e ho fermato l’auto per fotografarla.

la bouganvillea sopravissuta a Gaza (Susan Abulhawa)

Ora cerco il verde e fiori ovunque vada, finora nelle zone meridionali e centrali (anche se nel centro è diventato sempre più difficile entrare). Ma ci sono solo piccole macchie d’erba qua e là e qualche albero occasionale che aspetta di essere bruciato per cuocere il pane per una famiglia che sopravvive con le razioni ONU di fagioli in scatola, carne in scatola e formaggio in scatola.

Un popolo orgoglioso con ricche tradizioni e consuetudini culinarie a base di alimenti freschi è stato ridotto e abituato a una manciata di impasti e poltiglie rimaste sugli scaffali per così tanto tempo che può essere avvertito solo il sapore metallico e rancido delle lattine.

Al nord è peggio.

Il mio amico Ahmad (non è il suo vero nome) è una delle poche persone che hanno Internet. Il segnale è sporadico e debole, ma possiamo ancora scambiarci messaggi.

Mi ha inviato una sua foto in cui sembrava l’ombra del giovane che conoscevo. Ha perso più di 25 kg.

Inizialmente le persone si sono ridotte a nutrirsi di mangime per cavalli e asini, ma è finito. Ora stanno mangiando gli asini e i cavalli.

Alcuni mangiano cani e gatti randagi che a loro volta stanno morendo di fame e talvolta si nutrono dei resti umani che ricoprono le strade, dove i cecchini israeliani hanno preso di mira le persone che hanno osato avventurarsi nel campo visivo dei loro mirini. I vecchi e i più deboli sono già morti di fame e di sete.

La farina è scarsa e più preziosa dell’oro.

Ho sentito la storia di un uomo nel nord che di recente è riuscito a mettere le mani su un sacco di farina (che normalmente costava 7 euro) e gli sono stati offerti gioielli, dispositivi elettronici e contanti per un valore di 2.300 euro. Ha rifiutato.

Sentirsi piccoli

A Rafah le persone si sentono privilegiate nel ricevere farina e riso. Te lo diranno e ti sentirai umiliato perché si offrono di condividere quel poco che hanno.

E ti vergognerai perché sai che puoi lasciare Gaza e mangiare quello che vuoi. Ti sentirai piccolo qui perché non sei in grado di fare davvero nulla per placare il bisogno e la perdita catastrofici e perché capirai che loro sono migliori di te, poiché in qualche modo sono rimasti generosi e ospitali in un mondo che è stato tanto e per così tanto tempo ingeneroso e inospitale nei loro confronti.

Ho portato tutto quello che potevo, pagando il bagaglio extra e il peso di sei bagagli e aggiungendone altri 12 in Egitto. Per me ho portato quello che stava nello zaino.

Ho avuto la lungimiranza di portare cinque grandi sacchi di caffè, che si è rivelato essere il regalo più apprezzato dai miei amici qui. Preparare e servire il caffè ai colleghi di lavoro del luogo in cui mi trovo è la cosa che preferisco fare, per la gioia assoluta che ogni sorso sembra portare.

Ma anche quello presto finirà.

Difficile respirare

Ho assunto un autista per trasferire sette pesanti valigie di rifornimenti a Nuseirat [campo profughi al centro della Striscia, ndt.], e lui le ha trasportate giù per alcune rampe di scale. Mi ha detto che portare quelle borse lo faceva sentire di nuovo umano perché era la prima volta in quattro mesi che andava su e giù per le scale.

Gli ha ricordato di quando viveva in una casa invece che nella tenda dove ora abita.

È difficile respirare qui, letteralmente e metaforicamente. Una foschia immobile di polvere, degrado e disperazione intride l’aria.

La distruzione è così massiccia e persistente che le particelle sottili della vita polverizzata non hanno il tempo di depositarsi. La mancanza di benzina ha portato le persone a riempire le loro auto di stearato, olio esausto che ha una combustione sporca.

Emette un odore particolarmente sgradevole e una pellicola che si attacca all’aria, ai capelli, ai vestiti, alla gola e ai polmoni. Mi ci è voluto un po’ per capire la fonte di quell’odore pervasivo, ma è facile riconoscere gli altri.

La scarsità di acqua corrente o pulita compromette l’igiene di chiunque di noi. Tutti fanno del loro meglio nella cura di sé stessi e dei propri figli, ma a un certo punto smetti di farci caso.

Ad un certo punto l’umiliazione della sporcizia è inevitabile. Ad un certo punto aspetti semplicemente la morte, proprio come aspetti anche un cessate il fuoco.

Ma la gente non sa cosa farà dopo il cessate il fuoco.

Hanno visto le foto dei loro quartieri. Quando vengono pubblicate nuove immagini provenienti dall’area settentrionale le persone si ritrovano insieme per cercare di capire di quale quartiere si tratti, o da chi fosse la casa ridotta in quel cumulo di macerie. Spesso questi video provengono da soldati israeliani che occupano o fanno saltare in aria le loro case.

Cancellazione

Ho parlato con molti sopravvissuti estratti dalle macerie delle loro case. Raccontano quello che è successo con espressione impassibile, come se non fosse capitato a loro; come se sia stata sepolta viva la famiglia di qualcun altro; come se i loro corpi straziati appartenessero ad altri.

Gli psicologi dicono che si tratta di un meccanismo di difesa, una sorta di intorpidimento della mente finalizzato alla sopravvivenza. La resa dei conti arriverà più tardi, se sopravvivranno.

Ma come si può affrontare la perdita dell’intera famiglia, mentre si osservano i corpi disintegrarsi tra le macerie e si avverte l’odore, mentre si attende il salvataggio o la morte? Come si fa a considerare la cancellazione totale della propria esistenza nel mondo: la casa, la famiglia, gli amici, la salute, l’intero quartiere e il paese?

Nessuna foto della tua famiglia, del tuo matrimonio, dei tuoi figli, dei tuoi genitori; anche le tombe dei tuoi cari e dei tuoi antenati sono state rase al suolo. Tutto questo mentre le forze e le voci più potenti ti diffamano e ti incolpano per il tuo miserabile destino.

Il genocidio non è solo un omicidio di massa. È una cancellazione intenzionale.

Di storie. Di ricordi, libri e cultura.

Cancellazione delle risorse di una terra. Cancellazione della speranza in e per un luogo.

Cancellazione come impulso alla distruzione di case, scuole, luoghi di culto, ospedali, biblioteche, centri culturali, centri ricreativi e università.

Il genocidio è la demolizione intenzionale dell’umanità di un altro. È la riduzione di un’antica società orgogliosa, istruita e ben funzionante a oggetti di carità privi di mezzi, costretti a mangiare l’indicibile per sopravvivere; vivere nella sporcizia e nella malattia senza nulla in cui sperare se non la fine delle bombe e dei proiettili che piovono sui loro corpi, sulle loro vite, sulle loro storie e sul loro futuro.

Nessuno può pensare o sperare in ciò che potrebbe accadere dopo un cessate il fuoco. Il massimo possibile delle loro speranze in questo momento è che i bombardamenti cessino.

È il minimo che si può chiedere. Un minimo riconoscimento dell’umanità dei palestinesi.

Nonostante Israele abbia tagliato l’energia e Internet i palestinesi sono riusciti a trasmettere in streaming l’immagine del loro stesso genocidio a un mondo che permette che questo vada avanti.

Ma la storia non mentirà. Ricorderà che nel 21° secolo Israele ha perpetrato un olocausto.

Susan Abulhawa è una scrittrice e attivista. Questo pezzo è stato scritto durante la sua visita a Gaza a febbraio e all’inizio di marzo.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)

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Il genocidio del popolo palestinese e la complicità dell’Europa – Piero Bevilacqua

Di fronte al genocidio – sì, genocidio, perché, come è ormai evidente, Israele persegue apertamente lo sterminio della popolazione palestinese – un richiamo al lontano passato delle guerre può farci percepire l’orrore in cui siamo precipitati.

Nella pagina della Storia d’Italia in cui narra la discesa di Carlo VIII nel nostro Paese, Francesco Guicciardini ci offre uno spaccato prezioso delle regole e dell’etica della guerra nel Medioevo. Colpito dalla ferocia con cui l’esercito francese aveva distrutto, a inizio invasione, un castello e gli abitati in terra d’Abruzzo, segnalava l’episodio come una terribile novità: «un modo di guerreggiare non usato da molti secoli in Italia». E rammentava le diverse regole con cui sino ad allora si concludevano le battaglie: «Nelle vittorie, in qualunque modo conquistate, l’ultimo dove soleva procedere la crudeltà de’ vincitori, era spogliare e poi liberare i soldati vinti, saccheggiare le terre prese per forza, e fare prigione gli abitatori perché pagassino le taglie, perdonando sempre alla vita degli uomini i quali non fussino stati ammazzati nello ardore del combattere».

Questa osservazione, che registra una realtà del 1494, getta una luce sinistra su quanto accade oggi a Gaza. Mostra una regressione di civiltà clamorosa. Là è in corso una guerra che per numero di morti civili, modalità di combattimento, forme di oppressione della popolazione civile (privazione di acqua, cibo, energia, medicinali, assistenza medica) fa impallidire per ferocia le guerre che si combattevano nel Medioevo, quando non esisteva un diritto europeo che regolasse i conflitti. A ispirare il comportamento dell’esercito israeliano è una inaudita efferatezza programmatica: bombardare indiscriminatamente gli abitati, gli ospedali, le scuole, le piazze dei mercati, gli accampamenti dei fuggiaschi e uccidere migliaia di cittadini per potere eliminare qualche centinaio di guerriglieri di Hamas. Anche se il fine ultimo, in realtà, è rendere inabitabile Gaza, non si può non osservare la differenza di comportamento perfino rispetto all’esercito nazista. La pratica della decimazione, messa in atto dalle truppe tedesche alla fine della seconda guerra in Italia, appare infinitamente più moderata. Col che non si vuol definire nazista l’esercito israeliano. Allo storico non è consentito pasticciare con le parole. E tuttavia, dal momento che, a ragione, si definiscono terroristi gli uomini di Hamas, per l’uccisione di tanti civili innocenti il 7 ottobre, come dovremmo definire i soldati di Israele che ne stanno uccidendo, per ormai evidente progettazione politica, un numero infinitamente superiore?

Ma un’altra grande novità, più tragica forse per i significati generali che ne emergono, è che oggi al massacro della popolazione di Gaza assistono pressoché i cittadini di tutto il mondo. In diretta e giorno per giorno. Forse non era mai accaduto che un eccidio di tali proporzioni assumesse i caratteri di uno spettacolo universalmente disponibile. Le immagini dei bambini col viso coperto di sangue, delle madri vestite di nero accasciate sulle macerie, dei morti trasportati a spalla, arrivano ormai dovunque e a chiunque, con sullo sfondo un cimitero di edifici sventrati e fumanti. Ebbene da queste certificazioni dell’orrore alla portata di tutti, da questa possibilità di essere contemporanei consapevoli di un eccidio che inciderà nella memoria del secolo, i governanti e gran parte dei politici europei, intellettuali, giornalisti, con l’Italia in prima fila, si sono mostrati avversi a sostenere un cessate il fuoco. Hanno deciso più volte e in vario modo di opporsi a che finissero i bombardamenti, a che potessero essere portati cibo, acqua, medicine, energia agli sfollati e ai feriti. Ora gli israeliani stanno negando all’ UNVRA (l’organismo dell’ONU per il soccorso ai rifugiati) di operare, bloccando l’accesso a Gaza dei tir carichi di viveri e medicinali. Di fatto, dunque le élite europee hanno contribuito e contribuiscono a che tanti feriti muoiano, tanti sopravvissuti periscano per stenti e fame, infezioni e malattie. È sommamente difficile negare che tale comportamento si configuri come una correità dell’UE con il Governo e con l’esercito israeliano.

Da questa constatazione discendono due conseguenze che sgomentano. La prima è che le dirigenze europee hanno raggiunto un grado così spinto di subordinazione agli interessi militari degli USA, da tradire ormai apertamente la volontà dei propri popoli, restringendo tanto la sovranità che la democrazia dei rispettivi Paesi; l’interesse imperiale di uno Stato straniero prevale su quello dei popoli che essi sono chiamati a rappresentare. L’altra inevitabile conseguenza è che tali élite si configurano apertamente come dei raggruppamenti criminali, perché violano il diritto internazionale e concorrono indirettamente alla morte di migliaia di persone innocenti. Criminale, dal tardo latino crimen, «azione inumana compiuta da membri delle forze armate in contrasto con le norme di diritto internazionale» o «da individui agenti come privati o come organi di uno Stato» (Zingarelli.) L’UE sta mostrando quale soglia di barbarie è disposta a varcare per restare al traino di un impero sanguinario in declino.

da qui

 

 

Albanese, relatrice Onu: “Fondati motivi“ che Israele stia commettendo un genocidio a Gaza

Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla Palestina, ha pubblicato un rapporto drammatico sulla guerra di Israele a Gaza, ribadendo che ci sono “fondati motivi” per ritenere che Israele stia commettendo un genocidio nell’enclave palestinese.

Albanese ha spiegato che le prove – raccolte da organizzazioni sul campo, rapporti investigativi e consultazioni con le popolazioni colpite – suggeriscono che Israele ha commesso almeno tre dei cinque atti elencati dalla Convenzione ONU che comportano l’accusa di genocidio.

Questi atti includono: “l’uccisione di membri del gruppo; il causare gravi danni fisici o mentali ai membri del gruppo; e l’infliggere deliberatamente al gruppo condizioni di vita calcolate per portarlo alla distruzione fisica in tutto o in parte”.

Sul primo punto, Albanese ha osservato che Israele ha ucciso più di 30.000 palestinesi a Gaza dal 7 ottobre. Altri 12.000 risultano dispersi, presumibilmente morti sotto le macerie.

Più del 70% dei morti dichiarati sono donne e bambini e Israele non è riuscito a dimostrare che il restante 30% – maschi adulti – erano combattenti attivi di Hamas.

L’inasprimento del blocco di Gaza da parte di Israele sta provocando anche morti per fame, tra le quali quelle di 10 bambini al giorno.

Sul secondo punto, Albanese ha osservato che le forze israeliane hanno ferito più di 70.000 palestinesi e imprigionato migliaia di uomini e ragazzi palestinesi, sottoponendoli a torture e maltrattamenti.

Sul terzo punto, Albanese ha precisato che Israele ha distrutto o gravemente danneggiato la maggior parte delle infrastrutture vitali di Gaza, compresi ospedali e terreni agricoli.

La relatrice delle Nazioni Unite ha sottolineato che Israele ha utilizzato concetti del diritto umanitario internazionale – come scudi umani, danni collaterali e zone sicure – come copertura legale per commettere crimini di guerra a Gaza.

Per esempio, Albanese ha ricordato che Israele ha cercato di dipingere tutta la popolazione di Gaza come scudi umani, con i leader politici e militari israeliani di alto livello che hanno costantemente inquadrato i civili palestinesi come agenti di Hamas, “complici” o scudi umani, integrati con il movimento palestinese.

Israele ha “de facto trattato un intero gruppo protetto e le sue infrastrutture vitali come ‘terroristi’ o ‘sostenitori del terrorismo’, trasformando così ogni cosa e ogni persona in un bersaglio o in un danno collaterale, quindi uccidibile o distruggibile”, ha scritto.

Infine, Albanese ha avvertito che “in questo modo, nessun palestinese a Gaza è al sicuro per definizione. Questo ha avuto effetti devastanti e intenzionali, costando la vita a decine di migliaia di palestinesi, distruggendo il tessuto di vita di Gaza e causando danni irreparabili a tutta la sua popolazione”.

La reazione di Israele

La missione israeliana a Ginevra ha respinto l’accusa di genocidio avanzata dall’esperto dell’ONU, definendo le accuse come “oltraggiose” e “un’oscena inversione della realtà”, come ha riportato l’agenzia di stampa AFP. La missione diplomatica di Tel Aviv ha inoltre descritto il rapporto come “semplicemente un’estensione di una campagna che cerca di minare l’istituzione stessa dello Stato ebraico”.

da qui

 

 

La crudeltà di Israele è nascosta dal suo decentramento – Amira Hass

Nella competizione sulla crudeltà, il premio va a chi è più bravo a nasconderla. Ciò rende Israele il grande vincitore e Hamas e i palestinesi i perdenti. La crudeltà di Israele ha diversi tratti che la nascondono a tutti tranne che alle sue vittime. Rendono facile per alleati come gli Stati Uniti e la Germania trattare Israele come una vittima del popolo che soggioga e continuare a vendergli armi.

La crudeltà nascosta di Israele funziona come la catena di montaggio di una fabbrica. Il suo prodotto finale: l’impoverimento, l’espropriazione e l’espulsione dei palestinesi come una questione ordinaria in tempi normali, e la distruzione, l’uccisione, l’espropriazione e l’impoverimento in tempo di guerra, non ha un produttore responsabile. Ci sono molti complici nella creazione del prodotto finale, tutti traendo autorità da una legge parlamentare o divina, o da sentenze della Corte Suprema. La responsabilità è dissipata e distribuita tra ciascuna parte dietro questa catena di montaggio. A causa della loro moltitudine, sono tutti esenti dall’essere definiti “crudeli”.

Ogni israeliano che sta lungo questa catena di montaggio e aggiunge un altro componente al prodotto che gli passa davanti è una persona normale, spesso qualcuno che è assolutamente gradevole, forse qualcuno che ha il senso dell’umorismo, rispetta i suoi genitori ed è appassionato di cinema. Anche gli ingegneri e gli amministratori coinvolti hanno attributi positivi.

Prendiamo l’esempio delle cisterne per l’immagazzinamento dell’acqua che le comunità palestinesi utilizzano (perché Israele si rifiuta di collegarle alla rete idrica) e che l’Amministrazione Civile, l’organo di governo israeliano in Cisgiordania, ha ordinato di distruggere, o dei serbatoi dell’acqua che ha confiscato. Una lunga catena di estranei ha creato il prodotto finale: sabbia e ghiaia versate per riempire la cisterna e assorbire la preziosa acqua. O lo spazio vuoto su cui un tempo sorgevano i serbatoi d’acqua.

Dopotutto, l’operatore del bulldozer che ha demolito o spostato il serbatoio dell’acqua incriminato deve sfamare i suoi figli. I membri della Polizia di Frontiera che si sono assicurati che nessuno interferisse con il bulldozer hanno obbedito agli ordini. Non hanno fabbricato il gas lacrimogeno o la granata stordente che hanno lanciato contro bambini e donne che hanno interferito con l’ordine pubblico. Coloro che li hanno realizzati erano lavoratori latinoamericani o afroamericani che dovevano anche loro sfamare i propri figli.

Il soldato/impiegato si limitava a coordinare lo schieramento delle varie unità all’alba. Il supervisore ha firmato il modulo di un ordine di demolizione di strutture costruite senza permesso o all’interno di aree dichiarate zone di fuoco militari, come se la cosa fosse comandata da Dio. Il giurista che ha approvato o addirittura scritto il testo dell’ordine di demolizione o di confisca è morto molto tempo fa, e i suoi nipoti se la passano bene negli Stati Uniti o nell’Unità di Intelligence d’élite dell’IDF.

Il capo dell’Amministrazione Civile in Cisgiordania è sia un soldato che un cittadino rispettoso della legge. Come i suoi predecessori, non chiuderà un occhio davanti al crimine di essere assetato commesso da un palestinese e dal suo gregge di pecore mentre vagano insolenti nella sacra Area C, che gli Accordi di Oslo hanno posto sotto pieno controllo israeliano e che avrebbero dovuto scadere nel 1999. Dopotutto, lui e i suoi predecessori non sono responsabili del caldo intenso nella Valle del Giordano…

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La morte solitaria di una donna sfollata – Eman Hillis

Suhaila era sola nel suo appartamento quando Israele ha iniziato la sua guerra genocida il 7 ottobre.

Tutto quello che poteva sentire erano i suoni delle esplosioni. Tutto quello che poteva fare era pregare per le persone che venivano martirizzate.

Prima di tornare a Gaza qualche anno fa, Suhaila aveva vissuto dieci anni in Egitto.

Era tornata perché voleva vedere i suoi nipoti e le sue nipoti. Non poteva immaginare quali orrori le sarebbero stati riservati

Suhaila, una donna di 63 anni costretta su sedia a rotelle, viveva nella zona di Sheikh Radwan a Gaza City. Era rimasta lì dopo che Israele aveva ordinato a tutti nel nord di Gaza – compresa Gaza City – di lasciare le proprie case durante i primi giorni della guerra.

La situazione a Sheikh Radwan era diventata sempre più grave, soprattutto dopo che Israele aveva inviato carri armati nella zona. Israele non ha mostrato pietà verso i bambini e gli anziani.

La violenza si era avvicinata sempre di più all’appartamento di Suhaila.

Tutto quello che poteva sentire erano le esplosioni, il suono delle sirene delle ambulanze, le urla della gente. I rumori erano così forti e intensi che pensava che sarebbe diventata sorda.

Quando ci fu una pausa, Suhaila sentì bussare alla sua porta.

“C’è qualcuno lì?” aveva chiamato una voce.

“Sì”, aveva risposto lei. “Io sono qui.”

La sua voce era debole e non riusciva ad alzarla.

I colpi alla sua porta continuavano e Suhaila continuava a dire “Sono qui”. Era riuscita a sedersi sulla sedia a rotelle.

Poco dopo la porta si era spalancata. Era apparso un uomo.

“Sei l’unica in questo appartamento?” aveva chiesto.

Suhaila aveva annuito. “Chi sei?” lei aveva chiesto.

L’uomo aveva spiegato di essere un impiegato della Protezione civile. Le disse che  doveva uscire velocemente dall’appartamento.

L’intero blocco, ha aggiunto, stava per essere preso di mira da Israele.

Suhaila era scioccata e arrabbiata per la notizia, ma aveva represso le sue emozioni. Chiese all’operatore della protezione civile di aiutarla a prendere due thobe dal suo armadio.

Poi aveva lasciato frettolosamente il suo appartamento.

Suhaila fu portata a Khan Younis, nel sud di Gaza. Andò a stare lì con i parenti.

La casa dei suoi parenti non era adatta a chi usa una sedia a rotelle.

Suhaila aveva bisogno di aiuto per andare in bagno. Dipendeva dai suoi parenti per cibo e acqua.

Non era rimasta a lungo a Khan Younis.

Non molto tempo dopo il suo arrivo, Israele aveva iniziato a bombardare la città, causando un’evacuazione su larga scala.

Suhaila si era diretta con i suoi parenti a Rafah, più a sud. Sfortunatamente, in mezzo al trambusto generale, era stata separata da loro

Sola per le strade di Rafah, Suhaila non aveva idea di cosa fare o dove andare. Un giovane era venuto in suo aiuto e l’aveva portata in una moschea.

Anch’io mi ero rifugiata nella stessa moschea. È stato lì che Suhaila mi ha raccontato cosa le era successo.

Alla moschea Suhaila si agitava parecchio.

Un’infermiera volontaria di nome Samah aveva notato che la salute di Suhaila stava peggiorando.

Quando a Suhaila era stato offerto del cibo, lei lo aveva rifiutato.

Nel suo stato di angoscia, aveva accusato altri nella moschea di aver tentato di ucciderla.

In un’occasione aveva accettato di mangiare un po’, dopo ore di persuasione. Aveva chiesto una mela e del cioccolato.

Ma nessuno dei due era disponibile nel mercato, e anche se lo fossero stati, sarebbero stati troppo costosi perché i rifugiati potessero permetterseli.

Una mattina presto, Suhaila aveva avuto una sferzata di energia. Aveva chiesto di andare in bagno e di cambiarsi i vestiti.

All’improvviso, aveva iniziato a vomitare.

È arrivata un’ambulanza e aveva portato via Suhaila.

Sulla strada per l’ospedale, Suhaila è morta. Non è stato celebrato alcun funerale.

Alcune persone potrebbero attribuire la morte di Suhaila a “cause naturali”.

O alla sua età.

O alla malattia.

Ma io sono convinta che sia morta di dolore.

È morta in un posto estraneo.

Aveva fame e sete e non aveva nessuno della sua famiglia accanto a lei.

(Eman Hillis è una scrittrice di Gaza)

Traduzione di Grazia Parolari “Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali” – Invictapalestina.org

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Per Marwan Barghouti, eroe palestinese, carcere di massima sicurezza – Eric Salerno

«C’è un uomo che, forse, potrebbe unire le varie fazioni palestinesi in lotta contro l’occupazione israeliana e guidare quel popolo arabo verso la creazione di uno Stato indipendente accanto a Israele. Il nome di Marwan Barghouti è sulla lingua di amici e nemici da molti anni», introduce Eric Salerno, che lo ha conosciuto personalmente.
Il suo nome molte volte citato come possibile leader. L’ANP accusa Israele di mettere in pericolo la sua vita

Crudele accanimento

Quando incontrai Marwan Barghouti, anni fa, era un giovane attivista che sembrava capace di generare una nuova visione della lotta palestinese dominata, allora, dalla vecchia guardia capeggiata da Yasser Arafat, il leader dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina. Oggi langue in un carcere israeliano. E la settimana scorsa l’Autorità palestinese ha accusato Israele di aver messo in pericolo la sua vita. È stato trasferito in una struttura di massima sicurezza, non può ricevere visite e sarebbe stato torturato dalle sue guardie.

Violenza vendicativa da Non Stato

Sua moglie, l’avvocata Fadwa Ibrahim Barghouti, sostiene che «sarebbe stato picchiato con delle spranghe e ferito sul volto, vicino agli occhi». Le autorità penitenziarie israeliane negano ma di sicuro non gli consentono di ricevere visite o comunicare con l’esterno. Molte volte durante i suoi 22 anni di carcere aveva delineato una formula per unire le varie organizzazioni palestinesi perché si presentavano unire un’eventuale negoziato con Israele.

Divide et impera

«Fino a quando i palestinesi sono divisi tra Hamas, fondamentalisti islamici contrari all’idea stessa di uno stato ebraico e l’Autorità nazionale Palestinese, è inutile, impossibile, parlare di un futuro di pace», è stata la linea di Netanyahu e di altri governanti israeliani. Divide et impera, l’antica formula latina, è sempre valida. Netanyahu ei suoi seguaci avevano favorito la crescita strategica di Hamas nella striscia di Gaza e, in maniera meno riuscita, anche nella Cisgiordania occupata.

Il mostro cresciuto in seno

Oggi Netanyahu parla di un mondo palestinese senza Hamas ma la maggioranza degli osservatori internazionali concordano sul fatto che il movimento islamico, nonostante l’uccisione di migliaia dei suoi militanti e della distruzione della maggior parte del suo arsenale, è ormai parte integrante della società palestinese e lo sarà ancora per decenni.

Netanyahu si ripete

L’altro giorno la delegazione israeliana a Doha per i negoziati indiretti con Hamas è tornata a Tel Aviv mentre a Gaza le forze armate israeliane continuano le operazioni militari soprattutto nelle zone settentrionali della striscia. Netanyahu continua a ripetere che prima o poi ci sarà l’assalto a Rafah e a «quello che resta di Hamas». Parla soltanto di una breve pausa nei combattimenti per motivi umanitari e per la liberazione degli ostaggi israeliani.

Hamas, accordo lontano

«Siamo ancora lontani da un accordo. Israele – sostiene Hamas – non accetta la fine delle operazioni militari; limita a duemila al giorno il ritorno dei gazawi alle loro case o ai ruderi; per ogni ostaggio rilasciato è disposto a liberare soltanto cinque detenuti palestinesi e vuole deportare i detenuti con condanne lunghe fuori dal territorio palestinese». [Ripetiamo, questa prese di posizione precedono la svolta al Consiglio di sicurezza Onu Ndr].

Barghouti dopo 22 anni di carcere

Finora, per quanto emerso dal segreto delle trattative, il nome di Barghouti è stato fatto più volte e, più volte, Israele avrebbe risposto con un secco no a una sua eventuale liberazione. Il timore della moglie e dei dirigenti palestinesi è che dopo 22 anni di detenzione possa morire in carcere come avvenuto in questi ultimi mesi ad altri tredici detenuti per i quali le autorità israeliane hanno dichiarato il decesso ‘per cause mediche’.

In un’istanza inviata al procuratore Avigdor Feldman, Barghouti ha dichiarato di non ricevere cibo in quantità adeguata, di esser costretto a dormire sul pavimento e di esser stato ripetutamente picchiato mentre era bendato, umiliato, trascinato nudo per terra in presenza di altri detenuti.

Più che pena, un martirio crudele

Marwan Barghouti fu arrestato la prima volta a 18 anni, nel 1978, e condannato a sei anni di detenzione. Imparò l’ebraico in carcere, studiò storia e scienze politiche all’università di Bir Zeit, nella Cisgiordania occupata, e fu tra i fondatori di Shabiba, l’organizzazione giovanile di Fatah nei Territori, particolarmente attiva in quell’ateneo negli anni Ottanta.

Emerse come figura carismatica nella Prima intifada (1987-1993) e venne deportato in Giordania nel 1987 con la moglie ei due figli: la famiglia restò in esilio per sette anni e rientrò in Cisgiordania nel 1994, dopo la firma degli Accordi di Oslo.

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